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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

sabato, febbraio 28, 2026

💛Vaso predinastico scacchiera ( libro)

 

Prima immagine
Vaso decorato con un motivo a scacchiera risalente al periodo predinastico egizio, circa 3850-2960 a.C. In ceramica e pittura, esposto al Metropolitan Museum of Art.
Lo stesso motivo a scacchiera presente nella nostra Domu de Jana di Pubusattile, che è una Matrice, un Codice Sacro, veicolo di una simbologia complessa e stratificata, di cui ho approfondito in svariati miei scritti e nella mia pubblicazione editoriale "Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna" di cui riporto un breve brano
"La Scacchiera, indica nel suo insieme, la sacra unione tra il Femminino e il Mascolino.
Insieme, sono gli artefici della creazione sulla terra.
8 quadratini, distribuiti su 8 righe verticali e orizzontali.
Per un totale di 64 quadratini, di cui 32 Bianchi e
32 Rossi alternati.
Una perfetta sintesi armoniosa conseguente all'equilibrio degli opposti.
Perché ripetere i quadratini 8 volte per riga orizzontale e verticale?
Perché il numero 8 è il numero dell'Infinito, di congiunzione tra cielo e terra.
Perché 8 furono, secondo la cosmogonia mitologica, i primi umani semidivini sulla terra, quattro coppie di ermafroditi di cui Nun, semidio con la testa di rana, e Nunet, la sua compagna ( la semidea con la testa di serpente), che rappresentano i creatori delle prime Acque Primordiali
(la Sardegna è tutta incentrata sul culto delle acque) e del Caos creatore.
[...] Questi creatori del cosmo erano veneratissimi e si credeva esistesse un "non-tempo" primordiale, lo "Zep Tepi", precedente allo spazio-tempo, immerso nelle acque caotiche dell'Oceano di Nun, governato da questi Dei.
[...] Mi sono concentrata in particolare sulla coppia Nun e Nunet, creatori delle acque primordiali. In Sardegna, il culto dell'acqua è sempre stato molto sentito.
"Nun" corrisponde anche al Sacro quattordicesimo archetipo ebraico, simbolo di trasformazione, il pesce mistico della "Vesica Piscis".
Come notare, le due divinità cosmogoniche delle acque primordiali, hanno la radice "Nu-" sia comune sia a "Nun" (acqua) che a "Nur" (fuoco), e credo che la parola "nuraghe" contenga entrambi questi elementi.
Le acque primordiali
La Sardegna è Terra Madre del Culto delle Acque.
[...]
La scacchiera di Pubusattile, essendo Sigizia di due polarità, maschile e femminile, esemplificate dai 32 quadrattini bianchi e dai 32 rossi, distribuiti in una griglia cosmogonica “8 X 8”, è anche Vesica Piscis, che al suo interno ospita il rettangolo aureo,
Vesica Piscis che è la base della Geometria Sacra, che descrive le leggi geometriche che creano tutto ciò che esiste.
È la profonda connessione tra geometria e spiritualità, con le sue strutture cristalline.
[...]  potuto creare, attraverso la "scacchiera", una composizione molto armoniosa, e vibrazionalmente molto dinamica, scandita dalla legge dell'Ottava.
Come se avessero creato una dimensione virtuale, una rappresentazione grafica energetica, una nuova dimora dell'anima, dopo la morte, che attraverso la moltiplicazione della sigizia (la coppia rosso/bianco dei 2 quadratini), per 4 volte, quindi per i quattro elementi della terra in senso verticale e orizzontale, ritorna alla dimensione dell'Uno, del perfetto equilibrio (e infatti, anche moltiplicando 8 x 8, abbiamo un 64, che ancora, sommato diventa, 10, e quindi Uno).
[...] Questo nuovo tempio virtuale( non mi piace tanto, la parola “scacchiera”, non la trovo consona all'autentica simbologia, preferisco " tempio", questo nuovo tempio dell'Anima), questa nuova dimora, dopo la morte"

Questo si ricollega alla Simbologia dell'immortalità, della Sophia, della conoscenza immortale che trascende l'umano, rappresentata dalla dimensione del concetto di Giudice/Giudizio divino che la stessa scacchiera di Pubusattile veicola, in codice, come spiego nel mio libro.
Simbologia dell'immortalità veicolata anche da una rappresentazione di una vela a scacchiera, in una tomba egizia ( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/05/la-vela-egiziascacchiera-pubusattile.html
"In pratica, la bandiera della barca a vela egizia, datata 1500 a.C., riporta lo stessissimo motivo a scacchiera, della nostra scacchiera di Pubusattile, nella Domus de Janas a Villanova Monteleone, in provincia di Sassari, che risale al 3800 a.C, o a molto prima.
Sembra che stiano trasportando un telaio.
Forse il Sacro telaio delle Janas, quello con cui tessevano i fili d'oro.
D'altronde un Cobra rosso, un Ureo, è stato trovato nella fusaiola di un telaio a Santa Caterina di Pittinuri, come abbiamo visto nel mio ultimo post.
E telaio ha la stessa radice di Telomeri, di Telos, la città dei tempi d'Oro, Atlantidea e immortale. Come i Telomeri. Custodiscono il segreto dell'immortalità.
Non può essere un caso che stessero trasportando proprio un telaio.
Stavano forse portando in dono simbolico a Tutankamon, l'immortalità?
Frammento dopo frammento, le cose "quadrano" sempre di più, secondo il mio sentire.
La Civiltà egizia ha come matrice, come altre civiltà, quella sarda, e non viceversa, e questa della bandiera ne è una prova straordinaria.
Cosa si poteva portare in dono, ad un faraone così importante, se non un simbolo dell'Unione tra Maschile e Femminile, così ben rappresentato dalla scacchiera"
Il vaso appartiene al periodo egizio predinastico.
E vi è una straordinaria somiglianza tra le rappresentazioni dei faraoni predinastici e il nostro bronzetto sardo, Barbetta
"Questa statua del periodo predinastico è forse la prima rappresentazione conosciuta di un faraone. All'epoca di Nagada (dal nome di un sito rinvenuto nell'Alto Egitto), intorno al 4000 aC, compaiono due tipi di produzioni artistiche: figurine femminili in terracotta e uomini barbuti con forme stilizzate scolpite in diversi tipi di pietra. Questa statuetta è stata trovata a Gebelein, a sud di Luxor"
Approfondimenti a riguardo
https://maldalchimia.blogspot.com/2022/09/faraonebarbetta_1.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2022/09/approfondimento-faraonebarbetts.html?m=0

Approfondimenti scacchiera Pubusattile
https://maldalchimia.blogspot.com/2020/12/il-kamasutra-e-la-scacchiera-di.html
https://maldalchimia.blogspot.com/2025/12/il-64-nel-quadrato-di-satorsinis.html
https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/la-scacchiera-di-pubusattile-e-la.html
https://maldalchimia.blogspot.com/2021/09/antico-vaso-greco.html
https://maldalchimia.blogspot.com/2024/04/locchio-di-horus-e-la-scacchiera-di.html
https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/lettere-ebraiche-e-le-64-caselle-della.html
https://maldalchimia.blogspot.com/2025/12/la-scacchiera-di-pubusattile-e-il.html
https://maldalchimia.blogspot.com/2025/10/vaso-sirianoscacchiera-pubusattile.html

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
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"Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna"
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Vaso predinastico /scacchiera









venerdì, febbraio 27, 2026

💙Allineamento 6 pianeti/luna di sangue

 Stiamo per affrontare, energeticamente, la dimensione del Sigillo di Tau e la Spada della Torre. 

Un profondo passaggio nel Cuore della Fiamma. 

Siamo sospesi. 

Tra un respiro e l’altro del Cosmo, nell’intercapedine luminosa che separa due eclissi. 

Il Grande Teatro si appresta a mettere in scena una delle sue geometrie più eloquenti. Domani, 28 febbraio, mentre la Luna cresce nel petto ardente del Leone, sei pianeti si allineano come testimoni di un patto silenzioso. 

Non è un semplice allineamento astrale. 

È una scrittura sacra tracciata sulla volta celeste.

Questo allineamento avviene sotto l’egida della Tau, il Ventiduesimo e ultimo Archetipo Ebraico, il Sigillo che chiude il cerchio e apre la Porta. 

Tau è la Croce, il marchio sulla soglia, la sintesi di ogni percorso. 

Nell’alchimia dello Spirito, Tau è il Rebis, l’Essere androgino che ha finalmente ricomposto i frammenti del proprio io. 

È la perfezione statica che contiene in sé tutto il movimento. 

La sua presenza, in questo momento, è il suggello divino posto sulla materia, l’annuncio che ogni percorso iniziato nel profondo dell’inverno sta per giungere a una resa dei conti.

Tuttavia, questa perfezione non è un luogo di riposo, ma un crinale affilato. L’allineamento di Mercurio (il Messaggero che tutto connette), Venere (l’Amore che tutto lega), Saturno (il Tempo che tutto scolpisce), Giove (l’Espansione che tutto eleva), Urano (la Rottura che tutto libera) e Nettuno (il Mistero che tutto dissolve) non è un concilio armonico, ma una tensione di forze che si riversano sulla nostra psiche come raggi di una ruota che gira vorticosamente.

Ne sentite il riverbero? 

Il riverbero emotivo di questo concilio è la vertigine. 

È la sensazione di essere al centro di un mandala in rotazione, dove ogni raggio di luce planetaria tocca una corda diversa dell’anima. Mercurio e Giove insieme incendiano il pensiero, portando visioni improvvise, rivelazioni che chiedono di essere formulate. 

Saturno, dall’altra parte, pianta il paletto della responsabilità. 

È come se dicesse "Ciò che vedi, dovrai costruirlo". 

Venere cerca la bellezza in questo caos, mentre Urano e Nettuno, i due trascendenti, spingono verso l’alto, lacerando il velo della normalità per mostrarci l’abisso stellato che siamo. 

