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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

sabato, aprile 04, 2026

💛 La spiga nella ritualistica di morte e rinascita (, libro)

 "[...] La zoppia, traslata in danza cifrata secondo una ritmica numerica particolare, nei Mamuthones in particolare, o nelle danze ritualistiche inaugurali della cerimonia del Fuoco, che apre il Carrasegare, diventa riflesso di questo archetipale stigma fertilizzante, necessario. 

Dal suo sangue, fecondatore come quello del Cristo sul Golgota, germogliarono anemoni rossi, in un’immagine di sacrificio fecondo che trova preciso riscontro nel Vangelo di Giovanni: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24).

Questo complesso simbolismo si articola in una vera e propria teologia del seme e della spiga. 

La spiga, unità tagliata che genera molteplicità, evoca il corpo smembrato di Osiride, da cui germogliano 28 spighe, numero corrispondente al ciclo lunare, cuore dei Misteri eleusini dedicati a Demetra e Persefone. 

La spiga rappresenta il corpo di luce, l’essenza trasfigurata (Horus, l’oro alchemico), che può nascere solo da un cuore “vergine”, incorrotto. 

La sua trasformazione in farina e poi in pane, impastata con l’“acqua amniotica” del principio femminile (Iside), costituisce il “sacrum facere”, il sacrificio necessario alla rigenerazione. 

L’Eucaristia cristiana del “pane di vita” affonda qui le sue radici più remote, in un processo di “osirificazione” o divinizzazione attraverso la distruzione e la rinascita.

Anche i simboli pasquali più familiari rivelano strati profondi. L’ulivo, unito alla palma, non è solo segno di pace, ma richiama l’olio dell’unzione del Cristo (il “Consacrato”). L’estrazione dell’olio mediante frantumazione del frutto è metafora della destrutturazione della materia per giungere all’essenza pura. 

La palma, a sua volta, simbolo dell’albero della vita, della colonna vertebrale (il Djed egizio) e della rigenerazione, trova una potente sintesi nei Giganti di Mont’e Prama, figure di uomini-eroi divinizzati, scolpite in una località il cui toponimo evoca proprio le palme.

In questa complessa trama si inserisce la simbologia del Carrasegare sardo. 

Il dramma di Adone, con la sua morte violenta per opera del cinghiale (animale selvatico, “aresti” in sardo, dalla radice che richiama il guerriero Ares/Marte, collegato alla simbologia dei Sacri Ancilia, di Mamurio, de Su Battileddu e del Martedì grasso, e di Maimone, come vedremo più avanti ), e la sua successiva resurrezione, costituiscono un archetipo di morte e rinascita che è il cuore pulsante dei carnevali arcaici sardi. 

I Sos Murronarzos di Olzai, con le loro maschere cinghialesche, o altre figure teriomorfe dei carnevali barbaricini, incarnano questo principio di Caos, ferinità e sacrificio necessario (il Carrasegare, appunto, “carne da tagliare”) che precede e prepara il rinnovamento della primavera e il ritorno all’ordine. 

La lotta rituale tra il principio ordinato della comunità e la forza selvaggia e feconda del cinghiale/Adone/Ares riflette lo stesso mitema.

Oltre a “frori” e “aresti”, si consideri il verbo “affroddiai” (“mescolare”, “dire sciocchezze”), che potrebbe conservare la memoria dell’impasto caotico dei dolci rituali o delle litanie delle devote, e l’aggettivo affranto, forse legato all’immagine di Afrodite afflitta (affranta) per la morte dell’amato. 

Anche la forma chiusa a spiga dei “culurgiones” sardi o la tecnica costruttiva a spina di pesce nei paramenti murari nuragici, ribadiscono il valore ierofanico della spiga come simbolo di immortalità, abbondanza e rigenerazione ciclica.

Su Nenniri emerge quindi come un potentissimo ierogramma, un concentrato di simboli che, dalla preistoria mediterranea e simbologia sarda in particolare, giunge intatto alla ritualità cristiana. 

