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mercoledì, novembre 02, 2022

💛Bronzetto di Vulci

 Da un post di prof Montalbano. 

( https://www.facebook.com/100001666287370/posts/pfbid02cpKuciyXXpbH8q5c7EhYAwcC1zVL9PXgoBeEsKWNFiWbTsm6Uk5gJUiHX9JCoGmMl/) 

Integro con le mie considerazioni sulla simbologia del palmo della mano rivolto verso l'esterno( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/09/sacchetta-sciamanica.html?m=0, insieme a quest'altra lettura https://maldalchimia.blogspot.com/2021/04/simbologia-delle-trecce-nel-bronzetto.html?m=0), e sul fatto che, come ho già ribadito altre volte, si tratti, secondo me, di una figura androgina, in quanto l'appartenenza al sesso maschile, è stata "verificata" dallo stesso direttore del Museo di Vulci ( https://youtu.be/1fjtWVDcHNg). 

Non credo ci siano attinenza con la definizione di "pugilatore". 

La stuoia arrotolata, è uno "strumento di lavoro degli sciamani, in quanto il sughero, isola e protegge energeticamente, oltre che assorbire le energie negative. 

Come il futon degli operatori olistici.

Ognuno ha il suo, personale

Anche i sandali presentano una sorta di zeppa, che indica il bisogno di sentirsi protetti, e di scaricare le energie negative durante i rituali sciamanici. 

Una sorta di "messa a terra".

Esotericamente può essere assimilabile alla stessa valenza simbolica dello scudo morbido che tiene sul capo, il Gigante di Mont'e Prama. 

Giganti, che sono esseri semidivini. 

Tiziana Fenu 

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Vi lascio a questo interessante articolo di prof. Montalbano. 

Il bronzetto nuragico di Cavalupo, un prezioso manufatto realizzato 3000 anni fa. Cosa si cela dietro questa incantevole e misteriosa scultura in bronzo?

Tempo di lettura 10 minuti.

La divinità principale degli antichi sardi era la Dea Madre, considerata il principio femminile della Natura e identificata con essa. Il suo corpo era la Terra sulla quale viviamo, il suo respiro era il vento (aria), il suo sangue era l’acqua che scorre nei fiumi e il suo spirito era la luce (fuoco). Per queste caratteristiche veniva rappresentata con sembianze umane, una Madre il cui culto era diffuso in tutto il mondo. Gli uomini si accorsero che il susseguirsi delle stagioni era conseguenza di fenomeni celesti: l’interazione ciclica tra i fenomeni che avvenivao in cielo e in terra dava luogo alle stagioni, e la natura offriva un ciclo che va dalla nascita, alla crescita, alla maturazione, alla morte e, infine, alla rinascita.

Il seme moriva per dare vita a una nuova pianta, per cui in esso c’era qualcosa di eterno che si conservava dopo la morte: l'anima che si separava dal corpo e saliva in cielo fra le stelle (lo zodiaco) per poi reincarnarsi in un nuovo corpo.

Il moto annuale del Sole fra lo zodiaco scandiva le stagioni, e la costellazione in cui si trovava in Primavera, durante la civiltà nuragica, era quella del Toro.

L’anima dell’uomo morto, per rinascere in un nuovo corpo, doveva raggiungere la costellazione del Toro. All’equinozio di Primavera la natura rinasceva, così il rito funerario, che con le sue pratiche permetteva all’anima di separarsi dal cadavere, avveniva proprio al sorgere di questa costellazione, in varie ore del giorno e della notte secondo la stagione.

L’elemento principale della costellazione del Toro sono le corna e le tombe dei giganti, i sepolcri monumentali del Bronzo, hanno la forma della testa bovina cornuta. Anche la nave che simbolicamente trasportava le anime nell’aldilà (sino allo zodiaco) aveva sulla prora una protome taurina. I guerrieri portavano l’elmo con le corna non per perché se fossero morti in battaglia e non avessero ricevuto il rito di sepoltura, potevano comunque sperare che la loro anima raggiungesse quella costellazione. In altre parole, attuavano le condizioni per la reincarnazione. 

La Sardegna, per la sua ricchezza alimentare e per la posizione geografica, si mantenne lontana dagli eventi cruenti che caratterizzavano le vicende dei grandi imperi del Mediterraneo Orientale dove presero piede divinità maschili legate alla guerra e al dominio militare.

Nelle sue forme antiche, la Dea Madre mediterranea era rappresentata da un corpo di donna stilizzata con le braccia aperte, una sorta di croce somigliante alla costellazione della Croce del Sud. Alle nostre latitudini, nel lontano passato, questa costellazione luminosissima si poteva osservare alta sull’orizzonte, ma per il noto fenomeno del movimento di precessione dell’asse terrestre oggi si trova nell'emisfero australe, e le sue stelle sono rappresentate nelle bandiere di vari stati. Le statuine più antiche della Dea Madre, quelle ritrovate nella necropoli Cuccuru Is Arrius a Cabras, mostrano una donna seduta, con il bacino largo, con forme che mostrano un restringimento ai piedi e alla testa, a simboleggiare anche il legame con la Croce del Sud, la più lontana dal Nord, origine del vento freddo (la morte), mentre i venti caldi (la vita) spirano dalle direzioni da cui la si poteva osservare dal suo sorgere al suo tramontare.