Di complementarietà all'abisso dell'orrido che si sta svelando. 

Ci si sente scavati, come vasi di cristallo pronti a ricevere un nettare che non sappiamo se ci spezzerà o ci consacrerà.

Questo allineamento è incastonato come una gemma tra due fuochi. 

Il ricordo del Novilunio in Acquario del 17 febbraio e l’attesa del Plenilunio in Vergine del 3 marzo, la cosiddetta "Luna di Sangue".

Il 17 febbraio, con l’eclissi solare in Acquario, abbiamo assistito a un taglio netto. L’Archetipo Resh, il Ventesimo, la Testa, l’inizio del ciclo finale, ha posto il suo sigillo su quel momento. 

In un momento che ha traguardato anche l'inizio dell'anno del cavallo di Fuoco 

( https://maldalchimia.blogspot.com/2026/02/passaggio-cavallo-di-fuoco.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2025/12/cavallo-di-fuoco-2026.html?m=0) 

Resh è il volto del Sole, la chiarezza folgorante. 

La Testa. 

La Sublimazione. 

Ma la sua comparsa nell’eclissi ci dice che quella luce è emersa solo dopo essere passata attraverso l’ombra. Fu il momento in cui, alchemicamente, è iniziata la fase di "separatio". 

La coda del serpente (il passato, il karmico esaurito) è stata tranciata via dalla testa (il nuovo Verbo, l’identità che deve ancora incarnarsi). È stato il taglio del cordone ombelicale con una vecchia versione di noi stessi, un parto assistito dall’ombra.

Ora, con questo allineamento, siamo nella fase della "solutio". 

Gli elementi sono stati separati e ora vengono messi in soluzione, mescolati dal Cosmo per vedere cosa regge e cosa si dissolve. 

Le emozioni sono fluide, mutevoli, profonde, oscure, come l’oceano di Nettuno. 

Possiamo sentirci persi, disorientati, ma è la dissoluzione necessaria dei sali che devono essere lavati via per far emergere l’oro.

E poi, tra pochi giorni, il culmine, il Plenilunio in Vergine con eclissi lunare. 

La Luna piena, già di per sé un culmine, diventa "di Sangue" tingendosi di rosso, il colore della materia prima, dell’energia grezza, della vita che pulsa e che ferisce. Questa Luna sorge sotto l’Archetipo Ayin, il Sedicesimo, l’Occhio, la Sorgente della Visione interiore, che corrisponde all’Arcano Maggiore XVI della Torre.

Ecco il cuore del mistero. 

La Torre colpita dal fulmine, le cui fiamme divorano la corona, mentre due figure precipitano nel vuoto. 

È la distruzione di ogni struttura superba, di ogni identità costruita sull’ego e non sull’Essere. 

Ayin è l’Occhio che vede la Verità, e quella verità, quando è assoluta, è un fulmine che incenerisce le nostre finzioni, e quante, se ne stanno incenerendo. 

Il riverbero emotivo della Luna di Sangue sotto il Sigillo della Torre è il terrore sacro. 

È l’angoscia che precede la liberazione. 

È il momento in cui tutto ciò che abbiamo creduto di essere, la maschera, il ruolo, la sicurezza esteriore, viene spazzato via dalla folgore della nostra stessa Anima. 

La Luna, riflettendo la luce solare velata dall’eclissi, getterà un’ombra sulla nostra psiche, rivelando le crepe nelle fondamenta della nostra "Torre" personale.

Questo Plenilunio in Vergine parla di purezza. 

Non una purezza moralistica, ma alchemica. 

La purificazione del grano dalla zizzania, la separazione dell’essenziale dal superfluo. La Vergine è la terra che accoglie il seme, ma prima deve essere arata, dissodata, anche a costo di lacerare il manto erboso.

Ecco, dunque, il senso di questo "cavallo energetico" su cui siamo in sella. 

Dall’eclissi in Acquario (Resh, la Testa, il nuovo inizio) all’eclissi in Vergine (Ayin, la Torre, la distruzione dell’antica forma), passando per l’allineamento dei sei pianeti (la sintesi di Tau, la totalità delle forze in gioco), stiamo vivendo un unico, grande processo iniziatico.

È la Morte iniziatica. 

Non la morte del corpo, ma la morte di ciò che impediva alla nostra luce di splendere. 

Le emozioni forti, il disorientamento, la vertigine, la paura, sono i segni che il Vecchio Re sta morendo dentro di noi. 

È il grido di chi precipita dalla Torre, che si trasforma, se ascoltato con coscienza, nel grido di chi nasce.

In questa Notte degli Dèi, in cui i pianeti si allineano come perle del collare di Ishtar, siamo chiamati a non aggrapparci. 

Lasciate che Tau sigilli il vostro passato. 

Lasciate che Ayin apra i vostri occhi anche se il lampo acceca. 

Lasciate che la Luna di Sangue lavi le vostre ferite con la sua luce purpurea. 

Domani è un giorno di potenza, ma è solo l’anticamera del fuoco.  

L’Arcano sta per compiersi. Siate la Torre che crolla per diventare Tempio.


Tiziana Fenu 

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Allineamento 6 pianeti /luna rossa








❤️Si deve amare sempre( libro)

 "Si deve amare sempre. 


Di pancia. 


Di viscere. 


Ti ho amato


anche quando


mi faceva fatica raggiungerti.


Ma restavo ai crocevia


di qualche tua distrazione.


Di qualche passo falso


dalle tue granitiche certezze.


Ero la variabile


che non ti aspettavi. 


I conti che non tornano. 


Lo sfregio sghembio


nella perfezione


delle tue coordinate. 


Quel guizzo al cuore. 


Come un pesce rosso


che salta fuori


dalla palla di vetro


in cerca d'acqua. 


Ero i piedi bagnati di neve


nonostante il deserto


del tuo cuore. 


Il passo felpato


dietro la porta socchiusa. 


Il cuore segnato in punta di dita


alitato sui vetri


che riflettevano


solo la mia immagine.


Ma ora che sei qui, 


che ti respiro tra le mani


come fossero coppa


dalla quale


mi sono sempre dissetata, 


sento che non eri tu


a non aspettarmi. 


Ero io. 


A non sapere come incontrarti. 


Ho imparato a raggiungerti


stando ferma. 


Nel ricamare intorno a me


i miei colori. 


Il mio profumo. 


La mia Essenza. 


Per farti venire il desiderio


di fermarti. 


Di guardarmi. 


Di riconoscermi. 


Di riconoscere la stessa ambra


che cercavi nei tramonti


senza di me


e dai quali ti allontanavi


ancora affamato


di quell'Oro liquido


che ora ti scivola sulla pelle. 


Mentre ti guardo 


e ti rivesto di lamine d'Oro. 


Come sottili pergamene 


sulle quali ho impresso 


con il mio caldo sangue


tutte le parole 


che ho custodito per te


e che non hanno 


ancora  forma


da labbra che le pronuncino. 


Prenderanno forma


quando racconteranno di noi. 


Ed io starò ad ascoltare. 


Facendo finta 


di non averti 


mai incontrato prima. 


Farò finta di non conoscerti. 


Per imparare ad amarti. 


Ancora e ancora una volta. 


In mille modi diversi. 


Per imparare a dimenticarti. 


A odiare la tua assenza


E su quella edificare me stessa. 


Ogni volta. 


A nuova vita. 


Ti Amo. 


Perché non mi ricordo ti te. 


Ma di noi. 


Ed eravamo l'Incanto"



Tratto dal mio libro 

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Tiziana Fenu 

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💛Maschera bianca, simbologia ( libro)

 "[...] La maschera bianca e asessuata è l’equivalente del “terzo occhio” che tutto vede, trascendendo la dualità maschile/femminile.

È in questo contesto di ieratica mediazione che si instaura un sorprendente e significativo parallelismo con la tradizione teatrale e rituale del Giappone. 

Nel teatro Nō, forma drammatica lirico-danzata del XIV secolo di profonda spiritualità, l’attore protagonista, chiamato "Shite", “colui che agisce”, utilizzano le maschere per evocare entità e spiriti. 

Indossandole, egli subisce una metamorfosi, fondendo il proprio animo con quello di un dio o di un essere sovrannaturale, riaffiorando passioni di un lontano passato. 

Tra le maschere più aggraziate e pure del repertorio Nō vi sono proprio le maschere bianche Ko-Omote e Wakaonna, che rappresentano spesso figure femminili idealizzate o spiriti nobili.

Queste maschere, come quelle sarde, presentano un’espressione neutra, fissa, quasi inespressiva. 

Tale neutralità, però, non è assenza, bensì un vuoto ricettivo. 

Sulla scena, grazie alla maestria dell’attore, esse prendono vita, manifestando attraverso impercettibili movimenti del capo e giochi di luce una straordinaria varietà di sentimenti, in un crescendo di pathos controllato. Questo esatto meccanismo è osservabile nell’essenziale gestualità de Su Issohadore e nella statuaria presenza de Su Componidori, dove l’energia divina si trasmette non attraverso smorfie, ma attraverso l’Essenza che emanano. 

Un’energia controllata e canalizzata.

L’attore Nō, nel momento in cui solleva la maschera al volto, non “interpreta” più, ma “incarna”, creando una dimensione atemporale di valore universale. 

Allo stesso modo, Su Issohadore non è un semplice partecipante della ritualistica del Carrasegare, ma ne è il mediatore, colui che, puro (bianco) e intellettivo, che regola con sa Soha, la forza caotica e primitiva dei Mamuthones, il cui numero, spesso 12 o 6, richiama la simbolica numerica sacra. 

Egli rappresenta il principio divino e ordinatore che tiene a bada l’istinto animalesco, permettendo un salto evolutivo.

Le origini di tale uso sono antiche anche in Giappone. 

