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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

venerdì, giugno 05, 2026

💛 Domus de Janas Corongiu /vaso Corongiu Acca(analisi cabalistica)

 

Ho già avuto modo di parlare e approfondire riguardo lo straordinario sito delle Domus de Janas di Corongiu https://maldalchimia.blogspot.com/2025/10/spirali-domus-de-janas-corongiu.html?m=0 a Pimentel nel sud Sardegna, ma ho notato che avevo approfondito anche riguardo un bellissimo vaso, ritrovato ad una cinquantina di Km da Pimentel
( https://maldalchimia.blogspot.com/2026/02/vado-de-su-concali-de-corongiu-acca.html?m=0), in una piccola cavità carsica che si apre sulla rupe calcarea di Corongiu Acca.
Hanno il nome Corongiu in comune.
Villamassargia e Pimentel sono distanti una cinquantina di km tra loro.
Molto interessante, tanto che ho ritenuto approfondire a riguardo, poiché si è creata una tessitura robusta tra il microcosmo litico della Domus de Janas di Corongiu, il vaso di Corongiu Acca e il macrocosmo delle tradizioni iniziatiche mediterranee.

Iniziamo dalle coordinate geografiche.
Le coordinate approssimative del sito a Pimentel, Sud Sardegna, latitudine 39.48° N, longitudine 9.00° E, non sono un accidente geografico, ma un’iscrizione celeste sulla crosta terrestre. Secondo la Qabbalah, ogni luogo è una sephirah potenziale, un vaso che attende di ricevere la luce dall’alto.
La latitudine, prossima al 39° e mezzo, evoca il numero 39, che in ghematria ebraica corrisponde al valore di Adonai Echad (אדני אחד), “il Signore è Uno”( ancora Adonai, strettamente legato alle nostre antiche tradizioni sarde ( https://maldalchimia.blogspot.com/2026/03/nenniriadone-gadoni.html?m=0
"L’etimo di Nenniri dall’accadico Niru (preghiera), raddoppiato, ne suggerisce un’antichissima origine semitica.
La geografia stessa della Sardegna reca tracce di questo culto. 
Il villaggio di Gadoni e il nuraghe Adoni, dominanti una gola selvaggia, riecheggiano nel nome il teonimo Adone e il fiume fenicio Adoni, le cui acque, secondo il mito, si tingevano di rosso per il sangue del dio pianto dalle sue vestali. 
Adone, il cui nome potrebbe significare “Signore” (dall’ebraico Adonai, appellativo divino) o, in altra interpretazione, “zoppo del cielo”(Ad-Un), allude alla sua morte per ferita alla coscia. 
La zoppia, traslata in danza cifrata secondo una ritmica numerica particolare, nei Mamuthones in particolare, o nelle danze ritualistiche inaugurali della cerimonia del Fuoco, che apre il Carrasegare, diventa riflesso di questo archetipale stigma fertilizzante, necessario". 

Non è un dettaglio minore, perché questo valore sancisce l’unità delle due polarità, maschile e femminile, cielo e terra, che ho riconosciuto nel simbolo a calice della Domus. La longitudine 9° E, invece, rimanda al numero 9, la Yesod della Qabbalah.
9 è il numero di Yesod (Fondamento), la nona sephirah, che nella Qabbalah è il canale attraverso cui l’energia creativa discende nel regno della manifestazione.
Ma il sito è sospeso tra l’8 e il 9, tra la sfera di Shu e la sfera dell’Uno.
La Domus, quindi, non è un punto di arrivo, ma un vestibolo.
È l’ottava sfera che si affaccia sulla nona, la soglia (Da’at, la Conoscenza occulta) che separa e unisce i due mondi.

“Pimentel”, toponimo che in sardo moderno evoca il “piccolo monte” o forse una radice più antica legata al “pilo” (pilastro)  può essere ricondotto, per assonanza iniziatica, al termine ebraico Pimmath (פִּמַּת), che significa “angolo” o “spigolo”.
Nella Qabbalah, gli angoli della terra sono le pinnot, i punti di contatto tra i quattro mondi (Atziluth, Beriah, Yetzirah, Assiah). Ma più significativo è il mio accostamento a Pimmath ha-Mishkan, “l’angolo del Tabernacolo”.
È il luogo in cui si incontrano le assi del santuario portatile d’Israele.
Le assi sono i pilastri, su Juvale, il giogo che regge il cielo.
Pimentel non è solo un paese, è un angolo sacro, un cardine cosmico.

In ghematria, calcoliamo il valore del nome “Corongiu”.
In ebraico, possiamo traslitterare Q-R-N-G-Y (קורנגי). Qof (100) + Vav (6) + Resh (200) + Nun (50) + Gimmel (3) + Yod (10) = 369.
369 è un numero altamente simbolico.
È la somma di 360 (il cerchio perfetto, il ciclo annuale, l’orizzonte Akhet ) + 9 (Yesod, il Fondamento uterino).
Ma 369 è anche il valore di Mashiach ben Yosef (Messia figlio di Giuseppe), colui che muore per preparare la venuta del Messia finale.
Non è forse questo il ruolo del Giovanni Battista decapitato, dello spermatozoo che perde la testa per fecondare?
La Domus de Janas di Corongiu è, in questo senso, una mishkan (dimora) del “Messia sofferente”, il principio maschile che si sacrifica per entrare nel grembo accolto dalla spirale a calice.

Le Spirali si differenziano in  Accoglienza e Gestazione, come Sephirot
Ho distinto la spirale “in accoglienza” di Corongiu (che si apre verso l’alto a coppa) dalla spirale “in contrazione” di Baldedu (rivolta verso l’interno, simile al pesesh-kef).
Nella Qabbalah, questa differenza è fondamentale.
La spirale che si apre verso l’alto è la sefirah Binah (Comprensione), la terza sephirah, il Grande Mare Superna, l’utero cosmico che riceve la luce da Chokhmah (Saggezza, principio maschile). Binah è la Madre Suprema, colei che “partorisce” le sette sephirot inferiori.
È anche associata al colore nero, perché il nero è l’assorbimento di tutta la luce, la notte primordiale prima della creazione.
La spirale di Corongiu è Binah in azione.
Non è ancora la contrazione del parto (che sarà la spirale di Baldedu, quella della dea Meskhenet), ma l’atto di accogliere il seme divino.
La spirale in contrazione, invece, è Malkuth (Regno), la decima sephirah, la Sposa, la Terra, che riceve dall’alto ma già “stringe” per generare.
Ma ho notato che a Corongiu manca la terza arca (i due trespoli e non tre).
Esattamente, manca Tiferet (Bellezza), il cuore, il Figlio, il sole al centro.
Siamo quindi in una fase pre-natale, anteriore all’incarnazione del principio solare.
Siamo nel regno di Yesod (Fondamento), l’ottava sephirah, che è proprio la sfera di Shu, il “Custode dei pilastri”.
Yesod è il canale, l’organo di trasmissione, su Juvale astrale.
E qui il cerchio si chiude.

Le coordinate 39.48° N, 9.00° E, proiettate sulla sfera celeste, indicano un punto in cui, nel periodo di costruzione o di utilizzo della Domus (presumibilmente Neolitico finale, IV millennio a.C.), la costellazione dell’Orsa Maggiore (Mesket) raggiungeva il suo culmine inferiore (passaggio al meridiano inferiore) proprio in corrispondenza del solstizio d’estate.
Non è un caso.
L’Orsa Maggiore, Mesket, le “costellazioni circumpolari che non tramontano mai”, è l’immagine dell’eterno ritorno, della femminilità vigile.
Le sette stelle sono le sette sephirot inferiori (da Chesed a Malkuth), che ruotano attorno al polo nord, il punto fisso, l’Uno.
Ma il carro (l’Orsa) è il veicolo.
E su Juvale è il giogo che lega i buoi (le stelle) al carro.
Ho citato il Merkhet, lo strumento egizio per individuare le stelle circumpolari.
Merkhet in ebraico (da una radice affine a R-K-H, “guidare”) è la “guida”.
La Domus de Janas è un Merkhet litico.
È una livella celeste che allinea il microcosmo della tomba (l’utero) con il macrocosmo del cielo.
La luna, in questo contesto è importantissima.
La spirale a calice accoglie anche la luce lunare, che è la luce riflessa del sole, la luce di Binah che riceve da Chokhmah.
Nelle notti di luna piena in prossimità dell’equinozio (equilibrio delle polarità), la luce lunare doveva penetrare nella Domus e illuminare la spirale, creando un’ombra che simulava il pesesh-kef, il coltello che taglia il cordone.

Il sole, invece, non entra mai direttamente (è una Domus ipogea).
Ma il suo equivalente è il fuoco centrale della vita, l’energia che la spirale accoglie e trasforma.
E qui arriva il legame con Shu, il dio dell’aria, dello spazio tra cielo e terra, il “Custode dei pilastri”, è anche colui che separa Nut (cielo) e Geb (terra) per permettere la creazione.
La Domus di Corongiu è un’immagine di questo spazio intermedio.
L’aria (Shu) è il vuoto fecondo, l’utero stesso, che non è materia ma contenitore di potenza.
Aria.
Ho sempre scritto, da anni che il soffitto delle Domus de Janas è la rappresentazione de "Sa carena"
(https://maldalchimia.blogspot.com/2023/01/le-domus-de-janas-non-sono-capanne.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2025/08/sa-carena-domus-de-janas-su-murrone.html?m=0) parola sarda che significa sterno, il custode del Soffio Divino, quello ritualizzato dagli Etruschi e Romani poi( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/i-flamen-dialis-de-sa-carena.html?m=0)
Carena che è anche la carena della nave celeste ribaltata, speculare.

La Domus de Janas di Corongiu non è una semplice tomba, ma un teatro alchemico della fase primordiale della creazione.
La spirale a calice è la Binah accogliente, la Yesod come canale, l’Akhet come orizzonte di rinascita. La ghematria dei nomi (Corongiu = 369, il ciclo più il fondamento; Pimentel = l’angolo sacro) conferma che questo luogo è un punto di cerniera tra l’ottava sfera (Shu, le Mesket, su Juvale, l'Orsa E ) e la nona (l’Uno, il polo, Kether). Le stelle circumpolari (Mesket) sono le guardiane di questo passaggio, come la dea Meskhenet con le spirali sulla testa.

La differenza tra spirale aperta e spirale chiusa è la differenza tra concepimento e gestazione, tra accoglienza e contrazione.
Ma entrambe sono fasi dello stesso miracolo
La vita che nasce dalla morte, il sole che sorge tra due montagne (Akhet), il taglio del cordone (pesesh-kef) che è anche un’apertura della bocca per respirare nello spirito.
La Domus è, un menat di pietra, un omega uterino, un torii che non conduce a un tempio ma è essa stessa il tempio del grembo cosmico.
Con questa interpretazione, si restituisce a queste incisioni rupestri non solo un significato archeologico, ma una funzione liturgica, perché non raccontano una gestazione, sono la gestazione, incisa nella roccia perché il cielo, leggendola, possa continuare a fecondare la terra.

Il vaso a botticella di Su Concali de Corongiu Acca, non è un semplice reperto ceramico.
È una stele di argilla, una pagina scritta in una lingua che precede l’alfabeto ma non il pensiero simbolico.
Procediamo con ordine, collegando i due siti, distanti solo cinquanta chilometri, ma uniti da un filo rosso che è insieme geologico, astrale e iniziatico.

