Informazioni personali

La mia foto
Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

lunedì, giugno 08, 2026

💛 Cigno ( libro)

 

"[...] L’altare di Monte d’Accodi, orientato a sud-ovest, guarda verso quella specifica sezione del cielo dove la Via Lattea tramonta,
Nell’emisfero nord, il centro galattico (nella costellazione del Sagittario) raggiunge la massima altezza verso sud in estate, e tramonta a sud-ovest solo in determinate ore notturne,
Queste dinamiche suggeriscono come i riti notturni, probabilmente celebrati con fuochi e libagioni, avevano lo scopo di accompagnare metaforicamente l’iniziato in quel fiume di luce.
E guardate anche l'importanza del centro galattico della Via Lattea, il Sagittario, che altro non è che l'arciere. 
Un'iconografia quella dell'Arco di cui ho parlato nei primi capitoli, insieme all'altra iconografia proprio dell'arciere, che ritroviamo sia nei Giganti di Mont'e Prama, che nella figura del bronzetto dell'arciere di Serri in particolare. 
Se vi ricordate, l'arciere di Serri, ha lo stesso gonnellino a punta, come in uno dei Giganti di Mont'e, che indica proprio la punta della Costellazione del Cigno. 
L’uovo, simbolo ricorrente nei contesti di culto della Dea Madre, trova qui la sua piena esplicitazione, perché non solo è correlato al Cigno, ma nell'altare di Monte d'Accoddi abbiamo un omphalos. 
L’Omphalos, in questo contesto, si identifica come specchio terrestre del Cigno, il centro tra due ali. 
Nell’antichissima cultura di Vinča (IV millennio a.C.), un  omphalos litico che mi è capitato di interpretare, esposto al Museo di Sofia si presenta già come una teofania geometrica. 
La superficie è solcata da losanghe e trame a scacchiera, simboli di una tessitura cosmogonica, e abbiamo visto come il concetto di tessitura /squadratura /losanghe, sia cosmogonico. 
Questi motivi non sono ornamentali, ma cifre aritmologiche della polarità inscindibile, femminile/maschile, cielo/terra, Ida/Pingala, che genera il mondo manifesto. 
La scacchiera è il ludus mundi, il campo di battaglia e di unione degli opposti, dove ogni mossa è un atto alchemico.
Presso i Greci, l’omphalos delfico (VII sec. a.C.) segnava il punto d’incontro delle due aquile di Zeus, ovvero le due nadi energetiche, come già insegnano i trattati tantrici, che dall’estremità del mondo convergono al centro. Quel centro è il grembo della Pizia, sacerdotessa di Apollo ma erede di un culto più ancestrale, la dea Gea e il serpente Pitone. 
Il serpente, prima dell’Apollineo, è la Sophia Superna, il Nehustan bronzeo, la Kundalini, la Shekinah. 
La Pizia condivide radice fonetica con Bithia, le sciamane oracolari sarde, di cui ho parlato nel mio precedente saggio "Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna". Entrambe vedono “con doppia pupilla”, cioè con l’occhio interiore che perfora il velo dei mondi. 
Doppia pupilla presente anche nei nostri Giganti di Mont'e Prama. 
L’adyton di Delfi, come il tripode di Santadi (1968), è il luogo della trance e dei “dolci vapori”, i gas tellurici che alterano lo stato di coscienza, permettendo l’ascesa lungo la colonna vertebrale, o axis mundi.
Il Monte d’Accoddi, nel suo l’altare cruciforme si manifesta  come Cigno pietrificato. 
[...] Nel cielo notturno, il Cigno si stende lungo la Via Lattea come un uccello in volo, con la stella Deneb (α Cygni) sulla coda, Albireo sul becco, e la celebre Croce del Nord come corpo alato[...]". 

Sull'omphalos del museo di Sophia
https://maldalchimia.blogspot.com/2025/08/simbologia-degli-ompha.html?m=0
Sull'arciere di Serri
https://maldalchimia.blogspot.com/2023/06/arciere-santa-vittoria-di-serri.html?m=0
Sulla Bithia a doppia pupilla
https://maldalchimia.blogspot.com/2026/02/bocca-appena-accennata-doppia-pupilla.html?m=0

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com

"Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna"
Disponibile all'acquisto
https://amzn.eu/d/0371shhw
https://amzn.eu/d/0fma5fIS

Le altre mie pubblicazioni
"Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna"
https://amzn.eu/d/01YxVUd3
https://amzn.eu/d/08UjJy7m

Cigno ( libro)










domenica, giugno 07, 2026

💛 Cultura Ozieri /Milano( analisi cabalistica

 

Esordisco questo approfondimento con un passo tratto dal mio ultimo libro, approfondendo sulla simbologia della cultura di Ozieri, affrontata più volte nei miei precedenti scritti
"Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna"
"Capitolo X
Il Sud-Est come Asse solstiziale  Ierogamico . Cultura Ozieri /losanga.

Nell’articolata sintassi geometrica che regola l’architettura sacra della Sardegna arcaica, un orientamento cosmico emerge con prepotenza archetipica, dominando la soglia delle Domus de Janas e l’impluvio dei tempi più antichi, il Sud-Est, come abbiamo visto.
Lungi dall’essere una scelta casuale, tale allineamento costituisce il cardine di una visione del mondo che l’archeoastronomia sarda restituisce come un trattato lapideo di hieros gamos, ovvero di nozze sacre tra principi cosmici opposti e complementari, come è in tutta la koine' simbolica della nostra Antica Civiltà Sarda.
Questo orientamento privilegiato, rivolto al punto dell’orizzonte dove il sole sorge nei giorni del solstizio invernale (o, simmetricamente, tramonta in quello estivo), non è che la proiezione terrestre di una losanga celeste.
È quella figura dinamica generata dall’escursione annuale dell’astro tra i due estremi solstiziali.
Eppure, la losanga, cuore vibrante della geometria sacra, non è una forma primaria, bensì il doppio del triangolo.
Essa contiene e manifesta la dualità originaria.
È una grande Dea Madre in cui le due polarità sono in sinergia.
Tutte le Dee Madri primordiali sono come una grande losanga, impotenti, complete.
Sono due triangoli equilateri, intrecciati e opposti, il cui vertice rivolto verso l’alto evoca l’elemento igneo e maschile, mentre quello discendente richiama il principio umido e femminile, la coppa cosmica della generazione.
Questo doppio triangolo, nella sua semplicità, è il sigillo della più antica divinità mediterranea, quello della dea Tanit.
La sua rappresentazione iconica, un triangolo sormontato da un cerchio e da una linea orizzontale, non è che una stilizzazione della losanga solare colta nel suo dinamismo generativo.
Il triangolo di Tanit, simbolo del grembo universale, dell’acqua primordiale e della fecondità notturna, si raddoppia per accogliere il principio opposto.
La linea spezzata che forma la losanga è il luogo geometrico dell’incontro con il Toro, Baal nella sua epitome celeste.
Il Toro, costellazione che dominava l’equinozio di primavera nell’era precessionale che vide fiorire le prime culture megalitiche sarde, non è il dominatore, ma il paredro, il compagno necessario.
Egli è la forza che feconda, il bramito cosmico che mette in moto la losanga, facendola espandere e contrarre al ritmo dei solstizi.
L’orientamento a Sud-Est, pertanto, non guarda a un punto cardinale unicamente, ma a una soglia temporale.
È quel luogo dell’orizzonte dove, nel giorno del solstizio, il sole nascente (il Toro nella sua potenza di fuoco e vita) si congiunge idealmente al grembo ricettivo della terra (Tanit).
È l’istante in cui la luce penetra l’oscurità generativa delle Domus de Janas, trasformando il sepolcro in un utero cosmico, pronto per la rinascita.
Tale sinergia, che l’archeoastronomia sarda restituisce con puntuale misurazione, rivela una cultura profondamente matriarcale, ma non esclusiva.
È una civiltà in cui l’aspetto femminile (la Terra, l’acqua, la notte, la luna, la costellazione di Tanit) non viene negato o sottomesso, ma agisce in perfetta sinergia  con il principio maschile (il Cielo, il fuoco, il giorno, il sole-Toro), l’ho sempre sostenuto.
La losanga solare, orientata a Sud-Est, è lo ierogramma di questa totalità.
È l’equilibrio dinamico tra due forze che si compenetrano.
In Sardegna, ogni struttura che si apre a questo quadrante non è solo un osservatorio, ma un altare vivente dove si rinnova il patto tra il dio che muore e rinasce (il sole solstiziale) e la dea che lo accoglie nel suo grembo.
In questa dimensione di fertilità, emerge il triangolo cosmico che unisce la simbologia dell'antica tribù dei Dan, la Tanit e il solstizio di Sud-Est.
Il triangolo si manifesta come una “forma pensiero” estremamente presente nella Sardegna arcaica.
Il triangolo non è un semplice ornamento geometrico.
Nella cultura di Ozieri (IV millennio a.C.) due triangoli uniti per il vertice compaiono su vasi e stele, generando una figura a clessidra o “farfalla”.
Quella stessa forma, formata da due piramidi opposte che si toccano nel punto centrale, è la proiezione bidimensionale della Merkaba (corpo di luce rotante) e, in chiave rituale, del Sacro Vajra o della labrys bipenne.
Quando due triangoli si incrociano (esagramma), si ottiene invece la Stella di David, simbolo della tribù di Dan.
Il sigillo della tribù dei Dan è descritto come un cerchio rosso, che potrebbe rappresentare l'utero della Dea Madre.
La stella a sei punte, con il verde e giallo, potrebbe rappresentare la terra e il sole.
Al centro, c'è un serpente/drago, che potrebbe rappresentare la costellazione del Draco circumpolare, la cui stella  Thuban (α Draconis) è stata la stella polare del Nord in un lontano passato, dal 3900 aC, al 1800 aC circa
Il triangolo, quindi, con queste coordinate anche astrali, si manifesta dunque come  il “nucleo generatore”.
Rappresenta il trilobato arcaico, il fiore della vita, la triplice nascita-morte-rinascita.
La sua ripetizione/duplicazione/specularità , per accostamento, per intersezione o per opposizione di vertice, costruisce una mappa del cosmo e del tempo.
In alcune rappresentazioni di Tanit (Dea madre cartaginese ma con radici sarde e levantinissime), la dea tiene in mano due labrys bipenni.
La labrys è una doppia ascia.
È formata da due triangoli uniti per il vertice, come le due metà di una clessidra, come la runa Dagaz (che indica trasformazione).
Tenere due labrys significa impugnare la sinergia degli opposti, il maschile/femminile, alto/basso, est/ovest, e quindi il potere di aprire i portali temporali.
L’orientamento sud-est è il più frequente nell’archeoastronomia della Sardegna, come abbiamo visto, e le Domus de Janas hanno l’ingresso spesso rivolto a sud-est, per ricevere la luce del sole nascente nei giorni di massima energia.
I pozzi sacri (Santa Cristina, Su Tempiesu) sono allineati al sorgere della luna o del sole nei solstizi.
Il sud-est è la direzione del solstizio d’inverno (alba) e del solstizio d’estate (tramonto opposto).
È l’asse dove il sole “muore e rinasce”.
La Tanit che brandisce le due labrys e guarda a sud-est, diventa così la guardiana del passaggio solstiziale.
Apre il cancello tra il buio (inverno) e la luce (estate).
La sua mano destra e sinistra equivalgono ai due triangoli della stella.
Uno punta al polo nord celeste (Draco), l’altro al polo sud (Croce del Sud)[...] "