Già nel periodo Jōmon (1000-400 a.C.) si documentano maschere in argilla con grandi occhi rotondi, come gli occhi rotondi dei nostri Giganti di Mont'e Prama, forse usate in rituali sciamanici per viaggi simbolici nell’aldilà. 

La danza sciamanica, chiamata Kagura, prevedeva l’incorporazione del Kami, la divinità, nel corpo della sciamana, spesso attraverso oggetti-veicolo, chiamati torimoro, prima ancora che con maschere vere e proprie.

Le maschere bianche della Sardegna rituale, degli Isshoadores e del  Componidore, e quelle del teatro Nō giapponese condividono dunque una profonda funzione. 

Quella di essere strumenti di trascendenza, filtri per l’energia divina, interfacce che consentono all’umano di accedere a una dimensione altra, eterna e pura. 

Esse sono il segno visibile di un’investitura sacra

[...] ".


Tratto dal mio libro

Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. 

Il Sacro che genera Caos. 

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Tiziana Fenu

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💛Dea Madre Turriga ( libro bambini)

 *Dea Madre di Turriga

La Dea Madre di Turriga è una Dea Madre che viene dalla Notte dei Tempi, 

antichissima.

La Dea Madre di Turriga è una statuina speciale di marmo bianco, trovata in 

Sardegna e oggi custodita nel Museo archeologico di Cagliari. È la più grande e 

meglio conservata statuina di Dea Madre mai trovata sull'isola. I popoli antichi 

credevano che fosse una divinità molto potente, una sorta di "Madre Terra" che 

rappresentava la vita, l'abbondanza e la fertilità.

È stata realizzata tra il V e il IV millennio avanti Cristo. Questo significa che ha più di 

6000 anni! Per capire quanto è tanto tempo, prova a pensare: quando lei è nata, in 

Egitto non c'erano ancora le piramidi, e in Europa l'uomo aveva da poco imparato a 

coltivare la terra e ad allevare gli animali.

Questa Dea Madre ha una forma a croce molto semplice, ma è molto particolare.

Presenta un "grande naso", che fa pensare che si tratti di una sorta di becco di 

uccello, perché le antiche Dee Madri erano considerate delle viaggiatrici, tra cielo e 

terra, appartenenti anche alla dimensione spirituale del cielo, non solo alla terra.

Il suo corpo ha la forma di triangolo rovesciato, come se fosse una coppa, forse un 

grembo o un ventre ampio e accogliente, dove nasce la vita.

I seni sono ben pronunciati, un simbolo universale di nutrimento e maternità.

La sua forma a croce ( detta cruciforme), con le braccia aperte, : è uno schema 

geometrico che era tipico delle statuine della Cultura di Ozieri, il popolo preistorico 

sardo che la creò. Le braccia aperte potrebbero simboleggiare un abbraccio 

protettivo verso tutta la comunità.

Questa bellissima statuina viene ritrovata nel 1935, da un contadino che stava 

lavorando la sua terra.

La tenne un po' in casa, poi si rese conto del suo valore e la diede al museo di 

Cagliari.

La statuina rappresenta un potente simbolo.

È Madre Terra che dà la vita.

La forma a croce indica l'incontro delle due energie, maschile e femminile, il Sole e 

l'acqua, necessarie a generare la vita, assicurare raccolti buoni, la crescita dei 

bambini e la prosperità del villaggio, nel ciclo cocontinuo della natura, con il ritorno a Madre Terra, e la rinascita nel suo grembo.

Come vorresti rappresentare una Dea Madre che è simbolo della terra, ma anche del 

cielo?

Puoi disegnarla nella pagina bianca dei tuoi sogni, nella "mia pagina magica" e 

colorarla con la tua magica fantasia". 


Tratto dal mio libro

"Coloro e imparo i simboli della Sardegna" 

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Tiziana Fenu

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Dea Madre Turriga




💛Divinità androgina Sardara

 L'ingresso del Sole nel Toro significava rinascita e equilibrio.

Thoth, divinità androgina, ha una sua controparte femminile nella sorella Seshat, dea della scrittura, dell'architettura e della geometria sacra. 

Seshat, rappresentata a volte con un copricapo che ricorda lo schema di una Tomba dei Giganti sarda, era colei che, attraverso il rituale "Pedj Shes", orientava i templi egizi verso le stelle, in particolare l'Orsa Maggiore. 

Questo mi colpisce profondamente, poiché vedo in lei un'antenata degli "Architetti Divini" della Sardegna, i costruttori dei nuraghi e delle tombe megalitiche.

Nel mio studio, ho ricostruito le profonde connessioni simboliche tra un antico rituale egizio e i concetti di nascita e creazione.

Sono giunta alla conclusione che la Cerimonia della "Tiratura della Fune", chiamata Pedj Shes dagli Egizi, non fosse un semplice atto di misurazione, ma un potente rito di nascita cosmica. 

Il mio percorso di ricerca mi ha portato a correlare questa pratica con il simbolismo del cordone ombelicale e della placenta.

Ho ipotizzato che la simbologia della bobina e degli anelli al collo, come quella presente nel bronzetto di Bolsena, possa essere collegata proprio al cordone ombelicale. 

Questo si lega perfettamente all'archetipo dei primi costruttori che delimitavano uno spazio sacro, un rituale documentato in Egitto e ripreso in ambito etrusco e romano, e le cui radici ritrovo nella nostra antica civiltà Sarda.

Presso gli Egizi, la placenta e il cordone ombelicale non erano scarti biologici, ma avevano un profondo significato di vita e protezione. 

La placenta era considerata il "gemello" del faraone, il suo Ka o forza vitale. 

Il dio Bes, protettore delle nascite, era collegato a questo organo.

La cerimonia del Pedj Shes, usata per fondare e delimitare un tempio, riproduceva metaforicamente la creazione di uno spazio uterino e placentare. 

La corda tesa tra i picchetti, sotto la guida del faraone e della dea Seshat (che ho identificato con la Sciamana di Sardara), rappresentava il cordone ombelicale. Questo atto delimitava un microcosmo sacro e protetto, il tempi, isolato dal caos esterno, proprio come la placenta protegge il feto.

Questa stessa simbologia la ritroviamo nella fondazione delle città in ambito etrusco e romano, nonché nel concetto del Mundus Patet, che a sua volta vedo ripreso nella funzione dei nostri nuraghi. 

Un esempio potentissimo di questo "gemello placentare" lo osserviamo nel Pozzo Sacro di Santa Cristina a Paulilatino, dove durante gli equinozi si manifesta un'ombra capovolta, un doppio perfetto, che rappresenta questa polarità.

Il rito era profondamente astronomico, allineandosi all'Orsa Maggiore, e veniva spesso celebrato in primavera".


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Referenze 

https://maldalchimia.blogspot.com/2021/10/la-divinita-androgina-di-sardara.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2023/07/amuleto-tharros.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/la-cerimonia-della-tiratura-della-fune.html?m=0



Tiziana Fenu 

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Divinità androgina Sardara





sabato, febbraio 21, 2026

💛 Su Battileddu (libro)

 "La figura de Su Battileddu del carnevale di Lula (Nuoro) si erge nel panorama del Carrasegare sardo non come mero elemento folkloristico, ma come ierofania complessa, un punto di coagulo di significati stratificati che travalicano il tempo e lo spazio geografico. 

Essa incarna, nella sua performanza cruenta e rituale, i temi universali del sacrificio, della purificazione e del rinnovamento cosmico. 

La sua analisi richiede di spogliarla delle sovrastrutture contemporanee per rivelarne il nucleo archetipico, profondamente interconnesso con i cicli della natura, le pratiche sacerdotali dell'antica Roma (in particolare con la figura di Mamurio Veturio) e il vasto simbolismo del Carrasegare sardo, inteso come dramma sacro per il ripristino dell'ordine del mondo.

[...] La performanza de Su Battileddu, come documentata, è un "mimesis"  rituale di una morte sacrificale. 

È sicuramente la maschera più cruenta di tutta la rappresentazione scenica del Carrasegare. 

La maschera indossa una pelle di capro, delle lunghe corna, e tiene legato alla vita "su chentu puzone", un omaso colmo di sangue e acqua. 

L'omaso è il prestomaco dei ruminanti, situato tra reticolo e abomaso, noto per la sua struttura lamellare interna che assorbe acqua e nutrienti. 

[...] Su Battileddu viene condotto, strattonato e punzecchiato con lesine e coltelli dalla comunità, affinché il sangue stilli e "fertilizzi" simbolicamente la terra. 

È seguito da un corteo di "prefiche" (uomini travestiti da donne in lutto) che ne lamentano il destino con le litanie funebri de "sos attittos".

La ritualistica scenografica che ruota intorno a Su Battileddu ha già di per sé un simbolismo intrinseco. 

Questo rito è una chiara rappresentazione del capro espiatorio, il cui sangue versato non è fine a se stesso, ma è sangue ieratico, veicolo di "mana", la forza vitale che, liberata attraverso la violenza rituale, si trasforma in principio di rigenerazione per l'intera collettività e per la terra. 

La maschera, quindi, non rappresenta un individuo, ma simboleggia l'anno vecchio, le scorie del passato, il male accumulato, il vecchio che deve essere eliminato per far posto al nuovo. 

Il fazzoletto femminile sul capo sottolinea ulteriormente la sua natura di vittima sacrificale legata alla fertilità, unendo in sé polarità maschili, rappresentate dalle corna, dall'aspetto animale, e femminili, rappresentate dal tessuto, dalla funzione fecondante del sangue. 

Rappresentando la sinergia delle due polarità, questa simbologia sacrificale, necessaria al nuovo ciclo di vita, è esponenzialmente centuplicata. 

Si manifesta, attraverso questa ritualistica, un interessante parallelismo romano, con Mamurio Veturio e i Mamuralia romani. 

