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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

venerdì, marzo 13, 2026

💛Quaresima /Rubedo


La Quaresima come ultima fase della grande Opera alchemica del Carrasegare sardo. 

 "[...] In questa prospettiva, si evidenzia una profonda corrispondenza tra il simbolismo del Carrasegare e quello dell'Epifania, di cui la Befana /Filonzana, è somma rappresentante che inaugura l'apertura del Carrasegare sardo, attraverso la simbologia trasmutatrice della morte del Vecchio e della fase iniziale della Nigredo. 

Il Carrasegare è dominato da maschere bestiali e terribili (Mamuthones, Boes, Merdules), che rappresentano le forze caotiche, istintuali e oscure della natura e della psiche (la "lussuria" del regno di Erode). 

La società si capovolge, le regole cessano. 

Questa è la fase collettiva del Nigredo, la discesa nel Caos necessario per dissolvere le strutture vecchie e corrotte (l'ego collettivo). 

Il "Mago Nero" agisce in questa notte rituale.

Successivamente abbiamo la fase della lotta, della purificazione e dell'Albedo. 

Spesso i riti includono lotte simboliche tra il Caos (le maschere animali) e l'Ordine (figure come sa Filonzana, la donna che minaccia di tagliare il filo della vita, o i cristiani). 

Questa lotta riflette il discernimento interiore (il Terzo Occhio) tra forze opposte. 

La sconfitta e la "morte" del Carnevale (spesso bruciato o processato) rappresentano la purificazione (Albedo) dalla parte istintuale e distruttiva, preparando la rinascita.

Nell'ultima fase, la rinascita e Rubedo abbiamo la dimensione della Quaresima che segue il Carrasegare, che non è solo privazione, ma è un tempo di gestazione interiore. 

Il "bambino" (il nuovo anno, la nuova vita dei campi, la comunità purificata) deve crescere in silenzio. 

La Pasqua di Resurrezione sarà la vera Epifania collettiva, la manifestazione (Rubedo) del nuovo ciclo vitale, dove la comunità ritrova se stessa, rigenerata. 

I doni d'oro, incenso e mirra diventano qui i frutti della terra e della comunità riconciliata.

In questa stratificata è complessa fase alchemica, si incastona la figura archetipale del Femminino Sacro e della sua sfaccettata  Forma e manifestazione.

Il Carrasegare sardo è ricco di figure femminili arcaiche (Filonzana, le donne che piangono la morte del Carnevale). 

Esse rappresentano il principio della Forma (la Materia che dà vita e che accoglie la morte) e il Sacro Femminino protettore e distruttore. 

Sono il corrispettivo terreno della Divina Madre Kundalini (Stella di Betlemme) e di Sirio, che guidano la trasformazione. 

La "porta" della rinascita è la comunità stessa, nel suo aspetto femminile e materno.

Si manifesta quindi un percorso mistico-individuale di epifania interiore. 

Il Carrasegare sardo ne è la rappresentazione collettiva e rituale. 

Entrambi, dimensione epifanica e Carrasegare, condividono la stessa struttura profonda di discesa nel Caos e nella materia oscura (Nigredo/Caos carnascialesco), attraverso una lotta purificatrice e una scelta (Albedo/Morte del Carnevale), che giunge, infine, ad una rinascita che unisce gli opposti (Rubedo/Rinascita primaverile), manifestando il divino (il Cristo interiore) nel mondo della Forma (la comunità e la natura)[...] "


Tratto dal mio libro 

"Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l’Ordine"  

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Tiziana Fenu 

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Quaresima /Rubedo






giovedì, marzo 12, 2026

💛Adone/Gadoni /Nenniri

 "[...] Ma, riguardo la simbologia presente, attraverso la Nun e la Dalet, insieme, che formano la Tau dei Giudici Divini, nel simbolo della tribù dei Dan, mi sono chiesta in quale altro contesto, i nostri Avi avessero manifestato questo concetto di Giudizio Divino, oltre al simbolo della loro tribù. 

La risposta, entusiasmante, l'ho trovata nella proprio nostra straordinaria scacchiera di Pubusattile. 

Questa scacchiera, di cui sono innamorata, non smette mai di rivelarmi connessioni profonde.

La chiave di tutto risiede nel numero 64, il numero delle caselle della scacchiera (8 x 8). 

Attraverso la Ghematria, la scienza che assegna un valore numerico alle lettere ebraiche, ho scoperto che il numero 64 è il valore della parola ebraica "דין" (Din), che significa "GIUDIZIO". 

Non un giudizio punitivo, ma il principio divino della Legge, della Giustizia assoluta e del discernimento. 

Nella Cabala, "Din" è una delle Sefirot, associata a Dio come Giudice (Elohim). 

È la conferma perfetta di ciò che avevo intuito: la Nun e la Dalet del simbolo di Dan significano "Giudici" e il loro messaggio è cifrato proprio nelle 64 caselle di Pubusattile.

Ma le corrispondenze non finiscono qui. Il numero 64 in ebraico rivela un intero universo di concetti fondanti della nostra civiltà:


 


גָּדוֹל (Gadol): "Grande". È l'attribut di Dio, "El Gadol", il Dio Grande. Troviamo una traccia di questo nel culto di "Su Nenniri", legato al dio Adone, e in un villaggio come Gadoni con il suo nuraghe Adoni.


 Tratto dal mio saggio 

"Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna"



"[...] Questo significa che il Carrasegare sardo affonda le radici nei Misteri Mediterranei e nel dramma di Adone. 

In questa dimensione, si colloca l'origine del Carrasegare nel contesto degli antichi Misteri mediterranei, superando i semplici parallelismi con i Saturnalia romani.

Dedola identifica nel Dio della Natura che muore e rinasce (Adone nella tradizione semitica, Dioniso Mainoles/Maimone in quella sarda) il cuore del rituale. 

Ed è proprio nella dimensione della primavera, della resurrezione, che la figura di Adone in particolare, nella ritualistica ancestrale della Sardegna, assume una figura di altissimo valore semantico. 

Nel contesto delle complesse stratificazioni rituali e simboliche che caratterizzano la cultura sarda, la consuetudine del Giovedì Santo di presentare in chiesa su Nenniri, un vaso contenente germogli di grano seminati nel Mercoledì delle Ceneri e fatti crescere al buio, per poi essere adornati con fiori e nastri, si rivela non come una semplice usanza agreste, ma come un denso palinsesto mitico-rituale. 

Questa pratica, culminante nella combustione cerimoniale dei germogli per fini fumigatori, cela in sé una profonda semantica sacrale che affonda le sue radici nei Sacri Misteri del Mediterraneo antico, particolarmente nel dramma del dio Adone, secondo l’ermeneutica proposta da studiosi come Dedola.

Il rigore metodologico con cui i germogli vengono mantenuti in assenza di luce, sviluppando così un pallido giallo eburneo, trascende la mera tecnica colturale. 

Esso si configura come una metafora liturgica della germinazione, del sorgere e del risorgere dell’astro solare dalle tenebre. 

Tale simbologia solare, intrinsecamente connessa al ciclo vegetale, si è poi perfettamente saldata, in un sincretismo culturale di lunga durata, alla metafora cristologica della morte e resurrezione, dove Cristo è spesso identificato come Sol Invictus.

L’ornamento floreale che accompagna questi germogli solari non è meramente decorativo. La parola sarda per fiore, “frori”, risuona dell’eco fonico-semantico del nome Afrodite, dea dell’Amore e della Natura, il cui culto in Sardegna è storicamente attestato e strettamente legato a quello del dio sirio-fenicio Adone. 

Le rovine del tempio di Astarte (sincretizzata con Afrodite, Iside e Athor) sulla Sella del Diavolo a Cagliari, con il suo orientamento solstiziale affine a quello del Pozzo Sacro di Santa Cristina, furono sede di ierodulia, sottolineando il carattere iniziatico e di sacralità femminile del luogo. 

In questo pantheon mediterraneo, la dea Tanit, identificata con Astarte, Afrodite, Artemide e, significativamente, con Demetra, dea delle messi, occupa un ruolo centrale[...] "


Tratto dal mio saggio 

"Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l’Ordine 


Tiziana Fenu 

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Adone /Gadoni/Nenniri








 


mercoledì, marzo 11, 2026

💙Il Successo

 Il successo non si ottiene distruggendo gli altri, ma distinguendosi per talento. 

Lo dice la parola. 

Lo sussurrano, da tempi immemori, le antiche radici del verbo, quelle che affondano nel terreno fertile del linguaggio prima che divenisse consuetudine, prima che si pietrificasse in grammatica. "Successo". 

Senti il suo richiamo profondo? Esso non parla di conquista, non narra di spoglie sottratte al nemico, né di trionfi celebrati sulle macerie altrui. Il suo respiro è altro.

"Successo" è "ciò che è venuto dopo", è il germoglio che segue il seme sepolto nel grembo dell'oscurità. 

È l'evento che sorge dall'invisibile, il fiore che si schiude non perché abbia calpestato l'erba vicina, ma perché ha saputo tendere la propria corolla verso la luce obbedendo a una legge inscritta nel suo stesso midollo. 

Distruggere gli altri è atto di guerra, è il gesto di chi teme il vuoto e cerca di colmarlo con le rovine del prossimo. 

Ma l'Universo non ama i predoni. 

Esso premia i creatori.

Quando "sei successo". Rifletti sul mistero racchiuso in questa espressione. 

Cessa di agire, per un istante, di affannarti, di competere. E semplicemente sei. Il tuo essere diviene un accadimento, un fenomeno luminoso che si manifesta nel mondo come la luna sorge oltre le montagne, incurante del giudizio delle tenebre. In quel momento, tu non hai preso nulla a nessuno. 

Hai semplicemente obbedito alla vocazione più intima del tuo spirito. 

Hai permesso a ciò che giaceva compresso nei sotterranei dell'anima di affiorare, di prorompere, di accadere, appunto.

Quando "accadi" nella tua pienezza. 

Questo è il punto di contatto con l'Uno, l'attimo in cui il velo di Maya si squarcia e lasci trasparire la tua essenza più autentica, quella scintilla che nessun altro essere al mondo possiede o potrà mai replicare. È un'avvenimento sacro, un'epifania privata che diviene pubblica senza perdere il suo nume. 

Non c'è competizione in questo. 