Esso incarna il perenne mistero del sacrificio fecondo (di Adone, del seme, di Cristo), la discesa nelle tenebre necessaria alla rinascita nella luce, e il ruolo mediatore del principio femminino divino (Tanit/Astarte/Afrodite/Iside/Demetra) come forza rigeneratrice. 

La Sardegna, con i suoi toponimi, i suoi resti archeologici, la sua lingua e le sue maschere carnevalesche, si conferma così come un eccezionale archivio vivente dei Grandi Misteri del Mediterraneo, dove il dramma di Adone e la simbologia del Carrasegare continuano a parlare, con voce sommessa ma persistente, il linguaggio eterno della morte e della resurrezione della vita.

La ritualistica del Carrasegare è un vero e proprio dramma sacro che rappresenta la passione, morte e resurrezione di questa divinità, essenziale per evocare il ritorno della fertilità e delle piogge[...]"


Tratto dal mio libro 

"Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l'Ordine"

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Notare la conformazione a spiga che sovrasta l'ingresso di molti nostri nuraghi, il cui ingresso ha proporzioni auree, come l'ingresso del pozzo di Santa Cristina. 

Proporzioni auree estremamente simboliche che sono correlate alla dimensione del Femminino. 

Approfondimenti :

https://maldalchimia.blogspot.com/2021/06/simbologia-angolo-72-nel-pozzo-scristina.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2020/12/l-ingresso-triangolare-dei-nuraghi.html?m=0


Tiziana Fenu 

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La spiga ( libro)













venerdì, aprile 03, 2026

💙 La Pasqua, esotericamente ( libro)

 

