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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

venerdì, dicembre 16, 2022

💜Santa Lucia

 13 dicembre, festeggiamenti in onore di Santa Lucia, vergine siracusana (283 circa - 303 circa), martire sotto Diocleziano.

Secondo la Passio leggendaria sarebbe stata denunciata dal fidanzato come cristiana e condannata per questo alla prostituzione; scampata a questa ignominia e uscita incolume anche dal rogo, sarebbe stata uccisa con la spada. La tradizionale credenza che le siano stati strappati gli occhi è leggenda nata dal suo nome, affine al nome della luce; in relazione a questa leggenda è invocata da chi soffre di male agli occhi ("Santa Lucia ti protegga la vista!" ) ed è in Dante allegoria della Grazia illuminante. Il suo culto è assai antico. 


Lucia come simbologia della Luce, presente anche nei Promessi Sposi, allegoria alchemica dell'Unione degli opposti. 

Infatti Lucia, (da un articolo di Sebastiano B. Brocchi - https://www.riflessioni.it/simbologia/nozze-renzo-lucia-3.htm) è la versione femminile del latino Lucius, che significa “Luminoso”, da lux, luce. Manzoni ne descrive l’acconciatura fermata da radiosi spilli d’argento (il metallo della Luna) come raggi di un’aureola (cfr. “I Promessi Sposi”, capitolo II).

Renzo, Lorenzo, deriva invece dal latino "laurus", alloro, la pianta sacra ad Apollo, Dio ellenico del Sole.

Anche i cognomi dei due protagonisti sono rivelatori: Mondella, richiama sia la castagna, frutto rinvenuto all’interno di un riccio spinoso (con tutti i magnifici rimandi alla difficoltà di rinvenire la Regina dei Filosofi), sia il termine “monda”, ossia pulita, pura, limpida, tersa. A rafforzare questa visione concorre il carattere attribuito alla ragazza da Manzoni, che la descrive pura, ingenua e virtuosa, come la “donna angelo” degli stilnovisti e la dama dei trovatori.

Tramaglino, dal termine tramaglio (sorta di rete molto fitta composta di tre strati sovrapposti usata sia per la pesca che per catturare volatili come ad esempio quaglie), ricorda per questo sia l’alchemica sigla SSS (Stratum Super Stratum, Strato Su Strato), ossia la composizione della Materia Prima da più “strati” o livelli sovrapposti, sia la fissazione del volatile attribuita allo Zolfo. 

A questo proposito andrebbe precisato che Renzo, nella prima versione del romanzo (intitolata “Fermo e Lucia”), era chiamato Fermo, e come abbiamo ricordato lo Zolfo-Oro-Io-Re-Sole, “motore immobile” della nostra Coscienza, è l’elemento maschile e di fissità (dunque Fermo) nella triade alchemica Mercurio-Zolfo-Sale.

Tramaglino, inoltre, è vicino al termine “trama”, e se si conta che nel romanzo è il nome di un filatore, allude perciò anche alla sottile “trama” che il Filosofo va formando, tessendo, sul telaio della propria mente, o per estensione della propria vita e del proprio destino, trama di domande, riflessioni, esperienze, intuizioni, risposte, che si intrecciano nella sua Consapevolezza (cfr. https://sites.google.com/site/graziabrocchi/commentointerpretativodell'opera).

Lucia e Renzo recano quindi le caratteristiche che permettono all’ermeneuta di riconoscerli come la Luna e il Sole ermetici, il Mercurio e lo Zolfo, l’Acqua e il Fuoco, dunque la Regina e il Re di un regno che è l’essere umano stesso.

Il topos ermetico dello sposalizio del maschio e della femmina filosofici è ancestrale e archetipico. In ogni cultura troviamo esempi di racconti legati all’amore, al matrimonio e al coito con chiari riferimenti ad altro che non siano i rapporti sessuali “terreni” tra uomo e donna.

Tuttavia, le interpretazioni di questi “matrimoni mistici” non sono univoche, ma al contrario variegate e l’una capace di ribaltare la prospettiva dell’altra pur senza contraddirla. Anche in questo caso vale la sigla sopra citata, SSS. Ogni interpretazione sembra essere uno strato successivo dei veli che devono essere tolti al fine di contemplare la “Dea nuda” della conoscenza.