Fin dall'alba dei tempi era la donna a dedicarsi alla raccolta e alla conoscenza delle piante medicinali e la tramandava, insieme a rituali magici e misteriosi. Le sciamane, o guaritrici, sono Sacerdotesse della Dea Madre, e ognuna di esse aveva una discepola, una bambina alla quale insegnava nel tempo le sue conoscenze.

È interessante osservare che sopra la Croce del Sud, ossia la Gran Madre, c'è una costellazione che raffigura una donna nell’atto di donare qualcosa che somiglia a una spiga di grano: è la costellazione della Vergine. Guardandola da Nord verso Sud (al suo passaggio al meridiano) e comprendendo anche parte della nostra costellazione del Centauro, e più a Sud la Croce del Sud, curiosamente si vede proprio l’immagine del bronzetto ritrovato nella tomba sarda di Vulci, un’antica città etrusca.

Questa piccola scultura di bronzo, oggi conservata nel museo della civiltà etrusca Villa Giulia, a Roma, viene definita sacerdote-pugilatore. Sacerdote per il cappello a punta e l’abito che termina dietro con una coda a punta. Pugilatore perché sotto la mano destra che saluta si nota qualcosa che somiglia a un guantone. Il gonnellino a punta, che rappresentava la Croce del Sud (e quindi la Dea Madre) era la parte posteriore del vestito delle sacerdotesse e in seguito dei sacerdoti, perché loro erano la manifestazione della costellazione.

Cosa rappresenta quel bronzetto lo rivela la costellazione stessa a cui fa riferimento. Tra le stelle, si nota chiaramente una mano destra lanciare in una scodella delle piccole stelle che le sciamane interpretarono come chicchi di grano. La stella Menkent, che per noi appartiene alla costellazione del Centauro, è il bordo destro della scodella. Nella mano sinistra ha un lungo telo avvolto e tenuto per un lembo sotto il braccio sinistro. La parte alta di questo telo è costituita dalle tre stelle sopra citate a proposito del Leone, ossia Zosma, Kertan e Denebola. Questa costellazione, era la rivelazione della Gran Madre nell’atto di insegnare i misteri del ciclo agricolo alle sciamane. 

Parliamo ora dei misteri, nucleo delle attività di sciamanesimo.

Le sciamane adottavano una bambina fin dalla tenera età. Per la scelta osservavano due caratteristiche particolari: l’iride degli occhi e le posizioni degli astri al momento della nascita. La bambina per tutta la vita viveva come una persona normale, come se la sciamana fosse sua madre. Le insegnava la conoscenza, con la raccomandazione di non trasmetterla ad altri. Poi, alla fine dell’adolescenza, veniva sottoposta a quattro prove: della Terra, dell’Aria, dell’Acqua e del Fuoco. Gli insegnamenti ricevuti avevano lo scopo di rivelare la presenza della propria anima alla bambina, inizialmente inconsapevole di ciò. Le prove avevano lo scopo di far morire l’Ego e dare vita a un nuovo essere che fisicamente non era cambiato, se non nel portamento. La vera metamorfosi avveniva a livello psichico-spirituale. Le ultime due prove avevano luogo in edifici particolari, forse in alcuni pozzi sacri presenti in Sardegna. Non tutti questi luoghi erano adatti al rituale. Uno di essi è il pozzo di Santa Cristina, nel comune di Paulilatino, un edificio che rappresenta la Gran Madre, e ha la forma del simbolo di Tanìt. 

Nella Gran Madre si nasce, si muore e si rinasce. Il simbolo di Tanìt, aspetto della Gran Madre che riguarda la morte e la reincarnazione, simboleggia il principio e la fine delle cose, ciò che per altri popoli erano l’Alfa e l’Omega.

Chi conosce i riti di iniziazione e i misteri eleusini (dalla città greca Eleusi) nota subito che il pozzo di Santa Cristina è un santuario dove avvenivano la prova dell’acqua e quella del fuoco. 

