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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

lunedì, aprile 27, 2026

❤️ Non c'è molto da intendere

 

Non c'è molto da intendere,

nell'amore,

se non che esso è l'abisso che si spalanca

dove ogni parola si fa sete

e ogni pensiero si disfa in presenza.

Te ne accorgi, della Verità che abita il suo nome,

quando finalmente ti spogli di ogni difesa,

e ti offri in quella nudità che non è del corpo,

ma dell'Anima che trema

sulla soglia del suo stesso mistero.

E ti senti così piccola, così esposta al confine del respiro, che basterebbe un niente,

un istante più saldo del suo pugno

chiudo sul suo petto

per smettere di appartenere al mondo.

E invece no.

Invece ti offri ancora.

Perché nel gesto estremo di chi stringe,

tu non cerchi la fine,

ma l'ascolto.

Che senta,

attraverso la pressione,

il galoppo impazzito del tuo cuore,

la sua corsa di luce e di tenebra,

quel suo tremare in bilico,

tra l'ultimo battito e il primo,

come solo chi si consegna senza rete

sa donare.

Follia,

si direbbe.

Invece è l'unico gesto saggio.

Fidarsi ancora,

sempre,

quando il cuore non sa battere

se non nella resa,

e si offre nudo,

di quella nudità che imbarazza

perché più vera

di un corpo appena svestito

che freme nell'attesa.

L'Amore vero,

quello che non mente,

ti cinge la gola,

non per toglierti il fiato,

ma per sentire

come il tuo sangue gli scorra dentro,

come il tuo ritmo diventi  il suo,

come si possa,

in un unico battito,

morire e poi rinascere.

Poi,

nel bacio,

ti restituisce l'ossigeno,

ti riporta alla luce,

ti avvolge nel Dono supremo

di averti lasciata vincere

da quegli occhi che ti hanno guardata

e nel guardarti ti hanno resa invincibile.

Perché c'è più forza

nel cadere nelle due mani

che nello stare eretti da soli.

E chi si dona nella fragilità

vince una battaglia che i forti

non sanno nemmeno vedere.

Il dono sicuro è di tutti.

Ma il dono tremante,

il dono che si spezza e si ricompone

nel calore di uno sguardo, quello è l'Amore.

E non ha bisogno

di essere capito.

Solo vissuto.

Fino in fondo.

Fino all'ultimo tremito.

Fino al primo,

eterno,

respiro.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com
Tratto dal mio libro
"Diamanti di Rugiada. Attimi di luce allo stato liquido"
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Non c'è molto da intendere




💛 Iadi ( libro Le Dee Silenziose)

 "[...] La loro rappresentazione a forma di goccia si carica dunque di una doppia valenza, quella celeste, riferita alla Costellazione, e tellurica riferita all'acqua sorgiva dei pozzi sacri che spesso presentano questa conformazione a goccia. 

La struttura delle Iadi, disposta a “V” con tre stelle allineate su ciascun braccio, come una sorta di triangolo stellare, richiama simbolicamente il grembo uterino, il pube femminile, il grembo alchemico della generazione. 

La stella più luminosa dell’ammasso, Aldebaran, l’“occhio rosso” del Toro, segna il vertice di questa “Y” cosmica, divenendo tramite fra il piano divino e quello terrestre.

In Sardegna, la morfologia delle Iadi trova riscontro nella iconografia taurina nuragica, ove il torello, simbolo di potenza fecondante e di protezione, presenta frequentemente il corno sinistro più corto del destro, esattamente come la diramazione sinistra delle Iadi appare meno estesa. 

Tale asimmetria non è casuale, ma  riflette una visione cosmologica ove gli opposti, il maschile/femminile, il celeste/tellurico, la vita/morte, si fondono in una sintesi creatrice. 

Le corna taurine, spesso rappresentate in atteggiamento di protezione del disco solare o della Dea, diventano così un “portale ierofanico”, analogo alla “goccia-uovo” del pozzo di Santa Cristina, poiché entrambi custodiscono il mistero della vita che rinasce.

Nella nostra Antica Civiltà Sarda si è sviluppato un culto delle acque profondamente integrato con il culto della Grande Dea, la cui presenza è attestata dalle veneri neolitiche (come la Dea Madre di Cuccuru S’Arriu) fino alle raffigurazioni bronze e alle architetture cultuali dei pozzi sacri. 

In questi ultimi, l’acqua non è solo elemento purificatore, ma sangue della terra, fluido uterino della Dea che genera e rigenera. L’orientamento nord-ovest e sud-est, con ingresso a sud-est, alba del solstizio invernale, del pozzo di Santa Cristina e la sua forma a goccia allungata potrebbero alludere proprio alle Iadi, che sorgono e tramontano in quel quadrante celeste, segnando i cicli delle piogge e delle rinascite.

Il triangolo implicito nella struttura a “V” delle Iadi, e riprodotto in alcune domus de janas (come a Mesu ‘e Montes) o nell’impianto planimetrico di alcuni altari, incarna il principio triadico del Sacro Femminino, quello della “nascita/morte/rinascita”. 

Esso è anche simbolo del monte pubico, della vulva cosmica da cui scaturisce l’acqua primordiale. 

In questa luce, la “goccia” del pozzo sacro sardo diventa una sorta di omphalos liquido, centro del mondo dove cielo e terra si congiungono.

La corrispondenza tra il simbolismo della goccia nel soffitto di Senenmut e nei pozzi sacri sardi suggerisce l’esistenza di un sostrato culturale condiviso, un koinè mediterranea di idee e simboli risalente almeno all’età del Bronzo. 

In entrambi i contesti, l’acqua è veicolo di conoscenza iniziatica e di immortalità. 

L’architetto Senenmut, come sicuramente anche gli antichi sacerdoti-astronomi sardi, sembra aver custodito una sapienza astroteologica che legava Orione, le Iadi e il Toro a un ciclo cosmico di morte e rigenerazione[...] 


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Tratto dal mio libro 

"Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna" 

a breve disponibile per l'acquisto. 

Iadi ( libro Le Dee Silenziose







💙 C'è un dolore

 



C’è un dolore che non sa di chiamarsi dolore. 

Un vuoto che non urla, ma che spinge mani invisibili a graffiare il mondo. 

Esso abita le viscere di chi, non trovando più un riflesso nel proprio specchio, decide di infilzare lo specchio altrui. 

L'odio che cerca un corpo assente. 

Non per vedere l’altro sanguinare, ma per sentire, almeno per un istante, di esistere.

Questo è il territorio sacro e malsano delle fissazioni che diventano persecuzioni silenziose. Parliamo di coloro che scelgono una vittima che non li conosce, che non ha mai incrociato il loro cammino se non nell’occhio gonfio della loro psiche malata. 

Un fantasma scelto come capro espiatorio, un estraneo trasformato in un muro contro cui scagliare ogni frustrazione.

Non è rabbia, ciò che li muove. 

È un bisogno disperato e sacrilego di transfert dell’orrore. 

La psiche, incapace di sopportare il proprio abisso interiore, lo avvolge in un involucro di menzogne e lo appoggia sulle spalle di un altro. 

L’altro diventa così una tela bianca su cui dipingere mostri che, in realtà, sono nati nelle notti della propria infanzia.

Non c’è rapporto, non c’è conflitto. C’è una fissazione monodirezionale. 

Un filo di ragno che parte da una ferita antica e va a impigliarsi nella vita di chi non ha mai chiesto nulla. 

Il denigrare, il disturbare, il dire menzogne, rubare la loro identità, non sono fini a se stessi. 

Sono il respiro affannoso di un ego che si sta spegnendo. 

Hanno bisogno che l’altro sappia di essere visto come inferiore, perché solo così loro, per un attimo, possono sedere su un trono costruito con legno marcio.

È una dimensione che rivela l'abisso infantile. 

Sempre autoreferenziale. 

Perché sono maniacalmente fissati, che pensano di stare al centro del mondo, che qualsiasi cosa sia riferita a loro. 

Ma non è, la loro, la dimensione dell’abuso violento e gridato, ma una più sottile e terribile. 

È l’abbandono silenzioso, l’invisibilità sistematica, il vuoto di rispecchiamento. 

Il bambino, la bambina, che non è mai stato visto negli occhi da chi doveva amarlo impara che per esistere bisogna fare rumore. 

Se da piccolo non sei stato toccato dall’amore, da grande toccherai gli altri con il disprezzo.

Ma c’è un’altra ferita, più esoterica.

Molto più profonda. 

