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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

mercoledì, maggio 20, 2026

💛 Analisi cabalistica Altare Monte d'Accodi

 Dal mio punto di vista, l'altare di Monte d'Accodi si manifesta come un Axis Mundi. 

Indagando su Archetipi e Sephiroth, come ho sempre fatto, da anni, e anche nelle altre mie pagine è molto interessante decodificare secondo questi parametri. 

Partiamo dal luogo, la Nurra sassarese 

Il nome Nurra, presumibilmente deriva dal sardo nurra, che indica un mucchio di pietre, cumulo, o forse una variante di nur/fuoco in aramaico/siriaco, secondo la lente qabbalistica.


È presente la radice trilittera N-U-R 

In ebraico, la radice N.U.R. (Nun, Vav, Resh) significa “splendore, fuoco, illuminare”.


La Nun  è la Vesica Piscis, movimento, discendenza. Presente nel simbolo della tribù dei Dan. 

Complementarietà di Opposti

 

La Vav è la congiunzione, chiodo, collegamento tra cielo e terra, l’uomo.


La Resh è la testa, l'inizio, la rivelazione, ma anche povertà (per la sua forma simile a una coppa rovesciata).


Il Nur è fuoco manifesto, il fuoco che si vede, che arde e trasforma.


Nella tradizione qabbalistica, prima delle lettere alfabetiche vi sono le radici eteriche (o hashmal). 

Come la Nu-


Nu  è la radice di vita acquatica, movimento fluido.


La Nun  è acqua  di trasmutazione 


Nur  è il fuoco.


La stessa radice Nu dà sia l’acqua (Nun) che il fuoco (Nur). 


In ambito esoterico il Fuoco Primordiale (Esh) e l’Acqua Primordiale (Mayim), sono presenti entrambe nel primo capitolo della Genesi, in cui lo Spirito di Elohim aleggia sulle acque (Mayim). 

La tradizione dice che quelle acque contenevano in potenza il fuoco.

La lettera Nun è l’acqua come recettività, la potenzialità di divenire.

La radice Nur (fuoco) contiene al suo interno Nun + un elemento attivo (Vav + Resh).


Nun + Vav (collegamento) + Resh (testa) = “l’acqua che si innalza a testa del fuoco”.

In pratica, in questo contesto, nell'energia della parola Nurra, Nun è l’acqua occulta dentro il fuoco manifesto.


È probabile che Nurra derivi dal semitico nūrā’ (che in aramaico significa fuoco) + suff. enfatico -ā.

Allora Nurra, diventa “il fuoco” in senso assoluto, il fuoco che è anche acqua.


In aramaico Nurrā termina con Aleph, che è aria, il respiro che sostiene il fuoco.


Il finale  -ra è Resh+Aleph


Resh finale indica testa del fuoco (apice).

Aleph indica l’Unità primordiale (aria/spirito).


Quindi Nurra significa “Fuoco che respira aria ed è mosso da acqua primordiale”. 

È il fuoco alchemico umido, il fuoco liquido dello Yesod la Sephiroth del Fondamento.


Nell’Albero della Vita questa analisi corrisponde :


A Nun (acqua)come  il sentiero tra Tiferet (bellezza) e Netzach (eternità/ vittoria).

A Nur (fuoco) come il sentiero tra Hod (splendore) e Yesod (fondamento).


Nurra unisce quindi i due. 

È al contempo il fuoco nero della sapienza occulta, il fuoco che non brucia ma illumina dall’interno dell’acqua.


La radice Nu, che è rara in ebraico, indica un movimento ondulatorio, un ondeggiare (come Nu in egiziano che indica l'acqua primordiale).

Nella  Qabbalah, dal movimento primordiale (Nu) nascono l’acqua (Nun) e il fuoco (Nur) come due aspetti della stessa energia divina.

Infatti l'altare di Monte d'Accodi era sacralizzato per i riti delle sacre unioni ierogamiche. 


Il nome di un luogo, se analizzato nelle sue radici eteriche, rivela la sua funzione energetica.

La Nurra si manifesta come “fuoco che sorge dall’acqua”

È un altopiano basaltico che si affaccia sul mare (Golfo dell’Asinara e Golfo di Porto Torres).

Il Basalto sappiamo che è una roccia di fuoco solidificato.

Il Mare rappresenta  l'acqua primordiale (Nun).

Nella Qabbalah, il basalto nero corrisponde alla Sefirah Binah (la comprensione, la Grande Madre, il colore nero), che è “fuoco nero su fuoco bianco”. 

La posizione costiera della Nurra rappresenta il confine tra Yesod (mare, fondamento) e Malkuth (terra regale).


Quindi la radice Nurra (Nun + Vav + Resh + He/Aleph) suggerisce sia Nun come acqua subconscia (il mare che la lambisce), sia Vav come la linea di costa, il chiodo/gancio che unisce, la kundalini terrena. 

La Resh indica la testa dell’altopiano ( come i promontori come Capo Caccia).

La He finale indica il respiro, la bocca che esala il fuoco vulcanico ormai spento.


Quindi Nurra, letteralmente significa “l’acqua che è diventata fuoco solido, e ora respira”.


La Geomorfologia  della Nurra si rivela un sentiero qabbalistico


A Nord  è delimitata dal Mare ( dalla Nun, acqua, che corrisponde alla Sephiroth Yesod, il fondamento dell’inconscio collettivo).

A Sud  è delimitata dal massiccio del Monte Limbara ( il fuoco latente, la Resh, correlata alla Sephirot Geburah).

A Est è delimitata dal Fiume Rio Mannu (dall'acqua che scorre, dalla Sephiroth Hod).

A Ovest abbiamo il  Mare aperto verso la Spagna (l'occidente la Netzach, l'eternità).


Il paesaggio interno della Nurra è piano ma craterizzato (piccoli vulcani spenti, come Monte Guardia).

Nella Qabbalah, una pianura craterica indica la Sefirah Malkuth (regno) che ha ricevuto l’impronta delle Sefirot superiori. 

I crateri sono i kelim (vasi) rotti e riparati di Shevirat ha-Kelim, il concetto della "rottura dei vasi", per cui, a causa della rottura, la luce divina si disperse nel cosmo sotto forma di "scintille sacre". 


Ogni cratere è una Nun, una bocca di acqua primordiale che ha eruttato fuoco. 

Ora è vuota, ma conserva la forma del fuoco passato.


Le tradizioni locali parlano della Nurra come una terra di pietre e vento, con rare sorgenti.

In qabbalah, l’assenza di acqua superficiale su un terreno vulcanico indica che l’acqua è occulta (mayim genuzim), che scorre in profondità, nella Sefirah Yesod sotterranea.


Il fuoco (il basalto) è freddo perché ormai è Sephiroth Geburah (rigore) senza Hesed (misericordia) se non attraverso il mare che la circonda.


Questo corrisponde al sentiero di Samekh (il sostegno) che collega Yesod a Tiferet, che è un sentiero di prova, aridità esteriore che cela nutrimento interiore.


Nella Genesi, Caino va in Nod (erranza), una terra a est di Eden. Alcuni commentatori collegano Nod a radice Nud (ondeggiare, con radice "Nu–", la stessa di Nurra).

La Nurra è stata per secoli terra di esilio e confino (in epoca romana, poi piemontese con le colonie penali nell’Asinara).

Quindi la Nurra corrisponde al Nod occidentale. 

Questo è molto simbolico, a livello esoterico. 

Il Fuoco (l'ira di Caino) si è solidificato in basalto.

L'assenza di alberi (il simbolo dell’Albero della Vita), il paesaggio spoglio si presentano come Klipoth, (scorze, vasi alchemici ) da riparare.

Il mare funge da confine tra coscienza (terra) e inconscio (mare).