La Pasqua, esotericamente, indica quel momento in cui il "Seme", il principio latente e immortale, piantato nelle tenebre del Solstizio Invernale, e tenuto all'oscuro, imprigionato nella materia, può finalmente risorgere e germogliare, morendo a se stesso, dissolvendo l'illusione dell'Ego e la prigione della propria chiusura, e lasciando agire in sé la potenza vivificante della forza solare dell'Energia Vitale.
È il mistero ieratico della trasformazione, la celebrazione del trionfo della luce sulle tenebre, dello Spirito che vince la morte, dell'attimo eterno in cui l'oscurità cede il passo all'alba di una coscienza nuova.
"Omne vivum ex ovo".
Da quest'antico e sacro adagio si sprigiona la verità primordiale che tutti i viventi traggono origine da un uovo.
Esso è l'archetipo psichico della perfezione, il sigillo del germe della vita, la cellula primaria, intonsa e piena di potenziale. Simbolo ierofanico della potenza femminile della Natura, è la Vergine Madre, il Caos fecondo che precede ogni forma, il Mistero Interiore e Sublime della vita stessa che si manifesta nella sua perfezione assoluta, persino nella prigionia di una forma.
L'uomo, in questo mistero, si scopre racchiuso nel proprio Involucro Aureo, un bozzolo di luce che attende il momento di chiudersi.
Nell'antico Egitto, l'uovo era consacrato a Iside, la Grande Maga, la Matrice generatrice, simbolo di vita immortale e di resurrezione. Nei rituali egizi si narra di Seb, il Dio del Tempo e della Terra, che depone un uovo, l'Universo stesso, nel KHOOM, le acque primordiali dello spazio, il principio femminile astratto, l'Abisso da cui tutto scaturisce.
E prima ancora, nelle nebbie dei tempi, il popolo dell'antica Lemuria custodiva la memoria di un'umanità ermafrodita, completa in sé.
Non vi è dubbio che quei giganti, quei colossi di cui parlano le leggende, così meravigliosamente rappresentati dalle statue silenziose dell'isola di Pasqua, custodissero in sé entrambi i principi.
La parte femminile, in loro, ovulava, e quegli ovuli venivano al mondo già fecondati dal principio maschile interiore.
Quegli esseri, davvero fatti a immagine del Divino, portavano dentro di sé l'aspetto maschile e femminile in perfetta e sacra unione.
L'umanità, allora, si riproduceva per mezzo del sistema di ovulazione, lo stesso degli uccelli, simbolo di libertà e di volo verso i cieli dello spirito.
La creatura si formava nell'uovo, protetta e nutrita dall'aura del genitore, e dopo un tempo sacro, rompeva il guscio e prendeva vita, accolta e amata dal Padre-Madre che l'aveva generata.
Questa era l'Età dell'Oro, il tempo in cui i fiumi di pura acqua viva scorrevano insieme a latte e miele.
A quel tempo non esisteva né "mio" né "tuo", e tutto era per tutti, e ognuno poteva mangiare il frutto dell'albero del vicino senza paura, riconoscendo in esso il frutto dell'unico Albero della Vita.
A quel tempo, coloro che sapevano suonare la lira elettrizzavano l'intero universo con le loro melodie più sublimi, perché la musica era l'armonia delle sfere, il respiro stesso del creato.
La lira di Orfeo non era ancora caduta sul pavimento del tempio, fatta a pezzi, e il suo canto ancora univa i mondi.
Quando l'umanità si separò in sessi opposti, l'armonia si infranse. L'uovo, allora, venne rilasciato dall'ovaio senza fecondazione, perché il principio maschile si era separato da quello femminile.
La completezza interiore si era perduta, e divenne necessario cercare all'esterno ciò che un tempo era dentro.
Fu così che ebbero inizio le grandi peregrinazioni, viaggi iniziatici verso luoghi remoti, verso i templi sacri dove i Kumara, i Re Divini, dirigevano le pratiche mistiche per risvegliare la memoria dell'unità perduta.
Ma il segreto più profondo, la chiave d'oro, è che ognuno può essere Kumari di se stesso, sacerdote e sacerdotessa del proprio tempio interiore.
Un residuo di queste antiche memorie palpita ancora in Nepal, dove sopravvive il culto della Kumari, la Dea Vivente.
Una bambina, scelta tra molte, viene venerata come incarnazione della Dea Vergine, fino all'arrivo della prima mestruazione o di qualsiasi perdita di sangue, che segna il ritorno alla condizione umana.
Un culto controverso per la durezza dell'iniziazione e dello stile di vita, ma che indica l'importanza del mantenersi puri, come un calice di luce, affinché la divinità possa manifestarsi attraverso l'umano.
È il ricordo della necessità di preservare intatto il Fuoco interiore, perché l'Essenza possa brillare senza ostacoli.
Questo mistero si riflette anche nel flusso del tempo e negli influssi sottili.
È il nostro Fuoco d'Acqua interiore che viene risvegliato, quella fiamma che contempla la nostra dimensione Monadica, la nostra scintilla divina.
È questo fuoco che ci permette di essere Seme, di essere Uovo completo, ovunque e sempre, a prescindere dalle circostanze esterne.
Esso ci permette di rinascere da noi stessi, senza dipendere dal terreno favorevole o meno, dalle persone, dalle cose o dalle situazioni, dalle emulazioni.
Perché la nostra Essenza è Verità, e la Verità vibra a frequenze altissime, inaccessibili a chi si ferma alla superficie delle cose.
È questo il senso profondo del manifestare la nostra rinascita. Quando rinasciamo da Seme, non da terreno.
Quando siamo l'Uovo, completi e autosufficienti, con le nostre polarità in dialettica costruttiva, non distruttiva, che danzano in un perpetuo equilibrio creativo. Quando siamo Originali, nel senso più alto del termine.
Quando diventiamo la nostra stessa Origine, con le proprie frequenze, le proprie note inconfondibili, la propria Essenza e Verità.
È il Fuoco Cristico, Monadico, che deve ardere incessantemente sull'altare del nostro cuore, la fiamma che consuma ogni scoria e rivela l'oro puro.
Tutto il resto è ibrido, è emulazione, è un fragile castello costruito a ridosso di un modello che non può appartenerci.
La Verità ha una vibrazione talmente alta che non tutti sono pronti a sostenerla, e non tutti la sanno riconoscere, perché ci si ferma all'involucro, al guscio esterno, senza osare guardare dentro.
Ma quanto è ineffabile la gioia, poi, nello scoprire il fiore dentro il bocciolo, con i propri colori e le proprie sfumature, che saranno sempre diverse e irripetibili rispetto a quelle di qualsiasi altro fiore.
È la scoperta della propria anima unica, che spiega i petali alla luce del proprio sole interiore.
C'è un'antica e terribile verità che riecheggia nei mondi.
"Gli Dei non sono ammessi tra gli Umani. Bisogna neutralizzarli".
Non sia mai che emerga la nostra Divinità, non sia mai che l'Uovo si schiuda e riveli la luce abbagliante del nostro vero Essere.
Eppure, la Pasqua è proprio questo.
Il rischio necessario e glorioso di rompere il guscio, di lasciar morire l'umano vecchio per far sorgere il Divino che siamo sempre stati.
È il trionfo della Luce che non conosce tramonto.