L'umiliazione dell’essere stato reso “niente” da una figura che aveva il potere di dargli forma. 

Quel bambino ha imparato che l’altro è un contenitore da svuotare o da riempire a piacere. 

Non ha mai sperimentato il confine sacro dell’alterità. 

Per lui, l’altro non è un “tu”, ma un “esso”. 

Una funzione, uno specchio da sporcare perché il suo riflesso è troppo penoso da guardare.

Il bisogno nascosto è straziante nella sua semplicità. 

Rivela il voler essere al centro dell’attenzione, anche se negativa. Meglio essere il demonio nel quaderno di un estraneo che essere nessuno nel silenzio della propria anima. 

La menzogna che raccontano sugli altri, è, in realtà, la confessione di ciò che temono di essere loro stessi. 

Miserabili, ridicoli, dimenticabili.

Questa è una dinamica Ossessiva. Un Misticismo Invertito. 

Se volessimo leggere questa patologia con chiave mistica, diremmo che costoro praticano una preghiera nera. 

L’ossessione è la loro liturgia. 

Il pensiero fisso sulla vittima è un rosario rovesciato. 

Ogni “Ave” diventa un'offesa. 

Ogni “Padre Nostro” una distorsione della realtà. 

Non possono smettere perché smettere significherebbe tornare a faccia a faccia con il vuoto che hanno dentro, il Kenoma , quel luogo teologico dove Dio non è mai sceso.

Il contrario della Pienezza. 

La loro è una teologia negativa. 

Se io riesco a convincere me stesso e pochi altri che tu sei un mostro, allora io sono un angelo. Se abbasso te, il mio abisso si riempie per un istante. 

Vanno di omeostasi, per la quale, senza l'altro elemento di confronto, nemmeno esisterebbero. 

Ma è una voragine carsica. 

Ogni insulto, ogni bugia, ogni tentativo di distruggerti è un sasso gettato in un pozzo senza fondo. Non sentiranno mai il tonfo della liberazione.

E questo rivela tutta la grettitudine di questo agire. 

L’ossessionato che perseguita, senza che tu lo conosca  è, in realtà, tuo prigioniero. 

Tu, l’ignaro, il silenzioso, colui che vive la sua vita senza sapere di essere un bersaglio, sei il suo dio involontario. 

Senza di te, lui non è nulla. 

Il suo pensiero è incatenato a te, mentre tu sei libero. 

Egli ruota intorno alla tua esistenza come un satellite malato intorno a una stella che non sa nemmeno di illuminare.

La loro non è potenza. 

È una gehenna di dipendenza, per usare un termine gnostico. 

Hanno bisogno di odiarti per non impazzire del tutto. 

Ma tu, che non sai nemmeno di loro, fino a quando non si palesano ad elemosinare le tue attenzioni e quelle degli altri, calpestandoti come possono, possiedi la sola arma che li annienta. 

L’indifferenza consapevole. 

Non il disprezzo, ma l’atto contemplativo di non entrarci in risonanza.

Di delegare ad altri ambiti, il segnalare a chi di competenza, e lasciare che restino infangati al loro destino, che si sono creati con il loro stesso agire. 

Alla fine, il loro bisogno più profondo è che tu cada. 

Che tu scenda nel fango con loro, che tu risponda, che tu ti incazzi, che tu dimostri di essere come dicono. 

Che tu dimostri di essere come loro. 

Che permetti loro, di trovare una complicità per le loro bassezze. 

Perché se tu cadi, la loro menzogna diventa verità, e loro finalmente non sono più soli nell’abisso.

Ma se tu rimani nella luce, senza nemmeno guardarli, allora loro restano lì. 

Aggrappati a un’immagine di te che non esiste, urlanti in una stanza vuota, fissati su un fantasma che non ha mai fatto loro alcun male. 

E in quel silenzio, la loro psiche si spezza ancora un po’. 

Il delirio si amplifica.

Si inasprisce. 

Non per la tua vendetta. 

Ma per la tua pace.

Osservi. 

E compatisci. 

Non è compito tuo riportare l'equilibrio. 

È uno squilibrio che è solo dall'altra parte. 

Autoreferenziale. 

Questa è la giustizia occulta per chi semina menzogne. 

Diventare cenere nel fuoco di un’ossessione che nessun altro, tranne loro, ha mai visto.


Tiziana Fenu 

®®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

C'è un dolore







💙 Vaffanculo Bianconiglio

 

Nel Mio Universo, non esiste quel decreto spietato che sentenzia: "devi amarti tu per prima, altrimenti non posso amarti". Questa è la grammatica dei cuori timorosi, la prigione dorata costruita da chi ha paura di perdersi nell'abisso dell'altro.
Nel Mio Regno, vige l'esatto contrario.
È il paradosso divino che salva. Mentre il tuo amore si posa su di me come una stola di seta celeste, le mie ferite antiche si ricuciono da sole.
Mentre il mio amore trabocca verso di te, le tue crepe si colmano di luce.
L'Amore non è un premio per i già guariti.
È la medicina stessa, il balsamo che scorre nelle vene mentre ancora sanguiniamo.
L'Amore può tutto.
Può rifare il mondo in un battito di ciglia. In un nanosecondo, se la fiamma è vera, l'intero assetto dell'anima si ricompone in una nuova geometria di grazia.
Nessuno dovrebbe trascinare il macigno di doversi sentire "meritevole".
Chi ha stabilito i parametri della dignità?
Quale arcano consesso decide gli standard per accedere al sacro banchetto dell'affetto?
Io sono imperfetta, sono un canto di frammenti, un mosaico di schegge e di ombre.
Ma è proprio mentre ti amo che imparo la mappa del mio stesso continente interiore.
È amando te che scopro le stanze segrete di me, e in quelle stanze, infine, imparo ad amare anche colei che vi abita.
Guarisco mentre le lacrime mi rigano il volto, non per il dolore, ma per lo stupore di essere amata senza condizioni, senza giudizio, senza quel dito puntato che accusa.
Guarisco perché il tuo sguardo non è una lente d'ingrandimento sui miei difetti, ma una carezza che li rende preziosi.
Perciò, Vaffanculo, Bianconiglio. Vaffanculo con la tua logica da orologio svizzero, con la tua morale da manuale di auto-aiuto.
Tu dici che avrei dovuto imparare prima.
E forse è vero.
Forse avrei imparato.
E anche in fretta.
Se solo tu...
Se solo tu, tu... mi avessi amato davvero.
Se solo avessi avuto il coraggio di tuffarti nel mio caos invece di restare sul bordo a misurare la temperatura dell'acqua.
Se tu mi avessi amato, ti avrei donato la parte migliore di me. Quella che ancora mi è sconosciuta, la perla nascosta nelle profondità della mia stessa notte.
Quella che solo insieme a te avrei potuto dissotterrare, perché l'amore è anche questo:
uno scavo archeologico nell'anima dell'altro, dove si trovano reperti che nemmeno sapevamo di possedere.
Ma tu sei solo un coniglio stressato, sempre in ritardo sul tuo stesso cuore.
Sempre a gridare: "È tardi! È tardi!!".
Rilassati, Ciccio.
Rilassati.
La vita non è una corsa contro il tempo, ma una danza con l'eternità.
Se solo ti fossi fermato.
Se solo avessi chiuso gli occhi e teso l'orecchio, avresti percepito come mi batte il cuore per te.
Era un tamburo, un richiamo, un ritmo primordiale che aspettava solo il tuo.
Avremmo danzato, Bianconiglio. Avremmo danzato sotto le stelle, sul battito sincopato dei nostri cuori, in una coreografia che nessun orologio avrebbe mai potuto scandire.
Perciò no, Bianconiglio.
Non ti amo e non ti amerò mai.
Non ho bisogno di sentirmi in lista d'attesa per il tuo amore, di superare esami di meritevolezza. Io ho bisogno di sentire il mio cuore battere.
Di sentirlo vibrare, accelerare, emozionarsi al solo pensiero di qualcuno.
Questo mi basta.
Questo è il mio unico, vero metro di giudizio.
Io Amo.
E questo Amore, anche imperfetto, anche ferito, anche in apprendimento, vale tutti i meriti del mondo.
Vale l'intero creato.