Come potrebbe una stella competere con un'altra stella? Esse brillano, semplicemente. La loro luce non offusca ma disegna la costellazione, arricchisce il firmamento.

A prescindere dagli altri. 

Ecco il sigillo iniziatico di questa verità. 

Gli altri non sono il termine di paragone, non sono l'ostacolo da rimuovere, non sono lo specchio in cui cercare una conferma. Essi sono, al più, testimoni o compagni di viaggio in questa foresta di simboli. 

Il tuo successo è un arcano minore che diviene maggiore quando lo estrai dal mazzo delle convenzioni sociali e lo leggi alla luce della tua interiorità. 

È un respiro che non rubi l'aria a nessuno, perché attinge da una fonte inesauribile: la tua stessa anima che si realizza.

Pertanto, non temere chi sembra precederti, non odiare chi occupa spazi che desideri. La via iniziatica al successo non conosce invidia, perché sa che ogni destino è un sentiero unico e inconfondibile tracciato nella roccia dell'eternità. 

Distruggere l'altro è distruggere uno scenario necessario alla tua stessa manifestazione. 

Invece, distinguiti. 

Cioè, rendi chiaro il tuo segno nel libro del mondo, incidi il tuo geroglifico personale sulla pietra del tempo. E allora, e solo allora, davvero, accadrai. E il tuo accadere sarà il tuo successo. 

Un evento che non ha tolto nulla a nessuno, perché ha semplicemente aggiunto bellezza all'essere. 


Tiziana Fenu 

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Il successo





💛Maschera Ghignante San Sperate

 "[...]Dalle mie ricerche emerge una distinzione: le Domus meridionali della Sardegna sono orientate per lo più verso il Solstizio d'Inverno, mentre quelle settentrionali verso il Solstizio d'Estate. 

Quasi nessuna è orientata a Nord, la direzione dove il sole non sorge né tramonta. 

La maggior parte guarda a Est, verso le Pleiadi e la costellazione del Toro, che è legata al concetto di rinascita. 

Sulla simbologia dei Tre Soli lungo la Via Lattea, aggiungo delle considerazioni, perché sono importantissime. 

Nel mio percorso di studio, rileggendo le cose in chiave archeoastronomica, ho tracciato le linee guida del cielo in un'epoca fondamentale per la nostra antica civiltà sarda: l'era del Toro.

Le ere astrologiche, che durano circa 25.920 anni per un ciclo completo, prendono il nome dalla costellazione in cui si trova l'equinozio di primavera. Prima del Toro (4000-2000 a.C. circa) ci furono l'era del Leone, del Cancro e dei Gemelli. 

L'era del Toro, governata da Venere e dall'energia della Madre Terra, fu un'epoca pacifica, dedita all'agricoltura e al culto della fertilità, il cui simbolo, il toro, è onnipresente in Sardegna e in tutte le grandi civiltà antiche, da quella Minoica all'India di Shiva.

Ma la mia vera scoperta è che questa ossessione per il toro non era per un animale terreno, ma per un Toro Cosmico, astronomico.

E’ la via di rinascita lungo la Via Lattea, traguardata dalla simbologia dei 3 Soli, che si riflette nella simbologia triadica delle cornici nelle false porte e nelle coppelle, nelle Domus de Janas. 

I nostri antichi non adoravano semplicemente il Sole, che usavano per orientare i nuraghi o le Domus de Janas verso est, ma cercavano una via per ascendere al Divino a livello astrale, soprattutto dopo la morte. 

Attraverso un'osservazione millenaria del cielo, avevano individuato una precisa mappa stellare per l'Ascensione già 17.000 anni fa, concentrandosi sulle costellazioni delle Pleiadi, del Toro e di Sirio, tutte allineate.

Queste costellazioni contenevano quelli che io chiamo i "tre Soli": stelle così luminose da equiparare il nostro sole. Sirio, la Madre Divina creatrice (Iside); le tre stelle della cintura di Orione (Osiride); e l'occhio luminosissimo del Toro, Aldebaran (Horus). 

Questi "tre Soli" formano una conformazione triadica, un "Triratna" o "Tre Gioielli", che rappresenta il portale per l'Ascensione.

Ho sempre pensato che il simbolo del tre indicasse "nascita/morte/rinascita", ma ora so che si riferisce nello specifico a queste tre costellazioni. 

Aldebaran, l'occhio del Toro, è il "terzo occhio", chiamato Anja (che significa "conoscenza"), il portale di consapevolezza necessario per l'Ascensione.

Ed ecco la rivelazione più sconvolgente: Anja è l'anagramma di Jana (che in sardo significa "porta", da janna). Le Janas, sono le custodi di questo portale Tutto torna

Nella Maschera Ghignante di San Sperate sono raffigurati i fiori di loto del chakra Anja, con l'occhio di Aldebaran al centro e cinque diramazioni per lato[...] 

[...] Il Tempio di Demetra a Terraseo di Narcao, nel sud Sardegna, non a caso sorge su una sorgente sacra. Il pozzo, la sorgente, sono il portale per l'altra dimensione, proprio come il pozzo di Santa Cristina, la cui forma richiama alla mia mente l'essenza della dea Baubo, il cui nome stesso echeggia "Abba".

Esiste un detto: "Gli Dei nacquero da una risata". 

Ed è grazie a questa risata di Baubo, grazie alla melagrana simbolica presa e spaccata come una fragorosa risata, che l'energia vitale viene distribuita in modo fertile e riproduttivo, senza più limiti. 

È il trionfo del varco/portale dell'acqua, del pozzo Sacro, de S'Abba (acqua in sardo), della Baubo, la grande vagina, riflesso della conformazione architettonica del nostro pozzo Sacro di Santa Cristina. 

È la dimensione amniotica della trasmutazione. 

È l'espressione più potente del Sacro Femminino.

Un significativo dettaglio, può essere che la Dea Baubo è spesso rappresentata anche con una lira a 7 corde, che simboleggia il ciclo lunare, femminile per eccellenza.

Questo riso ghignante, sardonico, di rinascita e immortalità, non è un concetto estraneo alla nostra isola. È tipico della nostra Antica Civiltà Sarda e trova una rappresentazione tangibile nella famosa Maschera ghignante di San Sperate, che ho avuto modo di studiare e che incarna proprio questa energia trasformatrice e potente.

In sintesi, quel modo di dire "nato da una risata tra amiche" mi ha condotta di nuovo al cuore di un simbolismo millenario: la risata che squarcia come una melagrana, l'acqua del pozzo che è porta per l'aldilà, la dea che trasforma il dolore in fecondità, in un ciclo eterno di rigenerazione che ha le sue radici profonde nella mia terra, la Sardegna.

È la dimensione amniotica della trasmutazione. 

È l'espressione più potente del Sacro Femminino.

Un significativo dettaglio, può essere che la Dea Baubo è spesso rappresentata anche con una lira a 7 corde, che simboleggia il ciclo lunare, femminile per eccellenza.

Questo riso ghignante, sardonico, di rinascita e immortalità, non è un concetto estraneo alla nostra isola. È tipico della nostra Antica Civiltà Sarda e trova una rappresentazione tangibile nella famosa Maschera ghignante di San Sperate, che ho avuto modo di studiare e che incarna proprio questa energia trasformatrice e potente[...] 


Tratto da "Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna" 


"[...]Il riso ghignante e sardonico, emblema di rinascita e immortalità, è caratteristico dell’antica civiltà sarda, come testimoniato dalla maschera ghignante di San Sperate. 

Questo riso apotropaico è presente anche nella simbologia del Carrasegare sardo. 

La risata di Baubo, gesto dissacrante e vivificante, ripristina l’equilibrio necessario alla creazione, in una dinamica analoga al Witz ebraico, che, nato in contesti di sofferenza, opera una livellazione delle gerarchie.

La celebrazione di Lugh, dunque, non è soltanto un tributo al principio solare, ma anche un’esaltazione del Laugh ( “to laugh”, ridere in inglese), forza trascendente che squarcia le tenebre e dà origine agli dèi. 

Tale dimensione è mediata dal Femminino sacro, che, pur governando gli estremi, persegue l’equilibrio fecondo. 

Come Lugh si “fa grano” e si sacrifica per essere raccolto, così la risata di Baubo, e delle dee ad essa assimilabili, permette la nascita del sole (Iacco/Iaccu) e il ripristino dei cicli vitali. 

Sostanzialmente, Lammas/Lughnasad e le tradizioni carnevalesche sarde rivelano una complessa trama mitico-rituale, dove solstizio ed equinozio, maschile e femminile, sacrificio e rigenerazione, si intrecciano in un unico, armonioso tessuto simbolico.

Il tema centrale che emerge è quello del rito di fertilità primaverile , dove il gesto dell'anasyrma, (dal greco anà, "su", e sýrma, "veste lunga"), definibile come il sollevamento rituale della veste per scoprire i genitali . Questo atto, lungi dall'essere mera esibizione oscena, possiede una potente valenza apotropaica e rigenerativa nel pensiero mitico-rituale antico[...] 

Le maschere teriomorfe sarde e le divinità della vegetazione convergono in un unico sistema simbolico.

Il riso, scatenato dal grottesco e dallo svelamento del corpo, spezza il lutto della dea e prelude al ritorno della vita sulla terra". 


Tratto dal mio saggio

"Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l’Ordine" 


Tiziana Fenu 

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Maschera ghignante San Sperate ( libri)























sabato, marzo 07, 2026

💙Festa della Donna/Athena

 Questo 8 marzo lo voglio onorare e festeggiare io. 

Non come mero segno su un calendario, non come rituale imposto dal divenire, ma come atto di profonda e cosciente liturgia interiore. 

Questo 8 infinito, che dispiega il suo numerali come un nastro di luce, mi porta, con la grazia imponderabile di ali di farfalla, a planare leggero tra le mani socchiuse di quegli uomini che sanno ancora l'antica arte del dare e del ricevere. 

Uomini il cui palmo non è un pugno serrato, non è fortezza assediata dalla diffidenza, non è scudo levato contro la vita, ma è coppa votiva, è loto che si apre. 

Uomini che conoscono il gesto sapiente di unire le palme, di giungerle in preghiera silente, per sostare un attimo nell'ombra aurorica di sé stessi e lì, in quel grembo di silenzio, incontrare il Divino che in loro dimora. 

Per ringraziare. 

Per benedire il mistero che scorre nelle vene. 

