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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

mercoledì, aprile 01, 2026

💙 La brutalità

 


Negli ultimi tempi, il susseguirsi di azioni umanamente brutali, ha raggiunto apici altissimi, o per meglio dire, bassissimi. 

Eppure, andando a ritroso nella storia dell'umanità, l'antropologia culturale ci insegna che la violenza non è un’eccezione nella storia umana, ma una costante ritualizzata. 

Presso le società arcaiche, la brutalità verso il nemico, l’animale o il capro espiatorio possedeva un proprio, pur se aberrante, senso. 

Era un linguaggio codificato per stabilire l’ordine cosmico, scaricare il caos o celebrare la potenza della tribù. 

Ma ciò che osserviamo nell’uomo contemporaneo, specialmente  nelle manifestazioni di violenza gratuita, come quella riversata sulla gattina a Roma, in moltissimi altri contesti di cui ci sentiamo spesso spettatori impotenti, e di riverbero nelle piattaforme social, è un fenomeno diverso. 

È la dimensione dell'arcaico disinnestato. 

Perché a livello antropologico, cultuale, e culturale, non esiste più il contenitore del rito, né la mediazione del simbolo. 

La brutalità diventa puro delirio di potenza e onnipotenza, senza finalità. 

Questo tipo di violenza, da alcuni antropologi, è stata definita come una viol*enza mimetizzata, che tende a riversarsi su vittime sostitutive per placare la crisi di una comunità. 

Ma oggi, di fronte allo sfaldamento del tessuto comunitario, in quanto totalmente assente come tale, come dimensione unitaria, la violenza non placa più nulla, si autoalimenta. 

La gattina violentata non è un sacrificio per l’ordine, ma l’espressione di un disordine assoluto. 

L’animale, che nell’immaginario arcaico era spesso totem o messaggero degli dèi, viene ridotto a pura materia su cui esercitare un dominio che l’uomo non possiede più su se stesso.

Dal punto di vista ontologico, che studia l’Essere in quanto tale, la brutalità rappresenta una patologia della relazione. 

Non ci si rapporta, non si entra in comunicazione, in scambio e arricchimento energetico. 

Ogni canale, a circuito chiuso verso sé stessi, è impregnato di questa vile brutalità, che è il tentativo fallimentare di negare questa struttura ontologica fondamentale. Quando un uomo tortura un animale, un proprio simile, aggredisce verbalmente un simile su Facebook o infierisce sulla natura, sta operando una riduzione dell’Altro a "cosa".

Questo gesto è una ferita inferta non solo alla vittima, ma all’Essere stesso. 

Ogni atto di crudeltà è un atto di auto-crocifissione di chi agisce a riguardo. 

Chi disconosce l’Altro come manifestazione del medesimo fondamento divino dell’esistenza, si svuota. 

La brutalità è l’ombra dell’hybris greca, di cui ho parlato altre volte.  

È la tracotanza di chi, dimenticando di essere parte di un tutto organico, pretende di ergersi a dominatore assoluto, finendo per asservirsi alla propria stessa barbarie.

Il caso della gattina a Roma diventa, in questo senso, un sintomo ontologico. 

Una vita indifesa, che chiedeva solo protezione, scambio, amore, è stata infranta non per necessità, ma per il piacere della distruzione.

Come stiamo vedendo in tutto ciò che ci sta circondando. 

È l’annuncio di un vuoto d’Essere, dove l'empatia, che è il collante che rivela l’unità del reale, viene sostituita dall’indifferenza o, peggio, dal godimento necrofilo.

Se poi diamo uno sguardo, a ritroso, in una prospettiva esegetica di "scrittura" della violenza dei simboli, visto che mi occupo di simbolismo, se consideriamo l’esegesi, intesa come interpretazione profonda dei testi sacri e delle narrazioni simboliche, vediamo come questa dimensione ci offre le lenti per leggere questi eventi come segni dei tempi. 

Nella tradizione giudaico-cristiana, il patto con Dio viene sigillato dopo il diluvio con ogni essere vivente. 

L’arcobaleno è segno di un’alleanza che include gli animali. 

Penso all'arcobaleno presente anche nel simbolo della tribù dei Dan( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/il-simbolo-della-tribu-di-dan.html?m=0) 

È un Archetipo, un Arco di Alleanza. 

La violenza contro l’animale, quindi, non è solo un reato contro il diritto positivo, ma una violazione dell’alleanza cosmica. 

È la rottura del vincolo sacrale che lega il cielo alla terra.

Sui social network, assistiamo a un’esegesi distorta. 

La parola, che nelle tradizioni sapienziali è il veicolo della creazione (“In principio era il Verbo”), diventa strumento di de-creazione. 

La brutalità verbale su Facebook, quei commenti rabbiosi, gratuiti, spesso anonimi, nascosti sotto falsi profili, ma peggio ancora quando sono manifestati da profili reali che dovrebbero esprimere ben altre energie, rappresenta l’anti-Logos. 

