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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

sabato, maggio 30, 2026

💛 Bainei/Buga

 Prendo spunto da un post della pagina, Arqueologia Cosmica( https://www.facebook.com/share/p/1GyU63gk1r/) che  ha messo in correlazione il nostro sardo petroglifo di Baunei con il simbolo presente nella sfera di Buga. 


La sfera incisa denominata "di Buga" (o meglio, il manufatto con il simbolo radiale raffigurato) è stata ritrovata a Buga, un comune nel dipartimento di Valle del Cauca, in Colombia. Si tratta di un reperto di origine precolombiana, spesso associato alla cultura Quimbaya o Tolima (periodo Tardo, circa 1000–1600 d.C.). Il manufatto è solitamente composto da una lega metallica (oro o tumbaga) e serviva probabilmente come oggetto cerimoniale o pectorale, inciso con motivi solari e geometrici.

Sul petroglifo di Baunei avevo già scritto 

( https://maldalchimia.blogspot.com/2023/05/petroglifo-baunei.html?m=0) 

È ipotesi comune che si tratti di uno schema che riporta una piantina idrica. 

Le mie riflessioni a riguardo 

"Delle piccole riflessioni mie a riguardo.

Il numero 18, si collega al Sacro Archetipo Ebraico Tsade', con funzione "divisione". 

Una divisione apparente, perché si tratta di frattali che appartengono alla stessa Matrice.

Lo stesso identico concetto che esprime il petroglifo, una conca principale e 18 canalette, che ramificano da quella principale, e che terminano con delle coppelle. 

La lettera ebraica Tsade', nella sua forma, è un accostamento della lettera Yod, il decimo Archetipo, prima lettera del tetragramma divino YHWH, e della lettera Nun, il quattordicesimo Archetipo, che simboleggia la trasformazione. 

La trasformazione attraverso la Yod, la Sapienza estrema. L'intelletto divino. 

Il numero 18 è legato anche alla Luna (Arcano Maggiore XVIII) , considerata come energia Madre di questi frattali. 

Se lo consideriamo nell'insieme, 18 canalette, e altrettante coppelle, più una grande, centrale, sono, minimo 19, il numero che rappresenta il Sole. 

E, coincidenza strana, il numero 18, è un numero ciclico astrale, perché le eclissi solari e lunari, si ripetono ogni 18 anni. 

Ma il numero 18, è legato anche al Pozzo Sacro di Santa Cristina, perché ogni 18 anni e 6 mesi, quando la luna raggiunge la sua altezza massima, la sua luce attraversa l'apertura sulla sommità del pozzo, riflettendosi sull'acqua. 

Quindi, questo numero 18, sembra essere veicolo di un'unione alchemica tra Sole e Luna, tra cielo e terra, tra Luna e acqua. 

Alchemicamente, un simbolo di unione tra Umano e Divino, di cui siamo frattali. 

La scelta dei numeri, e la relativa simbologia, non è mai casuale. 

Questo petroglifo, per quanto possa rappresentare una mappa idrica, ha dei rimandi numerici importanti, che lo configurano in una dimensione che potrebbe essere ritualistica e sacrale, molto probabilmente utilizzato come altare cultuale e cerimoniale. "


L’analisi che segue si propone di esaminare i due simboli raffigurati, l’incisione rupestre su roccia calcarea (sinistra) e il simbolo inciso su metallo o pietra scura (destra), attraverso la lente della Cabala, della numerologia sephirotica, della teoria degli archetipi junghiani e della correlazione con i cicli astrali, lunari e solari. 

L’indagine si estende inoltre all’etimologia e alla potenza simbolica dei toponimi “Baunei” (Sardegna) e “Buga” (Colombia o area andina), al fine di rilevare eventuali corrispondenze profonde tra le due espressioni culturali, apparentemente distanti, ma strutturalmente affini.

Il simbolo di sinistra, inciso su una superficie rocciosa erosa dal tempo, si presenta come un labirinto serpentiforme, un reticolo di linee ondulate che generano una struttura organica, a tratti vagamente antropomorfa o fitomorfa. 

Dal punto di vista cabalistico, tale disegno evoca l’archetipo della Shekhinah come presenza immanente e femminile, il ricettacolo della creazione che si manifesta nella materia informe della roccia. 

Non vi è centro gerarchico esplicito, ma piuttosto una pervasiva continuità di flusso. Numerologicamente, la complessità dei meandri riconduce al numero 3 (la triplicità del tempo: passato-presente-futuro) e al 7 (i sette movimenti dello Spirito o i sette pianeti classici). 

Si tratta di un simbolo che rappresenta l’involutio, ovvero il percorso discendente della luce attraverso le Qelipot (le “scorze” materiali), dove il divino si nasconde nella pietra. 

In chiave archetipica, è la Grande Madre ctonia, la terra primigenia che custodisce il seme del ciclo lunare: le linee curve evocano le fasi lunari (crescente e calante) e il fluire del mare, nonché i solstizi come momenti di rottura e riavvolgimento del tempo.


Il simbolo di destra, invece, è geometrico, radiale e fortemente strutturato. 

Un centro costituito da spirali e quadrati concentrici (simbolo del Temenos, il recinto sacro) da cui si dipartono bracci terminanti con punti (aloni o “piedi” solari). Questo disegno rispecchia l’Archetipo del Sé e la struttura dell’Albero della Vita (Sephiroth) in proiezione planare. Il centro quadruplo richiama le quattro direzioni dello spazio e le quattro fasi lunari, ma il numero di diramazioni (quattordici o quindici a seconda della lettura) corrisponde al numero 8 nella sua valenza di Olam (mondo eterno) e al 12 come ciclo zodiacale. 

In termini sephirotici, i bracci sono i canali (Tzinorot) attraverso cui l’energia dell’ Kether (corona) si riversa verso le Sephirot inferiori, depositandosi nei punti estremi come altrettanti Reshimu (impronte della luce). Numerologicamente, l’insieme esprime l’1 (il centro indiviso), il 2 (la dualità della creazione), il 4 (la stabilità materiale) e il 10 (la totalità sephirotica). Il colore oro o giallognolo del metallo richiama l’Ohr Yashar (la luce diretta di Dio), in opposizione alla luce riflessa della pietra di sinistra.


La correlazione tra i due simboli è dialettica, non sovrapponibile. Il simbolo di sinistra rappresenta il Mondo dell’Azione (Asiyah), il livello più denso della realtà, dove lo spirito è costretto a strutturarsi in venature e solchi come i fiumi che erodono la terra. Il simbolo di destra rappresenta il Mondo della Formazione (Yetzirah), dove gli archetipi si organizzano in schemi matematici, governati dal Sole (centro radiante) e dalla legge dell’Armonia. 

Insieme, essi disegnano il percorso iniziatico: l’uomo primordiale (Adam Kadmon) scende nella materia (sinistra) e vi percorre il labirinto della vita, per poi risalire (destra) attraverso la conoscenza delle leggi cicliche che ordinano il cosmo. Il ciclo astrale lunare è evidente a sinistra (serpentino, umido, mutevole), mentre il ciclo solare e la fissità delle stelle fisse sono evidenti a destra (direzionale, centro fisso, raggi in espansione). Le due immagini sono complementari come Luna e Sole, come Materia e Forma, come Caos e Logos.


Quanto ai nomi, Baunei (località della Sardegna dove sono stati rinvenuti archeologicamente petroglifi simili) rivela un’etimologia non univoca, ma riconducibile al protosardo o al latino. 

In chiave cabalistica, Baunei può essere letto come Ba- (particella di negazione o separazione) e Unei (dall’ebraico Ayin, occhio o fonte): “l’occhio che non vede”, ovvero il mistero che si nasconde alla vista superficiale, adatto alla pietra labirintica. 

Buga, invece, toponimo di origine precolombiana (Colombia), rimanda al termine Bug (luogo di culto, “el lugar del sol” in alcune lingue chibcha) o a Bogotá, antichissimo centro di osservazione astrale. 

In gematria, Buga (Bet-Vav-Gimel-Aleph) presenta un valore di 9, numero della gestazione e del Sole in quanto completamento del ciclo, mentre Baunei (Bet-Aleph-Vav-Nun-Yod) dà 72, numero legato ai 72 nomi di Dio e alle 72 stazioni del ciclo lunare.

72, che sommato da comunque un 9

L’analisi rivela una profonda sintonia strutturale tra i due simboli sebbene distanti geograficamente e cronologicamente. 

Entrambi agiscono come mandala della trasformazione, l’uno ctonio e centripeto (il labirinto di Baunei, che assorbe l’astro nella terra), l’altro solare e centrifugo (il sigillo di Buga, che irradia la terra verso il cielo). 

Non si tratta di una coincidenza accidentale, ma di una manifestazione di quegli universali archetipici della psiche umana che, nella loro lingua simbolica, traducono l’esperienza dei cicli astrali in tracce permanenti nella roccia e nel metallo, offrendo all’iniziato la mappa per ritrovare l’unità perduta tra l’Uno e il Molteplice, tra la notte della luna e il fulgore del sole.

Procediamo lungo un tracciato che non cerca la coincidenza fortuita, bensì la risonanza architettonica tra due luoghi che la geografia fisica separa ma che l’immaginario simbolico potrebbe unire. Il petroglifo di Baunei si trova in Sardegna, sul versante orientale del Supramonte, in una zona di calcare carsico che domina il Golfo di Orosei. 

Le sue coordinate approssimative si attestano attorno a 40°02’ di latitudine nord e 9°40’ di longitudine est. 

Il manufatto di Buga, invece, è stato rinvenuto in Colombia, nel dipartimento di Valle del Cauca, presso le coordinate 3°54’ di latitudine nord e 76°18’ di longitudine ovest. 

Due emisferi, due storie, due sistemi di coordinate che non incrociano mai un meridiano comune.


Eppure, se si abbandona la geografia terrestre e ci si abbandona alla speculazione archetipica e numerologica, emergono corrispondenze che sfidano l’apparenza. 

La prima, banale ma non trascurabile, riguarda la longitudine di Buga: 76°18’ ovest. Un osservatore che conosce il sistema delle misure temporali e astronomiche noterà che 76 è un multiplo di 4 e 19, e che 76°18’ è prossimo a 76,3 gradi. 

Ora, la longitudine di Baunei è 9°40’ est. 