Un primo livello di lettura è quello, basilare, di conjunctio oppositorum, unione degli opposti, concetto sui cui si erige l’Opera alchemica. «Così la liberazione, nello Yoga tantrico, è concepita  come la riunificazione, le nozze dell’âtman (maschio) e della buddhi (femmina), artificialmente separati dalle condizioni inerenti alla “caduta” degli individui nel mondo fenomenico» (Jean Varenne, “L’Hindouisme des textes sacrés”, dall’“Encyclopédie des mystiques”, volume III, a cura di Marie-Madeleine Davy); laddove âtman e buddhi designano i già citati Zolfo e Mercurio, Nous-Spirito e Psiche-Anima, come anche, su scala cosmica oltre che interiore, i due poli complementari Yin e Yang. In altro luogo il simbolo delle nozze ermetiche è interpretabile come unione dell’Io-sposo a Sophia, la Conoscenza-sposa; cioè l’incontro e l’abbraccio eterno del Filosofo con l’oggetto del suo amore e delle sue speranze. Infine, possiamo leggere lo Hieros Gamos (Matrimonio Mistico o Sacro) come unione della Coscienza-sposa con il Dio-sposo. In questa prospettiva viene interpretato il libro biblico del “Cantico dei Cantici”, e viene compreso il misterioso rituale della prostituzione sacra, che prevedeva l’unione sessuale di prostitute-vestali con sacerdoti che per l’occasione impersonavano il Dio.

In realtà, tutte e tre queste interpretazioni non sono che una. Descrizioni di un unico evento, che ogni volta è analizzato sotto un differente e nuovo aspetto. Che siano i due opposti Yin-Yang a cercare il loro punto di incontro e di fusione, infatti, o che sia l’Io a cercare la divina Conoscenza e volersi unire a lei, o l’Anima matrice che si prepara ad accogliere il suo Sposo Celeste; il Matrimonio Mistico è uno soltanto. Esso segna il compimento degli “sforzi del lavoratore”, nel senso che l’Alchimista che sia giunto a questo punto non avrà più nulla da fare attivamente, limitandosi ad aspettare che questo Matrimonio dia i suoi abbondanti frutti.


Questo concetto, espresso da Sebastiano Brocchi, si sposa bene anche con l'interpretazione simbolica  di Santa Lucia per Dante, il quale descrive la martire siracusana e il ruolo fondamentale di salvezza che le attribuisce ( https://www.ritacharbonnier.it/2010/12/santa-lucia-nella-divina-commedia-la-speranza-la-grazia-illuminante-e-laquila-di-giustizia/) 

Dopo l’intercessione della Vergine Maria, la grazia preveniente, è Lucia che si muove e si reca da Beatrice, la Teologia, le rammenta “il suo amico” e le chiede di intervenire per il suo fedele, perso nella selva oscura del buio del peccato. Lucia è appellata da Dante come “nimica di ciascun crudele”, evidenziandone la fierezza, con una formula che allude anche alla carità che è inerente all’atto della grazia.

Il fatto che Dante si proclami “fedele” della santa sembra alludere, inoltre, a una precisa notizia biografica poiché si è supposto che, in seguito ad una malattia agli occhi di cui narra nel Convivio (III; IX,15), le fosse particolarmente devoto. Jacopo di Dante racconta come il Poeta professasse una devozione speciale nei confronti della santa siracusana, poiché aveva ottenuto da lei la guarigione dopo averne invocato l’intercessione. Come nella realtà biografica Lucia aveva ridato la vista e la salute, agli occhi di Dante nella Commedia ridava la luce al suo animo peccatore mandandogli in aiuto Beatrice che, come scrivono Brunella Bruno ed Elisabetta Ferrarini, senza tema alcuna si muove fino agli Inferi per far completare al suo fedele l’itinerario già intrapreso nell’età giovanile. 

