martedì, maggio 05, 2020

💜Quando si parla di fate sarde

Quando si parla di fate sarde di norma non si riferisce mai a creature che si nutrono dell’altrui sangue, eppure in alcune località isolane pare che le janas avessero il vizietto dell’ematofagia. A Tonara si raccontava ad esempio che la notte le fate stendessero i propri veli preziosi e candidi come la luna per affascinare i malcapitati viandanti che ammaliati venivano rapiti con la collaborazione di piccoli nani, di razza affine a quella delle janas. L’uomo trascinato in buche profondo o caverne veniva raggiunto dalla jana maìsta[67] che ne succhiava il sangue[68].La jana, si raccontava, si sarebbe poi chiusa per tre giorni all’interno della caverna trascorsi i quali, in solitudine avrebbe partorito le nuove janas. Questa leggenda pare avvalorare la tesi della verginità delle fate sarde, che anche in questo caso, pur riproducendosi, non lo fanno con un rapporto sessuale, ma cibandosi del sangue umano, rimanendo a tutti gli effetti vergini. Dolores Turchi inoltre crea un affascinante parallelo con il mito di Selene, che nei tre giorni di interlunio si rende invisibile, chiusa all’interno di una grotta nella quale si trova Endimione, bellissimo pastore a cui Zeus concesse di vivere un’eterna vita di bellezza a patto che rimanesse sempre addormentato. Artemide nel suo aspetto lunare lo trovò all’interno della grotta del monte Latmo, in Asia minore, se ne innamorò perdutamente e rimase con lui per tre giorni, al termine del quale riprese il suo posto nel firmamento[69]. Altre leggende invece raccontano che le janas non siano incapaci di partorire in quanto dee perfette ed incorruttibili. Molto affascinante la connessione stretta fra l’impossibilità di riprodursi delle janas e la loro incapacità nella lievitazione del pane. Questo non si gonfierebbe quando lavorato dalle fate isolane esattamente come il loro ventre vergine non si può gonfiare. Pare che l’unica jana a conoscenza del segreto del lievito fosse la Sabia Sibilla che nelle leggende appunto non compare come sterile piuttosto come nubile. Il segreto le venne sottratto per sempre dalla Madonna che si cimentò nel furto proprio nel periodo della sua adolescenza, quando quindi il suo ventre iniziava a mostrarsi fertile. La Madonna che in questa leggenda non brilla certo per santità, donerà poi il segreto del lievito rubato alle donne, privandone per sempre le fate[

Tratto da "Creature fantastiche in Sardegna" di Claudia Zedda

Quando si parla di fate sarde di norma non si riferisce mai a creature che si nutrono dell’altrui sangue, eppure in alcune località isolane pare che le janas avessero il vizietto dell’ematofagia. A Tonara si raccontava ad esempio che la notte le fate stendessero i propri veli preziosi e candidi come la luna per affascinare i malcapitati viandanti che ammaliati venivano rapiti con la collaborazione di piccoli nani, di razza affine a quella delle janas. L’uomo trascinato in buche profondo o caverne veniva raggiunto dalla jana maìsta[67] che ne succhiava il sangue[68].La jana, si raccontava, si sarebbe poi chiusa per tre giorni all’interno della caverna trascorsi i quali, in solitudine avrebbe partorito le nuove janas. Questa leggenda pare avvalorare la tesi della verginità delle fate sarde, che anche in questo caso, pur riproducendosi, non lo fanno con un rapporto sessuale, ma cibandosi del sangue umano, rimanendo a tutti gli effetti vergini. Dolores Turchi inoltre crea un affascinante parallelo con il mito di Selene, che nei tre giorni di interlunio si rende invisibile, chiusa all’interno di una grotta nella quale si trova Endimione, bellissimo pastore a cui Zeus concesse di vivere un’eterna vita di bellezza a patto che rimanesse sempre addormentato. Artemide nel suo aspetto lunare lo trovò all’interno della grotta del monte Latmo, in Asia minore, se ne innamorò perdutamente e rimase con lui per tre giorni, al termine del quale riprese il suo posto nel firmamento[69]. Altre leggende invece raccontano che le janas non siano incapaci di partorire in quanto dee perfette ed incorruttibili. Molto affascinante la connessione stretta fra l’impossibilità di riprodursi delle janas e la loro incapacità nella lievitazione del pane. Questo non si gonfierebbe quando lavorato dalle fate isolane esattamente come il loro ventre vergine non si può gonfiare. Pare che l’unica jana a conoscenza del segreto del lievito fosse la Sabia Sibilla che nelle leggende appunto non compare come sterile piuttosto come nubile. Il segreto le venne sottratto per sempre dalla Madonna che si cimentò nel furto proprio nel periodo della sua adolescenza, quando quindi il suo ventre iniziava a mostrarsi fertile. La Madonna che in questa leggenda non brilla certo per santità, donerà poi il segreto del lievito rubato alle donne, privandone per sempre le fate[

Tratto da "Creature fantastiche in Sardegna" di Claudia Zedda

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