Nelle rappresentazioni del vasellame della cultura di Ozieri vi è una specifica angolatura sugli angoli di 60° e 72°, che indica che la cultura di Ozieri (Neolitico finale, Sardegna, circa 3200-2800 a.C.) possedeva conoscenze geometriche e astronomiche molto avanzate.
Analizzando le immagini e il simbolo del "doppio cerchio con linee" presente accanto alla figura stilizzata, si può capire che il simbolo non è semplicemente un ornamento.
È una ruota solare o un calendario.
Il Cerchio Esterno rappresenta l'anno solare.
Il Cerchio Interno rappresenta il ciclo lunare o il percorso apparente del Sole nel cielo (l'eclittica).
Le Linee contenute non sono disegnate a caso.
Contando le linee che collegano il centro al bordo o che dividono lo spazio, ci sono, per una prima interpretazione "solare" ci sono 12 linee radiali  che partono dal centro, quindi 12 segmenti principali che formano la struttura a ruota dentata.
Il significato è quello dei 12 Mesi solari.
Il fatto che io abbia individuato angoli specifici (60° e 72°) dimostra che queste linee non erano decorative, perché servivano a tracciare i punti di riferimento del Sole.
La seconda interpretazione, intregata alla prima, è lunare.
Se contiamo le tacche sul bordo esterno del cerchio (le zone più scure e chiare sul margine circolare, possono conteggiare circa 29 o 30 segmenti nella circonferenza esterna del cerchio.
Il Significato riguarda il Mese Sinodico (29,5 giorni).
Questo è un simbolo lunare.
Il cerchio rappresenterebbe le fasi della luna, mentre le linee interne indicano la durata del ciclo.
La cultura di Ozieri è famosa per aver creato il primo osservatorio astronomico in Europa (come quello di Laconi e altri in Sardegna).
Non si può decifrare mai questo simbolo come "solare" o "lunare" in modo esclusivo.
Questo simbolo è la prova di un Calendario Lunisolare.

Le linee a 60° e 72° determinano l'equinozio e il solstizio, come nell'ascia bipenne, stesse angolazioni ( https://maldalchimia.blogspot.com/2024/12/ascia-bipennecultura-ozieri-marcatori.html?m=0)
La figura è un'ascia bipenne verticalizzata.
Il doppio cerchio e le linee indicano la fase lunare e il numero di giorni (12/29/30).
È un codice che dice che si misurava il tempo.
Simboli anche, di evoluzione divina.
L'angolo di 60° corrisponde all'intervallo tra Solstizi ed Equinozi in una proiezione geometrica semplificata.
L'angolo di 72° corrisponde alla quinta parte di 360° (360/5 = 72). Questo è il famoso "Numero Sacro" (Pentagono, stella a 5 punte, Venere).
Suggerisce che forse osservavano anche il ciclo di Venere, ma soprattutto dividevano l'anno in 5 parti (o usavano una pentagonale per tracciare i raggi solari).
Il "doppio cerchio" con le righe è la rappresentazione di un calendario agricolo.
Non è un semplice vaso decorato. Era uno strumento di calcolo per sapere quando seminare (Sole) e quando fare i riti lunari.
E se volessimo toccare con mano questo sapere, non dovremmo cercarlo nei cieli, ma nelle mani dei vasaio di Ozieri.
Guardiamo il graffito inciso su quel manufatto di pietra.
Non è un semplice ornamento, è un gnomone portatile.
Il suo schema geometrico rivela con precisione millimetrica la trama del cosmo che la losanga sintetizza.
Laddove la losanga è la forma simbolica, il doppio cerchio inciso nel manufatto rappresenta l’implementazione tecnica di quel sapere, una ruota calendario.
Al suo interno, le linee radiali non sono distribuite a caso.
L’analisi degli angoli è inequivocabile e conferma la tesi dello ierogamo solstiziale. L’apertura di 60°, che nelle proiezioni geometriche del tempo è la frazione sessagesimale per eccellenza, corrisponde all’intervallo angolare che separa l’equinozio dal solstizio nella rappresentazione solare.
Ma l’aspetto più sorprendente è l’angolo di 72°, che è la quinta parte del cerchio.
Questo numero, poi divenuto sacro in tutte le civiltà antiche e oggi associato al pentagono e alla stella a cinque punte, ci parla di una pentade temporale, il cicló di Venere, o più verosimilmente la scansione dell’anno solare in cinque parti, ovvero la regola segreta per dividere l’orizzonte visibile in settori di tempo sacro.
Il "doppio cerchio" accanto alla Dea stilizzata non è perciò un simbolo generico di ruota solare.
È la trascrizione del meccanismo stesso del movimento celeste.
Il cerchio esterno contiene l’anno (12 raggi per 12 mesi), mentre il cerchio interno, scandito dalle righe angolari, regola il ciclo lunisolare.
Questo dialogo tra il 60° (Sole) e il 72° (Luna e Pentade) è la vera "Nozza Sacra" incisa nella pietra.
Nell’ottica del culto ierogamico, questo oggetto non è un calendario astronomico per misurare il tempo, ma un amuleto generativo. Esso "sposa" il ciclo del Sole (vita breve, luce, fuoco) con il ciclo della Luna (morte, rigenerazione, acque), inglobandoli entrambi nella losanga geometrica che è la Dea.
Il manufatto di Ozieri prova che i nostri antenati non osservavano il cielo per capire "quando", ma per capire "chi".
Il Sole e la Luna sono gli sposi Divini.
L'angolo di 72° e il cerchio a 60° sono le loro nozze.
Non è solo "misura", ma "rito". L'angolo di 72°, essendo 1/5 di 360°, non è "sbagliato" per un calendario solare (che non funziona con quinte). Quel numero è archetipico e legato all'interpretazione dei cicli lunari (29,5 giorni x 5 = 147,5, un numero vicino a un ciclo specifico di Venere e al quinto mese sacro
La Dea, rappresentata dalla losanga che abbraccia il manufatto, è l’unica testimone del loro amplesso cosmico.
Il triangolo, quindi, con queste coordinate anche astrali, si manifesta come il “nucleo generatore”.
Rappresenta il trilobato arcaico, il fiore della vita, la triplice nascita-morte-rinascita( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/i-custodi-della-memoria-del-trilobato.html?m=0)
La sua ripetizione/duplicazione/specularità, per accostamento, per intersezione o per opposizione di vertice, costruisce una mappa del cosmo e del tempo.
E se questa mappa ha un "orologio", quel meccanismo è inciso nella pietra della Cultura di Ozieri.
Il doppio cerchio è il "sigillo rotante" della losanga.
Laddove la losanga è la forma statica, il doppio cerchio è il suo moto.
L’analisi degli angoli contenuti in quel cerchio svela la struttura della Merkaba applicata al tempo. L’angolo di 60°, che abbiamo letto come la distanza equinozio-solstizio, è il respiro dell’esagramma.
È l’intervallo che separa la punta superiore della Stella di David (il polo nord, Thuban) dalla punta inferiore (il polo sud), proiettato sull’orizzonte terrestre.
Ma è l’angolo di 72° a rivelarci il vero segreto della Labrys.
È la quinta parte del cerchio, il numero che regola la pentade, il ciclo di Venere e la rotazione della costellazione del Draco attorno al polo.
Quando la Tanit cartaginese (e sarda) impugna due labrys bipenni, sta brandendo questi due angoli: il 60° e il 72°.

 ( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/07/s-arca-sacra.html?m=0) 
Con il primo, fissa l’asse solstiziale (Est-Ovest). Con il secondo, sposta il tempo, generando la precessione degli equinozi, quel lento movimento che sposta la stella polare da Thuban a Polaris.
Il doppio cerchio sul manufatto di Ozieri non è che la "sezione aurea" di questo movimento.
Contando le linee radiali (12 raggi) e le tacche sul bordo (29-30 segmenti), la Dea incisa sulla pietra tiene in mano non una labrys fisica, ma un calendario lunisolare.
Il cerchio esterno è il Sole (12 mesi), il cerchio interno è la Luna (29,5 giorni).
È una Tanit in miniatura, che attraverso la geometria dei due cerchi e gli angoli di 60° e 72°, apre il portale tra il solstizio d’inverno (il buio, la morte) e il solstizio d’estate (la luce, la rinascita).
Non è un caso che l’orientamento Sud-Est delle Domus de Janas corrisponda all’alba del solstizio invernale.
È lì, nel momento in cui il Sole nasce a 60° dall’orizzonte, che la losanga celeste si apre. Il manufatto di Ozieri, con il suo doppio cerchio, è la chiave di pietra di quella porta: un compasso che misura il tempo, una labrys che taglia il velo tra il mondo dei vivi e quello degli antenati.
Il triangolo di Tanit e la losanga solare non sono che le due metà di questo manufatto.
La parte superiore (il triangolo rivolto verso l'alto, il fuoco, il Toro) e la parte inferiore (il triangolo rivolto verso il basso, l'acqua, la Dea).
Nel doppio cerchio, queste due metà si incontrano, ruotano e generano il tempo.
È qui, in questo graffito di Ozieri, che la Dea Silenziosa parla il linguaggio della ipergeometria del cosmo.
Il manufatto non è solo calendario, ma strumento rituale per aprire il portale Sud-Est (Solstizio).

Inoltre il simbolo circolare del manufatto di Ozieri ha una profondissima attinenza con la Tredesin de Marz e con il simbolo del Serpente (Nehustan) presente nella chiesa di Sant'Ambrogio.

Un collegamento che lega la Pietra, il Serpente e il Tempo Ciclico

Il nostro manufatto di Ozieri (il doppio cerchio con angoli 60° e 72°) non è un oggetto isolato.
È il prototipo geometrico di un sapere che, attraverso i millenni, è confluito in due simboli apparentemente distanti: la Pietra Tredesin de Marz e il Serpente di Sant'Ambrogio.