Ma il ruolo di Lucia nella Commedia non è terminato, anzi, la donna dagli “occhi belli” sarà ancora protagonista nella cantica del Purgatorio (IX 52-63) quando non invierà alcuno a salvare Dante ma scenderà personalmente dal suo “loco beato” per agevolarne il viaggio in un punto particolarmente difficile in cui Dante inizia a percorrere la via del pentimento e dell’espiazione, la salita delle sette cornici purgatoriali.

Mentre il Poeta dorme, Lucia lo prende nelle sue braccia dolcemente e lo posa davanti all’ingresso del Purgatorio; l’episodio è narrato ponendo in evidenza la soavità e la fermezza della santa. L’espressione “sovra li fiori”, che precede l’apparire di Lucia, ad esempio, mette in evidenza la leggerezza dell’incedere. Scrive il Poeta: “Venne una donna e disse: I’ son Lucia, lasciatemi pigliar costui che dorme; / sì l’agevolerò per la sua via.” E ancora Virgilio racconta, sottolineando la dolcezza degli atti della santa e la sua leggerezza, come d’immagine da sogno, appena si fu fatto giorno “qui ti posò/ e pria mi dimostraro/ gli occhi suoi belli quell’entrata aperta; poi ella e ‘l sonno ad una se n’andaro”.

Poco prima in sogno il Poeta aveva visto un’aquila pronta a calare e gli era sembrato di trovarsi sul Monte Ida dove fu rapito Ganimede che fu innalzato al Monte Olimpo; il richiamo mitologico serve al Poeta a circondare il sogno stesso di un alone favoloso e a rendere l’atmosfera di prodigio che caratterizza la vicenda di Lucia che trasporta Dante dalla valletta alla porta del Purgatorio. L’aquila è la forma assunta da Lucia nella seconda cantica che rappresenta per alcuni critici la grazia divina come aquila di giustizia.

L’aquila è l’equivalente dello ius, in essa confluisce la riflessione intorno al concetto di diritto-giustizia, ius come prodotto di Dio. Ed è perfetto analogo della di Lui perfezione, quando lo si legga nella prospettiva universale e politica, prima che individuale che vede nel massimo bene della società civile, la giustizia rispecchiato il Bene Sommo di cui è misura Dio, fonte del “giusto” che è nucleo fondante della “Drittura” che Dante aveva letto in Aristotele, “la più perfetta di tutte le virtù”, già trattata nella canzone Tre donne intorno al cor mi son venute. Una verità morale, che l’uomo giusto conosce a occhi chiusi, e di cui è appunto simbolo, nella Divina Commedia, santa Lucia, “nimica di ciascun crudele”, poiché “la crudeltà è il contrario della pietà, della carità, tagliando la via alla speranza; pertanto Lucia interviene tempestivamente (si mosse e venne) in favore della carità, cioè di Maria” [DANTE ALIGHIERI, La Divina Commedia, Inferno, G. GIACALONE (a cura di), Angelo Signorelli Editore, Roma 1983] 


L’accostamento all’aquila della santa siracusana nelle vicende del IX Canto del Purgatorio è di particolare rilievo poiché l’aquila pone un punto di contatto tra la tematica religiosa e quella politico-sociale; nel Paradiso Dante, nel cielo di Giove, si rivolge ai giusti “reggitori” di popoli che compongono “in forma di lumi, un’Aquila, simbolo dell’Impero e della Giustizia” [F. P. PEREZ, La Beatrice svelata, F. Orestano (a cura di), 2° ed. Molfetta, S.T. Apicella 1936, in 8°, p.226] e l’aquila è sempre stata il simbolo dell’Impero; così il Perez nel lontano 1865 asseriva l’esistenza del legame fra l’Impero e quella che lui riteneva l’allegoria dello stesso, cioè Beatrice, dallo studioso palermitano identificata con l’Intelligenza attiva di matrice aristotelica.


Nel Purgatorio, quindi, Lucia riveste una notevole importanza oltre che a livello compositivo e narrativo, anche dal punto di vista simbolico


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Santa Lucia



💙Portale 12/12/2022

 Lunedì, Portale 12/12/2022, abbiamo una giornata energeticamente particolare, governata da una Luna Calante in Leone, da un Archetipo dodici, Lamed, con funzione "misura", e da un Arcano Maggiore XII dell'Appeso.