“-Ma tu mi ami? chiese Alice.
– No, non ti amo rispose il Bianconiglio.
– Alice corrugò la fronte ed iniziò a sfregarsi nervosamente le mani, come faceva sempre quando si sentiva ferita.
– Ecco, vedi? – disse Bianconiglio – Ora ti starai chiedendo quale sia la tua colpa, perché non riesca a volerti almeno un po’ di bene, cosa ti renda così imperfetta, frammentata. Proprio per questo non posso amarti. Perché ci saranno giorni nei quali sarò stanco, adirato, con la testa tra le nuvole e ti ferirò. Ogni giorno accade di calpestare i sentimenti per noia, sbadataggine, incomprensione. Ma se non ti ami almeno un po’, se non crei una corazza di pura gioia intorno al tuo cuore, i miei deboli dardi si faranno letali e ti distruggeranno. La prima volta che ti ho incontrata ho fatto un patto con me stesso: mi sarei impedito di amarti fino a che non avessi imparato tu per prima a sentirti preziosa per te stessa. Perciò Alice no, non ti amo. Non posso farlo”.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
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Tratto dal mio libro
"Maldalchimia. Di Ombre e Luminescenze" Volume II
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Vaffanculo Bianconiglio








domenica, aprile 26, 2026

❤️ Non inseguo. ( libro Diamanti di Rugiada)

 

Non inseguo.

Non rincorro.

Disposta

a morire mille e più volte.

Dalle vette agli abissi.

Senza identificazione.

Non mi sono mai

abituata a me stessa.

Figuriamoci agli altri.

Come un cuore

che si svuota ogni volta.

Finché l'ultima goccia di sangue

ne è stata distillata.

Come capinera selvatica

al suo ultimo Canto d'Amore

su crinali di corallo

affilati di vento e di estasi.

Senza più chiedere

a chi non può

e non vuole dare risposte.

Non ho mai bevuto

la mia stessa acqua avvelenata.

Ho imparato a scorrere.

A lasciar fluire.

Fino a dissanguarmi.

I Doni

riescono ad essere anche severi.

Ma solo perché

ne valgono sempre il prezzo.

L'ovvio, la certezza,

anestetizzano il pathos.

Gestire il Fuoco

non è per tutti.

Non deve far danni.

Non si deve esaurire

in una Fiammata.

Deve ardere.

Rinnovandosi e rinnovando.

Continuamente.

Non deve bruciare

tutto l'ossigeno.

Ho imparato

ad andare a ritroso

sui miei stessi passi.

Come orme sulla neve

sulle quali nevica

dal mio stesso cuore.

Fino a smarrirmi.

A diventare invisibile.

Invivibile.

A non avere più certezze.

Se non l'esatto punto in cui ero.

Si impara a stare.

Il punto di massima tensione

nello squilibrio dell'oscillare.

Del non essere.

Un cuore aggrovigliato

come un pesce

nella sua stessa lenza.

Finché non riemerge e respira.

Finché non scopre

una nuova luna.

Un nuovo grembo.

Come una lente di rugiada.

Una distesa di cenere iridescente

nella quale incastonarmi

e d'Incanto adornarmi.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
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Non inseguo ( libro)





💙 La donna per sua natura ( libro Maldalchimia I)

 

La donna, per sua natura, non possiede un'energia votata all'agonismo, bensì alla maestria.
È come se un sapere arcaico, un'intelligenza senza tempo, scorresse nei suoi canali sottili, dettandole il gesto giusto al momento giusto.
Gesta remoti, scolpiti nella memoria della carne, che nessun maestro ha mai insegnato loro, se non il silenzio dell'istinto.
Osservate la sapienza antica nell'impastare il pane, il movimento circolare che ridesta la vita nella materia.
In certe donne, è un rito che sembra scaturire dal profondo del grembo, come il gesto, quasi da taumaturga, di sciogliere l'ancoraggio del proprio seno lasciando che la stoffa lo veli ancora, in un mistero di svelamento e pudore.
L'energia della donna si dispiega per gradi di conoscenza, lungo una spirale ascendente ove il confronto con l'altra è nota insignificante. Perché lei è la custode.
Il suo corpo è fucina alchemica, vaso di trasformazione.
In lei i mutamenti avvengono per sola virtù del suo rapportarsi al divino, a una dimensione che trascende il piano orizzontale delle rivalità.
L'energia maschile, al contrario, si tempra nella competizione.
Non è un'energia di sapere, ma di posizione.
Essa anela a emergere, a imporsi, perché la sua fibra più istintuale, più antica, lo spinge a conquistare il ruolo di capo, a ergersi sulla moltitudine.
Le società gilaniche di un tempo, ordite sul telaio del matriarcato, fiorivano perché l'economia del vivere comune era armoniosamente ripartita secondo le peculiari competenze femminili, in un mosaico di specificità che ignorava la lotta per il predominio.
Per questo stride, come una nota stonata, percepire in una donna questa smania competitiva, non già verso l'uomo, ma verso le sue simili.
È un'emanazione maschile, una mascolinizzazione che la priva della sua grazia.
Da concava, ricettiva, si fa convessa, impermeabile.
Come se quella sana spinta virile, indossata da lei, generasse uno squilibrio, una frattura nell'armonia.
Perché interrompe un flusso. Primo fra tutti, il colloquio con la sua Essenza più intima.
In secondo luogo, recide il dialogo con il maschile, che, vedendola come sua pari, smarrisce in lei il richiamo della femminilità.
Ma l’oltraggio più profondo è la rottura con le altre donne. Entrando nell'arena competitiva, tradisce il patto silenzioso che le unisce.
È un'energia disallineata, un'onda anomala che, riversata in copia in uno spazio Sacro di Equilibrio e Armonia, tracima, travolgendo ogni cosa sul suo cammino senza discernimento.
Diviene allora ridondanza, eccesso, un frastuono dove non è più possibile trovare punti di contatto energetici equilibrati con l'Altro, sia egli uomo o donna.
Il medesimo principio si applica all'uomo.
Certe forzature della competenza, certe attenzioni artefatte verso il femminino, stride in lui con uguale violenza.
Ecco allora delinearsi figure ibride, che ostentano la maschera dell'ammiratore del femminino per poi impossessarsi dei suoi aspetti più grevi e meno luminosi. "Primedonne" che gareggiano per accaparrarsi le "competenze", soffocando ogni possibile manifestazione dell'energia femminile autentica, a meno che questa non si pieghi a compiacerle. Come primedonne, appunto.
Osservare questi moti energetici è esercizio di inestimabile sapienza. Si impara guardando.
E imparando, si impara a guardarsi. Con presenza, con consapevolezza.
Perché esistono esseri sensibili a queste trame sottili.
Creature che percepiscono al primo istante la sfasatura tra l'Essere e il suo simulacro.
E quando la colgono, non possono più abitare la stessa frequenza.
Quando in noi stessi armonizziamo, con trasparenza e fluida grazia, queste due polarità, senza l'ingombro della mente calcolante, allora ci accordiamo spontaneamente a vibrazioni similari, generando sinergie creative.
Perché in noi, già regna la sinergia creativa delle nostre polarità ricomposte, che agiscono da setaccio naturale per tutto ciò che attiriamo sul piano vibrazionale. Alla mente è concesso l'inganno, alla frequenza, no.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
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Tratto dal mio libro
Maldalchimia. Di Ombre e Luminescenze" Volume I
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La donna per sua natura





 

💛 Toro/Tanit ( libro "Le Dee Silenziose")

 "Nel sostrato religioso della Sardegna antica, le figure di Baal e Tanit, di cui quest’ultima è erede delle archetipiche Asherah e Astarte, non rappresentano semplicemente una coppia divina maschile-femminile, bensì una unità sinergica di polarità. 

Baal, tradizionalmente associato al Toro e al Sole, assume nell’isola una valenza androgina. 

Le protomi taurine, che io amo definire “taurine/uterine”, simboleggiano la compenetrazione tra il principio generativo maschile e la matrice femminile. 

Baal diviene così il volto maschile di una divinità che, nel suo aspetto più arcaico, è già femminile, anticipando le successive assimilazioni con Crono-Saturno.

Tanit, dal canto suo, incarna il Femminino archetipale, la tessitrice della prima umanità, la signora del mondo ultraterreno. 

La sua rappresentazione capovolta sul Monte Sirai, toponimo riconducibile al verbo sardo "scirai" (svegliare), che indica il risveglio iniziatico nell’aldilà, mentre il suo ideogramma, corrispondente alla lettera H (fattore mercuriale e alchemico), è traccia di un’antica scrittura sacra. 

Tanit è la dea dello specchio, del gemellare, del doppio, principio cardine della manifestazione del Sacro nella civiltà sarda.

