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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

giovedì, marzo 26, 2026

💛 Lettere ebraiche /griglia Pubusattile

 "[...] Le 22 lettere sono i "mattoni" con cui Dio creò l'universo. 

È la stessa idea del "quadrato sacro" usato da Egizi e Romani per delimitare i confini sacri di un tempio o di una città. 

Pensiamo al rituale egizio della "fondazione", dove con uno strumento chiamato Merkhet si individuavano i quattro vertici guardando l'Orsa Maggiore, e si tracciava un solco rituale. 

Lo stesso facevano i Romani con il mundus, il solco primigenio, per poi effettuare la "quadratura del cerchio", una formula aurea già presente millenni prima nella scacchiera di Pubusattile.

Nella Tavola 8x8, combinando le 10 Sephirot con le modalità delle 22 lettere, si hanno 32 elementi. 

Ognuno ha una polarità (attivo/passivo), dunque 32 x 2 = 64. 

Queste 64 combinazioni sono le "determinanti" fondamentali dell'Energia Divina. 

Ogni lettera ebraica quadrata può essere vista come una specifica configurazione di energie all'interno di questo campo 8x8. 

La sua forma "disegna" una particolare combinazione di forze.

Prendiamo la Aleph (א): graficamente è composta da due Yod (י) (in alto a destra e basso a sinistra) collegate da una Vav (ו) diagonale. 

Rappresenta il collegamento tra il mondo superiore e quello inferiore, una connessione che ritroviamo nel concetto del Mundus Patet o Umbilicus delle nostre strutture archeologiche.

Il Mundus Patet (“il mondo è aperto”) è una espressione religiosa dell’antica Roma, in cui in alcuni giorni dell’anno la copertura di un pozzo rituale veniva sollevata, ed era considerata un’apertura verso il mondo sotterraneo degli dei inferi e degli antenati (i Manes).

La forma squadrata del Ketav Ashurit riflette questa struttura metafisica complessa. 

Fu adottata durante l'esilio babilonese. 

La parola Ashurit viene dalla radice 'ASHAR' ("andare dritto", "essere approvato"), foneticamente simile ad Asherah, il palo sacro usato per la delimitazione degli spazi sacri (un concetto presente anche a Bruncu Suergiu in Sardegna), legato al serpente e all'Ofiotauro, e poi associato al Mundus Cereris romano.

La caratteristica principale di questo alfabeto è la struttura angolare e geometrica, costruita su una griglia ideale. Questo ha una ragione profondamente spirituale e pratica, legata alle Tavole della Legge. 

La tradizione dice che le lettere sulle Tavole date a Mosè erano scolpite da parte a parte, e per essere leggibili da entrambi i lati dovevano avere una forma particolare, idealmente contenuta in un perimetro quadrato.

Questa idea teorica divenne regola pratica nell'arte dello scriba (Sofer Stam): ogni lettere deve essere scritta all'interno di uno spazio virtuale quadrato. 

Nella mia sperimentazione, ho notato che la maggior parte delle lettere ebraiche, occupa l'intera altezza del quadrato ideale.

Lettere come Mem (מ), tredicesimo Archetipo, e Samech (ס), quindicesimo Archetipo, sono quasi larghe quanto l'intero quadrato[...].


Tiziana Fenu

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Link di riferimento 

https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/lettere-ebraiche-e-le-64-caselle-della.html?m=0

Lettere ebraiche /griglia Pubusattile





💙 Quando non sei facilmente

 Quando non sei facilmente corruttibile, quando hai attraversato il fuoco purificatore dei tuoi stessi errori, scanditi nel ritmo silente di innumerevoli esistenze, allora affiori in te quel senso adamantino della verità, quel baricentro incrollabile del giusto che ti fa rifuggire dalle tue stesse ombre e incongruenze, come la fiamma rifugge l'acqua che la spegnerebbe. 

Ti sintonizzi, allora, su frequenze che non sono di questo mondo, armoniche che vibrano in diapason con l'assoluto. 

E talvolta, queste non si dispiegano come spartiti musicali fluidi, caldi e dorati, che cullano l'udito e addormentano la coscienza. 