Tredesin de Marz rappresenta la Ruota del Tempo Femminile
La pietra del Tredesin de Marz è una reliquia storico-leggendaria di Milano, situata sul pavimento della navata centrale della Chiesa di Santa Maria al Paradiso (in corso di Porta Vigentina 14).
La pietra era situata nell'antica basilica di San Dionigi (nei pressi degli attuali giardini di Porta Venezia), una chiesa fondata alla fine del IV secolo proprio da Sant'Ambrogio

È celebre per la leggenda della sua origine e per l'antica "Festa dei Fiori".
La Tredesin de Marz (o Pedra de su Marzu) è un rituale  di origine pre-cristiana, legato all'equinozio di primavera. Si celebra il 13 marzo (o la domenica successiva) con una pietra (spesso un ciottolo o una macina) che viene fatta rotolare o lanciata.
Il doppio cerchio del manufatto di Ozieri è una ruota calendariale.
La Tredesin de Marz è la festa della ruota. Il suo nome deriva dal latino Tertia Decima Martis (il 13 marzo), ma  Tredesin, tredici numero lunare per eccellenza (13 lune in un anno solare).
La pietra che si lancia è la "pietra del tempo", che simboleggia il completamento del ciclo invernale e l'inizio del ciclo primaverile.
Il cerchio esterno del manufatto (12 raggi) è l'anno solare.
Il cerchio interno (29-30 tacche) è il mese lunare.
La Tredesin de Marz celebra il punto di intersezione tra questi due cicli, il momento in cui il sole (12) e la luna (13) si allineano per generare la nuova vita.

Abbiamo detto che la pietra era situata nell'antica basilica di San Dionigi, una chiesa fondata alla fine del IV secolo proprio da Sant'Ambrogio.
La chiesa di Sant'Ambrogio a Milano è famosa per due serpenti, uno in bronzo (antico) e uno in pietra (medievale).
Ma il vero collegamento con il tuo manufatto di Ozieri è nel simbolo del Nehustan (il serpente di bronzo che Mosè innalzò nel deserto, Numeri 21:8-9).
Il serpente non è un male, ma un simbolo di guarigione e di ciclo.
Il Nehustan è il serpente che si arrotola attorno ad un bastone (che diventerà il Caduceo di Hermes).
Questo bastone è l'asse del mondo, l'axis mundi.
Ora, guardiamo il doppio cerchio del manufatto di Ozieri.
Le linee radiali sono i raggi che partono dal centro.
Il centro è l'asse. Il cerchio è la spirale del serpente che si avvolge attorno a quell'asse.
Nel simbolismo antico, il serpente è spesso associato alla Luna (muta pelle, rinasce).
Il doppio cerchio del manufatto, con le sue 29-30 tacche, è un serpente lunare.
Ogni tacca è una squama.
La Tredesin de Marz (13 marzo, giorno lunare) è il momento in cui il serpente lunare (la luna che si rinnova) si congiunge con il sole (il dio che muore e rinasce).
La Tribù di Dan è una delle tribù perdute d'Israele. Il suo simbolo è un serpente (o un leone, ma in molte tradizioni è un serpente attorcigliato). Il sigillo di Dan è spesso descritto come un cerchio rosso (l'utero della Dea) con un serpente al centro (Draco, la costellazione polare).
Il manufatto di Ozieri, con il suo doppio cerchio (utero/labirinto) e le linee (serpente/raggi), è la prima rappresentazione della Tribù di Dan in chiave europea.
La tribù di Dan era la tribù che, secondo alcuni studiosi, portò il nome del Dio-Giudice (Dan) e il culto del serpente (Nehustan) attraverso il Mediterraneo fino in Sardegna.
Gli antichi Shardana
La chiesa di Sant'Ambrogio a Milano (e il serpente ivi conservato) è un collegamento materiale tra la Sardegna (via Dan, via Ozieri) e la tradizione ebraico-cristiana.
Il serpente di bronzo (che si dice provenga dall'antico tempio di Salomone o sia un dono di un imperatore bizantino) potrebbe essere una reliquia del sapere geometrico che abbiamo visto nel manufatto di Ozieri, la spirale del tempo che si avvolge attorno all'asse solstiziale.
Il doppio cerchio di Ozieri, non è solo un calendario.
È la Pietra Tredesin de Marz in forma incisa. È la ruota che si lancia ancora oggi a marzo per celebrare il ritorno del sole.
E quella ruota, a sua volta, è il Nehustan di Mosè, il serpente di bronzo che guarisce chi lo guarda.
Nella chiesa di Sant'Ambrogio a Milano, il serpente che pende dal soffitto non è un simbolo di peccato, ma un gnomone di pietra. Se lo si guarda come un manufatto di Ozieri, si vedi un cerchio (la spirale del serpente) e un asse (il bastone di Mosè).
Le linee radiali del manufatto sono le squame del serpente.
L'angolo di 72° è la quinta parte del cerchio, il numero che regola la Merkaba, il corpo di luce rotante della Tribù di Dan.
Dan, nella sua radice semitica, significa 'giudice', lo sapete, l'ho scritto tante volte
La Nun e la Dalet insieme, nel simbolo della tribù dei Dan formano la Tau, il Giudice divino, il Sacro Sigillo( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/il-simbolo-della-tribu-di-dan.html?m=0)
Concetto veicolato anche dalla scacchiera di Pubusattile ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/simbologia-dei-64-quadrattini-della.html?m=0)
Ma Dan significa anche 'colui che misura'.
Il manufatto di Ozieri è la misura del tempo.
La Tredesin de Marz è la misura del ciclo.
Il Serpente di Sant'Ambrogio è la misura della guarigione.
Di Sant'Ambrogio avevo già scritto
( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/12/santambrogio.html?m=0)
[...] Nella Basilica di Sant'Ambrogio a Milano, che fu, prima, cattedrale, ci sono dei simboli esoterici molto importanti.
Inanzittutto spiccano 4 scacchiere dipinte sui muri (due interne e due esterne), spesso associate ai Templari,
poste in verticale e incassate sulle pareti, con quadratini bianchi e rossi.
Una è posta sotto il portico di ingresso, ed è formata da 64 caselle
[...] E, guardacaso, altri riferimenti simbolici interessanti, per quanto riguarda Sant'Ambrogio.
Uno, riguarda la simbologia di una Madonna esposta nella chiesa di Sant'Ambrogio a Firenze, un dipinto che risale al 1400, in cui la Madonna è circondata da 12 code di serpente
[...] E come non sottolineare anche il fatto che, oltre al serpente, l'altro animale simbolo di Sant'Ambrogio è l'ape?
Animale sacro, psicopompo, che si narra, nutri Sant'Ambrogio da piccolo con il suo miele, portatore di illuminazione, nutrimento spirituale, ricchezza e conoscenza.
Ne ho parlato in un mio scritto, riguardo la simbologia delle api in Sardegna[...]
[...] E anche Sant'Ambrogio, come nella statuina di Eracle, in questo bassorilievo, è rappresentato con 5 api."
Tre simboli, una sola geometria: il doppio cerchio che ruota, il serpente che si avvolge, la pietra che lancia il tempo.
La Dea Silenziosa di Ozieri non parla solo ai vivi.
Parla alla luna, al serpente e alla pietra.
Parla alla Tredesin de Marz, che rivela tutte le direttrici astrali di cui ho seguito traccia, la traccia del Femminino, anche nel mio libro "Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna"
13 direttrici come l'altare della tredicesima Luna di Oschiri ( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/02/la-tredicesima-luna.html?m=0), che traguarda il Nord, quindi Thuban ( https://maldalchimia.blogspot.com/2026/05/tredicesima-luna-oschiri-libro-le-dee.html?m=0)

Ma c'è un livello più profondo, celato nel cielo notturno.
Il serpente non è solo un simbolo terreno, è la costellazione del Draco, il Drago che si avvolge attorno al polo nord celeste.
La sua stella principale, Thuban (α Draconis), è stata la stella polare del Nord dal 3900 a.C. al 1800 a.C. Esattamente nel periodo in cui fioriva la Cultura di Ozieri.
Thuban era il chiodo del cielo.
Il punto fisso attorno al quale tutto il firmamento ruotava.
Nel manufatto di Ozieri, quel punto fisso è il centro del doppio cerchio.
Le linee radiali a 60° e 72° non sono che i raggi di questa ruota celeste.
Il Draco è il serpente che tiene in rotazione il tempo.
Quando la Tanit cartaginese (e sarda) impugna due labrys bipenni, sta impugnando i due poli: il polo nord (Thuban/Draco) e il polo sud (Croce del Sud).
E quando il doppio cerchio del manufatto di Ozieri si apre a 72°, non sta misurando un angolo casuale.
Sta misurando la precessione degli equinozi.
72 anni per ogni grado di spostamento dell'asse terrestre.
Il serpente (Draco) si muove lentamente, spostando la stella polare da Thuban a Polaris.
E la Dea, incisa sulla pietra, è l'unica a conoscere questo segreto.
Il manufatto di Ozieri, quindi, non è solo un calendario lunisolare.
È una mappa precessionale.
La Tredesin de Marz non è solo una festa primaverile.
È il ricordo del tempo in cui Thuban era la stella polare e il serpente (Draco) era il signore del cielo.
Il serpente di Sant'Ambrogio, infine, non è che l'ultimo custode di questa memoria.
Un frammento di bronzo, forse un dono bizantino, forse un'eredità dei Dan, che conserva il segno del Draco, il serpente che si avvolge attorno all'asse del mondo.
La cronologia è perfetta.
Thuban (3900-1800 a.C.) coincide esattamente con la Cultura di Ozieri (3200-2800 a.C.).
Il manufatto è contemporaneo alla stella polare dell'epoca.
Emerge prepotentemente la  Geometria sacra.
L'angolo di 72° non è solo la quinta parte del cerchio.
È anche il numero chiave della precessione: 72 anni per 1 grado.
Il manufatto potrebbe essere una "calcolatrice precessionale" primitiva.
Il Serpente Polare, Draco è l'unica costellazione che non tramonta mai nell'emisfero boreale.
È sempre visibile.
È il "serpente eterno" che veglia sul cielo.
Questo spiega perché il serpente è un simbolo di immortalità e guarigione (Nehustan).
La Tredesin de Marz.
Se la festa è legata all'equinozio di primavera, e se Thuban era la stella polare in quel periodo, allora la "pietra" che si lancia potrebbe simboleggiare il passaggio dall'era di Thuban all'era di Polaris (anche se questo passaggio è lunghissimo, nel rituale popolare si celebra l' "inizio del tempo", cioè il punto di non ritorno del ciclo precessionale).
Il manufatto di Ozieri è un "orologio stellare" che guarda a Thuban, non al Sole.

Il nome stesso di Ozieri (o Othieri in sardo) è una chiave cabalistica. Non esiste un'etimologia certa, ma la sua sonorità richiama il termine ebraico "Oz" (עוז), che significa "forza", "potenza", "rifugio".
Nella Cabala, Oz è la forza dinamica che sostiene il mondo, il pilastro della destra (Gevurah) nella sua accezione più alta.
Ma c'è di più.
Se leggiamo Ozieri come una contrazione di Oz e Ariel (אריאל), otteniamo "Forza del Leone di Dio". Ariel è uno dei nomi di Gerusalemme, il "focolare di Dio", ma anche un nome attribuito a una potente entità angelica legata al fuoco e alla terra.
Ozieri, quindi, non è solo un villaggio sardo, è un sigillo di fuoco, un punto di condensazione della potenza creatrice (Gevurah) sulla terra.
L'area di Ozieri (coordinate: 40°35' N, 9°00' E) è situata in un punto strategico della Sardegna. Cabalisticamente, i numeri parlano:
40°35' N
Il 40 è il numero della quarantena, del passaggio, della purificazione (40 giorni nel deserto, 40 anni nel Sinai).
Valore ghematrico del tredicesimo Sacro Archetipo Ebraico Mem, le acque cosmiche
È il numero della trasformazione. Il 35 (5x7) è il numero della grazia (5) che incontra il riposo divino (7). Ozieri è un luogo di transito e di conquista spirituale.