[...] La correlazione tra Su Battileddu e la ritualistica romana, trova un riscontro straordinario nella figura di Mamurio Veturio 

Secondo la tradizione romana, Mamurio era il fabbro (un Kabiro, una figura iniziatica) incaricato dal re Numa Pompilio di forgiare undici copie dello scudo sacro (ancile) caduto dal cielo. 

Doppio scudo che trova corrispondenza nel doppio scudo del nostro bronzetto il Guerriero di Teti, trovato ad Abini-Teti, che indica proprio la sinergia delle due polarità, un essere divinizzato. 

L'abilità di Mamurio fu tale che le copie divennero indistinguibili dall'originale. 

Per questo atto di perfetta duplicazione, che rischiava di banalizzare il "sacrum", Mamurio fu considerato colpevole e divenne l'oggetto di un rito di espulsione.

Durante i Mamuralia del 14 marzo, periodo che corrisponde al culmine del nostro Carrasegare, in una celebrazione che era legata alla purificazione delle armi e all'inizio della stagione militare, un simulacro di vecchio (o un uomo vestito di pelli) veniva percorso con bacchette di biancospino e infine cacciato dalla città. 

Il suo nome, Veturio, deriva da "vetus" (vecchio), designandolo come incarnazione dell'anno morente.

Il parallelismo con Su Battileddu è strutturale e non meramente analogico. 

Entrambe le figure si manifestano infatti come "artisti/colpevoli". Mamurio per aver duplicato il Sacro, e su Battileddu, in una lettura estesa, per impersonare il male o il ciclo esausto.

Sono comunque entrambe delle vittime espiatorie, che subiscono una punizione collettiva e ritualizzata, caratterizzata da percosse e punture, che richiamano l'azione necessaria del pungolare affinché le gocce di sangue, preziose, quindi centellinate, fertilizzino Madre Terra. 

È la stessa dinamica del pungolare de S'Eritaju con il seno delle ragazze. 

Essendo, sia Mamurio, che su Battileddu, portatori di purificazione, la loro espulsione o sacrificio simbolico purifica la comunità.

Fanno infatti parte di un più esteso Ciclo temporale, essendo associati a un momento di passaggio, rappresentato dalla primavera per i Mamuralia, e dalla fine dell'inverno/carnevale per Su Battileddu, attraverso due momenti contigui tra loro. 

Questa corrispondenza suggerisce non un'influenza diretta, ma l'emergere di uno stesso archetipo rituale mediterraneo da un substrato culturale condiviso, dove la Sardegna avrebbe conservato forme più arcaiche e iconiche.

Contestualizzando questa specifica simbologia ritualistica, nel Carrasegare sardo, emerge una  Danza del Cosmo straordinaria". 


Tiziana Fenu 

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Tratto dal mio libro"Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. 

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Referenza nel mio blog 

https://maldalchimia.blogspot.com/2023/02/su-battileddu-di-lula.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2025/08/il-pane-cabude-e-gli-ancilia-etruschi.html?m=0



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venerdì, febbraio 20, 2026

💙 Cuore di ghiaccio

 La vicenda del piccolo Domenico mi trapassa come una stalatitte ghiacciata.

Oltre l'immane tragedia, dolore e assurdità, è un qualcosa di più profondo, che va a toccare un dolore antico, ontologico, e sembra di scorgere sotterranee vie simboliche di collegamento con altri contesti, a cui si punta lo sguardo. 

Sarà perché la mia runa di appartenenza, è la runa Isa, in sinergica dialettica con un segno di Fuoco. 

Il Cuore Ghiacciato. 

Non è morte. 

È Fixatio

la prima e più crudele delle operazioni alchemiche. 

Il sangue, un tempo fluido come Mercurio, è stato coagulato in un cristallo. 

La sua carne pulsante, un tempo rosea e umida, è ora divenuta una gemma dura e fredda, un diamante nero incastonato nella culla del costato. 

Il bambino respira, ma il suo respiro è nebbia. 

I suoi occhi vedono, ma riflettono solo la luna.

È un cuore non batte. 

Emette un suono che l’orecchio non coglie, una frequenza di ghiaccio secolare che vibra nelle ossa del mondo. 

È il Cuore di Vetro, l’Anima Diafana, custodita in una teca di silenzio. 

Perché un bambino, in sé, è un vaso ermetico all'ennesima potenza, il ricettacolo di una potenza così pura che per essere contenuta ha dovuto essere congelata. 

Il gelo è la sua tuta, la sua armatura contro un fuoco che lo consumerebbe. 


In questi giorni sembra che  un grande Inverno sia disceso non sui campi, ma nelle vene del mondo. 

Un grande gelo che ci pervade, come una promessa di primavera spezzata sul nascere.

Bambini cristallizzati in un volo mancato, dalle ali spezzate, nel gelo dell'orrore e della solitudine. 

Eppure penso a quel cuore ghiacciato, talmente simbolico da incastonarsi costantemente tra i miei pensieri. 

Penso a quell'unico nucleo di fuoco primordiale strappato alla fornace solare e sigillato in un guscio di brina.

Penso ai primi umani, gli uomini Pitri, gli Antenati, spiriti lunari.

Questo fu il grande Artificio alchemico. 

Si separò la fiamma dal suo calore, la scintilla dalla sua propagazione, e la si pose nel petto di un bambino.

Ma il ghiaccio non è eterno, come ci insegna la Sacra Runa Isa. 

Nel laboratorio segreto del Tempo, il bambino è l’Aludel vivente. 

Il trasmutante e purificante 

Il freddo che lo avvolge è il Solve et Coagula al contrario. Una fissazione apparente che cela un lento, impercettibile scioglimento. 

Perché anche il cristallo più duro, se esposto al soffio dello Spirito, geme e trasuda. 

Ogni lacrima non versata è una stilla di rugiada che scalfisce la prigione. 

Ogni attimo di tenerezza non ricevuta è un fuoco sotterraneo che scalda il minerale.

Un giorno, o in un’era, il guscio di ghiaccio dovrà infrangersi. E allora avverrà la Rubedo, la grande Opera al Rosso.

Dal cuore di brina sgorgherà non acqua, ma Fuoco. 

Un fuoco bianco, rarefatto, che era lì sin dall’inizio, ibernato per sopravvivere. 

Il bambino, allora, non sarà più il custode dell’inverno, ma la Fiamma Nera che lo ha fuso. 

Egli sarà colui che ha portato il gelo dentro di sé per proteggere la brace, e che dalla prigione di cristallo ha forgiato la propria luce.

Si sta capovolgendo tutto. 

E in questo estremo dolore, sia 

benedetto dolore del freddo, perché è la promessa del calore.

Benedetto sia il cuore silente, perché la sua prima parola sarà il tuono.


Tiziana Fenu 

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Cuore di ghiaccio






❤️ Romantica

 Romantica.

Si.

Di parole non dette.

Taci.

Voglio sentire il tuo

sguardo addosso

come una lama affilata

che incide la scorza

di una melagrana matura.

E poi voglio sentire

le tue mani calde.

Che mi prendono per i fianchi

mentre mi apri l'Anima.

E quei rubini succosi d'amore

ti esplodono sul petto.

Uno per ogni parola

che non riesco a dirti.

Ma non fermarti lì.

Ora che la buccia è rossa e lucente,

ora che il frutto è vivo e pulsante,

scava ancora più a fondo con quelle mani,

oltre la polpa, 

oltre il succo che stilla.

Raggiungi il seme, il nocciolo segreto,

il punto esatto dove il desiderio si fa buio

e la luce trema, incerta.

Estrailo da me, 

come una promessa antica.

E poi, piano, 

riponilo dentro di te.

Nel punto dove le tue ossa trattengono il calore,

dove il tuo sangue 

canta il mio nome in silenzio.

Così, quando te ne andrai,

quando la distanza tornerà a essere un coltello,

io sarò parte del tuo incedere,

un'eco nel tuo passo,

un'ombra familiare nell'angolo del tuo sguardo.

Voglio solo passarti tra le labbra

E sentire tutto il tuo sapore. 

Che mi riempie i sensi

di un rosario di parole

sussurrate senza voce.

E mentre la tua bocca recita questo rito,

lascia che le tue dita si facciano strada

tra i sentieri dei miei capelli.

Dipanane i nodi, 

sciogli i ricordi,

lenisci il riverbero di quando era solo il vento,

un messaggero invisibile e freddo,

a portarmi il tuo respiro, 

a scompigliare l'attesa.

Addormenta quella bambina che ti aspettava

a occhi chiusi,

in bilico sul ciglio di un sogno,

e ridesta la donna che ora sente,

sulla pelle sottile delle palpebre,

la dolcezza tremante dei tuoi piccoli baci.

Come ali di farfalla posate su un vetro appannato.

E ora, quando l'ultima parola sarà stata mangiata,

quando il nostro rosario tacerà,

prendi il mio respiro stanco, sazio.

Fammi riposare sul tuo petto.

Che io possa sentire, 

nel legno e nella terra del tuo corpo,

dove era il mio cuore tutto questo tempo,

in tutte quelle notti vuote

mentre, ostinata, ti aspettavo.

Non chiedo altro.

Solo questo silenzio colmo.

Questa melagrana intera, da cui siamo nati


Tiziana Fenu 

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Romantica




💛 Vaso de su Concali de Corongiu Acca

 Prima di narrare le vicende del territorio che lo ha custodito, è necessario soffermarsi sull'oggetto che di quelle genti ci restituisce la voce più intima e potente. 

È un vaso a botticella, un piccolo scrigno d'argilla plasmato nell'Età del Rame (Eneolitico) e rinvenuto nella grotta di Su Concali de Corongiu Acca. 

Non è un semplice contenitore, ma un microcosmo di significati, un inno silenzioso inciso nella materia.

Il corpo ceramico, modesto nella sua natura legata a Madre Terra, si anima attraverso un raffinato decoro inciso, una vera e propria scrittura sacra. 

Vi leggiamo, in una sintassi di segni, la complessa cosmogonia di una società prenuragica. 