Non è più il linguaggio che costruisce mondi comuni, ma un flusso di odio che dissolve il tessuto relazionale. 

È la Babele contemporanea. 

Non l’incomprensione delle lingue, ma l’impossibilità di ascoltare l’Altro perché ridotto a schermo.

L’approccio esoterico, che guarda alla dimensione iniziatica e alla realtà invisibile, ci invita a vedere in queste brutalità non semplici episodi di inciviltà, ma manifestazioni di una contro-iniziazione. 

L'Alchimia inversa, ad uso di questi sub-umani, di cui ho sempre parlato, spessissimo orchestrata su moduli di Geometria Sacra numerica, i quali sono, intrinsecamente, di altissima energia. 

Nelle tradizioni ermetiche e nella Sophia Perennis, l’iniziazione è il percorso che conduce l’uomo dalla materialità grezza alla trasmutazione interiore, al riconoscimento del divino immanente in tutte le creature.

La brutalità sistematica, verso gli umili, gli animali, la natura, è l’esatto opposto, che viola la loro alta energia. 

È un rituale involutivo. 

Come insegnano le dottrine tradizionali, chi si abbandona alla violenza gratuita si rende veicolo di forze disgregatrici, di quelle che i testi chiamano le “correnti dell’ombra”. 

L’animale, in particolare, è sacro perché rappresenta l’istinto non corrotto, la vita che scorre in sintonia con il ritmo cosmico. Tortur*arlo equivale, in senso esoterico, a tortu*rare la parte vergine e sacra della propria stessa anima.

Il riverbero sui social media è la manifestazione digitale di questa dissociazione. 

Dietro lo schermo, l’individuo perde il "temenos", il recinto sacro del corpo e del volto, e si abbandona a una possessione verbale che ricorda gli antichi stati di furia distruttiva, ma senza più alcuna cornice catartica.

La brutalità sulla gattina a Roma ha scosso la coscienza collettiva non solo per la sua efferatezza, ma perché ha agito come uno specchio rivelatore. 

Ha mostrato il fondo di abisso su cui può scivolare l’umano quando perde ogni riferimento trascendente. 

Di fronte a questo, la politica si è trovata a dover rispondere.

I recenti provvedimenti legislativi, come gli inasprimenti delle pene per i reati contro gli animali, rappresentano, dal punto di vista simbolico, un tentativo di arginare il caos con la legge. 

Ma, dal punto di vista esoterico e antropologico, la legge da sola non basta. 

La legge positiva è un argine, ma non una cura. 

Se lo spirito che anima queste brutalità è la negazione dell’Essere, nessuna pena, per quanto severa, potrà estirpare la radice del male se non accompagnata da una rinascita etica e, oserei dire, spirituale.

La politica, nel suo senso più alto e originario, quello di cura della "polis" è chiamata a un compito che oggi spesso abdica. 

Il compito di favorire non solo la repressione, ma l’educazione all’empatia ontologica. 

Inasprire le pene è necessario, ma non sufficiente. 

Occorrerebbe un nuovo patto educativo che ricordi all’uomo la sua interdipendenza con il vivente.

La brutalità umana, sia fisica che verbale, è il riverbero di una ferita metafisica. 

L’uomo che tortura, che insulta senza motivo sul web, che distrugge la natura, non è un dominatore, ma un posseduto. 

È un'anima persa, posseduta dalla sua stessa ombra, dalla dimenticanza di essere parte di un tutto sacro.

La gattina violentata a Roma non è stata solo un animale martoriato. È stata, in senso iniziatico, un sacrificio involontario sull’altare di una società che ha smarrito l’anima. 

I social network, con la loro brutalità verbale gratuita, sono il termometro di questa febbre. 

Dove non c’è più il volto, dove c'è alterazione e mistificazione del reale, della propria percezione di sé e della propria dignità, non c’è più il rispetto.

Forse, l’unica risposta autentica a questa deriva non sta solo nei provvedimenti politici, per quanto condivisibili nella loro funzione protettiva, ma in una inversione di rotta interiore. 

Finché l’uomo non riconoscerà nell’animale, nel diverso, nella natura e persino nell’interlocutore virtuale la stessa scintilla di vita che abita in lui, la brutalità troverà sempre nuove vie per manifestarsi. 

La vera politica del futuro, se mai ci sarà, dovrà essere politica dell’Anima, capace di ricucire la frattura tra l’uomo e il sacro fondamento della vita.


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

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La brutalità




martedì, marzo 31, 2026

💙 Giovedì Santo/Plenilunio in Bilancia

 Consideriamo, con l’occhio della mente e non con quello del corpo, il tempo che si sta dispiegando nel ciclo dell’anno. 