Tratto dal mio libro.
"Maldalchimia. Di Ombre e Luminescenze" Volume II
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Tiziana Fenu
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La Pasqua, esotericamente ( libro)




💛 Pavoncella/colomba

 

La dimensione simbolica è concettuale della "colomba" pasquale, affonda le radici in epoche antichissime.
Ho già avuto modo di approfondire più volte questo concetto, in particolare in questo mio scritto, "l'evoluzione delle Dee Madri" ( https://maldalchimia.blogspot.com/2024/04/evoluzione-delle-dee-madri.html?m=0"
"Ho spesso parlato delle Dee Uccello, nei miei scritti, in particolare riferimento a quelle ancestrali statuine che le rappresentano.
Dee Uccello, che, insieme alle Dee serpente,  sono  presenti specialmente nella culture gilaniche della vecchia Europa.
Gli animali di potere delle Dee, da Ishtar, da Inanna, fino ad arrivare alla Dea minoica dei Serpenti, per citarne qualcuna.
Delle Dee Madri legate al ciclo della vita e della m*orte, perché nelle antiche civiltà, si esponevano i cada*veri all'azione scarn*ificante degli Uccelli, in particolare degli Avv*oltoi.
Dee Madri custodi dell'Uovo Cosmico, e Dee Madri che riportano all'essenziale, per poi favorire il ritorno nel grembo di Madre Terra, attraverso il ritorno seguendo lo stesso percorso del sole, da est a ovest, in un senso di continuita', in una "dimensione altra", che faceva parte della concezione ciclica della stessa vita.
La Grande Madre Neolitica, che governava cielo e terra.
Che si riproduceva per Parte*nogenesi, e che quindi, si autofe*condava, scientificamente e fisicamente possibile, per chi volesse approfondire.
Una Madre che portava alla luce, alla vita, e una Madre, che si prendeva cura anche del passaggio verso la morte, garantendo, attraverso la scarnif*icazione dei corpi, attraverso la sua manifestazione come Madre Uccello, un ritorno e una trasm*utazione nel Grembo di Madre Terra."