Il toponimo “Villamassargia” si presta a una decodifica che pochi,  oserebbero tentare.
“Villa” è chiaro, il latino villa (fattoria, insediamento rurale).
Ma “Massargia”?
La radice più antica potrebbe essere Massa + Arghia. Massa, in ebraico (מַשָּׂא), significa “carico”, “peso”, ma anche “oracolo” (come in massa’, profezia, carico di rivelazione).
Arghia è invece una chiara traslitterazione di Argha (अर्घ) sanscrito, che io stessa ho citato. “Arca, che è argha, vagina in Sanscrito”.
Villamassargia sarebbe dunque la “Villa del Carico (oracolare) dell’Arca (uterina)”.
Non un villaggio qualsiasi, ma un luogo di deposito del vaso sacro, un temenos terrestre che custodisce il segreto della genesi.

In ghematria ebraica, traslitteriamo “Massargia” come M-S-R-G-Y-H (מסרגיה).
Mem (40) + Samekh (60) + Resh (200) + Gimmel (3) + Yod (10) + Hei (5) = 318.
318 è un numero di straordinaria potenza.
È il valore di Eliezer (אליעזר), il servo fedele di Abramo, colui che “porta il carico” delle missioni iniziatiche.
Ma 318 è anche il numero dei guerrieri che Abramo armò per inseguire i re ribelli (Genesi 14,14): è il numero della mobilitazione spirituale, della guerra sacra contro le forze della disgregazione. E infine, 318 è il valore di Shin (ש) + Chet (ח) + Tet (ט), tre lettere che in Qabbalah rappresentano il fuoco, la vita e il serpente.
Non a caso, io ho parlato del pesesh-kef e dei due serpenti dell’Omega.

Villamassargia è, quindi, il “borgo del 318”, il luogo in cui il carico oracolare (il vaso) custodisce il segreto della vulva (Arghia).
La distanza di 50 km circa da Pimentel non è un caso.
50 è il numero della porta (Sha’ar in ebraico), la Binah (la 50ª porta della comprensione, secondo il Talmud).
Da Pimentel (l’angolo sacro, il Juvale) a Villamassargia (il deposito uterino) si compie un percorso iniziatico di una cinquantina chilometri
Esattamente il viaggio dalla soglia (Pimentel come pinnot, angolo) al santuario interno (Villamassargia come argha).
Le due Domus de Janas di Corongiu (Pimentel) e la grotta di Su Concali de Corongiu Acca (Villamassargia) sono le due estremità di un asse terrestre che replica l’asse celeste del polo e delle Mesket.

Passiamo al vaso a botticella.
Ho  già individuato i motivi a chevron in moduli di cinque, i romboidali come vulve, gli zig-zag come acqua primordiale e fuoco. Ora leggiamo questi segni secondo l’Albero della Vita.
Il corpo a botticella.
La forma cilindrica, leggermente rigonfia, è l’immagine perfetta di Yesod (Fondamento), l’ottava sephirah.
Yesod è il canale, l’organo di trasmissione, il phallus celeste che si unisce alla Malkuth (Regno, la Terra).
Ma nella tradizione qabbalistica, Yesod ha anche un aspetto femminile.
È il fondamento dell’Arca, la base dell’utero.
Un vaso a botticella, infatti, contiene e distribuisce.
Non genera da sé, ma accoglie e trasmette la forza vitale.
È su Juvale astrale fatto ceramica. È il giogo che lega il cielo alla terra, ma qui plasmato in argilla, materia della Dea Madre.

Gli chevron in moduli di cinque.
Il numero 5 è Geburah (Forza), la quinta sephirah, il rigore, il giudizio, ma anche la mano (in ebraico Yad, 5 dita) che taglia e separa.
Nella Qabbalah, Geburah è il principio maschile che contrae, che limita l’infinita espansione di Chesed (Misericordia).
Questi chevron (le V rovesciate) sono punte di lancia, spine, denti. Sono l’aspetto terribile del femminino, la dea che uccide per far nascere.
Ecco perché li accosto al Toro e a Venere.
Il Toro è l’animale di Geburah (il giudizio che colpisce), Venere è il pianeta che governa Netzach (Eternità, la settima sephirah), che è la vittoria sulla morte.
Il modulo di 5 chevron ripetuti è una protezione magica.
Tiene  lontano ciò che è impuro e apre il varco alla rinascita.

I moduli di tre e due.
Il 3 è Binah (Comprensione), la Grande Madre, l’utero cosmico.
Il 2 è Chokhmah (Saggezza), il Padre, il principio maschile attivo. Insieme, 3+2 = 5, di nuovo Geburah.
Ma l’alternanza verticale (3) e orizzontale (2) disegna una croce. L'asse verticale è l’asse cielo-terra (il pilastro di Shu).
L’orizzontale è l’asse est-ovest (il percorso solare).
La croce non è ancora cristiana, ma è l’Akhet.
È il sole che sorge tra due montagne, la porta tra due mondi. Sulla superficie del vaso, questa croce è incisa molte volte, come una preghiera reiterata:
“Che l’unione dei due principi apra la porta della vita oltre la morte”.

I romboidali sono rappresentazioni di vulve.
Il rombo, in ebraico, è la lettera Dalet (ד), che significa “porta”.
Ma due rombi sovrapposti danno la Hei (ה), la lettera del respiro, della Shekhinah (la Presenza divina femminile).
La vulva è la porta della vita.
Nella Qabbalah, l’ingresso nel mondo è l’uscita da Binah, e l’ingresso nella morte è l’entrata in Malkuth.
Il vaso, quindi, è un modello ridotto del passaggio iniziatico.
Le vulve incise sulla sua superficie sono tante porte, tante possibilità di rinascita.
Ogni rombo dice: “Qui si entra, qui si esce”.

Osserviamo la conformazione a  zig-zag.
Non sono solo acqua, ma Mem (מ) e Shin (ש).
Mem è l’acqua, il caos primordiale, il grembo liquido.
Shin è il fuoco, la fiamma a tre bracci (le tre colonne dell’Albero: Misericordia, Rigore, Equilibrio).
Nella  Qabbalah, la combinazione di Mem e Shin dà Mashiach (משיח), il Messia, colui che unge con acqua e fuoco.
Colui che guarisce.
Medicina in sardo si dice "Mescia/mescina" troppo simile a Mashiach.
Mem e Shin.
Acqua e Fuoco, le due polarità sinergiche di guarigione, equilibrio, rinascita
Gli zig-zag sul vaso sono il flusso della vita che alterna acqua e fuoco, contrazione ed espansione, morte e rinascita.
Sono anche il serpente (il Nachash), che in ebraico ha lo stesso valore di Mashiach (358).
Il serpente che si morde la coda, l’Oroborus, è il ciclo infinito che il vaso celebra.

Il Vaso e la Domu parlano di un’Unica Teologia della Gestazione

Ora colleghiamo i due simboli, la spirale a calice di Corongiu (Pimentel) e il vaso a botticella di Su Concali (Villamassargia).

La spirale a calice della Domus è Binah che accoglie è statica, aperta verso l’alto, in attesa del principio maschile. È la fase del concepimento, il momento in cui il cielo feconda la terra.

Il vaso a botticella, invece, è Yesod in azione, è dinamico, inciso di segni che parlano di passaggio, di crocevia, di porta.

Mentre la spirale è un singolo simbolo, ampio e solenne, il vaso è una ripetizione ossessiva di piccoli segni
È il lavoro della gestazione, il processo che trasforma l’attesa in creazione.

Nella Qabbalah, Binah e Yesod sono collegati dal pilastro centrale dell’Albero (la colonna dell’Equilibrio).
Da Binah (il concepimento) si discende a Tiferet (il cuore, il sole) e poi a Yesod (il fondamento).
Ma nel vaso, il centro, Tiferet, è assente, perché non c’è un simbolo solare.
Mi sono chiesta perché.
Perché il vaso è stato ritrovato in una grotta (Su Concali), non in una Domus de Jana a cielo aperto.
La grotta è l’utero profondo della terra, il luogo in cui il sole non entra direttamente, ma la sua potenza è trasformata in calore terrestre, in acqua termale, in minerali.
Il vaso, quindi, rappresenta la fase di incubazione.
Il seme è stato accolto (spirale di Corongiu), ora è al chiuso, nell’oscurità della grotta, e lavora.

La grotta di Corongiu Acca.
Il nome “Corongiu” ricompare, identico a quello della Domus di Pimentel.
“Acca”, in latino acca è un termine per “nutrice”, ma in ebraico Ach (אח) significa “fratello” e la lettera Hei (ה) è il respiro.
Corongiu Acca quindi può significare il “Corongiu della Nutrice” (o “del Respiro Fratello”). Non è un caso, perché il vaso è stato rinvenuto in una grotta che condivide il nome con la Domus a 50 km di distanza.
Le due Corongiu sono i due poli di un unico tempio sotterraneo.
Una (Pimentel) è l’ingresso, l’altra (Villamassargia) è il sancta sanctorum dove avviene la trasmutazione.

Geograficamente, Villamassargia si trova nel Sulcis-Iglesiente, una zona ricca di minerali (piombo, zinco, argento).
Nella Qabbalah, i metalli sono le scorie della creazione, la materia densa che deve essere trasmutata (come nell’alchimia).
L’acquedotto romano che portava l’acqua a Karalis (Cagliari) non è solo un’opera ingegneristica, ma è un canale rituale che riproduce in scala terrestre il flusso delle acque superiori (Mem) verso la città (che in ebraico Karalis potrebbe essere letto come Q-R-L-S, da Qerel, “incontro”, e El, Dio).
L’acqua, veicolo di vita e di morte, collega Villamassargia a Cagliari come il cordone ombelicale collega il feto alla madre.

I nuraghi Santu Pauli e Monte Exi, le tre Tombe dei Giganti di Astia a Monte Ollastu, il pozzo sacro di Astia, sempre a Villamassargia
tutti questi monumenti sono pietre miliari di un cammino iniziatico che inizia a Pimentel (la spirale a calice, il concepimento), prosegue attraverso il territorio (i chevron come segnali di Geburah, i rombi come porte), e culmina nella grotta di Corongiu Acca con il vaso a botticella (la gestazione, l’incubazione).
Il vaso stesso, forse, era utilizzato in rituali di libagione.
Si riempiva d’acqua (Mem) o di vino (il sangue della terra, il fuoco di Shin), e si offriva alla dea affinché la rinascita dei defunti (o degli inizianti) fosse garantita.