Il giorno è il 2 di aprile, il giovedì che nella tradizione evoca il fulmine di Giove prima del silenzio del Venerdì, ma l’ora è segnata dall’astro notturno, giunto al suo culmine. 

Ci troviamo di fronte a un plenilunio che non è solo un evento astronomico fra i tanti, bensì una congiunzione di forze archetipiche dalla portata iniziatica, poiché esso è il primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera. 

In seno alla tradizione cristiana e giudaico-cristiana, questa Luna piena detiene una funzione di soglia. 

È un plenilunio importantissimo, quello che fissa la data della Pasqua, la festa della Resurrezione. 

Ciò significa che questo plenilunio, al di là del suo aspetto formale, custodisce l’energia stessa del passaggio, dello spostamento dell’essere dall’impero della materia al dominio dello spirito.

La sua collocazione zodiacale è altamente emblematica, visto che cade anche di Giovedì, governato dal Sole /Giove. 

Il Sole, principio spirituale maschile, dimora nel primo dei segni di Fuoco, l’Ariete, dove la volontà si fa azione pura, germoglio che squarcia la crosta invernale. 

L'Ariete è il Roveto Ardente che brucia senza consumarsi, l’impulso primordiale che dà inizio al grande lavoro alchemico. 

Opposto a esso, nel segno cardinale d’Aria, la Bilancia, sorge la Luna. 

Questo opporsi non è un conflitto, ma un connubio, una sinergia di straordinaria potenza.

Sono le nozze alchemiche tra il Fuoco (solare, maschile, attivo) e l’Aria (lunare, femminile, mediatrice). 

La tradizione ermetica insegna che il Fuoco senza l’Aria divampa in modo cieco e distrugge. 

L'Aria senza il Fuoco è un pensiero evanescente, privo di calore per coagularsi in opera. 

In questa notte di plenilunio, i due elementi sono chiamati a una sinergia perfetta. 

LAria, che è respiro, anima, intelletto, deve trovare la giusta misura per alimentare il Fuoco dell’Ariete senza soffocarlo né disperderlo. 

È l’arte del dosare, che è propria della Bilancia. 

Soppesare l’elemento spirituale perché il Fuoco della volontà diventi calore costante della trasmutazione.

In questo scenario si innesta la chiave più alta, la simbologia archetipale. 

Questo plenilunio è governato dall’energia della sedicesima lettera dell’alfabeto Sacro, Ayin  Ayin non è una lettera che si pronuncia con lo sforzo della gola.

Ayin è il silenzio che vede, il non detto che contiene ogni cosa. 

Il suo valore numerico è 70( questo mi rimanda, tra parentesi, ai 70 €, raccomandati dalla BCE, da tenere in casa, che non ci compri nemmeno la spesa per tre giorni, e qui il discorso simbolico si apre ulteriormente, veicolando ulteriori messaggi) simbolo dell’universale e della completezza delle nazioni, ma il suo significato archetipico la definisce come “occhio”. 

Non l’occhio che guarda la superficie dei fenomeni, bensì l’occhio divino, la visione interiore che discerne la sostanza occulta sotto il velame delle apparenze. 

È il Terzo Occhio, il Guf (in ebraico), che nella qabbalah estatica rappresenta la facoltà profetica, la sorgente dell’intuizione infallibile.

La corrispondenza esoterica di Ayin con l’Arcano Maggiore XVI dei Tarocchi, La Torre, svela la modalità operativa di questa Luna. La Torre non è, come vorrebbe l’interpretazione volgare, una rovina o un castigo. 

Nella dottrina iniziatica, essa è la Struttura dell’Io, l’edificio che l’uomo ha eretto con l’orgoglio dell’intelletto separato, credendolo inespugnabile. 

Il fulmine che la squarcia( e qui ritorniamo al Giove, dio dei filmini, del Giovedi), in questa notte, non è altro che la scarica della visione dell'intelletto, l’illuminazione improvvisa generata dall’occhio Ayin. 

L’energia di questo plenilunio agisce come un lampo che colpisce la sommità della torre (la mente razionale) per frantumare ciò che nell’essere è divenuto scoria, superstizione, abitudine morta. 

È un crollo sacro, necessario

Tutto ciò che è costruito su basi non verificate, su dogmi privi di esperienza diretta, viene scosso e infine bruciato.

Nelle rovine, l’Arcano XVI mostra due figure che precipitano, ma non vengono annientate. 

La loro forma resta, perché ciò che crolla è la forma esteriore, non l’essenza. 

Così opera questo plenilunio.

Dopo l’equinozio, quando la notte e il giorno si sono fatti uguali, il cammino verso l’equilibrio passa attraverso la distruzione di ciò che è eccedente o difettoso. 

Nel fuoco dell’Ariete, alimentato dall’aria della Bilancia tramite la lente d’ingrandimento dell’Ayin, vengono consumate le sovrastrutture. 