Ne ho parlato anche nel mio libro, Uomini senza Ombra", in cui la simbologia della colomba-pavoncella è collegata ad una rappresentazione, in un tempio egizio, in cui le due creature sono rappresentate su una rappresentazione a quadretti, come la nostra scacchiera di Pubusattile, argomento approfondito nel mio libro, con tutta la sua sfaccettata e caleidoscopica simbologia
Riporto un breve brano
"[...] Abbiamo anche una stupenda decorazione in onore della Festa di Khnum-Ra ad Esna, nel Tempio di Neith e Khnum ad Esna, un dettaglio dal soffitto. "Quando gli Dei vengono dalle loro province per contemplare il Venerabile Dio (Khnum-Ra)”.
Festa di sei giorni, celebrata nel mese di ottobre.
Questa festività, conosciuta anche come "Festa della vittoria di Khnum" o "Prendere il Pastorale", era un evento rituale per proteggere il passaggio tra un anno e l'altro, con le immagini divine del tempio trasportate in processione per essere esposte alla luce solare sulla terrazza.
Il rito proteggeva il passaggio da un anno all'altro, un momento cruciale per la stabilità del regno e dell'agricoltura.
Dal calendario nel Tempio di Khnum e Neith ad Esna.
Amon-Ra il Signore dei troni delle Due Terre” (Dendara VII, 59, XLVII).
Nel dettaglio dal soffitto, ci sono due uccelli 'Rekhyt', ciascuno seduto sul cesto nb, con braccia umane alzate in adorazione.
L'uccello 'Rekhyt', è la pavoncella, e rappresenta il popolo comune.
L'uccello 'Rekhyt' seduto sul cesto nb e che alza le mani in adorazione significa:
"tutto il popolo loda".
Pavoncella.
La nostra tipica icona simbolica della nostra Antica Civiltà Sarda.
La pavoncella è un'icona antichissima della nostra tradizione sarda, presente ovunque, e spessissimo rappresentata in forma speculare difronte all'Albero della Vita.
Nel testo di Graves viene definita la "depositaria dei segreti del re Salomone", lo sposo della Regina di Saba, cognome diffusissimo in Sardegna, perché la discendenza regale è quella, la stirpe degli Iniziati, dei Falasha.
"Il significato poetico della pavoncella è: «Camuffa il segreto» ed è la sua straordinaria discrezione che fa di lei un uccello sacro.
Secondo il Corano, essa era la depositaria dei segreti di re Salomone e il più intelligente dello stormo di uccelli profetici che l’accompagnavano".
Pavoncella presente nelle nostre navicelle Shardana.
Come fece Noè che liberò una colomba per far da guida verso la terra ferma, anche Giasone, arrivati all'entrata del Mar Nero trovano le Rupi cozzanti o Simplegadi, formate da ghiaccio e per non cozzare tra le pareti, Giasone, come fece Noè libero una colomba, così passarono.
La colomba/pavoncella come simbolo di elevazione spirituale, sinergia per superare la dualità delle due polarità.
Giona, nel grembo della Nun/balena, che affronta la trasmutazione.
Giona in ebraico è colomba.
Giona.
Giano
Janus
Jana
Le porte solstiziali tra le due polarità, maschile e femminile, umano e divino, tra vita e morte.
Pavoncella, depositaria degli antichi segreti della nostra Antica Civiltà Sarda[...]

Tratto dal mio libro
"Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna"
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Link di riferimento https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/pavoncelle-tempio-di-neith-e-khnum.html?m=0
Tiziana Fenu
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Colomba/pavoncella






giovedì, aprile 02, 2026

💙 Lo specchio iniziatico ( libro)

 