E poi, con la stessa sacrale lentezza, riaprire quelle mani e posarle, come ostie consacrate, sulle gote di queste donne. 

Donne che, nello stupore di quel contatto, sentono fiorire la meraviglia, e li guardano con occhi che sono laghi di emozione antica. Perché quegli uomini, quelle mani, quegli sguardi, loro li aspettavano da sempre, da ere lontane, da notti di luna e da attese silenziose.

Li vedo, questi uomini, come fieri guerrieri spartani, la cui aura fende l'aria al loro passaggio. Mentre si leva la polvere sotto i loro passi pesanti di stanchezza cosmica, provati da mille battaglie pesanti, grevi, da mille corpi calpestati lungo la via, da sangue innocente versato. 

Non contro nemici, ma per sopravvivere a sé stessi, al Minotauro interiore che alberga nel labirinto dell'anima. 

In loro arde quel desiderio struggente, lancinante come una lama, di strapparsi la pelle stessa, insieme all'armatura di lino e bronzo, di lacerare gli stretti calzari e, infine, avvicinarsi scalzo e indifeso, vulnerabile e nudo, a quel caldo ventre primordiale. Rifugio e ristoro, fonte e foce. 

E lì, in quell'accoglienza che è anche oblio del Sé guerriero, trovare pace. 

E in essa, nel tepore di quell'antro, raccontarsi. 

Come se si trattasse di un altro sé, di un estraneo che ha dovuto recitare, con ferrea disciplina, il ruolo imposto dalla vita, la maschera tragica dell'esistenza. 

E poi, ecco, unire ancora le mani, ma questa volta con lei, e scoprirsi insieme a sgranare, come grani di un rosario segreto, le proprie fragilità. 

Lasciarle cadere, una a una, come petali di gelsomino essiccati dalle troppe arsure d'amore, dal sole implacabile delle delusioni. 

E sentire quel tocco caldo di lei che, leggero come brezza, sfiora quei petali ormai aridi. 

E quel tocco ne sprigiona ancora, per prodigiosa alchimia, quel profumo di vita e di verità che lei custodisce gelosamente tra le mani, mentre perde lo sguardo nei tuoi occhi, abissi in cui annegare e rinascere.

Io mi inchino. 

Mi prostro come davanti alla più fulgida meraviglia e al più prezioso Dono del mondo. 

Davanti alla vulnerabilità dell'Uomo. 

Che non è debolezza, no. 

È Verità nuda e cruda, scintilla divina che non teme di mostrarsi. È accoglienza senza condizioni. 

È fare spazio, un vuoto fecondo, alla propria Donna nella propria intimità più recondita, nelle pieghe più segrete dell'essere, là dove la luce filtra a stento. 

Non mi interessa sapere quale ruolo egli interpreti nel teatro del mondo, quale cifra possegga, quali trofei ostenti. 

Non mi interessa la maschera, ma l'attore. 

Voglio sapere quale fuoco lo ha forgiato, quale incudine ha plasmato il suo metallo, quali acque lo hanno temprato. 

Voglio sapere di tutte le volte che ha dovuto affrontare la tempesta da solo, in solitaria navigazione notturna. 

Le volte che il freddo gli è entrato nelle ossa e la paura gli ha gelato il respiro. 

Quando le sue mani, artigliate alla vita, hanno sanguinato, e quante lacrime, amare come fiele, ha dovuto strozzare in gola, ingoiare, per non crollare. 

E a quando nessuno si accorgeva che quelle righe sul suo volto erano solchi di pianto, e non gocce di pioggia. 

Non può esistere alcuna Festa della Donna, alcuna celebrazione autentica del Femminile, se non si onora, nel medesimo sacrario, anche il Sacro Maschile nell'Uomo. Essi sono i due pilastri del medesimo tempio, le due colonne, Boaz e Jachin, che reggono l'architrave della Creazione. 

E io oggi onoro, con tutto il mio essere, tutti quegli uomini che, riconoscendo la Sacralità in sé stessi, nell'aspra bellezza della loro lotta, hanno saputo riconoscere la stessa identica Sacralità di Donna anche in me, specchio e riflesso della loro stessa luce.

È il mistero della Resh, ventesimo Archetipo. 

La "testa" sublimata. 

È la "testa" china sul mistero della creazione. 

La sua funzione è "perfezionante", ultima tappa prima della totalità, ed è correlato all'Arcano Maggiore XX, il Giudizio, o meglio, il Risveglio dei Morti, l'istante in cui le anime, al suono della tromba angelica, si levano dalle tombe della materia per rivestirsi di luce. 

Questo sincretismo di segni ha destato in me l'eco del mito di Minerva romana, la greca Athena, dea dalla luce glauca, che nasce non da un grembo di carne, ma dalla testa di Zeus, il padre degli dèi. 

Figlia prediletta, amata sopra ogni altra per la sua metis, la sua intelligenza astuta e profonda, e perché, a differenza di Ares, era una guerriera giusta, dalla vittoria saggia. 

Ma la sua nascita è il frutto di una sfida, di un inganno cosmico, da cui, in verità, la Sophia esce vittoriosa. Figlia di Zeus e Metis, figlia di Oceano e Teti, a Zeus era stato vaticinato che Metis, sua fedele consigliera, e dunque la sua stessa testa pensante, la sua parte più attiva e intelligente, avrebbe generato un figlio dal potere immenso, destinato a spodestarlo.

Metis è un'Oceanina, personificazione della saggezza che scorre come acqua, dell'intelligenza che si adatta e penetra, della conoscenza che tesse strategie. 

Zeus, atterrito dall'oracolo, con l'inganno, la convince a tramutarsi in una mosca ronzante, secondo alcuni miti. 

In altri, si narra che ella divenne una goccia d'acqua, una stilla capace di assumere ogni forma, di adattarsi a ogni vaso. 

E così la ingoiò, credendo di assimilarne la potenza. Ma Metis, la dea dalla mente acuta, continuò la sua gestazione segreta nelle viscere del dio. E lì, nel buio del corpo paterno, iniziò a forgiare, a suon di colpi di martello, un'armatura perfetta per la figlia che portava in sé. I colpi erano così possenti, così ritmici e incessanti, che Zeus ne fu tormentato. 

Al momento del parto, un dolore insopportabile gli squarciò la testa, una cefalea divina così straziante da farlo urlare agli astri. 

Chiamò allora Efesto, il divino fabbro, e gli ordinò di spaccargli il cranio con un'ascia bipenne. Strumento altamente simbolico, la bipenne, che indica la sinergia degli Opposti, l'unione creatrice dei contrari, il taglio che non divide ma libera. 

Dall'apertura sprigionata dal fuoco di Efesto, nacque Athena, già adulta, armata di tutto punto, sapiente e guerriera. Elmo, corazza, scudo e lancia scintillanti di una luce non terrena. Infinitamente astuta, perché nata dall'intelletto stesso.

Athena nasce nella dimensione dell'Intelletto, che non è la semplice ragione calcolante, ma ne rappresenta l'Ottava superiore, il Nous, quella facoltà che è in diretta connessione con la nostra scintilla divina, con l'Intelletto d'Amore di dantesca memoria. 

È colei che fece dono dell'olivo, dalle proprietà infinite, nutrimento, luce, unzione, alla città a lei sacra, Atene. 

Si narrava che la dea avesse intagliato con legno di quercia la polena parlante della nave Argo, quella nave che portava gli Argonauti verso la Colchide, alla ricerca del vello d'oro. Simbolicamente, Athena è dunque la Via Maestra, colei che porta la fiaccola della conoscenza, che illumina il cammino, che è Sapienza in atto. 

Athena benedice e guida gli Argonauti nel loro viaggio iniziatico 

( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/07/gli-argonauti.html?m=0

Ulisse intaglia il suo letto  nel sacro Ulivo di Athena, sua protettrice, ben saldo nella Madre Terra( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/04/sempre-devi-avere-in-mente-itaca.html?m=0) 

Un'energia talmente potente, quella del Femminino, prima nella forma occulta di Metis e poi in quella manifesta di Athena, che Zeus, pur di non esserne escluso, ne vuole acquisire la paternità, inglobandola in sé, come una gestazione al maschile. 

Ma la nascita simbolica dalla sua testa ci insegna una verità profonda. 

Ciò che è di dimensione del Femminino, la gestazione viscerale, di pancia, il portare nel buio umido della carne, non può essere acquisito o sostituito dal Mascolino. 

È un mistero che appartiene alla sfera del grembo. 

Tuttavia, esiste un'altra gestazione, una gestazione sublimata, spirituale, che avviene nella testa, nella sfera dell'Essenza. 

Ed è questa che l'Archetipo Resh, la testa, la funzione perfezionante, rappresenta.

Mi ha profondamente colpita scoprire che il valore numerico, ghematrico, di Resh è 200. E che questo numero corrisponde esattamente al valore ghematrico della parola ebraica "etzem", che significa "osso", ma anche, e qui sta il prodigio, "Essenza". 

L'osso è la struttura più profonda, ciò che resta, la parte più duratura e intima del corpo. 

Come l'Essenza è il nucleo più intimo e indistruttibile dell'essere. E non è forse l'osso la sede del midollo, dove si rigenera la vita del sangue? 

Inoltre, il 200 è anche il numero atomico dell'elemento calcio, "si-Dan" in ebraico, che letteralmente significa "il giudizio (Dan) è in esso". 

Dan era la tribù dei Giudici, e gli Shar-Dan erano i guerrieri del mare. 

Questo concetto di giudizio, di discernimento profondo, rimanda ancora una volta all'Arcano XX, il Risveglio, il momento in cui ogni cosa viene posta sulla bilancia e giudicata nella sua verità. 

Resh è quindi la forza attiva e creatrice del pensiero, la facoltà attraverso cui l'essere umano, usando l'intelletto in modo sapiente, può trascendere i propri limiti, ascendere verso i livelli più sublimi e reconditi del Creato, fino a toccare l'Essenza. 

Questa vibrazione di Resh è il canale che ci connette alle potenzialità più alte della mente. 

E poiché 200 è un'estensione potenziata del 2, Resh affonda le sue radici nel secondo Archetipo Ebraico, Beth, il Sacro Femminino, la Casa, colei che contiene, che offre la Forma perché la creazione possa manifestarsi. 

Beth, dal valore ghematrico 2, è rappresentato dall'Arcano Maggiore II, la Papessa, la custode dei veli e dei misteri.

