Beltane, eclissi d’amore.
Il velo tra i mondi si assottiglia e il respiro del cosmo sospende il suo corso perché due anime possano incontrarsi nel punto esatto in cui la luce si fa carne e l'ombra si fa grembo.
Tra il cadere e il volare, là dove il tempo perde il suo nome e lo spazio si ripiega su se stesso come una fiamma che danza nell'olio sacro, là si compie il mistero.
Non cercare altrove la vertigine che cerchi.
Se ti sembra di non aver mai ricevuto abbastanza, se il tuo calice interiore ti appare vuoto anche quando trabocca, sappi che nessuna vertigine al mondo potrà mai donarsi a te.
Perché la vertigine autentica non si prova stando ritti sull'orlo sottile delle proprie certezze, né si assapora nel vano tentativo di controllare il confine tra ciò che sei e ciò che mostri di essere.
La vertigine si svela solo quando, finalmente, molli la presa su tutto ciò che credevi di dover trattenere.
Quando ogni passo che compi è un ardire sospeso, un equilibrio miracoloso e precario tra il cadere, dolce abbandono nelle braccia del nulla, e il volare, ascensione verso quel fuoco che ti chiama da sempre.
E ciò che ti sostiene, ciò che davvero ti erge al di sopra delle sabbie mobili che senti vibrare sotto i piedi, non è la forza ostentata del guerriero, ma l'ebbrezza indicibile di quell'emozione vorticosa che ti attraversa come un fulmine silenzioso.
Essa passa attraverso un tono di voce che non avevi mai udito prima, si cela in una parola scelta piuttosto che un'altra, e in quella scelta si gioca il destino di un universo.
Abita un silenzio rarefatto, così denso da farsi quasi tangibile, che fiorisce in mezzo a mille parole non rivelate, a mille segreti sepolti nel profondo della terra che siamo.
Perché rivelazione, è questo.
Tirare giù un velo dopo l'altro dal tempio del proprio essere.
È, nell'incertezza più radicale del passo, nell'oscillazione che precede il baratro o l'ascensione, rivelarti la mia fragilità .
Sì, proprio quella.
E la mia vulnerabilità , nuda e tremante, di un procedere che ha rinunciato a ogni appiglio, a ogni ancora di salvezza.
È un incedere piegato, quasi spezzato, destabilizzato dalla forza tremenda e gentile di quelle braccia, le tue, nelle quali ho cercato, con la disperazione di chi annega e la fiducia di chi rinasce, protezione e ristoro.
Due colonne possenti, erette al confine tra la terra e il cielo, che potessero reggere questo mio firmamento di incertezze.
Questo cielo basso e gravido di una dimensione che non sento mia, che mi è estranea e ostile, se tu non mi sorridi.
Se il tuo sguardo non fa da ponte tra me e l'abisso.
Se non hai mai percepito, nel profondo delle tue viscere, questa vertigine del mio smarrimento che trovava pace solo nello specchio dei tuoi occhi, proprio mentre mi stringevi a te come si stringe l'unica cosa vera.
Se non mi hai sentita vacillare, in quel tremito appena accennato, mentre, con un atto di abbandono supremo, ti lasciavo varcare le soglie più recondite delle mie vulnerabilità , allora significa che non sei mai arrivato veramente dentro di me.
Significa che sei rimasto sulla soglia, in atteggiamento di attesa, forse timoroso, forse solo spettatore.
Sulla soglia, mentre io, nel silenzio del tuo petto, ti morivo tra le braccia.
E in quello stesso istante, in quel medesimo punto di non ritorno, risorgevo, come la fenice dal suo rogo, ad ogni tuo bacio.
Ad ogni tua carezza che tracciava su di me i sentieri dell' eterno.
Ad ogni tuo «Amore», sussurrato come una formula sacra, che mi temprava, che mi forgiava come lama affilata una lama che non ferisce, ma che fende con gioia lo spazio e il tempo, che squarcia il tessuto del quotidiano per essere, finalmente, con te, nel momento esatto e perfetto in cui tu, per me, sei Amore.
Se non sei riuscito a perderti, a smarrirti con gioia in quella vertigine della mia vulnerabilità che ti si offriva come unico scrigno.
Se non sei riuscito a fermare la tua corsa, a fare silenzio dentro di te, e ad abbracciare quella fragilità come il Dono più prezioso, l'unico che abbia sempre voluto offrirti fin dall'inizio dei tempi, allora, ti prego, vai.
Non c'è bisogno che tu rimanga. Non sono brava, forse, a farti smarrire tra le mie cosce, su quel sentiero già tracciato da molti.
No.
Io ti faccio smarrire altrove.
Ti conduco in quel luogo oscuro e luminoso dove ho paura di perdermi anch'io.
Nel cuore del labirinto.
E se in quel cammino cerco la tua mano, se la mia cerca la tua nell'incertezza del passo, non è per debolezza.
È per condividere il tremore.
È perché non ho altro, assolutamente altro, da offrirti che non sia già consumato e vano.
Non ho ricchezze, non ho certezze, non ho muri.
Ho solo questo.
La mia vulnerabilità , esposta come un altare.
E il mio amore, fiamma ostinata e purissima, che nel volere sempre, e nonostante tutto, le tue braccia calde a sostenermi e a proteggermi, trova la sua unica, possibile, eterna ragione. Specialmente quando, nel donarmi a te, mi perdo.
E in quello smarrimento, finalmente, mi ritrovo.
Tiziana Fenu
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Tratto dal mio libro
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