La somma tra 9,66 (approssimazione decimale) e 76,3 dà 85,96, cifra che richiama impercettibilmente l’inclinazione dell’asse terrestre rispetto al piano orbitale (23,4°) moltiplicata per il numero 3,67, senza che questo emerga come una vera costante. La differenza oraria tra i due punti è di esattamente 5 ore e 40 minuti, e 5 è il numero della quinta essenza, 40 quello delle settimane di gestazione, ma anche delle notti del diluvio. 

Ancora, la latitudine di Baunei (40°02’ N) è quasi identica al complemento della latitudine di Buga: 90° – 3,9° = 86,1°, cifra lontana dal 40. 

Non c’è specularità matematica diretta.

La corrispondenza più sorprendente, se si vuole seguire il filo di un significato simbolico e non statistico, emerge quando si convertono le coordinate in gradi decimali. 

Baunei: 40,0333 N, 9,6667 E. 

Buga: 3,9 N, 76,3 O. 

Sommando le latitudini (40,0333 + 3,9) si ottiene 43,9333. 

Sottraendo la longitudine est di Baunei alla longitudine ovest di Buga (76,3 – 9,6667) si ha 66,6333. 

La somma di 43,9333 e 66,6333 è 110,5666. 

Questo valore non corrisponde a numeri sacri canonici, ma è interessante notare che 110 è la metà esatta di 220, e 220 appare in antiche tradizioni come il numero dei giorni del ciclo rituale maya (tzolkin), sebbene non sia applicabile qui. 

Più sottile è la relazione tra le latitudini: 

la latitudine di Baunei (40°) è esattamente la somma della latitudine di Buga (3,9°) e del numero 36,1, e 36 è il quadrato di 6, nonché il numero dei decani nella tradizione egizia e dei gradi di ogni segno zodiacale.

Se si leggono queste coordinate come espressioni di un grid geometrico planetario, si nota che il petroglifo sardo cade pressoché sulla linea del 40° parallelo, che in molti testi antichi e nelle tradizioni ermetiche è associato al limite del mondo conosciuto e a una fascia di potente energia tellurica. 

Buga, invece, giace quasi sull’equatore (3°9’ N), a meno di 400 chilometri dalla linea dell’equatore termico. 

Questa prossimità all’equatore la lega ai cicli solari più puri e al punto in cui il sole culmina allo zenith due volte all’anno. 

Baunei, invece, è una terra di luna e di mare, dove l’astro notturno domina i riflessi sul calcare, come ho scritto nel mio post di 3 anni fa 

Se poi si considerano le distanze angolari tra i due punti sulla sfera terrestre, il calcolo della rotta ortodromica dà circa 8.200 chilometri. 

Per una mente cabalistica che ama i numeri primi, 8.200 è 82 × 100, dove 82 è il doppio di 41, e 41 è il numero attribuito alla lettera ebraica Mem (acqua, profondità, caos). 

A questo punto, la risposta più onesta è che non esiste una corrispondenza geometrico-numerica precisa e misurabile tra le coordinate di Baunei e quelle di Buga. 

La loro relazione non è matematica ma archetipica: entrambe sono poste a latitudini che, in antichi sistemi simbolici, erano considerate “porte”. 

Baunei al confine tra il Mediterraneo e l’Atlantico, Buga al confine tra la regione andina e il bacino amazzonico. 

L’una incarna la luce riflessa dal labirinto del tempo lunare, l’altra il sole radiale della metallurgia sacra. 

La corrispondenza profonda non è nelle coordinate, ma nella funzione simbolica, perché entrambi i luoghi hanno prodotto un’immagine che cattura il moto astro-geometrico, e le loro posizioni sul globo segnano due estremi della stessa percezione umana del cielo, l’una a nord dell’equatore, l’altra quasi sul suo stesso ventre. 

Non si sommano, si contemplano.

Si integrano. 

La lettera Bet (ב) , in comune a Baunei e Buga, che in ebraico corrisponde alla lettera B, è la seconda lettera dell’alfabeto e la prima della Torah (Beresheet, "In principio"). 

In ambito cabalistico, essa rappresenta l’inizio della manifestazione, la casa (da bayit) e il ricettacolo della creazione. Bet è la lettera della dualità (perché due è il numero della separazione e della relazione) e della benedizione (berakhah).

Che sia Baunei che Buga inizino con la B non è, per la Cabala, un caso, ma un indizio di appartenenza a un medesimo archetipo formale. 

Entrambi i luoghi, sebbene distanti, nascono come case o recinti sacri (Bet come casa di Dio) che accolgono una rivelazione incisa nella pietra o nel metallo. Bet è anche la lettera che simboleggia il livello più basso della creazione (il Malkuth), la materia prima che accoglie l’influenza divina. Baunei e Buga, come toponimi che iniziano con Bet, dichiarano la loro natura di capitelli della materia, di punti della terra dove lo spirito si è posato per lasciare un’impronta.

A livello numerico, Bet vale 2. 

Due è il numero della diade: passivo/attivo, cielo/terra, Sole/Luna. In questo caso, i due petroglifi sono esattamente due modi di esprimere la stessa diade: Baunei (il labirinto lunare-ctonio) e Buga (il sigillo solare-radiale). Iniziare con la stessa lettera significa che essi sono due manifestazioni di una medesima radice, due volti della stessa lettera che si guardano da latitudini opposte. 

Bet è anche la lettera che, nella Merkavah (il Carro di Ezechiele), apre i cancelli della visione. 

Così, Baunei e Buga aprono due cancelli opposti, la grotta e l’oro, ma entrambi sono betim, case che custodiscono la Parola non scritta, incisa nella roccia e nel metallo.

La B non indica una coincidenza casuale, ma una appartenenza archetipica alla dimensione della costruzione, dell’origine e della duplicità creativa. 

Due luoghi, due simboli, una sola lettera, il principio del beyt che contiene ogni cosa.


Tiziana Fenu

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venerdì, maggio 29, 2026

💛 Labirinti Romanzesu /Benetutti (analisi ghematrica)

 Ho citato lo straordinario sito di Romanzesu alcune volte, nei miei scritti, in relazione soprattutto alla simbologia del labirinto, di cui ho approfondito anche nel mio ultimo libro "Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna" (https://maldalchimia.blogspot.com/2026/05/labirinto-libro-le-dee-silenziose.html?m=0) ma oggi, questa ulteriore analisi e approfondimenti, lo fa emergere come un textus sacro Litico, un disegno iniziato scolpito nel paesaggio della Sardegna, decifrabile attraverso la lente ermeneutica della Qabbalah.

Un approccio che va a sondare la dimensione archetipica della Qabbalah, codificata secoli dopo la costruzione di Romanzesu che risale al XIV-VII sec. a.C.

Codificata, ma già estremamente intessuta nella materia, perché ci sono corrispondenze tra l’architettura sacra arcaica e una dimensione universale, fatta di numeri, direzioni e cicli celesti, incisa nella pietra.

L’indagine non può che partire dal nome del sito, la cui etimologia popolare lo riconduce al sardo “Romanzu” o “Romanzesu”, spesso tradotto come “luogo incantato” o “dove si tengono i romanzi”. Tuttavia, in chiave cabalistica, scomponiamo il nome nelle sue possibili radici sonore.


La sillaba “Ro” evoca la Resh (ר), la ventesima lettera dell’alfabeto ebraico, il cui valore numerico è 200. 

La Resh simboleggia la Rosh, la “testa”, l’inizio, ma anche il male e l’impurità che devono essere redenti. 

Essa è associato al Sole, alla sua potenza implacabile (la Gevurah del sole di mezzogiorno). 

“Man” ci riporta al Man Hu (מה-הוא), il “Manna” celeste, il nutrimento spirituale, ma anche Mahanaim (מחניים), il doppio campo degli angeli. 

Ma anche "Mannus", che in sardo significa "Gli Antenati", gli Anziani saggi della comunità. 

“Zu” è quasi un Zoh aramaico (דא), “questo”, indicando un’atto di rivelazione diretta. 

“Su” risuona come Sūf (סוף), “fine”, o la Sefirah. 

“Romanzesu” potrebbe allora essere interpretato come: 

“Il capo (Ro) del Manna / Mannus(Man) che rivela la fine (Zu-Su) dei cieli”, un luogo di transizione tra il mondo divino e quello infero.

La conferma arriva dalla geografia sacra. 

Il complesso sorge a 750 metri s.l.m., alle sorgenti del fiume Tirso. Nella tradizione qabbalistica, l’acqua non è un elemento inerte, ma il simbolo primario della Binah, la terza Sefirah, l’Intelligenza che, come la madre, dà forma alla vita. Il Tirso nasce qui, come il fiume che esce dall’Eden (Genesi 2:10) per irrigare il Giardino. 

Il Tirso ha una simbologia alchemica importantissima, ne avevo già parlato ( https://maldalchimia.blogspot.com/2024/04/la-131-e-il-fiume-tirso.html?m=0) 

La cabala identifica questo fiume primordiale con la Shekhinah, la Presenza divina immanente che fluisce nel mondo, il Femminino. 

Possedere la sorgente significa possedere il punto alchemico più alto dell’energia spirituale del territorio. 

Romanzesu non è un villaggio qualsiasi

È un tempio-sorgente, una “bocca” tellurica dove la terra rilascia il suo fluido vitale, analogo alla Malkhut che riceve il flusso dai piani superiori per riversarlo nel mondo.

Il sito si estende per circa 7 ettari, ma solo un decimo è stato portato alla luce. 

Ciò che vediamo è un frammento di una ruota più grande. L’architettura dominante è il pozzo sacro, un thòlos perfetto .


Il Pozzo Sacro di questo sito rappresenta Malkhut e il Ponte dell’Abisso

La camera circolare ha un diametro di 3,40 metri e un’altezza di 3,60 metri . 

Le dimensioni approssimano un rapporto quasi perfetto con il pi greco, suggerendo una conoscenza della quadratura del cerchio.

Certo che lo conoscevano, l'hanno espresso anche nella scacchiera di Pubusattile, nella Domu de Jana di Villanova Monteleone, ne ho parlato io per prima( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/la-scacchiera-di-pubusattile-e-la.html?m=0) e ne ho parlato anche nel primo dei miei libri della collana "JanaSophia", dedicati alla nostra Arcaica Civiltà Sarda, "Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna". 

Nella cabala, il cerchio è Keter, la Corona, il punto di contrazione divina. 