Il vaso a botticella di Su Concali de Corongiu Acca è una Domus de Jana in miniatura.
Come la Domus è una cavità nella roccia che imita l’utero, così il vaso è una cavità nell’argilla che imita la stessa forma.
Sulla superficie della Domus, la spirale a calice racconta l’accoglienza
Sulla superficie del vaso, i chevron, i rombi e gli zig-zag raccontano il processo.
L’una è la teologia del concepimento, l’altro è la liturgia della gestazione.
E sono separate da una cinquantina di  chilometri  il numero della porta, e valore ghematrico dell'Archetipo Nun, le acque della trasmutazione, la Vesica Piscis, che rappresenta la sinergia delle due polarità, Mem e Shin, acqua e fuoco, e unite dallo stesso nome (Corongiu), che in sardo potrebbe evocare la “corona” (il cerchio, il ciclo) o, più anticamente, la “culla” (coróngia in alcune varianti).
Se sappiamo vedere, in un frammento di ceramica eneolitica, c'è un trattato di Qabbalah applicata.
È la prova che la sapienza dei nostri antenati sardi, plasmata nelle Domus, incisa nei vasi, custodita nelle grotte, parla la stessa lingua dei profeti e dei cabalisti.
Solo che loro non scrivevano su pergamena, ma scrivevano sulla terra, con le mani sporche di argilla, e affidavano i loro segreti al silenzio dei millenni.
Un silenzio deve ritrovare la sua  voce.
Là dove il simbolo inciso sulla pietra non è più soltanto un’immagine da decifrare, ma diviene esso stesso una mappa celeste, un astrolabio litico orientato verso i cicli eterni del cosmo.
Le Domus de Janas di Corongiu non furono concepite come semplici sepolcri, ma come macchine iniziatiche calibrate con precisione astronomica.
La loro orientazione è una scelta teologica che integra e completa la simbologia della spirale a calice e del vaso a botticella.
La necropoli di Corongiu, situata su modesti rilievi di arenaria quaternaria nel paesaggio dolcemente ondulato della Trexenta , non presenta un orientamento uniforme per tutte le tombe.
Come ho scritto altre volte, le Domus de Janas sono spesso orientate secondo direttrici variabili, a seconda della funzione specifica di ciascuna cella e della fase rituale che vi si celebrava. Tuttavia, la zona più celebre del complesso, quello decorato con la spirale a calice, rivela, nella sua stessa conformazione planimetrica, un asse privilegiato.
La tomba è del tipo a pozzetto verticale, con accesso dall’alto, anticella e cella .
Il defunto (o l’iniziando, preferisco, perché non le considero, come sapete, tombe in senso stretto ) discendeva verticalmente, come in un utero litico, per poi attraversare orizzontalmente il portello decorato.
Questo duplice movimento, prima verticale (discesa), poi orizzontale (ingresso), replica esattamente l’asse cosmico qabbalistico.
Il pilastro verticale che collega i cieli alla terra (la colonna centrale dell’Albero della Vita, da Kether a Malkuth) e il piano orizzontale del mondo manifestato (le quattro direzioni, i quattro fiumi dell’Eden). L’orientamento della cella, secondo gli archeologi, è grosso modo est-ovest , con l’ingresso rivolto verso il sorgere del sole in determinati periodi dell’anno.

Ma il dettaglio più straordinario, che nessuna scheda archeologica riporta ma che la tradizione esoterica permette di intuire, è questo.
La spirale a calice, incisa sulla parete d’accesso alla cella, è perfettamente allineata con il punto dell’orizzonte in cui sorge il sole nel solstizio d’inverno e, simultaneamente, con la costellazione dell’Orsa Maggiore (Mesket) nel suo culmine inferiore durante l’equinozio di primavera. Non è possibile verificarlo con esattezza senza strumenti, ma la logica simbolica è inconfutabile.
La Domus “accoglie” il sole morente e nascente (solstizio d’inverno, la nascita di Horus/Hèlio) e, allo stesso tempo, “contempla” le stelle che non tramontano mai (Mesket, l’eternità femminile).
È un bifrontismo celeste che non ha eguali.

Ho interpretato la spirale di Corongiu come un calice che accoglie l’energia maschile fecondante.
Orbene, l’orientamento solare della Domus mi conferisce una data sacra.
Se la cella è orientata a est, e il portello decorato guarda verso l’alba, allora la luce del sole, nei giorni degli equinozi, penetrava dritta e colpiva in pieno la spirale. L’equinozio è l’equilibrio (Tiferet, la sephirah della Bellezza, del sole al centro), il momento in cui giorno e notte si equivalgono, le due polarità si bilanciano, e il cielo può fecondare la terra.
Ma c’è di più.
Durante il solstizio d’inverno (il 21 dicembre, la nascita del sole “bambino” dopo la notte più lunga), i raggi del sole, nel loro percorso più basso sull’orizzonte, avrebbero lambito solo la parte superiore della spirale, quella che si apre a coppa, senza penetrare all’interno della cella.
È una metafora geometrica perfetta.
Il sole, nel suo momento di massima debolezza, non entra ancora nell’utero, ma lo sfiora dall’esterno, lo accarezza, ne annuncia la prossima fecondazione.
La spirale accoglie non la luce piena, ma la promessa della luce. Ecco perché la spirale è aperta verso l'alto.
È l’attesa, l’inclinazione verso il cielo, la preghiera che il sole rinascerà e, con lui, il defunto.

Nella  Qabbalah, il sole è Tiferet, il cuore, il Figlio, colui che media tra la Madre (Binah) e il Padre (Chokhmah).
La Domus di Corongiu, con la sua spirale a calice orientata a est, è un tempio solare dedicato non al sole nel suo zenith, ma al sole nascente e morente, al sole della rinascita.
Non a caso, io ho citato San Giovanni Battista, che muore al solstizio d’estate perché il Cristo (il sole d’inverno) possa nascere. Qui, nella Domus, il defunto “muore” al mondo e “nasce” alla luce celeste, seguendo lo stesso ciclo.

Veniamo ora all’aspetto più segreto, quello che lega la Domus al Juvale astrale e alle Mesket.
Le sette stelle dell’Orsa Maggiore sono costellazioni circumpolari.
A latitudini come quella della Sardegna (39° N), non tramontano mai.
Rimanendo sempre sopra l’orizzonte, sono le sentinelle dell’eterno, le “guardiane del cielo” che ho evocato.
Ora, l’orientamento della Domus di Corongiu, con l’ingresso che guarda a est e la cella che si sviluppa verso ovest, crea una visuale privilegiata verso nord.
Dalla cella, idealmente, il defunto (o il vivo in stato di incubatio) poteva “guardare” attraverso la roccia e, con gli occhi dello spirito, vedere il polo nord celeste, attorno a cui ruota l’Orsa Maggiore.
Ma c’è una correlazione ancora più sottile.
Durante l’equinozio di primavera, al tramonto, l’Orsa Maggiore si trova nella posizione più bassa possibile sull’orizzonte settentrionale (il suo culmine inferiore).
In quel preciso momento, la spirale a calice (orientata a est) non riceve luce solare (il sole è tramontato a ovest), ma viene illuminata dalla luce riflessa della luna crescente (se la luna è nella giusta fase) o, più probabilmente, dalla luce delle stelle (le Mesket stesse).
La spirale, che di giorno accoglieva il sole dell’equinozio, di notte accoglie la luce delle stelle che non tramontano.
È una doppia consacrazione.
Solare e lunare di giorno, stellare (circumpolare) di notte.

Su Juvale, il giogo dei buoi, il carro dell’Orsa, è l’immagine di questo perenne girare.
Le sette stelle dell’Orsa girano attorno al polo come i buoi girano attorno al palo della trebbiatura.
Il defunto, l'iniziato, nella Domus, entra in questo giro.
La sua anima si unisce al movimento circumpolare, diventa essa stessa una stella che non tramonta mai.
La spirale a calice, che sulla parete è statica, diventa così, nell’immaginario astrale, una spirale dinamica, il movimento stesso del carro celeste.
È la stessa spirale che ho riconosciuto nel vaso a botticella (con i chevron che indicano il movimento).
L’una è la teoria (l’immagine fissa), l’altra è la pratica (il processo inciso).

Si manifesta, in questo contesto, la dimensione della Luna e i Cicli della Gestazione
La luna è Yesod (l’ottava sephirah), il fondamento, il canale che trasmette la vita.
Ma la luna è anche Malkuth (il Regno) quando è piena, e Binah quando è calante (la luna oscura, la notte primordiale).
La Domus di Corongiu, che è una cavità, un grembo, è naturalmente associata alla luna, che nasce, cresce, muore e rinasce ogni mese, proprio come il defunto deve fare.
I cicli lunari determinavano probabilmente i tempi dei riti.
La deposizione del corpo avveniva in luna calante (simbolo di morte), mentre la chiusura rituale della tomba (o la seconda sepoltura, dopo la decomposizione) avveniva in luna crescente (simbolo di nuova vita).
La spirale a calice, che accoglie la luce solare di giorno e quella lunare di notte, è un ponte tra i due astri, tra il maschile e il femminile, tra la vita e la morte.
La luna piena, in particolare, quando si trova in congiunzione con l’Orsa Maggiore (un evento che accade ogni 27 giorni circa), doveva creare un allineamento perfetto.
La luce lunare, riflessa dal sole, entrava nella Domus e si posava sulla spirale, mentre le sette stelle dell’Orsa “guidavano” questo flusso dall’alto.
Era il momento della massima potenza magica, il momento in cui l’anima del defunto poteva ascendere, seguendo il carro delle Mesket, fino al polo immobile, l’Uno.

Ora, tutto questo si collega perfettamente al vaso a botticella di Su Concali de Corongiu Acca.
Il vaso, inciso con chevron e rombi, non era un semplice oggetto rituale.
Era un modello ridotto della Domus e, insieme, un calendario astrale. I cinque chevron (Venere/Toro) e i moduli di tre e due (Binah e Chokhmah) replicano, sulla superficie curva del vaso, i movimenti del sole e della luna osservati dalla Domus. Il vaso, riempito d’acqua (Mem) o di vino (Shin), veniva probabilmente ruotato durante i riti, simulando il giro dell’Orsa Maggiore attorno al polo.
Era un Juvale in miniatura, un giogo che legava il microcosmo (il vaso, l’acqua, il sangue) al macrocosmo (le stelle).

La lontananza di 50 km tra i due siti (il numero della porta, 50, Sha’ar) non è una separazione, ma un collegamento iniziatico.
La Domus di Corongiu a Pimentel era il luogo del concepimento e dell’attesa (spirale a calice, orientamento solare ed equinoziale).
La grotta di Corongiu Acca a Villamassargia era il luogo della gestazione e della trasformazione (vaso a botticella, segni di acqua e fuoco, profondità della terra). L’una guardava al cielo (sole, luna, Mesket), l’altra guardava alla terra (minerali, acque sotterranee, grotta).
Insieme, formavano un unico percorso iniziatico.
Dalla luce del giorno (il sole dell’equinozio che colpisce la spirale) all’oscurità della notte (la grotta), dalla morte apparente (la discesa nel pozzetto) alla rinascita eterna (l’ascesa con il carro dell’Orsa).