Nella Nurra, nella sua Essenza, si può riconoscere la presenza del Fuoco Nascosto nel paesaggio più arido, esattamente come nello Yesod umano.


La Nurra non è solo un nome geografico. 

È una Rivelazione spirituale che indica come in quel lembo di terra, il fuoco si è fatto pietra per insegnare che l’acqua che manca in superficie è viva nelle profondità.

Dal fuoco esce l’acqua, dall’acqua esce lo spirito, dallo spirito esce la terra. E la terra della Nurra è l’ultimo respiro del fuoco che imparò a essere mare.


Descritto come uno "ziggurat" (una piramide a gradoni) ante-litteram, la struttura dell'altare di Monte d'Accodi sfida la cronologia convenzionale. 

Si manifesta come una macchina cosmica progettata per armonizzare le energie della Terra con quelle del Cielo.


Decoecodificando la firma energetica del luogo, abbiamo delle coordinate geografiche approssimative del sito abbiamo 

40°47' N 

8°26' E .


In chiave cabalistica, ogni coordinate è una riduzione numerica  di un concetto spirituale. 

Analizziamo la latitudine:


40°

Nella tradizione biblica, il numero 40 rappresenta il periodo di transizione, la purificazione e la preparazione (i 40 giorni del diluvio, i 40 anni nel deserto, i 40 giorni di Gesù).

Il 40 è il valore ghematrico del Sacro Archetipo Ebraico Mem, le acque Madri, il tredicesimo, che precede la Nun. 


47'

Sommando 4+7 otteniamo 11, il numero della forza maestra, del caos ordinato e della magia. Nella Qabbalah, l’11 è associato alla "Bocca dell'Abisso" (Da'at), il punto di passaggio tra il manifestato e il non-manifestato.


Il numero dell'infinito (orizzontale), l'ottava dimensione, il numero di YHVH (signore) nella ghematria ridotta, nonché la Madre Universale


26'

Ghematria del Tetragramma divino  YHVH = 10+5+6+5 = 26 


Il monumento sorge su un "ottavo" meridiano che incarna il Nome di Dio, alla latitudine della "trasformazione" (40) e del "varco magico" (11). 

Questa non è una coincidenza, ma una firma geologica che fa di Accoddi un filtro naturale tra il mondo dei Jinn (forze telluriche) e gli Elohim (forze celesti).


La ricerca archeoastronomica ufficiale ha dimostrato che Monte d'Accoddi non era allineato a caso. I due menhir principali (uno calcareo bianco, l'altro rossiccio) fungevano da mirini per osservazioni astronomiche avanzate . 

Utilizzando la chiave esoterica, questi allineamenti si traducono in archetipi puri.

L'osservatorio indica che dalla sommità della piattaforma, il menhir bianco inquadrava il sorgere del Sole al solstizio d'inverno .

Il solstizio d'inverno è il "parto della luce" (lo Yule). 

La pietra bianca simboleggia la purezza.

Questo allineamento rappresenta la Sephirah Tiphereth (Bellezza/Equilibrio). 

Tiphereth è il Sole spirituale, il cuore dell'Albero della Vita. L'osservatore, posto sull'altare ( che Malkuth, il Regno), guarda la Pietra Bianca per catturare il raggio del Sole nascente. 

Il rituale implicito è la Discesa nel Sé. 

L'iniziazione che permette all'anima di risorgere dalle tenebre (l'inverno) verso la consapevolezza divina.

Infatti l'altare si pone come punto di passaggio alchemico importantissimo per l'ultima tappa del viaggio iniziatico, rappresentato dal "volo del Cigno". 

Cigno, e di conseguenza, costellazione del Cigno, a cui è strettamente collegato l'altare, come delineato nel mio ultimo libro "Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna". 

Ma approfondendo ulteriormente in questa nuova serie di approfondimenti cabalistici, mi rendo conto di quanto tutto collimi e si corrisponda perfettamente, ancora di più. 


Il menhir bianco, con uno spostamento prospettico, puntava al sorgere eliaco di Sirio . 

Per le tradizioni iniziatiche (Egitto, Massoneria), Sirio è la "Stella dell'Iniziazione".

Sirio si trova dietro la "Porta di Orione". 

Nella Qabbalah, esiste una Sephirah invisibile chiamata Da'at (la Conoscenza). 

Non è un gradino, ma un varco. Monte d'Accoddi, attraverso la pietra bianca, è un telescopio litico che mira a Da'at, suggerendo che l'altare servisse a ricevere il "Fuoco di Sirio", cioè una frequenza spirituale capace di elevare l'adepto dallo stato animale (neolitico) a quello divino.

Un salto di Ottava, di consapevolezza. 


Invece il  secondo allineamento, relativo al menhir rossiccio, punta a Venere .

Venere governa l'Amore e la Guerra. 

La pietra rossa evoca il sangue, il sacrificio, ma anche la fertilità, essendo un altare delle unioni ierogamiche. 

Venere è suddivisa tra Netzach (la vittoria, l'impulso passionale, l'eternità sensuale) e Hod (lo Splendore, l'intelletto che misura). L'altare rossiccio rappresenta il matrimonio alchemico tra questi due impulsi. 

La presenza delle pietre  emisferiche, le pietre sferoidali, accanto alla rampa simboleggia l'Uovo Alchemico, l'Androgino perfetto, dove il Sole (Maschile) e la Luna (Femminile) si uniscono nell'Aria .


Le analisi moderne parlano di "soste" lunari (quando la Luna sorge sempre nello stesso punto estremo, ogni 18.6 anni) .

La Luna, cabalisticamente, rappresenta lav Sephirah Yesod (la Fondazione). 

Yesod è il subconscio collettivo, il regno dei sogni, il "canale" che trasmette l'energia vitale. 

Le soste lunari indicano che Accoddi era usato per dominare i cicli temporali lunghi. 

Il sacerdote, restando fermo sulla pietra angolare orientale, catturava l'energia della Luna al suo massimo potere magnetico, "fermando" metaforicamente il tempo per operare la Magia Tellurica.


Sebbene oggi appaia come un tronco di piramide, Monte d'Accoddi rispetta l'archetipo del Monte Cosmico. 

Se suddividiamo idealmente la rampa e la piattaforma, possiamo vedere la struttura dell'Albero della Vita


Abbiamo la Rampa (Il Pilastro della Severità, a sinistra). 

È lunga 41.5 metri, è il percorso di ascesa. 

Rappresenta Binah (la Comprensione). 

È la via stretta, il controllo, la disciplina. 

Salire la rampa significa abbandonare i corpi inferiori.


Abbiamo la Piattaforma sommitale che rappresenta il  Pilastro della Misericordia, a destra. 

È il luogo del "Tempio Rosso" originario. 

Rappresenta Chokhmah (la Sapienza), l'impulso creativo mascolino.


L'Altare (il Pilastro Centrale, l'Equilibrio) è la cima piatta, dove venivano celebrati i riti di fertilità . Qui si trova Kether (La Corona), il punto di contatto diretto con l'Ain Soph (la Luce Infinita).


I Menhir si presentano come i Pilastri di Jachin( la colonna destra, energia maschile) e Boaz( colonna sinistra, energia femminile) 

I due menhir (Bianco e Rosso) posti ai lati est sono i guardiani della soglia. 

Come nel Tempio di Salomone, Boaz (Bianco, Forza) e Jachin (Rosso, Stabilimento) segnano l'ingresso al Tempio Sacro. 

La loro posizione astronomica rivela che l'iniziazione poteva avvenire solo in specifici momenti dell'anno, quando l'astro che rappresentavano (Sole o Venere) calibrava la loro energia .


Il Monte d'Accoddi quindi non è un semplice luogo sacro, ma rappresenta un microcosmo  Zodiacale "congelato" nella pietra.