Restano le basi, le fondamenta: ciò che era prima dell’edificazione della torre, la terra vergine dello spirito, l’intuizione primigenia. Resta il Terzo Occhio, liberato finalmente dalle macerie.

Questo plenilunio, dunque, è un momento di crisi nel senso più alto del termine. 

Da "krinein", separare. 

Ci indica la strada per l’equilibrio, insegnandoci che la vera stabilità non è data dal possesso di una struttura intellettuale completa, ma dalla capacità di rimanere saldi sulla propria visione interiore quando tutto intorno vacilla. L’elemento aria, in questo contesto, deve essere dosato con sapienza. 

Se troppo rarefatto, il fuoco manca di ossigeno e si spegne. 

Se troppo impetuoso, il fuoco diventa incendio incontrollabile. 

La giusta proporzione è quella del respiro del Mago. 

L'aria che, attraverso l’intenzione (Fuoco), diviene Ruach, soffio divino, che anima senza bruciare.

In questo Giovedì di plenilunio nell’Ariete, siamo chiamati a un’operazione di alta magia naturale e interiore. 

L’astro notturno, riflettendo la luce del Sole in Ariete, gli offre la possibilità di rendere cosciente l’impulso primordiale. 

Attraverso la lente di Ayin, l’occhio che scruta l’abisso e l’empireo, egli può lasciare che la Torre interiore crolli, per ritrovare sé stesso non nell’edificio intellettuale, ma nella pietra angolare della propria intuizione infallibile. 

È il momento di fidarsi di quell’occhio che non ha bisogno di parole per vedere, di quel fuoco che non ha bisogno di fiamma per ardere. 

È la vigilia iniziatica della Pasqua. Per giungere alla Resurrezione, occorre prima discendere nel sepolcro, e per discendervi con consapevolezza, occorre che la luce interiore (Ayin) renda visibili anche le tenebre.

Questo plenilunio non si svolge in un vuoto temporale, ma si sovrappone e si fonde con il mistero del Giovedì Santo, creando una sinfonia liturgico-esoterica di straordinaria potenza.

Il Giovedì Santo è il giorno dell’istituzione dell’Eucaristia, del Sacrificio incruento, e della lavanda dei piedi. 

Se osserviamo con l’occhio di Ayin, vediamo che il Cristo, nel Giovedì Santo, compie l’atto supremo di equilibrio (Bilancia) tra il Fuoco dello Spirito (Ariete) e l’umiltà della carne. 

Egli, che è il Fuoco solare, l’Ariete immolato fin dalla fondazione del mondo, si fa servitore, lavando i piedi ai discepoli. 

In questo gesto, Egli dosa sapientemente l’elemento Aria. Non impone la sua divinità dall’alto, ma la offre nel soffo dell’umiltà, creando la giusta pressione affinché il fuoco dell’amore divino non bruci ma trasfiguri.

Il Giovedì Santo è, nell’esoterismo cristiano, il momento del Tradire, che ha la stessa Matrice fonetica di traduzione e tradizione. 

È una consegna, un passaggio. 

Una continuità. 

Gesù consegna il suo corpo e il suo sangue, ma consegna anche il segreto del tradimento di Giuda. Anche qui ritroviamo l’Arcano XVI della Torre. 

Giuda è il fulmine che, apparentemente, provoca il crollo della comunità perfetta, ma in realtà attiva il meccanismo della Passione, necessario per la Resurrezione. 

È un Appeso, funzionale a questa continuità ontologica e semantica, di cui ho appr nel mio precedente scritto ( https://maldalchimia.blogspot.com/2026/03/giuda-lappeso-libro.html?m=0) 

La “Torre” del corpo mistico del Cristo viene abbattuta sulla croce, ma solo per mostrare che le vere fondamenta sono nella fede e nell’amore, e che l’Occhio interiore (il Cristo stesso) resta vigile anche nel sepolcro.

In parallelo, il plenilunio in Bilancia durante il Giovedì Santo ci ricorda che l’equilibrio non è una staticità pacifica, ma una tensione dinamica tra opposti, tra l’azione e il silenzio (Cristo che istituisce il sacramento e poi tace nell’orto), tra la luce piena della Luna e l’oscurità imminente del Venerdì, tra la visione interiore di Ayin e il buio della carne.

L’evento del 2 aprile, primo plenilunio dopo l’equinozio, in Ariete-Bilancia, sotto il sigillo di Ayin, è dunque un tempo liminale. Esso ci invita a un’operazione alchemica precisa. 

Quella della Calcinazione. 

Lasciare che il Fuoco dell’Ariete, alimentato dal soffio della Bilancia, bruci la nostra “Torre” interiore, ovvero le strutture di potere, le certezze illusorie e gli attaccamenti che offuscano la visione.

Quella della Separazione. Attraverso l’occhio di Ayin, discernere cosa, nel crollo, è polvere da disperdere e cosa è fondamento, base incrollabile.