Le Domus de Janas di Corongiu sono osservatori astronomici in pietra, calibrati con una sapienza che noi moderni fatichiamo a riconoscere.
L’orientamento est-ovest della cella, l’allineamento della spirale con il sorgere del sole agli equinozi e ai solstizi, la visuale privilegiata verso il polo nord e l’Orsa Maggiore (le Mesket, le “guardiane che non tramontano mai”), l’uso rituale delle fasi lunari, tutto questo dimostra che i costruttori di queste tombe possedevano una scienza sacra che integrava architettura, astronomia e teologia.
La spirale a calice, simbolo di accoglienza e attesa, è in realtà anche un gnomone, uno strumento che misura la luce e le ombre, che registra il passaggio del tempo e dei cicli celesti.
Non è un caso che sia incisa proprio sopra il portello.
È la guardiana della soglia, colei che, come la dea Meskhenet (con le spirali sulla testa), presiede alla nascita, ma anche alla morte, perché sa che l’una è l’inizio dell’altra.
E il vaso di Villamassargia, con i suoi segni di acqua, fuoco e vulva, è il libretto di istruzioni di questo osservatorio, la preghiera silenziosa che accompagna l’anima nel suo viaggio.
La  Domus de Jana di Corongiu è una stella pietrificata, una Mesket caduta sulla terra, che aspetta solo di essere “riattivata” dallo sguardo di chi sa leggere il cielo nella pietra.
La spirale non accoglie solo il cielo.
È il cielo, in forma contratta, in attesa di espandersi di nuovo.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com

Domus de janas di Corongiu /vaso Corongiu Acca

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giovedì, giugno 04, 2026

💛 Atto fondativo del sacro ( libri)

 


L’atto fondativo del sacro è sempre stato la creazione di un Centro, un punto in cui il Cielo, la Terra e gli Inferi si toccano.
In questa prospettiva, come sapete dai miei scritti, il nuraghe è una montagna cosmica in scala ridotta, un Axis Mundi eretto dall’uomo per rendere abitabile e significativa la terra dei vivi.
Nuraghe come riflesso delle sfere celesti.
Nuraghe come archetipo del Mundus Patet, di connessione tra le tre dimensioni.
Abbiamo anche la rappresentazione di una primordiale chakana in una nostra Domu de Jana.
La torre principale, slanciata verso l’alto, non è un semplice manufatto in pietra a secco, ma una gerofania di forza.
È simbolo maschile e solare di potenza fecondatrice.
Discendere nei suoi corridoi buî, risalire le scale a chiocciola che si avvolgono su se stesse come il serpente del tempo, significava per l’iniziato compiere un viaggio verticale attraverso i tre piani del cosmo.
E quando, accanto al nuraghe, si apriva un pozzo sacro, quella discesa nell’acqua assumeva il volto di una seconda nascita. L’acqua non era più un elemento, ma un grembo umido e oscuro in cui l’uomo profano moriva simbolicamente per rinascere iniziato.
In una lettura analogica e cabalistica  che non è storicamente attestata per la Sardegna arcaica, ma che serve a decifrare l’intelligenza geometrica di quei luoghi, il nuraghe può essere inteso come un Albero della Vita tridimensionale.
Le tre torri o i tre lobi ricorrenti ricordano i tre pilastri della Cabala, la Misericordia, la Severità e l'Equilibrio.
La camera a tholos, con la sua cupola che è insieme uovo cosmico e cielo stellato rovesciato, diventa Tiferet, il cuore solare dell’essere.
Salire sulla terrazza superiore significava toccare Keter, la Corona, il punto in cui l’umano confonde il proprio respiro con il respiro dell’Assoluto.
Ma la vera anima di questa civiltà non si esaurisce nella torre.
Essa si estende a ritroso nel tempo, fino alle Domus de Janas, scavate nella roccia tenera come grembi che custodiscono il respiro cosmico dei morti.
Le Domus de Janas.
Sterno e carena.
Entrare in una Domus de Janas significa piegare la schiena, abbassare il capo, farsi piccoli come feti.
L’aria è ferma, umida, e il soffitto, ecco il punto decisivo, è scolpito a forma di sterno e di costole.
Per l’antico sardo, quella pietra non era roccia.
Era carne.
Lo sterno è il petto, la gabbia toracica che protegge il cuore e che si solleva nel respiro.
Ma in sardo, la stessa parola, carena, designa anche la carena della nave.
Non c’è errore, non c’è ambiguità casuale.
È una doppia simbologia voluta.
Si  giace sotto un soffitto che è al contempo il proprio petto irrigidito dalla morte e la chiglia di una nave rovesciata.
Lo sterno dice che qui il respiro si è fermato.
La carena dice che eppure qualcosa sta per salpare.
Un luogo sacro di trasmutazione, che diventa così un’arca litica, una barca silenziosa che attraversa l’oceano invisibile dell’aldilà.
Non si è sepolti.
Si è in navigazione.
Il respiro cosmico, l’anima, il soffio vitale che i sardi chiamano ànima o respiu, si è trasferito dal petto di carne allo sterno di pietra, e da lì, come vento, spingerà la nave rovesciata verso le isole dei Beati, verso il cielo stellato.
Questa immagine è potentissima: la morte come primo varo.
La Domus de Janas non è una tomba, è un cantiere navale dell’anima.
Con le Tombe dei Giganti il discorso si fa più grande, più monumentale.
Non siamo più in una grotta uterina.
Siamo di fronte a una montagna che si apre.
L’esedra a semicerchio, le pietre conficcate nel terreno come corna di toro celeste, la lunga camera rettilinea che si inoltra nella collina come un condotto uterino sacro.
E davanti, la stele centinata.
Non una semplice porta, ma una vulva cosmica, stretta e bassa, che impone a chiunque di chinarsi per entrare.
Chinarsi significa accettare di nascere di nuovo, o accettare di morire.
Nella logica dell’antica Sardegna, morte e nascita sono lo stesso gesto visto da due lati diversi.
La Tomba dei Giganti non è un monumento funebre nel nostro senso.
È una macchina liturgica di trasformazione.
Il corpo del defunto viene deposto nel lungo corridoio, il condotto uterino  della Terra Madre, e qui, nel buio e nel silenzio, viene digerito, spogliato della sua individualità profana, ridotto a osso e polvere. Ma da quella polvere, come da un seme, risale l’antenato, lo spirito puro che può ora ascendere lungo la stele, palo cosmico, albero rovesciato, fino al cielo.
La Tomba dei Giganti è la Domus de Janas diventata paesaggio.
Il grembo non è più solo una cavità, ma una collina.
La nave non è più solo un soffitto scolpito, ma l’intera architettura che si protende verso l’orizzonte.
E infine i Pozzi Sacri.
Qui la grammatica simbolica si fa più sottile, perché in apparenza contraddice l’ascesa.
Il pozzo sacro, si pensi a Santa Cristina, a Su Tempiesu, è una discesa obbligata.
Una scala di pietra scende nel ventre della terra, l’aria diventa fredda e pesante, fino a raggiungere uno specchio d’acqua perfettamente calmo, nascosto nell’ombra.
Ma proprio lì, in quella vasca tranquilla, accade il miracolo. L’acqua, che viene dalla profondità oscura, riflette il cielo.
L’iniziato, chinandosi a bere o a immergersi, tocca con lo sguardo le stelle.
Il pozzo è un Axis Mundi rovesciato.
Non si sale per toccare il cielo, si scende per incontrarlo riflesso. L’acqua diventa specchio, e lo specchio diventa porta.
Discendere è ascendere.
E ancora una volta ritorna la geometria.
La camera a tholos sopra il pozzo, lo stesso modulo architettonico del nuraghe e della Domus de Janas.
La tholos è l’uovo cosmico, il cielo, il grembo, tutte le cose insieme.
I Pozzi Sacri sono il luogo in cui l’acqua e la pietra, la discesa e la salita, la morte e la rigenerazione si tengono per mano.
Ciò che emerge da questo viaggio attraverso Domus de Janas, Tombe dei Giganti, Pozzi Sacri e nuraghi è una verità profonda.
L'antica civiltà sarda ha parlato per millenni una lingua simbolica unitaria.
Non c’è frattura tra una tomba neolitica e un tempio dell’acqua dell’Età del Bronzo.
C’è invece una continuità semantica, un discorso concettuale che si dispiega lentamente, come un respiro che dura duemila anni.
In tutte queste architetture si ripete lo stesso gesto.
Trasformare la pietra in carne, la carne in cielo.
Lo sterno della Domus de Janas, la carena della nave rovesciata, l’intestino della Tomba dei Giganti, lo specchio d’acqua del pozzo, la torre solare del nuraghe, sono tutte figure di un unico viaggio.
Il viaggio dell’anima che esce dal petto, attraversa la terra, si purifica nell’acqua e infine ascende al fuoco delle stelle.
Non siamo di fronte a un popolo primitivo.
Siamo di fronte a una civiltà che ha saputo scolpire l’invisibile, che ha saputo rendere tangibile il respiro cosmico, e che ancora oggi, nei suoi monumenti silenziosi, ci parla di noi, della nostra stessa fame di cielo.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
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mercoledì, giugno 03, 2026

💛 Tavoletta di Loghelis /Trecce Vulci /trecce Gigante di Mont'e Prama

 

La Tavoletta di Loghelis, la Polarità Cosmica e il Linguaggio dell’immortalità presenti anche nelle trecce del Bronzetto di Vulci e nelle trecce del Gigante di Mont'e Prama.