È una combinazione numerica, questa data, un po particolare, perché la data del giorno è 12, il numero del mese è 12, ma è 12 anche la somma totale della data.

Un 12, quindi, ripetuto 3 volte, che, moltiplicato fa 36, e, ancora 9, il numero dell'accoglienza, della gestazione, della creazione, il nono Archetipo Ebraico Teth.

Un portale energetico, questo del 12/12, che conclude un anno impegnativo, di profonda trasformazione, di portali e percorsi energetici tra le eclissi, come abbiamo visto, che hanno portato ad una profonda trasformazione, a cui, simbolicamente porgiamo la nostra accoglienza. 

La figura dell'Appeso di questo portale, esprime benissimo questa dinamica energetica tutta interiore. Si sottopone volontariamente ad un cambio di prospettiva.

Ad una "inversione di poli", per usare un termine, che in questo periodo storico sta segnando le energie elettromagnetiche di Madre Terra, e delle sue creature. 

Non sono disorientate. Si stanno stabilizzando su una nuova Frequenza, e in attesa di creare il contatto, di attivare le nuove coordinate, ruotano su se stesse. 

Questo passaggio, metaforicamente, è molto importante, perché prima di trovare le coordinate esterne, si pongono come baricentro di sé stesse. 

L'Archetipo Lamed, esprimendo questo concetto di "misura", corrisponde molto bene a questa dinamica di centratura ritrovata. 

È la dimensione della prova iniziatica per eccellenza. Un salto di Ottava, in una dimensione, non più a due coordinate, ma tridimensionale, come la figura solida che rappresenta questo dodicesimo Archetipo :il dodecaedro. 

Il dodecaedro è  legato all'etere, simboleggia il quinto elemento, l'energia invisibile che sottende i quattro elementi formali. Promuove il nostro sviluppo spirituale e la connessione con la nostra anima spirituale e il nostro programma di incarnazione.. 

Rappresenta il tutto, l'Universo

Il dodecaedro ha dodici sfaccettature in pentagoni. Rappresenta l'elemento etere e simboleggia il chakra coronale.

Con l'Archetipo Lamed, si sfidano le leggi di gravità, perché ha un'energia ascensionale, punta verso l'alto. 

Ha il sigillo dell'investitura regale, del "bastone di comando". 

Ma puoi gestire il tuo potere solo quando impari a cambiare prospettiva, quando sei disposto a vedere le cose nella loro totalità. 

Quando sei disposto ad abbandonare tutto, a ribaltarti come un calzino, e a fidarti dell'Universo, lasciando cadere ciò che ti tiene ancorato a terra e che ti impedisce di spiccare il volo verso una nuova dimensione, che segna il passaggio. 

La differenza. 

Il crinale. 

Tra il prima e il dopo. 

Nelle antiche civiltà, i riti di iniziazione, si facevano proprio a 12 anni. Riti nei quali si era soli con sé stessi, e si poteva percepire il valore della propria misura. 

Il 12 è un numero sacro per tanti motivi, sui quali non voglio indugiare in questo contesto, perché mi preme sottolineare la grande potenza energetica espressa da questa combinazione 12/12/2022. 

Parlare di Lamed, è parlare di liberazione, di frantumazione degli argini, dei confini. 

Siamo reduci da una Luna Piena in Gemelli, guidati da un Archetipo Phe, di espansione, in corrispondenza con la nostra Frequenza Gemellare. 

Anche la Lamed esprime espansione, l'andare al di là dei propri interessi personali, delle proprie sovrastrutture, dei propri circoli egoici. 

Essendo un Archetipo di accoglienza e di espansione, ha un'energia femminile lunare, proprio come il Lunedì in cui si manifesta questo portale 12/12.

Ed è proprio il "cuore", con i suoi 12 petali del chakra che gli corrisponde, il chakra del cuore Anahata, che può dare la misura dell'uomo, come la pesatura del cuore in ambito egizio. 

21 grammi

21 è speculare a 12.

Entrambi esprimono la sacralità creativa del numero 3, di cui sono multipli. 