Quella della Congiunzione. 

Unire in noi il maschile solare (Ariete), l’iniziativa divina, con il femminile lunare (Bilancia), l’equità e la ricezione spirituale, comprendendo che l’equilibrio non è un punto morto, ma l’utero alchemico da cui nasce la Resurrezione.

È la prima fase alchemica della Nigredo, funzionale e necessaria per ogni rinascita. 

Resta, al termine di questo processo, il Terzo Occhio. 

Resta il nostro infallibile intuito, non più appannato dalle emozioni squilibrate o dalle ambizioni egoiche. 

Così come il Giovedì Santo lascia i discepoli nell’attesa vigile dell’orto, questo plenilunio ci lascia con le nostre fondamenta esposte, pronte per essere edificate non più sulla sabbia dei desideri mondani, ma sulla roccia viva della visione interiore. 

In questo sacro plenilunio, l’Aria insegna al Fuoco la misura, e l’Occhio guida la mano che costruisce il nuovo Tempio. 

Il nostro, intoccabile, Tempio interiore 

Con infinita gratitudine sempre 


Tiziana Fenu 

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Giovedì santo, plenilunio






💛 Gli Uomini senza Ombra (libro)

 

"[...] I primi Uomini Vitruviani erano proprio i Giganti di Mont'e Prama, con la loro precisa Geometria aurea di proporzioni corporee, parametrate alla cintura di Orione e alle proporzioni auree della Geometria Sacra di cui portano il marchio esagonale sul mento, come quel fiore della vita a sei punte, intagliato nella maschera dei Boes.
È questo, e molto altro, il mio "viaggio alchemico" attraverso il “tempo/non tempo”.
Un tempo dove la magnificenza di questa terra e degli Eroi che la vollero rappresentare, svetta sul loro capo, come un sole allo Zenit.
Gli “Uomini senza Ombra”.
Dove astri e sole si congiungono, e non formano ombra sotto i piedi, perché sono nel regno dell’immortalità, di cui ancora sentiamo il profumo.
Uomini rappresentativi di una Civiltà che ho cercato di interpretare e raccontare, in totale accoglienza e sacralità, poiché altrettanta, ne ho riscontrato in essa, ripercorrendo una tessitura che ha coinvolto anche altre civiltà, altre culture.
[...] Gli antichi Sardi avevano capito bene cosa creavano insieme.
Creavano il tempo del "non spazio".
Una dimensione a sé.
Così come l'hanno creata nella griglia-scacchiera di Pubusattile, nella Domu de Jana di Villanova Monteleone.
La nuova dimensione del defunto.
Dove non esiste il tempo.
Dove il tempo si ferma.
Gli antichi Sardi sono i grandi creatori del Non Tempo.
Avevano capito come fermarlo. Come trarne energia.
Dal Sole, all'Azimuth nelle stele delle Tombe dei Giganti.
Dentro i pozzi Sacri, dentro il nuraghe.
Quel momento senza "ombra ", è il momento in cui si sta insieme al Sole che "solstizia ".
Ci si ferma con il Sole.
Ci si "addormenta "un po con il Sole, e con esso si può essere in uno Spazio-Tempo, che esula dalla dimensione materiale.
Come se non si esistesse.
Perché il Sole al suo Zenith non crea ombre.
E chi non ha ombre, non esiste.
Perlomeno nella dimensione temporale.
Esiste in quell'attimo di eternità che diventa divino.
Come quel Gigante di Mont'e Prama che sembra si ripari la testa dallo scudo.
Ma perché rappresentare un guerriero, un eroe, con uno scudo in testa?
Non sarebbe stato più logico rappresentarlo con uno scudo davanti, in segno di protezione e difesa?
Ma è proprio questa posizione corporea ad Azimuth, che mi fa pensare al Sole che cade in perpendicolare sulla testa, sia un gesto istintivo di protezione dai raggi solari forse troppo forti ( e come potevano rappresentare un sole che batte all'azimuth, senza ombra, se non rappresentandone una protezione istintiva? ), in un momento in cui, essendo "senza ombra sotto i piedi", non si appartiene a questa dimensione, quindi ad una dimensione del "divino", dove il tempo si è fermato un attimo.
I greci chiamavano i Sardi il "popolo dei dormienti", perché le loro "incubazioni" non avvenivano per ricevere risposte dagli spiriti delle divinità, ma per abbandonarsi all'oblio del "senza tempo", dell'eterno.
[...] Leggendo l'epopea di Gilgamesh, ho capito che il diluvio, l'acqua, nasce dal "sonno" e si può sopravvivere solo "ricordando" attraverso il simbolo del trilobato.
Il diluvio non è solo una catastrofe, ma un processo necessario per accedere all'oblio e, attraverso di esso, alla memoria più profonda.
I Sardi erano chiamati "il popolo dei dormienti" perché praticavano l'incubazione non per chiedere, ma per abbandonarsi all'oblio del "senza tempo" e ricordare la loro origine divina.
Erano "uomini senza ombra" nel momento azimutale del sole, sospesi in un'altra dimensione.
Onorare l'acqua nei pozzi sacri, dove Sole e Luna si incontrano, è onorare il dio Maimone. "Maimone" e "Memoria" condividono la radice "Mem", che significa "acqua".
L'acqua è sia distruttiva che salvifica, è l'acqua dell'oblio e l'acqua della memoria.
Noi Sardi,  siamo fuoco e Acqua, Nun e Nur.
Il diluvio è una figura archetipica che ci permette di entrare nella dimensione acquatica, amniotica, della memoria per ricordare chi eravamo.
Gli Dei sulla Terra.
Abbiamo eretto migliaia di nuraghi come templi della memoria, per non dimenticare la nostra origine atlantidea, il regno dell'acqua diamantina.
E il simbolo "Y" non è altro che una configurazione del trilobato, lo scettro della nostra divinità creatrice.
Siamo noi i Custodi della Memoria del Trilobato[...] "