I motivi a chevron (V rovesciate) si susseguono in moduli di cinque. 

Il cinque, numero venusiano, evoca il pianeta della fertilità e il Toro, simbolo ancestrale della potenza maschile e celeste. 

In questa danza di segni, il cinque celebra la sacra sinergia tra il principio femminile e quello maschile, la cui unione genera il quinto elemento, l’etere, il soffio vitale che permea l'universo.

La composizione si snoda poi in moduli verticali e orizzontali di tre e due. 

Il tre, cifra della trinità dinamica (nascita, vita, morte) e della completezza spirituale, si intreccia con il due, emblema della dualità, della polarità e della terra. Insieme, narrano il perenne ciclo di creazione, morte e rinascita, e la feconda sinergia tra le due forze cosmiche. 

Gli elementi romboidali, infine, sono inequivocabili nella loro iconografia. 

Sono vulve, porte sacre della vita, grafemi del grembo femminile generatore. 

I segni a zig-zag non sono una mera rappresentazione dell'acqua, ma un simbolo ben più profondo, poiché incarnano sia la Mem, l'acqua cosmica primordiale, il caos creatore da cui tutto scaturisce, sia la Shin, la fiamma del fuoco sacro, l'energia vitale e trasformatrice.

Il vaso stesso, nella sua forma a botticella, diviene così l'icona perfetta di un grembo cosmogonico. 

Al suo interno, la terra (l'argilla) accoglie e contiene, mentre sulla sua superficie la sinergia delle due polarità è eternamente incisa, una preghiera laica di fecondità e rigenerazione affidata ai secoli.

È in questa terra, intrisa di significati simbolici, che si inseriscono le prime testimonianze di frequentazione umana nel territorio di Villamassargia, comune del Sulcis-Iglesiente. Risalgono al Neolitico, e a quella stessa grotta di Corongiu Acca che ci ha restituito il vaso, i materiali più antichi, riferibili al Neolitico medio. 

Le grotte della zona conobbero una continuità di frequentazione sacra e abitativa per millenni, attraverso il Neolitico recente, finale e l'intera Età del Rame, come il nostro vaso a botticella dimostra. 

A questi periodi sono riferibili anche le numerose Domus de Janas, che punteggiano il territorio, riproducendo in scala architettonica quel concetto di grembo materno della terra che accoglie i defunti per rigenerarli.

Successivamente viene lasciata un'impronta ancora più evidente, con i nuraghi Santu Pauli e Monte Exi che svettano come sentinelle di pietra, e le tombe dei giganti in località Monte Ollastu e Astia, sepolture collettive che perpetuano il culto degli antenati. 

Ad Astia, la presenza di un pozzo sacro testimonia il culto delle acque, un altro tassello fondamentale nella religiosità di queste genti.

Il popolamento continuò in età romana, quando la vocazione territoriale si fece più pragmatica. Nella prima metà del II secolo d.C., venne realizzato un imponente acquedotto che, dalle sorgenti di Villamassargia, convogliava le acque fino a Karalis (l'odierna Cagliari), un'opera di ingegneria idraulica che serviva la crescente metropoli. Di questo periodo sono anche le fonderie, a testimonianza di quell'attività metallurgica che da sempre caratterizza questa zona dell'isola, dove la terra ha donato non solo simboli ma anche minerali.


Tiziana Fenu 

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Vaso de su Concali de Corongiu Acca




giovedì, febbraio 19, 2026

💛 Vento/Bundu/Baubo/otre

 Nella mitologia greca, Baubo è una figura arcaica e affascinante, il cui mito è strettamente legato ai misteri femminili e alla rinascita della natura, ne ho parlato svariate volte, nei miei scritti, anche nella mia ultima pubblicazione editoriale "Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l’Ordine". 

La sua storia si intreccia con quella di Demetra, la dea dell'agricoltura e del grano, che, disperata per il rapimento della figlia Persefone da parte di Ade, si era ritirata dal mondo, lasciando la terra sterile e arida.

Nelle sue peregrinazioni, Demetra giunge ad Eleusi, dove viene accolta da Baubo. Per strappare la dea al suo lutto inconsolabile, Baubo compie un gesto sorprendente e rituale, l'anasyrma, ovvero solleva la veste mostrando i genitali . 

Questo atto, lungi dall'essere meramente osceno, è profondamente sacro e apotropaico. 

In alcune versioni del mito, è il figlio Iacco( Demetra porta in grembo Iacco, che, come dice prof. Dedola a riguardo, è il terzo nome del Dio sardiano, Iáccu, è , senz’altro il più intrigante, anch’esso panmediterraneo. Íaccos, Ἴακχος)  a ridere di fronte a questa visione, rompendo l'incantesimo del dolore e strappando infine un sorriso alla stessa Demetra . 

Il riso che ne scaturisce ha un effetto liberatorio e rigenerante, riportando la possibilità della gioia e, simbolicamente, della vita.

Il nome stesso di Baubo, per alcuni studiosi, evocherebbe la "pancia" e le "risate di pancia" . 

Le sue raffigurazioni più antiche, come la statuetta ritrovata a Gela (V sec. a.C.), nel santuario di Demetra Thesmophoros, la mostrano intenta in questo gesto, diventando così l'emblema di un femminile che non teme di mostrarsi, di un potere che risiede nella capacità di generare e di rigenerare la vita attraverso il corpo, il riso e la trasgressione sacra . 

È una divinità che ci ricorda come, nei momenti di massima aridità, la scintilla vitale possa riaccendersi attraverso ciò che è primordiale, corporeo e autentico.

Simbolo di questa fertilità dinamica, attiva, vitale, erano i Floralia, antiche feste romane dedicate a Flora, dea dei fiori, della primavera e della giovinezza. Celebrati tra la fine di aprile e l'inizio di maggio, questi ludi erano caratterizzati da un'atmosfera di gioia sfrenata e licenziosità rituale. 

Istituiti in seguito a un responso dei Libri Sibillini per propiziare la fertilità dei campi, i Floralia erano il momento in cui la comunità intera si abbandonava a comportamenti che in altri contesti sarebbero stati inaccettabili .

Le celebrazioni includevano rappresentazioni teatrali (ludi scaenici) durante le quali le attrici si spogliavano su richiesta del pubblico (la cosiddetta nudatio mimarum), e giochi circensi in cui venivano liberati animali come capre e lepri, simboli di fecondità . La logica sottostante a questi riti era chiara

Stimolando la sessualità umana attraverso il gioco e l'esibizione, si intendeva risvegliare per analogia la potenza generatrice della natura, spingendo la terra a fiorire e a produrre frutti abbondanti. 

In questa festa, il corpo femminile esibito non era oggetto di vergogna, ma un potente strumento magico per influenzare il ciclo delle stagioni.

Se Baubo e Flora rappresentano il principio femminile della generazione, Zefiro incarna la controparte maschile e fecondatrice. 

Nella mitologia greca, Zefiro è la personificazione del vento di ponente, dolce e leggero, che annuncia la primavera. 

Figlio di Astreo e di Eos (l'Aurora), è rappresentato come un giovane alato che tiene in mano un mazzo di fiori.

Il suo legame con il risveglio della natura è reso esplicito dal mito in cui sposa Clori, una ninfa associata ai fiori. 

La tradizione romana identifica questa ninfa proprio con la dea Flora . 

Come raccontano Ovidio nei Fasti e il Poliziano, è Zefiro che, con il suo soffio primaverile, feconda e "infiora" la terra, inseguendo la sua amata e trasformandola nella dea della fioritura . 

La loro unione simboleggia l'abbraccio cosmico tra il cielo (il vento) e la terra (la vegetazione), da cui nasce la profusione di fiori e frutti, e da cui essi generano il figlio Carpo, personificazione del frutto .

Ma il Vento, lo considero come Principio Femminile e Soffio Vitale. Lo dimostra anche la rappresentazione della Maschera de Su Bundu( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/12/bundu-bindubindi.html?m=0) 

 del Carrasegare sardo, che rappresenta il vento, di cui ho già approfondito anche nel mio saggio "Il Tempo Capovolto" 

Il vento del Sud, Noto o Austro, è nella tradizione classica figlio di Astreo ed Eos, ed è spesso associato a piogge e tempeste distruttive, temuto come disseccatore dei raccolti. 

Vi è una profonda connessione 

che lega il vento Austro/Noto al femminino attraverso la radice "STR" e le Grandi Dee Madri mediterranee e mediorientali (Ishtar, Astarte). La particella STR diventa così un filo d'Arianna che attraversa i millenni, collegando nomi e luoghi sacri (Oristano, Tharros, il fiume Tirso in Sardegna) a un culto primordiale della fertilità e della sovranità femminile.

Questa intuizione si sposa perfettamente con la definizione del vento come "soffio vitale". 

In ebraico, ruach, e in greco, pneuma, significano al contempo vento, respiro e spirito . 

Il vento è quindi l'elemento invisibile ma potentissimo che anima il mondo, esattamente come il principio femminile è la forza generatrice nascosta ma essenziale della vita.

Era nelle Domus de Janas che cercavano e custodivano il Soffio Divino, rappresentate con la carena ( fondo dell'imbarcazione e "carena" in sardo, sterno) 

Il riferimento all'otre dei venti è un'immagine potentissima. Nell'Odissea, Eolo chiude i venti in un otre e lo affida a Ulisse. 

Ma giustamente, ci si interroga su questo gesto: chi cuce davvero l'otre? 

"Un Femminino", l'unica risposta che sento di dare, illuminante. 

L'otre è un contenitore di cuoio, morbido e flessibile come un grembo. 

Chiudere i venti in un otre significa contenerli, gestirli, dar loro una dimora. 

È un'azione tipicamente femminile e materna. 