Ed ecco che, in un cerchio che si chiude, ritorniamo alla Papessa, alla dimensione dell'Intelletto superiore di Athena. Capace di discernimento e di giudizio, di separare il vero dal falso, l'essenza dall'apparenza. 

Un Femminino che ha una visione d'insieme, che scruta oltre il velo di Maya e oltre il buio dell'ignoranza. 

La civetta, animale sacro ad Athena, con i suoi occhi che vedono nell'oscurità. 

Un Femminino che ricompatta, che riunisce i frammenti, come l'Archetipale Iside, la grande maga, che ricompone pazientemente il corpo smembrato di Osiride, riunendo i quattordici pezzi sparsi per l'Egitto. 

La Nun, il quattordicesimo Archetipo, con funzione trasmutazione, è rappresentata, geometricamente, dalla Vesica Piscis, che è la forma della nave Argo degli Argonauti, fatta con la quercia Sacra ad Athena, la cui polena, posta a prua dell'imbarcazione, con 50 rematori( valore ghematrico della Nun) guidava gli Argonauti. 

Da quella ricomposizione, da quella trasmutazione del quattordicesimo frammento (il fallo, ingoiato dal pesce Ossirinco , andato in sacrificio-https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/ossirinco.html?m=0), ella crea la vita. Il corpo, reso sacro dalla morte, viene trasfigurato in Oro, in luce immortale, e da esso nasce Horus, il figlio vendicatore, la luce che sconfigge le tenebre.

Il mio augurio più profondo, come Donna, come colei che incarna questo mistero, è che la nostra Essenza, questo nucleo di fuoco e di acqua, possa nascere in ogni Uomo. 

Non come conquista, non come emulazione, ma come sublimazione. 

Che l'Uomo impari a cogliere, dentro di sé, la nostra bellezza interiore, la nostra forza silenziosa, il nostro intelletto che tesse e connette, la nostra capacità creatrice che non è solo biologica ma spirituale. 

Non si tratta di una sterile emulazione di una partenogenesi che a noi è innata, ma di un riconoscimento. 

Athena nasce a sé stessa, autogenerata nell'atto stesso in cui viene alla luce. Non nasce da una gestazione, ma per mano di Efesto, simbolo del Fuoco sotterraneo, vulcanico, trasformatore. 

E di quel Fuoco, il Femminino è archetipale custode, come ho scritto e riscritto sulle pagine del mio cammino. 

È il Fuoco interiore di Madre Terra, il Fuoco ctonio che arde nel profondo, il Fuoco Sacro delle vestali, sempre vivo, inestinguibile, che scalda le radici del mondo.

Domani, nella Festa della Donna, il calendario esoterico ci pone proprio al centro dell'energia vibratoria del Sacro Archetipo Ebraico Shin, il ventunesimo. Shin, la cui forma ricorda tre fiamme riunite, è il Fuoco Sacro, lo Spirito che penetra la materia. 

Ed è collegato all'Arcano Maggiore XXI, il Mondo, che raffigura una donna nuda, danzante, avvolta da una ghirlanda di fiori, con in mano due bacchette, signora e sintesi di tutto il creato. 

Un Femminino in tutta la sua potenza, nudo e Vero, che danza leggero governando la Materia, tenendo le redini del divenire cosmico. 

Domani, inoltre, abbiamo la Luna calante in Scorpione, segno d'Acqua profonda e misteriosa. Fuoco e Acqua, 

Shin e il segno dello Scorpione, si incontrano in una dialettica creatrice, in un amplesso alchemico da cui non può che nascere la trasmutazione. 

Perché Lei, la Donna, è Quintessenza. 

È il quinto elemento, la Somma, la sintesi perfetta di tutti gli Opposti. Efesto, il Fuoco, fa nascere Atena con lo strumento che più la rappresenta, l'ascia bipenne, simbolo ancestrale dell'unione dei contrari. 

Di questa sacra unione, il Femminino è la custode, la sacerdotessa, l'officiante.

Si dice, con voce grossolana, che le donne spesso non abbiano testa, che siano tutto cuore, istinto, emotività. 

E invece no. 

La loro forza più grande, il loro segreto alchemico, sta proprio nella capacità di sublimare il cuore nella testa. 

Nel portare l'intelligenza del sentire e la passione del pensare in un'unica, fiammeggiante sintesi. Questo le rende esponenzialmente declinabili e amplificabili in qualsiasi contesto, capaci di adattarsi come acqua e di penetrare come fuoco, affrancate ormai dal vecchio gioco della competizione sterile, del possesso che imprigiona, dell'inglobamento che annulla, della sudditanza che umilia. 

Perché non c'è niente di più triste, di più dissonante, che vedere una donna che ha abdicato alla sua Essenza per pensare e agire da uomo, indossando una maschera che non le appartiene. 

Io sono Donna, ancor prima di essere Femmina nel senso biologico del termine. 

Sono un'essenza, una vibrazione, un modo di essere nel mondo. 

E come tale, voglio essere riconosciuta. 

Per la mia Essenza profonda, per la mia anima, per la mia luce. 

Che questo 8 marzo, allora, sia per ogni Donna una vera e propria celebrazione del Riconoscimento. Riconoscimento di sé a sé, e riconoscimento da parte dell'Uomo, in un abbraccio che è la più alta delle liturgie.


Tiziana Fenu

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Nell'immagine, dipinto "Pallade Atena" di Klimt, 1898

Ho scelto questa rappresentazione perché amo Klimt, nel suo linguaggio cromatico in particolare, e perché il simbolismo della Medusa-Gorgone, come ho approfondito altre volte, é indissolubilmente sincreticamente legato, alla simbologia di Bes, rappresentante delle due polarità creatrici, di cui anche Atena, in tempi più recenti, è simbolo.

Festa della Donna/Athena




venerdì, marzo 06, 2026

💙Le profezie

 Le profezie, sono solo costanti, perché le linee spazio-temporali di questa dimensione, sono cicliche. Esse sono il solco inciso nel grande disco del cosmo, il respiro ritmico di un universo che si espande e contrae come il petto di un dio addormentato. 

Ogni era, ogni eone, è un ritorno. 

Ogni fine è già inscritta nell'inizio, come la quercia è già latente nella ghianda. Le profezie sono le ombre proiettate sulle pareti della caverna da una luce che non vediamo, ma che sappiamo esistere, e il loro ripetersi è il mantra sussurrato dalle stelle, l'eco del grande anno platonico che compie la sua rivoluzione.

Ma le variabili, sono infinitamente più importanti delle costanti. 

Perché se le costanti sono la trama del telaio cosmico, le variabili ne sono l'ordito

Se le costanti sono la legge, le variabili ne sono l’interpretazione vivente. 

Esse sono la scintilla imprevedibile nel cuore del cristallo, la deviazione improvvisa del fiume che, senza mutare il corso dell'oceano, crea nuove valli e nuove vite. 

Nel grande libro delle corrispondenze ermetiche, le costanti dettano la grammatica dell'esistenza, ma le variabili ne scrivono la poesia. 

Sono il "così in alto" reso tangibile dal "così in basso". Ma è nell'attimo in cui il basso sceglie di tendere verso l'alto che si compie il miracolo della trasmutazione. 

La costante è la clessidra che misura il tempo, ma la variabile è il granello di sabbia che decide di brillare come una stella per un istante prima di cadere.

Gli esseri umani, in quanto esseri dotati di libero arbitrio, possono scegliere. Ecco il sigillo della nostra natura divina, il marchio del creatore impresso nella creta. 

Non siamo pedine sulla scacchiera del fato, ma giocatori che, mossa dopo mossa, riscrivono le regole del gioco pur stando dentro la partita. 

La scelta è il punto di intersezione tra il tempo e l'eterno, l'attimo fuggente in cui la potenza diventa atto. 

È l’ago della bilancia che pende ora da un lato ora dall’altro, determinando se quel ciclo, quella costante, si chiuderà con un lamento o con un inno di gloria.

Siamo anima e corpo. 

Siamo la fiaccola di carne che contiene la fiamma immortale. 

Il corpo è il tempio, l’athanor, il crogiolo alchemico dove l’anima, soffio divino e principio eterno, compie la sua opera. 

Non siamo solo abitanti di questa dimensione. 

Siamo il punto d'incontro tra la terra e il cielo, tra il mondo sublunare del divenire e le sfere celesti dell'essere. In noi si congiungono l’oscurità feconda della materia primordiale e la luce intellegibile dello spirito. 

Il corpo è il libro. 

L'anima è la parola che vi è inscritta.

Siamo intelligenza e intuito. L’intelligenza è la lama forgiata nel fuoco della logica, lo strumento che disseziona il reale per comprenderne i meccanismi, la luce che illumina il sentiero. 

L’intuito è la conoscenza che precede il pensiero, la voce silenziosa che parla nel linguaggio dei simboli e delle sincronicita', il lampo che rivela l’intero paesaggio prima che l’occhio ne abbia esplorato ogni singolo albero. L'intelligenza conta i petali del fiore. 

L'intuito ne percepisce la bellezza e ne intuisce il messaggio segreto per l'ape che verrà. 

Il loro connubio è la pietra angolare della saggezza, l’ermafrodito perfetto dell’ermetismo.

Siamo frattali di Intelletto. Frammenti dello specchio infranto di Dio, ognuno di noi riflette, in scala ridotta e con angolatura unica, la totalità della Mente Universale. 

In ogni uomo è racchiuso l'intero universo, e comprendere sé stessi significa comprendere il Tutto. Non siamo gocce nell'oceano, siamo l'intero oceano in una goccia. 

La nostra mente individuale è un'iterazione, un ricamo locale e irripetibile, del grande disegno dell'Anima Mundi. Esplorare i nostri abissi interiori significa navigare tra le costellazioni del macrocosmo.

L'evoluzione è la non adesione alla reiterazione fine a sé stessa. 

L'evoluzione non è un semplice scorrere, ma un innalzarsi. 

È la pianta che non si limita a rifiorire ogni primavera allo stesso modo, ma che, ciclo dopo ciclo, tende i suoi rami sempre più in alto verso il sole. 

È l’alchimista che, dopo aver compreso le proprietà del piombo (la costante), non si accontenta di foggiarlo in un vaso più o meno bello, ma sogna di trasformarlo in oro. 