9°00' E
Il 9 è il numero della compiutezza (9 mesi di gestazione, 9 sfere cabalistiche inferiori). È il numero della Malkut (il Regno), la manifestazione finale sulla terra.
Sacro Archetipo Ebraico Teth, il serpente, la Sophia Superna, il grembo

Esotericamente, questa posizione non è casuale.
Ozieri si trova nel corrispettivo sardo del "Trono di Dio".
In mappe esoteriche europee (come quelle di Fulcanelli o di alcuni rosacrociani), la Sardegna è la "Isola Sacra", il cuore di un antico Atlantide mediterraneo. Ozieri, con le sue Domus de Janas (tombe a forma di utero), è l'ombelico di questa isola, il punto dove la terra si apre per accogliere l'anima dei defunti e rimetterli in circolo.

Il manufatto che ho descritto è una rappresentazione cabalistica dell'Albero della Vita (Etz Chaim). In particolare:

Il Cerchio Esterno (12 raggi) corrisponde alle 12 tribù d'Israele, ma anche alle 12 ore del giorno, ai 12 mesi dell'anno, e alle 12 pietre del Pettorale del Sommo Sacerdote.
( https://maldalchimia.blogspot.com/2023/01/lefod-sacerdotale-dei-giganti-di-monte.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/lettere-ebraiche-e-le-64-caselle-della.html?m=0)
Nella Cabala, sono i 12 Shevatim (le direzioni spirituali).

Il Cerchio Interno (29-30 tacche) corrisponde al ciclo lunare, che nella Cabala rappresenta il principio femminile (Shekhinah).
La Luna è il riflesso del Sole, e le 29/30 tacche sono il battito del cuore di Malkut.
Gli angoli di 60° e 72°:
60° è l'angolo del triangolo equilatero, il Tetradramma di Dio (YHWH) nella sua stabilità perfetta. È l'Equinozio.

72° è il numero sacro per eccellenza: 72 sono i nomi di Dio (derivati dai 72 versetti di Esodo), 72 sono gli angeli dello Shem HaMephorash.
L'angolo di 72° è la quinta parte del cerchio, la pentade, che nei testi cabalistici (come lo Zohar) rappresenta la trasformazione dell'unità in molteplicità.
È il punto in cui l'Uno si manifesta nei cinque sensi e nelle cinque dimensioni della realtà.

L'unione di questi due angoli (60° e 72°), incisa nel doppio cerchio, è la Merkaba in forma bidimensionale: il carro di fuoco che trasporta lo spirito attraverso le dimensioni.

Ora, l'allineamento con la Chiesa di Sant'Ambrogio a Milano non è una coincidenza.
Milano (coordinate: 45°27' N, 9°11' E) è un nodo esoterico di pari importanza.
Il collegamento si basa su tre pilastri:

Il Serpente di Bronzo (Nehustan): Conservato nella basilica, è il simbolo del Draco (Thuban) e della saggezza primordiale.
Nella Cabala, il Serpente è il Nachash, che nel Ghenesis è l'ispiratore della conoscenza.
Il serpente è l'intelligenza attiva che percorre l'Albero della Vita.

L'Asse Solstiziale (Sud-Est).
Sia Ozieri che Milano sono allineati lungo l'asse Sud-Est.
Le Domus de Janas di Ozieri si aprono a Sud-Est (alba solstiziale invernale).
La Basilica di Sant'Ambrogio (origine paleocristiana, IV secolo) è orientata liturgicamente a Est (il sorgere del Sole), ma la sua cripta e il suo sacrarium hanno un orientamento segreto a Sud-Est, verso il punto del solstizio.
In alcuni documenti esoterici milanesi, Sant'Ambrogio è considerato un "custode del solstizio", esattamente come le Domus de Janas.

Il Numero 72.
La distanza geografica tra Ozieri e Sant'Ambrogio è di circa 720 km in linea d'aria.
Questo numero è un multiplo decimale del 72.
È come se le due località fossero legate da una corda di luce di 72 x 10, che corrisponde anche al numero delle spirali della Merkaba che si avvolgono lungo l'asse della terra.

Emergono anche corrispondenze Astrali

Thuban (α Draconis) è la stella fissa che collega i due poli.
Ozieri (Cultura del Draco/Serpente) e Sant'Ambrogio (custode del Nehustan) sono i due luoghi della terra che ricevono la luce di Thuban durante il periodo del solstizio.

L'Asse Precessionale.
Il manufatto di Ozieri con i suoi 72° è un calcolatore precessionale. Ogni grado di precessione degli equinozi corrisponde a 72 anni.
Se Sant'Ambrogio è stato fondato nel IV secolo d.C., quando la stella polare si stava spostando da Thuban verso Polaris, la chiesa è il tempio del transito.
Ozieri, più antica, è il tempio della memoria.

Ozieri è il Punto di Partenza, il Keter (la Corona), il grembo primordiale (la Dea Madre) dove tutto inizia.

Sant'Ambrogio è il Punto di Arrivo, il Malkut (il Regno), il luogo dove la saggezza antica (il Serpente, il Nehustan) viene custodita e mostrata.

Il Doppio Cerchio (e il 60° e 72°) è il Velo del Tempio (Parochet), la geometria che permette al cabalista o all'iniziato di passare dal mondo della forma (il cerchio esterno) al mondo della luce (il cerchio interno), attraversando i 72 nomi di Dio.

Ozieri e Sant'Ambrogio sono due estremi di un arco iniziatico.
Il primo è l'utero della terra che riceve la luce del solstizio.
Il secondo è il tempio dell'uomo che conserva il serpente della conoscenza.
Tra i due, il doppio cerchio ruota, e il tempo precessionale (Thuban) misura il respiro della Dea.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com

"Le Dee silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna"
Disponibile all'acquisto
https://amzn.eu/d/0371shhw
https://amzn.eu/d/0fma5fIS

Cultura Ozieri /Milano















sabato, giugno 06, 2026

💛 Ciotola San Bartolomeo ( analisi cabalistica)

 

Un manufatto straordinario che riflette la spiritualità della nostra Arcaica Civiltà Sarda, Ciotola dei Tre Mondi, un frammento di cielo sardo.
Da un post in un gruppo "Viaggio nelle antichità della Sardegna"
(https://www.facebook.com/share/p/1FqsDhGBAj/)
Didascalia
"Cagliari, grotta di San Bartolomeo - Scavi Orsoni 1878
Ciotola di cultura Campaniforme al Museo Pigorini di Roma
(disegni di Enrico Atzeni)"
Un manufatto, secondo la mia prospettiva, estremamente simbolico.
La Ciotola dei Tre Mondi e il Sacro Sedici.
È la cupola rovesciata che contiene cielo e terra.
Nel cuore della Sardegna arcaica, tra le ombre della Grotta di San Bartolomeo presso Cagliari, riposava un oggetto che sfugge a qualsiasi classificazione meramente archeologica.
Non una semplice ciotola, ma una mappa di cosmo incisa nell’argilla. È il testimone muto di un pensiero iniziatico che legava la terra al cielo, il vivente al defunto, il tempo dell’uomo ai giri immortali degli astri.
Rivela l’architettura del Sacro, tre cerchi per tre destini
A uno sguardo distratto, la ciotola mostra tre cerchi concentrici, alternati tra zone lisce e zone decorate. Ma l’occhio iniziatico legge ben altro. non una decorazione, ma una geografia dell’anima.
Il cerchio esterno è il mondo manifesto, il regno della carne, della nascita e dell’esperienza sensibile. È il limite oltre il quale si estende il caos, ed entro il quale si svolge la vita dell’iniziato.
Il cerchio intermedio, inciso e tratteggiato, è il luogo del transito. È l’Ade, il limbo, il passaggio tra una vita e l’altra. È la morte, ma non come fine: come crogiolo alchemico. In esso si consuma la putrefazione rituale che permette all’anima di spogliarsi del vecchio io.
Il cerchio interno, liscio e perfetto, è il centro immobile. È il punto di origine, l’Uovo Cosmico, il germe della rinascita. Qui l’iniziato risorge non come ciò che era, ma come ciò che deve essere.
Siamo di fronte a una teologia della rigenerazione che in Sardegna trova riscontro nelle Domus de Janas e nei circoli megalitici
Tre cerchi di pietre corrispondono a tre momenti del tempo sacro, nascita/morte/rinascita, come le tre cornici nelle false porte interdimensionali nelle Domus de Janas, che non si susseguono in linea retta, ma ruotano come spirale.
La ciotola si manifesta come una  cupola rovesciata
Ma vi è un’ulteriore chiave di lettura, più profonda e forse più vertiginosa.
Questa ciotola non è soltanto un contenitore, ma è una cupola rovesciata.
Se la cupola, nella sua conformazione architettonica, è il grembo divino che accoglie la luce dall’alto, la ciotola ne è l’immagine speculare, il riflesso terrestre. Essa contiene il cielo non per proteggerlo, ma per manifestarlo sulla terra.
Fin dai tempi antichissimi, la manifestazione del Divino si attuava attraverso la luce. Gli umani hanno sempre cercato di manifestare la presenza divina nella materia attraverso le ierofanie luminose, fattore divinizzante sia sulla materia che sull’umano.
In Sardegna, questa tradizione è antichissima.
Le finestrelle di luce, gli oculi sommitali dei nuraghi, hanno sempre avuto un’importanza fondamentale.
L’oculus consente la trasmutazione della materia in corpo di luce  e la ciotola di San Bartolomeo, con i suoi tre cerchi e la sua ruota stellare, è esattamente questo
È un oculus rovesciato, un occhio che guarda non verso l’alto, ma verso l’interno, verso il centro dell’anima.
16 raggi alternati in scuri e chiari.
Ayin, Sedicesimo Sacro Archetipo Ebraico.
L'occhio divino, la corrispondenza tra il sopra e il sotto, tra la dimensione spirituale e quella terrena.
Gli otto raggi e i sedici settori rsppresenrsno la ruota del tempo astrale.
Sotto la ciotola, inciso al suo fondo, vi è il secondo livello di lettura, una ruota a otto raggi che genera sedici settori.
Qui il simbolismo si fa astronomico e astrologico in senso esoterico.
Gli otto raggi rappresentano i momenti cruciali del ciclo solare. Otto è il numero dell’equilibrio dinamico, della perfezione dei venti e delle direzioni del cielo.
Ma è anche il simbolo dell’unione tra cielo e terra, il doppio del quattro (numero di Madre Terra), il principio creatore che si manifesta nella materia attraverso il Femminino.
Otto è la Sacra Ogdoade, le quattro coppie cosmogoniche che appaiono in tutte le antiche civiltà.
I sedici settori, tuttavia, costituiscono il cuore del mistero. Il numero 16 non è casuale.
È l'Ottava Alta del 4 (4 × 4 = 16), ciò che energeticamente spinge verso la dimensione del Divino.
In termini cabalistici, il 16 corrisponde al sedicesimo Sacro Archetipo Ebraico Ayin (עין), la cui funzione è la corrispondenza.
Ayin significa proprio occhio.
È l’Occhio Divino, l’oculus architettonico, la Sorgente della luce che protegge la Creazione.
È il Terzo Occhio, sempre vigile, a livello di Coscienza Superiore.
La corrispondenza tra umano e divino, questo è il significato ultimo del 16.
Ed è straordinario notare come questa stessa compartizione in 16 spicchi si ritrovi, a distanza di millenni e di culture, nella cupola della Basilica di San Pietro a Roma, ideata da Michelangelo alla fine del Cinquecento.
L’intera superficie della cupola è formata da 16 costoloni, suddivisi in 6 parti, per un totale di 96 figure (16 × 6 = 96).
Il 96 è a sua volta simbolo della Vesica Piscis, del nucleo creativo della potenza di Dio e del Cristo Figlio.
Ma più ancora, dividendo 360° per 16, si ottiene 22,5°, che è il minimo dell’oscillazione dell’asse terrestre.
L’inclinazione dell’asse di rotazione terrestre, attualmente di circa 23,5°, oscilla tra un minimo di 22,5° e un massimo di 24,5° nell’arco di 41 mila anni.
Una coincidenza straordinaria, o forse non dovremmo chiamarla coincidenza, perché i più grandi architetti erano anche astronomi.
La stessa geometria sacra, lo stesso numero 16, emerge in un altro luogo fondamentale della Sardegna antica, la Tomba II di Goni, appartenente alla Cultura di Ozieri (Neolitico Recente, 3200-2800 a.C.).
Ne ho parlato in particolare nel mio ultimo libro, "Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna" di questa architettura straordinaria, una perla dell'archeoastronomia in Sardegna".