In sardo, "su bentu estru" (il vento di ponente) suona come "otre"

Da noi il Vento è Femmina. Questa tradizione popolare conserva una verità profonda. Il vento non è solo una forza maschile che feconda, ma anche un alito vitale che nasce da un grembo, da una "torre" come le "Dee turrite", i nuraghi, antichi luoghi di culto e di potere, strutture verticali che emergono dalla terra per incontrare il cielo e forse, simbolicamente, per generare il vento stesso.

Il collegamento  con Fūjin, il dio giapponese del vento, raffigurato mentre tiene un sacco di vento sulle spalle, crea un cerchio perfetto. L'iconografia di Fūjin che porta il suo sacco è la rappresentazione visiva dell'otre di Eolo. 

In entrambe le culture, il vento è una forza primordiale che deve essere contenuta e rilasciata, e questo contenitore, in una lettura simbolica, può essere visto come un utero cosmico.

Unendo tutti questi elementi, possiamo costruire un racconto simbolico coerente. 

Un Archetipo Femminino Primordiale, rappresentato dalla Baubo e dal Vento Madre. 

All'origine di tutto c'è un potere femminino, misterioso e autonomo. 

È rappresentato da Baubo, il cui gesto osceno-sacro rivela il potere rigenerante del corpo, ma anche dal Vento inteso come grembo, come "otre" primordiale, come soffio vitale che contiene in sé il potenziale di ogni cosa. 

Questo vento-madre è il respiro stesso del mondo, legato a Dee Madri antichissime il cui nome (Astarte, Ishtar) riecheggia nella radice STR che ritroviamo nella nostra Terra Sarda, in luoghi come Tharros e Oristano, antichi centri di civiltà dove il sacro femminile era profondamente radicato.

Il Soffio Fecondatore (Zefiro), da questo grembo cosmico,  si manifesta come forza maschile e fecondatrice. Non è più solo il contenitore, ma il soffio dinamico che esce dall'otre, che si muove verso la terra per fecondarla. Il suo mito, che lo vede sposo di Clori/Flora, è la rappresentazione perfetta di questo momento. 

È il principio aereo maschile che si unisce al principio terrestre femminile.

Il Rito dell'Unione, i Floralia, rappresentano benissimo questa simbologia. 

Il punto di incontro tra questi due principi è celebrato nei Floralia. 

Questa festa non è solo un tripudio di vitalità fine a se stesso. 

È la messa in scena rituale dell'ierogamia, l'unione sacra tra cielo e terra. 

L'esibizione del corpo femminile (Flora, ma anche l'eco di Baubo) e la corsa degli animali fertili sono il mezzo per invitare, attraverso la ritualistica, la natura a risvegliarsi. 

È il momento in cui la potenzialità contenuta nell'otre si libera e si manifesta nel mondo, facendo fiorire i campi e germogliare i frutti.

In questa visione, Baubo è la chiave che ha permesso a Demetra di sorridere, sbloccando la rigidità del lutto e permettendo al ciclo della vita di riprendere. 

Allo stesso modo, i Floralia sono il meccanismo rituale che "sblocca" la potenza invernale della terra, permettendo a Zefiro di fecondarla. 

Il vento è l'elemento unificate. 

È il soffio primordiale custodito nel grembo (l'otre, la torre), è l'alito fecondatore di Zefiro, ed è l'energia vitale che si sprigiona nei riti di fertilità, portando alla fioritura (Flora) e al frutto (Carpo). 

Il collegamento con l'amigdala( ne ho parlato nel link riguardo su Bundu, citato prima) centro emotivo del cervello, e con la Maddalena (Torre), suggella questa visione. 

Il principio femminile non è solo fuori, nella natura, ma è anche dentro di noi, il centro profondo delle nostre emozioni e della nostra stessa consapevolezza, una "torre" interiore da cui spira il vento dello spirito.


Tiziana Fenu 

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Vento/Bundu/Baubo






💙 Tantrismo

 Il tantrismo non può essere insegnato. 

Né si impara.

Esso appartiene al regno dell’ineffabile, là dove la parola si infrange come un’onda contro gli scogli del silenzio e la mente, con i suoi artifici, si arresta di fronte al mistero che la trascende. 

Non esiste dottrina, né tecnica, né percorso iniziatico tracciato da mano umana che possa condurre alla sua soglia. Ogni tentativo di apprenderlo come si appende un sapere profano non farebbe che allontanarne l’essenza, perché il tantrismo non è un insieme di pratiche da eseguire, ma una rivelazione che accade nell’intimo, quando l’anima è pronta a spogliarsi di ogni sovrastruttura per accogliere l’inconoscibile.

Ti viene donato come un Dono, e in questa parola, “dono”, riecheggia l’antico senso del gratuito, del sacro che irrompe senza preavviso, come la grazia che discende sui mistici o l’illuminazione che folgora il ricercatore dopo anni di silenziosa attesa. 

Non lo conquisti con lo sforzo, non lo meriti con l’ascesi. 

Ti viene incontro, ti trova, ti sceglie. E quando questo accade, cessa di essere un concetto, una filosofia, una via da seguire:

Diventa la tua dimensione naturale, il tuo stato naturale d’Essere. 

Come il respiro che non impari a respirare, come il battito che non comandi, così il tantrico si ritrova immerso in una nuova qualità dell’esistenza, dove ogni atto, ogni pensiero, ogni pulsazione vibra all’unisono con il cosmo.

Entri in frequenza vibrazionale con Ottave alte. 

Armoniose.

Non si tratta di una semplice metafora musicale, ma di una verità energetica che gli antichi maestri conoscevano bene. 

L’universo è un oceano di vibrazioni, e l’essere umano, nel suo stato ordinario, emette suoni confusi, dissonanti, frammentati. 

Il Dono tantrico accorda lo strumento corpo-mente-spirito a una sinfonia più vasta, a quelle ottave superiori dove la materia si fa più sottile, dove il pensiero diviene luce e l’emozione si trasforma in estasi. 

È l’armonia delle sfere che penetra la carne e la redime, restituendole la sua originaria purezza.

E diventi tu stessa fucina di sublimazione.

Fucina. 

Immagine alchemica per eccellenza, luogo del fuoco segreto, della trasmutazione. In te, ora, ogni elemento grezzo, desiderio, paura, attaccamento, gioia, dolore, viene gettato nel crogiolo e trasformato in oro spirituale. Nulla è scartato, nulla è giudicato impuro. 

Tutto diventa combustibile per la fiamma dell’Amore. 

In tutto ciò che capti, 

in ogni incontro, 

in ogni sguardo, 

in ogni fremito della natura, scorgi l’occasione per una nuova trasmutazione. 

L’Amore non è più un sentimento tra gli altri, ma la sostanza stessa della realtà

La Bellezza non è un attributo superficiale, ma il volto manifesto del Divino.

La Kundalini funge da sensore, da amplificatore.

Ella, la Serpe di Fuoco, giace assopita alla base della colonna, nel primo chakra, attendendo il risveglio. Nel tantrico, non è più un potenziale latente, ma una presenza viva e operante. Come un sensore finissimo, percepisce le vibrazioni sottili che sfuggono ai cinque sensi. 

L’intenzione nascosta dietro una parola, la qualità energetica di un luogo, l’eco dell’anima altrui. 

E come un amplificatore, moltiplica all’infinito ogni minima sfumatura di piacere, di amore, di comunione, trasformando l’ordinario in straordinario, il contatto in fusione, l’attimo in eternità.

È una strada di non ritorno.

Non perché vi sia un divieto, ma perché la trasformazione è irreversibile come la fiamma che ha bruciato il seme. 

Il seme non può più tornare a essere tale, è già albero, è già fiore, è già frutto. 

Una volta che la coscienza ha assaporato l’unità, non può più accontentarsi della separazione. 

Una volta che il cuore ha conosciuto l’amore come stato permanente, non può più tornare all’amore come episodio. 

Non puoi fare sesso, una volta tantrico, e una volta no. Diventi tu stessa tantrica. 

Non puoi più essere altrimenti. L’atto sessuale non è più un’attività tra le altre, ma il riflesso, nel piano fisico, di una realtà più vasta. 

L’unione cosmica di Śiva e Śakti, la danza eterna della coscienza e dell’energia. E in ogni gesto, anche il più semplice, anche il più apparentemente profano, rivive quella stessa danza.

È entrare nella natura intima delle cose, delle persone, e sentirne il calore e il nutrimento, e restituirlo.

Non si tratta più di osservare il mondo dall’esterno, ma di penetrare la sua essenza più segreta. 

Come si apre un frutto per coglierne la polpa, così il tantrico si apre alla realtà e ne assapora il midollo. 

Sente il calore che emana da ogni essere, da ogni pietra, da ogni stella, e ne riceve nutrimento per l’anima. 

Ma non trattiene per sé. Restituisce, in un circuito virtuoso che alimenta l’universo. 

È lo scambio continuo tra il microcosmo e il macrocosmo, tra l’umano e il divino, tra l’amante e l’amato.

Il sesso inizia dall’intimità d’anima, di emozioni.

Prima ancora che i corpi si incontrino, le anime si riconoscono. 

L’intimità non è un traguardo da raggiungere dopo aver superato le difese fisiche, ma il punto di partenza, il terreno sacro su cui edificare l’incontro. 

Mostrarsi nella propria verità, senza maschere, senza paura del giudizio, senza bisogno di apparire diversi da ciò che si è. 

Questa è la vera nudità, la più audace, la più coraggiosa. Quando consenti all’altro di entrare totalmente dentro di te, nelle tue zone “molli”, vulnerabili, quelle belle, soffici, da baciare delicatamente, allora capisci. Non con la mente, ma con tutto l’essere. 

Comprendi che la vulnerabilità non è debolezza, ma la più alta forma di forza. 

È l’aprirsi all’altro senza riserve, è il fidarsi dell’universo, è l’abbandono alla grazia.

Ti senti espandere dentro di lui. 

Si entra l’uno dentro l’altro, come una seconda pelle, e lo si sente in ogni poro, in ogni respiro. 