L'analisi delle coordinate rivela che il sito è un'incarnazione fisica del Tempio di Salomone Ideale (archetipo massonico e cabalistico), mentre gli allineamenti astronomici lo rivelano come un calendario dello Spirito.

Rivela il principio ermetico del "Come in Cielo, così in Terra". 

Gli antichi costruttori sapevano che il Sole (Tiphereth), la Luna (Yesod) e Venere (Netzach/Hod) non erano Dei lontani, ma frequenze che influenzano la coscienza umana (Malkuth).

Costruendo un altare allineato a Sirio (Da'at), essi cercavano di agganciare la loro dimensione temporale (il ciclo delle stagioni) all'eternità dei cicli precessionali. La forma a zig-gurat è un condotto energetico

È l'Axis Mundi che aspira a connettere la matrice terrena (l'Utero della Dea Madre, evidenziato dalla stele femminile ritrovata)  con la matrice stellare (Sirio).

Monte d'Accoddi rivela il messaggio che l'Iniziazione è un atto cosmico. L'adepto saliva la rampa (i 10 Sephiroth), superava il velo dei due Menhir (i Pilastri gemelli) e, grazie all'allineamento astrale, trascendeva la sua natura mortale per diventare, durante l'equinozio o il solstizio, un Dio vivente sulla Terra.


Tiziana Fenu

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Analisi cabalistica Altare Monte d'Accodi





💛 Rana /Serra Niedda (libri)

 

Dell’Uovo Cosmico e del Grado Zero della Creazione.
Il Pozzo Sacro di Serra Niedda, di cui ho già parlato, ( https://maldalchimia.blogspot.com/2026/05/pozzo-serra-niedda-analisi-esoterica.html?m=0, argomento già trattato nel 2022)si rivela ulteriormente come Matrice Vibratoria, argomenti già trattati, anche questi
Il pozzo sacro manifesta una Forma che Informa.
Il Girino come Sigillo Cosmogonico.
L’osservazione della singolare conformazione planimetrica del pozzo sacro di Serra Niedda, presso Sorso, ci introduce immediatamente al cuore pulsante della cosmogonia arcaica sarda .
La sua soglia non è un mero elemento architettonico, bensì una forma informante.
È una stilizzazione perfetta del girino, la larva anfibia la cui morfologia evoca ineludibilmente la cellula primordiale, lo spermatozoo umano, l’embrione racchiuso nell’uovo del mondo.
In quell’ingresso ondulato, l’architettura si fa biologia, e la biologia si fa mito
È il “grado zero” della vita, il punto di sutura tra l’acqua caotica e la forma organizzata.
Questa scelta progettuale non è casuale, ma esprime l’essenza stessa di “S’Arrana”, la Rana sacra, la cui stessa radice onomastica riecheggia nel nome del popolo che eresse quei monumenti, Shardana .
Due parole estremamente simili foneticamente.
La parola sarda per rana, “arrana”, è un sigillo fonetico che lega indissolubilmente l’animale liminale all’identità di un intero popolo.
A corroborare questa correlazione lessicale, è opportuno ricordare la celebre stele di Nora, risalente al IX-VIII secolo a.C., dove il termine SRDN compare come nome dell'isola, suggerendo che il popolo che la abitava si autodefinisse con una radice riconducibile a Sard . Non è quindi ardito supporre che S’Arrana (la Rana) e Shardana condividano una medesima matrice etimologica, laddove la rana diviene uno dei totem identitari del popolo arcaico sardo
Nun e Nunet, le due divinità cosmogoniche, rappresentano l’Androginia Primordiale delle Acque(  https://maldalchimia.blogspot.com/2021/10/osservavo-questa-stupenda-foto-di.html?m=0)
Approfondendo questo solco simbolico, ci si imbatte nella coppia primordiale degli Ogdoad di Hermopolis: Nun e Nunet, il dio dalla testa di rana e la dea dalla testa di serpente, signori delle acque primordiali e del Caos creativo.
Essi rappresentano l’androginia originaria, l’ermafrodito primigenio dal ventre gonfio come quello di una rana gravida, matrice di ogni successiva differenziazione.
Da questa coppia, dalla loro interazione, scaturì il Nommo, l’essere quadruplo, il sommo maestro della Parola Vibrazionale. Non è quindi sorprendente che, in quella che è forse la più antica rappresentazione di una “Natività”, la Domus de Janas di Mesu’e Montes, ad Ossi( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/12/perche-il-nostro-presepe-in-sardegna-lo.html?m=0) la figura partoriente sia stilizzata con le gambe divaricate a “M”, la posizione della rana che nuota o che dà alla luce, a simboleggiare che ogni nascita umana è una eco della nascita cosmica, protetta dalla doppia cintura uterina dei genitori divini.
La Rana, quindi, è molto più di una divinità della fertilità come l’egizia Heket.
È il principio stesso della trascrizione, il veicolo attraverso cui la conoscenza generatrice si manifesta nel mondo.

DNA e RNA.
L’Acronimo Sacro e la Trascrizione della Sofia( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/06/due-cose-hanno-sempre-incuriosito_12.html?m=0)
In tal senso, gli acronimi scientifici DNA e RNA si rivelano non come mere nomenclature, ma come perfetti ideogrammi esoterici.
La scienza moderna ha riconosciuto il potere metaforico del gene, elevandolo a vero e proprio "icona culturale" .
Il DNA è stato paragonato al Santo Graal, una reliquia mistica che racchiude il segreto dell’esistenza . Seguendo questo solco ermeneutico, possiamo leggere nel DNA il nome di Dana, la Grande Dea Madre, la Sofia, la conoscenza che risiede nelle acque della memoria ancestrale.
E RNA non è che l’Rana, la “trascrittasi” alchemica che trasforma il codice invisibile del DNA in forma vivente, così come il girino diventa rana, passando dall’acqua alla terraferma, operando la Grande Trasmutazione.
La particella “AN” , comune a entrambi, è il Soffio, l’Animus, lo spirito vitale che anima le Janas stesse, le divinità ipogee.
( https://maldalchimia.blogspot.com/2023/01/le-domus-de-janas-non-sono-capanne.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/i-flamen-dialis-de-sa-carena.html?m=0)
Nel sumero indoeuropeo, questa sillaba è legata all’acqua, elemento creativo per eccellenza.
“An” è l’atto del respirare, da cui il latino animus (spirito, anima).
È il Soffio Divino che in Sardegna viene rappresentato dalla maschera de “Su Bundu”, il vento fecondante che diffonde il seme vitale( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/12/bundu-bindubindi.html?m=0)

“Dan”, invece, significa “conoscenza generatrice”.
Non è un caso se il popolo irlandese dei Thuatha De Danann (la tribù della dea Dana) è legato alle arti e agli incantesimi, rivelando una profonda affinità tra la parola Dana e la nostra Jana.

Nuraghe si manifesta, in questo contesto, come Unione Alchemica di Nun (Acqua) e Nur (Fuoco)
Da questo connubio alchemico tra Dana e Rana scaturisce la civiltà arcaica sarda, la cui sintesi perfetta è il Nuraghe. Scomponendo il vocabolo nella sua forma sassarese, “Nuragu”, scopriamo una triade sacra:
Nur- (fuoco, fulcro, il principio solare maschile),
-a- (congiunzione),
e -gu (oscurità, ma anche suono, muggito onomatopeico).
Il Nuraghe non è dunque una semplice torre, ma un androgino architettonico.
È fallico nella sua proiezione verso l’alto, uterino nella sua camera a tholos.
È il punto di unione tra il fuoco del cielo (il Sole) e l’acqua della terra (le falde acquifere su cui veniva spesso edificato).
La radice “Nu-” è infatti la medesima che ritroviamo in Nun (acqua) e Nur (fuoco), sancendo che il monumento è una Vesica Piscis tridimensionale, una mandorla mistica di pietra in cui gli opposti si integrano.