La discesa nella camera ipogea è la discesa nei Qlipoth, le “scaglie” di guscio del mondo del Caos (Tohu) che precedono la Creazione. L’acqua che sgorga dalle fessure della roccia è il Shefa, l’effluenza divina che scaturisce dalle Sefirot. Il fedele che scendeva gli scalini toccava il punto più basso, il centro della terra, identificato con Malkhut (il Regno). 

Ma Malkhut è anche la Shekhinah, il Femminino che si esprime nella Forma, in esilio. 

Risalendo, dopo l’abluzione rituale nella vasca (dei diametri di 14 metri, multiplo di 7, il numero della completezza spirituale) , l’anima compiva un’ascesa, un Teshuvah (ritorno) verso la luce.


I Templi a Mégaron si manifestano invece come le Colonne di Hhokhmah e Binah. 

Sono stati identificati quattro templi a mégaron  in questo sito. La cabala descrive l’Albero della Vita attraverso tre pilastri. 

A Destra la Misericordia, a Sinistra la Severità, al Centro l'Equilibrio.


Il “Primo Mégaron”, orientato a Est, con dimensioni di 12,15m x 5,40m , e i suoi successivi rimaneggiamenti (facciata curvilinea) , rappresentano la polarità. 

L’ingresso a Est (verso il Sole nascente, Chesed) e la cella più interna, buia (la Binah). 

Il tempio è quindi un Sefirotico in miniatura. 

Chi entra, attraversa la colonna di destra (Cielo, maschile) per unirsi con la colonna di sinistra (Terra, femminile, utero della cella). 

La trasformazione in Heroon (tempio degli eroi) nel periodo successivo, con l’interramento di armi e l’accumulo di ambra, suggerisce un cambiamento rituale. 

L’ambra, fossile resina solare, elettrica per natura (elettron = ambra in greco), è Tiferet, la bellezza del sole che cattura la luce e la imprigiona nel tempo. Diventa un oggetto di culto per una casta sacerdotale, che conserva i Tikkunim (le correzioni) dello spirito dei defunti.


Per quanto riguarda la correlazione tra l’Anfiteatro e il Labirinto, si manifestano due Sephiroth dell'Albero della Vita, in particolare. 

Il Giudizio (Gevurah) e la Via (Yesod)

La grande struttura ellittica (18,40m x 16,70m) con il suo percorso concentrico quasi labirintico che conduce a una stanza centrale è il cuore iniziatico del sito . 

Il labirinto, in molte tradizioni iniziatiche, è il simbolo della discesa nell’inconscio, il percorso tortuoso di Gevurah (il rigore, l’auto-analisi, il giudizio di sé). Camminare nel labirinto significa annullare l’ego. 

Il fatto che al centro si trovasse una base che reggeva un modellino di nuraghe (frammenti di argilla)  è di una potenza qabbalistica sconvolgente. 

Il nuraghe è la torre, il simbolo di Hod (la maestà, la gloria intellettuale) o forse di Netzach (la vittoria eterna). 

Ma il modello ridotto indica "il sopra"  che riflette il "sotto*

Chi completava il labirinto non trovava un idolo, ma la Mappa (il nuraghe in miniatura) della struttura cosmica che sta sopra e sotto il mondo. 

È la “Torre del Pastore” (chiamata in ambito cabalistico, Migdal Eder), il punto di contatto tra il mondo divino e quello umano, un microcosmo di pietra.

Il migliaio di ciottoli di quarzo ritrovati, in cui il quarzo è la pietra della luce, trasparente e dura, simbolo di Yesod (il Fondamento), rappresentano il canale energetico che collega i mondi.


L’analisi cabalistica delle coordinate (40° 32’ N, 9° 24’ E ca.) e l’orientamento degli ingressi rivelano una cosmologia operativa.


Partiamo dall’Orientamento Solare. L’ingresso del Primo Mégaron guarda a Est, il punto dell’equinozio di primavera, la rinascita . 

Questo è l’inizio del ciclo liturgico solare. 

Ma il pozzo, di per sé, è rivolto a Sud? Secondo descrizioni, i betili (pietre sacre) sono a N e S della struttura. 

Le due pietre sono Jakin e Boaz, le due colonne del Tempio di Salomone. 

Quella a Nord riceve le acque spirituali (la Gevurah), quelle a Sud le elargisce (la Chesed). 

Il passaggio coperto e gradonato che collega il pozzo alla grande vasca è un alveo sacro, che allinea il flusso dell’acqua (Binah/Malkhut) con il flusso del sole (Tiferet).


Durante il solstizio d’estate, il sole allo zenit illumina direttamente la vasca, suggellando un “matrimonio” tra l’oro del sole e l’argento dell’acqua.


Come sappiamo la Sardegna arcaica era profondamente legata ai cicli lunari. 

La luna è Yesod, il fondamento che influenza le maree e i flussi. 

La vasca circolare di 14 metri di diametro è un grande specchio d’acqua che, probabilmente, veniva usato per osservare il riflesso del cielo notturno.

Un mare di bronzo ante litteram.


Ma la correlazione astrale più profonda è con le Pleiadi (Kimah in ebraico, כימה). 

Nella cabala, le Pleiadi sono legate al giudizio divino e all’alternanza dei cicli. 

Romanzesu sorge a 750 metri, su un altopiano granitico, lontano da inquinamento luminoso. L’orientamento del labirinto ellittico e la posizione del pozzo potrebbero essere allineati con il sorgere eliaco delle Pleiadi a metà maggio (inizio della stagione secca, cruciale per le sorgenti) o con il loro tramonto cosmico a novembre (inizio della stagione delle piogge). Il numero delle capanne (centinaia), dei betili, e il ritrovamento di 131 perle d’ambra in un contesto cerimoniale  (131 = 1+3+1=5, che è il numero della Gevurah), ci parla di un clero che scandiva il tempo liturgico su base stellare, chiedendo alle stelle di “aprire” o “chiudere” i nethivim (sentieri) di flusso dell’acqua.


Romanzesu non è un semplice villaggio, ma una macchina teurgica. 

La sua struttura è una perfetta incarnazione del concetto qabbalistico di Merkavah (il Carro della visione di Ezechiele). 

Un sistema di anelli concentrici (le ruote del carro) che, messi in moto dal movimento del fedele (dall’ingresso, al pozzo, al labirinto, al mégaron), generava un campo di coscienza atto a connettere la comunità con le Sefirot.


Il nome “Romanzesu” cela perfettamente la sua funzione. L’incantesimo (romanzu) non è una magia volgare, ma l’azione di concatenare i nomi divini. 

Le coordinate terrene (la sorgente del fiume) e le coordinate astrali (le Pleiadi, il sole equinoziale) sono i Tzitzit, le frange del mantello cosmico che il sacerdote nuragico, che potremmo definire un vero e proprio Maestro/Sciamano della pietra, annodava attraverso il rito.


In questa ottica, la Sardegna arcaica  non è una periferia della civiltà, ma uno dei serbatoi archetipici del Mediterraneo. Romanzesu è la prova che, millenni prima della Qabbalah di Cordoba o di Safed, lo stesso impulso dell’anima umana, quello di costruire una scala per il cielo fatta di numeri, direzioni e acque, aveva già trovato una voce potente e raffinata nel granito della Barbagia.


Il labirinto architettonico tridimensionale di Romanzesu (un percorso fisico da compiere) e il labirinto inciso bidimensionale di Benetutti (una mappa simbolica da contemplare), sono in stretta correlazione 

Non si tratta di due fenomeni isolati, ma di due volti di uno stesso archetipo, declinati secondo funzioni rituali complementari.

Prima di confrontare le strutture, è necessario chiarire il significato cabalistico profondo del labirinto. Esso non è un percorso da risolvere, ma uno stato dell’anima. Nella tradizione mistica ebraica, il cammino dell’iniziato verso la Shekhinah (la Presenza immanente) non è lineare, ma a spirale. 

Il labirinto rappresenta visivamente il mondo di Tohu (il Caos), lo stato di frammentazione originario che ha preceduto la Creazione. 

Entrare nel labirinto significa accettare di perdersi, di annullare l’ego razionale per affidarsi al movimento dettato da una legge superiore. 

Uscire dal labirinto è l’atto del Teshuvah, il “ritorno” a Dio, che in ebraico significa contemporaneamente “risposta” e “pentimento”.


Ho già avuto modo di analizzare L'architettura e  l'incisione rupestre del labirinto( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/simbologia-equinoziale-del-labirinto.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2025/05/benettutti-bene-tuth.html?m=0), ma approfondendo ulteriormente, su questo sito in particolare, anche solo il nome della località, Bitti è estremamente simbolico. 

Bitti e Benetutti, condividono la stessa iniziale, la B, che rivela la terza polarità del sistema, quella che tiene insieme le altre due.


Il toponimo Bitti è di origine incerta, ma le ipotesi più accreditate lo riconducono al latino bitis o bittis. 

Ma l’approccio alchemico-cabalistico ignora l’etimologia filologica per ascoltare ciò che il nome suona nel suo nucleo consonantico: B-T-T.


La B iniziale (Beth, ב in ebraico) è la seconda lettera dell’alfabeto, il cui valore numerico è 2. 

Beth significa “casa” ed è associata all’archetipo della ricezione, dello spazio sacro che accoglie. 

È la prima lettera della Torah ( Bereshit, “In principio”), e nella Qabbalah rappresenta la benedizione (berakhah) che discende dall’alto per abitare nel basso. 

Beth è la casa cosmica, il tempio, l’utero.


La doppia TT (Tav, ת, due volte) è ancora più potente. 

Tav è l’ultima lettera, valore 400, simbolo del sigillo, della croce, del segno di completamento. 

Il Sigillo dei Giudici Divini, lo conosciamo, presente nel simbolo della Tribù dei Dan. 

Due Tav significano il sigillo del sigillo, il completamento del completamento, il doppio vincolo che chiude un cerchio e contemporaneamente lo apre a un livello superiore.


Bitti = Beth + Tav + Tav = 

“La Casa del Doppio Sigillo”. 

E in alchimia, il doppio sigillo è la "coincidentia oppositorum", il maschile e il femminile, il fisso e il volatile, lo zolfo e il mercurio, che si sigillano insieme nell’opus alchemico per generare la Pietra Filosofale.


Ma c’è di più. 