Il motivo profondo dell’orientamento sud-est risiede nella cosmologia duale che lega Sirio (la stella dell’Iniziazione, del Femminino) e Aldebaran (l’occhio rosso del Toro, principio maschile). 

Il nome stesso Aldebaran contiene la radice Al-Ba-, che, letta secondo l’antica prassi semitica e protosarda da destra verso sinistra, restituisce Baal. 

Sirio e Aldebaran costituiscono i due poli della Via Lattea, il percorso di rinascita dell’anima, definibile come Kundalini astrale. L’orientamento sud-est dei pozzi sacri (Santa Cristina su tutti) e dei templi ipogeici riproduce in terra l’asse celeste che unisce le due stelle, rendendo il luogo di culto una porta alchemica di transito tra i mondi". 


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Tratto dal mio libro 

"Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna", a brevissimo in disponibilità di acquisto. 

Toro/Tanit ( libro "Le Dee Silenziose")









sabato, aprile 25, 2026

💛 Larnax Tebe/scacchiera di Pubusattile

In questa analisi sulla simbologia e correlazioni Mediterranee di questo Larnax Miceneo dalla Beozia, si evince, ancora una volta, l'ipotesi di una Matrice Simbolica Sarda

Un manufatto funerario di straordinario interesse archeologico e simbolico. 

Un larnax (sarcofago a cassa) in terracotta di produzione micenea, proveniente dalle necropoli di Tanagra, in Beozia, e attualmente custodito presso il Museo Archeologico di Tebe (Grecia). 

L'analisi si concentrerà sulla sua iconografia, inquadrandola nel contesto dei riti funebri dell'Egeo durante il Tardo Elladico III A1-B1 (circa 1430-1230 a.C.), per poi sviluppare un’approfondita comparazione con le simbologie archetipiche dell’antica civiltà sarda, già oggetto di studi precedenti sul mio blog Maldalchimia, e sulle mie pagine, JanaSophia e Sacred Symbologies 

Il reperto in esame appartiene alla tipologia dei larnakes a cassa, una pratica funeraria atipica per la Grecia continentale micenea, la quale rivela invece una marcata influenza cretese (Minoico). 

La decorazione pittorica che adorna le pareti del sarcofago offre una testimonianza visiva di eccezionale valore riguardo alle cerimonie connesse al culto dei morti. 

In particolare, la scena principale raffigura una processione di figure femminili, interpretabili come prefiche (professioniste del lamento funebre), rappresentate con le braccia sollevate al di sopra del capo in un gesto rituale codificato. 

Questo gesto è direttamente riconducibile alla fase della prothesis, ovvero l'esposizione del corpo del defunto prima della sepoltura, durante la quale il lamento delle donne costituiva un elemento catartico e di accompagnamento dell’anima verso l'aldilà.

Il coperchio del larnax, inoltre, presenta spesso piccole figurine in argilla (protomi o statuette), raffiguranti esseri mitologici o figure umane in miniatura, la cui funzione apotropaica o psicopompa è stata ampiamente discussa in letteratura.

Le correlazioni Mediterranee e l'Ipotesi di una Matrice Simbolica Sarda è evidente. 

Come già argomentato in un precedente contributo dedicato a un altro larnax di matrice cretese (si veda l'analisi sul Larnax cretese e il Pubusattile: https://maldalchimia.blogspot.com/2024/01/larnax-cretese-e-pubusattile.html), anche in questo manufatto beota è possibile rilevare una serie di elementi iconografici e strutturali che trovano una sorprendente e profonda corrispondenza nel patrimonio simbolico dell'antica Sardegna, precedente di millenni. Tali elementi, lungi dall'essere accessori decorativi, rinviano a un sistema cosmogonico complesso, incentrato sulla sinergia delle due polarità creatrici (maschile/femminile) e sul concetto di rinascita.

La Decorazione a Scacchiera, a quadrati alternati (chiari e scuri) è uno dei marcatori simbolici più significativi. 

Questa decorazione non è, come talvolta erroneamente si ritiene, un unicum egizio o egea. 

Essa trova la sua più arcaica e compiuta espressione nella Domu de Jana di Pubusattile (Villanova Monteleone), un ipogeo neolitico risalente al V millennio a.C. (o precedente). 

In questo contesto, la scacchiera simboleggia la Monade, la matrice cosmica generata dall’interazione dinamica tra il principio maschile (quadrati bianchi) e quello femminile (quadrati rossi, in cui l’ocra rimanda simbolicamente al sangue mestruale come principio di fertilità). 

La simbologia solare e di rinascita associata a questo motivo è stata approfondita in: https://maldalchimia.blogspot.com/2024/04/locchio-di-horus-e-la-scacchiera-di.html.

Le Pavoncelle (Uccelli Psicopompi): Nel larnax sono raffigurate due pavoncelle, la cui simbologia è stata già ampiamente trattata (https://maldalchimia.blogspot.com/2020/09/mi-e-sempre-piaciuta-la-pavoncella_28.html). Nella tradizione sarda, questo uccello ricopre la funzione di psicopompo femminile, guida delle anime nell’aldilà e custode delle due polarità creatrici, nonché dell’Albero della Vita, spesso rappresentato in modo speculare ai suoi lati.

La presenza di due figure taurine (prospetticamente o in protome) ricalca la medesima logica duale e sinergica. Il toro, simbolo di forza generatrice, è qui associato alla dimensione uterina, rappresentando l’unione degli opposti.

Le Prefiche come "Attittadoras": Le figure oranti del larnax miceneo trovano un diretto corrispunto culturale e gestuale nelle "attittadoras" sarde, le antiche lamentatrici rituali il cui compito era accompagnare il defunto con un lamento codificato (si veda l'approfondimento: Radici della tradizione de is animeddhas: https://maldalchimia.blogspot.com/2020/10/radici-della-tradizione-de-is-animeddas.html).

La silhouette dei corpi femminili, composta da due triangoli uniti per il vertice, rappresenta la sinergia degli opposti (maschile/femminile) che presiede alla creazione. Questa è una cifra stilistica dominante nella Cultura di Ozieri (https://maldalchimia.blogspot.com/2021/10/ballu-tundu.html). La decorazione a "spiga" sulla gonna, con il vertice rivolto verso il basso, costituisce un esplicito simbolo pubico e di fertilità, legato alla rinascita post-mortem.

La Forma dell' "Archedda". 

La struttura stessa del larnax a cassa rimanda alla forma archetipale dell’"Archedda" sarda, interpretabile come una primordiale Arca dell'Alleanza, contenitore sacro della vita e della rigenerazione (https://maldalchimia.blogspot.com/2020/07/s-arca-sacra.html). Questa tradizione morfologica persiste nella cultura materiale sarda fino alle più recenti cassapanche nuziali (sa cascia), finemente intagliate e decorate con elementi simbolici identici (pavoncelle bifronti, albero della vita).

La Numerologia e le Tre Cornici: La decorazione a quadranti e triangoli è delimitata da tre cornici, un elemento costante nella tradizione simbolica sarda, che rappresenta il triplice passaggio iniziatico di "nascita/morte/rinascita", in relazione ai "tre Soli" del percorso della Via Lattea (https://maldalchimia.blogspot.com/2021/03/la-y-taurina-di-ascensione-lungo-la-via.html). 

La presenza di cinque figure sul larnax è altrettanto significativa: il numero 5 è il numero del Toro, legato al ciclo pentacolare di Venere (che governa il Toro) e, in termini esoterici, al quinto chakra della gola (Vishudda), in sinergia con la dimensione uterina (https://maldalchimia.blogspot.com/2020/04/blog-post_18.html).

Sulla questione delle Matrici Culturali, la Priorità della Sardegna emerge su tutte. 

È fondamentale sottolineare che la decorazione a scacchiera, lungi dall’essere un motivo "tipicamente egizio", è attestata nella sua più antica e completa formulazione simbolica nella Domu de Jana di Pubusattile (Villanova Monteleone), risalente al 5000 a.C. o a una fase precedente. 

Come dimostrato in un’analisi specifica, la ripresa di questa simbologia in ambito egizio (Occhio di Horus, decorazioni tombali) deve essere interpretata, alla luce della cronologia, come una derivazione o un’influenza di questa arcaica matrice sarda, e non viceversa (https://maldalchimia.blogspot.com/2023/05/vela-egiziascacchiera-pubusattile.html).La griglia a scacchiera, spesso affiancata da un modulo di tre o sei "onde serpentine" che rappresentano l’energia radiante della triade creatrice, è un unicum che trova la sua esegesi più completa nella cultura megalitica e ipogeica sarda. 