La reiterazione fine a sé stessa è il sonno dello spirito, la ruota del samsara che ci fa girare a vuoto nelle prigioni del già visto e del già vissuto. Evolversi significa spezzare l’incantesimo della ripetizione meccanica, introdurre la variabile divina della consapevolezza nel ciclo cieco della natura. 

Significa danzare con la costante senza esserne posseduti, usare il ritmo della ruota per proiettarci oltre il suo stesso perimetro, verso quel centro immobile dove il tempo non è più ciclo, ma eterno presente. 

È in questa rottura, in questo scarto infinitesimale ma sostanziale, che l'umano diviene ponte, e la creatura si fa creatrice.


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Le profezie





💛I due pilastri con Chevron di Bessude

 


Riprendo uno scritto di 4 anni fa

( https://maldalchimia.blogspot.com/2022/03/motivi-chevron-nelle-domus.html

 che ho ripubblicato 3 giorni fa 

(https://www.facebook.com/share/p/1HJrHLySXK/)

Qui ci troviamo di fronte a due mondi, scolpiti nella roccia a pochi chilometri di distanza l'uno dall'altro, nella Sardegna nord-occidentale. Da un lato, il pilastro scolpito nella necropoli di S'ena 'e Cannuja, a Bessude( Sassari), e dall'altro, quello nella necropoli di Mesu 'e Montes, a Ossi( Sassari) 

A un occhio distratto, possono sembrare simili, entrambi adorni di quei motivi che l'archeologia ufficiale, troppo spesso, liquida sbrigativamente come "protomi taurine" o, al massimo, come un anonimo "motivo a spina di pesce". Ma io, ormai, ho imparato che in questa terra antica nulla è lasciato al caso. 

Ogni segno, ogni piccolo dettaglio, è un portale verso una cosmogonia profonda, e fraintenderli significa perdere per sempre la voce dei nostri antenati.

Il pilastro di Bessude mi parla di un linguaggio interamente femminile. 

I suoi chevron, quelle "V" scolpite nella pietra, hanno il vertice rigorosamente rivolto verso il basso. Non c'è dubbio che sia la rappresentazione del pube femminile, del triangolo sacro da cui la vita si affaccia al mondo. 

Ma non è un simbolo statico. Questi chevron sono impilati l'uno dentro l'altro, in una duplicazione ritmica che simula la ripetizione, la capacità infinita di moltiplicare, di generare. 

È l'abbondanza del raccolto, la potenza rigeneratrice della terra. 

E sono esattamente cinque. 

Il cinque, qui, diventa la chiave di volta. 

È il numero legato al Sacro Femminino, al pianeta Venere, che con il suo percorso pentalfico traccia nel cielo una stella a cinque punte ogni otto anni, morendo e rinascendo come stella del mattino e della sera. 

Unendo quelle cinque punte, si ottiene un pentagono, che a sua volta ne genera un altro, rovesciato, e in quel gioco di specchi si cela anche il Mascolino, la protome del Toro con le sue corna. 

Ma il legame più profondo, per me, è astrale. 

Il numero cinque segna l'asse sacro sulla Via Lattea, quel percorso che dalla costellazione del Toro (con le sue Pleiadi e la sua stella Aldebaran) conduce, attraverso la cintura di Orione, fino a Sirio, l'astro di Iside. 

Questo è l'asse di Nascita e Rinascita. 

Il pentacolo, che in Mesopotamia era il simbolo di Ishtar, dea della fertilità, in Egitto diventa il simbolo di Sothis, Sirio, identificata con Iside, il principio femminino divino che emerge dalle acque come Venere. 

Un simbolismo, quello delle acque inferiori che generano la vita, che giunge fino a Maria, chiamata "Stella Maris". 

I cinque vertici del pilastro di Bessude sono dunque il grembo stesso di Madre Terra che si duplica, offrendo la rinascita eterna lungo quell'asse "Sirio/Toro". 

Il cinque, in questo contesto, è la quintessenza della creazione, l'unione della dualità del due (la materia) con la trinità dello spirito (il tre). 

Non è una semplice "spina di pesce". 

È una dichiarazione profonda e concettuale sulla riproduzione e la duplicazione del Sacro Femminino, in cui il maschile è implicito, armoniosamente integrato.

Poi, il mio sguardo si è sposta al pilastro di Ossi, e il linguaggio cambia. 

Qui i due principi sono distinti, posti in dialogo uno sopra l'altro. In alto, campeggia un simbolo chiaramente taurino, con la fronte della protome ben definita e le corna poderose, un inno alla potenza fecondatrice maschile. Sotto, invece, il motivo è più lineare, una "V" che non ha le sagomature del simbolo superiore, e che quindi richiama senza fraintesi il pube femminile. 

È la rappresentazione differenziata del Maschile e del Femminile, la loro sacra complementarietà. 

E del resto, questa Domus de Janas a Ossi è un vero e proprio tempio della natività, un ancestrale presepe (https://maldalchimia.blogspot.com/2020/12/perche-il-nostro-presepe-in-sardegna-lo.html?m=0.)

Al suo interno, si trovano l'elemento triadico delle tre pietre dentro una doppia circonferenza (il maschile e il femminile insieme), e quelle due doppie falci di luna che sembrano trasportare una forma simile a un nuraghe, come una barca solare che traghetta l'Horus, l'oro della sintesi creatrice, millenni prima che gli Egizi la scolpissero. 

E poi, l'archetipo della donna partoriente, la Sheela Na Gig, che celebra il mistero del parto.

Ma c'è un dettaglio fondamentale che ho compreso solo dopo, osservando la loro disposizione spaziale. 

Questi due pilastri nella necropoli di S'ena 'e Cannuja, a Bessude non sono solo uno di fronte all'altro idealmente, ma anche materialmente, e il loro orientamento è tutto.

Il pilastro di destra, quello che nella mia analisi ho associato a un simbolismo più marcatamente maschile o, comunque, a una differenziazione più netta, presenta i suoi 4 chevron orientati a sud-est. 

Il pilastro di sinistra, quello di Bessude, con i suoi 5 chevron femminili, li ha orientati a nord-ovest.

In alchimia e in molte tradizioni esoteriche, i punti cardinali non sono semplici coordinate geografiche, ma vere e proprie forze qualificate. 

Il Nord-Ovest è la porta delle ombre, il punto in cui il sole muore, il regno dei trapassati, degli antenati. 

È la direzione della notte, del buio fecondo, della discesa negli inferi, nella matrice terra. 

È l'ingresso del grembo. Che i cinque chevron del Femminino, simbolo di moltiplicazione e generazione, siano orientati proprio qui, mi appare di una coerenza sconvolgente. 

Guardano a Nord-Ovest perché è lì che si entra per rinascere, è da quel buio che la vita, come un seme, deve germogliare. 

È l'asse della morte che diventa preludio di una nuova nascita, il ritorno nella "casa delle janas", nel ventre della Madre Terra, in attesa della rinascita astrale lungo l'asse di Sirio( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/03/la-y-taurina-di-ascensione-lungo-la-via.html?m=0) 

5 chevron, come la Tanit stilizzata, un pentacolo. Come  percorso astrale di Venere nel cielo nel ciclo di 8 anni 

Gli chevron sono infatti  strettamente associati alla dea Tanit. Costituiscono infatti la parte inferiore del suo simbolo più caratteristico .

Il "simbolo di Tanit" è un'icona antropomorfa  presentissima in Sardegna ( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/07/parlare-della-dea-tanit-in-sardegna-e.html?m=0) 

Il triangolo pubico, la vulva, il becco, l'archetipale dea Uccello, simbolismo presente fin dal Paleolitico superiore. 


Il Sud-est, al contrario, è il punto dell'aurora, del sole nascente, della luce che vince le tenebre. 

È la direzione della resurrezione, della vita che si manifesta, del principio attivo e solare. 

I 4 chevron del pilastro di Ossi, orientati qui, parlano del risveglio, dell'uscita dal grembo, della manifestazione della forza vitale. 

E il numero quattro è il numero della materia, del quadrato, della terra stabilizzata, dei quattro elementi e delle quattro direzioni. È il pilastro che sorregge il mondo manifesto.

E dai miei numerosi approfondimenti sulle direzioni cardinali, sapete che il sud-est è l'orientamento archeoastronomico maggiormente presente in Sardegna ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/08/orientamento-sud-sudest-di-alcuni-pozzi.html?m=0) che corrisponde all'alba del solstizio invernale, 

"Orientamenti a sud - sud/est( alba solstizio invernale), il cui lato  opposto è a Nord-ovest( tramonto del solstizio estivo) di alcuni dei pozzi sacri che ho approfondito nelle mie ricerche

Il sud est  è legato all'elemento fuoco( sud) e, all'elemento aria (est).

Anche l'ingresso dei nuraghi, è orientato secondo la direzione del vento.

È generalmente a sud est, perché in questa direzione soffia il caldo vento di scirocco e anche perché si poteva scorgere il sorgere del sole anche nei mesi invernali, essendo il sud est, corrispondente all'alba del solstizio invernale.

Il Vento, che qui in Sardegna è rappresentato dalla Maschera  de Su Bundu, del nostro Carrasegare sardo, la cui simbologia rimanda ad una dimensione energetica prettamente femminile ( approfondimenti nel mio scritto https://maldalchimia.blogspot.com/2020/12/bundu-bindubindi.html?m=0) 

Il significativo orientamento verso la levata solare solstiziale invernale dei pozzi celtici, come il nostro pozzo di Santa Cristina in particolare, come ho approfondito nel mio scritto( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/07/pozzo-santa-cristinamaddalena.html?m=0) rappresenta quindi questa dimensione metaforica, Femminea della Gestazione, del Sacro Femminino, della Maddalena, festeggiata proprio nell'ultimo giorno del segno del Cancro, segno d'acqua, governato dalla Luna, che indica proprio la dimensione della gestazione, la dimensione amniotica, prima che il Leone, simbolo solare per eccellenza, subentri, e si manifesti. 

Il pozzo, il custode, il grembo dell'acqua". 


Così, i due pilastri, posti uno di fronte all'altro, con i loro chevron orientati in direzioni opposte e speculari, diventano l'asse del mondo. 

Rappresentano l'intero ciclo. 

La discesa nel Nord-Ovest della morte e della gestazione nel grembo (5, il femminino, la quintessenza in potenza) e la risalita nel Sud-Est della vita e della manifestazione (4, il maschile, la stabilità della materia). 