Nel cuore della Barbagia, dove l’imponenza megalitica del nuraghe Loghelis si erge a custode di memorie ancestrali nel territorio di Oniferi, in provincia di Nuoro, si dispiega un sistema simbolico di tale coerenza da rivelare l’esistenza di una vera e propria “geo-cabala” sarda.
Questo sito è un nodo energetico preciso, un axis mundi minore incastonato lungo le linee di forza tellurica che attraversano l’isola.
A poca distanza, le Domus de Janas note come Sas Concas, letteralmente “Le Teste”, custodiscono un rituale di straordinaria potenza iniziatica.
I cosiddetti capovolti, defunti sepolti con orientamento invertito, la testa rivolta a ponente anziché a levante. Lungi dall’essere una semplice anomalia "funeraria", come la definiscono, questo gesto capovolge il cammino del sole per indicare il viaggio dell’anima verso l’immortalità, una discesa nel grembo della terra-madre che è, al contempo, la premessa necessaria per ogni autentica rinascita spirituale.
Non è affatto casuale, dunque, che il nuraghe Loghelis e le Domus de Janas di Sas Concas condividano lo stesso campo energetico, la stessa linea di forza.
In questo teatro liturgico preistorico, la Tavoletta rinvenuta all’interno del nuraghe si rivela per ciò che è realmente.
Non è un manufatto decorativo, ma un sigillo, una mappa litica destinata a chi doveva attraversare la soglia tra le dimensioni, tra la luce diurna e il buio rigenerante della Domu de Jana.
Essa è la “testa parlante” del nuraghe, la pietra che conserva il sapere delle due dimensioni. L’alto, rappresentato dalla testa del vivente che osserva le stelle, e il basso, incarnato dalla testa capovolta del morto che, come un seme, scruta il grembo terrestre in attesa di germogliare verso il cielo.
Il nome stesso, Loghelis, merita un’analisi che trascenda la mera toponomastica, per addentrarsi in una lettura quasi cabalistica.
Sembra composto da due radici.
Logh-, che in sardo rimanda a logu (luogo, spazio, territorio),
e -elis, suffisso di chiara ascendenza prelatina, riconducibile a culti solari (ἥλιος, helios).
Loghelis potrebbe quindi significare “il luogo del sole”. Tuttavia, un’affinità più sottile e occulta si apre con il vicino sito di Sas Concas.
Concas significa infatti “teste”, ma anche “conche”, “concavità”, “grembi”.
Loghelis diventa  allora il Locus Capitis, il “luogo del capo” inteso come sede dell’intelletto iniziatico e della guida spirituale, mentre Sas Concas rappresentano le teste dei defunti, capovolte e sepolte come semi.
Questa doppia valenza non è una coincidenza linguistica, bensì il riflesso preciso dell’orientamento rituale del sito
La tavoletta è il libro di istruzioni per la testa che deve capovolgersi.
Osservando la Tavoletta con questa chiave, la sua superficie incisa si dispiega come un diagramma di trapasso.
Le sue incisioni, le linee diagonali ascendenti e discendenti, zig-zag, reticolo, non sono ornamenti, ma un algoritmo sapienziale.
Esse trovano un sorprendente riscontro nelle trecce a direzione opposta del bronzetto di Vulci e nei Giganti di Mont’e Prama, che avevo già approfondito in precedenti studi( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/04/simbologia-delle-trecce-nel-bronzetto.html?m=0)
La treccia sinistra, con vertici verso l’alto (energia maschile, ascendente), e quella destra, con vertici verso il basso (energia femminile, discendente), esprimono la complementarietà delle due forze cosmiche.
Sulla Tavoletta, queste direzioni non sono intrecciate, ma incise in pannelli contigui e separati. Dapprima l’ascendente, poi la discendente, creando una polarità spaziale che l’occhio deve percorrere come se leggesse una treccia distesa sulla pietra.
Il motivo a “spina di pesce” che compare al centro non è altro che la proiezione bidimensionale della treccia stessa, l’intersezione della lettera Shin (fuoco) con la lettera Mem (acqua), il punto di contatto tra i due versi.
Questa dialettica si coglie nella sua forma più archetipale all’interno della Domus de Jana di Oredda, da me analizzata in un precedente scritto (Spirale speculare Domus di Oredda), dove un pilastro reca un petroglifo a bassorilievo di una completezza unica.
Risalente a due millenni prima del celebre esemplare siciliano della necropoli di Castelluccio (esposto al museo Paolo Orsi di Siracusa), il simbolo di Oredda esprime in modo inequivocabile la sinergia del maschile e del femminile in un atto quasi copulatorio.
Vi si osservano due spirali in direzione ascensionale che si insinuano all’interno di due spirali speculari, le quali stilizzano l’utero femminile. Questa simbologia si espande in una dimensione cosmica. L’energia di espansione e contrazione è la stessa energia creativa e orgasmica alla base della vita.
Le spirali, simili ed opposte, sono i due riflessi di un’unica polarità, resi necessari all’interno di una Domus de Jana perché la nascita e la rinascita, anche e soprattutto nell’altra dimensione, richiedono la sinergia del Padre e della Madre.
È la stessa griglia a 64 quadratini che ritroviamo nella “scacchiera” di Pubusattile a Villanova Monteleone e che costituirà l’ossatura del Kamasutra( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/12/il-kamasutra-e-la-scacchiera-di.html?m=0), e di molto altro, visto che è Matrice archetipale, argomento approfondito soprattutto nel mio libro "Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna", a testimonianza di un linguaggio universale che lega la fertilità terrena alla trascendenza.
Ed è qui che il discorso si salda con l’archeoastronomia. Il gonnellino a punta dell’Arciere di Santa Vittoria di Serri non è un indumento, ma una mappa celeste indossata. La sua sagoma a vertice verso il basso replica esattamente quella della costellazione del Cigno (la Croce del Nord).
basso, identica alla sagoma della costellazione del Cigno (il "triangolo" formato da Deneb, Albireo e le ali).
L’Arciere porta sul proprio corpo il percorso dell’anima verso le stelle circumpolari, simbolo di immortalità.
Il gonnellino, in questa lettura, diviene l’Uovo Cosmico, il grembo della Dea.
La Tavoletta di Loghelis, con le sue linee orizzontali che formano un rettangolo (la terra, la base del gonnellino), motivo presente anche tra le trecce del Gigante di Mont'e Prama, e il successivo motivo a spina di pesce (il piumaggio del Cigno), non fa che riprodurre il medesimo schema.
Il viaggio dell’anima che, dopo aver attivato le due polarità, si stabilizza nella materia divinizzata.
Il volo del Cigno è l'ultima tappa del percorso iniziatico archeoastronomico delineato attraverso i nostri siti sardi più importanti, ne ho parlato nel mio ultimo libro "Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna"
A completare il quadro interviene la stella Arturo (α Bootis), il Guardiano dell’Orsa, il cui nome evoca il mito di Re Artù e del Drago (Pendragon), che domina l'orientamento del Santuario di Santa Vittoria di Serri( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/santa-vittoria-di-serri-e-il-dragoboote.html?m=0) dove è stato ritrovato l'arciere con il gonnellino a punta.
Rappresentazione rupestre, con lo stesso particolare del gonnellino a punta trovata anche a sud est dello Utah( abbiamo anche noi in Sardegna, un comune importante, Uta) Stati Uniti(https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/gonnellino-vcostellazione-cigno-utahuta.html?m=0)
Arciere che ha, sulla testa un copricapo che assimilo alle Iadi
https://maldalchimia.blogspot.com/2023/06/arciere-santa-vittoria-di-serri.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2026/04/iadi-libro-le-dee-silenziose.html?m=0)
della costellazione del Toro, e sul gonnellino, con la punta direzionata in direzione opposta, la simbologia della costellazione del Cigno.
Un perfetto percorso iniziatico
che parte dal Toro/Tanit e finisce con il Volo del Cigno, passando attraverso la via Lattea, il cui centro Galattico  è indicato dalla Costellazione del Sagittario/arciere, come il bronzetto di Serri.
Senza contare che nel Santuario di Santa Vittoria di Serri era sede sacra dell'ascia bipenne, simbolo proprio della sinergia delle due polarità
https://maldalchimia.blogspot.com/2020/07/s-arca-sacra.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2026/05/ascia-bipenne-solstiziale.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2026/05/ascia-bipenne-solstiziale.html?m=0)
Ascia bipenne che traguarda solstizi ed equinozi( https://maldalchimia.blogspot.com/2024/12/ascia-bipennecultura-ozieri-marcatori.html?m=0)
Le coordinate di Oniferi (40°16’ N, 9°10’ E) si trovano in una posizione tale che, all’equinozio di primavera, Arturo sorge a est mentre il Cigno culmina al meridiano.
Sottolineo che Arturo sorge a inizio primavera ed è legato alla fecondità della terra e alla rinascita.
In primavera, quando le due polarità, i due versi opposti e complementari, delle trecce e dei segmenti della tavoletta di Loghelis, sono in equilibrio.
I corpi dei capovolti, orientati a ponente, non guardano la stella.
Sono invece la stella a guardare loro dal basso, come se l’anima dovesse scendere nel pozzo di Arturo, il grembo, il principio femminile, per poi risalire verso il Cigno.
Sulla Tavoletta, le linee ascendenti sono il volo del Cigno, le discendenti la discesa nel grembo di Arturo-Drago.
La linea verticale netta che separa due pannelli è la spada votiva, l’Excalibur sarda infissa nella roccia.
È l’elemento maschile che taglia il femminile, generando l’ordine cosmico.
Essa è la stessa spada che ricorre nei recinti delle feste di Santa Vittoria di Serri e che simboleggia il fulmine, il perno di rotazione delle stelle immortali.
la Tavoletta di Loghelis si rivela come la sintesi lapidea di un intero sistema iniziatico, funerario e astrologico. Essa parla la stessa lingua dei bronzetti di Vulci e di Santa Vittoria, dei petroglifi di Oredda e dei capovolti di Sas Concas.
Le sue incisioni non descrivono, ma operano.
Tracciano le linee di un cerchio magico sulla terra e nel cielo, dove ogni direzione opposta, nelle trecce, nelle spirali, nel verso delle linee, è l’alfabeto di una sapienza che non separa mai la scultura dalla pietra incisa, il rituale funerario dalla cosmogonia stellare.
I capovolti di Oniferi, così, non sono più semplici defunti.
Sono i testimoni di un immenso viaggio che, attraverso il grembo del Cigno e la spada di Arturo, percorre la Via Lattea fino al Campo di Planck, l’ultimo dei mondi possibili, il paradiso dell’anima nuragica.
E la Tavoletta, posta alla soglia, ne è il sigillo e la mappa. È un libro di istruzioni per la testa che, capovolgendosi, impara a vedere l’immortalità.

Ma vi è un’ulteriore, sorprendente chiave di lettura, che lega questi capovolti a un fenomeno cosmico raro e potentissimo, il plasma, di cui ho già parlato in svariati contesti ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/07/plasma-e-civilta-sarda.html?m=0)
Ciò che i nostri Antichi Padri e Madri osservavano nei cieli, prima che fossero ovattati da un’atmosfera inquinata, erano dei rilasci elettrici di plasma, comunemente ed erroneamente chiamati Squatter Man, l’“uomo acquattato” in posizione di difesa, studiati a lungo dal fisico Anthony Perratt.
Il plasma, quarto stadio della materia, è un gas ionizzato caratterizzato da elettroni e ioni, presente nel 99% dell’universo ma rarissimo sulla terra, dove si manifesta solo nei fulmini e nell’aurora boreale.
Ebbene, la configurazione dei capovolti di Oniferi, i corpi dalla testa invertita, arti raccolti, postura contratta, riproduce esattamente lo schema iconico di queste manifestazioni plasmatiche, così come esse sono state incise in petroglifi trasversali in tutto il mondo.
Non si tratta quindi di una semplice posa "funeraria".
Il capovolto è la pietrificazione rituale di un fenomeno elettrico celeste, la traduzione litica di un fulmine fermato sulla roccia.
È come se il defunto, assumendo quella postura, si identificasse con la forza creatrice e distruttrice del fulmine, divenendo egli stesso un Squatter Man addormentato, in attesa di riaccendersi.
Questa identità formale apre uno scenario stupefacente.
Il capovolto non è che la rappresentazione antropomorfa della stessa polarità che governa la Tavoletta di Loghelis e la simbologia delle trecce.
Per comprenderlo, occorre osservare il petroglifo a spirali speculari che ho analizzato nella Domus de Jana di Oredda.
Quel simbolo, due spirali ascendenti che si insinuano in due spirali discendenti, a rappresentare l’unione copulatoria del maschile e del femminile, non è altro che la versione statica, lapidea, di un dipolo elettrico.
Un fulmine, infatti, nasce dall’accumulo e dalla conseguente scarica di energia tra zone a differente potenziale, tra il polo negativo (femminile, terra, grembo) e il polo positivo (maschile, cielo, spirito).
Le due spirali, simili ed opposte, sono le due cariche che si cercano e si fecondano.
E lo stesso schema, due polarità sinergiche, opposte e speculari, si ritrova nei capovolti di Oniferi, nei petroglifi di Oredda e di Perfugas (Domus de Janas dell’Ariete), e persino nel celebre bassorilievo della necropoli di Castelluccio in Sicilia, sebbene in quest’ultimo in forma meno completa.
Ma l’archetipo, completo, inequivocabile e universale, è il nostro.
Un archetipale Vajra indiano cesellato nella pietra, ad Oniferi, simbolo della forza del fulmine, della potenza creatrice dell’energia.