Per un approfondimento esaustivo sulla simbologia della scacchiera, si rimanda al seguenti contributo, riassuntivo dei precedenti 

( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/12/il-64-nel-quadrato-di-satorsinis.html?m=0) 

L’evidenza comparativa suggerisce con forza che il larnax di Tanagra non sia un'espressione di un simbolismo locale o semplicemente "cretese", ma che incorpori e rielabori un sistema iconografico molto più antico e coerente, la cui origine concettuale è da ricercarsi nell'antica civiltà della Sardegna, definibile come una vera e propria Cultura Madre del Mediterraneo. 

La scacchiera, le prefiche, le pavoncelle e la struttura stessa del contenitore sacro sono archetipi che affondano le loro radici nella preistoria sarda, successivamente diffusi e riadattati nelle civiltà egee ed egizie.

Per una trattazione sistematica e approfondita di queste tesi, si rimanda al mio primo  saggio della mia collana "JanaSophia l'Origine", "Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna" 

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Ribadisco  con forza il concetto centrale di questa analisi. 

La  simbologia analizzata non è né egizia né cretese, ma appartiene al patrimonio ancestrale della Sardegna, la cui priorità culturale e cronologica merita il giusto riconoscimento accademico.


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Larnax Tebe/scacchiera








💙 Scavare nell'ombra

 Scavare nell’ombra della parola, tra ferite arcaiche e maschere di ferro è una via che non è per tutti. 

Quasi sempre si stagna nella lingua biforcuta, nel sangue che si fa fango. 

Sono epifanie di una notte che non vuole ricordare. 

Di quel parlare, di quella bocca, di quel varco Sacro dal quale dovrebbe uscire il respiro del mondo, trasformarsi in una fessura che sputa pietre. 

Le parole, quando si rivolgono a un’altra donna, non sono più acqua viva, ma aceto rancido, scorie di una metallurgia interiore fallita. Chiami l’altra “puttana”, “zoccola”, “troia”. 

Eppure, in ciascuno di questi suoni corrosivi, io sento riecheggiare il pianto di una bambina che non ha avuto un nome per il suo dolore.

Non è volgare chi è forte. 

È volgare chi ha imparato, nella culla, che l’unica lingua che viene ascoltata è quella che ferisce.

Prima che il linguaggio, prima di essere logos, è gesto. 

Prima di essere gesto, è corpo di bambina  che subiva o accarezzava. 

Si impara presto che la parola “dolce” non era per te. 

Forse un padre, quel primo Dio caduto, ti ha insegnato che la femmina si dice in due modi. Oggetto da possedere o bersaglio da colpire. 

Forse lo hai visto riecheggiare quelle stesse parole contro tua madre, riducendo il suo mistero a un buco da denigrare. 

E la tua psiche, acerba e assetata di sopravvivenza, ha registrato. 

Per non essere la vittima, devi brandire le stesse lame che ti hanno tagliata.

Così la volgarità diventa una corazza. 

Ma una corazza di fango, non di acciaio. 

Perché imbruttisce ciò che tocca.

Alchimia inversa e perversa, come sempre. 

Farsi maschio per non soffrire. 

Osservare il fenomeno da lontano, come uno specchio ustorio. 

La donna che usa un linguaggio osceno contro altre donne sta spesso compiendo una trasmutazione fallita. 

Nel calderone della sua psiche, cerca di separare l’Anima (ciò che è tenero, ricettivo, lunare, tipico del Femminino) dallo Spiritus (la forza, l’agire, il solare, tipico del Mascolino). 

Ma invece di unire i contrari in nozze sacre, come farebbe la vera Iniziatrice, li scinde brutalmente. Getta via la grazia e indossa il fiele come fosse una barba posticcia.

“Se parlo come un uomo che maltratta, diventerò intoccabile come un uomo. Se disprezzo la femmina nell’altra, forse nessuno disprezzerà più la femmina in me.”

È una magia nera, autoindotta. 

Una possessione. 

Per un istante, si sente potente, virile, padrona del linguaggio che un tempo la violentava (simbolicamente o letteralmente). Ma quella potenza è un veleno. 

Non rende forti, rende grottesche. Perché la vera Forza Maschile, quella Iniziatica, solare e insieme rispettosa, non ha bisogno di insultare. 

L’insulto è il linguaggio dello schiavo che ha dimenticato di essere tale.

Quando una donna insulta un’altra donna, si ferisce in effige. 

L’altra è lo specchio di ciò che teme di essere. 

Una vittima, esposta, vulnerabile, sessuale, madre, rivale. 

La parola “puttana”, in particolare, è la sigla di una paura atavica. 

Quella di essere usata e poi gettata. 

E chi l’ha usata e gettata, nella sua infanzia? 

Forse un uomo. 

Forse il padre. 

Forse quello stesso padre che chiamava “troia” sua madre mentre lei, da dietro l’uscio, imparava a memoria la grammatica dell’abominio.

Così, da grande, ripete il copione. Ma lo dirige contro chi è uguale a lei, perché è più facile uccidere l’ombra in un corpo vicino che affrontare il fantasma nel proprio ventre.

Non sono da giudicare queste anime monche, incompiute.

Sono solo da segnalare a chi ha potere in Giudizio, per ristabilire, almeno nella dimensione sociale, un equilibrio.

Sono da guardare come si guarda una stanza piena di ragnatele. 

C’è stata una presenza maligna, ma si può ancora pulire. 

La volgarità che si è imparata è una malattia dell’anima, una crosta sul cuore. 

Non ti rende essere umano

Non ti rende Donna 

Non ti rende Uomo. 

Ti rende una cosa rotta che cerca di rompere altre cose.

L’opera alchemica vera è un'altra. Ridare alla parola la sua verginità essenziale. 

Dire “sorella” senza che la lingua si torca in rancore. 

Dire “dolore” senza che diventi sputo. 

Richiamare sulla terra il Padre Celeste che non hai avuto, o riconoscere che nessun padre umano può profanare la regalità della tua nascita.

Quando si smetterà di chiamare l’altra con insulti, scoprirai che l’altra sei tu. 

E la bambina che urlava nella culla potrà finalmente essere presa in braccio, non con parole da soldato ubriaco, ma con il silenzio di chi ha imparato a piangere.

Perché l’iniziazione vera non è parlare come un uomo. 

È parlare come un’anima che ha attraversato l’inferno e ne è uscita senza portare fango sulle ali.


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Scavare nell'ombra






💙 Quando non sei facilmente corruttibile (libro)

 

#lamiafestadellaliberazione

#pernondimenticarechisiamo

Quando non sei facilmente corruttibile, quando hai acquisito nel corso dei tuoi stessi sbagli, delle tue tante esistenze, quel senso di verità, di giusto, rifuggi dalle tue stesse incongruenze come ci si ritrae dall'orlo di un abisso che conosciamo bene per averlo già abitato. È una saggezza antica, scolpita non nei marmi del tempo, ma nella sostanza eterica del tuo spirito, nel palinsesto delle tue innumerevoli vite.

Ogni errore è stato un martello, ogni caduta un'incudine: insieme hanno forgiato in te un nucleo adamantino che la fiamma delle lusinghe mondane non può più scalfire. Hai imparato a riconoscere il sapore amaro della menzogna anche quando è ricoperta del miele più dolce, e il tuo intimo, come un tempio con le colonne salde, rifiuta di inchinarsi a idoli di cartapesta.

Ti sintonizzi su uniche frequenze, che talvolta, non sono sempre come spartiti musicali fluidi, caldi e dorati. Esse sono la lingua arcana con cui l'Universo comunica con chi ha orecchi per intendere. A volte sono un sussurro che culla, un'armonia che avvolge i sensi in una coltre di velluto. Altre volte, invece, squarciano il velo della tua quiete come un tuono improvviso.

Talvolta ti oltrepassano come filo spinato, ma sul quale ti inerpichi, per vedere al di là del guado, della costrizione, dondolando in equilibrio sul cuore che sanguina, ma lenito da ciò che appaga gli occhi e l'Anima. Ecco il mistero della via iniziatica.

Salire sulla lama del rasoio, accettare la ferita come prezzo della visione. Ogni lacerazione è una porta che si apre su un paesaggio interiore più vasto, ogni stilla di sangue è il sigillo di un patto stipulato con la propria parte più alta. Sospeso tra il dolore del limite e l'estasi dell'illimitato, impari la ginnastica sacra dell'equilibrio.