Insieme, fomano un 9 ( 5+4=9) il Sacro Archetipo Ebraico Teth, il Femminino, il Serpente ( simbolo della tribù dei Dan-https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/il-simbolo-della-tribu-di-dan.html?m=0), la Sophia Superna, i 9 Archi del Cielo ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/07/cappello-ad-atza.html?m=0

"La conformazione ad atza, a punta, è tipica delle nostre rappresentazioni, nei bronzetti, negli ingressi triangolari dei nuraghi, dei pozzi sacri.

Indica la massima sinergia convogliata dalle due polarità, e al contempo la costellazione del Cigno, con le sue 9 stelle, i 9 archi del cielo. Shardana-https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/gonnellino-vcostellazione-cigno-utahuta.html?m=0) 

Sono le due colonne del tempio, quella di sinistra (Boaz) e quella di destra (Jachin), che nell'alchimia rappresentano i due opposti da congiungere, il fisso e il volatile, lo zolfo e il mercurio, la regina e il re.

Lo chevron stesso, in quest'ottica, si rivela nella sua natura archetipica profonda. 

Non è solo un motivo decorativo, ma il simbolo universale dell'utero, della montagna sacra, dell'incavo che accoglie. 

Nelle antiche civiltà, lo si trova a simboleggiare sia le acque primordiali che il grembo della Grande Madre. 

Qui, in Sardegna, a seconda del numero e dell'orientamento, ne declina tutte le sfumature.

A Ossi, il pilastro con chevron ci mostra la differenziazione, il dialogo tra i due principi in vista della creazione. 

A Bessude, la Domus de Janas ci mostra l'unità fondamentale, il principio generatore non ancora differenziato, ma già attivo nella sua potenza moltiplicatrice. 

E tutto questo si ricollega a quel filo d'oro che ho inseguito più volte, come nel caso della nostra piccola "Dea Madre/scarabeo" di Cuccuru S'arriu, che anticipa di millenni lo scarabeo psicopompo egizio https://maldalchimia.blogspot.com/2021/03/lo-scarabeo-umanoide-egizio-khepri-e-la.html?m=0. 

Anche lì, il principio è lo stesso. 

Il cuore, l'intelletto d'amore che guida l'anima nel suo viaggio, custodito dal Femminino Sacro.

I simboli non sono tutti uguali. Differiscono per piccoli, infinitesimali particolari, e in quei dettagli si cela la conoscenza più alta. 

Questi due pilastri, uno di fronte all'altro, con i loro chevron che guardano a Nord-Ovest e a Sud-Est, sono il libro di pietra su cui i nostri antenati hanno scritto, millenni fa, il mistero della vita, della morte e della continua, eterna, rinascita.


Tiziana Fenu 

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Prima Immagine  i due pilastri necropoli di S'ena 'e Cannuja, a Bessude,

http://catalogo.beniculturali.it/detail/SARDEGNA/ArchaeologicalProperty/2000237907


Seconda immagine 

Pilastro nella necropoli di Mesu 'e Montes, a Ossi

https://www.lanuovasardegna.it/regione/2021/07/11/news/nuraghi-domus-de-janas-e-ziqqurat-l-immensa-grandezza-di-un-passato-da-recuperare-1.40488766

I due pilastri con Chevron di Bessude









giovedì, marzo 05, 2026

❤️L'Amore è cieco ( Diamanti di Rugiada)

 

L'Amore è cieco.
Sbaglia mira.
Non punta alla persona.
Punta all'essenza.
A ciò che potrebbe non piacerci.
A ciò che non vogliamo vedere.
Ma che riconosciamo
come ferita
i cui lembi non combaciano.
L'Amore arriva senza pietà.
Non chiede permesso.
Scuote il terreno sotto i piedi.
Ci fa perdere l'equilibrio
sopra un cielo senza orizzonte.
L'Amore scortica a nuova linfa.
Sinche' non trova
il morbido mallo
da cui estrarre l'ambrosia.
Amore è odiare il riflesso
nell'occhio dell'altro.
E amare invece ciò che vede in noi.
Amore è riconoscere
ciò che di noi
non abbiamo mai amato
e non sapere cosa farne.
Amore significa aprire
quel pugno stretto
con le nocche scorticate dalla vita.
E offrire all'altro
ciò che non sappiamo
nemmeno a noi stessi.
Fidarci dell'altro.
Come cadere nel vuoto.
Di schiena.
Senza sapere se davvero
c'è un braccio forte
ad attutire la presa.
Un cuore morbido.
Come una caramella mou
che non teme le tue asperità.
Che non si sgonfia.
Che non perde pressione.
Che ti riempie la bocca di dolcezza.
Di parole
che ti si strozzano in gola.
Come uno straccio
che ha assorbito tutte le lacrime.
Che ti sei tenuto dentro.
Come un oceano infinito
di burrasca
sotto il battito d'ali
di ciò che non è mai stato
e che ora
distendi al sole.
Con un colpo di magia.
Come fanno i prestigiatori
con i loro teli di incanto.
E chiudi gli occhi.
E quando li riapri
è una distesa di fiori.
È il profumo
delle tue labbra
sul mio cuore di neve.

Tratto dal mio libro
"Diamanti di Rugiada. Attimi di luce allo stato liquido"
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Tiziana Fenu
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L'amore è cieco ( Diamanti di Rugiada)





💛Trilobato ( libro Uomini senza Ombra

 "Ho profonda ammirazione per le produzioni artistiche della cultura sarda di San Michele di Ozieri (4000-2700 aC circa), prendendo il nome dal sito del ritrovamento dei suoi reperti. 

Questi manufatti, realizzati in argilla finemente lavorata, si caratterizzano per l'estrema raffinatezza delle incisioni, che spaziano dal lineare al dentellato, e per una variazione cromatica che include il nero lucido, il bianco e le tonalità intermedie dell'ocra e del rosso corallo.

La decorazione si sviluppa attraverso motivi geometrici, spesso spiralizzati o concentrici, che trasmettono un'impressione di dinamismo. Questa energia creativa si manifesta anche nelle prime rappresentazioni del "ballo tondo", dove figure umane altamente stilizzate, a forma di "clessidra", con i due triangoli uniti per il vertice, evocano il movimento dinamico e toroidale dell'incontro tra le polarità maschile e femminile, richiamando simboli come il Sacro Vajra.

Identifico questo ballo tondo con una possibile danza rituale del palazzo di Cnosso, collegandola al mito del labirinto e associandola simbolicamente alla gru o, forse, al fenicottero. 

Quest'ultimo, in particolare, rappresenterebbe l'Araba Fenice, il cui piumaggio simile a fiamme e il ciclo di rinascita continua rispecchiano il moto a spirale concentrica e il perpetuo divenire raffigurati sui vasi Ozieri. 

Si tratta di una danza fortemente simbolica, la cui eredità è percepita come ancora viva nella tradizione.

Il suo movimento è paragonato a quello di un labirinto, a riccioli o spirali che si aprono e si chiudono alla vita. 

Il labirinto, infatti, insegnerebbe l'arte di addentrarsi senza perdersi, di fluttuare al suo interno per poi ritornare al punto di partenza, in un percorso circolare e trasformativo. 

È una metafora dell'entrare nel grembo di sé stessi per raggiungere la propria Essenza e rinascere a nuova vita, una rinascita che richiede la connessione e la sinergia delle due polarità opposte interne. 

Solo tramite questo equilibrio e questa alchimia trasformativa si può "attraversare il guado", superare una prova o una transizione.

Questa cultura di San Michele di Ozieri si è sviluppata parallelamente alle Domus de Janas[...] 

Anche le Domus de Janas necessitano dell'azione combinata di elementi opposti (come il principio fertilizzante ed elettrico del Sole e il grembo oscuro della terra) per permettere il passaggio da una dimensione all'altra. 

All'alba, la luce del sole penetrerebbe attraverso le piccole porte, spesso triplici e di forma quadrata, creando un portale che fertilizza la terra e porta luce nell'oscurità, simboleggiando guarigione e rinascita.

La forma quadrata della porta rappresenta la terra e l'elemento femmineo che si fa penetrare, racchiudendo in sé i quattro elementi (aria, acqua, terra, fuoco) e i quattro punti cardinali. 

[...] 

È quindi naturale, che un tipo di cultura che esprime un così sacro equilibrio di energie sia nata in concomitanza con lo sviluppo delle Domus de Janas, di cui costituisce la manifestazione artistica naturale[...] 

Questa interazione dei due triangoli che si intersecano, dà vita, in tridimensionalità, alla Merkaba, il corpo energetico di ogni essere vivente.

L'elemento "3" è onnipresente in Sardegna. 

Nelle planimetrie dei nuraghi, nelle triple corna taurine, nei petroglifi, e nei moduli numerici, come nei 24+12 = 36 gradini del Pozzo di Santa Cristina, multipli di tre. 

"Su Santu Doxi", il "Santo 12",numero sacro, ha base 3, il numero della creazione. Questa ricorrenza la ritrovo anche in altre dimensioni legate alla costellazione di Orione, come nell'altare di Oschiri o nelle Tombe dei Giganti a Tamuli, allineate come le piramidi di Giza.

La disposizione a triangolo dei nuraghi trilobati risponde a una doppia chiamata. 

Una terrena, che segna il territorio con una geometria sacra, e una spirituale, di elevazione verso il divino, resa evidente dalla forma conica e spiralizzata che punta al cielo, simile a una moderna piramide energetica.

Il simbolo del trilobato è un archetipo universale. 

Lo ritroviamo nel Triskel celtico, nel "fleur-de-lis" medievale (simbolo di regalità e della Trinità), in epoca precolombiana legato all'albero della vita, e come acronimo "Y" o "YH" della divinità creatrice androgina dei Sardi. 

[...] Il triangolo è il nucleo primario del Fiore della Vita, la matrice da cui si sviluppano i solidi platonici e si passa dalla bidimensionalità alla tridimensionalità. 

È anche il simbolo del fuoco ( vertice in alto) e dell'acqua ( vertice in basso), rendendo i nuraghi trilobati dei veri e propri luoghi sacri di alchimia creativa.

Nel mio percorso di ricerca, collego tutto questo alle capacità sciamaniche dei nostri antenati, i fulguratores, che evocavano fulmini e temporali. 

La parola cinese per fulmine, "Shendian" ("Shen", elettrico/maschile e "Dian", magnetico/femminile), ha una somiglianza fonetica e concettuale impressionante con "Sherdian/Shardani". 