Ora, proviamo a immaginare uno di questo rituali: la candidata, la bambina, la pupilla della Sacerdotessa, veniva fatta entrare nel pozzo bendata e vestita con una bianca tunica di lino. Il pozzo veniva oscurato e lei poteva togliersi le bende. Seguendo le istruzioni impartite, scendeva la scalinata senza temere le conseguenze. Naturalmente la bambina non doveva conoscere la struttura del pozzo e, come lei, nessun altro doveva conoscerla, perché questi luoghi erano accessibili solo alle sacerdotesse in carica. Una volta caduta in acqua, nell’oscurità completa, travolta dal panico e a un passo dalla morte, con il fiato in gola, cercava la salvezza. Sentiva solo le fredde pareti, come in una trappola mortale, ma dopo i primi momenti di paura la bambina riusciva a orientarsi nell’oscurità, e risaliva la scalinata fermandosi ai primi gradini per prendere respiro. Aveva sfiorato il mondo dell’aldilà. Lì, nel buio, dove i suoi occhi non potevano catturare alcuna luce, sentiva la superficie dell’acqua calmarsi, e allo stesso modo qualcosa si calmava in lei: stava comunicando con la profondità della Terra, con la Grande Madre. A un passo dalla morte sentiva crescere la consapevolezza della futilità delle cose mondane, percepiva un cambiamento e le si rivelava lo scopo degli insegnamenti ricevuti. Tutta la sua vita era stata organizzata per preparare quel momento, e lei lo comprendeva in tutta la sua profondità. Nel buio si accorgeva di poter vedere perché era diventata chiaroveggente: le si era manifestata la presenza della sua anima.

La chiaroveggenza, a volte confusa con il potere di prevedere il futuro, è la facoltà di essere consapevoli della propria anima. Non è sufficiente dire: ”Si, io so di avere un’anima”; il chiaroveggente la percepisce e ne usa il potenziale come usa i suoi occhi, le sue mani e tutto il resto.

Arrivata a questo livello, dall’esterno al pozzo sollevavano il tappo della cupola e un fascio di luce solare penetrava nell’oscurità illuminando il pozzo. Ciò che vedeva era sorprendente perché la superficie dell’acqua era, allo stesso tempo, il riflesso della cupola e della scalinata, ossia funzionava come uno specchio magico.  C’era un momento in cui la bambina non distingueva l’alto dal basso, e questa era la rivelazione. Il fuoco l’aveva illuminata: ciò che è in basso è come ciò che è in alto, ciò che è in cielo è come ciò che è in terra. Solo gli iniziati percepiscono l'essenza del concetto di morte apparente e resurrezione, che va ben oltre la comprensione dei fenomeni.

Dall’esterno del pozzo, la sacerdotessa, nelle vesti della Gran Madre, la chiamava a nuova vita. Si eliminava la copertura dell’entrata e le parole che la sacerdotessa pronunciava dovevano essere formulate secondo precisi rituali. Forse erano: “Io sono il principio e la fine, risorgi dalle acque e vieni a noi”, ossia alle altre sacerdotesse sedute intorno al pozzo. Uscita dal buio antro, trovava davanti a sé la sacerdotessa che con il braccio destro alzato la salutava mentre lasciava cadere dei chicchi di grano all’interno della scodella legata al suo polso. Poi, la sacerdotessa mostrava il grano germogliato all’interno della scodella e quando vedeva che la candidata iniziava a comprendere, lasciava cadere il telo-stuoia (la cornucopia) tenuto avvolto al suo braccio sinistro rivelando le lunghe spighe di grano maturo. Quella era la rivelazione dei misteri della vita, un rito che funzionava per chi era già stato, come lei, iniziato alla comprensione dei misteri.

E’ chiaro che nel bronzetto non c’è rappresentato il grano nella scodella, e nemmeno all’interno del telo avvolto, perché il bronzetto era conservato nell’abitazione della sacerdotessa e la bambina candidata alla comprensione dei misteri poteva vederlo. Non doveva sapere cosa era fino a quando le sarebbe stato rivelato alla fine delle prove.

Da quel momento, se tutto era andato come previsto, era nato un nuovo essere, con lo stesso aspetto fisico di prima ma diverso spiritualmente. Le si manifestava davanti la vita con tutti i suoi misteri, e ne comprendeva l’essenza e la meccanica perché possedeva il potenziale della propria anima. La metamorfosi subita a livello psichico-spirituale la rendeva incapace di provare interesse verso per le cose mondane, compreso il sesso, e da ciò si capisce il motivo della verginità delle sacerdotesse. Proprio per questo la costellazione della Vergine fu chiamata così, pur se solo pochi sapevano di preciso dove era collocata nel cielo. Queste donne iniziavano a vivere per servire la comunità.

Il primo recinto di pietra, quello che contorna il pozzo, rappresenta l’inizio del cammino del nuovo essere, mentre il recinto esterno è l’uovo cosmico dal quale l’essere usciva a nuova vita.

Questo rituale ricorda i Misteri Eleusini celebrati in Grecia, posteriori di molti secoli. Il bronzetto di Vulci è del IX secolo a.C., ma il rituale in Sardegna è molto più antico perché in quella data la costellazione della Croce del Sud si trovava troppo bassa sull’orizzonte per essere valutata come rappresentazione della Dea Madre. Piu tardi, in Grecia, troviamo la scuola dei misteri Eleusini, un'istituzione sacra che educava l’individuo ad aumentarne la morale e avere meno paura della morte, ma erano passati tanti secoli e poco aveva a che fare con l’antico rito iniziatico sardo.

( prof. Pierluigi Montalbano)

Bronzetto Vulci


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