Quando lo specchio iniziatico si fa troppo vivido, troppo nitido nella sua rivelazione, l’anima teme e frantuma.
Lo riduce in schegge, lo disintegra. Perché sostenere lo sguardo pieno, unitario, davanti alla propria immagine integra, è un portale che pochi osano varcare.
Ci è più familiare abitare i frammenti.
Le particelle disperse di noi.
Come se l’abisso della nostra vastità ci atterrisse, e preferissimo la riva alla profondità.
Così navighiamo a vista, accontentandoci dell’orizzonte noto.
Un orizzonte che è solo una linea tracciata, una promessa di confini rassicuranti.
Ci affidiamo al visibile, crediamo a ciò che gli occhi possono contenere.
Eppure, il cammino iniziatico richiede l'inverso.
Imparare a vedere ciò che già abita in noi come fiducia, come verità interiore.
Vedere con il sentire.
Scorgere ciò che prende forma, spessore e tridimensionalità attraverso i cinque sensi e oltre, attingendo proprio da quelle schegge apparentemente sparse.
Sono loro, i nostri prismi interiori. Ogni frammento è un angolo, una sfumatura, una prospettiva che ci riguarda.
E quando abbandoniamo le vecchie coordinate duali, quelle che ci legano a rotte obbligate, ecco che quei frammenti si compongono in un caleidoscopio spaziale, vibrante, multidimensionale.
Navigare a vista non basta più.
È tempo di imparare a navigare senza vista.
Di tracciare rotte che non giacciono sulla superficie piana dell’esistenza, ma che si innalzano e si immergono, creando volumi di coscienza.
E quando qualcuno, o qualche occasione sacra, ci mostra la tridimensionalità dei nostri stessi frammenti, non guardiamoli con l’occhio abituato alla piattezza. Non osserviamoli come se fossero semplici pezzi sparsi su un unico piano.
Impariamo a penetrarli.
Entriamo dentro ciascuno di essi.
Impariamo a catalizzare l’energia che ogni scheggia emana.
A magnetizzarle, a richiamarle a sé.
A tenerle insieme non con la forza, ma con la nostra Essenza.
Quella presenza silente e potente che è il collante più puro dell’universo.
Perché è dall’Essenza che nasce la possibilità di essere quel Diamante caleidoscopico, capace di emanare luce da ogni sfaccettatura.
Un diamante che da un unico raggio ne genera cento, ne genera mille.
Tutti diversi.
Tutti splendenti.
Tutti infinitamente noi.
In ognuno di questi riflessi possiamo finalmente riconoscerci, senza paura di disintegrarci.
Senza più fuggire per timore di non essere “abbastanza”. Perché è proprio in quel timore che si cela il velo.
La paura di non essere all’altezza della nostra stessa luce.
Ora, invece, impariamo a renderla coesiva. A farla danzare in sempre nuove forme, in sempre nuove identità.
Integre.
Caleidoscopiche.
Diamantine.
Il diamante si svela solo nella tridimensionalità.
Non giace sulla superficie piana. Esiste nei suoi frammenti ricomposti, nella geometria sacra della nostra personale Dimensione d’Anima.

Tratto da mio libro
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Tiziana Fenu
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Lo specchio iniziatico






mercoledì, aprile 01, 2026

💙 La brutalità

 


Negli ultimi tempi, il susseguirsi di azioni umanamente brutali, ha raggiunto apici altissimi, o per meglio dire, bassissimi. 

Eppure, andando a ritroso nella storia dell'umanità, l'antropologia culturale ci insegna che la violenza non è un’eccezione nella storia umana, ma una costante ritualizzata. 

Presso le società arcaiche, la brutalità verso il nemico, l’animale o il capro espiatorio possedeva un proprio, pur se aberrante, senso. 

Era un linguaggio codificato per stabilire l’ordine cosmico, scaricare il caos o celebrare la potenza della tribù. 

Ma ciò che osserviamo nell’uomo contemporaneo, specialmente  nelle manifestazioni di violenza gratuita, come quella riversata sulla gattina a Roma, in moltissimi altri contesti di cui ci sentiamo spesso spettatori impotenti, e di riverbero nelle piattaforme social, è un fenomeno diverso. 

È la dimensione dell'arcaico disinnestato. 

Perché a livello antropologico, cultuale, e culturale, non esiste più il contenitore del rito, né la mediazione del simbolo. 

La brutalità diventa puro delirio di potenza e onnipotenza, senza finalità. 

Questo tipo di violenza, da alcuni antropologi, è stata definita come una viol*enza mimetizzata, che tende a riversarsi su vittime sostitutive per placare la crisi di una comunità. 

Ma oggi, di fronte allo sfaldamento del tessuto comunitario, in quanto totalmente assente come tale, come dimensione unitaria, la violenza non placa più nulla, si autoalimenta. 