Il “-gu” finale, però, è la chiave di volta.
Quel “gu” è il muggito del Toro, divinità ctonia e solare legata al chakra della laringe e quindi alla vibrazione creatrice.
È la frequenza gutturale che si fa architettura.
Ed è in questa dimensione che i canti a Tenores sardi, trovano la loro piu profonda manifestazione.
Rappresentano la Geolocalizzazione Acustica degli Shardana.
Secondo una visione che potremmo definire di cimatica liturgica, gli Shardana non avrebbero potuto erigere quelle perfette strutture a tronco di cono (come la spiga del grano, su trigu, altro simbolo osiriaco di resurrezione) senza un ausilio vibrazionale.
E qui si innesta la straordinaria analogia con il canto a tenores e la fisiologia della Rana Toro (o Rana Bue).
La ricerca etnomusicologica contemporanea ha ormai stabilito che il canto a tenore, le cui origini risalgono verosimilmente all'epoca arcaica sarda, rappresenta una delle forme polivocali più arcaiche e complesse del Mediterraneo . Esecuzione a cappella di quattro voci maschili (boghe, mesu boghe, contra, bassu), questa tecnica prevede l'uso di sillabe prive di significato semantico (mbɪ:mˈbɔʔm) che, attraverso una particolare tensione laringea e dispositivi vocali, creano un tappeto sonoro ipnotico e potentissimo .
La Rana Toro, per richiamare la femmina senza confondere il proprio segnale acustico in un coro di altri maschi, utilizza una strategia di “canali privati” a frequenze specifiche (intorno ai 1160 Hz), comprimendo i polmoni e facendo vibrare la pelle in sintonia con la membrana timpanica( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/06/due-cose-hanno-sempre-incuriosito_12.html?m=08
https://maldalchimia.blogspot.com/2023/05/tenores.html?m=0)
Questo meccanismo è identico al sistema di canto a concamerazioni dei Tenores sardi, dove la pressione della cavità boccale e la risonanza ossea proteggono l’orecchio da iperstimolazioni, proprio mentre si genera un’onda ascensionale rilevabile con il geofono.
La tesi che il canto a tenore derivi dall’imitazione dei suoni della natura, in particolare dei versi di pecore, buoi, ma soprattutto di rane e grilli, è oggi ampiamente accettata e sostenuta da studiosi come Francesco Casu nell’Enciclopedia della musica sarda .
I suoni gutturali di bassu e contra, uniti alla nasalizzazione, generano una sorgente sonora chiaramente udibile a distanza, modulabile in infinite microvarianti timbriche che possono somigliare al bue, alla pecora o, appunto, alla rana .
Il gracidare e il “bassu” seguono la stessa legge: una vibrazione che si propaga a spirale, come l’acqua in un pozzo sacro.
La Frequenza diventa come un'Impronta.
Un Sistema di Comunicazione Sacrale.
Pertanto, ogni nuraghe poteva funzionare come un’enorme cassa di risonanza, un trasmettitore di una frequenza specifica, geolocalizzata come il richiamo di un maschio di rana nel suo stagno. I sacerdoti, accendendo il fuoco centrale (Nur) ed emettendo il muggito gutturale (gu) ispirato al Nun (Rana/RNA), attivavano un dialogo energetico tra le torri. Questa ipotesi è avvalorata dalla struttura stessa del decagono regolare alla base del nuraghe, le cui proprietà radioestetiche concentrano le onde cosmiche, così come l’esedra delle Tombe dei Giganti (formata da 14 stele, il numero della Nun) funge da parabola energetica.
Il vertice del nuraghe, come il vertice del cono, è il punto in cui la Cono-scenza (la scienza che si eleva spiralizzandosi) si ricongiunge con il cielo.
Non è un caso che i pozzi sacri come Serra Niedda presentino spesso 14 gradini.
È il numero del quattordicesimo archetipo ebraico, la Nun, che è pesce, mandorla mistica e vagina cosmica.
Lo stesso numero che, sommato a 1 (l’unità), dà il 15, simbolo del saluto sardo “Saludi” (guarigione), eseguito con quattro dita (la Nun) e il pollice separato.
Ma la cosa straordinaria è che "Nun", rappresentava il  salutare primordiale, chiamato " NYNY", il cui segno era un uomo che trasmette energia, come un fulmine a zig zag, come  il saluto dei nostri Bronzetti sardi, che hanno quasi tutto il palmo della mano rivolto in avanti(https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/simbologia-del-palmo-della-mano-in.html?m=0
Nun, insieme a Dalet, formano la Tau dei Giudici Divini, simbolo della Tribù dei Dan ( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/il-simbolo-della-tribu-di-dan.html?m=0)
In definitiva, la conformazione a girino del pozzo di Serra Niedda non è un semplice ornamento, ma la sintesi monumentale di un intero sistema di pensiero.
È il riverbero della vocaluzzazione del Cosmo.
La ricerca più avanzata in ambito archeomusicologico ha identificato nelle sillabe iniziali del canto a tenore, come ELLE DU BA HAM, antiche invocazioni sumeriche al Dio Supremo per chiedere “l’armonia del suono”, e nel termine sumero MUILU (muggito) l’origine del canto sacrale nuragico.
Esso attesta che per gli Shardana il cosmo non fu creato, ma vocalizzato.
La Rana, S’Arrana, è l’archetipo di quella trascrizione vibrazionale che permise al fuoco di informare l’acqua, al suono di solidificarsi in pietra, alla spirale del DNA di erigersi come nuraghe verso il sole. È la prova che l’antica civiltà sarda, lungi dall’essere un fenomeno periferico, fu depositaria e custode di una scienza sacra ove la biologia, l’acustica, la geometria e il mito non erano discipline separate, ma un unico, vibrante atto d’amore per il divino.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com

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Rana /Serra Niedda














💙 Giornata mondiale delle Api ( libro Maldalchimia II)

 