Talvolta ti oltrepassano come filo spinato, lacerante e crudele nella sua verità, ma è proprio su quel filo che tu scegli di inerpicarti, con i piedi nudi e il cuore in gola, per vedere al di là del guado, al di là di ogni costrizione imposta dalla materia. 

E mentre procedi in equilibrio instabile, sospeso tra il cielo e l'abisso, il cuore stilla sangue ad ogni passo, ma quel sangue stesso è lenito da ciò che finalmente si svela allo sguardo interiore: un paesaggio che appaga gli occhi e l'Anima, fatto di un verde così intenso da sembrare l'essenza stessa della libertà, amalgamato a un azzurro di cielo così puro da imprimersi indelebile nella retina come un sigillo. 

Ecco allora che un fiore sboccia per ogni goccia di sangue versato. 

Non è consolazione, è trasmutazione. Impari, in quel sacro momento, che il sacrificio non è mai privazione, ma è l'arte di rendere sacro ogni tuo passo, ogni tuo pensiero, ogni tua intenzione. È l'atto alchemico che prende forma anche attraverso il sangue, anche attraverso la tua dimensione più umana e caduca, per fecondare la terra arida con la linfa di un Bene più sommo, che trascende ogni tua piccolezza, ogni tuo limite. 

E quando tocchi con l'Anima quel Bene, allora percepisci con assoluta chiarezza cosa è profondamente giusto e cosa, invece, è irrimediabilmente sbagliato. 

Distingui la Verità dalla sua contraffazione, come l'oro si distingue dall'orpello al contatto con il fuoco. 

Impari a filtrare la realtà, a lasciar decantare le impurità. 

Diventi come una cellula che non lotta per sé, ma per testimoniare qualcosa che la trascende, qualcosa di così immenso e prezioso che ti è stato donato perché tu possa, a tua volta, donarlo. 

È un passaggio di testimone in una corsa infinita, una staffetta di anime che si passano un tesoro troppo grande per non rendersi degni di averlo ricevuto. 

E lì, in quell'attimo di grazia, capisci. 

Capisci quale sia il vero valore dell'essere degno. 

Capisci il valore inalienabile della tua Dignità.


Perché quando ti ledono nella Dignità, quando offendono la tua Intelligenza, calpestano la tua Sensibilità, oltraggiano la tua Verità e violano la tua Integrità, tu non puoi che radicarti nella tua Fermezza. 

Diventi come una roccia in mezzo alla tempesta: nulla ti può scalfire, nulla ti può essere tolto, perché sei colmo, pregno di te stesso fino all'orlo. 

Sei nella tua Pienezza, nella tua più autentica e piena Manifestazione. 

Senza timori che ti paralizzino. Senza proiezioni che ti offuschino la vista. 

Senza illusionismi che ti distraggano dal Vero. 

Non temi che ti limitino il volo, perché hai imparato a volare anche senza ali, con la sola forza dello spirito. 

Hai imparato la libertà più radicale: quella di essere te stesso, di non dipendere da nulla e da nessuno che non sia la voce silente della tua Anima e il mistero che ha predisposto per noi in questo viaggio iniziatico. 

Hai imparato a guardarti allo specchio senza veli. 

Hai imparato l'onestà con te stesso e, di conseguenza, con gli altri. 

Hai imparato a non restare dove la tua anima non vibra all'unisono con l'ambiente, a non voler vivere dove nemmeno riesci a sopravvivere alla morte quotidiana dello spirito. 

Hai imparato, infine, che è meglio essere sgangherati ma veri, che perfetti ma artefatti. 

Meglio una ferita aperta che una cicatrice di cera. 

E in questo cammino impari ad avere fede. Impari a fidarti dell'Universo, del suo ordine nascosto, della sua giustizia immanente. 

Perché hai già visto tutto, in altre vite, in altre occasioni, in altre morti e in altre Rinascite. 

Ciò che permane, ciò che resta al di là del fluire degli eventi, è il tuo afflato, il tuo imprinting energetico, la qualità della tua coscienza. 