Tratto dal mio libro
"Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna"
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Tiziana Fenu
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Gli uomini senza Ombra ( libro)




 


lunedì, marzo 30, 2026

❤️ Sono stata in un angolo

 

Sono stata

in un angolo del cuore

per tante vite.

Rannicchiata

sotto il  grembo muschiato

di Madre Terra.

Sentivo i tuoi passi lievi

rimbalzarmi sul cuore.

Ma ancora troppo distanti.

Come orme

che non toccano il terreno.

Un cuore

senza il peso della gravità.

Eppure ne sentivo la presenza.

Quel richiamo

che mi ancorava alla terra.

Nel cercarti

tra i gusci delle ghiande vuote.

Negli squarci dei fulmini

nel terreno.

Nelle fenditure delle assi di legno

raggrinzite dal sole

ma che ancora reggevano

la carezza dei tramonti

e la maestosità delle albe.

Sono stata appollaiata

lungo le recinzioni del mio cuore

sperando che tu

per un qualsiasi banale motivo

ti ricordassi la via di casa.

La via del ritorno.

Fino a quando

non ho smesso di aspettare.

E mi sono fatta cerchio

di vibrazioni che mi arrivavano

dai tuoi passi ovattati.

Sempre più piccoli.

Sempre più vicini.

Sempre più stretti al mio cuore.

Come un lazo del quale tu

tenevi l'estremità.

Ho arrotolato quel lazo

tra le dita.

Ne ho fatto promessa

sigillata da un bacio.

E l'ho lasciato andare.

Come aquilone che vibra

prima di prendere il volo.

È stato fermo.

Come un coriandolo

incastonato nel cielo.

Invece il volo l'ho preso io.

Era il ricordo di te,

che mi teneva

Imprigionata a te.

Mi teneva bassa.

Dove potevo percepire solo

il tuo riverbero.

Raggiungerti è stato come

salire a propulsione.

Come un palloncino

che svuotandosi

si libera dalla forma.

Ti ho raggiunto nel cuore.

Nella Fiamma che mai

ha smesso di ardere.

Ti ho raggiunto

in quell'energia

che ci ha dato forma

nel primo vagito d'amore

su questa terra.

Ti ho raggiunto.

E ti ho baciato.

E due universi

hanno creato

una nuova costellazione d'Amore.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com
Tratto dal mio libro
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Sono stata in un angolo ( libro)







💛 Nenniri/Adone /Gadoni

 

[...] Questo significa che il Carrasegare sardo affonda le radici nei Misteri Mediterranei e nel dramma di Adone. 

In questa dimensione, si colloca l'origine del Carrasegare nel contesto degli antichi Misteri mediterranei, superando i semplici parallelismi con i Saturnalia romani.

Si identifica, nel Dio della Natura che muore e rinasce (Adone nella tradizione semitica, Dioniso Mainoles/Maimone in quella sarda) il cuore del rituale. 

Ed è proprio nella dimensione della primavera, della resurrezione, che la figura di Adone in particolare, nella ritualistica ancestrale della Sardegna, assume una figura di altissimo valore semantico. 

Nel contesto delle complesse stratificazioni rituali e simboliche che caratterizzano la cultura sarda, la consuetudine del Giovedì Santo di presentare in chiesa su Nenniri, un vaso contenente germogli di grano seminati nel Mercoledì delle Ceneri e fatti crescere al buio, per poi essere adornati con fiori e nastri, si rivela non come una semplice usanza agreste, ma come un denso palinsesto mitico-rituale. 