Il verde della libertà, amalgamato all'azzurro del cielo impresso nella retina.
Un fiore per ogni goccia di sangue.
E impari che il sacrificio non è privazione, ma è rendere sacro ogni tuo passo, ogni tuo pensiero, che prende forma anche con il sangue, con la tua dimensione umana. Scopri che la tua carne non è un carcere, ma un crogiolo; che il limite non è una condanna, ma la sponda entro cui la luce può raccogliersi per brillare più intensa. Sacrificio deriva da “sacrum facere”, fare sacro. Ed è questo che accade.

Ogni passo pesato, ogni pensiero cesellato, ogni emozione trascesa diventa un'offerta sull'altare del divenire. La tua stessa umanità, con le sue fragilità, è la terra fertile dove il divino pianta i suoi semi.

Quando senti che è per un Bene più sommo, che trascende ogni tua piccolezza, percepisci cosa è profondamente giusto e cosa, invece, è profondamente sbagliato.
Cosa è verità e cosa non lo è.
Impari a filtrare, come una cellula che necessita di sopravvivere per testimoniare qualcosa che la trascende, come se fosse un passaggio di testimone di un qualcosa di troppo prezioso, per non rendersi degni di averlo ricevuto in Dono.
E lì capisci. Quale è il valore dell'essere degno.
Il valore della tua Dignità.

Perché quando ti ledono nella Dignità, nell'Intelligenza, nella Sensibilità, nella Verità e nell'Integrità, non puoi che restare nella tua Fermezza, nella tua lucidità e trasparenza d'Anima. È a quel punto che il mondo estero perde ogni presa su di te. I giudizi scivolano via come pioggia su roccia, le offese si infrangono come onde contro un faro. Colui che ha toccato il fondo della propria essenza e ne ha riportato la perla della consapevolezza, diventa inattaccabile. La sua corazza non è fatta di difese, ma di una tale presenza a sé stesso che nulla di estraneo può penetrarla.

Niente ti può toccare. Niente ti può essere tolto. Sei pregno di te stesso.
Sei nella tua Pienezza, nella tua piena Manifestazione.
Senza timori.
Senza proiezioni.
Senza illusionismi.
Non temi che ti limitino il volo.
Hai imparato a volare anche senza ali. Perché hai imparato la libertà di essere te stesso, di non dipendere da nessuno che non sia la tua Anima, e ciò che ha predisposto per noi, in questo viaggio.

Quando il centro di gravità si sposta dal mondo esterno al sacrario dell'Anima, avviene la Grande Trasformazione. Le ali non sono più necessarie perché si diventa l'aria stessa che sostiene il volo. La libertà non è più una condizione da conquistare fuori, ma uno stato dell'essere che emana da dentro. È la sovranità dell'Essere sul fare, del nucleo sulla periferia. E in questa regalità interiore, lo specchio diventa l'alleato più prezioso.

Hai imparato a guardarti allo specchio.
L'onestà con te stesso. Con gli altri.
A non restare dove non vibri.
A non voler vivere dove nemmeno riesci a sopravvivere.
Hai imparato, che meglio sgangherata, che perfetta ma artefatta.

Perché la verità dell'Anima ama le crepe, le imperfezioni, le asimmetrie. Esse sono le unghie della roccia su cui la luce può aggrapparsi per danzare. Meglio una cattedrale incompiuta ma vibrante di preghiere, che un mausoleo perfetto ma senza respiro. Meglio la vita che pulsa irregolare, che la morte geometrica. E in questa autenticità, in questa nuda verità accettata e amata, si spalanca l'orizzonte della Fede cosmica.

E impari ad avere fede. A fidarti dell'Universo. Hai già visto tutto. In altre vite, in altre occasioni. In altre morti e Rinascite.
Ciò che rimane è il tuo afflato, il tuo imprinting energetico. Non è ciò che succede. È come reagisci a ciò che succede, a fare la differenza.

Il respiro del cosmo ti culla, perché sai di essere un eterno viaggiatore. Hai già calcato mille scene, indossato mille maschere, danzato mille danze. Ogni morte è stata una rinascita, ogni fine un nuovo inizio. E in questo fluire, l'unica costante, l'unico filo d'oro che cuce insieme le tue innumerevoli esistenze, è la qualità della tua risposta, la vibrazione che emani di fronte all'evento. Non sei più la foglia sbattuta dal vento, ma il vento stesso che muove le foglie.

E chi fa la differenza, lo riconosci.
È in un mondo a parte.
Un magnifico, incantato, mondo a parte.
È la voliera illimitata degli uccelli, senza confini.
È la nota oltre lo spartito.
La pennellata oltre la cornice.
I folli, i ribelli, gli skizzati.
Gli assenti. Presenti solo a sé stessi. Fanno l'amore continuamente, con le parole, le immagini, la fantasia. Disobbedienti per natura. Credono in sé stessi, nel loro intuito. Anarchici.
Fluidi e leggeri. Inafferrabili.
Ci si deve togliere le scarpe, per entrare nei loro spazi. La sporcizia del mondo non è concessa. L'hanno vista tante volte, non merita la loro energia, la loro attenzione.
Sono altrove.

Sono i visionari, i poeti dell'invisibile, gli architetti di mondi possibili. Abitano la soglia, il confine sottile tra il visibile e l'invisibile, e da lì tessono trame di luce. Non appartengono al mondo così com'è, perché sono già proiettati in ciò che il mondo può diventare. Sono le sentinelle dell'alba, coloro che annunciano una luce che ancora non sorge, ma che loro già vedono.

E in questa loro follia, in questa loro sacra assenza, risiede la più potente delle presenze.

Non sono del mondo, ma il futuro del mondo è nelle loro mani. I grandi Visionari.
Io sogno. E sogno in grande. E sogno un'Umanità migliore di questa. E io ne faccio parte, come milioni di altre Anime straordinarie, e il mio volo è oltre.
È Frequenza che raggiunge. È abbraccio che cinge. È Presenza per abbellire.
È verità che smantella menzogna. Per un Bene Supremo. Per tutti noi. È Scintilla Divina che crea reticoli luminosi, coordinate d'Amore.

Questo sognare non è evasione, ma la più concreta delle azioni. È gettare ponti tra il possibile e l'attuale. Ogni pensiero d'amore è una pietra angolare, ogni slancio di verità è una colonna, ogni visione di bellezza è una vetrata colorata nella futura cattedrale dell'umanità. Siamo semi sparsi nel vento del tempo, portatori di una fiamma che non ci appartiene ma che siamo chiamati a custodire. E in questo ardere silenzioso, in questa testimonianza luminosa, si compie il nostro destino.

La mia libertà non inizia dove finisce la tua, ma dove io le concedo di manifestarsi, al di là di ogni possibilità.

Ecco l'ultimo sigillo, la rivelazione finale: la vera libertà è un atto creativo, non un confine difeso. È uno spazio che si apre nell'essere, un permesso che l'Anima dà a sé stessa di espandersi oltre ogni mappa conosciuta, oltre ogni limite prestabilito. Non è un territorio strappato, ma un regno che si istituisce con la potenza del verbo interiore. È l'eco del “Fiat lux” originario, ripetuto in ogni istante da chi ha scelto di essere, pienamente e senza riserve, la propria scintilla divina. È il volo dell'Angelo che non ha bisogno di ali perché è già puro movimento nell'infinito.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com
Tratto dal mio libro
"Maldalchimia. Di Ombre e Luminescenze" Volume I
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Tim Cantor Visionary Art

Quando non sei



venerdì, aprile 24, 2026

💛 Croce nel cerchio (Carro Dupljaja /Serri/Orsa Maggiore)

 Prima mmagine, Carro di Dupljaja, statuetta in terracotta risalente all'Età del Bronzo Medio, circa 1500 a.C. Serbia, di cui avevo già approfondito 

(https://maldalchimia.blogspot.com/2025/05/carro-di-dupljaja-serbia.html?m=0) 

Raffigura una divinità dal volto di uccello seduta su un carro trainato da uccelli acquatici. 