In ogni battito.

I confini si dissolvono. 

Non c’è più un “io” e un “tu” separati, ma un “noi” che trascende la somma delle parti. 

L’altro diventa la tua stessa carne, il tuo respiro si fonde con il suo, il tuo cuore batte all’unisono con il suo cuore. È un’esperienza di comunione totale, che coinvolge ogni cellula, ogni fibra dell’essere. E in ogni pausa che si è preso per raccontarsi, per rivelarsi, per donarsi a noi, scopri la sacralità del tempo sospeso, dell’attimo che diventa eternità.

Allora ci si sincronizza. 

Si incomincia ad avere lo stesso battito, lo stesso ritmo. Lo si sente espanso ovunque.

Non è solo il cuore a pulsare all’unisono, ma l’intero campo energetico. 

I respiri si allineano, i pensieri si armonizzano, le emozioni danzano insieme. 

E questa sincronia non è limitata al tempo dell'incontro. Si espande, pervade ogni istante della vita, anche quando si è lontani. 

L’altro diventa una presenza costante, un sottofondo musicale che accompagna ogni azione, un calore che non si spegne mai. 

In tutti e cinque i sensi e oltre.

Così si raggiunge un piacere che è indescrivibile. 

Periferico e centrale nello stesso tempo.

Non è il piacere localizzato degli organi genitali, né l’ebbrezza fugace di un orgasmo fisico. 

È un piacere che abbraccia tutto il corpo e insieme lo trascende, che vibra sulla pelle e nel profondo dell’anima, che si irradia dal centro del petto e pervade ogni atomo dell’universo. 

È l’estasi dei mistici, la beatitudine dei santi, la gioia dei bambini. 

Con tutti i chakra aperti, i vortici di energia ruotano liberamente, formando un unico grande turbine che ascende dalla base della colonna fino alla corona, e da lì si riversa nell’infinito.

Perché circola amore ed energia fluida, pulita, vera, calda, nutriente. 

Dall’uno all’altro. Ininterrottamente.

Non c’è interruzione, non c’è fine. 

L’amore non è un sentimento che va e viene, ma una corrente perenne che scorre tra gli amanti, alimentandoli, purificandoli, trasformandoli. È l’energia stessa della vita, nella sua forma più pura, che si riversa da un cuore all’altro, in un flusso incessante che non conosce ostacoli. 

Come una danza ancestrale che ci riporta al primo battito di vita. 

Quella danza che i primordi dell’universo danzavano, quando ancora non c’era separazione, quando la luce e le tenebre erano un’unica sostanza, quando il maschile e il femminile dormivano abbracciati nello stesso grembo cosmico.

Un qualcosa di magico, profondo, potente e primordiale.

Magico, perché sfida le leggi del mondo ordinario e apre le porte all’impossibile. Profondo, perché scende negli abissi dell’anima e ne riporta alla luce tesori dimenticati. Potente, perché nulla può resistere alla forza di questa unione, che è la stessa forza che tiene insieme le galassie e fa sbocciare i fiori. 

Primordiale, perché ci riconnette all’origine, al principio senza tempo, al momento in cui la vita esplose per la prima volta nell’universo. 

In quell’abbraccio, in quel respiro condiviso, in quel battito all’unisono, riviviamo la creazione del mondo. 

E siamo, per un attimo, ciò che siamo sempre stati. 

Una scintilla del Divino, una nota nella sinfonia cosmica, un respiro nell’eterno respiro di Dio.


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Tantrismo




💛 Su carr'e Nannai ampliato

 

Il Rombo e la Folgore.
Su carr'e e Nannai, un Simbolismo Sacro in Sardegna
Approfondimenti sulla prima pubblicazione a riguardo ( ottobre 2020 https://maldalchimia.blogspot.com/2020/10/la-simbologia-del-tuono-e-del-fulmine.html?m=0)

L'indagine che qui si propone prende le mosse da un oggetto emblematico e lontano il mamuli dell'isola di Sumba, in Indonesia, di cui ho già avuto modo di approfondire ( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/10/i-mamuli-indonesiani.html?m=0)
Questo ornamento rituale in metallo prezioso, la cui forma riproduce i genitali femminili, si presenta come un rombo forato, un'icona di straordinaria potenza simbolica che rinvia immediatamente all'archetipo della Grande Madre( https://maldalchimia.blogspot.com/2024/02/lalfa-e-omega-simbologia-civilta-sarda.html?m=0)
Il rombo, in questa accezione, diviene Vesica Piscis, losanga vulvare, rappresentazione geometrica di un portale cosmogonico, di una soglia uterina da cui la vita si sprigiona e in cui, simbolicamente, può fare ritorno per trasmutarsi.
Questa simbologia, universale e arcaica, trova puntuali corrispondenze nell'area mediterranea e mesopotamica. La lettera greca Ω (Omega), con la sua ansa che evoca la forma di un utero gravido, si lega alla medesima sfera semantica, così come l'antichissima dea sumera Ninhursag( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/11/statuina-oannes-neo-sumera.html?m=0)
Creatrice del genere umano, signora della vita e della nascita, nei cui attributi compare uno strumento rituale per il taglio del cordone ombelicale che presenta una sorprendente analogia morfologica con i mamuli ( https://maldalchimia.blogspot.com/2023/05/dio-bes.html?m=0)
Ninhursag, conosciuta anche come Ninmah, Mami o Mama, era, insieme al fratello An, "Signora del Cielo".
È proprio da questa radice teonimica "AN" che prende avvio una delle più affascinanti trame speculative della nostra analisi.
Il simbolismo de Su Carr'e Nannai può essere considerato, in questa prospettiva, l'Androgino primordiale, con il  suo Carro della Tempesta.
L'espressione sarda "su carr'e nannai", con cui si designa il fragore del temporale, appare come un relitto linguistico di straordinaria densità mitologica .
L'interpretazione più immediata, e più diffusa, accosta "nannai" al termine "nonno", vedendovi l'evocazione di un'entità maschile archetipica, un capostipite divino.
Questa lettura si salda perfettamente con il richiamo al dio sumero An, il "Signore dei Cieli", dimorante nell'Eanna ("Casa dei Cieli"), divinità uranica e signore dei temporali.
Tuttavia, la potenza del simbolo resiste a interpretazioni univoche e si nutre di polarità.
Un'etimologia altrettanto suggestiva, e forse più profonda, riconduce "nannai" a "sa nai", la nave.
La nave come utero primordiale, come arca cosmica traghettatrice tra le dimensioni della vita e della morte.
L'immagine si salda allora con la forma falcata delle Tombe dei Giganti, architetture funerarie che riproducono lo scafo di una nave capovolta o il soffitto delle Domus de Janas, che riproduce la carena di un'imbarcazione, dal doppio significato di "carena", parola sarda, che significa sterno, lo sterno che custodisce il Soffio Divino di Vita ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/08/sa-carena-domus-de-janas-su-murrone.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/i-flamen-dialis-de-sa-carena.html?m=0)o le corna di una protome taurina, simbolo di fecondità e rinascita .
Queste sepolture collettive, la cui morfologia richiama le "navetas" delle Baleari e le "naus" portoghesi, sono l'utero della Madre Terra che accoglie il defunto per il grande viaggio verso l'aldilà.
La falce lunare, come quella del dio toro, è dunque sia fallica che uterina, è lo strumento di un passaggio che coinvolge entrambi i principi cosmici.
"Nannai" si rivela così non come una divinità esclusivamente maschile o femminile, ma come un'entità androgina, una sigizia primordiale che racchiude in sé la totalità delle forze creatrici, un dio-dea della tempesta e del traghettamento, il cui carro celeste solca i cieli mentre la sua nave interiore trasporta le anime.
A ulteriore sostegno di un primigenio sostrato cultuale comune, si considera l'incisione rupestre di Montessu (Villaperuccio), raffigurante un'imbarcazione senza remi. La sua sorprendente somiglianza con la barca solare egizia, pur in un contesto (la necropoli sarda del 3200 a.C. circa) di molto antecedente alla camera funeraria di Cheope (2500 a.C.), suggerisce l'esistenza di un orizzonte simbolico condiviso e arcaico, una koinè mediterranea di credenze legate al viaggio dell'anima.
Il Rombo Geometrico e il Suono della Creazione offrono ulteriori interessanti interpretazioni simboliche.
La lingua italiana ci offre una preziosa polisemia, infatti il termine "rombo" designa tanto una potente figura geometrica quanto il fragore profondo del tuono .
È su questa seconda valenza che occorre concentrare l'analisi, poiché essa rivela il nesso inscindibile tra forma, suono e potenza creatrice.
Il rombo geometrico, simbolo della vulva, della soglia e del portale, è anche lo strumento sonoro per eccellenza dei riti misterici.
Un semplice oggetto a forma di losanga, fatto roteare nell'aria tramite una cordicella, produce un ronzio grave e vibrante che evoca il muggito del toro, il sibilo del vento e, appunto, il rombo del tuono( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/10/pietra-del-tuono-pinacoteca-cagliari.html?m=0)
Queste tre voci erano considerate i più arcaici e sacri simboli sonori, le fondamenta  della natura generatrice.
La rotazione del rombo, specialmente se condotta con un movimento ellittico e strozzato al centro che disegna la figura dell'otto o dell'infinito, produce un vortice sonoro che è anche energetico. Due cerchi che ruotano in senso opposto creano una polarità, un dipolo elettrico e magnetico che è l'essenza stessa della dinamica creatrice.
Questa pratica, ampiamente documentata in ambiti sciamanici (dai monaci tibetani pre-buddhisti agli Apache nordamericani), era al cuore degli antichi misteri kabirici, i culti iniziatici del Fuoco Sacro e del Fuoco Elettrico.
I Kabiri, gli Antichi Sardi, figure di istruttori antidiluviani legati al dio metallurgo Efesto, erano venerati in Beozia e a Samotracia, e i loro misteri promettevano protezione ai naviganti e una conoscenza profonda delle forze primordiali ( https://maldalchimia.blogspot.com/2024/06/moneta-dio-beskabirios.html?m=0)
Erano proprio queste le conoscenze di cui erano depositari i fulguratores sardo/etruschi, i sacerdoti specialisti nell'interpretazione e nell'invocazione dei fulmini. Secondo la Etrusca disciplina, questi sapienti, che durante i loro riti si proteggevano l'udito con la cera, erano in grado, attraverso precise formule verbali e sonorità gutturali, di scongiurare la caduta di un fulmine o di attrarla, dominando la potenza celeste .
La Clessidra, il Ballo e la Polarità Energetica, sono simbolismi estremamente presenti nella nostra iconografia sarda.

