Fai come il lanciatore di coltelli, che tira intorno al corpo.
Scrivi amore senza nominarlo, la precisione sta nell’evitare.
Distraiti dal vocabolo solenne, già abbuffato.
Punta al bordo.
Costeggia.
Il lanciatore di coltelli tocca da lontano.
L’errore è di raggiungere il bersaglio, la grazia è di mancarlo.
Il lanciatore di coltelli danza con l'ombra del pericolo.
La sua arte non è l’uccisione, ma la carezza che sfiora senza ferire, il sibilo che traccia un confine invisibile tra la vita e la sua sospensione.
Ogni lama che vola è una promessa non mantenuta, un giuramento che si infrange un millimetro prima della pelle.
Non affonda mai il colpo letale, perché il suo trionfo è nell’eternare l'attimo, nel prolungare il brivido di ciò che potrebbe accadere e che mai accadrà.
Finirebbe lo spettacolo, e con esso, il sogno.
Ma l'amore non è uno spettacolo. Non esige spettatori plaudenti, né sipari che si chiudono su un abbraccio di maniera.
L'amore è una vertigine che si consuma nell'intimità di due solitudini che si riconoscono, un patto sigillato nel silenzio, non nella luce accecante del palco. Esistono anime che si adagiano, con voluttà quasi sacrilega, in questa dimensione di confine, di limbo sottile tra il desiderio e il suo compimento.
Trovano un'appagamento più sottile, più raffinato, nello sfiorarsi perpetuo, nel non varcare mai la soglia.
Mandano avanti lo spettacolo innumerevoli volte, ingranaggi perfetti di una giostra che gira a vuoto, cullati dal brivido del "detto/non detto", dall'alludere senza possedere, dal fare e disfare con la grazia di un architetto di ragnatele.
Costeggiano i bordi come funamboli che temono la solidità della terra più del vuoto. Mantengono alta quella vibrazione, quella tensione erotica, "erotica" nel senso più autentico, quello che attinge alla spinta vitale, all'eros primigenio che muove il mondo, l'arte raffinata di alludere a un nucleo incandescente che non vogliono veder precipitare dalla ruota che gira.
Sempre sulla giostra dei possibili, sempre sul crinale dell'illusione. Ma pur sempre sul crinale.
Mai nella materia.
Eppure, il vero brivido, l'autentica emozione, non dimora nell'aria rarefatta delle possibilità.
Essa esige l'incarnazione.
Esige la materia.
Emo-zione.
Non è un caso che la parola stessa porti in grembo il sangue, “emo”, il principio vitale che scorre e pulsa. L'azione che si fa sangue, che diventa carne, che trasforma l'idea in presenza.
Restare nella Dimensione di confine, nel regno delle ombre proiettate sul muro della caverna, non è di per sé né edificante né svilente. È una scelta, una postura dell'anima.
Mentre scrivevo, ho pensato che si comportano così, i narcisisti.
Sì, anche loro.
Prigionieri di un riflesso, amanti di un'immagine che non può ferire perché non può amare.
Ma lo fanno anche coloro che sono stati marchiati a fuoco dall'amore, che ne hanno bevuto il calice avvelenato fino all'ultima stilla di fiele.
Il vocabolo stesso, "amore", è per loro una parola nauseabonda, profanata, svuotata di senso da chi l'ha sussurrata come un inganno. Lo fanno coloro che hanno imparato a diffidare della sostanza e si sono fatti poeti dell'alone.
E penso anche a chi, invece, questo concetto l'ha sublimato in una dimensione quasi mistica, elevandolo a rito, a magia.
Costoro tengono l'amore in un'icona d'oro, in una teca di purezza, nella perfezione inarrivabile del tiro, nella grazia immacolata del gesto.
E allora costeggiano i bordi, ma per dilatare i confini del dicibile, per tracciare cerchi concentrici di parole scritte, di emozioni narrate, di storie dentro le storie che alludono all'indicibile senza mai nominarlo.
A volte, semplicemente, questa "grazia che si ha nell'evitarlo" non è solo armonia formale, equilibrio estetico.
È Grazia divina, discendente, una forma inconscia di autoprotezione, un diaframma che l'anima oppone per non ricevere un solo grammo in più di sofferenza.
È il sesto senso di chi ha già toccato il fondo e sa che ogni passo oltre quella linea sottile potrebbe essere l'ultimo.
Per alcuni, il lieve assaggio sazia più del pasto completo. L'indigestione, troppe volte patita, ha insegnato a riconoscere la nausea prima ancora di portare il cibo alle labbra.
L'amore, quello vero, quello che chiede di essere nominato anche solo con un tremito, richiede Presenza.
Richiede reciprocità.
Ed è qui che la metafora del lanciatore rivela il suo inganno. Nello spettacolo del lanciatore di coltelli non vi è vero incontro.
Vi è un dislivello incolmabile.
Uno subisce, l'altro agisce.
Uno offre il suo corpo come perimetro del gioco, l'altro disegna nell'aria il proprio potere assoluto. Uno si fida ciecamente dell'altro. L'altro si fida solo di se stesso, della propria mano, del proprio occhio infallibile.
Altrimenti finirebbe lo spettacolo. Il suo spettacolo.
Lo snodo cruciale che esemplifica il paradosso dell'amore è proprio qui, in questo squilibrio che deve farsi danza paritaria.
Per amare, per imparare a spogliarsi dell'armatura, devi fidarti dell'altro più di quanto ti fidi di te stesso.
Devi consegnargli i coltelli, invertire i ruoli, accettare di diventare tu il bersaglio, senza la certezza che la sua mira sia altrettanto precisa.
Devi rinunciare al controllo, alla calcolatrice delle angolazioni, alla geometria della distanza di sicurezza.
L'amore non ha nulla a che vedere con la logica.
Ma per proteggere il cuore, sì, la logica del lanciatore funziona alla grande.
Tiene a bada il mostro, impedisce alla ferita di riaprirsi.
E così lo spettacolo, la finzione ben oleata, continua.
Mettiamo in scena quel che realmente siamo.
Non il nostro coraggio di amare, ma le nostre più intime, segrete paure.
Quelle che solo l'amore, con la sua forza di gravità spietata e salvifica, potrebbe davvero, intimamente, sanare.
Tiziana Fenu
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Tratto dal mio libro
"Maldalchimia. Di Ombre e Luminescenze" Volume I
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