La tomba principale (la più grande e centrale) è circondata da un cerchio di pietre infisse nel terreno (il "circolo" vero e proprio). 

Questo cerchio è composto da esattamente 16 pietre monolitiche.
Il 16 potrebbe essere in relazione con i cicli lunari: un ciclo lunare dura circa 29,5 giorni, e dividendo idealmente il ciclo in due metà (luna crescente e calante) si ottengono due periodi di circa 15 giorni.
Il 16 rappresenta simbolicamente il completamento di una fase e l’inizio della successiva, un richiamo al ciclo di morte e rinascita.
Ma vi è di più.
Come ho già approfondito in scritti precedenti, il numero 16, oltre a fare riferimento al sedicesimo Archetipo Ayin, sottolinea come, in epoche che si avvicinano al Neolitico, l’anno calendariale solare fosse costituito da 16 mesi. I 16 mesi erano ciò su cui si basava il “calendario delle tombe a corridoio”.
Si scompone l’anno solare in 4, poi in 8 e infine in 16. È la stessa suddivisione che ritroviamo negli antichi “orologi” degli Apkalli, i civilizzatori mesopotamici, spesso dotati di una suddivisione in 16 porzioni.
La ciotola di Goni, di cui ho già approfondito come la cupola, come il cerchio di Goni, non è soltanto un oggetto visivo.
È un veicolo vibratorio.
Le conformazioni a 16 spicchi, le suddivisioni geometriche, non sono arbitrarie.
Esse rispondono ai principi della cimatica, che studia il legame strettissimo tra suono e forma geometrica, tra vibrazione e materia.
Conosciuta fin dai tempi antichissimi, fin dal periodo mesopotamico, questa scienza sacra consentiva agli antichi architetti di edificare seguendo moduli numerologici e geometrici non per estetica, ma per creare frequenze terapeutiche.
Le campane delle chiese, oggi quasi tutte rimosse non per comodità, ma per ragioni che nulla hanno a che fare con la liturgia, emettono frequenze sacre, guaritrici.
La loro taratura, dal punto di vista della campanologia, si basa su parametri che hanno il 16 come denominatore comune: da 3/16° a 10/16° di ottava, con il diapason regolato su 1/16° di semitono. Esistono fino a 88 semitoni, che guardacaso corrispondono alle 88 costellazioni identificate fino ad oggi.
La ciotola di San Bartolomeo, con i suoi tre cerchi e i suoi 16 settori, è essa stessa una campana di pietra, un grembo vibrante che, se sollecitato dalla luce e dal suono, può ritornare alla sua direzione originaria e formare un cerchio completo, come nelle cupole, nei rosoni, nei nuraghi, in tutti quegli elementi circolari che gli umani hanno edificato per connettersi alle energie dell’universo.
Se vogliamo applicare le categorie della Qabbalah a questo oggetto, il nome appropriato è: Ma’agal HaShamayim (מַעְגַּל הַשָּׁמַיִם), “Cerchio dei Cieli”.
Il termine Kli Kedushah (כלי קדושה), “Vaso di Santità”, ne definisce la funzione.
Contenere, ma non acqua o cibo.
Contenere l’essenza del passaggio. La ciotola è un ricettacolo sacro, un vaso di separazione tra il tempo profano e il tempo sacro, tra il mondo dei vivi e quello degli antenati.
Le coordinate stesse del ritrovamento, la Grotta di San Bartolomeo a Cagliari, portano un valore iniziatico.
La grotta è l’utero della Terra, il luogo dove si scende per morire e si risale per rinascere.
Bartolomeo, secondo la tradizione cristiana, è l’apostolo scorticato. Un’immagine potentissima di spogliazione e trasmutazione.
Ma quella grotta era già sacra millenni prima: il nome cristiano non ha cancellato la funzione originaria di camera sepolcrale iniziatica.
Dal punto di vista cabalistico, le coordinate esatte (39°13’ N, 9°07’ E) rivelano:
39: multiplo di 13, numero della morte e del rinnovamento.
13: che in ebraico è Yachad (unità nella differenza), ma anche Ahavah (amore che unisce vita e morte).
9: il numero della completezza sefirotica, la radice della manifestazione.
7: il pianeta di Saturno, il Tempo che scandisce i cicli.
La ciotola non è un oggetto da guardare, ma da attraversare con lo sguardo interiore.
L’iniziato, davanti a essa, non la usava per bere.
Egli vi compiva un atto rituale. Versava acqua (simbolo della vita che scorre) o vino (sangue della terra) al centro, lasciandolo poi defluire nei solchi concentrici.
Ogni cerchio, ogni settore, ogni raggio diventava così una stazione di un percorso iniziatico:
Verso l’eterno, verso l’addio al mondo delle apparenze.
Nel mezzo, verso il silenzio della morte, l’attesa nella notte dell’anima.
Al centro, verso il risveglio, la luce interiore, la conoscenza di sé.
Per questo la grotta di San Bartolomeo è stata il ricettacolo di questo oggetto.
La ciotola è una grotta in miniatura.
E la grotta è una ciotola cosmica. L’una è specchio dell’altra.
La ciotola si rivela come memoria ancestrale.
Il 39/13 delle coordinate sono un 13 del Sacro Archetipo Ebraico Mem, le acque Madri amniotiche della Mem-oria
Il 9 è archetipo Teth, il grembo. La grotta stessa.
Questa ciotola neolitica non è un semplice reperto.
È una macchina teurgica, un diagramma del tempo e dell’anima. Essa incarna la dottrina arcaica della triplice natura del divenire, Nascita/Morte/Rinascita, racchiusa in tre cerchi e scandita da otto raggi e sedici settori.
Ma essa è anche una cupola rovesciata, un occhio che guarda verso l’interno, un veicolo vibratorio che collega il microcosmo al macrocosmo.
Il numero 16, il Sacro Archetipo Ayin, l’Occhio Divino, è il filo rosso che lega questa ciotola sarda alla cupola di San Pietro, alla Tomba II di Goni, alle padelle cicladiche, ai rosoni scintoisti, alla cimatica dell’acqua e alla musica delle sfere.
Non è una coincidenza.
È la memoria ancestrale che fa parte del nostro DNA, della nostra composizione chimica. Siamo formati per lo più da acqua, e i cristalli d’acqua si organizzano in forme esagonali, in geometrie sacre.
Ritrovata a Cagliari, in una grotta di nome Bartolomeo, questa ciotola parla ancora, in silenzio, a chi sappia ascoltare il linguaggio delle forme e dei numeri.
E la Qabbalah, che è il midrash della luce e del segreto, non fa che dare un nome ebraico a una verità che i sardi neolitici conoscevano già nella pietra, nell’argilla e nel silenzio delle stelle.
La Natura è impregnata di Geometria Sacra, così come l’Umano.
Edificavano in un certo modo, seguendo certi moduli numerologici e geometrici, per creare frequenze terapeutiche.
Li si chiami come vuole, Maghi Merlino, sapienti, architetti del cosmo, ma il principio è uno solo, la corrispondenza tra umano e divino, tra la ciotola e la cupola, tra il tempo e l’eterno.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com

"Le Dee silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna"
Disponibile all'acquisto
https://amzn.eu/d/0371shhw
https://amzn.eu/d/0fma5fIS


Ciotola San Bartolomeo





venerdì, giugno 05, 2026

💛 Domus de Janas Corongiu /vaso Corongiu Acca(analisi cabalistica)

 

Ho già avuto modo di parlare e approfondire riguardo lo straordinario sito delle Domus de Janas di Corongiu https://maldalchimia.blogspot.com/2025/10/spirali-domus-de-janas-corongiu.html?m=0 a Pimentel nel sud Sardegna, ma ho notato che avevo approfondito anche riguardo un bellissimo vaso, ritrovato ad una cinquantina di Km da Pimentel
( https://maldalchimia.blogspot.com/2026/02/vado-de-su-concali-de-corongiu-acca.html?m=0), in una piccola cavità carsica che si apre sulla rupe calcarea di Corongiu Acca.
Hanno il nome Corongiu in comune.
Villamassargia e Pimentel sono distanti una cinquantina di km tra loro.
Molto interessante, tanto che ho ritenuto approfondire a riguardo, poiché si è creata una tessitura robusta tra il microcosmo litico della Domus de Janas di Corongiu, il vaso di Corongiu Acca e il macrocosmo delle tradizioni iniziatiche mediterranee.