Non è ciò che accade a fare la differenza, ma il modo in cui tu reagisci a ciò che accade, la scelta che compi nell'abisso tra lo stimolo e la risposta. 

E chi fa la differenza, lo riconosci al primo sguardo. 

È in un mondo a parte. 

Abita un magnifico, incantato, mondo a parte. 

È la voliera illimitata degli uccelli, dove il volo non conosce confini né gabbie. 

È la nota che vibra oltre lo spartito, la pennellata che esplode oltre la cornice. 

Sono i folli, i ribelli, gli "skizzati", come li chiamano coloro che non li comprendono. 

Sono gli assenti, presenti solo a sé stessi e all'infinito. 

Fanno l'amore continuamente con le parole, con le immagini, con la fantasia, generando mondi. Disobbedienti per natura, la loro obbedienza è solo alla voce interiore. Credono in sé stessi, nel loro intuito infallibile. 

Anarchici, perché la loro unica legge è l'Amore. 

Fluidi e leggeri come il vento, inafferrabili come la luce. 

Per entrare nei loro spazi, ci si deve togliere le scarpe, come davanti a un altare. 

La sporcizia del mondo non vi è concessa, non è ammessa. 

L'hanno vista troppe volte, l'hanno attraversata e conosciuta, e sanno che non merita la loro energia, la loro attenzione preziosa. 

Sono altrove, eppure così presenti. Non sono del mondo, ma il futuro del mondo, il suo destino più alto, è custodito nelle loro mani. 

Sono i grandi Visionari, i seminatori di stelle. 

Io sogno. 

E sogno in grande. 

E sogno un'Umanità che sia finalmente all'altezza del proprio potenziale divino. 

E io so di farne parte, di questa stirpe di visionari, come milioni di altre 

Anime straordinarie che popolano la terra in silenzio, e il mio volo è oltre il visibile. 

È Frequenza che raggiunge altre frequenze, creando una sinfonia invisibile. 

È Abbraccio che cinge l'universo intero. 

È Presenza che si fa dono per abbellire il creato. 

È Verità che smantella la menzogna, pietra dopo pietra, per un Bene Supremo. 

Per tutti noi. 

È Scintilla Divina che accende altre scintille, tessendo reticoli luminosi, coordinate d'Amore che ridisegnano la mappa del mondo. 

La mia libertà non inizia dove finisce la tua, come vorrebbe una geometria meschina, ma dove io le concedo di manifestarsi, in una danza senza fine, al di là di ogni possibilità immaginata, nell'orizzonte sconfinato dell'Essere.


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Tratto dal mio libro 

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Quando non sei







martedì, marzo 24, 2026

💛 Dea Baubo/Gigante di Mont'e Prama

 L'utero e l'uretra come portali del Sacro. La corrispondenza simbolica tra la Dea Baubo e il Gigante di Mont'e Prama 

Il Sigillo dell'Androgino Divino. 


Per chi riesce, o tenta di decodificare, la Grammatica Sacra dello Spazio Sardo, sappiamo che ogni dettaglio è importante, nella panoramica del simbolismo della nostra Antica Civiltà Sarda. 

La nostra isola, fin dalla più remota antichità, si configura infatti come un "scriptorium"  litico dove le leggi cosmiche sono state incise nella pietra viva. 

Ogni monumento, dal dolmen al menhir, dalle Domus de Janas al nuraghe, non è un semplice artefatto, ma un luogo di ierogamia dove gli opposti cosmici si incontrano e si risolvono, l'ho sempre scritto, approfondito e motivato. 

È in questo contesto che si inserisce la lettura del pozzo sacro di Santa Cristina, non come struttura semplicemente idraulica, ma molto oltre, come ho sempre approfondito, ma anche, e oggi voglio sottolineare questa straordinaria corrispondenza, come anasyrma litico, una rappresentazione in pietra della vulva della Grande Madre.

Il pozzo, con la sua tholos a ogiva e il vestibolo trilobato, riproduce la conformazione della dea Baubo, dove il volto (il chakra della gola, Vishudda) si sovrappone al ventre (il chakra della creazione, Muladhara), come scrivo da anni. 