Il numero 3, che domina la musicalità di questa data 12/12/2022 

3+3+(3+3)

Il tre è l'Archetipo Ghimel, la rotazione, la progressione, la forza di coesione dei due elementi, maschile (Aleph) e femminile( Beth), in rotazione dinamica, per creare intorno a sé stessa, la propria "misura", nel passaggio di Ottava, nella materia ("3 moltiplicato 4), per esprimersi e manifestarsi attraverso la Lamed, e trovare il proprio senso di esistere. 

La propria identità, in distacco dalle cose materiali superflue, ma in connessione con una dimensione universale di appartenenza, che è rappresentata dal tetraedro della Merkaba, il nostro corpo di luce, in espansione universale nel dodecaedro. 

Cielo e terra si ribaltano al cospetto dell'Appeso, che è diventato il Leone verde della propria alchimia iniziatica. 

Il Leone che si mangia lo stesso Sole di cui si è nutrito, poiché è diventato esso stesso, il Sole, che ora dispensa tesori verso la terra, con le monete d'oro e d'argento che cadono dalle sue tasche, a rendere fertile la terra di abbondanza. 

Un'abbondanza terrena, di cui l'Appeso non sente più l'urgenza, il bisogno.

Perché il suo viaggio in solitaria, l'ha portato ad essere fronda e radice allo stesso tempo. 

L'ha portato ad imparare a ricevere e a elargire abbondanza, in sé stesso, nella sua Nuda Essenza, senza esserne più depauperato, perché è totalmente artefice, unico artefice della sua dimensione di Luce, tridimensionale. 

Appartiene al mondo delle Ombre, lunare e femminile, gravido, sta a testa in giù come un pipistrello, ma la sua stessa esistenza è abbondanza che prescinde. 

Dialettica, dinamica. Versatile, in continuo dinamismo, accrescimento, sperimentazione. 

Perché conosce finalmente la "misura" di ciò che vale, a prescindere dalle dinamiche esterne, che possono apportare solo conferme ulteriori. 

È una sensazione strana e inebriante. 

Un viaggio in solitaria, dove cielo e terra si toccano al centro di quel cuore pulsante dove gli Opposti hanno creato tante dinamiche, spesso sofferenti. In solitaria. 

C'è uno strano senso di pacificazione, e di leggerezza, nello scoprirsi piacevolmente diversi. 

Strani ed estranei. 

Ma non, a noi stessi. 

Che è l'unica cosa che conta. 


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

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Nell'immagine Arcano Maggiore XII, l'Appeso, Ciro Marchetti Artist

Portale 12/12/2022



🖤Il lupo

 Il lupo perde il pelo

ma non il vizio.

Ignaro del fatto

che la favola sia cambiata.


#RebelSoul©®

By Tiziana Fenu

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Ray Caesar Surrealist Art

Il lupo



💛Ierofanie nicchie nuraghe

 Da un post di Sam Pitzalis ( https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10158659626271326&id=718806325), in cui si vede la trasfigurazione ierofanica all'interno di una nicchia in un nuraghe. 

Come ho gia scritto nei miei post, le nicchie, fungevano da ancestrali tabernacoli, dove si manifestava il Divino trasfigurante, attraverso la ierofania, che, sicuramente, permeava di sacralità degli oggetti ritualistici, o forse anche delle statuine, e lo stesso officiante sciamanico e sacerdotale, o chi avesse bisogno di una trasmutazione alchemica, di una guarigione, di una benedizione trasmutante. 

Dall'immagine, si vede benissimo la potenza orgonica dell'energia solare che passa attraverso le aperture intorno al nuraghe 

Sicuramente vi erano dei momenti, degli orari privilegiati per questa ritualistica.

Ho affrontato l'argomento "ierofania" più volte ( vi lascio i link a fine articolo)

Nel suo celebre Trattato di storia delle religioni, da cui è stata estratta questa lettura, Mircea Eliade, uno dei più celebri antropologi del Novecento, analizza il significato della sacralità del cielo secondo al religiosità di diverse popolazioni. All’uomo primitivo, egli afferma: “il Cielo rivela direttamente la sua trascendenza, la sua forza e la sua sacralità. La contemplazione della volta celeste, da sola, suscita nella coscienza primitiva un’esperienza religiosa.” Nella religiosità arcaica non è il Cielo ad essere adorato come Essere superiore, e in fondo nemmeno i corpi celesti. Piuttosto, il Cielo è la sede della trascendenza, perché della trascendenza ne incarna gli attributi. 