“Bitti” risuona con Betilo (dal semitico beth-‘el, “casa di Dio”), la pietra sacra che gli arcaici sardi veneravano. 

I betili sono le pietre levigate, a forma di cono o di uovo, che rappresentavano la divinità in forma aniconica. 

Romanzesu è ricco di betili, ne sono stati rinvenuti diversi, allineati lungo assi rituali.


In alchimia, la Pietra Filosofale, il Lapis Philosophorum, è spesso chiamata “la pietra che non è una pietra”. 

È un corpo solido, ma contiene in sé lo spirito volatile. 

Il betilo è la pietra viva, l’analogo terrestre della Pietra angolare (Eben Shetiyah) che nel Tempio di Gerusalemme chiudeva l’abisso delle acque primordiali. 

Il nome Bitti, attraverso la simbologia del Betilo, che porta la sua impronta energetica e fonetica, svela che l’intero territorio è una casa di Dio fatta di pietra, dove ogni menhir, ogni nuraghe, ogni betilo è un punto di contatto tra il cielo e la terra.

E nell’analisi alchemica che abbiamo condotto, Romanzesu è il luogo dove l’acqua (Binah, il Femminino, il Tirso) e il fuoco (Tiferet, il Maschino, il sole equinoziale) si incontrano nella vasca circolare di 14 metri (il doppio del 7, il numero della completezza). 

È il numero del quattordicesimo Archetipo Ebraico, la Nun, presentissima nella nostra Arcaica Civiltà Sarda, come archetipo Madre e come configurazione della Vesica Piscis, la sinergia degli Opposti, riflesso della spiritualità sarda, esemplificata nel nostro simbolo più importante, le navicelle Shardana.. 

Il 7/14 é un modulo lunare. 

Il nome Bitti funge da incubatore alchemico di questo matrimonio. 

È la casa (Beth) che sigilla (Tav+Tav) l’unione.


Bitti si manifesta anche come “il Luogo del Serpente a Doppia Testa”

Una terza interpretazione, più audace ma coerente con la simbologia serpentina del simbolo della tribù dei Dan, risiede nel fatto che nelle  lingue indeuropee, la radice bit- o pit- è associata al serpente (cfr. il greco pithon – pitone, il serpente sacro di Delfi. 

Il lituano pìtė, “serpente”. 

Il latino bestia, ma con alterazioni fonetiche). 

E nel protosardo, sono state ipotizzate radici "bit-" legate a cavità, anfratti, luoghi dove il serpente dimora.


Ora, Romanzesu sorge in una valle incassata, alle sorgenti del Tirso. La forma della valle, da lontano, è quella di un solco serpentino, un alveo dissecato, un letto di un torrente, che si snoda tra i graniti. Il labirinto ellittico, lo abbiamo detto, è un percorso a spirale, ha la forma del serpente che si morde la coda (l’Ouroboros).

 I 7 percorsi del labirinto sono le 7 spire del serpente. 

E il nome Bitti potrebbe allora significare il Luogo del Serpente (della conoscenza, della kundalini, del filo di Arianna).


Un serpente a doppia testa, perché la  doppia T di Bitti suggerisce un serpente bicefalo. 

Una testa che guarda a Est (Romanzesu, l’iniziazione solare dei vivi) e quello che guarda a Sud-Ovest (Benetutti, l’iniziazione lunare dei morti). 

Bitti è il territorio che contiene entrambi i labirinti, o meglio, è il corpo del serpente, mentre i due labirinti sono le due teste. 

Non è un caso che la distanza tra Romanzesu e Benetutti sia di circa 30–35 km in linea d'aria, che corrisponde al tratto di un spira completa del serpente cosmico che attraversa la Sardegna da nord-est (Bitti) a sud-ovest (Benetutti).


Vediamo la ghematria del nome Bitti 


B (Beth) = 2

I (Yod, la vocale più vicina è Yod, che vale 10). 

Ma attenzione, la I in “Bitti” è una vocale, e nella Qabbalah le vocali non hanno valore, contano solo le consonanti. 

Quindi il nucleo è B-T-T = 2 + 400 + 400 = 802.


802 in riduzione teosofica: 8+0+2 = 10, e 1+0 =  diventa 1 

L’Unità primordiale, Keter, la Corona. 

Ma 802 è anche la somma di 400 (Tav) + 400 (Tav) + 2 (Beth)

È il completamento doppio che torna all’inizio. 

È il ciclo alchemico perfetto, "Solve et Coagula", "sciogli e coagula", due volte.

 8,02 metri è quasi esattamente la larghezza della stanza centrale del labirinto, forse, ma  non abbiamo dati certi, ma è suggestivo. 

Forse l’802 è nascosto come misura sacra nelle profondità della terra o nella distanza tra i betili allineati.

Il nome Bitti, in ghematria, per certo, riconduce all’Unità che si fa doppia e poi ritorna unità, l’esatto percorso iniziatico del labirinto.


Bitti si manifesta come la Terra del Mezzo (il Pilastro Centrale dell’Albero della Vita) 

Il Pilastro di Destra (Misericordia, solare, maschile) = Romanzesu (labirinto fisico, iniziazione dei vivi).

Il Pilastro di Sinistra (Severità, lunare, femminile) = Benetutti (labirinto inciso, iniziazione dei morti).

Il Pilastro Centrale (Equilibrio, la via di mezzo) = Bitti.


Bitti non è un labirinto, non è un pozzo, non è una tomba. 

Bitti è il territorio che contiene e bilancia le due polarità. 

È la Sefirah di Tiferet (la Bellezza, l’armonia) che si trova esattamente al centro dell’Albero della Vita, sopra Yesod (il fondamento) e sotto Da’at (la conoscenza). 

È la terra di mezzo tra il cielo e l’infero, tra la sorgente (Romanzesu) e l’estuario (Benetutti? Il Tirso sfocia nel Golfo di Oristano, dove ci sono i Giganti di Mont’e Prama).


In alchimia, Bitti è il crogiolo, il vaso alchemico  di terracotta dove lo zolfo (Romanzesu, il sole maschile) e il mercurio (Benetutti, la luna femminile) si incontrano per generare il Rebis, l’androginio divino, l’oro filosofale. 

Il nome stesso, Bitti, con la sua Beth iniziale (casa, ricettacolo) e la sua doppia Tav (sigillo), descrive perfettamente questa funzione. 

È la casa sigillata dove avviene l'unione degli Opposti 


La prova archeologica è il fatto che a Romanzesu, all’interno del labirinto, ci fosse un modellino di nuraghe in argilla. 

Il nuraghe è la torre, il fallo solare, ma anche il grembo (le tholos sono uteri). 

Quel modellino era forse una riproduzione di un nuraghe situato proprio a Bitti o nelle vicinanze, un nuraghe che oggi non esiste più o non è stato scavato. 

In altre parole, il centro del labirinto di Romanzesu conteneva una mappa del territorio di Bitti. L’iniziato, giunto al centro, guardava un modellino che rappresentava la terra da cui era venuto e a cui sarebbe tornato. 

Un perfetto Ouroboros geografico.

Bitti non è un nome. 

È un sigillo. 

È la doppia porta che si apre solo quando si è camminato abbastanza. 

È il silenzio tra le due parole, Romanzesu e Benetutti, che tiene insieme la frase. 

È la terra che non è labirinto, ma che fa da labirinto all’anima. 

È, in fondo, la Sardegna stessa. 

È una casa (Beth) che ha imparato a sigillare (Tav) la morte e la vita (Tav ancora) nella stessa pietra.


Il complesso di Romanzesu, come descritto nei documenti archeologici, presenta un labirinto architettonico tridimensionale (XIII-IX sec. a.C.). Si tratta di una struttura fisica, un percorso di muri concentrici in granito che conducono, attraverso un corridoio ad anello, a un vano centrale rotondo. Al centro di questo spazio, un basamento in pietra che reggeva un oggetto di culto (forse un modellino di nuraghe) e, attorno, ciottoli di quarzo rossiccio.


Le Mura Concentriche rappresentano i Qlipoth, i “gusci” rotti del mondo di Tohu. 

L’iniziato che vi entra compie un’azione fisica di Tikkun (riparazione cosmica). 

Camminare lungo i muri significa frantumare i gusci del proprio inconscio.


Il Vano Centrale rappresenta  il Kodesh ha-Kodashim, il Santo dei Santi, analogo alla camera del pozzo sacro, la parte più interna è sacra del luogo sacro. 

La forma circolare rimanda a Keter, la Corona, il punto di contatto diretto con l’Infinito (Ein Sof). 

Il fatto che la stanza fosse coperta, al buio, è essenziale. 

L’iniziato, dopo aver completato il cammino, si trova nel buio assoluto della Binah (l’intelletto superiore, l’utero cosmico).


Il Quarzo Rosso e l’Oggetto Centrale hanno una fortissima simbologia. 

Il quarzo, pietra piezoelettrica, è il simbolo di Yesod (il Fondamento), il canale energetico. 

Il colore rosso (il ferro, il sangue, l’argilla cotta) evoca Gevurah, il rigore, il giudizio, la forza vitale che scorre. 

L’oggetto centrale (il “modellino”) è la mappa dell’universo in miniatura, il Mikrokosmos che riflette il Makrokosmos. 

L’iniziato, al culmine del percorso, non vede un idolo, ma la Struttura del Mondo: “Come in alto, così in basso”.


A Benetutti, nel territorio di Luzzanas, ci troviamo di fronte a una tipologia completamente diversa

È un labirinto inciso (graffito) sulla parete di una Domu de Jana

La datazione è incerta, forse risalente all’età del Bronzo Medio-recente. 

Si tratta di un unicum in Sardegna, un unicum assoluto 

La Domu de Jana è un utero litico, il ventre della Grande Madre (la Binah, che è anche la Sefirah della Morte come passaggio alla rinascita). 

Il labirinto qui non è un percorso fisico per i vivi, ma una mappa iniziatica per il defunto. 

L’anima (Neshamah), dopo la morte del corpo (Guf), deve compiere un viaggio attraverso i mondi. 

Il labirinto è la carta stradale dell’Aldilà.

L’incisione, descritta come “a labirinto di tipo cretese” con cerchi concentrici, è un “unicursale” (un solo percorso che porta al centro e poi esce). 

Nella cabala, la spirale che entra è la discesa della luce divina nel mondo della manifestazione (Hishtalshelut). 