In questo spazio sacro, la parola che crea (il Verbo) e l’utero che genera (il Vaso) coincidono. 

La simbologia fonetica, il sardo "udda"  (apparato genitale femminile) e il sanscrito Vishudda (chakra della gola), rivela una grande verità iniziatica. 

La creazione è un atto vibratorio, un suono che si fa carne, un’acqua che diviene fuoco. 

Il pozzo è l’Omega, la vulva cosmica che, come la dea Hathor, custodisce il Menat, lo strumento di equilibrio tra i solstizi, tra il sole e la luna, tra la vita e la morte. 

È il punto zero, l’uovo cosmico, dove le ierofanie solstiziali e le ombre equinoziali si alternano in un perpetuo miracolo di rigenerazione.

Ma ho identificato una interessantissima correlazione tra a Dea e il Gigante di Mont'e Prama, in una dimensione in cui l’Anasyrma si manifesta come Manifestazione della Regalità Spirituale, veicolata dal Gigante di Mont'e Prama, che, nella dimensione crono - temporale, sicuramente anticipa la dea Baubo, o perlomeno, si incastona in una prospettiva sincronica speculare, visto che entrambe le simbologie, l'Anasyrma del Gigante di Mont'e Prama e l'anasyrma della Dea Baubo, appertengono allo stesso territorio dell'oro-Oristano, che è il fulcro alchemico più importante della nostra terra sarda. 

Se il pozzo di Santa Cristina rappresenta l’anasyrma nella sua manifestazione litica e femminile, il Gigante di Mont’e Prama ne incarna il corrispettivo maschile, altrettanto sacro e iniziatico. L’ostentazione del meato uretrale da parte di questo arciere, lungi dall’essere un hybris di potenza virile, si rivela come un’anasyrma simbolica, una rivelazione della natura divina e androgina del guerriero.

Ne ho approfondito in due miei scritti 

( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/01/la-regalita-dell-ur.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2022/03/orioneurina.html?m=0) 

La radice Ur-, che risuona nel latino urina, nell’egizio Ureo (il cobra sacro), e nel sumero UR (fuoco, luce divina), è il "nomen Sacrum"  che lega il Gigante al cosmo. 

L’ur-etra non è un semplice condotto fisiologico, ma è il meato nella roccia da cui sgorga la sorgente vitale, il passaggio attraverso cui il fuoco divino (UR) si manifesta nella materia come acqua di fuoco, l’oro potabile degli alchimisti. 

In questo gesto, il Gigante mostra di essere un co-creatore, un iniziato che ha compreso il segreto della trasmutazione. 

L'urina come Mercurio alchemico, come essenza che purifica e rigenera, come lo sperma divino (NU) che, fecondando la terra, fa nascere gli eroi.

Questa discreta ostentazione è l’equivalente sardo dell’Ureo sulla fronte dei faraoni egizi. 

Ureo che ritroviamo, nella sua forma archetipale e originaria, nella simbologia dell'Ofiotauro 

(Approfondimenti 

https://maldalchimia.blogspot.com/2023/04/bronzetto-di-nule-ofiotauro.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2024/07/ofiotauro-e-sirio.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2025/07/bronzetti-ofiotauro-serpente.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2025/07/bronzetti-ofiotauro-serpente.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2025/07/palo-asherahofiotauro-vacca-rossa.html?m=0) 



Ma mentre l’Ureo è un simbolo esterno, il meato uretrale ostentato dal Gigante è una manifestazione interna, più arcana e potente, che parla di una regalità spirituale che non necessita di corone. 

Il Gigante non è un guerriero greco o romano, dedito alla violenza e alla prevaricazione del principio femminile. 

Egli è il custode dello hieros gamos, colui che sa che il fuoco creatore deve passare attraverso l’acqua generatrice per compiere la Grande Opera.