Questa pratica, culminante nella combustione cerimoniale dei germogli per fini fumigatori, cela in sé una profonda semantica sacrale che affonda le sue radici nei Sacri Misteri del Mediterraneo antico, particolarmente nel dramma del dio Adone, secondo l’ermeneutica proposta da studiosi come Dedola.

Il rigore metodologico con cui i germogli vengono mantenuti in assenza di luce, sviluppando così un pallido giallo eburneo, trascende la mera tecnica colturale. 

Esso si configura come una metafora liturgica della germinazione, del sorgere e del risorgere dell’astro solare dalle tenebre. 

Tale simbologia solare, intrinsecamente connessa al ciclo vegetale, si è poi perfettamente saldata, in un sincretismo culturale di lunga durata, alla metafora cristologica della morte e resurrezione, dove Cristo è spesso identificato come Sol Invictus.

L’ornamento floreale che accompagna questi germogli solari non è meramente decorativo. 

La parola sarda per fiore, “frori”, risuona dell’eco fonico-semantico del nome Afrodite, dea dell’Amore e della Natura, il cui culto in Sardegna è storicamente attestato e strettamente legato a quello del dio sirio-fenicio Adone. 

Le rovine del tempio di Astarte (sincretizzata con Afrodite, Iside e Athor) sulla Sella del Diavolo a Cagliari, con il suo orientamento solstiziale affine a quello del Pozzo Sacro di Santa Cristina, furono sede di ierodulia, sottolineando il carattere iniziatico e di sacralità femminile del luogo. 

In questo pantheon mediterraneo, la dea Tanit, identificata con Astarte, Afrodite, Artemide e, significativamente, con Demetra, dea delle messi, occupa un ruolo centrale. Il suo legame con Neith, dea tessitrice egizia, si materializza nella celebre raffigurazione simbolica del concio di Tresnuraghes, evocando un archetipo di divinità madre, tessitrice del destino e garante della fecondità.

In questo quadro si inseriscono le Adonie, feste celebrative in onore di Adone, amante di Afrodite, attestate nel V secolo a.C. 

Esse commemoravano la resurrezione del dio, ucciso da un cinghiale, attraverso riti che includevano le Erma, le composizioni di fiori, frutti e dolci a base di farina, miele ed estratti floreali. 

Il parallelo con su Nenniri sardo, preparato a metà Quaresima con semi di grano, orzo e lino, fatto crescere al buio e poi sfarzosamente adornato con simboli di fertilità come pietre e oro, è stringente. 

L’etimo di Nenniri dall’accadico Niru (preghiera), raddoppiato, ne suggerisce un’antichissima origine semitica.

La geografia stessa della Sardegna reca tracce di questo culto. 

Il villaggio di Gadoni e il nuraghe Adoni, dominanti una gola selvaggia, riecheggiano nel nome il teonimo Adone e il fiume fenicio Adoni, le cui acque, secondo il mito, si tingevano di rosso per il sangue del dio pianto dalle sue vestali. 

Adone, il cui nome potrebbe significare “Signore” (dall’ebraico Adonai, appellativo divino) o, in altra interpretazione, “zoppo del cielo”(Ad-Un), allude alla sua morte per ferita alla coscia. 

La zoppia, traslata in danza cifrata secondo una ritmica numerica particolare, nei Mamuthones in particolare, o nelle danze ritualistiche inaugurali della cerimonia del Fuoco, che apre il Carrasegare, diventa riflesso di questo archetipale stigma fertilizzante, necessario. 

Dal suo sangue, fecondatore come quello del Cristo sul Golgota, germogliarono anemoni rossi, in un’immagine di sacrificio fecondo che trova preciso riscontro nel Vangelo di Giovanni: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24).

Questo complesso simbolismo si articola in una vera e propria teologia del seme e della spiga. 

La spiga, unità tagliata che genera molteplicità, evoca il corpo smembrato di Osiride, da cui germogliano 28 spighe, numero corrispondente al ciclo lunare, cuore dei Misteri eleusini dedicati a Demetra e Persefone. 

La spiga rappresenta il corpo di luce, l’essenza trasfigurata (Horus, l’oro alchemico), che può nascere solo da un cuore “vergine”, incorrotto. 

La sua trasformazione in farina e poi in pane, impastata con l’“acqua amniotica” del principio femminile (Iside), costituisce il “sacrum facere”, il sacrificio necessario alla rigenerazione. 

L’Eucaristia cristiana del “pane di vita” affonda qui le sue radici più remote, in un processo di “osirificazione” o divinizzazione attraverso la distruzione e la rinascita.

Anche i simboli pasquali più familiari rivelano strati profondi. L’ulivo, unito alla palma, non è solo segno di pace, ma richiama l’olio dell’unzione del Cristo (il “Consacrato”). L’estrazione dell’olio mediante frantumazione del frutto è metafora della destrutturazione della materia per giungere all’essenza pura. 