Ora, riprendiamo la Tavoletta di Loghelis con questa nuova consapevolezza.
Le sue incisioni, le linee diagonali ascendenti e discendenti, zig-zag, reticoli, non sono ornamenti, bensì un algoritmo sapienziale che descrive il medesimo dipolo.
Le linee ascendenti (energia maschile, fuoco, spirito) e quelle discendenti (energia femminile, acqua, materia) si alternano in pannelli contigui, esattamente come le trecce a direzione opposta del bronzetto di Vulci e dei Giganti di Mont’e Prama.
La treccia sinistra, con vertici verso l’alto, e quella destra, con vertici verso il basso, esprimono la stessa polarità dei due rami di un fulmine che si dirama nel cielo. Sulla Tavoletta, il motivo a “spina di pesce” che compare al centro non è altro che la proiezione bidimensionale della treccia stessa
È l’intersezione della lettera Shin (fuoco) con la lettera Mem (acqua), il punto di contatto tra i due versi, il luogo geometrico dove la scintilla può scoccare.
La Tavoletta, dunque, è una mappa statica di un evento dinamico.
Descrive il circuito che deve attivarsi perché l’anima, come un fulmine, possa scaricarsi dalla terra al cielo o viceversa.
Questa interpretazione “elettrica” trova una corrispondenza sorprendente nella figura del guerriero nuragico a quattro occhi e due scudi, il Guerriero di Teti, di cui parlo spessissimo
https://maldalchimia.blogspot.com/2026/05/analisi-ghematrica-guerriero-teti.html?m=0
simbologia approfondita anche nel mio libro in particolare "Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna"
Guerriero di Teti da me già analizzato in relazione alla bobina di Tesla e al Fuoco di Sant’Elmo.
( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/04/geometria-sacra-guerriero-teti.html?m=0)
Quei due scudi affiancati, con un isolante di cuoio tra di essi, non erano armi difensive, bensì un condensatore, un accumulatore di energia elettrostatica.
Le corna dell’elmo, le armille, gli anelli al collo, come nel bronzetto di Lanusei o di Nurri, non erano ornamenti, ma contatti, conduttori, forse veri e propri circuiti risonanti.
Il guerriero sardo, come il capovolto di Oniferi, come la Tavoletta di Loghelis, era una macchina sacra, un dispositivo vivente per generare, canalizzare e forse persino creare energia plasmatica.
Non si trattava di un combattente comune: era un fulguratore, un custode del fuoco sacro, un Kabiro, un discendente di Efesto. La stele di Tanis non a caso recita: «Gli Shardana dal cuore impavido […] non si poteva resistere davanti ad essi».
Non si resisteva non per la loro forza fisica, ma perché emanavano una potenza elettrica, sonora e luminosa che paralizzava il nemico, esattamente come il fenomeno dello Squatter Man nel cielo.
I capovolti di Oniferi, la Tavoletta di Loghelis, il petroglifo di Oredda, le trecce di Vulci e i guerrieri a due scudi sono diversi volti di una stessa, unica dottrina.
Il capovolto è lo Squatter Man di plasma pietrificato in un corpo umano.
La Tavoletta è il diagramma di circuito di quella scarica.
Le trecce opposte sono la rappresentazione simbolica delle due polarità che generano il fulmine.
E il guerriero di Teti, con i suoi due scudi, le corna, gli anelli, è il tecnico sacro che sapeva indossare quel circuito, attivare quel plasma, e diventare lui stesso un fulmine vivente, una divinità temporanea in grado di viaggiare tra le dimensioni.
Non è un caso che lo stesso schema a spirale, lo stesso intreccio di opposti, si ritrovi nella conformazione delle navicelle nuragiche (vere e proprie Vesica Piscis), nello spillone a spirale di Teti (una bobina di Tesla ante litteram), e persino nel manto del Sommo Sacerdote, le cui melagrane e anelli d’oro non sono ornamenti ma componenti elettrici di un raffinato sistema di accumulo e conduzione.
In questa prospettiva, il nuraghe stesso, dalla radice nur-, “fuoco sacro”, si rivela per ciò che è.
È un amplificatore litico di frequenze telluriche, un trasformatore di energia silicea, una macchina di pietra costruita per concentrare il plasma terrestre e trasformarlo in energia utilizzabile.
I nostri Antichi Padri e Madri non erano semplici costruttori.
Erano ingegneri dell’invisibile, sciamani dell’elettricità, fulguratores che sapevano che la vita, la morte e la rinascita sono solo tre fasi di una stessa scarica, dal cielo alla terra, dalla terra al cielo, e che il capovolto, la treccia, la spirale e la tavoletta sono altrettante ortografie di quell’unico, immenso fulmine che chiamiamo immortalità.
Così, la Tavoletta di Loghelis non è più un frammento decorativo né una semplice mappa iniziatica.
È il sigillo di un’intera civiltà che aveva compreso la natura elettrica dell’universo e aveva osato riprodurla nella pietra, nei capelli, nei corpi capovolti e nei circuiti dei propri guerrieri divinizzati.
Essa è il libro di istruzioni per la testa che deve capovolgersi, sì, ma anche per lo Squatter Man che deve risvegliarsi, per la scintilla che deve scoccare, per il plasma che deve tornare a illuminare le tenebre della Domu de Jana, trasformandola non in una tomba, come superficialmente viene definita  ma in una camera di combustione dell’anima.

A Oniferi, non sono le Domus de Janas di Sas Concas a essere orientate ai solstizi, bensì il vicino nuraghe Ola, che sorge nello stesso territorio di Oniferi e appartiene al medesimo complesso rituale .
Questa distinzione, apparentemente tecnica, si rivela invece di straordinaria pregnanza simbolica, perché suggerisce una complementarietà rituale tra il mondo dei vivi (o degli iniziati) e quello dei morti.
Il nuraghe Ola è un monotorre noto per un fenomeno preciso e suggestivo.
Durante il solstizio d'estate, il giorno più lungo dell'anno, esattamente a mezzogiorno, un raggio di sole penetra dal foro apicale della tholos (l'oculo sulla sommità) e discende lentamente lungo la volta, fino a illuminare una nicchia alla base della camera .
La luce, insomma, compie un viaggio verticale dall'alto verso il basso, dal cielo alla terra, dal maschile (sole) al femminile (camera, grembo).
Non è difficile riconoscere in questo percorso la stessa logica della Tavoletta di Loghelis.
Le linee discendenti, l'energia che scende, il fulmine che si scarica.
Il nuraghe Ola, in questo senso, è la macchina litica che rende visibile e operativa la polarità discendente.
A poca distanza, nelle Domus de Janas di Sas Concas, i capovolti, i "defunti" sepolti con la testa a ponente, capovolta rispetto al normale orientamento solare, non guardano il sorgere del sole (come avviene nella stragrande maggioranza delle sepolture neolitiche).
Il loro sguardo, se così possiamo dire, è invertito, rivolto verso il tramonto, verso l'occidente, verso il buio.

Ma c'è di più
Le necropoli di Sas Concas sono scavate in un costone di trachite rossa esposto a sud-est .
Il sole, quindi, le illumina.
Tuttavia, i capovolti non lo vedono. O meglio, lo vedono, ma "al contrario".
La loro testa è dove normalmente ci sarebbero i piedi.

E questa è proprio la chiave di lettura.
Il capovolto non è un'assenza di orientamento solare, ma è la sua inversione rituale.
Mentre nel nuraghe Ola la luce scende dall'alto (e l'iniziato, o il visitatore, la riceve sulla testa), nella Domus de Jana il defunto è capovolto, e la luce, se entra, lo colpirebbe ai piedi.
È esattamente la logica dello specchio, del rovescio, del gemellare di cui ho parlato nei miei scritti.
( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/09/il-concetto-di-gemellare.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2026/01/il-doppio-e-il-gemellare-nel.html?m=0)

Si delinea una straordinaria  Complementarietà Rituale
Mettiamo insieme i pezzi, come in un unico, grande diagramma litico

Nuraghe Ola (solstizio d'estate, mezzogiorno): la luce scende dall'alto, colpisce la camera (il grembo, il femminile), illumina una nicchia.
È l'energia maschile che feconda la terra.
È l'ascendente che si fa discendente.
È la vita che entra nella morte per rigenerarla.

Domus de Janas di Sas Concas (i capovolti): il "defunto" è sepolto con la testa a ponente, "rovesciato".
Il suo corpo non riceve la luce del sole nascente (est, vita), ma quella del sole calante (ovest, morte/rinascita).
È l'energia femminile che accoglie il maschile dal basso, capovolta.
È la morte che si prepara a diventare vita.

Il solstizio d'estate, con la sua luce zenitale, è il momento in cui queste due polarità, quella del nuraghe (maschile, discendente, attiva) e quella della Domus (femminile, ascendente-capovolta, ricettiva), si incontrano e si completano
Il sistema rituale di Oniferi è orientato ai solstizi, ma in modo complesso e duale.
Non sono le singole Domus de Janas a essere orientate secondo i solstizi nel senso stretto del termine (come accade, ad esempio, per i pozzi sacri).
È l'intero paesaggio sacro, il nuraghe Ola, la necropoli di Sas Concas, a costituire un unico, gigantesco strumento di osservazione e di inversione del movimento solare.
Il capovolto non è una stranezza. È la risposta funeraria al fenomeno luminoso che si verifica nel nuraghe.
L'uno non esiste senza l'altro. Come la Tavoletta di Loghelis non esiste senza le trecce di Vulci, e come il fulmine non esiste senza le sue due polarità.
A Oniferi, la pietra ha imparato a parlare la lingua del sole, e a capovolgerla per insegnare ai morti il cammino dell'immortalità.
Come nel Pozzo di Santa Cristina, in cui si manifesta l'ombra capovolta, anch'essa simbolo di immortalità ( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/09/ombra-capovolta-santa-cristina.html?m=0)

Tiziana Fenu
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Tavoletta Loghelis /trecce

















lunedì, giugno 01, 2026

💛 Tula sarda e messicana (analisi cabalistica)

 

Ho già avuto modo di approfondire la forte correlazione tra la Tula messicana e la nostra Tula Sarda, un anno fa, che vi consiglio di leggere per seguire bene, attraverso i link inclusi, il percorso di questo mio scritto ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/giganti-di-tulatula-mandra-manna.html?m=0)
Tra la simbologia dei Giganti di Tula, il copricapo e il "Banduddu".
Oggi, questa correlazione, che ho già delineato, fondata su elementi archeologici, linguistici e simbolici, trova una corrispondenza profonda e strutturata nei principi della Qabbalah.
Questa non è una semplice coincidenza, ma un riflettersi di uno stesso Archetipo su due piani distinti della manifestazione, secondo la legge ermetica del "Come in alto, così in basso".

L'analisi che segue si propone di decodificare questo fenomeno attraverso la lente cabalistica, utilizzando le Sephirot (gli emanazioni divine), i Path (i sentieri che le collegano) e gli Archetipi Ebraici fondamentali, in particolare le Lettere Madri Aleph, Mem e Shin.
Per chi non ha familiarità con la Qabbalah, è utile immaginare l’Albero della Vita come una mappa cosmica della Creazione, che descrive come l'Energia infinita e inconoscibile (l’En Sof) si contragga, si espanda e si specifichi per generare il nostro mondo fisico.
Le Sephirot (letteralmente "Numerazioni" o "Emanazioni") sono 10 stazioni o archi principali lungo questo processo, ciascuna rappresentante un attributo divino specifico (ad es. Saggezza, Compassione, Regalità).
I Path sono i 22 canali di connessione tra queste stazioni, associati alle 22 lettere dell'alfabeto ebraico, di cui tre, le Lettere Madri (Aleph, Mem, Shin), governano i tre elementi primordiali: Aria, Acqua e Fuoco.