#giornatamondialedelleapi

Oggi stavo pensando all'assonanza tra la parola "ape" e il significato della parola "scimmia" in inglese. 
È la stessa parola, "ape".
Un curioso scherzo del linguaggio, un ponte fonetico gettato tra due mondi apparentemente inconciliabili.
Perché la stessa vibrazione sonora evoca in italiano la sacra operatrice dei fiori e in inglese l'antenato peloso da cui, secondo una certa scienza, discendiamo?
Quale mistero si cela dietro questa omonimia? Forse è un indizio, un koan linguistico che ci invita a guardare oltre la superficie delle definizioni.
Le teorie evoluzionistiche narrano dell'umano come di un ramo staccatosi dall'albero genealogico dei primati. Ma oggi non è il caso di addentrarmi nei meandri di una discendenza che non sento risuonare come la Verità più profonda del nostro Essere. Oggi, piuttosto, il mio cuore e la mia mente sono catturati da un'altra discendenza, da un'altra parentela: quella vibratoria.
E in questi giorni, sono le Api, queste sacerdotesse alate della luce, a guidarmi, a sussurrarmi antiche sapienze e a offrirmi spunti di riflessione che si spingono ben oltre la biologia. Indagando lo straordinario mondo di queste creature solari, ho scoperto verità che lasciano senza fiato, perché svelano l'impalcatura stessa del creato.
Tutto, nell'universo, è vibrazione, un immenso oceano di frequenze in cui ogni forma è un'onda che si addensa.
E in questo oceano, i fiori non sono semplicemente statici ricettacoli di colore e profumo, ma entità elettriche, senzienti in modo sottile. Attraverso impercettibili scosse, una sorta di linguaggio segreto fatto di potenziale, rivelano all'ape la quantità di polline e nettare custodita nel loro grembo. I fiori, si scopre, sono in grado di modulare la propria carica, che può raggiungere i 200 volt, per farsi percepire, per chiamare a sé la loro amante alata. E a loro volta, la stessa dolcezza di quelle secrezioni, la qualità del nettare, sembra danzare al ritmo delle ali dell'ape, sollecitata da precise frequenze.
Il vento, invece, con le sue vibrazioni caotiche e impersonali, non ottiene la stessa alchimia: la dolcezza non cambia, perché manca l'intenzione, manca l'amore.
La comunicazione nell'alveare, poi, è un trattato vivente di fisica quantistica applicata alla società. È un linguaggio modulatorio basato su segnali vibratori, un sistema che attiva e integra i comportamenti di operaie dedite a compiti diversi come le note di una stessa sinfonia. Le api vibranti, le danzatrici, non sono mere ripetitrici di informazioni; sono artiste della connessione. Esse scelgono, con consapevolezza, le loro interlocutrici tra la folla, dirigendo il loro segnale non verso le più vicine, ma verso quelle più ricettive, spesso le operaie inattive, indipendentemente dall'età o dal vincolo di sangue.
È un atto di volontà vibrazionale, un flusso di coscienza che attraversa l'alveare, attivando simultaneamente gruppi multipli e distanti, come fili di una stessa ragnatela tessuta nell'oscurità. Questo potere della vibrazione è talmente profondo da decidere persino il destino dinastico dell'alveare.
Durante la competizione delle regine, le giovani vergini che vengono "vibrate" sopravvivono più a lungo, eliminandole rivali con maggiore ferocia e ascendendo al trono. Il messaggio, nel buio della cavità sacra, non viaggia attraverso l'aria, ma si incarna nei favi, trasmutandosi in Luce e suono. Le api non odono con orecchie come le nostre; il loro intero corpo diventa un sensore, i loro peli e le loro antenne sono antenne sottilissime che captano il canto della materia.
La danza scodinzolante produce 150 vibrazioni al secondo, un ritmo di 250 Hertz. Ma il ronzio che noi percepiamo, quel suono ipnotico e familiare, si attesta su una frequenza ben più sacra: circa 432 Hertz, un'ottava sotto il LA convenzionale dei 440 Hz.
Ed è per questo che in ogni alveare esiste uno spazio iniziatico, un'area di circa 100 centimetri quadrati di celle vuote che vibrano più intensamente, un tempio nella penombra riservato alla danza, alla comunicazione, alla creazione. In questa prospettiva, si schiude un nuovo scenario, tridimensionale e multiforme, che conferma ciò che già mi era stato indicato a livello energetico e quantistico, la via tracciata dalla Sacra Ape.
Non siamo Ape come "Scimmia".
Noi non discendiamo dalla materia bruta che si evolve per caso.
Noi siamo esseri di frequenza, viaggiamo su onde vibratorie che tessono legami indissolubili, Sacre Alleanze che risvegliano antiche memorie.
Memorie akashiche di un tempo in cui eravamo in purezza di Cuore e la Merkaba, il nostro carro di luce, distillava al suo interno e intorno a sé frequenze cristalline, creando Dimensioni con il solo potere dell'Amore veicolato dalla vibrazione, nel Silenzio Sacro e primordiale dell’universo. Percepire in quel silenzio cosmico è l'unica via per creare, per divenire esseri vibranti.
Il suono dell'universo, l'Om, non è un suono prodotto dal contatto, ma il "non suono", l'esperienza mistica della sillaba sacra che contiene ogni cosa e da cui ogni cosa ha origine.
Io conosco questa vibrazione, è il mio diapason interno, etericamente tatuato nell'indice della mano destra.
Siamo troppo abituati a vedere la forma esteriore, solida, e non l'energia che in essa si manifesta in infiniti modi, aspetti diversi di un'unica, ineffabile manifestazione del Divino. In questa affascinante armonia, l'ape, vibrando, sollecita il fiore.
E il fiore, in un moto vibratorio leggermente più alto del volo stesso, gli rilascia il suo nettare. È un aprirsi all'altro per riconoscimento di vibrazione, per fiducia.
Offriamo il nostro nettare più prezioso perché riconosciamo nell'altro la nostra stessa Frequenza Sacra: l'Amore. L'Amore di collaborazione e creazione, in Sacra Sinergia, per il bene comune.
E la scienza conferma il prodigio: la frequenza di questo amore, quella che stimola il fiore, corrisponde esattamente ai 432 Hertz. E questi 432 Hertz sono in diretta correlazione armonica con l'atomo di Idrogeno, l'elemento più semplice e più diffuso, il mattone dell'universo.
In Natura, e quindi dentro di noi, tutto è interdipendenza: chimica, attraverso i legami idrogeno, e matematica, attraverso la Proporzione Aurea, il numero di Fidia, la sequenza divina che appare ovunque, dalla spirale del DNA alla geometria delle piante, dalle proporzioni del corpo umano alla distanza tra i tredici plessi energetici, i chakra.
Ecco svelato il mistero: i 440 Hz, la frequenza a cui il mondo è stato artificiosamente accordato, sembra influisca negativamente sui chakra, stimolando l'ego e recidendo il ponte tra cuore e mente, offuscando le intuizioni. Per la massima espressione della coscienza, dobbiamo riaccordarci ai 432 Hz, la frequenza degli strumenti egizi e greci. Steiner lo profetizzò: la musica a 432 Hz avrebbe guidato l'umanità verso la libertà spirituale, agendo sull'aura e sulla mente, favorendo la traduzione del "suono/luce" nel DNA.
Così come la frequenza del Raggio Verde, i 528 Hz, agisce in profonda guarigione sul Chakra del Cuore. Ed è naturale pensare che, oggi più che mai, l'umanità necessiti di potenziare proprio l'energia del Cuore, fonte di empatia, intuizione, compassione e Amore.
Le ciglia delle membrane delle nostre cellule sono antenne, diapason in miniatura che, a una certa risonanza, modificano la forma dei recettori proteici. Siamo fatti per risuonare.
E questa costante universale dei 432 Hz è legata al numero 9, il numero della completezza, che ritroviamo nel diametro del sole, nella precessione degli equinozi, nella velocità della luce.
Accordandoci a questa frequenza, armonizziamo la nostra energia con l'intero sistema risonante dell'universo.
Come l'ape, che con il suo battito d'ali a 432 Hz entra in risonanza con il fiore e in quel preciso istante lo stimola a produrre nettare in più, solo per lei. In quel momento, sotto i nostri occhi, si compie un atto di magia sessuale alchemica, una sacra unione che porta a un'Ottava superiore la creazione: il Miele d’oro.
Non è forse un caso che la parola "perfezione", in Irlandese e nell'antico norreno, fosse resa con "céir-bheach", letteralmente "cera d'api".
Le api abitavano il Paradiso, e le candele per i riti dovevano essere di cera vergine. Il miele è ricchezza, abbondanza, cibo sacro, nettare degli dèi.
Le antiche sacerdotesse di Eleusi ed Efeso erano chiamate "Api", perché svelavano il "miele" della parola divina.
Nell'Inno omerico ad Hermes, tre Donne-Api Vergini profetizzano dopo essersi nutrite di biondo miele. La parola secondo verità, che realizza ("krainei") per la sua intrinseca potenza.
L'Essenza che realizza la Forma. La vibrazione che realizza la cera. La Merkaba. La cera che è veicolo della vibrazione nell'alveare.
Siamo portati a vibrare naturalmente sui 432 Hertz.
Siamo Api, intercorrelate in un unico organismo, guidate dalla vibrazione della Corona dell'Ape Regina. È importante tenere pure le nostre cellette interiori, perché sono il veicolo delle nostre comunicazioni. Ognuna di noi è chiamata a scoprire in sé e nell'altro il Fiore con cui vibrare all'unisono, per estrarre insieme quel polline che diventa nutrimento e vita per la collettività.
L'Idrogeno, che costituisce il 90% del nostro corpo, vibra a 8 Hertz, la stessa frequenza del battito cardiaco del pianeta, la Risonanza di Schumann.
E la musica a 432 Hertz è un'armonica superiore di questa frequenza fondamentale, capace di penetrare ogni barriera, svelando la sua natura di vettore multidimensionale. È il vettore della Merkaba tridimensionale.
Gli acufeni che talvolta sentiamo, quel ronzio interiore, non sono forse il "brusio delle api al lavoro" mentre estraggono il polline luminoso dai fiori della nostra coscienza e lo trasportano nell'alveare del cuore?
L'Idrogeno, il cui simbolo è H come Hermes, il messaggero, il ponte tra i mondi, è l'elemento alchemico con cui fabbrichiamo il nostro corpo astrale.
È la materia su cui lavora la Kundalini, il Fuoco vivificante dello Spirito Santo incarnato. L'elaborazione di questa risonanza si sviluppa in consonanza ritmica con le sette note, salendo di Ottava in Ottava.
Si trasmuta l'Idrogeno, si cristallizza in Ottava Superiore per creare nuova vita, per dare forma al Corpo Astrale dalla stessa materia del corpo fisico, ma attraverso un procedimento diverso, la Magia degli Opposti, la Magia Sessuale. Un desiderio contenuto e sublimato in Amore trasforma l'Idrogeno grossolano in Coscienza pura, capace di gestire il Fuoco Sacro senza esserne sopraffatta, fino a che quel Fuoco non raggiunga il Cuore e, morendo all'ego, si risorga con il Cristo interiore.
"Idrogeno" significa "generare acqua".
Non siamo polvere che ritorna polvere. Siamo acqua creatrice, pura e cristallina. Veniamo dall'acqua, dall'elemento femminino di Dio, e acqua ritorneremo. Nati da quell'I-Dea, che è la Sacra Madre Shekinah, lo Spirito Santo, il Fuoco che incarnandosi diventa Kundalini, Cristo.
Acqua e Fuoco in sinergia.
L'Unione Sacra degli Opposti.
Si lavora con il Femminino, ci si lascia lavorare dalla dolcezza dell'acqua, che nel suo scorrere fluviale viaggia sui 432 Hertz, la stessa frequenza a cui la doppia elica del DNA si armonizza perfettamente.
Ed è per questo che le pratiche sciamaniche più profonde usano i suoni della natura, caricati di intenzione, per trasferire informazioni di riequilibrio nei nostri campi morfogenetici.
E ancora una volta, grazie, Sacre Api.
Grazie per avermi indicato la via. Per avermi insegnato che il mio compito non è solo quello di essere "antennata", pronta a ricevere, ma anche di essere "vibrata" in potenza, un'ape operosa nella luce, in attesa, pronta alla chiamata della "Corona".
Come lo siamo tutti. Come lo siamo sempre state, in attesa di risvegliarci al ronzio sacro della creazione.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com
Tratto dal mio libro
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Giornata mondiale Api