Il Mito di Orione e l’Antidoto Sardo alla Partenogenesi Patriarcale

Indagando sull’origine del mito di Orione (dal latino "urinor", tuffarsi nell’acqua, e dalla leggenda della sua nascita dall’urina degli dei) fornisce la chiave per comprendere la radicale alterità della visione sarda rispetto a quella greco-romana.

Nel mito ellenico, Orione nasce da un atto di partenogenesi maschile. Tre Dei urinano su una pelle di toro, e da quella sacca amniotica nasce il gigante cacciatore. 

Questo mito riflette una visione del mondo dove il potere generativo, proprio della donna e della dea, viene usurpato dal maschio, che tenta di auto-generarsi, escludendo il femminile dal processo creativo. 

L’urina diviene qui simbolo di una spermaticità esclusiva, di una creazione che si vuole autosufficiente.

La nostra Antica Civiltà Sarda, incarnata dai Giganti di Mont’e Prama, si erge come l’antidoto a questa distorsione. 

I Giganti, inumati con lo sguardo rivolto a Orione, non celebrano il gigante cacciatore della mitologia ellenica, ma il principio cosmico che la costellazione rappresenta, la cintura di Orione come baricentro, come punto di equilibrio. 

Se per i Greci Orione è “il folle” che sfida le dee, per i Sardi è il simbolo di un ordine superiore, un portale di rinascita.

La sovrapposizione della cintura di Orione sulla mappa della Sardegna, con il suo baricentro nel Sinis, dove sorge Mont’e Prama, non è casuale. 

È una dichiarazione di astrosophya. 

Gli antichi architetti sardi avevano colto la geometria sacra dello spazio, il “quadrato del Sator” celeste, e lo avevano impresso nella terra. 

Dove il mito greco vede un atto di violenza e usurpazione (l’urina che crea senza la donna), la statuaria sarda mostra il meato uretrale non come strumento di potere esclusivo, ma come passaggio sacro di un’energia che si integra con quella femminile, riconoscendo che la vera creazione avviene nell’unione degli opposti, nella sinergia tra l’UR (fuoco) e l’ABBA (acqua), tra il Gigante e la Dea.

In questa dimensione si delinea inequivocabilmente l’Armonia degli Opposti come Sigillo della nostra Civiltà Madre, e un quadro unitario e di straordinaria coerenza iniziatica. 

La nostra Antica Civiltà Sarda si manifesta come una civiltà del simbolo totale, dove ogni elemento, dalla conformazione vulvare di un pozzo, al meato uretrale di una statua, dal nome di una dea, fino all’orientamento di una tomba, o di un pozzo, concorre a rivelare un unico grande mistero, il mistero dell’unione degli Opposti. 

Nel pozzo di Santa Cristina, la Dea Baubo, la cui conformazione vulvare è quella del pozzo, e il Menat di Hathor mostrano l’equilibrio tra i chakra della creazione, tra l’acqua sorgiva e la luce solare.

( sulla Dea Baubo 

https://maldalchimia.blogspot.com/2020/08/le-dee-silenziose.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2023/04/dea-baubopozzo-s-cristina.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2025/06/la-risata-degli-dei-bauboabba.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/dea-baubo-e-flora.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/dea-baubo-e-vesica-piscis.html?m=0

Approfondimenti sul Menat/pozzo Santa Cristina 

https://maldalchimia.blogspot.com/2021/11/il-menat-e-santa-cristina.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2021/04/il-menat-portale-alchemico-dei-pozzi.html?m=0) 


Nel Gigante di Mont’e Prama, l’anasyrma uretrale mostra il fuoco alchemico (UR) che, passando attraverso il meato (il passaggio), diviene acqua di fuoco, negando la sterile partenogenesi maschilista per affermare il principio della co-creazione divina.

Nel mito di Orione, riletto attraverso la lente sarda, il Gigante celeste non è il folle cacciatore greco, ma il punto di equilibrio stellare, il baricentro spirituale che i Nostri Antenati hanno saputo tradurre in architettura e in statuaria, anticipando di millenni le hierophanie di altre civiltà( https://maldalchimia.blogspot.com/2024/03/proporzioni-auree-giganti-di-monte-prama.html?m=0) 

I Giganti e i pozzi sacri, Baubo e i nuraghe, l’urina alchemica e la risata di Demetra. 