Sul corpo della figura sono incisi simboli solari, inclusa la svastica, 

Seconda immagine, reperto proveniente dal santuario di Santa Vittoria di Serri 

Dal mio scritto 

(https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/carro-e-pelli-rovesciate-di-santa.html?m=0) 

"Santa Vittoria di Serri, doveva essere, visto la sua profonda simbologia un importante fulcro di Mundus Patet primordiale, strettamente legata Numa Pompilio, re sardo/etrusco /romano ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/santuario-santa-vittoria-di-serri-numa.html?m=0), la cui simbologia si lega alle costellazioni che erano collegate con il Mundus Patet ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/santa-vittoria-di-serri-e-il-dragoboote.html?m=0), compreso l'arciere che rappresentazione la costellazione del Cigno( https://maldalchimia.blogspot.com/2023/06/arciere-santa-vittoria-di-serri.html?m=0), correlata alla simbologia del Mundus ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/croce-nel-cerchioshamain-mundus-patet.html?m=0) "


La Croce nel Cerchio, presente in entrambi i reperti. 

Sincretismo della costellazione del Cigno unità a quella circumpolare dell'Orsa Maggiore. 

La via del Femminino, della rinascita, dell'unione dei tre mondi, visto che la Croce nel Cerchio era anche il simbolo dei Mundus Patet, rappresentata vicino ad Ade. 

Nel Carro di Dupljaja la simbologia è ancora più eloquente.

Presenza di uccelli acquatici, come il Cigno. 

Presenza di svastica, che non è solo solare ma è anche la rappresentazione dell'Orsa Maggiore intorno al Polo Nord

Sappiamo quanto l'Orsa Maggiore fosse importante per l'Antica Civiltà Sarda ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/orsa-maggiore-akhetjuvale.html?m=0) 

Proprio ieri Fabrizio Pinna ha postato l'immagine dell'area archeologica di Mont'e Nuxi di Esterzili  https://www.facebook.com/share/p/17Jm89JLnx/

Interessante notare come una struttura circolare abbia una conformazione a svastica, con due bracci che segnano esattamente l'asse Est-ovest, considerando l'ingresso a sud-est. 

Questo è molto interessante perché l'Orsa Maggiore ruotando attorno al Polo Nord celeste, nel suo moto circolare nel corso della notte e delle stagioni, berso mezzanotte in autunno/inverno, il "Carro" può trovarsi a Ovest del polo.

Verso sera in primavera, il Carro è alto a Nord.

All'alba in estate, può trovarsi a Est del polo.

Quindi, l'Orsa Maggiore passa sia a Est che a Ovest del polo nord durante la sua rotazione. 

Anche se mai indica direttamente Est o Ovest come fa con il Nord (tramite la Polare). La sua posizione cambia. 

Tuttavia, ruotando, si trova in tutte le direzioni attorno al polo.

Anche il Il Tempio nuragico a megaron di Sa Domu de Orgia a Esterzili presenta un orientamento Nord-Nord-Ovest / Sud-Sud-Est, con l'ingresso posizionato a Sud-Sud-Est

Ne avevo già parlato in relazione alla sacerdotessa di Esterzili, altamente simbolica. 

https://maldalchimia.blogspot.com/2021/02/simbologia-della-corona-nella.html

https://maldalchimia.blogspot.com/2024/05/sacerdotessa-di-nuragus-e-quella-di.html

Visto che l'ingresso della struttura circolare è a sud-est, con il suo corrispettivo a Nord-ovest, e visto che  anche il tempio ha ingresso a sud-est, nella parabola iniziatica astrale, il percorso iniziatico, a livello astrale, inizia proprio a sud est, nella nostra Antica Civiltà Sarda, nella direzione astrale della sinergia Toro-Tanit, per poi finire con la direzione Nord-ovest, il volo del Cigno, tappa ultima di Ascensione. 

Un percorso contrassegnato da un'energia Femminile, che ho esposto nella mia ultima opera editoriale, "Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna", di cui offrirò maggiori indicazioni ed estrapolazioni, appena sarà disponibile in vendita. È ancora in elaborazione in corso su KDP, che talvolta, specie quando si tratta di saggi lunghi e con immagini, ha tempististiche lunghe. 

Tutto estremamente interessante, almeno per me. 


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Croce nel cerchio














💛 Ver Sacrum (libro)

 [...] C'è un'altra interessantissima correlazione tra il Ver Sacrum e il Carrasegare, in cui emerge la persistenza e la trasformazione di Archetipi sacrificali nel Mediterraneo Arcaico. 

[...] In questo contesto, il Ver Sacrum dell’Italia preromana e il Carrasegare della Sardegna barbaricina si presentano come due fenomeni di straordinario interesse comparativo. 

Separati da secoli e da specificità culturali, essi rivelano una profonda affinità strutturale, radicata in un sostrato mediterraneo comune che concepiva il rinnovamento della comunità e del cosmo attraverso il meccanismo sacrale del sacrificio e del passaggio guidato.

Approfondendo l’articolata fenomenologia del Ver Sacrum, con un approccio etno-antropologico, emergono le sue risonanze nella complessa drammaturgia del Carnevale arcaico sardo, decifrandone le maschere come attori di un medesimo dramma cosmico.

Il Ver Sacrum, o “Primavera Sacra”, non era un semplice rito stagionale, bensì una pratica estrema di religione pubblica, attuata dai popoli italici, come i Sanniti, i Sabini, i Piceni, etc., in risposta a stati di gravissima emergenza comunitaria. 

Tali stati potevano essere la carestia, la pestilenza, la pressione demografica o l’imminenza di una guerra disperata. 

Il voto ("votum" ) rappresentava un patto solenne con la divinità, tipicamente Marte (Mamerte per gli Osci), divinità dalla duplice natura, non solo signore della guerra, ma anche protettore della vegetazione primaverile e della comunità in movimento.

Notate come già il nome Mamerte, contiene nella sua radice fonetica la "Mam-" di Mamuthone, come già Mamurio, dei Mamuralia romani, ha ripreso l'iconografia del nostro Battileddu. 

Consacrando al dio “tutto ciò che nasce nella prossima primavera”, sia gli esseri umani, che animali domestici e frutti della terra, la comunità, in questo senso, trasferiva simbolicamente la propria crisi e la propria speranza in un processo di selezione e rigenerazione sacralizzata. 

La primavera, stagione biologica del risveglio, diventava così il contenitore temporale di una rinascita sociale forzata e guidata dal divino.

Il rituale si sviluppava in una sequenza precisa, una vera e propria liturgia della fondazione. 

[...] I nati nel periodo consacrato venivano allevati come proprietà del dio. 

[...]I giovani sacrani, giunti all’età adulta, venivano condotti oltre i confini sotto la guida di un animale sacro, la cui specie era spesso associata al popolo di appartenenza (il lupo per gli Irpini, il picchio per i Piceni, il toro per i Sanniti). 

L’animale non era un semplice simbolo, ma un gerofante, un mediatore attivo della volontà divina. La sua direzione, le sue soste, i suoi comportamenti dettavano il percorso e il luogo della nuova fondazione.

Giunti nel luogo prescelto, l’animale-guida veniva solitamente sacrificato. 

[...] Figure come Romolo e Remo, esposti e poi fondatori, o il racconto della migrazione di Sabini da Reate, riecheggiano lo schema del Ver Sacrum. 

[...] Essendo anche Il Carrasegare sardo, una sorta di Teatro Cosmico della Morte e della Rinascita, dalla cui etimologia, " carre segare", "tagliare la carne", emerge la sua natura profonda. 

Non si tratta di un addio alla carne, di un "levare la carne" (carne-vale), ma di un rito sacrificale di carattere dionisiaco, incentrato sullo sbranamento simbolico, metaforico, di una vittima che incarna lo spirito della vegetazione. 

È un complesso cerimoniale agro-pastorale di fertilità, un dramma collettivo che affronta il trauma del passaggio dall’inverno, che rappresenta la morte, sterilità, tenebra, alla primavera, che invece rappresenta la vita, la fecondità, la luce.

[...] In entrambe le dimensioni, sia quella dei Ver Sacrum, sia quella del Carrasegare, vi scorgo un elemento basilare in comune, il Sacrificio come fondamento della Rigenerazione Comunitaria. 

Il parallelismo più profondo risiede nella logica sacrificale che governa entrambi i riti. 

Nel Ver Sacrum, la crisi, vista sotto un aspetto demografico, sociale, viene risolta con il “sacrificio” di una parte vitale della comunità (i giovani sacrani), la cui partenza, seppur dolorosa, è presentata come necessaria e sacralmente guidata per il bene superiore del gruppo originario e per la creazione di nuova vita coloniale. Nel Carrasegare, la crisi è quella ciclica e cosmica della sterilità invernale. 

La sua risoluzione avviene attraverso il sacrificio simbolico, spesso mimato, di una vittima (un animale reale o, più spesso, la sua rappresentazione nelle maschere) la cui “morte” garantisce la rinascita della natura. 