Sono convinta che gli Antichi Sardi fossero una civiltà avanzatissima di sciamani, architetti e scienziati, conoscitori dell'energia toroidale (simbolizzata dal Toro/Boes) e delle tecniche ipnotiche, come quelle basate su mandala a matrice triangolare (Sri Yantra).

Questa energia toroidale, a forma di ciambella, è il campo che avvolge ogni essere vivente e si sviluppa a partire dal cuore. 

Sale a spirale, proprio come la struttura dei nuraghi. Immaginare tre nuraghi disposti a triangolo significa pensare a un potentissimo catalizzatore energetico. 

È lo stesso movimento della Kundalini e del DNA, che non è solo un codice genetico ma un induttore elettromagnetico.

La connessione più sorprendente è con l'acqua. 

La molecola dell'acqua, nei suoi legami a idrogeno, forma una figura tetraedrica, che è la versione tridimensionale di una base triangolare. 

Ecco perché il "trilobato" era il "seme" da salvare nell'Arca: è la base della struttura dell'acqua, la depositaria della memoria della vita. 

Gli Antichi Sardi, attraverso la memoria animica o akashica, conoscevano questa struttura e il culto dell'acqua è il cuore stesso della civiltà sarda. 

I pozzi sacri, con il loro ingresso triangolare che simboleggia il ventre cosmico, sono luoghi di immersione in questa memoria.

Tutto questo si unisce al potere del suono e della vibrazione. 

I canti a Tenores, il suono delle launeddas e forse l'antico suono dei campanacci dei Mamuthone avevano frequenze armoniche e terapeutiche, in grado di modificare la materia. 

Pitagora diceva che la geometria è musica solidificata.

Leggendo l'epopea di Gilgamesh, ho capito che il diluvio, l'acqua, nasce dal "sonno" e si può sopravvivere solo "ricordando" attraverso il simbolo del trilobato. 

Il diluvio non è solo una catastrofe, ma un processo necessario per accedere all'oblio e, attraverso di esso, alla memoria più profonda. 

I Sardi erano chiamati "il popolo dei dormienti" perché praticavano l'incubazione non per chiedere, ma per abbandonarsi all'oblio del "senza tempo" e ricordare la loro origine divina. 

Erano "uomini senza ombra" nel momento azimutale del sole, sospesi in un'altra dimensione".


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 


Tratto dal mio saggio 

"Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna" 

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Link principali di riferimento nel mio blog

https://maldalchimia.blogspot.com/2021/10/ballu-tundu.html

https://maldalchimia.blogspot.com/2021/05/la-cultura-di-ozieri-eterno-divenire.html

https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/la-navicella-triangolare-sarda.html

https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/shen-diansherdian.html

https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/i-custodi-della-memoria-del-trilobato.html

Trilobato ( libro Uomini senza Ombra)








martedì, marzo 03, 2026

💙Circe /plenilunio luna Rossa /eclissi lunare

 Il Sigillo di Circe, una Soglia Lunare tra gli Abissi e la Pietra, incastonata nel cuore del Mediterraneo, lontano dalle rotte tracciate dalla ragione e dalla volontà eroica, dove sorge l’isola che non si trova sulle carte nautiche dei naviganti solari. 

È Eea, il cerchio magico, il Temenos sacro lambito dalle acque primordiali. 

In quel recinto di potenza, non regna una semplice "maga", ma la sua ipostasi vivente, Circe, archetipo lunare di una potenza tellurica che la modernità, con il suo sguardo profano, ha incatenato e rimpicciolito.

La tradizione omerica, figlia di un pensiero che iniziava a erigere il pilastro solare del Logos maschile a discapito della notte del grembo, ci consegna l'immagine di una figura temibile e affascinante, ma già "fagocitata" dall'epica dell'eroe. Ulisse, l'uomo dai molti inganni, che penetra nel suo recinto e ne esce vincitore, seducendola o imponendole un giuramento. Eppure, dietro il velo di questa narrazione iniziatica di stampo solare, si cela un mistero più profondo. quello della Dea al centro del mondo.

Circe è l'Anima Mundi, l'Essenza stessa di una Natura che è al contempo nutrice e divoratrice, capace di nobilitare l'umano restituendogli la sua scintilla divina o di svilirlo, ricacciandolo nella gabbia della sua animalità istintuale. 

Il suo potere non è stregoneria minore, incantamento da fiera, ma Teurgia. 

È l'arte sacra di operare con le forze divine, di attraversare la soglia che separa la forma dalla sua dissoluzione.

La sua isola, Eea( così simile ad Eva/Era) in greco antico Aiaia, che corrisponde al nostro sardo "nonna", inteso come figura genealogica archetipale importante, cerchio d'acqua e di terra, è l'Atanor perfetto, l'Uovo Filosofale dove avviene il Grande Mistero. 

Circondata dall'acqua, il suo elemento madre, ella è la Soglia tra il Caos delle potenzialità indifferenziate (l'Acqua) e la manifestazione della forma (la Terra dell'isola). 

In questo spazio liminale, lei estrae i segreti di Madre Terra, non diversamente da un Alchimista che dalla Materia Prima cerca di estrarre la Quintessenza.

Le sue "pozioni" non sono filtri d'amore o veleni volgari. Sono Elisir di trasformazione. 

Ogni intruglio che bolle nei suoi calderoni è una "solve et coagula" operata sulla psiche dei mortali. 

Chi beve dalle sue mani, e non possiede la virtù dell'eroe iniziato, la "Mens"  retta, il "Moly" donato da Hermes( la pianta magica divina, una radice, potente antidoto contro i sortilegi di Circe, e oltre, un oggetto magico che incarna l'intervento divino a favore dell'eroe), vede la propria natura inferiore precipitare e solidificarsi nella bestia che già era, il porco, simbolo dell'ignoranza e della gola, è l'uomo che ha smarrito il proprio centro, prigioniero della materia. Ma chi, come Ulisse, si avvicina a lei con la spada sguainata dello spirito e l'antidoto dell'intelletto divino, può bere il medesimo calice e divenire amante della Dea, ricevendo da lei la conoscenza dei mondi sotterranei e la via per il ritorno a casa, ovvero per la reintegrazione nel proprio Sè superiore.

Circe è dunque il volto terribile e misericordioso della Sophia Perennis, la verità universale ed eterna, fondamento di tutte le spiritualità. 

È colei che custodisce le chiavi del Regno Minerale, Vegetale e Animale, perché in lei pulsano ancora i ritmi ciclici della Grande Madre. 

La Luna crescente che attira le maree dell'istinto. 

La Luna piena che illumina la notte dell'anima. 

Come quella di oggi, la Luna Rossa di sangue. 

La Luna calante che accompagna ogni creatura verso la dissoluzione necessaria per una nuova nascita, fino a magnificarsi nel plenilunio. 

Il suo canto, che ammalia i naviganti e li attira sugli scogli, non è che la voce stessa del Mistero, il richiamo dell'Abisso che invita l'eroe a discendere, a morire a sé stesso per poter rinascere non più come uomo comune, ma come Iniziato. 

Sconfiggere Circe, nel senso deteriore del termine, è impossibile, perché significherebbe negare la forza stessa che anima la vita. Possederla, nel senso ermetico, significa invece unirsi a lei, riconoscere in lei la propria parte inconscia e lunare, il ricettacolo primordiale da cui ogni forma emerge e a cui ogni forma fa ritorno.

Così, nella solitudine della sua isola senza tempo, Circe rimane la Maga nel senso più alto. 

È la Sacerdotessa di una conoscenza che non si insegna nelle scuole degli uomini, ma si riceve solo attraversando il Fuoco della trasformazione, vegliati dal suo sguardo che è lo stesso sguardo della Notte, della Morte e della Rigenerazione.

In un momento in cui la luna, piena e perfetta, comincia a scivolare nell'ombra della terra, non si manifesta come sparizione, ma una trasformazione. 

Il suo disco argenteo si vela, e mentre l'oscurità la divora, non scompare nel nero, ma si accende di un rosso profondo, cupo, ferruginoso. 

È la luna di sangue. 

È in questo istante sospeso, in questo cratere celeste di ombra e luce rifratta, che l'antica magia di Circe si rivela nella sua vera natura alchemica.

Circe non è solo una maga, è l'incarnazione stessa del processo. La sua isola, Eea, è il vaso chiuso e sigillato dell'athanor, il forno alchemico dove il tempo e il calore compiono il loro lavoro segreto. 

La luna piena è la sua corona, il simbolo del completamento di un ciclo, della totalità raggiunta prima della dissoluzione. 

Ma quando questa luna viene eclissata e si tinge di rosso, non assistiamo a una fine, ma al momento cruciale dell'Opera al Rosso. 

Quel sangue lunare non è morte, ma la Rubedo, l'ultima e più alta fase del Grande Opera. 

È il punto in cui il bianco argenteo della luna (l'Albedo, la purificazione) viene fecondato e penetrato dal principio solare e maschile, rappresentato dall'ombra della terra che la copre. Dall'unione di questi opposti, dalla congiunzione del Sole e della Luna nell'ombra, nasce il colore regale, lo spettro del fuoco interiore che arde non per consumare, ma per fissare lo spirito nella materia.

E chi sono i porci che Circe raduna intorno a sé, se non la materia prima ? 

Sono gli istinti grezzi, la natura ferina e non ancora trasmutata che ogni uomo porta con sé. 

Ulisse, è l'iniziato che possiede l'antidoto, la conoscenza per non rimanere prigioniero della sola materia. 

Ma Circe non è l'ingannatrice che degrada. 

È l'artefice che opera la necessaria putrefazione.

La Luna Rossa di Sangue che sovrasta la sua isola è il segno esteriore di questo processo interiore. 

La putrefazione alchemica, la Nigredo che precede la gloria, è simboleggiata da quel colore inquietante. 

È il momento in cui il composto deve annerire e marcire, come il sangue coagulato, per poter liberare i semi della nuova vita. 

Gli animali nel suo cortile non sono anime dannate, ma principi in attesa di essere fissati, forme caotiche che aspettano di essere riportate alla loro vera essenza attraverso il fuoco e l'acqua, il maschile e il femminile.

Così, l'eclissi totale di luna diventa l'istante perfetto dello Hieros Gamos, le nozze chimiche. 