La spirale che esce è il ritorno dell’anima alla sua fonte. 

Il fatto che si trovi su un “portello” (un piccolo passaggio laterale nella tomba) è significativo. 

È come se fosse il Shi’ur Qomah, la “misura del corpo divino” incisa sulla pietra, un sigillo magico per proteggere il sonno del morto/iniziato e guidarlo.

Gli archeologi discutono se l’incisione sia coeva alla tomba (Neolitico) o aggiunta in seguito (Età del Ferro o Romana). 

Dal punto di vista cabalistico, ciò è irrilevante. 

Un archetipo non ha data. 

Che sia stato inciso dal costruttore della Domu o da un pellegrino secoli dopo, l’atto di inciderlo è un atto magico di "defixio" o di evocazione. Si  fissa sulla pietra un simbolo che lega il mondo dei vivi a quello dei morti. 

L’Orientamento e l’Asse Cosmico tra i due siti definisce la differenza Chiave. 


Qui la differenza diventa sostanziale e rivela la funzione complementare dei due siti.


Elemento Romanzesu (Bitti) Benetutti (Domus de Janas)

Il Percorso architettonico fisico di Romanzescu è in 3D 

Il Simbolo inciso di Benetutti è in 2D. 

Funzione Cabalistica di Romanzesu Teshuvah, il Ritorno del vivo a Dio

La funzione cabalistica di Benetutti Neshamah (Viaggio dell’anima del morto)


Sefirah dominante di Romanzescu è Yesod (Fondamento, canale vitale) e Tiferet (Bellezza solare)

La Sephiroth dominante per Benetutti Binah (Comprensione, Morte-Rinascita)


Ingresso/Orientamento. 

Per Romanzesu è Chiuso e Centripeto. 

L’ingresso al percorso è un punto specifico nel recinto ellittico. È un sistema chiuso, che si sviluppa verso l’interno (centripeto).

L’orientamento generale del complesso segue l’asse Est (tempio a megaron) e Sud (pozzo). Il labirinto è la “porta stretta” che inghiotte l’iniziato. 


L'ingresso/orientamento per il Labirinto di Benetutti è aperto e sulla Parete. 

L’ingresso non è fisico, ma visivo. L’occhio (il “terzo occhio”) è l’organo di ingresso. 

L’incisione è su una parete laterale, rivolta verso l’interno della cella funeraria. 

È la “finestra” attraverso cui l’anima esce. Il grado di libertà è totale: l’anima può entrarvi e uscirne idealmente.



Simbolo Qabbalistico

Per Romanzesu. 

Il Corpo dell’iniziato nel Labirinto. L’acqua (della vasca sacra) è la vita. Il quarzo è l’energia. 


Il simbolo Qabbalistico per Benettutti è il Testo (il Sigillo). 

La pietra (della tomba) è la materia inerte. L’incisione è la Torah she-be’al peh (la Legge Orale) incisa nella roccia.


I due labirinto rappresentano le Due Metà di uno Stesso Mistero


In chiave cabalistica, Romanzesu e Benetutti non sono in competizione, ma in relazione dialettica. 

Sono i due lati dell’Albero della Vita:


Romanzesu è il Pilastro di Destra (Misericordia, Chesed). 

È un luogo per i vivi, che entrano fisicamente in un percorso per trasformarsi. È attivo, solare, legato all’acqua sorgiva e al quarzo (pietra elettrica). Lo “stregone” (il sacerdote) guida l’iniziato attraverso i muri. Qui il labirinto è una macchina teurgica.


Benetutti è il Pilastro di Sinistra (Severità, Gevurah). 

È un luogo per i morti, un sigillo inciso nell’oscurità della tomba. 

È passivo, lunare, legato al silenzio e al sonno eterno. Non

 c’è un sacerdote che guida. 

C'è solo il simbolo inciso, una “trappola di luce” per fissare l’anima nel suo viaggio. 

Il labirinto qui è un amuleto cosmico.


Entrambi condividono lo stesso scopo. 

Gestire il passaggio. 

A Romanzesu, il passaggio dallo stato profano a quello iniziato (vita). 

A Benetutti, il passaggio dallo stato di vivente a quello di antenato (morte). 

Sono, in definitiva, le due porte dello stesso Tempio celeste, quella per chi entra (Romanzesu) e quella per chi esce (Benetutti). 

E il fatto che entrambe si trovino nella stessa regione della Sardegna, a poche decine di chilometri l’una dall’altra, suggerisce l’esistenza di una geografia sacra d’altri tempi, dove il paesaggio stesso era un grande Sefer Yetzirah, un “Libro della Formazione” inciso dal dito di Dio nella pietra.


E d'altronde la simbologia intrinseca del labirinto, come ho già avuto modo di scrivere e approfondire, è equinoziale, è la Matrice sarda tra cielo, utero e scrittura stellare, è un testo vivente. 

I  labirinti a 7 percorsi, identici in Galizia, a Creta, in Scandinavia e in Sardegna, non sono un fenomeno di diffusione cultuale lineare, ma la manifestazione di un archetipo universale che la tradizione sarda ha custodito in forma forse più antica e certamente più integra. 

La distinzione classica tra labirinti univiari (cretesi, a ritroso) e multiviari (rinascimentali, dello smarrimento) è utile ma secondaria. 

Ciò che conta è il numero 7: i sette giri di mura a Romanzesu, i sette percorsi incisi a Benetutti, i sette pianeti visibili, i sette chakra, i sette bracci della Menorah.

Abbiamo definito il Labirinto di Romanzescu, come una macchina teurgica centripeta, un percorso fisico che conduce l’iniziato, attraverso il labirinto ellittico (Gevurah/Yesod), al centro, il punto più sacro, dove l’oggetto di culto (il modellino di nuraghe) rifletteva l’intera struttura cosmica. Ma questo approfondimento, pur riconoscendo il ruolo dell’acqua (Binah) e della sorgente del Tirso (Shekhinah), finora non aveva ancora colto la dimensione più profonda. 

Il labirinto come utero, come trascrizione genetica, come passaggio obbligato attraverso il Femminino.

Lo si  fa partendo dal labirinto di Benetutti, che avevo interpretato come un sigillo funerario per l’anima (Neshamah) nella Domu de Jana. 

Ma bisogna rovesciarne la prospettiva. 

Non è solo un sigillo per i morti, ma la Matrice di tutti i labirinti, perché è l’unico che si trova lungo il braccio teso di Orione, lo “stargate della rinascita”. 

L’orientamento come chiave di lettura, ci illumina sull'orientamento Sud-Ovest e il parto del sole

L’analisi comparata degli orientamenti è il primo punto di saldatura tra i nostri due approcci.


A Romanzesu il labirinto architettonico si presenta come un percorso centripeto, un ingresso definito nel recinto ellittico.

Il complesso maggiore ha orientamenti prevalenti: Est (tempio a mégaron, alba equinoziale) e Sud (pozzo sacro, flusso tellurico).

Il labirinto fisico non ha una porta astronomica autonoma, ma è inscritto nell’asse Est-Sud: riceve la luce dell’alba e l’acqua della sorgente.


A Benetutti (Domus de Janas di Luzzanas), il Labirinto inciso ha  dimensioni 30×33,5 cm, nella parete sud-occidentale.

L'Orientamento è Sud-Ovest, cioè al tramonto del solstizio d’inverno, collegato al pozzo sacro Canopoli (Perfugas), che ha lo stesso orientamento.


Qui sta la prima grande rivelazione. Mentre Romanzesu è un luogo di iniziazione solare (equinozio di primavera, rinascita del ciclo annuale), Benetutti è un luogo di parto oscuro. 

Il sole che muore a sud-ovest nel solstizio d’inverno è il sole che entra nel ventre della terra per essere rigenerato. 

Il labirinto inciso non guarda l’alba (la vita che nasce), ma il crepuscolo (la morte che è preludio alla rinascita). 

È la Domu de Jana come utero litico, e il labirinto come carta ostetrica incisa sulla parete del grembo.

In termini cabalistici, Romanzesu è il Tiferet (sole, bellezza, equilibrio tra i pilastri), mentre Benetutti è la Binah (comprensione oscura, l’utero divino, la madre che dà forma alla materia). 

Due facce della stessa Sephiroth , che si specchiano: l’una sopra terra, l’una sotto terra.


Sono sempre stata convinta, e l'ho sempre scritto, che i 7 percorsi del labirinto rappresentino astronomicamente il periodo equinoziale primaverile, durante il quale i 7 pianeti risultano allineati

( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/02/lo-stargate-di-orione-attraverso-sa.html?m=0) 

La Menorah ebraica, sette bracci, sei laterali più uno centrale, non è un semplice candelabro: rappresenta i sette pianeti tradizionali (Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno) e, per estensione, i sette giorni della Creazione, i sette cieli, le sette Sefirot inferiori (da Chesed a Malkhut). 

Il labirinto a 7 percorsi è la Menorah orizzontale, stesa sulla pietra o scavata nel terreno, dove il cammino dell’iniziato è il movimento dei pianeti nella volta celeste.

Ma sono andata oltre. 

Non si tratta di un’analogia statica. L’allineamento dei 7 pianeti durante l’equinozio di primavera era considerato dalle antiche civiltà (egizia, sumera, nuragica) come l’apertura di uno stargate. Quando i sette luminari sono tutti visibili sopra l’orizzonte, la barriera tra i mondi si assottiglia. 

Il labirinto, allora, non è solo un simbolo, ma è un dispositivo operativo per attraversare quella soglia.

Il nostro labirinto di Benetutti, sulla parete sud-occidentale, riceve l’ultima luce del sole al tramonto del solstizio d’inverno, ma guarda verso il punto in cui, durante l’equinozio di primavera, i sette pianeti sorgono allineati. 

È un doppio movimento. 

Accoglie la morte del sole (solstizio d’inverno) per preparare la sua rinascita (equinozio di primavera). 

La Domu de Jana non è un luogo di fine, ma di gestazione, come ho sempre scritto. 


“Sovrapponendo la costellazione di Orione alla piantina della Sardegna, con le Iadi sull’Asinara, la cintura di Orione su Cabras/Oristano (il fulcro della nostra civiltà, baricentro dei Giganti di Mont’e Prama), il labirinto di Benetutti si trova sulla traiettoria del braccio teso di Orione.”

( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/02/lo-stargate-di-orione-attraverso-sa.html?m=0) 


Questa non è fantarcheologia. 

È Geografia Sacra. 

La posizione del labirinto lungo il “braccio teso” di Orione, il cacciatore che impugna l’arco o l’Ankh, a seconda delle rappresentazioni  significa una cosa precisa. 

Il labirinto è il punto di contatto tra la Via Lattea (il fiume celeste) e la via terrestre (il Tirso, che nasce a Romanzesu). 

Orione non è solo una costellazione. 

È Osiride, il dio che muore e risorge, il cui corpo smembrato viene riunito da Iside (il Femminino che ricompone). 

Il labirinto è il luogo della ricomposizione.

E io lego tutto questo a Aldebaran, l’occhio del Toro. 

Non a caso. 

Aldebaran è una stella fissa di prima grandezza, una delle quattro “guardiane del cielo” (con Regolo, Antares e Fomalhaut). 

Durante l’equinozio di primavera dell’era del Toro (ca. 4150–1850 a.C.), Aldebaran sorgeva all’orizzonte orientale proprio mentre i 7 pianeti si allineavano. 

Il labirinto inciso a Benetutti registra quella configurazione, la fissa nella pietra come un incisione runica ante litteram.

In termini cabalistici Aldebaran è la stella di Yesod (il fondamento), il punto di ancoraggio tra il mondo astrale e quello materiale. 

Il Toro (Shor in ebraico) è l’animale del sacrificio, ma anche della potenza generativa non domata. 

Il labirinto è il recinto sacro dove il Toro viene “domato”, non ucciso, attraverso la conoscenza. 

E chi lo doma? 

La Dea. Arianna. 

Arachne. 

La tessitrice del filo.

Identifico il filo di Arianna non come un semplice gomitolo, ma come una scrittura, una trascrizione genetica. 

La radice Ar- (Arianna, Arachne, Ar-jana) è la stessa di Ra (il sole egizio) rovesciata. 

Il ragno che tesse la tela è la stessa Dea che tesse il destino. 

E la tessitura è un atto linguistico. Ogni filo è una lettera, ogni incrocio è una parola. 

Il labirinto è un testo che l’iniziato deve percorrere con i piedi (a Romanzesu) o con gli occhi (a Benetutti), ma che in entrambi i casi legge con il proprio corpo.

E qui introduco la figura di Toth (Thot), il dio scriba, il babbuino, il cancelliere di Anubi, il signore della luna e della scrittura. 

Il nome Benetutti, lei lo decostruisco. 

Bene-tuth 

Bene-Teth/Teti 

Bene-Toth

Benetutti = “Figlio di Toth” (o “casa di Toth”). 

Il labirinto inciso nella Domu de Jana è un libro scritto dal dio della scrittura, destinato a essere letto dall’anima del defunto durante il suo viaggio nell’Aldilà. 

Ma è anche un libro di "biologia molecolare" 

Il labirinto a spirale è il DNA, le cui due eliche si attorcigliano come il caduceo di Hermes (che i greci identificarono con Toth). 

La spirale, altra simbologia importantissima in Sardegna ( https://maldalchimia.blogspot.com/2023/06/simbologia-delle-spirali.html?m=I, di cui ho parlato anche nei miei libri, archetipo presentissimo in Sardegna) 

I 7 percorsi rappresentano i passaggi obbligati della trascrizione. 

Dal DNA all’RNA, dall’RNA alla proteina, dal silenzio della tomba alla parola della rinascita.

Cito, anche nei miei libri, la Dea Seshat, “colei che tende la corda”, la scriba femminile che assiste il faraone nella fondazione dei templi durante l’equinozio di primavera. 

Seshat ha un copricapo a 7 punte. 

È una stella su uno stendardo, sotto corna rovesciate. 

È l’esatta rappresentazione celeste del labirinto. 

Le 7 punte sono i 7 pianeti, le corna rovesciate sono la falce di luna (Toth), lo stendardo è l’asse verticale che collega terra e cielo.

A Romanzesu, il “tendere la corda” avveniva forse lungo l’asse del labirinto ellittico, misurando il terreno sacro con il cubito reale (che ho collegato al simbolo esagonale dei Giganti di Mont’e Prama-https://maldalchimia.blogspot.com/2021/08/il-cubito-reale-sardo-simbolo-dei.html?m=0) di cui parlo anche nel mio libro "Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna" 

(https://maldalchimia.blogspot.com/2026/03/il-cubito-realescacchiera-libro.html?m=0) La geometria sacra nasce dall’equinozio, quando il sole forma un angolo di 60°, l’angolo che permette l’inscrivibilità nella Vesica Piscis, la madre di tutte le forme, l’utero geometrico per eccellenza.

Arriviamo al centro del labirinto, dove abita il Minotauro, o meglio, Asterion, “il raggiante”, colui che porta la stella (Aster) dentro di sé. Notare  che il nucleo sillabico STR è lo stesso di Tirso, l’acqua, il fiume, la ghiandola pineale. 

Il Minotauro non è un mostro da uccidere, ma una forza da integrare. 

È la potenza taurina che deve essere illuminata (non domata con la violenza, ma con la conoscenza).

Il mito di Teseo e Arianna, letto in chiave sarda e cabalistica, si rovescia. 

Non è Teseo l’eroe, ma Arianna, la Jana figlia del sole (Ar- Ra), che con il suo filo-serpente (il caduceo, la kundalini) guida l’iniziato attraverso i 7 percorsi (i 7 chakra) fino al centro, dove il Toro (la forza bruta) si trasforma in T-Aurus. 

Il Toro-Tau (croce degli iniziati), il Toro aureo, il corpo solare dell’uomo realizzato.

Questo passaggio è perfettamente cabalistico. 

La lettera Tau (ת), ultima dell’alfabeto ebraico, vale 400 e significa “segno”, “croce”, “sigillo”.

La croce è il fulcro geometrico e alchemico da cui si sviluppa il Labirinto. 

La Tau è la porta attraverso cui si esce dal labirinto ma solo dopo aver toccato il centro. 

E il centro, in Qabbalah, è il punto in cui i contrari coincidono. Maschio/femmina, vita/morte, sopra/sotto. 

Il Minotauro (metà uomo, metà toro) è questa coincidenza.


Portando la questione a un livello ancora più alto, si arriva al  concetto di Ofiotauro: il Toro e il Serpente insieme, rappresentati nei bronzetti sardi, nella simbologia arcaica sarda, a cui ho dedicato spazio soprattutto nel mio libro di Archeoastronomia, "Le Dee silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna", perché è un discorso collegato alla Costellazione dell'Ofiuco 

L’Ofiotauro non è un mostro, ma l’androginia divina. 

Il Serpente (il Femminino, la conoscenza, la ghiandola pineale) che avvolge il Toro (il Maschile, la forza solare). 

È la stessa immagine del caduceo di Hermes, o del serpente Nehushtan che Mosè innalzò nel deserto. 

E la costellazione dell’Ofiuco (il Serpentario) è proprio quella che, durante l’equinozio di primavera dell’era del Toro, si trovava allo zenit sopra il Mediterraneo.


Il labirinto è quindi il recinto rituale dove si celebra il matrimonio tra Toro e Serpente. 

Il famoso ballo della gru (o dei fenicotteri? ) che si svolgeva a Cnosso è "su ballu tundu sardo". 

È una danza a spirale che si avvolge e si riavvolge, tracciando con i passi il doppio movimento del DNA

Avvolgersi per proteggersi. Srotolarsi per trascriversi.


Romanzesu e Benetutti rappresentano un unico organismo iniziatico. 

Romanzesu (Bitti) è il labirinto del corpo vivente. 

È un percorso fisico, tridimensionale, fatto di muri di granito che l’iniziato deve attraversare con i piedi. 

È il Tempio di Gerusalemme in miniatura. 

È un sistema di recinti concentrici che conducono al luogo più sacro, la stanza centrale con il modellino di nuraghe (il microcosmo). 

Qui il 7 è architettura. 

I sette giri di mura (oggi non tutti conservati, ma intuibili dalla pianta ellittica), i sette passaggi, i sette gradini che forse scendevano al pozzo. 

Romanzesu è il Pilastro di Destra (Chesed, Misericordia), l’iniziazione solare, diurna, per i vivi.


Benetutti (Domus de Janas di Luzzanas) è il labirinto dell’anima morta. 

È un’incisione bidimensionale, silenziosa, incisa nella parete sud-occidentale di un luogo alchemico di passaggio per l'altra dimensione. 

Non si cammina su di esso, lo si legge con gli occhi dello spirito. 

È il sigillo che Toth ha inciso per guidare il defunto attraverso lo stargate di Orione, oltre il braccio teso, verso Aldebaran e la rinascita. 

Qui il 7 è scrittura. 

I sette percorsi sono le sette lettere del nome divino che apre le porte del cielo. 

Benetutti è il Pilastro di Sinistra (Gevurah, Severità), l’iniziazione lunare, notturna, per i morti.


Ma i due pilastri, in Qabbalah, non sono opposti, ma si sostengono a vicenda. 

Non si può entrare a Romanzesu senza aver prima “letto” Benetutti, e non si può morire a Benetutti senza aver prima “camminato” a Romanzesu. 

Sono le due facce della stessa Shekhinah. 

La Presenza del Femminino che abita la terra (Romanzesu, l’acqua sorgiva) e che abita il sottosuolo (Benetutti, la tomba utero).


Questa ulteriore analisi trasversale mi ha chiarito quanta affinità e correlazione ci sia sempre, come ho sempre constatato, tra i vari simbolismi della Sardegna. 

È sempre tutto collegato. 

C'è sempre una tessitura sottesa che lega  insieme archeologia, astronomia, genetica e mito. 

Il labirinto a 7 percorsi è l’impronta digitale di una civiltà che sapeva leggere il cielo come un libro e la terra come un corpo. 

E Benetutti, come ho sempre sostenuto, non è un labirinto tra tanti, ma è la Matrice, l’archetipo originario, perché si trova esattamente dove il braccio teso di Orione (Osiride, il resuscitato) indica la via per la stella che non tramonta mai, la consapevolezza che la morte è solo l’altra faccia della vita, e che entrambe si tengono per mano in una danza a spirale, come su ballu tundu intorno al fuoco di mezza estate.