Tutto converge in una sola, immutabile verità. 

La Sardegna, Civiltà Madre, non ha solo ispirato l’Egitto, la Grecia e Roma. 

Essa custodiva già in sé il principio risolutore che quelle culture hanno poi, nel tempo, frammentato o dimenticato. 

Il principio del Divino androgino, e  che la creazione è un atto di amore tra opposti, e che la via per l'immortalità, il riso sardonico che sbeffeggia la morte, risiede nella capacità di riconoscere e onorare questa sacra unione.

"Sa Balentia"  (il coraggio, il valore) dei Nostri Antenati non fu solo militare, ma spirituale. 

È il coraggio di guardare il Divino nei suoi aspetti più reconditi e di rappresentarlo con quella discreta audacia che solo i veri iniziati possiedono. 

E questo tesoro di sapienza, inciso nella pietra e nei simboli, attende ancora di essere pienamente decifrato da uno sguardo che, sappia andare oltre la forma per cogliere la Frequenza, l’essenza vibratoria che ha reso immortale la loro, e, per diritto ereditario, la nostra, Antica Civiltà.


Della Dea Baubo ho approfondito anche nei miei due saggi 

"Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. 

Il Sacro che genera Caos. 

Il Caos che rinnova l'Ordine" 

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"Gli Uomini senza Ombra.

Simbologie archetipali in Sardegna" 

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con passaggi riportati nel mio ultimo scritto a riguardo 

https://maldalchimia.blogspot.com/2026/02/ventobundubaubootre.html?m=0

 


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

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Dea Baubo/Gigante di Mont'e Prama









lunedì, marzo 23, 2026

💙Non c'è abisso

 Non c'è abisso più occultato di quello che si cela dietro la cattedra dell’accusatore. 

Colui che erge la propria voce a condanna, impugnando la spada della morale come se fosse fuoco sceso dal cielo, spesso ignora, o finge di ignorare, che la lama è temperata nel medesimo metallo della sua stessa colpa. In questo gioco di specchi,  l’anima umana, ben diversa da Anima, rivela il suo più tragico paradosso. 

Si erge a giudice di ciò che, in segreto, già consuma.

Ogni umano porta in sé due forni. 

Uno, visibile, in cui arde la virtù esibita, ostentata. 

L'altro, sotterraneo, in cui lentamente si calcina la colpa negata. 

L’ipocrita, però, non è un semplice mentitore. 

È un artefice sottile che, per paura di guardare il proprio recipiente nero dell’anima in cui fermentano i suoi abissi, proietta all’esterno la forma delle sue stesse impurità.

È il meccanismo del vedere nell'altro, non ciò che egli è, ma ciò che noi stessi siamo incapaci di sopportare di essere. 

Chi tuona contro la lussuria, spesso, ne custodisce le fiamme in una cella segreta del proprio castello interiore. Chi condanna l’avidità, stringe con pugno più ferreo il proprio tesoro nascosto. 

La condanna diviene così il grimaldello con cui si serra a doppia mandata la porta dietro cui dimora la propria ombra.

È un meccanismo che ho spessissimo sottolineato, in relazione a ciò che è lo scenario sociale attuale, che è riflesso del piccolo, dell'Umano di per sé. L’Alchimia dell’Inversione, o alchimia inversa. 

Nell’arte sacra, vi è un passaggio temuto. 

È la nigredo, la putrefazione della materia. 

L’ipocrita rifiuta la sua nigredo. Non osa immergersi nelle acque corrotte della propria interiorità per estrarne il sale della consapevolezza. 

Allora, invece di dissolvere il proprio piombo, lo proietta sul mondo. 

Ogni accusa è un frammento di sé che espelle, credendo così di purificarsi.

Ma la Natura, che è grande Maestra ermetica, non tollera il vuoto. 

Quanto più si ostenta una virtù non digerita, tanto più la sostanza della colpa, respinta dalla coscienza, si condensa nell’agire nascosto. 