💛 Asse Altare Monte d'Accodi (libro)

 


"[...]Se la prima tappa del nostro percorso è iniziata nella sezione del sud-est, della sinergia del Nodo Sacro tra il Corno e la Mezzaluna, se la seconda sezione ci ha condotti nella dimensione del Nord, dove la dimensione circumpolare del cielo ha rivelato il suo intimo legame con i cicli della gestazione e la sacralità del principio gemellare, è nella terza sezione che abbiamo intravisto il primo autentico passaggio iniziatico, indagando sulla direzione Nord-est, di dominio dell’Ofiuco, il Serpentario, che ci ha mostrato la via dell’ascensione, incarnata emblematicamente dall’orientamento dell’altare a terrazze di Monte d’Accoddi, specchio terrestre di una gerofania celeste, con l'ingresso a sud-ovest e il suo puntare, in una dinamica ascensionale rappresentata dall'asse della rampa, che ha l'ingresso a sud-ovest verso il Nord-est, la direzione della coda della nostra costellazione del Cigno, quando sorge, che  proprio nella coda, ha la sua stella più luminosa, Deneb, con la testa rivolta a sud-ovest. 
Ma è interessante notare che la costellazione del Cigno, ha la testa orientata verso il Nord-ovest. 
Nella rappresentazione classica, il Cigno (Cygnus) è raffigurato come un cigno in volo lungo la Via Lattea, con la testa rivolta verso ovest o nord-ovest, a seconda della stagione e dell’ora della notte. La stella più brillante, Deneb (α Cygni), si trova sulla coda, mentre la testa corrisponde alla stella Albireo (β Cygni), che in cielo appare orientata verso ovest. Quindi, se si considera la posizione abituale in una mappa celeste (con nord in alto), la testa del Cigno punta a ovest,
E ancora più interessante, visto che ci sono analogie, notare come  l'asse principale dei pilastri di Gobleki Tepe, centrali, fosse puntato verso il punto di tramonto della stella Deneb. 
Questa è una precisa direzione rituale, che si rivela essere il medesimo allineamento del Mundus Patet del Foro Romano, situato tra la Regia e il Tempio di Vesta, e posto a Sud-Est rispetto all’Umbilicus Urbis (collocato a Nord-Ovest). 
Questo duplice orientamento, riconducibile al Sud-Est per il Mundus, e al Nord-Ovest per l’Umbilicus, disegna un asse cosmologico di complementarietà, dove il Nord-Ovest, corrispondente al sorgere del sole nel solstizio d’estate, rappresenta la luce, la vita manifesta e il fondamento della città.
Il Nord, e in particolare il Nord-Ovest (direzione dell’Umbilicus Urbis), rappresenta il polo della luce astrale, dell’Orsa Maggiore, del giogo del bue celeste, della stabilità immobile attorno a cui ruota il cosmo.
In altre parole, il Nord (e il Nord-Ovest) è la direzione del fondatore, del re-sacerdote che traccia il solco primigenio[...]
[...] Il fedele che saliva la rampa non si muoveva a caso. 
Procedeva idealmente dalla testa verso la coda del Cigno, o viceversa, ripercorrendo a terra l’anatomia della costellazione.
Deneb, stella di prima grandezza, non era un semplice ornamento notturno. 
In epoche remote (intorno al 10.900 a.C., in piena epoca di Göbekli Tepe), Deneb ricopriva il ruolo di stella polare, il perno attorno al quale ruotava l’intera volta celeste. 
Essere orientati verso nord-est significava, per gli antichi sardi, essere allineati con l’asse stesso del mondo, con il cardine cosmico. Monte d’Accoddi diventa così un polo terrestre che rispecchia il polo celeste, un omphalos architettonico che replica l’ombelico del cielo[...] .

Tratto dal mio libro
"Le Dee silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna"
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Come vedete dall'immagine, riprese da Google earth, l'altare di Monte d'Accodi non ha assolutamente un preciso orientamento Nord-Sud, e la stessa rampa, non è perfettamente in asse con la struttura quadrata. Questo perché c'era una motivazione precisa, di preciso allineamento con la testa e la coda della Costellazione del Cigno, tappa ultima del viaggio iniziatico alchemico, che finisce con il volo del Cigno.
Un percorso iniziatico ben delineato, nella nostra terra, attraverso i siti sacri più importanti, più rivelatori, di cui ho tracciato le tappe sia a livello terreno, che di riflesso, a livello astrale, di cui adesso ho offerto solo uno stralcio.
Un percorso che in siti archeologici come quello di Gobleki Tepe, con cui abbiamo molto in comune, come ho scritto nel libro e nei miei precedenti scritti, viene approfondito e riconosciuto come mai si è fatto per la nostra Arcaica Civiltà Sarda.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com
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Altare Monte D'Accoddi (libro)








martedì, maggio 19, 2026

💛 Nurdole analisi esoterica

 