[...]  il Cielo rivela direttamente la sua trascendenza, la sua forza e la sua sacralità. La contemplazione della volta celeste, da sola, suscita nella coscienza primitiva un’esperienza religiosa. 

L’espressione “contemplazione della volta celeste” ha un significato del tutto diverso se la riferiamo all’uomo primitivo, aperto ai miracoli quotidiani con un’intensità difficilmente immaginabile per noi. Questa contemplazione equivale, per lui, a una rivelazione. Il Cielo si rivela quel che è in realtà: infinito, trascendente. La volta celeste è per eccellenza “cosa del tutto diversa” dalla pochezza dell’uomo e del suo spazio vitale. Il simbolismo della sua trascendenza si deduce, diremo, semplicemente dalla constatazione della sua infinita altezza. “L’altissimo” diventa, nel modo più naturale, un attributo della divinità. Le regioni superiori inaccessibili all’uomo, le zone sideree, acquistano i prestigi divini del trascendente, della realtà assoluta, della perennità. Queste regioni sono la dimora degli dèi, e alcuni privilegiati vi giungono per mezzo dei riti di ascensione celeste; fin lassù si innalzano, secondo i concetti di certe religioni, le anime dei morti. L’“alto” è una categoria inaccessibile all’uomo in quanto tale; appartiene di diritto alle forze e agli esseri sovrumani; colui che si innalza salendo cerimonialmente i gradini di un santuario o la scala rituale che porta al Cielo, cessa allora di essere un uomo; le anime dei morti privilegiati, nella loro ascensione celeste, hanno abbandonato la condizione umana.

[...]  Il modo di essere celeste è una ierofania inesauribile. Di conseguenza tutto quel che avviene negli spazi siderei e nelle regioni superiori dell’atmosfera – la rivoluzione ritmica degli astri, le nuvole che si inseguono, le tempeste, il fulmine, le meteore, l’arcobaleno – sono momenti di questa medesima ierofania.

[...] Il carattere sacro del cielo è diffuso in complessi rituali o mitici innumerevoli che, a quanto pare, non sono in relazione diretta con una divinità iranica. Il sacro celeste rimane attivo nell’esperienza religiosa, per mezzo del simbolismo dell’“altezza”, dell’“ascensione”, del “centro”, ecc. Anche in questo simbolismo troviamo talvolta una divinità fecondatrice sostituita a una divinità iranica, ma la struttura celeste del simbolismo sussiste egualmente.


La montagna è più vicina al cielo, e questo le conferisce una doppia sacralità: da un lato partecipa al simbolismo spaziale della trascendenza (“alto”, “verticale”, “supremo”, ecc.), e da’altra parte il monte è per eccellenza il dominio delle ierofanie atmosferiche. Ed, in quanto tale, dimora degli dèi. Tutte le mitologie hanno una montagna sacra, variante più o meno illustre dell’Olimpo. Tutti gli dèi celesti hanno luoghi riservati al loro culto, sulle cime. Le valenze simboliche e religiose delle montagne sono innumerevoli. Spesso la montagna è considerata punto d’incontro del cielo e della terra; quindi un “centro”, punto per il quale passa l’Asse del Mondo, regione satura di sacro, luogo dove possono attuarsi i passaggi fra le zone cosmiche diverse.

[...] Il “monte”, in quanto punto d’incontro fra cielo e terra, si trova al “centro del mondo” ed è sicuramente il punto più alto della terra. Per questo le regioni consacrate – “luoghi santi”, templi, palazzi, città sante – sono parificate alle montagne e diventano esse stesse “centri”, e la Palestina, “la terra santa”, essendo perciò considerata come il luogo più alto del mondo, non fu raggiunta dal Diluvio. “La terra d’Israele non fu sommersa dal Diluvio”, dice un testo rabbinico. Per i Cristiani il Golgotha si trova al centro del mondo perché è la cima della montagna cosmica e anche il luogo dove Adamo fu creato e sepolto. E secondo la tradizione islamica, il luogo più alto della terra è la Ka’ba, perché “la stella polare dimostra che la Ka’ba si trova esattamente al disopra del centro del cielo”.