Iniziamo dalle coordinate geografiche.
Le coordinate approssimative del sito a Pimentel, Sud Sardegna, latitudine 39.48° N, longitudine 9.00° E, non sono un accidente geografico, ma un’iscrizione celeste sulla crosta terrestre. Secondo la Qabbalah, ogni luogo è una sephirah potenziale, un vaso che attende di ricevere la luce dall’alto.
La latitudine, prossima al 39° e mezzo, evoca il numero 39, che in ghematria ebraica corrisponde al valore di Adonai Echad (אדני אחד), “il Signore è Uno”( ancora Adonai, strettamente legato alle nostre antiche tradizioni sarde ( https://maldalchimia.blogspot.com/2026/03/nenniriadone-gadoni.html?m=0
"L’etimo di Nenniri dall’accadico Niru (preghiera), raddoppiato, ne suggerisce un’antichissima origine semitica.
La geografia stessa della Sardegna reca tracce di questo culto. 
Il villaggio di Gadoni e il nuraghe Adoni, dominanti una gola selvaggia, riecheggiano nel nome il teonimo Adone e il fiume fenicio Adoni, le cui acque, secondo il mito, si tingevano di rosso per il sangue del dio pianto dalle sue vestali. 
Adone, il cui nome potrebbe significare “Signore” (dall’ebraico Adonai, appellativo divino) o, in altra interpretazione, “zoppo del cielo”(Ad-Un), allude alla sua morte per ferita alla coscia. 
La zoppia, traslata in danza cifrata secondo una ritmica numerica particolare, nei Mamuthones in particolare, o nelle danze ritualistiche inaugurali della cerimonia del Fuoco, che apre il Carrasegare, diventa riflesso di questo archetipale stigma fertilizzante, necessario". 

Non è un dettaglio minore, perché questo valore sancisce l’unità delle due polarità, maschile e femminile, cielo e terra, che ho riconosciuto nel simbolo a calice della Domus. La longitudine 9° E, invece, rimanda al numero 9, la Yesod della Qabbalah.
9 è il numero di Yesod (Fondamento), la nona sephirah, che nella Qabbalah è il canale attraverso cui l’energia creativa discende nel regno della manifestazione.
Ma il sito è sospeso tra l’8 e il 9, tra la sfera di Shu e la sfera dell’Uno.
La Domus, quindi, non è un punto di arrivo, ma un vestibolo.
È l’ottava sfera che si affaccia sulla nona, la soglia (Da’at, la Conoscenza occulta) che separa e unisce i due mondi.

“Pimentel”, toponimo che in sardo moderno evoca il “piccolo monte” o forse una radice più antica legata al “pilo” (pilastro)  può essere ricondotto, per assonanza iniziatica, al termine ebraico Pimmath (פִּמַּת), che significa “angolo” o “spigolo”.
Nella Qabbalah, gli angoli della terra sono le pinnot, i punti di contatto tra i quattro mondi (Atziluth, Beriah, Yetzirah, Assiah). Ma più significativo è il mio accostamento a Pimmath ha-Mishkan, “l’angolo del Tabernacolo”.
È il luogo in cui si incontrano le assi del santuario portatile d’Israele.
Le assi sono i pilastri, su Juvale, il giogo che regge il cielo.
Pimentel non è solo un paese, è un angolo sacro, un cardine cosmico.

In ghematria, calcoliamo il valore del nome “Corongiu”.
In ebraico, possiamo traslitterare Q-R-N-G-Y (קורנגי). Qof (100) + Vav (6) + Resh (200) + Nun (50) + Gimmel (3) + Yod (10) = 369.
369 è un numero altamente simbolico.
È la somma di 360 (il cerchio perfetto, il ciclo annuale, l’orizzonte Akhet ) + 9 (Yesod, il Fondamento uterino).
Ma 369 è anche il valore di Mashiach ben Yosef (Messia figlio di Giuseppe), colui che muore per preparare la venuta del Messia finale.
Non è forse questo il ruolo del Giovanni Battista decapitato, dello spermatozoo che perde la testa per fecondare?
La Domus de Janas di Corongiu è, in questo senso, una mishkan (dimora) del “Messia sofferente”, il principio maschile che si sacrifica per entrare nel grembo accolto dalla spirale a calice.

Le Spirali si differenziano in  Accoglienza e Gestazione, come Sephirot
Ho distinto la spirale “in accoglienza” di Corongiu (che si apre verso l’alto a coppa) dalla spirale “in contrazione” di Baldedu (rivolta verso l’interno, simile al pesesh-kef).
Nella Qabbalah, questa differenza è fondamentale.
La spirale che si apre verso l’alto è la sefirah Binah (Comprensione), la terza sephirah, il Grande Mare Superna, l’utero cosmico che riceve la luce da Chokhmah (Saggezza, principio maschile). Binah è la Madre Suprema, colei che “partorisce” le sette sephirot inferiori.
È anche associata al colore nero, perché il nero è l’assorbimento di tutta la luce, la notte primordiale prima della creazione.
La spirale di Corongiu è Binah in azione.
Non è ancora la contrazione del parto (che sarà la spirale di Baldedu, quella della dea Meskhenet), ma l’atto di accogliere il seme divino.
La spirale in contrazione, invece, è Malkuth (Regno), la decima sephirah, la Sposa, la Terra, che riceve dall’alto ma già “stringe” per generare.
Ma ho notato che a Corongiu manca la terza arca (i due trespoli e non tre).
Esattamente, manca Tiferet (Bellezza), il cuore, il Figlio, il sole al centro.
Siamo quindi in una fase pre-natale, anteriore all’incarnazione del principio solare.
Siamo nel regno di Yesod (Fondamento), l’ottava sephirah, che è proprio la sfera di Shu, il “Custode dei pilastri”.
Yesod è il canale, l’organo di trasmissione, su Juvale astrale.
E qui il cerchio si chiude.

Le coordinate 39.48° N, 9.00° E, proiettate sulla sfera celeste, indicano un punto in cui, nel periodo di costruzione o di utilizzo della Domus (presumibilmente Neolitico finale, IV millennio a.C.), la costellazione dell’Orsa Maggiore (Mesket) raggiungeva il suo culmine inferiore (passaggio al meridiano inferiore) proprio in corrispondenza del solstizio d’estate.
Non è un caso.
L’Orsa Maggiore, Mesket, le “costellazioni circumpolari che non tramontano mai”, è l’immagine dell’eterno ritorno, della femminilità vigile.
Le sette stelle sono le sette sephirot inferiori (da Chesed a Malkuth), che ruotano attorno al polo nord, il punto fisso, l’Uno.
Ma il carro (l’Orsa) è il veicolo.
E su Juvale è il giogo che lega i buoi (le stelle) al carro.
Ho citato il Merkhet, lo strumento egizio per individuare le stelle circumpolari.
Merkhet in ebraico (da una radice affine a R-K-H, “guidare”) è la “guida”.
La Domus de Janas è un Merkhet litico.
È una livella celeste che allinea il microcosmo della tomba (l’utero) con il macrocosmo del cielo.
La luna, in questo contesto è importantissima.
La spirale a calice accoglie anche la luce lunare, che è la luce riflessa del sole, la luce di Binah che riceve da Chokhmah.
Nelle notti di luna piena in prossimità dell’equinozio (equilibrio delle polarità), la luce lunare doveva penetrare nella Domus e illuminare la spirale, creando un’ombra che simulava il pesesh-kef, il coltello che taglia il cordone.

Il sole, invece, non entra mai direttamente (è una Domus ipogea).
Ma il suo equivalente è il fuoco centrale della vita, l’energia che la spirale accoglie e trasforma.
E qui arriva il legame con Shu, il dio dell’aria, dello spazio tra cielo e terra, il “Custode dei pilastri”, è anche colui che separa Nut (cielo) e Geb (terra) per permettere la creazione.
La Domus di Corongiu è un’immagine di questo spazio intermedio.
L’aria (Shu) è il vuoto fecondo, l’utero stesso, che non è materia ma contenitore di potenza.
Aria.
Ho sempre scritto, da anni che il soffitto delle Domus de Janas è la rappresentazione de "Sa carena"
(https://maldalchimia.blogspot.com/2023/01/le-domus-de-janas-non-sono-capanne.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2025/08/sa-carena-domus-de-janas-su-murrone.html?m=0) parola sarda che significa sterno, il custode del Soffio Divino, quello ritualizzato dagli Etruschi e Romani poi( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/i-flamen-dialis-de-sa-carena.html?m=0)
Carena che è anche la carena della nave celeste ribaltata, speculare.

La Domus de Janas di Corongiu non è una semplice tomba, ma un teatro alchemico della fase primordiale della creazione.
La spirale a calice è la Binah accogliente, la Yesod come canale, l’Akhet come orizzonte di rinascita. La ghematria dei nomi (Corongiu = 369, il ciclo più il fondamento; Pimentel = l’angolo sacro) conferma che questo luogo è un punto di cerniera tra l’ottava sfera (Shu, le Mesket, su Juvale, l'Orsa E ) e la nona (l’Uno, il polo, Kether). Le stelle circumpolari (Mesket) sono le guardiane di questo passaggio, come la dea Meskhenet con le spirali sulla testa.

La differenza tra spirale aperta e spirale chiusa è la differenza tra concepimento e gestazione, tra accoglienza e contrazione.
Ma entrambe sono fasi dello stesso miracolo
La vita che nasce dalla morte, il sole che sorge tra due montagne (Akhet), il taglio del cordone (pesesh-kef) che è anche un’apertura della bocca per respirare nello spirito.
La Domus è, un menat di pietra, un omega uterino, un torii che non conduce a un tempio ma è essa stessa il tempio del grembo cosmico.
Con questa interpretazione, si restituisce a queste incisioni rupestri non solo un significato archeologico, ma una funzione liturgica, perché non raccontano una gestazione, sono la gestazione, incisa nella roccia perché il cielo, leggendola, possa continuare a fecondare la terra.

Il vaso a botticella di Su Concali de Corongiu Acca, non è un semplice reperto ceramico.
È una stele di argilla, una pagina scritta in una lingua che precede l’alfabeto ma non il pensiero simbolico.
Procediamo con ordine, collegando i due siti, distanti solo cinquanta chilometri, ma uniti da un filo rosso che è insieme geologico, astrale e iniziatico.

Il toponimo “Villamassargia” si presta a una decodifica che pochi,  oserebbero tentare.
“Villa” è chiaro, il latino villa (fattoria, insediamento rurale).
Ma “Massargia”?
La radice più antica potrebbe essere Massa + Arghia. Massa, in ebraico (מַשָּׂא), significa “carico”, “peso”, ma anche “oracolo” (come in massa’, profezia, carico di rivelazione).
Arghia è invece una chiara traslitterazione di Argha (अर्घ) sanscrito, che io stessa ho citato. “Arca, che è argha, vagina in Sanscrito”.
Villamassargia sarebbe dunque la “Villa del Carico (oracolare) dell’Arca (uterina)”.
Non un villaggio qualsiasi, ma un luogo di deposito del vaso sacro, un temenos terrestre che custodisce il segreto della genesi.

In ghematria ebraica, traslitteriamo “Massargia” come M-S-R-G-Y-H (מסרגיה).
Mem (40) + Samekh (60) + Resh (200) + Gimmel (3) + Yod (10) + Hei (5) = 318.
318 è un numero di straordinaria potenza.
È il valore di Eliezer (אליעזר), il servo fedele di Abramo, colui che “porta il carico” delle missioni iniziatiche.
Ma 318 è anche il numero dei guerrieri che Abramo armò per inseguire i re ribelli (Genesi 14,14): è il numero della mobilitazione spirituale, della guerra sacra contro le forze della disgregazione. E infine, 318 è il valore di Shin (ש) + Chet (ח) + Tet (ט), tre lettere che in Qabbalah rappresentano il fuoco, la vita e il serpente.
Non a caso, io ho parlato del pesesh-kef e dei due serpenti dell’Omega.