Ho già avuto modo di parlare del soffitto astronomico della tomba di Senenmut, dove sono presenti le simbologie delle Iadi e di Orione con le sue tre stelle.
Ne parlai già nel maggio del 2022, poiché riportano la conformazione delle Iadi( https://maldalchimia.blogspot.com/2022/05/le-iadi-e-santa-cristina.html?m=0)
Ne ho parlato anche nel mio ultimo libro "Le Dee silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna"
"[...] La loro rappresentazione a forma di goccia si carica dunque di una doppia valenza, quella celeste, riferita alla Costellazione, e tellurica riferita all'acqua sorgiva dei pozzi sacri che spesso presentano questa conformazione a goccia. 
La struttura delle Iadi, disposta a “V” con tre stelle allineate su ciascun braccio, come una sorta di triangolo stellare, richiama simbolicamente il grembo uterino, il pube femminile, il grembo alchemico della generazione. 
La stella più luminosa dell’ammasso, Aldebaran, l’“occhio rosso” del Toro, segna il vertice di questa “Y” cosmica, divenendo tramite fra il piano divino e quello terrestre.
In Sardegna, la morfologia delle Iadi trova riscontro nella iconografia taurina nuragica, ove il torello, simbolo di potenza fecondante e di protezione, presenta frequentemente il corno sinistro più corto del destro, esattamente come la diramazione sinistra delle Iadi appare meno estesa. 
Tale asimmetria non è casuale, ma  riflette una visione cosmologica ove gli opposti, il maschile/femminile, il celeste/tellurico, la vita/morte, si fondono in una sintesi creatrice. 
Le corna taurine, spesso rappresentate in atteggiamento di protezione del disco solare o della Dea, diventano così un “portale ierofanico”, analogo alla “goccia-uovo” del pozzo di Santa Cristina, poiché entrambi custodiscono il mistero della vita che rinasce.
Nella nostra Antica Civiltà Sarda si è sviluppato un culto delle acque profondamente integrato con il culto della Grande Dea, la cui presenza è attestata dalle veneri neolitiche (come la Dea Madre di Cuccuru S’Arriu) fino alle raffigurazioni bronze e alle architetture cultuali dei pozzi sacri. 
In questi ultimi, l’acqua non è solo elemento purificatore, ma sangue della terra, fluido uterino della Dea che genera e rigenera. L’orientamento nord-ovest e sud-est, con ingresso a sud-est, alba del solstizio invernale, del pozzo di Santa Cristina e la sua forma a goccia allungata potrebbero alludere proprio alle Iadi, che sorgono e tramontano in quel quadrante celeste, segnando i cicli delle piogge e delle rinascite.
Il triangolo implicito nella struttura a “V” delle Iadi, e riprodotto in alcune domus de janas (come a Mesu ‘e Montes) o nell’impianto planimetrico di alcuni altari, incarna il principio triadico del Sacro Femminino, quello della “nascita/morte/rinascita”. 
Esso è anche simbolo del monte pubico, della vulva cosmica da cui scaturisce l’acqua primordiale. 
In questa luce, la “goccia” del pozzo sacro sardo diventa una sorta di omphalos liquido, centro del mondo dove cielo e terra si congiungono.
La corrispondenza tra il simbolismo della goccia nel soffitto di Senenmut e nei pozzi sacri sardi suggerisce l’esistenza di un sostrato culturale condiviso, un koinè mediterranea di idee e simboli risalente almeno all’età del Bronzo. 
In entrambi i contesti, l’acqua è veicolo di conoscenza iniziatica e di immortalità. 
L’architetto Senenmut, come sicuramente anche gli antichi sacerdoti-astronomi sardi, sembra aver custodito una sapienza astroteologica che legava Orione, le Iadi e il Toro a un ciclo cosmico di morte e rigenerazione[...] "

Le Iadi formano nell'astronomia un gruppo a "V" (o a forma di Y) con Aldebaran, situato nella "faccia" della costellazione del Toro.
Non vengono mai rappresentate come tre stelle allineate verticalmente nella iconografia egizia.
Nell'iconografia astronomica egizia, le Iadi non venivano disegnate come un semplice gruppo di stelle isolate, ma erano incluse nella raffigurazione della costellazione del Toro (Khepesh o Tesch-Tesch). La forma a "goccia" che vede rappresenta proprio la parte della testa del toro, al cui interno sono collocate le stelle delle Iadi (con Aldebaran come occhio della testa del toro).
La Cintura di Orione è invece famosa proprio per il suo allineamento perfetto di tre stelle. Nell'antico Egitto, la costellazione di Orione si chiamava Sahu (o successivamente Khenty) ed era strettamente legata al mito di Osiride, il dio della morte e della rinascita.
Il Faraone (spesso ritratto nelle vesti di Osiride o in piedi accanto a lui) viene mostrato sotto queste tre stelle per indicare il suo viaggio nell'aldilà, associandosi al dio Orione nel ciclo eterno del cielo notturno.

Ci sono due reperti, provenienti entrambi dallo stesso luogo, Nurdole, di cui ho già parlato, che presentano una simbologia comune,
Il concio di Nurdole, di cui ho sottolineato la forte simbologia di Orione, presente nelle incisioni(  https://maldalchimia.blogspot.com/2021/03/simbologia-dei-conci-di-trachite-del.html?m=0)
e il pendente di Nurdole ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/08/pintadere-pendente-nurdole.html?m=0
che ha ugualmente attinenza con Orione e con la simbologia della Croce nel cerchio, simbolo dell'ultima importante tappa della Via di Rinascita, sincretismo di due costellazioni, l'Orsa Maggiore e la costellazione del Cigno, come approfondisco nel mio libro "Le Dee silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna", tanto da essere la conformazione planimetrica anche di molti nuraghi ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/ciondolo-nurdole-nuraghe-sa-domu-beccia.html?m=0)
Nel ciondolo del complesso nuragico di Albucciu di Arzachena converge anche la simbologia della Cintura di Orione, simbologia presente anche nel coccio di Nurdole

La struttura interna del ciondolo presenta quattro fori disposti a croce. Nel simbolismo della preistoria e dell'età del bronzo (a cui appartiene il ciondolo, questa croce è spesso interpretata come una rappresentazione della Cintura di Orione.
La forma generale del ciondolo, con le due estremità ricurve che si avvolgono, richiama molto da vicino la testa di Toro, costellazione prominente nella nostra arcaica civiltà sarda, e Orione si trova proprio vicino ad essa (il Toro si trova a nord-ovest di Orione).
Il concio di Nurdole rappresenta una cosmologia
Non racconta una storia nel senso moderno del termine, ma serviva ai popoli neolitici per segnare il tempo (il sole, i mesi), per organizzare lo spazio (i confini geometrici) e per accompagnare i defunti nel loro viaggio verso l'aldilà. Spesso le incisioni sulle pietre delle tombe a corridoio servivano a indicare la giusta direzione verso cui rivolgere i riti funebri.
Non è una scrittura, ma un linguaggio simbolico, rituale e astronomico.
È un antichissimo "calendario" per scandire le stagioni.
Il disco solare, il rettangolo come zona sacra, il rombo, ripetuto più volte, simbolo di fertilità, allineate anche a tre come le Piramidi di Giza, strutture per l'immortalità, che riflettono la stessa simbologia di Osiride/Orione  che ascende al cielo guidato dalle tre stelle verticali, le tre stelle della Cintura di Orione, la Via di Rinascita lungo la Via Lattea ( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/03/la-y-taurina-di-ascensione-lungo-la-via.html?m=0)

Perché Nurdole, per questa rappresentazione così importante?
Vediamo le coordinate

40°23’16.0”N,
9°17’04.8”E
Zona montana della Sardegna centrale.
Supramonte/Barbagia di Nuoro, vicino a Oliena o Dorgali
Altitudine: 730 m s.l.m.
È una quota simbolica di soglia tra cielo e terra, spesso associata a centri di energia tellurica.