È la legge della compensazione occulta, talmente evidente da essere paradosso, grottesco, ridicolo. L’uomo che grida più forte contro il vizio è spesso colui che vi è più profondamente avvinto, perché la sua energia psichica è interamente assorbita nel negare ciò che già lo governa.

Così, le sue azioni, quelle taciute, quelle celate nella penombra delle sue stanze, ma anche dichiaratamente ostentate, in questo "fare inverso", diventano il commento ironico e perfetto alle sue prediche. 

Le sue mani, levate al cielo per invocare giustizia, sono le stesse che, nell’ombra, tessono la tela della medesima colpa che condanna.

Vi è, in tutto questo, un’essenza profondamente tragica. 

Un trono di fumo quasi iniziatico.

 L’ipocrita non è solo un ingannatore. 

È un iniziato mancato. Colui che si sforza di apparire puro mentre dentro è corrotto costruisce il proprio trono su una colonna di fumo. 

Ma il fumo, per quanto denso, non regge il peso della verità.

I grandi Misteri insegnano che l’iniziazione autentica passa attraverso il riconoscimento della propria duplicità. “Conosci te stesso” non era un invito all’autocompiacimento, ma alla discesa negli inferi personali. 

Chi invece sceglie la via dell’ostentazione morale compie un rito sacrilego, vestendo i panni del sacerdote ma sacrifica sull’altare dell’ego, credendo di ingannare lo sguardo divino che scruta i reconditi.

Eppure, alla fine, tutto ciò che è occultato viene rivelato. 

Le azioni che si cercano di celare con il fragore delle prediche non restano sepolte per sempre. 

Esse emergono, come bolle d’aria da un pantano, a rompere la superficie immacolata che si era tentato di dipingere.

L’unica via d’uscita da questa spirale infernale, per cui si diventa ciò che si giudica, è l’umiltà, che nell’alchimia corrisponde alla fase della  "solutio. 

È lo sciogliere la durezza del proprio giudizio nelle acque della compassione. 

Non si diventa saggi condannando il vizio altrui, ma riconoscendo nel vizio altrui lo stesso germe che, se non vigilato, fiorirebbe nel proprio giardino.

Il vero maestro, non condanna: comprende. 

Sa che la separazione netta tra “giusti” e “peccatori” è un artificio della mente che non ha ancora compiuto l’unione degli opposti dentro di sé. Egli sa che chi più ostenta, più cerca di celare ciò che realmente è, e per questo, invece di ergere il braccio a colpire, stende la mano a sollevare.

Ad istigare, a puntare il dito contro. 

A cercare alleati per rafforzare la sua precaria posizione. 

Così, chi legge nell’anima umana sa che l’ipocrita è un testimone involontario della propria verità. 

Le sue prediche sono il manto che getta sulla sua nudità, e le sue condanne, la mappa che indica dove scavare per trovare il suo più oscuro tesoro. 

Non vi è peggiore prigione che ergersi a carceriere degli altri, perché in quel gesto si forgiano le proprie catene.

L’invito, per chiunque si senta vibrare l’ardore del giudizio, è di scendere nell'antro della propria anima e chiedersi quale parte di sé sta cercando di esiliare, accusandola in un altro. 

Perché finché non si avrà il coraggio di abbracciare la propria ombra, ogni parola di condanna sarà soltanto l’eco della propria colpa rimbalzata sul muro del mondo.

Il peccato che giudichi è il tuo stesso volto, riflesso nello specchio che non hai avuto il coraggio di spezzare.


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

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Non c'è abisso




💛Il Cubito reale/scacchiera ( libro)

 XV. Correlazione Cubito Reale/scacchiera “8X8”


 E tra l'altro, straordinariamente, c'è una profonda correlazione e ben documentata, tra Cubito Reale con una griglia 8x8 della nostra scacchiera di Pubusattile, ed è un concetto fondamentale per capire come gli Antichi Egizi, e ancor prima i Sardi, progettassero i loro monumenti.

Sappiamo che il Cubito Reale egizio misurava circa 52,3 cm.