E la Dea Seshat, con il suo copricapo a 7 punte, ancora una volta tende la corda( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/la-cerimonia-della-tiratura-della-fune.html?m=0) 

Non per misurare un tempio, ma per misurare l’anima. 

Perché il labirinto, in fondo, è questo. 

È lo strumento di misura del proprio sé più profondo. 

E la Sardegna, con i suoi nuraghi, i suoi pozzi, le sue domus, le sue incisioni, ne è il laboratorio più antico e più integro. 

Forse la terra di Shem, da cui tutto è cominciato.

T-aurus. 

Alfa e Omega. 

Il toro che diventa oro. 

Il serpente che si morde la coda. 

Il filo che si srotola. 

E alla fine, il centro, dove non c’è mostro, ma solo lo specchio.


Tiziana Fenu

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Labirinti Romanzesu/Benetutti









giovedì, maggio 28, 2026

💛 Angolo a 72°pentagono/pentacolo

 

Ho già avuto modo di parlare della simbologia sacra delle nostre Dee Madri Sarde, che manifestano proporzioni auree, 5 anni fa, marzo 2021 ( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/03/le-tre-dee-madri-cosmiche-sarde-della.html?m=0), con parametri aurei che si riflettono nelle geometrie astrali.
Discorso che poi ho approfondito nel mio ultimo libro "Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna".
Emerge, in questa Geometria Sacra del Femminino, il Pentagono /Pentacolo.

Ma approfondendo ulteriormente, nella dimensione del paradigma cabalistico, un ambito appena accennato nei miei precedenti lavori, a cui si deve dedicare assolutamente uno spazio di approfondimento adeguato, il pentagono non è una solamente una  figura geometrica, ma la manifestazione terrena di un archetipo celeste.
Corrisponde alla Sefirah di Yesod (Fondamento), il nono attributo divino, che funge da canale e condensatore di tutte le energie superiori verso Malkhut (il Regno, la manifestazione fisica).
Yesod è la lunare potenza generatrice, il serbatoio delle forme archetipiche, il Tzaddik (Giusto) che è fondamento del mondo.
La sua natura è profondamente fallica e, simultaneamente, ricettiva, in quanto riceve dai sei Sephiroth superiori e li trasmette alla Sposa.

Il pentagono, con i suoi 5 vertici e l’intreccio del pentacolo, esprime perfettamente la natura di Yesod:

·I 5 vertici rappresentano i 5 Partzufim (Volti o Configurazioni divine) e le 5 Sefirot finali (da Chesed a Malkhut) irradiate attraverso il filtro di Yesod.
Il rapporto aureo (φ) che struttura il pentagono non è un mero accidente matematico, ma la cifra della Shekhinah (Presenza divina immanente) in esilio, la quale, come la diagonale rispetto al lato, è sempre “un passo oltre” la manifestazione lineare, creando quella tensione sacra che genera vita.
La Shekhinah, che nel suo aspetto più terreno è rappresentata dalle Dee Madri Sarde, dimora proprio nel “grembo” geometrico del pentagono.
Nel Grembo di Venere, che, come ho sempre scritto, osservato dalla Terra nel suo moto sinodico, disegna una perfetta stella a 5 punte (un pentacolo) nel cielo ogni 8 anni, tornando esattamente allo stesso punto di partenza dopo 5 di questi cicli (40 anni, ma il nucleo è il rapporto 5:8, approssimazione del φ).
Nella tradizione cabalistica, Venere non è solo la stella del mattino e della sera, ma è associata all’arcangelo Haniel (la Grazia di Dio) e alla Sefirah di Netzach (Eternità/Vittoria).
Netzach è la sfera dell’istinto primordiale, della forza vitale inestinguibile, della musica e della poesia come vettori dell’estasi divina. Il suo colore è il verde smeraldo e il rosa, i suoi metalli il rame.
La Sua controparte femminile, la Matronit (la Regina, aspetto superiore della Shekhinah), viene talvolta identificata con la stella di Venere.
Quando Lei discende nella materia, la Sua energia si condensa in quel ciclo venusiano a pentacolo, che non è altro che la danza celeste della Zivug ha-Kodesh (l’Accoppiamento Sacro).
Il pentacolo è dunque il segno impresso dall’amore divino sulla volta celeste, il Yichud (Unione) di Tiferet (Bellezza, lo Sposo) e Malkhut (la Sposa) mediato da Yesod e reso manifesto da Netzach.
Nella cabala, l’accoppiata divina Tanit (Grande Madre, Dea della fecondità, della luna e della guerra giusta) e il Toro/Baal (Dio della tempesta, della fertilità virile, del cielo) rappresenta una perfetta corrispondenza delle Sefirot di Binah (Intelletto, Comprensione) e Chokhmah (Saggezza) in discesa. Chokhmah, il principio maschile attivo, è spesso simboleggiato dal Toro (il Shor ha-Bar – il bue selvaggio, animale della carrozza divina di Ezechiele), un archetipo di potenza generativa inarrestabile. Binah, il principio femminile ricettivo e strutturante, è l’Utero Divino, il Grande Mare, la Madre Superna da cui tutto emana.
Tanit è l’aspetto immanente di Binah.

Il quadrante Sud-Est è, nella tradizione iniziatica mediterranea e cabalistica (ripresa anche nella Massoneria), il quadrante dell’aria, del fuoco sottile, dell’intelletto attivo, del mezzogiorno spirituale.
È il quadrante della “quadrante della sinergia creatrice, monadica”. In termini ebraici, questo è il quadrante di Ruat ha-Kodesh (Lo Spirito Santo, inteso come soffio femminile divino) e di Elohim (il Nome divino della Genesi, al plurale, che implica la sinergia tra i principi).
Il Sud-Est è il punto di fuga in cui l’energia solare di Mezzogiorno (Sud, Tiferet, il cuore del cielo) incontra l’energia ascendente della terra (Est, Malkhut, l’aurora, la resurrezione).
È il quadrante dove la Monade (l’Uno indivisibile, l’Echad dello Shemà) si fa Dyade (Coppia creatrice) e subito Triade (Figlio), per poi esplodere nel 72, come sostengo da anni.
A questo quadrante sud-est, l'orientamento più diffuso in Sardegna, proprio perché di tratta di un orientamento che esprime, non solo la sinergia degli Opposti, ma anche la Geometria della Madre Tanit, con le sue misure auree presentissime in Sardegna, ho dedicato la parte iniziale, e la più vasta, del mio libro "Le Dee Silenziose"
Il numero 72, l'angolo a 72°, che è parte integrante del Pentscolo/Pentagono/Tanit, è parte integrante della Geometria Sacra presente in Sardegna. Lo troviamo ovunque..
Nell'ingresso dei nuraghi
Nell'ingresso dei pozzi sacri ( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/06/simbologia-angolo-72-nel-pozzo-scristina.html?m=0)
Nei timbri per il pane ( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/09/timbri-per-pane.html?m=0)
Nelle stesse pintadere ( https://maldalchimia.blogspot.com/2023/05/pintadera.html?m=0)
Nella simbologia dell'altare di Oschiri ( https://maldalchimia.blogspot.com/2022/04/altare-di-oschiri.html?m=0)
Proporzioni auree( https://maldalchimia.blogspot.com/2023/07/stele-di-caven-3.html?m=0)
Pentagono ed esagono.
Proporzioni auree( https://maldalchimia.blogspot.com/2024/03/foro-apicale-vesica-piscis-fonte-sacra.html?m=0)
La cabala lo eleva a chiave maestra:
i 72 Nomi di Dio (lo Shem ha-Mephorash) sono ricavati da tre versetti consecutivi dell’Esodo (cap. 14, versetti 19-21), ciascuno di 72 lettere.
Questi Nomi rappresentano 72 angeli, 72 intelligenze, 72 linguaggi che compongono il Tikkun (riparazione cosmica).
Il 72 è il numero del Tzadik inteso come collettività dei Giusti che sorreggono il mondo, ed è anche il numero delle tessere del mosaico del Tempio Celeste.
La Vesica Piscis che ho sempre descritto come “Madre di tutte le figure”, di cui le nostre navicelle Shardana sono il più straordinario esempio ( https://maldalchimia.blogspot.com/2022/07/navicella-e-vesica-piscis.html?m=0) è, in realtà, nella cabala, la rappresentazione geometrica di Kether (la Corona), il primo Sephirah, il Punto che si espande in cerchio.
L’intersezione dei due cerchi è la Reshimu (l’impressione residua, lo spazio lasciato dal Contratto divino per la creazione), ovvero la Tzimtzum (contrazione di Dio).
È in quello spazio, il “quadrato della creazione” che le Dee Madri Sarde, portano in grembo, che si trova la X come lettera Tau finale (il Sigillo, la Verità) e come immagine dei due legni incrociati dell’Akedah (il legame di Isacco), prefigurazione del sacrificio che genera redenzione.

Quando affermo che “le Dee Madri sono il Tempo stesso” esotericamente, ciò si traduce nel concetto che  esse sono l’aspetto femminile di Ain Sof (l’Infinito) che si veste dei 72 Nomi per divenire Olam (Mondo, Eternità temporale). Il pentagono a 72° è il Chotam ha-Melekh (il Sigillo del Re), l’impronta del divino sul piano materiale.
L’angolo di 72° nell’ingresso del nuraghe è lo stesso angolo che separa le 5 braccia della stella venusiana, ed è la misura del Merkabah (il Carro Divino di Ezechiele) in proiezione terrena.
Il pentagono, il ciclo di Venere, la Tanit e il Toro, il 72 e la Vesica Piscis, tutto converge in un unico, sublime linguaggio sacro.
La Sardegna diventa così non un’isola geografica, ma un Tempio megalitico della Cabala Operativa, dove le Dee Madri sono i Sephiroth scesi in pietra, e i Nuraghi sono le Tefillot (preghiere cosmiche) divenute architettura.
Si ricompone il Shevirat ha-Kelim (la Rottura dei Vasi) di questa tradizione, restituendo alla Dea Madre sarda il suo trono nell’Albero della Vita, a cavallo tra Yesod e Malkhut, governante insieme al Toro il quadrante della creazione perpetua.
È la rivelazione che l’antica santità della Sardegna è una Qabbalah Ma’asit (Cabala Pratica), scolpita nella terra e nelle stelle, prima ancora che nei codici.