40°N
È il parallelo di molte tradizioni iniziatiche (es: 40°N attraversa Grecia, Turchia, Cina, Colorado, legato al “cinturone di Orione” terrestre).
Del 40° ne ho parlato nei miei scritti e anche nel mio ultimo libro, "Le Dee Silenziose"
(https://maldalchimia.blogspot.com/2024/11/sorgono-e-il-40-parallelo.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/sorgono.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2021/06/arca-noe-rotonda.html?m=0)
È una coordinata sacra

Vediamo il  23’16”
16 = 4², numero di manifestazione
23 è il “numero del Caos organizzato” (simbolo di trasformazione: 2+3=5, l’Uomo al centro).

La Longitudine 9°E
È una fascia che tocca la Sardegna, considerata in molte tradizioni, non solo in Sardegna, isola dei Giganti e punto di residua energia atlantidea.

730 metri
7+3+0=10 → ritorno all’Uno
730 = 730 cicli solari medi (circa 2 anni siderali), soglia tra "mondo e oltre-mondo"

Sono interessanti anche le corrispondenze con le coordinate astrali delle stelle fisse.
Allo zenit locale corrispondono le stelle visibili in culminazione, come Alioth dell'Orsa Maggiore

E corrisponde anche Menkalinan (β Aurigae) – decl. +44.9°, che risulta quasi verticale a 730 m su 40°N, la stella del carro/cocchiere, legata a cambiamenti di ciclo.

Non allineamento diretto, ma interessante, ma la cintura di Orione cade in AR ~5.5h, che corrisponde a longitudine terrestre 9°E in certi sistemi di geodesia sacra

La Stella più significativa per culminazione superiore a 40°N, 9°E  nel momento equinoziale, è
Alkaid dell'Orsa Maggiore – decl. +49.3°, passa al meridiano circa 1h dopo Alioth.
La Simbologia è estremamente interessante, perché si rivela come il “Capo del Gran Carro”, che porta dell’anima verso l’Orsa, che in esoterismo, è la Porta dei Morti (nella tradizione celtica e sarda le  tombe dei giganti  sono orientate a nord verso Alkaid).

Dalle coordinate, il punto a 730 m si trova in una zona piena di menhir, dolmen e tombe dei giganti (es. Tempio di Malchittu, Monte Longu, Nuraghe Sa Sedda ’e Sos Carros).

Il sito è orientato verso il solstizio d’inverno (azimut ~120° dalla costa) e verso il tramonto di Sirio (inizio agosto), legato al nuovo anno egizio e alla rinascita.

Queste coordinate descrivono un centro di energia tellurica e astrale molto forte.

La latitudine 40.387° è vicina alla “linea del Drago” (40° parallelo sacro).

La longitudine 9.284° incrocia un meridiano che passa per Nuraghe Majori (Teti) e per i Monti del Gennargentu, che è un antico confine tra regni dell’ombra e della luce.

La stella di riferimento è Menkalinan della costellazione dell'Auriga, importante anche per il sito di Pranu Mutteddu, per lo zenit, ma l’anima esoterica del luogo guarda ad Alkaid (Orsa Maggiore) come porta dell’oltre.

Il numero 730 m allude a un tempio dell’aria.
Le nebbie, le aquile, il passaggio di sciamani nuragici.

È una zona di antiche civiltà arcaiche, di culti legati alle acque sorgive, alle tombe dei giganti e all’osservazione del cielo. L’altitudine di 730 m suggerisce un punto di osservazione sacro, spesso usato per osservare solstizi/equinozi.

Convertendo il luogo in coordinate celesti locali (lat. 40.3878°N, long. 9.2847°E) per un momento simbolico  ad esempio mezzanotte del solstizio d’estate (21 giugno) o equinozio di primavera (21 marzo), si ottengono allineamenti rilevanti:

Lo Zenit locale (punto sopra la testa) in quei momenti cade attorno a Declinazione +40.4° → simile alla declinazione di alcune stelle fisse.
Le stelle che passano allo zenit da questa Latitudine sono
-Vega (α Lyrae) – declinazione +38.78°, che passa a soli 1.6° dallo zenit, che ha un significato esoterico di Arpa celeste, porta tra i mondi, collegamento con la creatività cosmica e il dio Thot/Hermes.
Nella tradizione sarda, alcune domus de janas sono orientate a Vega nel Neolitico.

- Deneb della costellazione del Cigno, con declinazione +45.28°, che passa a circa 5° nord dello zenit.
Simboleggia la coda del cigno, la via lattea come fiume dell’anima.
E qui ritorniamo alla simbologia della Croce nel cerchio, rappresentata dal pendente di Nurdole, sincretismo di Orsa Maggiore e Costellazione del Cigno.

Infatti abbiamo anche queste coordinate, speculari a quelle terrestri, in cui
il Nord (Polaris, α Ursae Minoris), 0° azimut, rappresenta il Polo immobile, la porta degli dei, l'axis mundi.
Da questa latitudine, Polare è a 40° sopra l’orizzonte, costante guida per i nuragici.

A Nordest (Capella, α Aurigae), presentissima anche a Pranu mutteddu, 45° azimut, decl. +46°, abbiamo la simbologia della Stella della “Capra”, legata ad Amaltea, nutrice di Zeus.
Simbolo di abbondanza e protezione pastorale, rilevante per una cultura montana sarda.

A Est  abbiamo l'Alba equinoziale, il punto esatto dell’orizzonte dove sorge il Sole il 21 marzo.
Indica la Rinascita, l'inizio del ciclo annuale.

Se il sito ha un dolmen o un nuraghe, spesso guarda a est.

A Sudest, abbiamo Sirio, 135°, basso all’orizzonte in estate.
Sirio (α Canis Majoris) è associata a Isis/Sopdet, annunciatrice delle piene del Nilo.
In Sardegna, pozzi sacri  erano allineati al suo sorgere eliaco (luglio).

A Sud abbiamo Antares – 180°, decl. -26°, bassa.
Il Cuore dello Scorpione, morte e rigenerazione. In opposizione al Sole, simboleggia l’iniziazione notturna.
È la dimensione della fine del viaggio iniziatico lungo la Via Lattea, alla sua fine, di dominio della dimensione Femminea dello Scorpione, che come ho scritto ha simbologia molto forte qui in Sardegna ( https://maldalchimia.blogspot.com/2024/05/simbolismo-zig-zag-guanto-gigante-di.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/gli-uomini-scorpione.html?m=0)

A Ovest abbiamo il  Tramonto equinoziale, la porta degli antenati, terra dei morti.

A Nordovest (Vega) – circa 315° azimut, alta in estate
È “l'Aquila che cade” (Lira).
Il Mito di Orfeo rappresenta il suono che apre i mondi.
È il punto di congiunzione tra il fiume celeste (via lattea) e la montagna.

Le coordinate geografiche (lat. 40.388°N) equivalgono a una latitudine celeste (per un osservatore)ad una stessa latitudine.
In coordinate equatoriali, il Polo Nord celeste è alto 40.388°.
La stella Thuban (α Draconis), quando sorgeva a nord 5000 anni fa, era il polo, e da questo sito sarebbe apparsa quasi allo zenit nord.
Questo luogo potrebbe aver avuto funzione di osservatorio nuragico per Thuban (periodo 3000-2000 a.C.).

E nel simbolo della tribù dei Dan, è presente proprio un Drago/Serpente( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/il-simbolo-della-tribu-di-dan.html?m=0)
Quindi Nurdole, si rivela come un luogo altamente alchemico, anche nelle sue coordinate, e di riflesso, in quelle astrali.
Il concio di Nurdole  parla di rinascita.
Una rinascita che trova, anche nelle coordinate terrene e astrali, una perfetta corrispondenza.

Tiziana Fenu
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Nurdole analisi esoterica