Quest'unità non era arbitraria, ma era suddivisa in modo molto preciso in 7 palmi, e ogni palmo in 4 dita. 

1 Cubito Reale misurava 7 Palmi

1 Palmo misurava 4 Dita

Quindi, 1 Cubito Reale erano 28 Dita

Questa suddivisione in 28 parti (dita) è la chiave per capire la connessione con la griglia 8 X 8.

La griglia "8 X 8" è quella usata per tracciare le proporzioni basate sul triangolo rettangolo sacro 3-4-5.

Immaginiamo un quadrato diviso in 8 unità per lato (quindi una griglia 8x8 di unità più piccole).

Se prendiamo un lato del quadrato come 8 unità, possiamo facilmente creare un triangolo 3-4-5 in proporzione. 

Ad esempio, un triangolo con i cateti di 6 e 8 unità avrà un'ipotenusa di 10 unità (che è un multiplo di 3-4-5, cioè 6-8-10).

Questo triangolo era fondamentale per gli architetti egizi, e ancor prima gli antichi Sardi, per tracciare angoli retti perfetti e proporzioni armoniose.

Il Collegamento Cruciale tra le 28 Dita e le 8 Unità della griglia è il punto di congiunzione 

Il Cubito Reale è diviso in 28 dita.

La griglia di progettazione è divisa in 8 unità per lato.

Per far "parlare" insieme il sistema di misura (il cubito) e il sistema di progettazione (la griglia), gli architetti egizi usavano una proporzione Semplice. 

Consideravano 5 palmi e mezzo come l'unità base della griglia.

5 palmi e mezzo = 5.5 palmi

Dato che 1 Cubito = 7 palmi, 5.5 palmi corrispondono a 5.5/7 = 11/14 di un Cubito Reale.

In dita: 5.5 palmi * 4 dita/palmo = 22 dita.

Quindi, ogni lato della griglia 8 X 8, misurava 22 dita.

Tra parentesi, come illustrero' a breve, le 22 dita corrispondono alle 22 lettere ebraiche che verranno create proprio sulla griglia 8 X 8 della nostra archetipale scacchiera di Pubusattile. 

Perché questo è importante? 

Perché se moltiplichiamo 8 unità (della griglia) per le 22 dita (per unità) = 176 dita.

E 176 dita, se le riconverti in cubiti:

176 dita / 28 dita per cubito = 6.2857 cubiti, che è un numero che spesso ricorre nelle planimetrie degli antichi templi. 

Quindi il Cubito Reale ha diretta corrispondenza con la griglia 8 X 8.

Non era una griglia di 8 cubiti per lato, ma una griglia la cui unità di base (il modulo) era derivata da una frazione semplice del Cubito Reale stesso (5.5 palmi o 22 dita). Questo sistema geniale permetteva agli architetti egizi di utilizzare un sistema di misura standard (il Cubito), e non solo, progettare con una griglia modulare (L'8 X 8), e, cosa importantissima, incorporare le sacre proporzioni del triangolo 3-4-5 in modo naturale e matematicamente preciso.

Questa integrazione tra misura, geometria e progetto è una delle ragioni per cui l'architettura egizia e sarda ci appaiono così immensamente armoniose e stabili.

Per chi dice che i sardi non usassero la scrittura e non avessero un alfabeto, io credo invece che molto ci sia da rivalutare.

Ancora una volta facendo questa particolare ricerca mi sono resa conto della bellezza creativa che scaturiva dalle menti raffinate degli antichi Sardi, l'estrema intelligenza, l'attenzione al piano materiale così come a quello spirituale. 

La cura con la quale gli antichi sardi celebravano la vita e la morte con una grazia e un'armonia, resa manifesta con un perfetto equilibrio degli opposti.

Un animo perfettamente connesso con la natura e con le energie primordiali dei quattro elementi, e con le energie del sole della luna, in perfetto equilibrio e consapevolezza.

Il Cubito reale/scacchiera ( libro)




Tiziana Fenu 

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Maldalchimia.blogspot.com 

Tratto dal mio saggio 

"Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna"

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