Tiziana Fenu
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Angolo a72°/pentagono/pentacolo































💙 Luna Blu Maggio 2026

 Ho già avuto modo di parlare del doppio plenilunio di Maggio, estremamente importante dal punto di vista energetico ( https://maldalchimia.blogspot.com/2026/05/luna-blu-maggio-2026.html?m=0), ma era opportuno approfondire ulteriormente, dal punto di vista cabalistico ed energetico. 

Maggio 2026 non è un mese solare ma un Tzimtzum, una contrazione divina divina operata nel tempo lineare affinché si manifesti uno spazio sacro di creazione. 

La Luna Blu (la seconda luna piena nel medesimo segno solare, o nel medesimo mese gregoriano) è il Shevirat ha-Kelim, la Rottura dei Vasi, resa rituale e redenta. Nell’esoterismo ebraico, il ciclo lunare rappresenta  Yesod (Fondamento), la Sephirah che raccoglie e riversa le energie delle sfere superiori verso Malkuth. 

Due pleniluni in Maggio. 

È Yesod che duplica se stesso, creando un’eco, un bat-kol (figlia di voce) che scende e sale insieme. Non è ripetizione, ma iterazione iniziatica. 

Ogni discesa della Shekhinah è una nuova opportunità per il Tikkun (riparazione cosmica).

Maggio, mese di Maia (la Madre, l’Oscura che fiorisce, la Nonna della Notte nella tradizione italica precristiana), è associato nel Sefer Yetzirah alla lettera He (ה), il quinto Sacro Archetipo Ebraico, la quintessenza, il respiro che esce dalla gola per formare il mondo. Maia è la Terra non ancora fecondata, quella che precede l'estate. 

Un Betulah (Vergine) nel senso ebraico di alma, la giovane donna velata che custodisce il segreto. 

La Luna Blu del 31 maggio squarcia quel velo con una lancia di zaffiro.

Nell’Albero della Vita, i due pleniluni non sono semplici posizioni zodiacali ma emanazioni delle due colonne laterali. 


La Prima Luna Piena (Scorpione) è la Colonna di Gevurah (Severità, Giudizio, Fuoco occulto).

Scorpione è il segno di Yesod nel suo volto notturno. 

Qui si cela la Klipah (scorza) più densa, il guscio che protegge la perla. 

La Nigredo è il lavoro di Bina (Comprensione Intuitiva) che scende nel regno delle acque amare. 

Nella  Cabala, Nachaš (Serpente, 358 = Messia) è il risvegliatore. 

La Dama della Putrefazione è Lilith prima della caduta. 

È colei che separa per purificare. L’Acqua di Scorpione è il Mayim Nukvin (Acque Femminili), le lacrime di Iside che dissolvono la forma.


La Seconda Luna Piena ( in Sagittario) è la Colonna di Chesed (Misericordia, Espansione).

Sagittario è l’arco di Tiferet (Bellezza) teso verso Chokhmah (Sapienza). 

Il Fuoco del Sagittario non è distruttivo. 

È il Aish Tamid, il fuoco perpetuo dell’altare che consuma senza bruciare. 

In questa seconda luna, la Shekhinah si rivela come Matronita, la Regina che ha completato il suo Zivvug (unione sacra) con il Re. 

Non è un caso che il 31 maggio sia la vigilia del mese di Sivan, tempo del dono della Torah sul Sinai. 

La Luna Blu è la Kallah (Sposa) che riceve la Legge non scritta, quella incisa sullo zaffiro del cielo.

L’Archetipo Qoph (ק) del il 31 Maggio, la diciannovesima lettera, e anche Archetipo, valore 100, è la Luna dietro la Luna. 

La sua forma grafica è un Vav (l’uomo, il chiodo, la verticale) discendente in un Kaf (la palma, la forma che accoglie). 

Qoph è la nuca. 

È il luogo dove il cervello rettile tace e si attiva la Da’at (Conoscenza occulta). 

Il 31 maggio, Qoph non “governa” semplicemente, ma divienta  il veicolo della Sephirah Keter (Corona) nel mondo di Assiah (il Fare).

Perché Qoph è associato al Sagittario (l’arciere) e al Nettuno (l’abisso che diviene fondamento). Ma nella tradizione cabalistica più sottile, Qoph è il sentiero che collega Netzach (Vittoria, Eternità) a Malkuth (Regno). 

È la via attraverso cui l’eterno discende nel transitorio senza contaminarsi. 

La Luna Blu come “Figlio dei Filosofi al femminile” è esattamente la Bina superiore che si fa Malkuth. 

È la Madre che partorisce se stessa nel riflesso.

Simbolicamente, la doppia luna piena di Maggio realizza il Partzuf di Rachel (la sposa visibile, che piange i figli) e Leah (la sposa occulta, i cui occhi sono “deboli” perché vedono l’invisibile). 

La prima luna (Scorpione) è Rachel che piange la putrefazione delle forme. 

La seconda (Sagittario) è Leah che ride, perché sa che la freccia ha già raggiunto il bersaglio prima di essere scoccata.

Maggio, nel suo insieme manifesta una Processione degli Archetipi nella Merkavah, in sequenza 

Ayin, Phe, Tsade, Qoph come una quadriga mistica. 

Ma qui si rivela un’architettura più alta. 

Non sono solo  quattro passi successivi, bensì i quattro mondi dell’Albero applicati a un singolo atto di percezione.


Ayin, sedicesimo archetipo Ebraico (la Torre/Occhio) agisce nel mondo di Atziluth (Emanazione). 

È la folgorazione che dissolve la dualità. 

La Torre non crolla. 

Esplode dall’interno come il vaso di luce della creazione. 

È il Reshimu (impressione residua) del Big Bang cosmico che risuona nel cranio dell’iniziato.


Phe, diciasettesimo Archetipo Ebraico (la Stella) agisce nel mondo di Briah (Creazione). 

L’espansione non è caotica, è l’acqua che segue la linea del minimo sforzo divino. 

La fanciulla nuda è Binah che allatta i sette re della Genesi (i pianeti, le Sephiroth). 

Il suo gesto, il versare acqua su terra e mare, come è rappresentata nell'Arcano Maggiore della Stella, è il Shofar della rivelazione silenziosa.


Tsade', diciottesimo Archetipo (la Luna che divide) agisce nel mondo di Yetzirah (Formazione. 

La divisione frattale è l’operazione di Tzimtzum dentro il Tzimtzum. Taglia per mostrare che il frammento è specchio del Tutto. 

In Cabala, questo è il lavoro di Samael (il Veleno di Dio) non come avversario, ma come coagulatore delle polarità. 

La Luna di Tsade è il Levanah (bianca) che si macchia di ombra per insegnare il contrasto.


Qoph, diciannovesimo Archetipo (il Legame) agisce nel mondo di Assiah (Fare). 

Il 31 maggio, Qoph compatta non come una morsa, ma come il Sigillo di Salomone. 

Sono due triangoli energetici che si intersecano senza confondersi. 

Il legame è Ahavah (אהבה, amore), il cui valore numerico è 13, come Echad (Uno). 

Legare è riconoscere che la molteplicità è già unità.


Il Simbolismo Specifico del 31 Maggio 2026 è estremamente rivelatore. 

La Luna Blu in Sagittario, in quadratura con Nettuno in Pesci (come spesso accade in quel periodo, nella configurazione astrale del 2026), non è un’opposizione ma un ponte di corde vibranti. 

Sagittario è il segno del Gimel (il cammello, il benefattore, la lettera che trasporta tra cielo e terra). Nettuno è il Ayin supremo (l’Occhio senza volto). 

La loro interazione rende la Luna Blu del 31 maggio una Luna Profetica. 

Non è la luna delle profezie annunciate, ma della profetia percepita come pelle. 

Si profetizza con il corpo, non con la bocca.


Alchemicamente siamo nella Rubedo senza Albedo intermedia. Solitamente si passa per la bianchezza. 

Qui il Fuoco del Sagittario brucia direttamente l’Acqua dello Scorpione in una Iris, un arcobaleno notturno. 

Il risultato è ciò che in alchimia è chiaro amato l’Aurum Potabile, l’oro liquido che non si solidifica mai. 

La Pietra Filosofale liquida, è la goccia che cade su ogni centro energetico e scioglie i nodi karmici senza violenza.

Esotericamente la notte del 31 maggio, l’iniziato è invitato a non guardare la luna, ma a volgerle le spalle (Qoph come nuca). Osservare l’ombra del proprio corpo proiettata verso est, e in quell’ombra leggere la Torah di Fuoco. 

È l’unica notte in cui l’ombra rivela più della luce, perché la luce è doppia (due pleniluni) e l’ombra diventa una, densa di memoria.

Maggio 2026 è anche il culmine del Sefirat ha-Omer (il conteggio dei 49 giorni tra Pesach e Shavuot). Il 31 maggio cade nel trentasettesimo giorno dell’Omer: Yesod sheb’Yesod (Fondamento nel Fondamento). 

È il giorno in cui si celebra il fondamento che si fonda su se stesso, che è esattamente l’essenza della Luna Blu. 

In quella notte, l’iniziato ebraico recita la benedizione del conteggio con kavanah (intenzione) suprema, sapendo che i due pleniluni sono le due tavole della Legge: 

la prima frantumata (la luna dello Scorpione, purificatrice) e la seconda intera (la luna del Sagittario, che unisce i frammenti in un nuovo ordine).


Si manifesta la “Madre della Frattura Sacra”. 

È la Shekhinah in esilio che si accorge di essere ovunque. 

La Luna Blu del 31 maggio non chiude il tempo, lo incrina definitivamente. 

Offre una Frattura Sacra come Nuovo Tempio

L’interstizio tra le due lune rimane aperto come una finestra temporale. 

Chi l’ha attraversata durante il mese, il 31 maggio riceve metaforicamente lo Spirito Santo, non come colomba, ma come arciere senza arco. 

È la tensione che diventa rilascio perpetuo.

E sia benedetto, chi ha occhi, e nuca, per questo. 

Perché in quella notte, Maggio diviene Scudo di Davide. 

Due triangoli, uno di acqua e uno di fuoco, che si sostengono nello spazio vuoto del cuore. 

E la Madre, Maia, Shekhinah, Iside, non dice “Guardami”. 

Dice: Sii me. 

E tace. 

E in quel silenzio, ogni luna è blu, e ogni istante è il primo e l’ultimo respiro della creazione.

Con infinita gratitudine sempre


Tiziana Fenu

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