La gattina violentata non è un sacrificio per l’ordine, ma l’espressione di un disordine assoluto. 

L’animale, che nell’immaginario arcaico era spesso totem o messaggero degli dèi, viene ridotto a pura materia su cui esercitare un dominio che l’uomo non possiede più su se stesso.

Dal punto di vista ontologico, che studia l’Essere in quanto tale, la brutalità rappresenta una patologia della relazione. 

Non ci si rapporta, non si entra in comunicazione, in scambio e arricchimento energetico. 

Ogni canale, a circuito chiuso verso sé stessi, è impregnato di questa vile brutalità, che è il tentativo fallimentare di negare questa struttura ontologica fondamentale. Quando un uomo tortura un animale, un proprio simile, aggredisce verbalmente un simile su Facebook o infierisce sulla natura, sta operando una riduzione dell’Altro a "cosa".

Questo gesto è una ferita inferta non solo alla vittima, ma all’Essere stesso. 

Ogni atto di crudeltà è un atto di auto-crocifissione di chi agisce a riguardo. 

Chi disconosce l’Altro come manifestazione del medesimo fondamento divino dell’esistenza, si svuota. 

La brutalità è l’ombra dell’hybris greca, di cui ho parlato altre volte.  

È la tracotanza di chi, dimenticando di essere parte di un tutto organico, pretende di ergersi a dominatore assoluto, finendo per asservirsi alla propria stessa barbarie.

Il caso della gattina a Roma diventa, in questo senso, un sintomo ontologico. 

Una vita indifesa, che chiedeva solo protezione, scambio, amore, è stata infranta non per necessità, ma per il piacere della distruzione.

Come stiamo vedendo in tutto ciò che ci sta circondando. 

È l’annuncio di un vuoto d’Essere, dove l'empatia, che è il collante che rivela l’unità del reale, viene sostituita dall’indifferenza o, peggio, dal godimento necrofilo.

Se poi diamo uno sguardo, a ritroso, in una prospettiva esegetica di "scrittura" della violenza dei simboli, visto che mi occupo di simbolismo, se consideriamo l’esegesi, intesa come interpretazione profonda dei testi sacri e delle narrazioni simboliche, vediamo come questa dimensione ci offre le lenti per leggere questi eventi come segni dei tempi. 

Nella tradizione giudaico-cristiana, il patto con Dio viene sigillato dopo il diluvio con ogni essere vivente. 

L’arcobaleno è segno di un’alleanza che include gli animali. 

Penso all'arcobaleno presente anche nel simbolo della tribù dei Dan( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/il-simbolo-della-tribu-di-dan.html?m=0) 

È un Archetipo, un Arco di Alleanza. 

La violenza contro l’animale, quindi, non è solo un reato contro il diritto positivo, ma una violazione dell’alleanza cosmica. 

È la rottura del vincolo sacrale che lega il cielo alla terra.

Sui social network, assistiamo a un’esegesi distorta. 

La parola, che nelle tradizioni sapienziali è il veicolo della creazione (“In principio era il Verbo”), diventa strumento di de-creazione. 

La brutalità verbale su Facebook, quei commenti rabbiosi, gratuiti, spesso anonimi, nascosti sotto falsi profili, ma peggio ancora quando sono manifestati da profili reali che dovrebbero esprimere ben altre energie, rappresenta l’anti-Logos. 

Non è più il linguaggio che costruisce mondi comuni, ma un flusso di odio che dissolve il tessuto relazionale. 

È la Babele contemporanea. 

Non l’incomprensione delle lingue, ma l’impossibilità di ascoltare l’Altro perché ridotto a schermo.

L’approccio esoterico, che guarda alla dimensione iniziatica e alla realtà invisibile, ci invita a vedere in queste brutalità non semplici episodi di inciviltà, ma manifestazioni di una contro-iniziazione. 