La luna (la regina, l'argento vivo, l'anima) viene fecondata dall'ombra del sole nero dell'eclissi (il re, lo zolfo, lo spirito). 

E da questo amplesso cosmico, velato allo sguardo profano, si sprigiona la luce fissa della pietra filosofale. 

Il cerchio magico che Circe traccia sulla sabbia non è diverso dall'orbita lunare che in quell'attimo viene attraversata. Entrambi sono il confine sacro dove la trasformazione diventa possibile.

Vedere la luna di sangue sull'isola di Circe significa assistere al momento più segreto della creazione. 

Significa comprendere che il veleno e la medicina sono lo stesso elisir, e che per elevare la natura a spirito, bisogna prima immergerla nel sangue della propria ombra, aspettando che l'eclissi passi e che la luce, rinata dall'oscurità, risplenda di una nuova, inalterabile purezza.

Intenso simbolismo, in questo passaggio, traguardato dal Sacro Archetipo Ebraico Ayin, il sedicesimo, la corrispondenza, l'occhio divino, la Sorgente, correlato all'Arcano Maggiore XVI della Torre, Torre che è "mgd" ebraico, un Femminino (MaGDalena/aMiGdala). 

Tutto estremamente simbolico. 

Con infinita gratitudine sempre. 


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Circe/plenilunio luna Rossa













lunedì, marzo 02, 2026

💛Su Componidori

 La Ierogamia del Dio Pluviale. Su Componidori e il Mistero del Santo Dodici. 

Nel cuore pulsante della Sardegna, durante i giorni centrali del Carnevale di Oristano, si compie un mistero che affonda le radici in una notte dei tempi pre-cristiana, un’epifania di sacro che trasfigura l’uomo in dio. 

È l’avvento di Su Componidori, il Signore delle Pariglie, il cui nome stesso è un sigillo di potenza arcaica. 

È "colui che compone", che ordina, che dispone. 

Ma la sua essenza più recondita, la sua virtù sciamanica primigenia, è racchiusa nell’etimologia che lo lega alla pioggia. 

"Colui che fa sgorgare l’acqua dai cumuli". 

Egli è, nella sua manifestazione terrena, lo Sciamano della Pioggia, il discendente di un lignaggio di incantatori di nubi, capace di evocare dal cielo il prezioso umore che feconda la Madre Terra.

Prima di librarsi nel volteggio, prima di tendere la mano verso il simbolo sospeso, Su Componidori subisce una metamorfosi rituale che lo consacra come Divinità Vivente. 

Non è più un uomo, ma il tramite attraverso cui l’invisibile si fa carne. L’investitura è un atto di morte iniziatica e di rinascita in una dimensione altra, sospesa tra umano e divino. 

La sua missione, in questo stato di grazia ieratica, è di chiedere il permesso alla Grande Madre, alla Terra che attende, per conquistare quel simbolo supremo di fecondità, la stella a sei punte. 

Essa non è un mero ornamento, ma il geroglifico vivente dell’unione cosmica, la sigla alchemica della perfetta sintesi tra il principio maschile (il Sole, la forza fecondatrice) e il principio femminile (l’Acqua, la linfa vitale che sgorga dal grembo tellurico). 

È l’androgino divino, il Rebis, che il Dio vivente deve raggiungere e infilzare con "su stoccu", il lungo bastone, che in quel gesto si fa fallo sacro, asse del mondo, parafulmine di energie celesti.

L’atto è un’autentica ierogamia, una copula sacra. 

Da un lato, Su Componidori, il Dio Androgino per eccellenza. 

La sua stessa natura è già un sei, un numero perfetto che, come l’esagramma, è la somma e la sintesi di due triadi. 

I tre principi attivi e i tre passivi, il maschile e il femminile ricomposti nell’unità di una coscienza superiore. 

Questa natura duale e unitaria al contempo, è resa manifesta dalla sua maschera bianca, asessuata, impenetrabile, specchio di un’energia divina che trascende le polarità. Dall’altro lato, la stella a sei punte, l’altro sei, simbolo della stessa armonia cosmica sospesa nell’aria, in attesa di essere fecondata. 

Quando la punta di "su stoccu" penetra il cuore della stella, due sei si uniscono in un amplesso mistico. 

Dal loro congiungimento scaturisce il numero perfetto, il "Santu Doxi", il Santo Dodici. Questa cifra sacra, tanto venerata dagli Antichi Sardi, non è che la proiezione nel ciclo temporale dell’eternità: dodici sono i mesi dell’anno, dodici le lune, dodici le stazioni dello zodiaco. 

L’unione dei due sei garantisce la benedizione e la prosperità per l’intero ciclo annuale, sigillando un patto tra cielo e terra, tra il dio e la sua comunità.

A coronamento del rito, Su Componidori elargisce una benedizione che è, in sé, un compendio di simboli. Nella mano stringe "sa Pippia de Maiu", un mazzolino composto da viole mammole e pervinca. 

Il nome stesso è un portale etimologico: "Pippia", dall’accadico "pi-pium", che significa "sorgente". 

Non è un fiore, ma una sorgente vegetale, un’emanazione del principio vitale primordiale. 

"Maiu", come chiarisce il prof. Dedola, non rimanda al mese di maggio, ma all’accadico "Mahhu", che significa "sciamano", "folle". 

Sa Pippia de Maiu è dunque la "sorgente dello sciamano", la fonte della sua follia sacra, della sua potenza visionaria. 

Questo "folle" evoca immediatamente l’Heyoka degli Indiani delle Pianure, il Sacro Sciamano, l’Uccello del Tuono. 

Come l’Heyoka, che vive e agisce al contrario, capovolgendo le convenzioni per dominare le forze atmosferiche, così Su Componidori è colui che, in un tempo "capovolto" come il Carnevale, può evocare e governare pioggia, vento e fulmini. 

Il mazzolino stesso, con la sua forma di due triangoli congiunti per il vertice, riproduce la forma del Vajra tibetano, lo scettro adamantino che rappresenta il fulmine, l’illuminazione istantanea, l’energia creatrice scaturita dall’unione dinamica dei due opposti.

Ogni fiore del mazzolino è un archetipo. 

La viola mammola, con la sua fragranza intima e il colore profondo, incarna il Femminino, l’aspetto ricettivo e generativo della natura. 

La pervinca, dal canto suo, è la pianta sacra a Su Maimone, l’antica divinità della pioggia. Un tempo, "su Maimoni" veniva portato in processione come un fantoccio propiziatorio, adagiato su una barella di canne incrociate, con al centro una corona di pervinca. Egli era lo spirito della pioggia, l’attiratore di nubi, e alla fine del rito veniva gettato nel ruscello, sacrificato all’acqua perché la richiamasse dai cieli. 

Il legame è filologico. 

La pervinca, in sardo "proinca", è etimologicamente sorella del verbo "proere", che significa "piovere". Essa è la pianta che contiene il verbo della pioggia, l’incantesimo floreale per dissetare la terra.

Ecco che, in questo gesto benedicente, si svela il motivo conduttore di tutte le maschere carnevalesche sarde. 

Lo stretto, quasi simbiotico legame con l’animale. 

Su Componidori benedice con la schiena saldamente attaccata a quella del cavallo. Non è un semplice cavaliere, ma è qualcosa di più profondo. Si fa "sella" per il cavallo. La sella, in sardo "sedda", è un termine che vibra di echi lontani, risuonando con le "siddhi" del Kamasutra, le le 64 arti, le perfezioni, i poteri occulti che si acquisiscono attraverso la maestria dell’amore e della disciplina interiore. 

E non è forse un caso che la scacchiera rituale di Pubusattile, incisa nella Domus de Janas di Villanova Monteleone, conti esattamente 64 quadrati, bianchi e rossi, come i 64 quadrati del campo di gioco dell’amore sacro? 

Su Componidori, adagiandosi sul cavallo, cerca quella suprema integrazione, quella "siddhi" che il suo ruolo di semidio esige. 

Diventa tutt’uno con la bestia, nobilitandola, e al contempo elevando la propria umanità. In questo atto, chiamato "Sa Ramadura", egli si fa docile peso e guida sapiente, domando non solo il cavallo, ma anche la parte istintuale e bestiale che alberga in ogni uomo. 

Egli disciplina il cavallo come la maschera bianca di "su Isshuadores" disciplina e mette in riga i Mamuthones, figure gravate dal peso dei campanacci, simbolo del fardello degli istinti non purificati.

Questa purificazione, questo processo di nobilitazione, ha il suo battesimo nel fuoco. Il Carnevale si apre il 16 gennaio con i falò sacri di Sant’Antonio Abate. 

È il fuoco che "p-ur-ifica", che riconduce all’ "Ur", all’oro primordiale, alla luce divina. 

La maschera bianca è l’emblema di questa purificazione. 

Il suo bianco è un "non-colore" che contiene tutti i colori, un acromatico che è sintesi perfetta, androginia della luce. Esso ha il potere di divinizzare l’umano, di trasfigurarlo. 

Così dovevano essere le maschere dei Giganti di Mont’e Prama, bianche, regali, investite di quel potere uranico che trasforma la pietra in nume, l’uomo in eroe divinizzato. 

Sono purificati dal fuoco interiore, l’oro archetipale, e dalla maschera che li rende icone viventi di un tempo in cui gli dei camminavano tra gli uomini.

Su Componidori, sospeso tra cielo e terra, con la stella infissa come un sigillo, con la schiena salda sul cavallo, con la Pippia de Maiu benedicente, è il custode di questa memoria arcaica. 

In lui, per la durata della rappresentazione, il tempo si capovolge e l’eternità irrompe nella storia, rinnovando il patto sacro tra l’uomo, la terra e il cielo.


Per esplorare ulteriormente le profonde simbologie qui accennate, si rimanda ai seguenti miei saggi 

"Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l’Ordine", un viaggio iniziatico nel cuore del Carnevale sardo, svelandone le radici arcaiche e le valenze sciamaniche. (https://amzn.eu/d/0hYAHSs8 - https://amzn.eu/d/0j8uTz0e)


"Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna", un’opera fondamentale per comprendere le connessioni tra la simbologia sacra sarda, come la scacchiera di Pubusattile, e le tradizioni esoteriche universali. (https://amzn.eu/d/04Q2ywuS - https://amzn.eu/d/037haI9R - https://amzn.eu/d/0iO7ZMvz)

Testo e ricerche a cura di Tiziana Fenu

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Su Componidori