Questa analisi, che lega le due Tula attraverso il Banduddu, il serpente piumato Quetzalcoatl, la costellazione dei Pesci, l'equinozio e il solco primordiale (Atula), fornisce il tessuto empirico, materiale, su cui lavorare, mentre la Qabbalah offre la struttura teoretica che ne spiega la necessità simbolica.

Le tre Lettere Madri, Mem, Shin, Aleph, sono la chiave di volta per comprendere l'architettura energetica delle due Tula.

Mem (מ)
L'Acqua Primordiale, l'Utero Cosmico e il Banduddu
La lettera Mem, il cui valore numerico è 40 e che simboleggia l'Acqua, è il recipiente e il veicolo della vita, della purificazione e della trasmutazione. È l'Archetipo del Caos primordiale (tehom), il potenziale puro e indifferenziato che precede la forma.

Il Banduddu.
Come ho già approfondito il Banduddu (il secchiello) é collegato al sardo "Su Bandoni" e al termine accadico Banduddu. Nella Qabbalah, il recipiente che contiene l'acqua (liquido vitale, "acqua sacra") è l'icona stessa della Mem.
Non è solo un oggetto, ma è la Sefirah di Yesod (Fondamento) in forma strumentale.
Yesod è il serbatoio di tutte le energie, il collettore delle Sephirot superiori che le convoglia verso Malkuth (il Regno, la Terra).
La funzione degli Apkallu che aspersiono con il Banduddu è, in termini cabalistici, quella di operare un Tikkun (riparazione/armonizzazione) scaricando l'energia purificata di Yesod sulla materia.
La forma del Banduddu richiama la Stele Centinata, la stele centrale delle Tombe dei Giganti (e per estensione del Banduddu stesso-https://maldalchimia.blogspot.com/2020/07/il-banduddu-e-le-tombe-dei-giganti.html?m=0) 

 con un utero, un passaggio quadrato sormontato da un arco, che trova la sua corrispondenza cabalistica nel Petach, il "Portale". Questo portale è l'immagine della Mem.
L'acqua (Mem) è l'elemento che attraversa la soglia (l'ingresso della tomba), fecondando la terra (l'interno, la parte quadrata) con la vita spirituale del defunto.
Il numero 10 del geroglifico egizio che cito nel mio link, associato a Yod (il primo punto della creazione, la mano che semina), è la scintilla che l'acqua (Mem) trasporta.

Shin (ש), altra lettera Madre, Il Fuoco, il Serpente Piumato e la Kundalini
Shin, con valore 300, è la lettera del Fuoco. Rappresenta l'energia dinamica, ascendente, trasformatrice e spirituale.
È il calore della vita, l'impulso divino che brucia le scorie per permettere l'ascesa.
Quetzalcoatl, il Serpente Piumato, è l'icona perfetta dell'equilibrio tra Shin e Mem.
Il serpente è la kundalini, l'energia ignea (Shin) che dorme alla base della colonna vertebrale (la terra, Malkuth).
Le sue spire sono i tre canali energetici (Ida, Pingala, Sushumna). Le piume rappresentano l'elevazione, la capacità di questo fuoco di diventare alato e celeste, unendo la terra al cielo.

Il serpente piumato a tre anse di cui abbiamo tracce archetipali in Sardegna ( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/10/il-monolite-di-mamoiada.html?m=0) 

Il MIO riferimento al copricapo piumato di Sardus Pater, che è un comune con i Giganti di Tula, è illuminante.

Gli atlanti di Tula, alti 4,60 m rappresentano il Quetzalcòatl (il Serpente Piumato) nella sua funzione di “Stella del Domani”, cioè Venere quando appare al mattino, durante l'equinozio primaverile. 

Serpente piumato 
Copricapo piumato 
Il copricapo del Sardus Pater è piumato. 

Si dice, degli Atlanti di Tula, che fossero talmente innamorati del Sole e della luce, da costruire una torre gigantesca, in modo da poter quasi toccare il Sole. 


I costruttori di Torri, gli antichi Sardi, che hanno la cresta solare, come i raggi solari, come Apoll

È lo stesso principio di ascesa e comunicazione con il divino attraverso un organo di "testa" piumato, simbolo della Corona (Kether).
Il Serpente a Tre Anse (Triade), è un solo che si trova anche in Sardegna, oltre che in Messico. Nella Qabbalah, il numero 3 è la prima manifestazione dell'unità in molteplicità dinamica.
Le tre anse rappresentano le tre Sephirot superiori dell'Albero (Kether, Chokmah, Binah), oppure le tre colonne: Destra (Misericordia, Maschile), Sinistra (Severità, Femminile), Centrale (Equilibrio).
Il serpente triplice è la via per l'unione di queste polarità, che è lo scopo del percorso iniziatico.

Aleph (א) terza lettera Madre
L'Aria, l'Equilibrio e la Vesica Piscis
Aleph, valore 1, è la lettera dell'Aria. È silenziosa, onnicomprensiva, il respiro che unisce e che è il veicolo dello spirito (Ruach). Rappresenta l'equilibrio tra l'acqua (Mem) e il fuoco (Shin).

L'Equinozio e la Costellazione dei Pesci, strettamente collegati con il sito de Sa Mandra Manna di Tula
Il momento equinoziale, in cui giorno e notte si equivalgono, è l'espressione temporale di Aleph. È l'equilibrio perfetto tra le polarità (sole/luna, maschile/femminile) che ho descritto.
Il segno dei Pesci, con il suo simbolo che ho assimilato al Tao e alla Vesica Piscis, è l'immagine astrale di Aleph.
La Vesica Piscis è la forma geometrica generata dall'intersezione di due cerchi (cielo e terra, maschile e femminile), ed è la matrice da cui emerge tutta la creazione.
Il corridoio di Sa Mandra Manna che si illumina all'equinozio è un calendario liturgico in pietra che celebra l'Aleph, il punto di unione.


L'Atula, il solco, è l'azione dell'energia maschile (lo strumento che scava, come la lettera Yod) che feconda la terra femminile (Mem) al momento dell'equilibrio cosmico (Aleph/equinozio).
Il Solco Sacro si faceva durante l'equinozio di primavera, quando era maggiormente visibile la costellazione di riferimento, l'Orsa Maggiore, argomento di cui ho parlato in particolare nel mio ultimo libro "Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna"
Non è un'azione violenta, il solco sacro, ma rappresenta un atto di Hieros Gamos, nozze sacre, che fissa sulla terra l'archetipo della creazione.

Le Due Tula, in quest'ottica, si manifestano come Polarità Complementari
E qui arriviamo alla correlazione chiave. 
Il Serpente Piumato il Quetzalcoatl, identificato con Venere. 
Gli atlanti di Tula, rappresentano il Quetzalcòatl, nella sua funzione di “Stella del Domani”, cioè Venere quando appare al mattino, durante l'equinozio primaverile, specialmente a Marzo. 
E qui si apre la correlazione più sorprendente tra le due Tula, sarda e messicana. 
Le due città, la Tula messicana e la Tula sarda, non sono copie, ma piuttosto manifestazioni complementari di uno stesso Archetipo, posizionate su due diverse Sephirot dell'Albero, legate da un Path discendente.

Funzione Primaria di questi elementi corrispondenti è l'Ascesa, l'Iniziazione Solare.
Nella Tula messicana i Giganti/Atlanti guardano il Sole. Quetzalcoatl si manifesta come come Venere mattutino, Stella dell'Ascesa.

Nella Tula Sarda, nel sito de Sa Mandra Manna, in cui durante l'equinozio si illumina il corridoio in cui è presente un simbolo a triangolo con tre coppelle, che rappresenta il simbolo della costellazione dei Pesci, si manifesta la dimensione della discesa, del Radicamento Cosmico.
Il sito di Sa Mandra Manna ("Grande Recinto") come grembo che accoglie il sole equinoziale.
La muraglia triangolare come fondamento.

Tula del Messico è collegata Tiferet (Bellezza/Armonia), Il Sole centrale dell'Albero, punto di equilibrio e ascesa spirituale. Il re-sacerdote. 

Nella Tula in Sardegna vi è il collegamento con Malkuth (Regno/Immanenza)
La Terra che riceve la luce. Il solco, il recinto, la pietra fondante della civiltà.

Archetipo Principale dei Guerrieri di Tula è il Guerriero Celeste, il Serpente Asceso.
La verticalità. La Madre Terra, l'Utero che rigenera. L'orizzontalità e l'accoglienza. Sephirot di Netzach (Vittoria/Eternità) e Hod (Splendore/Intellettuale) in equilibrio. A Tula messicana  prevale Netzach (l'impulso, la conquista spirituale), a Tula in Sardegna, prevale Hod (la forma, il rituale, la tradizione).

Il Banduddu per i Guerrieri messicani di Tula, rappresenta lo  strumento di Benedizione (attivo). La Pigna (Ghiandola Pineale) come fuoco spirituale (Shin).

Il Banduddu che si riflette come Su Bandoni (contenitore passivo)nella conformazione della  stele centinata delle Tombe dei Giganti è come un utero (Mem).

Le due Tula sono legate al  Path di Teth (Serpente).
Questa lettera (valore 9) collega Chesed (Misericordia) a Gevurah (Giudizio).
Il suo simbolo è il serpente, e rappresenta l'energia vitale che intesse e bilancia le polarità.

Per i guerrieri messicani di Tula il
Simbolo Astrale è Venere (Stella del Mattino), che simboleggia la luce che sorge dal buio.

Per la Tula Sarda il simbolo astrale è la Costellazione dei Pesci (Vesica Piscis) e l'Orsa Maggiore (Perno cosmico, "Su Juvale"). Chokmah (Saggezza)
Per entrambe.
La scintilla maschile che feconda. Binah (Comprensione)
Il grande mare materno che dà forma.
Le due Tula agiscono come un Zivvug (accoppiamento sacro) tra queste due Sephirot supreme.

La Qabbalah insegna che le Sephirot non sono entità statiche, ma si combinano in configurazioni dinamiche chiamate Partzufim (Volti/Persone).
Le due Tula, lette insieme, formano un unico Partzuf: il Volto del Serpente di Bronzo (Nehushtan).
Il serpente di bronzo di Mosè, il Nehushtan, è un singolo oggetto che opera una guarigione collettiva.

Tula Messico è la testa del serpente, che guarda il Sole (Tiferet), eretta su una piramide.
È l'aspetto attivo, maschile e solare del Nehushtan.

Tula Sardegna è la coda del serpente, che si radica nel lago (Coghinas, Le creature alate), nell'acqua uterina di Sa Mandra Manna.
È l'aspetto ricettivo, femminile e lunare del medesimo archetipo.

Il "Grande Recinto" (Sa Mandra Manna) è la Shekinah, la Presenza Divina immanente che dimora in basso.
E la Shekinah, secondo la Qabbalah, ha bisogno di essere "risvegliata" dall'alto, dall'impulso maschile, rappresentato dal culto solare e venusiano dei Toltechi. L'equinozio (Aleph) è il momento in cui il Fuoco (Shin) e l'Acqua (Mem) si uniscono, e il solco (Atula) è l'atto di questo matrimonio cosmico.