Perfino i nomi dei templi  e delle torri sacre attestano l’assimilano alla montagna cosmica: “il Monte Casa”, “la casa del Monte di tutti i paesi”, “la montagna delle Tempeste”, “il Legame fra cielo e terra”, ecc. . Il termine numerico per indicare Ziqqurat è U-Nir (monte), che Jastrow interpreta come “visibile a grande distanza”. La ziqqurat era, propriamente, un “monte cosmico”, cioè un’immagine simbolica del Cosmo; i suoi sette paini rappresentavano i sette cieli planetari (come a Borsippa) o avevano i colori del mondo (come a Ur).

[...] L’altitudine ha una virtù consacrante. Le regioni superiori sono sature di forze sacre. Tutto quel che più si avvicina al cielo, partecipa con intensità variabile alla trascendenza. L’”altitudine”, il “superiore”, sono assimilati al trascendente, al sovrumano. Ogni “ascensione” è una rottura di livello, un passaggio nell’oltretomba, un superamento dello spazio profano e della condizione umana. Inutile aggiungere che il sacro dell’”altitudine” è convalidato dal sacro delle regioni atmosferiche superiori e, quindi, dal sacro del Cielo. Il Monte, il Tempio, la Città, ecc. sono consacrati perché investiti del prestigio del “centro”, cioè, in origine, perché assimilati alla cima più alta dell’Universo e al punto d’incontro fra Cielo e Terra. Ne consegue che la consacrazione mediante rituali di ascensione o scalata di monti, o salita di scale, è valida perché inserisce chi la pratica in una regione superiore celeste. La ricchezza e la varietà del simbolismo dell’”ascensione” sono caotiche soltanto in apparenza; considerati nel loro insieme, tutti questi riti e simboli si spiegano col sacro dell’”altitudine”, cioè del celeste. Trascendere la condizione umana, in quanto si penetra in una zona sacra (tempio, altare) per mezzo della consacrazione rituale o della morte, si esprime concretamente con un “passaggio”, una “salita”, un’”ascensione”.


Quindi è chiaro, il concetto simbolico dei nuraghi, dei tantissimi, migliaia di nuraghi( 8.000-9000?.. Una cifra folle per un lembo di terra relativamente piccolo) eretti a manifestazione della forte e intima connessione con il Divino, di cui la ierofania, è totale manifestazione. 

È portare il Sacro nella materia. 

Sacralizzare la dura pietra, e farne veicolo, attraverso i secoli e i millenni, di quel messaggio altamente dialettico, che trova spazio in ognuno di noi, in chiunque si accosti a questa dimensione sacrale, della quale la nostra amata terra è permeata. 

Ci si può riconoscere. 

Si può sentire la frequenza, di questa sacralità, e restarne magnetizzati. 

Come un ritorno a casa. 

Come un ritorno all'Alleanza primigenia, tra Umano e Divino, prima della rottura, dello sfregio egoico. 


Tiziana Fenu 

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Ierofania nicchie nuraghe




💛L'offerta votiva

 Da un post del signor Massimiliano Spaccini

(https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=5447402015388894&id=100003574470186). 

Bronzetto con offerta ritualistica. 

Sicuramente una figura di prestigio, come un capotribu', visto che indossa mantello, pugnaletto sardo, copricapo importante. 

Che meraviglia.. Stavo pensando che quelle offerte potrebbero essere anche due pagnotte e del sanguinaccio.

Il sangue ha un valore sacro ritualistico, e la posizione con cui sono state allineate le offerte, è speculare. 

Mi fa venire in mente la mezza luna, quindi il femminile, con il suo grembo lunare che accoglie il sole.

Quattro elementi.

Il quattro rappresenta Madre Terra, il Femminino. 