Ne abbiamo straordinari esempi nella produzione artistica della  cultura   di Ozieri ( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/10/ballu-tundu.html) 
La rappresentazione grafica di questo vortice energetico, due coni uniti per il vertice, trova una sua perfetta incarnazione nella cultura sarda.
È la forma della clessidra. Lungi dall'essere un mero indicatore del trascorrere del tempo, la clessidra nei manufatti isolani, e in particolare nella postura assunta dai danzatori nel ballo tondo sardo, diviene la raffigurazione stessa del fulmine che feconda la terra.
I corpi che si uniscono e si separano nel cerchio danzato disegnano nello spazio quella stessa forma, divenendo rappresentazione vivente dell'incontro tra il principio maschile e quello femminile, tra cielo e terra, tra la folgore che scende e l'acqua che sale. Non è un caso che, come nell'indagine linguistica si coglie una radice comune, anche nell'immaginario si colga un'analogia formale. La stessa configurazione della clessidra è alla base di simboli universali della potenza creatrice.
È l'ascia bipenne  (la labrys, da cui "labirinto"), strumento sacro e percorso iniziatico di smarrimento e ritrovamento
( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/07/s-arca-sacra.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2023/02/ascia-bipenne.html?m=0)le cui tracce sono state trovate nel nostro importantissimo sito di Santa Vittoria di Serri ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/santa-vittoria-di-serri-e-il-dragoboote.html?m=0)
È il doppio tridente di Poseidone, signore delle acque.
È il martello del dio nordico Thor( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/06/thorbronzetto-teti.html) 
Ed è, in modo sorprendentemente evidente, il vajra (in tibetano dorje), lo scettro rituale del Buddhismo tantrico e dell'induismo, il cui nome sanscrito significa contemporaneamente "fulmine" e "diamante", a simboleggiare l'infallibile e indistruttibile illuminazione che squarcia il velo dell'ignoranza .
Tutte queste "armi" non sono strumenti di guerra, ma armi liturgiche, simboli di una potenza cosmogonica che consacra e trasforma, che unisce gli opposti per generare nuova vita e nuova coscienza.
Non si può evitare di fare un collegamento tra Efesto, Efisio e la Sacra Metallurgia di Tartesso.
La potenza del fulmine, che forgia la pietra e feconda la terra, è la stessa che anima il fuoco dei vulcani e dei crogioli dei metallurghi. Efesto, il dio greco zoppo( che rimanda alla zoppia dei Mamuthones) e deforme, signore del fuoco sotterraneo e della lavorazione dei metalli, è colui che forgia le saette per Zeus e le armi divine.
Il suo nome risuona in modo impressionante in quello di Sant'Efisio, il martire guerriero patrono della Sardegna. Questa assonanza non pare fortuita, ma piuttosto il segnale di una continuità profonda, di un "impronta energetica" che lega l'isola al sacro fuoco della metallurgia.
Questa intuizione si salda con l'ipotesi, sempre più accreditata in certi ambiti di studio, che identifica la Sardegna con la mitica Tartesso, la favolosa terra dei metalli citata nelle fonti classiche, situata all'estremo Occidente, ricca di argento, oro e stagno.
Se Tartesso era davvero, come sostenuto, la "patria dei metalli" con il suo centro a Tharros (il cui nome stesso sembra evocare la radice), allora la Sardegna non fu solo una terra di pastori e guerrieri, ma un crogiolo di saperi tecnici e iniziatici legati al fuoco e alla trasformazione della materia.
La conferma più tangibile di questa ipotesi risiede in due manufatti emblematici dell'eneolitico sardo, custoditi nei musei di Laconi, il doppio pugnale e il pugnale ad elsa gammata.
Il primo, con la sua inconfondibile forma a clessidra, è la copia perfetta del vajra indiano, uno strumento rituale nato per simboleggiare e attivare le due polarità opposte. La sua presenza accanto a incisioni che sembrano rappresentare un doppio tridente non può essere un caso.
È la testimonianza lapidea che in Sardegna si conosceva e si praticava un culto della polarità elettrica, della potenza generatrice del fulmine( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/06/osservavo-queste-tre-immagini-la-prima.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/shasu-shardana.html?m=0)
Il secondo, il pugnale ad elsa gammata
https://maldalchimia.blogspot.com/2021/09/tomba-dei-giganti-di-nixias.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2022/05/sarrasojasacred-symbologies.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2021/09/pugnaletto-svastica-solare.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2025/06/il-pugnaletto-sardo-e-il-solstizio.html?m=0) è forse ancor più rivelatore. Il grande archeologo Giovanni Lilliu, osservandone la forma, vi riconobbe la sagoma stilizzata di un uccello, con "l'elemento retto curvilineo dell'elemento orizzontale che potrebbe utilizzare il corpo di un uccello ristretto verso la coda" [cit. da "Sculture della Sardegna"].
Questa intuizione è preziosa, poiché l'elsa gammata non è altro che la rappresentazione stilizzata di una svastica, e la svastica, ben prima di qualsiasi successiva e distorta appropriazione, è il più antico simbolo grafico del movimento vorticoso, della rotazione energetica creatrice. L'associazione con la forma dell'uccello, poi, ci proietta direttamente nella dimensione sciamanica.
L'uccello è, per eccellenza, il simbolo del volo estatico, del viaggio dell'anima nei mondi superiori.
I più antichi "rombi" preistorici, gli strumenti per creare il vortice sonoro, erano spesso decorati con figure di uccelli, e il loro ronzio era il battito d'ali che accompagnava la trance.
Lo stesso iynx greco, il rombo magico utilizzato nei rituali di fascinazione erotica, era anche il nome del torcicollo, un uccello, e la sua radice (ilinx, vortice; ilingos, vertigine) ne svela la funzione psicotropa.
Il pugnale ad elsa gammata, dunque, potrebbe essere stato non un'arma, ma un potente oggetto rituale, una rappresentazione miniaturizzata e duratura di quel vortice energetico che, generato dal rombo sonoro, conduceva l'iniziato allo stato di coscienza estatico. Il suo ritrovamento in siti come il santuario di Giorrè (tra Florinas e Cargeghe), un recinto sacro a forma di uovo, simbolo di rinascita, ne rafforza l'interpretazione in chiave iniziatica.
Questa Sardegna, culla di misteri kabirici e di sapienza metallurgica, appare agli occhi degli antichi come una terra fuori dal tempo, luogo di un sonno sacro e rigenerante. Aristotele, nella sua Fisica, menziona il racconto di coloro che, in Sardegna, "dormivano vicino agli Eroi", un sonno così profondo da far loro perdere la cognizione del tempo che scorre.
È il sonno iniziatico, l'incubatio praticata nei santuari per entrare in contatto con il divino e ricevere guarigione o rivelazioni.
La leggenda dei nove dormienti sardi, i nove eroi figli di Ercole e delle Tespiadi, i cui corpi rimasero intatti in una grotta fuori dal tempo, si collega ai misteri della morte e della rinascita, al numero nove, simbolo del ciclo compiuto e dell'attesa della nuova nascita. Questi eroi, che secondo il mito giunsero in Sardegna con Iolao, sono forse da identificare con gli antichi Tirreni o Etruschi, che proprio dalla Sardegna (allora parte di Eritia-Atlantide, la "terra rossa") sarebbero poi migrati verso il Lazio, portando con sé i loro misteri e la loro sapienza.
Dall'analisi del mamuli indonesiano al culto del fulmine, dalla forma del doppio pugnale al vortice del ballo sardo, un filo rosso e oro lega tutti i simboli qui esaminati.
Questo filo è la conoscenza della polarità, della sacra ierogamia tra opposti complementari che sola genera la vita e la coscienza. Il rombo, vagina mundi, e il fulmine, logos spermaticos, non sono che i due aspetti di un'unica, ineffabile realtà.
È il mistero della creazione che si attua nell'incontro, nella tensione feconda, nel vortice energetico.
Gli antichi Sardi, eredi di un sapere antidiluviano e abili metallurghi, appaiono in questa luce come i custodi occidentali di questi misteri.
I loro nuraghi, come il complesso e singolare Nuraghe Arrubiu di Orroli, si rivelano non solo fortezze o luoghi di riunione, ma possibili "altari del fuoco sacro", centri iniziatici dove il rombo del tuono e il ronzio dello strumento sacro si univano per aprire i portali della percezione .
Le Bithiae, le Janas dalle doppie pupille( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/04/le-bithie-dalle-doppie-pupille.html) 

 sono l'incarnazione stessa di questa androginia primigenia, di questa capacità di vedere e mediare le due polarità.
Alla fine di questo viaggio, il temporale, "su carr'e nannai", non sarà più solo un fenomeno meteorologico, ma l'epifania di una potenza antichissima e familiare.
Sarà il richiamo di una terra, la Sardegna, che custodisce nel suo suolo, nelle sue pietre e nei suoi balli la memoria di un Sapere che non si apprende sui libri, ma che, come la folgore, può colpirci all'improvviso, donandoci l'illuminazione di diamante. Per riceverlo, occorre solo essere pronti a farsi attraversare.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com


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Su carr'e Nannai ampliato