L'analisi cabalistica non solo conferma ma spiega la necessità strutturale delle correlazioni che ho individuato.
La Tula sarda e la Tula messicana non sono imparentate da un contatto storico contingente (che resta da dimostrare con altri strumenti), ma da una parentela archetipale profonda.
Esse rappresentano due emisferi complementari di un unico "modello di Tula".
Un centro iniziatico e di fondazione che unisce il culto solare e astrale (maschile, ascendente, da Tula MX) con il culto della madre terra, delle acque e della rinascita ciclica (femminile, accogliente, da Tula SU).

La Sardegna, in questa visione, si conferma come Malkuth di un sistema che ha in Tula (Messico) la sua Tiferet.
È il luogo dove l'energia celeste tocca la terra, si fa solco e fondamento di civiltà. La mia intuizione di una "Matrice Sarda" come origine di archetipi trova qui una potente giustificazione.
La Qabbalah, che è un sistema formale di descrizione del reale, la identificherebbe come il ricettacolo storico-geografico della Shekinah più antica e potente del bacino del Mediterraneo, un vero e proprio Omphalos (centro del mondo) capace di dialogare, su distanze siderali, con il suo corrispettivo solare mesoamericano.
Le due Tula sono, insieme, un tempio astrale, un libro di pietra e un mandala iniziatico che attende ancora di essere decodificato nella sua interezza.

Il nome stesso "Tula" è la chiave di volta dell'intero sistema. Analizzarlo cabalisticamente significa sciogliere il nodo linguistico nel suo principio numerico e archetipale, rivelando perché due luoghi così distanti condividano lo stesso "marchio di fabbrica" cosmico.

Procediamo con l'analisi del nome Tula attraverso tre lenti cabalistiche: la Ghematria (valore numerico), la Notarikon (scomposizione in lettere-significato) e la Temurah (permutazione delle lettere).

Ghematria: Il Numero Sacro e l'Archetipo dell'Equilibrio

In Qabbalah, ogni lettera ebraica ha un valore numerico.
Trascriviamo "Tula" in ebraico. Poiché non esiste il suono "U" lungo come vocale separata, esso è veicolato dalla lettera Vav (ו) che suona come "U" o "O". "T" è Tet (ט), "L" è Lamed (ל). La "A" finale è implicita o rappresentata da un Aleph (א) se la si vuole vocalizzare, ma nei nomi sacri spesso la vocale finale è assorbita.

La traslitterazione più corretta e potente per il nome "Tula" è T-V-L (Tet-Vav-Lamed), che si legge come "Tul" o "Tuval". La "A" finale è l'energia femminile implicita che completa.

Calcoliamo quindi T-V-L:

· Tet (ט) = 9
· Vav (ו) = 6
· Lamed (ל) = 30

Somma Ghematrica: 9 + 6 + 30 = 45

Il Significato del 45: Il Nome Adonai e l'Uomo Cosmico

Il numero 45 è uno dei più sacri della Qabbalah. Esso è il valore numerico del nome divino Adonai (אֲדֹנָי), che significa "Mio Signore" e rappresenta la Shekinah, la Presenza Divina immanente nel mondo fisico, la dimensione femminile e ricettiva di Dio.

Ma c'è di più. 45 è anche il valore di "Adam" (אָדָם), l'Uomo primordiale, se scritto con la lettera Vav nella forma completa (אָדָם = 1+4+40 = 45). Adam non è un uomo, ma un Archetipo: la sintesi di cielo e terra, maschile e femminile (poiché il testo dice "maschio e femmina li creò, e li chiamò Adam").

Conclusione Ghematrica:
Il nome Tula vibra sul numero 45, l'energia di Adonai (l'Immanenza divina nel creato) e di Adam (l'essere umano completo, il ponte vivente tra le polarità).
Una Tula, ovunque essa sia geograficamente, è cabalisticamente un punto di incarnazione dell'Archetipo Adonai, un luogo dove la dualità (cielo/terra, vita/morte, maschile/femminile) si risolve in unità operativa.

Adonai, strettamente legato alla nostra tradizione de Su Nenniri ( https://maldalchimia.blogspot.com/2024/03/su-nenniri.html?m=0) 

Questo spiega perfettamente le mie osservazioni.
A Tula (Messico) l'energia è ascendente (Adam che guarda il Sole), a Tula (Sardegna) l'energia è discendente e ricettiva (Adonai che riceve il solco). Sono le due facce del medesimo 45.

Notarikon: La Scomposizione delle Lettere Madre

Analizziamo le tre lettere Tet (9) - Vav (6) - Lamed (30) come acronimi di parole ebraiche che ne rivelano la funzione archetipale.

Tet (ט)
La lettera del Serpente e dell'Utero
Il nome di questa lettera, Tet, significa "serpente" in aramaico, ma la sua forma grafica è quella di un utero (un cerchio con un punto in mezzo o un serpente arrotolato). Come simbolo:
Tov (טוב) = Bene. Il bene primordiale, non ancora differenziato.
Tahor (טָהוֹר) = Puro. La purezza che precede l'azione.
Tumtum (טומטום) = L'essere androgino, il cui sesso è nascosto.

Nel nome TULA, il Tet iniziale indica che il luogo è un Utero Cosmico (come la stele centinata delle Tombe dei Giganti, come la borsetta Banduddu).
È Un Serpente Arrotolato (la kundalini, il Quetzalcoatl, il serpente a tre anse che hai identificato).
È un luogo di bene primordiale, precedente alla caduta nella dualità.

Vav (ו)
La lettera del Chiodo e della Connessione, della Kundalini
Vav è un chiodo o un gancio. La sua funzione è congiungere. In ebraico è la congiunzione "e". Simbolicamente:
Vidui (וידוי) = Connessione/Confessione. L'atto di legare ciò che è in alto con ciò che è in basso.
Vav come la colonna centrale dell'Albero della Vita, che bilancia destra e sinistra.

Nel nome TULA, il Vav centrale è il ponte, il "chiodo cosmico" che fissa il cielo alla terra.
È l'equinozio, l'equilibrio.
È il corridoio di Sa Mandra Manna che si illumina.
È la relazione stessa tra le due Tula.
Senza Vav, Tet e Lamed sono separate; con Vav, l'utero (Tet) e la direzione/insegnamento (Lamed) si uniscono in un'azione sacra.
Lamed (ל)
La lettera dell'Apprendimento e dell'Aspirazione
Lamed è la lettera più alta dell'alfabeto ebraico nella sua forma grafica (si eleva verso l'alto). Significa "imparare" e "insegnare". La sua radice è Lamed = "avere una direzione, un fine".
Lev (לב) = Cuore.
Lamed è la lettera che guida il cuore.
Lilmod (ללמוד) = Studiare/apprendere, che è l'atto di ricevere e interiorizzare la luce.

Nel nome TULA, la Lamed finale è l'aspirazione verso l'alto.
È la funzione iniziatica del luogo.
Si va a Tula per apprendere la natura della morte e della rinascita.
È la torre che i Toltechi costruirono per "toccare il sole".
È la direzione sacra del solco primordiale.

Temurah: Le Permutazioni Sacre

Permutiamo le lettere Tet, Vav, Lamed per trovare altre parole ebraiche che rivelano la natura di Tula.

T-V-L → L-V-T (Lamed-Vav-Tet) = Lavat (לָוָת) che significa "essere circondato, essere accompagnato". Questo è perfetto
Tula è un "Grande Recinto" (Sa Mandra Manna), un luogo di perimetro sacro. L'energia ci circonda, ci accompagna nella soglia.
T-V-L → V-L-T (Vav-Lamed-Tet) = Valat (וָלָת)
Non è una radice ebraica comune, ma evoca immediatamente il latino "Valere" (essere forte, valere) e il sardo "Balente" (forte).
Suggerisce il potere intrinseco del luogo.
T-V-L → T-L-V (Tet-Lamed-Vav) = Talu (תָּלוּ) che significa "sospeso, appeso" o "dipendente".
Questo è straordinariamente profondo:
La Tula messicana sospende i suoi Atlanti in cima alla piramide.
La Tula sarda è "sospesa" sul lago Coghinas.
Ma soprattutto, in senso cabalistico, Talu indica la condizione di ciò che è tra cielo e terra, non ancora attecchito né del tutto asceso. È il limen, la soglia. Le due Tula sono luoghi della soglia iniziatica per eccellenza.

La Sillaba "Tu" e la Radice Atlantidea
Avete notato la radice Atla/Atula come solco, e il riferimento ad Atlantide.
Separiamo il nome Tula in Tu + La.

Tu
La sillaba "Tu" in ebraico è Tav (400) + Vav (6) = 406.
Non è un numero di per sé, ma Tu (ט"וּ) è l'abbreviazione di Tish'ah be'Av, il 9 del mese di Av, giorno di distruzione del Tempio, che però porta in sé il seme della ricostruzione messianica.
Tu è il lutto che diventa gioia.
La (לַ): È la preposizione che significa "a, per, verso" ed è anche una delle due sillabe del nome divino El (Dio).

Tula significa quindi  "Verso Dio attraverso la distruzione/trasformazione".
È esattamente il percorso della Tomba dei Giganti: morte, passaggio, rinascita.

Conclusione Cabalistica sul Nome TULA(45) Tula = Adonai (Dio immanente) + Adam (Uomo completo).
Luogo di sintesi divino-umana.
Il Tolteca che si fa dio.
Il defunto che rinasce nella Tomba di Giganti.
Tet iniziale, Utero cosmico, serpente arrotolato (kundalini), bene primordiale.
Il Banduddu (utero), il serpente piumato Quetzalcoatl, il serpente a tre anse sardo.
Vav mediana Chiodo di connessione, ponte, l'equilibrio, l'equinozio.
Il corridoio illuminato dall'equinozio, la relazione stessa tra le due Tula.
Lamed finale Insegnamento, aspirazione verso l'alto, direzione, cuore.
La funzione iniziatica, la torre solare tolteca, il solco come direzione sacra (Atula).
Permutazione TLV "Sospeso" (Talu).
Luogo della soglia, tra cielo e terra. I giganti sospesi sulla piramide
Tula sospesa sul lago
L'incertezza iniziatica del "tra".

Il nome TULA è cabalisticamente una formula operativa.
Esso non descrive un luogo geografico, ma una funzione cosmica, cioè quella di essere il punto in cui l'Utero della Creazione (Tet) si apre alla Direzione dell'Ascesa (Lamed) attraverso l'Atto del Connettere (Vav).

Quando l'antico sardo segnava il solco di Atula, quando il Tolteca erigeva i suoi Atlanti a Tula, entrambi stavano pronunciando e attualizzando lo stesso Nome, lo stesso Archetipo.
La coincidenza dei nomi non è un caso, ma è la prova che la coscienza umana, nei suoi centri iniziatici sparsi per il pianeta, ha riconosciuto e nominato la stessa Sefirah (la stessa emanazione divina) con lo stesso suono radicale.
Tula è la parola ebraica "sospeso" (Talu) scritta nel linguaggio della pietra e del rito, per indicare il luogo dove l'iniziato impara a stare tra la vita e la morte, tra il cielo e la terra, fino a diventare lui stesso il ponte.

Tiziana Fenu
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Tula sarda e messicana (analisi cabalistica)