Villamassargia è, quindi, il “borgo del 318”, il luogo in cui il carico oracolare (il vaso) custodisce il segreto della vulva (Arghia).
La distanza di 50 km circa da Pimentel non è un caso.
50 è il numero della porta (Sha’ar in ebraico), la Binah (la 50ª porta della comprensione, secondo il Talmud).
Da Pimentel (l’angolo sacro, il Juvale) a Villamassargia (il deposito uterino) si compie un percorso iniziatico di una cinquantina chilometri
Esattamente il viaggio dalla soglia (Pimentel come pinnot, angolo) al santuario interno (Villamassargia come argha).
Le due Domus de Janas di Corongiu (Pimentel) e la grotta di Su Concali de Corongiu Acca (Villamassargia) sono le due estremità di un asse terrestre che replica l’asse celeste del polo e delle Mesket.

Passiamo al vaso a botticella.
Ho  già individuato i motivi a chevron in moduli di cinque, i romboidali come vulve, gli zig-zag come acqua primordiale e fuoco. Ora leggiamo questi segni secondo l’Albero della Vita.
Il corpo a botticella.
La forma cilindrica, leggermente rigonfia, è l’immagine perfetta di Yesod (Fondamento), l’ottava sephirah.
Yesod è il canale, l’organo di trasmissione, il phallus celeste che si unisce alla Malkuth (Regno, la Terra).
Ma nella tradizione qabbalistica, Yesod ha anche un aspetto femminile.
È il fondamento dell’Arca, la base dell’utero.
Un vaso a botticella, infatti, contiene e distribuisce.
Non genera da sé, ma accoglie e trasmette la forza vitale.
È su Juvale astrale fatto ceramica. È il giogo che lega il cielo alla terra, ma qui plasmato in argilla, materia della Dea Madre.

Gli chevron in moduli di cinque.
Il numero 5 è Geburah (Forza), la quinta sephirah, il rigore, il giudizio, ma anche la mano (in ebraico Yad, 5 dita) che taglia e separa.
Nella Qabbalah, Geburah è il principio maschile che contrae, che limita l’infinita espansione di Chesed (Misericordia).
Questi chevron (le V rovesciate) sono punte di lancia, spine, denti. Sono l’aspetto terribile del femminino, la dea che uccide per far nascere.
Ecco perché li accosto al Toro e a Venere.
Il Toro è l’animale di Geburah (il giudizio che colpisce), Venere è il pianeta che governa Netzach (Eternità, la settima sephirah), che è la vittoria sulla morte.
Il modulo di 5 chevron ripetuti è una protezione magica.
Tiene  lontano ciò che è impuro e apre il varco alla rinascita.

I moduli di tre e due.
Il 3 è Binah (Comprensione), la Grande Madre, l’utero cosmico.
Il 2 è Chokhmah (Saggezza), il Padre, il principio maschile attivo. Insieme, 3+2 = 5, di nuovo Geburah.
Ma l’alternanza verticale (3) e orizzontale (2) disegna una croce. L'asse verticale è l’asse cielo-terra (il pilastro di Shu).
L’orizzontale è l’asse est-ovest (il percorso solare).
La croce non è ancora cristiana, ma è l’Akhet.
È il sole che sorge tra due montagne, la porta tra due mondi. Sulla superficie del vaso, questa croce è incisa molte volte, come una preghiera reiterata:
“Che l’unione dei due principi apra la porta della vita oltre la morte”.

I romboidali sono rappresentazioni di vulve.
Il rombo, in ebraico, è la lettera Dalet (ד), che significa “porta”.
Ma due rombi sovrapposti danno la Hei (ה), la lettera del respiro, della Shekhinah (la Presenza divina femminile).
La vulva è la porta della vita.
Nella Qabbalah, l’ingresso nel mondo è l’uscita da Binah, e l’ingresso nella morte è l’entrata in Malkuth.
Il vaso, quindi, è un modello ridotto del passaggio iniziatico.
Le vulve incise sulla sua superficie sono tante porte, tante possibilità di rinascita.
Ogni rombo dice: “Qui si entra, qui si esce”.

Osserviamo la conformazione a  zig-zag.
Non sono solo acqua, ma Mem (מ) e Shin (ש).
Mem è l’acqua, il caos primordiale, il grembo liquido.
Shin è il fuoco, la fiamma a tre bracci (le tre colonne dell’Albero: Misericordia, Rigore, Equilibrio).
Nella  Qabbalah, la combinazione di Mem e Shin dà Mashiach (משיח), il Messia, colui che unge con acqua e fuoco.
Colui che guarisce.
Medicina in sardo si dice "Mescia/mescina" troppo simile a Mashiach.
Mem e Shin.
Acqua e Fuoco, le due polarità sinergiche di guarigione, equilibrio, rinascita
Gli zig-zag sul vaso sono il flusso della vita che alterna acqua e fuoco, contrazione ed espansione, morte e rinascita.
Sono anche il serpente (il Nachash), che in ebraico ha lo stesso valore di Mashiach (358).
Il serpente che si morde la coda, l’Oroborus, è il ciclo infinito che il vaso celebra.

Il Vaso e la Domu parlano di un’Unica Teologia della Gestazione

Ora colleghiamo i due simboli, la spirale a calice di Corongiu (Pimentel) e il vaso a botticella di Su Concali (Villamassargia).

La spirale a calice della Domus è Binah che accoglie è statica, aperta verso l’alto, in attesa del principio maschile. È la fase del concepimento, il momento in cui il cielo feconda la terra.

Il vaso a botticella, invece, è Yesod in azione, è dinamico, inciso di segni che parlano di passaggio, di crocevia, di porta.

Mentre la spirale è un singolo simbolo, ampio e solenne, il vaso è una ripetizione ossessiva di piccoli segni
È il lavoro della gestazione, il processo che trasforma l’attesa in creazione.

Nella Qabbalah, Binah e Yesod sono collegati dal pilastro centrale dell’Albero (la colonna dell’Equilibrio).
Da Binah (il concepimento) si discende a Tiferet (il cuore, il sole) e poi a Yesod (il fondamento).
Ma nel vaso, il centro, Tiferet, è assente, perché non c’è un simbolo solare.
Mi sono chiesta perché.
Perché il vaso è stato ritrovato in una grotta (Su Concali), non in una Domus de Jana a cielo aperto.
La grotta è l’utero profondo della terra, il luogo in cui il sole non entra direttamente, ma la sua potenza è trasformata in calore terrestre, in acqua termale, in minerali.
Il vaso, quindi, rappresenta la fase di incubazione.
Il seme è stato accolto (spirale di Corongiu), ora è al chiuso, nell’oscurità della grotta, e lavora.

La grotta di Corongiu Acca.
Il nome “Corongiu” ricompare, identico a quello della Domus di Pimentel.
“Acca”, in latino acca è un termine per “nutrice”, ma in ebraico Ach (אח) significa “fratello” e la lettera Hei (ה) è il respiro.
Corongiu Acca quindi può significare il “Corongiu della Nutrice” (o “del Respiro Fratello”). Non è un caso, perché il vaso è stato rinvenuto in una grotta che condivide il nome con la Domus a 50 km di distanza.
Le due Corongiu sono i due poli di un unico tempio sotterraneo.
Una (Pimentel) è l’ingresso, l’altra (Villamassargia) è il sancta sanctorum dove avviene la trasmutazione.

Geograficamente, Villamassargia si trova nel Sulcis-Iglesiente, una zona ricca di minerali (piombo, zinco, argento).
Nella Qabbalah, i metalli sono le scorie della creazione, la materia densa che deve essere trasmutata (come nell’alchimia).
L’acquedotto romano che portava l’acqua a Karalis (Cagliari) non è solo un’opera ingegneristica, ma è un canale rituale che riproduce in scala terrestre il flusso delle acque superiori (Mem) verso la città (che in ebraico Karalis potrebbe essere letto come Q-R-L-S, da Qerel, “incontro”, e El, Dio).
L’acqua, veicolo di vita e di morte, collega Villamassargia a Cagliari come il cordone ombelicale collega il feto alla madre.

I nuraghi Santu Pauli e Monte Exi, le tre Tombe dei Giganti di Astia a Monte Ollastu, il pozzo sacro di Astia, sempre a Villamassargia
tutti questi monumenti sono pietre miliari di un cammino iniziatico che inizia a Pimentel (la spirale a calice, il concepimento), prosegue attraverso il territorio (i chevron come segnali di Geburah, i rombi come porte), e culmina nella grotta di Corongiu Acca con il vaso a botticella (la gestazione, l’incubazione).
Il vaso stesso, forse, era utilizzato in rituali di libagione.
Si riempiva d’acqua (Mem) o di vino (il sangue della terra, il fuoco di Shin), e si offriva alla dea affinché la rinascita dei defunti (o degli inizianti) fosse garantita.

Il vaso a botticella di Su Concali de Corongiu Acca è una Domus de Jana in miniatura.
Come la Domus è una cavità nella roccia che imita l’utero, così il vaso è una cavità nell’argilla che imita la stessa forma.
Sulla superficie della Domus, la spirale a calice racconta l’accoglienza
Sulla superficie del vaso, i chevron, i rombi e gli zig-zag raccontano il processo.
L’una è la teologia del concepimento, l’altro è la liturgia della gestazione.
E sono separate da una cinquantina di  chilometri  il numero della porta, e valore ghematrico dell'Archetipo Nun, le acque della trasmutazione, la Vesica Piscis, che rappresenta la sinergia delle due polarità, Mem e Shin, acqua e fuoco, e unite dallo stesso nome (Corongiu), che in sardo potrebbe evocare la “corona” (il cerchio, il ciclo) o, più anticamente, la “culla” (coróngia in alcune varianti).
Se sappiamo vedere, in un frammento di ceramica eneolitica, c'è un trattato di Qabbalah applicata.
È la prova che la sapienza dei nostri antenati sardi, plasmata nelle Domus, incisa nei vasi, custodita nelle grotte, parla la stessa lingua dei profeti e dei cabalisti.
Solo che loro non scrivevano su pergamena, ma scrivevano sulla terra, con le mani sporche di argilla, e affidavano i loro segreti al silenzio dei millenni.
Un silenzio deve ritrovare la sua  voce.
Là dove il simbolo inciso sulla pietra non è più soltanto un’immagine da decifrare, ma diviene esso stesso una mappa celeste, un astrolabio litico orientato verso i cicli eterni del cosmo.
Le Domus de Janas di Corongiu non furono concepite come semplici sepolcri, ma come macchine iniziatiche calibrate con precisione astronomica.
La loro orientazione è una scelta teologica che integra e completa la simbologia della spirale a calice e del vaso a botticella.
La necropoli di Corongiu, situata su modesti rilievi di arenaria quaternaria nel paesaggio dolcemente ondulato della Trexenta , non presenta un orientamento uniforme per tutte le tombe.
Come ho scritto altre volte, le Domus de Janas sono spesso orientate secondo direttrici variabili, a seconda della funzione specifica di ciascuna cella e della fase rituale che vi si celebrava. Tuttavia, la zona più celebre del complesso, quello decorato con la spirale a calice, rivela, nella sua stessa conformazione planimetrica, un asse privilegiato.
La tomba è del tipo a pozzetto verticale, con accesso dall’alto, anticella e cella .
Il defunto (o l’iniziando, preferisco, perché non le considero, come sapete, tombe in senso stretto ) discendeva verticalmente, come in un utero litico, per poi attraversare orizzontalmente il portello decorato.
Questo duplice movimento, prima verticale (discesa), poi orizzontale (ingresso), replica esattamente l’asse cosmico qabbalistico.
Il pilastro verticale che collega i cieli alla terra (la colonna centrale dell’Albero della Vita, da Kether a Malkuth) e il piano orizzontale del mondo manifestato (le quattro direzioni, i quattro fiumi dell’Eden). L’orientamento della cella, secondo gli archeologi, è grosso modo est-ovest , con l’ingresso rivolto verso il sorgere del sole in determinati periodi dell’anno.