La palma, a sua volta, simbolo dell’albero della vita, della colonna vertebrale (il Djed egizio) e della rigenerazione, trova una potente sintesi nei Giganti di Mont’e Prama, figure di uomini-eroi divinizzati, scolpite in una località il cui toponimo evoca proprio le palme.

In questa complessa trama si inserisce la simbologia del Carrasegare sardo. 

Il dramma di Adone, con la sua morte violenta per opera del cinghiale (animale selvatico, “aresti” in sardo, dalla radice che richiama il guerriero Ares/Marte, collegato alla simbologia dei Sacri Ancilia, di Mamurio, de Su Battileddu e del Martedì grasso, e di Maimone, come vedremo più avanti ), e la sua successiva resurrezione, costituiscono un archetipo di morte e rinascita che è il cuore pulsante dei carnevali arcaici sardi. 

I Sos Murronarzos di Olzai, con le loro maschere cinghialesche, o altre figure teriomorfe dei carnevali barbaricini, incarnano questo principio di Caos, ferinità e sacrificio necessario (il Carrasegare, appunto, “carne da tagliare”) che precede e prepara il rinnovamento della primavera e il ritorno all’ordine. 

La lotta rituale tra il principio ordinato della comunità e la forza selvaggia e feconda del cinghiale/Adone/Ares riflette lo stesso mitema.

La sfera lessicale sarda conferma queste connessioni profonde. 

Oltre a “frori” e “aresti”, si consideri il verbo “affroddiai” (“mescolare”, “dire sciocchezze”), che potrebbe conservare la memoria dell’impasto caotico dei dolci rituali o delle litanie delle devote, e l’aggettivo affranto, forse legato all’immagine di Afrodite afflitta (affranta) per la morte dell’amato. 

Anche la forma chiusa a spiga dei “culurgiones” sardi o la tecnica costruttiva a spina di pesce nei paramenti murari nuragici, ribadiscono il valore ierofanico della spiga come simbolo di immortalità, abbondanza e rigenerazione ciclica.

Su Nenniri emerge quindi come un potentissimo ierogramma, un concentrato di simboli che, dalla preistoria mediterranea e simbologia sarda in particolare, giunge intatto alla ritualità cristiana. 

Esso incarna il perenne mistero del sacrificio fecondo (di Adone, del seme, di Cristo), la discesa nelle tenebre necessaria alla rinascita nella luce, e il ruolo mediatore del principio femminino divino (Tanit/Astarte/Afrodite/Iside/Demetra) come forza rigeneratrice. 

La Sardegna, con i suoi toponimi, i suoi resti archeologici, la sua lingua e le sue maschere carnevalesche, si conferma così come un eccezionale archivio vivente dei Grandi Misteri del Mediterraneo, dove il dramma di Adone e la simbologia del Carrasegare continuano a parlare, con voce sommessa ma persistente, il linguaggio eterno della morte e della resurrezione della vita.

La ritualistica del Carrasegare è un vero e proprio dramma sacro che rappresenta la passione, morte e resurrezione di questa divinità, essenziale per evocare il ritorno della fertilità e delle piogge[...] "

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[...] Ma, riguardo la simbologia presente, attraverso la Nun e la Dalet, insieme, che formano la Tau dei Giudici Divini, nel simbolo della tribù dei Dan, mi sono chiesta in quale altro contesto, i nostri Avi avessero manifestato questo concetto di Giudizio Divino, oltre al simbolo della loro tribù. 

La risposta, entusiasmante, l'ho trovata nella proprio nostra straordinaria scacchiera di Pubusattile. 

Questa scacchiera, di cui sono innamorata, non smette mai di rivelarmi connessioni profonde.

La chiave di tutto risiede nel numero 64, il numero delle caselle della scacchiera (8 x 8). 

Attraverso la Ghematria, la scienza che assegna un valore numerico alle lettere ebraiche, ho scoperto che il numero 64 è il valore della parola ebraica "דין" (Din), che significa "GIUDIZIO". 

Non un giudizio punitivo, ma il principio divino della Legge, della Giustizia assoluta e del discernimento. 

Nella Cabala, "Din" è una delle Sefirot, associata a Dio come Giudice (Elohim). 

È la conferma perfetta di ciò che avevo intuito: la Nun e la Dalet del simbolo di Dan significano "Giudici" e il loro messaggio è cifrato proprio nelle 64 caselle di Pubusattile.

Ma le corrispondenze non finiscono qui. Il numero 64 in ebraico rivela un intero universo di concetti fondanti della nostra civiltà:


גָּדוֹל (Gadol): "Grande". È l'attributo di Dio, "El Gadol", il Dio Grande. Troviamo una traccia di questo nel culto di "Su Nenniri", legato al dio Adone, e in un villaggio come Gadoni con il suo nuraghe Adoni.


Tratto dal mio libro 

"Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna" 

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Tiziana Fenu 

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Link relativi a su Nenniri 

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