In entrambi i casi, una morte, che sia reale o simulata, è il presupposto inscindibile per una rinascita, sociale o naturale.

In questo contesto acquisisce un'importante posizione di spicco, la figura dell’Animale come Mediatore e come Vittima. 

La figura dell’animale è centrale e polisemica in entrambe le tradizioni. 

Nel Ver Sacrum, l’animale-guida è un totem sacro, una teofania mobile che incarna il legame con il dio, il dio Marte, in questo caso, che in periodo romano era assimilato al dio della vegetazione, e guida il popolo verso il suo destino. 

È mediatore, antesignano e, infine, vittima sacrificale il cui nome si fissa nel territorio, per lasciare traccia tangibile del suo passaggio

Nel Carrasegare, l’animale (il bue/toro, il cinghiale, il capro) incarna la forza selvaggia e indomita della natura, lo spirito della vegetazione ma anche la sua pericolosità caotica. 

È la potenza che deve essere dominata, addomesticata e infine sacrificata dall’ordine umano rappresentato dai pastori/domatori. 

Questo scontro ritualizzato tra istinto animale e ragione culturale costituisce il cuore drammatico del rito.

In questa dimensione si manifesta l’Archetipo del Dio che muore e rinasce, rappresentato dall'iconografia di Marte, Dioniso e S’Urtzu. 

È ed qui, che il parallelismo raggiunge il suo livello mitico più alto. 

Il Ver Sacrum è consacrato a Marte, divinità italica che, nelle sue radici più arcaiche, non era solo il dio della guerra distruttiva, ma anche il protettore della comunità, della fertilità dei campi e del giusto confine. 

La sua primavera sacra è un rito di rigenerazione sotto il suo segno. 

Il Carrasegare sardo, come attestato da autorevoli studi di storia delle religioni, rievoca il mito di Dioniso (noto in Sardegna anche come Maimone), dio della linfa vitale, dell’ebbrezza e dell’estasi mistica, che secondo vari miti veniva sbranato dai Titani per poi risorgere. 

La vittima carnevalesca è spesso una rappresentazione di Dioniso nelle vesti di un animale, specialmente un vitello. 

Questa connessione è esplicita nelle maschere di Ottana, che quasi diventano una trasposizione scenografica del dramma del Ver Sacrum. 

[...] La comunità assiste e partecipa, rinnovando attraverso la rappresentazione il proprio patto con le forze che governano la vita e la morte[...]"


Tiziana Fenu 

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Tratto dal mio libro 

"Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l'Ordine"

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Ver Sacrum (libro)





mercoledì, aprile 22, 2026

💛 Iadi ( libro "Le Dee Silenziose"

 Ma la goccia è anche principio maschile e atmosferico. 

Baal, il dio delle tempeste, paredro di Tanit, in un sincretismo cosmogonico che rappresenta  colui che versa l’acqua dal cielo sulla terra assetata. 

Le sue corna taurine non sono solo potenza, ma canali attraverso cui la nube si condensa in pioggia. 

Milioni di gocce che fecondano Tanit, la terra-città, la Vergine Madre. 

In questa sinergia, la goccia diviene l’hieros gamos in forma liquida. 

È lo sperma celeste che penetra il suolo e risveglia i semi.

Il legame con le Iadi è a questo punto inscindibile. 

L’ammasso stellare nella costellazione del Toro, che i Greci chiamavano “le Piovose”, è visivamente una lacrima o una V rovesciata: tre stelle per lato che simulano le grandi labbra del pube cosmico. 

La loro levata eliaca segnava l’inizio della stagione delle piogge nel Mediterraneo, e il loro pianto mitico (per la morte del fratello Ias) non è che la goccia celeste che discende a fecondare la terra. 

Ecco perché, nei pozzi sacri sardi orientati a sud-est, la forma a goccia della recinzione e della tholos non è un accidente architettonico, ma una mappa litica del cielo. 

Le Iadi sorgono proprio da quel quadrante, annunciando il ritorno della vita dopo l’aridità estiva.

In questa prospettiva, il simbolismo della goccia unifica i tre piani. 

La dimensione sotterranea, rappresentata simbolicamente dal pozzo di Demetra e dalla Baubo, dalla forma vaginale. 

La dimensione terrestre rappresentata dal culto di Tanit 

La dimensione celeste, rappresentata dalle Iadi e dal Toro/Baal. 


Tiziana Fenu 

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Tratto dal mio saggio 

"Le Dee silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna" 

Disponibile all'acquisto tra pochissimi giorni 

Iadi (libro "Le Dee Silenziose")




lunedì, aprile 20, 2026

💛 Nuovo libro Archeoastronomia

 

Frammenti, e punti chiave, guida del capitolo XVI della mia nuova, imminente, pubblicazione editoriale.

Traccia I. Il Geogramma di Orione.

Sovrapponi il Cielo alla Sardegna.
Orione vi si adagia, arciere litico.
Le Iadi sull’Asinara, la Cintura su Cabras (cuore dei Giganti). Il braccio che impugna l’Ankh punta Benetutti: Bene-Toth.
Lì, lo Stargate.

Traccia II. Lo specchio del Labirinto

Il labirinto inciso volge lo sguardo a Nord-Est, ma è speculare.
Simmetria sacra: ingresso nella trasmutazione.
Il Sole del solstizio invernale, che accende il pozzo di Santa Cristina, rivela la mappa della catabasi.
Il labirinto è utero cosmico.

Traccia III. Il Giogo e l’Akhet

Su Juvale.
l’Orsa Maggiore, aratro celeste che non tramonta.
I faraoni, con Seshat, tendevano la corda sull’equinozio.
Nasce l’Akhet: sole tra due montagne, tempio come rinascita.
Il nuraghe Cuccurada replica le sette stelle.
La pietra pensa il cielo.

Traccia IV. Le Ere e il Femminino
Precessione.
Le Tre Dee Madri sarde con i loro angoli a 72°, scandiscono il fluire.
Era del Toro (forza domata), dei Gemelli (doppio placentare), del Cancro (grembo amniotico), del Leone (Horus manifestato).
È il Femminino che regge il giogo, fila il labirinto, trasmuta il Minotauro in T-Aurus.

Traccia V. L’Ofiotauro alchemico
Serpente + Toro = Kundalini che risale.
L’Ofiuco è il ponte.
Juanni battezza nelle acque del labirinto.
La meta è l’Akhet: orizzonte di luce, custodito da Shu (l’aria che separa).
Il Sud-Est è la direzione dell’alba iniziatica.

Traccia VI – L’Arco e lo Zenit.
Shu solleva il cielo con le braccia ad arco.
L’aquila (Horus) vola nel suo vuoto.
Tanit è lo zenit: vertice spirituale, punto più alto.
Il Toro (Baal) e la Stella (Tanit/Sirio) si uniscono nel Sud-Est.
Il medaglione di Gezer, stella a 8 punte e corna lunari, è l’archetipo di Shu nell’Ogdoade.

Traccia VII. La Scacchiera di Pubusattile
8×8: ciclo di Venere, occhio di Horus, utero dell’Ogdoade.
Qui le Bogadoras e le Accabadoras (con su juvale sotto la nuca) aprono e chiudono il ciclo vitale.
Lo statere di Amsicora mostra il Toro governato dalla stella a 8 punte.

Il labirinto di Benetutti, il giogo di Mogoro, le Dee Madri, i Giganti di Mont’e Prama: frammenti di un unico sistema.
Il Nord-Est è la via dell’Ofiotauro, dove il Serpente guida il Toro al giogo.
Solcando la terra, si apre l’Akhet.
Il Sacro Femminino custodisce per sempre la porta della rinascita.

Tiziana Fenu
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Le Dee Silenziose




venerdì, aprile 17, 2026

💛 Sa Pardula

 Simbolismi che viaggiano nel tempo 

Esagono 

Stella di David 

Pardula 

Tribù dei Dan 

Esagono nel mento del Gigante di Mont'e Prama 


Sa pardula  (o is pardulas) è uno dei dolci più iconici della tradizione sarda, tipico del periodo pasquale ma oggi apprezzato tutto l'anno. Si tratta di piccole tortine a forma di stella composte da un sottile involucro di pasta croccante (pasta violada) che racchiude un cuore morbido e profumato di ricotta e zafferano

Pasta azzima... (...) 


Tribù dei Dan

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Esagono nel mento del Gigante di Mont'e Prama 

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Simbolo del Cubito reale 

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Gli Architetti Divini 

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Tiziana Fenu 

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Sa pardula