L'Alchimia inversa, ad uso di questi sub-umani, di cui ho sempre parlato, spessissimo orchestrata su moduli di Geometria Sacra numerica, i quali sono, intrinsecamente, di altissima energia. 

Nelle tradizioni ermetiche e nella Sophia Perennis, l’iniziazione è il percorso che conduce l’uomo dalla materialità grezza alla trasmutazione interiore, al riconoscimento del divino immanente in tutte le creature.

La brutalità sistematica, verso gli umili, gli animali, la natura, è l’esatto opposto, che viola la loro alta energia. 

È un rituale involutivo. 

Come insegnano le dottrine tradizionali, chi si abbandona alla violenza gratuita si rende veicolo di forze disgregatrici, di quelle che i testi chiamano le “correnti dell’ombra”. 

L’animale, in particolare, è sacro perché rappresenta l’istinto non corrotto, la vita che scorre in sintonia con il ritmo cosmico. Tortur*arlo equivale, in senso esoterico, a tortu*rare la parte vergine e sacra della propria stessa anima.

Il riverbero sui social media è la manifestazione digitale di questa dissociazione. 

Dietro lo schermo, l’individuo perde il "temenos", il recinto sacro del corpo e del volto, e si abbandona a una possessione verbale che ricorda gli antichi stati di furia distruttiva, ma senza più alcuna cornice catartica.

La brutalità sulla gattina a Roma ha scosso la coscienza collettiva non solo per la sua efferatezza, ma perché ha agito come uno specchio rivelatore. 

Ha mostrato il fondo di abisso su cui può scivolare l’umano quando perde ogni riferimento trascendente. 

Di fronte a questo, la politica si è trovata a dover rispondere.

I recenti provvedimenti legislativi, come gli inasprimenti delle pene per i reati contro gli animali, rappresentano, dal punto di vista simbolico, un tentativo di arginare il caos con la legge. 

Ma, dal punto di vista esoterico e antropologico, la legge da sola non basta. 

La legge positiva è un argine, ma non una cura. 

Se lo spirito che anima queste brutalità è la negazione dell’Essere, nessuna pena, per quanto severa, potrà estirpare la radice del male se non accompagnata da una rinascita etica e, oserei dire, spirituale.

La politica, nel suo senso più alto e originario, quello di cura della "polis" è chiamata a un compito che oggi spesso abdica. 

Il compito di favorire non solo la repressione, ma l’educazione all’empatia ontologica. 

Inasprire le pene è necessario, ma non sufficiente. 

Occorrerebbe un nuovo patto educativo che ricordi all’uomo la sua interdipendenza con il vivente.

La brutalità umana, sia fisica che verbale, è il riverbero di una ferita metafisica. 

L’uomo che tortura, che insulta senza motivo sul web, che distrugge la natura, non è un dominatore, ma un posseduto. 

È un'anima persa, posseduta dalla sua stessa ombra, dalla dimenticanza di essere parte di un tutto sacro.

La gattina violentata a Roma non è stata solo un animale martoriato. È stata, in senso iniziatico, un sacrificio involontario sull’altare di una società che ha smarrito l’anima. 

I social network, con la loro brutalità verbale gratuita, sono il termometro di questa febbre. 

Dove non c’è più il volto, dove c'è alterazione e mistificazione del reale, della propria percezione di sé e della propria dignità, non c’è più il rispetto.

Forse, l’unica risposta autentica a questa deriva non sta solo nei provvedimenti politici, per quanto condivisibili nella loro funzione protettiva, ma in una inversione di rotta interiore. 

Finché l’uomo non riconoscerà nell’animale, nel diverso, nella natura e persino nell’interlocutore virtuale la stessa scintilla di vita che abita in lui, la brutalità troverà sempre nuove vie per manifestarsi. 

La vera politica del futuro, se mai ci sarà, dovrà essere politica dell’Anima, capace di ricucire la frattura tra l’uomo e il sacro fondamento della vita.


Tiziana Fenu 

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La brutalità