Il simbolismo lunare e mestruale del sangue, potrebbe essere del sanguinaccio di maiale, accompagnato dall'elemento solare del grano, maschile.

Una sinergia compositiva che mi ricorda la completezza del Tao.

Il sole e la luna.

Il maschile e il femminile. 

Il sangue come beneaugurante di fertilità e abbondanza. 

Il sangue, che rappresenta il fertile sangue mestruale femminile. 

Il pane, il grano, il sole, anch'esso simbolo di fertilità e simbolo della nostra Antica Civiltà.

"Su tri-gu..."

Scrivevo.. 

" I Nuraghi rappresentano la potenza maschile del Fallo, unito all'accoglienza del ventre materno della madre terra

Un  rituale fertilistico di edificazione  che veniva celebrato nel solstizio d'estate per garantire il raccolto. 


Trigu(grano) /nuragu( questa forma si usa soprattutto nel sassarese)

La particella "GU" in sanscrito significa oscurità,  ma significava anche "suonare, emettere un suono un grido onomatopeico", che è un'imitazione del muggito del toro

Dalla forma "GU", poi si passerà alla  forma "bu", che poi declinera' nella forma  "Bovis"  del latino

Il "ga", invece, in sanscrito arcaico, rappresentava l' elemento femminile, la vacca da Latte

Il "-ga" della spi-ga, e il "-gu" de " su tri-gu", del grano in sardo

Maschile e femminile uniti. 


"Grano", che contiene in sé particella "AN", che è l'elemento femminile  della generazione, contenuta  in una parola di genere maschile

La sacra spiga del grano era uno dei Sacri  attributi di Osiride.

La sua uccisione e la successiva dispersione delle sue membra richiama la Spiga

Si narra che  nacquero da esso 28 spighe, 7 volte 4, come simbolo di eterna abbondanza

Quasi tutte le divinita, in ogni epoca furono associate alla simbologia del grano. 


Perfezione  della spiga di grano che richiama la Sacra geometria, presente in natura  ovunque. 

Costruzione del nuraghe  che corrisponde nella sua perfezione alla spiga,  spiralizzata verso l'alto, ad una precisa conformazione che può essere data da un solo fattore. 

La frequenza vibratoria. 

Grano  in sardo e' "su trigu", abbiamo detto

Nuraghe /Nuragu. 

Quindi "Gu" come vibrazione gutturale, un misto di muggito e suono, canto. 

Come le api, di cui ho parlato molte volte nei miei post, che organizzano l' alveare in forme geometriche vibrazionali armoniose, così anche le rane, emettono una vibrazione alta, più alta del Sacro Om. 

Il Nun maschile ermafrodita creatore, divinità delle Acque, che si fonde con il fuoco  Nur, per dare origine alla conoscenza che si esplica in una forma geometricamente perfetta come il tronco di Nuraghi. 

A spirale. 

Come la perfezione della Spirale Aurea,  che si trova ovunque in Natura, scandita dalla successione di Fibonacci

Immagino quale estrema sinergia si creasse, se i nuraghi venivano edificati su precisi punti energetici, su delle Leylines, su falde acquifere,, catalizzatrici, insieme al fuoco che si accendeva magari dentro ai nuraghi, se ancora oggi se ne sente la potenza

Una potenza vibratoria energetica che si è estrinsecata in costruzione armoniosa  verso il cielo"

( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/06/due-cose-hanno-sempre-incuriosito_12.html?m=0


Ho visto questo bronzetto giorni fa. Sono giorni e giorni che ci penso... Non mi sono schiodata dall'idea che possa rappresentare due sanguinacci e due pagnotte, per il forte valore ritualistico..

"Il pane e il sangue di Cristo"..

Sembra quasi una primordiale eucaristia, quando ancora le offerte, rappresentavano il maschile e il femminile in sinergia, come è nella koine' concettuale che attraversa tutta la simbologia della nostra Antica Civiltà Sarda, prima che divenisse, di ambito esclusivamente maschile.

Una società, la nostra, sempre attenta a dare risalto ad entrambe le energie in complementarietà, tipico delle armoniose società matriarcali.


Tiziana Fenu

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