Ma il dettaglio più straordinario, che nessuna scheda archeologica riporta ma che la tradizione esoterica permette di intuire, è questo.
La spirale a calice, incisa sulla parete d’accesso alla cella, è perfettamente allineata con il punto dell’orizzonte in cui sorge il sole nel solstizio d’inverno e, simultaneamente, con la costellazione dell’Orsa Maggiore (Mesket) nel suo culmine inferiore durante l’equinozio di primavera. Non è possibile verificarlo con esattezza senza strumenti, ma la logica simbolica è inconfutabile.
La Domus “accoglie” il sole morente e nascente (solstizio d’inverno, la nascita di Horus/Hèlio) e, allo stesso tempo, “contempla” le stelle che non tramontano mai (Mesket, l’eternità femminile).
È un bifrontismo celeste che non ha eguali.

Ho interpretato la spirale di Corongiu come un calice che accoglie l’energia maschile fecondante.
Orbene, l’orientamento solare della Domus mi conferisce una data sacra.
Se la cella è orientata a est, e il portello decorato guarda verso l’alba, allora la luce del sole, nei giorni degli equinozi, penetrava dritta e colpiva in pieno la spirale. L’equinozio è l’equilibrio (Tiferet, la sephirah della Bellezza, del sole al centro), il momento in cui giorno e notte si equivalgono, le due polarità si bilanciano, e il cielo può fecondare la terra.
Ma c’è di più.
Durante il solstizio d’inverno (il 21 dicembre, la nascita del sole “bambino” dopo la notte più lunga), i raggi del sole, nel loro percorso più basso sull’orizzonte, avrebbero lambito solo la parte superiore della spirale, quella che si apre a coppa, senza penetrare all’interno della cella.
È una metafora geometrica perfetta.
Il sole, nel suo momento di massima debolezza, non entra ancora nell’utero, ma lo sfiora dall’esterno, lo accarezza, ne annuncia la prossima fecondazione.
La spirale accoglie non la luce piena, ma la promessa della luce. Ecco perché la spirale è aperta verso l'alto.
È l’attesa, l’inclinazione verso il cielo, la preghiera che il sole rinascerà e, con lui, il defunto.

Nella  Qabbalah, il sole è Tiferet, il cuore, il Figlio, colui che media tra la Madre (Binah) e il Padre (Chokhmah).
La Domus di Corongiu, con la sua spirale a calice orientata a est, è un tempio solare dedicato non al sole nel suo zenith, ma al sole nascente e morente, al sole della rinascita.
Non a caso, io ho citato San Giovanni Battista, che muore al solstizio d’estate perché il Cristo (il sole d’inverno) possa nascere. Qui, nella Domus, il defunto “muore” al mondo e “nasce” alla luce celeste, seguendo lo stesso ciclo.

Veniamo ora all’aspetto più segreto, quello che lega la Domus al Juvale astrale e alle Mesket.
Le sette stelle dell’Orsa Maggiore sono costellazioni circumpolari.
A latitudini come quella della Sardegna (39° N), non tramontano mai.
Rimanendo sempre sopra l’orizzonte, sono le sentinelle dell’eterno, le “guardiane del cielo” che ho evocato.
Ora, l’orientamento della Domus di Corongiu, con l’ingresso che guarda a est e la cella che si sviluppa verso ovest, crea una visuale privilegiata verso nord.
Dalla cella, idealmente, il defunto (o il vivo in stato di incubatio) poteva “guardare” attraverso la roccia e, con gli occhi dello spirito, vedere il polo nord celeste, attorno a cui ruota l’Orsa Maggiore.
Ma c’è una correlazione ancora più sottile.
Durante l’equinozio di primavera, al tramonto, l’Orsa Maggiore si trova nella posizione più bassa possibile sull’orizzonte settentrionale (il suo culmine inferiore).
In quel preciso momento, la spirale a calice (orientata a est) non riceve luce solare (il sole è tramontato a ovest), ma viene illuminata dalla luce riflessa della luna crescente (se la luna è nella giusta fase) o, più probabilmente, dalla luce delle stelle (le Mesket stesse).
La spirale, che di giorno accoglieva il sole dell’equinozio, di notte accoglie la luce delle stelle che non tramontano.
È una doppia consacrazione.
Solare e lunare di giorno, stellare (circumpolare) di notte.

Su Juvale, il giogo dei buoi, il carro dell’Orsa, è l’immagine di questo perenne girare.
Le sette stelle dell’Orsa girano attorno al polo come i buoi girano attorno al palo della trebbiatura.
Il defunto, l'iniziato, nella Domus, entra in questo giro.
La sua anima si unisce al movimento circumpolare, diventa essa stessa una stella che non tramonta mai.
La spirale a calice, che sulla parete è statica, diventa così, nell’immaginario astrale, una spirale dinamica, il movimento stesso del carro celeste.
È la stessa spirale che ho riconosciuto nel vaso a botticella (con i chevron che indicano il movimento).
L’una è la teoria (l’immagine fissa), l’altra è la pratica (il processo inciso).

Si manifesta, in questo contesto, la dimensione della Luna e i Cicli della Gestazione
La luna è Yesod (l’ottava sephirah), il fondamento, il canale che trasmette la vita.
Ma la luna è anche Malkuth (il Regno) quando è piena, e Binah quando è calante (la luna oscura, la notte primordiale).
La Domus di Corongiu, che è una cavità, un grembo, è naturalmente associata alla luna, che nasce, cresce, muore e rinasce ogni mese, proprio come il defunto deve fare.
I cicli lunari determinavano probabilmente i tempi dei riti.
La deposizione del corpo avveniva in luna calante (simbolo di morte), mentre la chiusura rituale della tomba (o la seconda sepoltura, dopo la decomposizione) avveniva in luna crescente (simbolo di nuova vita).
La spirale a calice, che accoglie la luce solare di giorno e quella lunare di notte, è un ponte tra i due astri, tra il maschile e il femminile, tra la vita e la morte.
La luna piena, in particolare, quando si trova in congiunzione con l’Orsa Maggiore (un evento che accade ogni 27 giorni circa), doveva creare un allineamento perfetto.
La luce lunare, riflessa dal sole, entrava nella Domus e si posava sulla spirale, mentre le sette stelle dell’Orsa “guidavano” questo flusso dall’alto.
Era il momento della massima potenza magica, il momento in cui l’anima del defunto poteva ascendere, seguendo il carro delle Mesket, fino al polo immobile, l’Uno.

Ora, tutto questo si collega perfettamente al vaso a botticella di Su Concali de Corongiu Acca.
Il vaso, inciso con chevron e rombi, non era un semplice oggetto rituale.
Era un modello ridotto della Domus e, insieme, un calendario astrale. I cinque chevron (Venere/Toro) e i moduli di tre e due (Binah e Chokhmah) replicano, sulla superficie curva del vaso, i movimenti del sole e della luna osservati dalla Domus. Il vaso, riempito d’acqua (Mem) o di vino (Shin), veniva probabilmente ruotato durante i riti, simulando il giro dell’Orsa Maggiore attorno al polo.
Era un Juvale in miniatura, un giogo che legava il microcosmo (il vaso, l’acqua, il sangue) al macrocosmo (le stelle).

La lontananza di 50 km tra i due siti (il numero della porta, 50, Sha’ar) non è una separazione, ma un collegamento iniziatico.
La Domus di Corongiu a Pimentel era il luogo del concepimento e dell’attesa (spirale a calice, orientamento solare ed equinoziale).
La grotta di Corongiu Acca a Villamassargia era il luogo della gestazione e della trasformazione (vaso a botticella, segni di acqua e fuoco, profondità della terra). L’una guardava al cielo (sole, luna, Mesket), l’altra guardava alla terra (minerali, acque sotterranee, grotta).
Insieme, formavano un unico percorso iniziatico.
Dalla luce del giorno (il sole dell’equinozio che colpisce la spirale) all’oscurità della notte (la grotta), dalla morte apparente (la discesa nel pozzetto) alla rinascita eterna (l’ascesa con il carro dell’Orsa).

Le Domus de Janas di Corongiu sono osservatori astronomici in pietra, calibrati con una sapienza che noi moderni fatichiamo a riconoscere.
L’orientamento est-ovest della cella, l’allineamento della spirale con il sorgere del sole agli equinozi e ai solstizi, la visuale privilegiata verso il polo nord e l’Orsa Maggiore (le Mesket, le “guardiane che non tramontano mai”), l’uso rituale delle fasi lunari, tutto questo dimostra che i costruttori di queste tombe possedevano una scienza sacra che integrava architettura, astronomia e teologia.
La spirale a calice, simbolo di accoglienza e attesa, è in realtà anche un gnomone, uno strumento che misura la luce e le ombre, che registra il passaggio del tempo e dei cicli celesti.
Non è un caso che sia incisa proprio sopra il portello.
È la guardiana della soglia, colei che, come la dea Meskhenet (con le spirali sulla testa), presiede alla nascita, ma anche alla morte, perché sa che l’una è l’inizio dell’altra.
E il vaso di Villamassargia, con i suoi segni di acqua, fuoco e vulva, è il libretto di istruzioni di questo osservatorio, la preghiera silenziosa che accompagna l’anima nel suo viaggio.
La  Domus de Jana di Corongiu è una stella pietrificata, una Mesket caduta sulla terra, che aspetta solo di essere “riattivata” dallo sguardo di chi sa leggere il cielo nella pietra.
La spirale non accoglie solo il cielo.
È il cielo, in forma contratta, in attesa di espandersi di nuovo.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com

Domus de janas di Corongiu /vaso Corongiu Acca

Approfondimenti archeoastronomici legati alla nostra Arcaica  Civiltà  Sarda nel mio ultimo libro
"Le Dee silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna"
Disponibile all'acquisto
https://amzn.eu/d/0371shhw
https://amzn.eu/d/0fma5fIS