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giovedì, maggio 21, 2026

💛 Pozzo Predio Canopoli, analisi esoterica

 Ho già avuto modo di parlare del pozzo sacro di Predio Canopoli, ne ho parlato anche nel mio libro "Le Dee silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna"

In questo link ( https://maldalchimia.blogspot.com/2026/05/pozzo-predio-canopoli-canopi-libro-le.html?m=0) trovate un mio piccolo estratto dall'approfondimento su questo pizzo, tratto dal mio libro, e i link dei miei scritti precedenti a riguardo.

Ma trovo interessante, oggi, approfondire dal punto di vista dell'analisi esoterica e cabalistica, partendo proprio dal toponimo Perfugas.
Dal punto di vista filologico-esoterico, il nome Perfugas (in sardo Pèifugas, dal latino Portus Fusas o Per fusas) reca una duplice radice simbolica.
La radice "Per-" che in latino indica  "attraverso, oltre", indica anche, in ebraico la Peh ( bocca) + Resh (ר, testa/inizio).
La bocca (Peh) come canale di espressione del Verbo, la testa come principio dell’emanazione.

La desinenza "-fugas", da fuga (fuggire, allontanarsi), ma si rivels in senso iniziatico
È una fuga dal mondo sensibile, fuga dal tempo profano.
Il nome suggerisce il “passaggio attraverso la fuga”, che corrisponde ad una formula alchemica di separazione e purificazione.
Perfugas si situa in una zona alchemica interessante, con dei confini simbolici.

A Nord abbiamo i Monti di Osidda, dalla radice "ossis, osso", che indica il processo alchemico della calcificazione, della materia prima.

A Sud abbiamo Riu Mannu, che alchemicamente rappresenta l'Acqua "grossa", il solvente alchemico, l'acqua mercuriale di trasmutazione.

A Est abbiamo il Monte Lerno che deriva da lerna, la palude.
La mitica Lerna miticale acque putride della materia prima, dove dimora l’Idra, simbolo delle forze caotiche da decapitare con l’Azoth.

A Ovest abbiamo la Valle di Coghinas (da cocina/cucina, la cucina alchemica dell’athanor).

Conclusione alchemica geografica: Perfugas giace in una dimensione alchemica molto particolare, nel crogiuolo definito dai quattro elementi geospirituali.
Abbiamo, in questo contesto, la Terra dell’Osso (Nord),
l'Acqua Mercuriale (Sud),
Il Fuoco latente della palude-lerna (Est),
infine l'Aria della trasformazione-cucina (Ovest).
È lo spazio rituale della Nigredo sarda.
È una terra di confine in cui l’anima fugge dal profano per entrare nel laboratorio alchemico di trasmutazione.
E non è casuale che un pozzo sacro e simbolico come il pozzo di Predio Canopoli sia proprio in questo athanor alchemico di trasmutazione.
Come ho già scritto nei miei precedenti approfondimenti, vi è assonanza fonetica e simbolica con la città egizia Canopo (Kanopos), presso la foce del Nilo, dove sorgeva il tempio di Serapide e il vaso canopico.

Emerge l'assonanza Canopi (plurale di canopo) /Canopoli (dal greco Kanopolis, città di Canopo).

Nel pozzo di Predio Canopoli, l’assonanza rivela un piano di proiezione egizio-sardo.
Il pozzo sacro nuragico non è solo idrico, ma rivela una profonda connessione tra cielo e terra.
Il canopo in alchimia è il vaso di vetro (o di terracotta) in cui si raccoglie l’Acqua Benedetta (la rugiada di maggio, l’urina filosofica, il Mercurio dei filosofi).
Il pozzo è il canopo verticale della terra sarda.
È un utero geolitico, un athanor rovesciato, in cui l’acqua scende per risalire purificata.

Se andiamo a vedere le coordinate del pozzo, abbiamo
40.8298° N,
8.8900° E (area Santa Maria Coghinas/Perfugas).
A livello cabalistico e ghematrico
il 40 è il valore ghematrico del tredicesimo Sacro Archetipo Ebraico, la Mem, le Acque Cosmiche, il numero della comprensione (la Sephiroth Binah, i 40 giorni del Diluvio, i 40 anni nel deserto).
Binah è l’utero cosmico, la Grande Madre separatrice.
Il pozzo sorge sul parallelo del Ritorno alla Matrice.

Il numero 8298, in riduzione teosofica, diventa un 9
(8+2+9+8=27 → 2+7=9) che corrisponde alla Sephiroth Yesod, il Fondamento, la Sephirah che collega il mondo astrale al fisico, il regno delle immagini e delle forze lunari.
8298 in gematria ebraica è composto da queste lettere ebraiche
Beth (2) + Heit (8) + Teth (9) + Heit (8) = 27,
Che corrispondono alle lettere
BChTCh
La radice B-C-T in ebraico(בכט)
indica proprio il “vuoto,  la cavità” Quindi il pozzo si manifesta come cavità iniziatica.

Quindi la Latitudine
N 40.8298, indica, esotericamente la Sephiroth Binah (40) che converge su Yesod (9) attraverso la cavità (BCT).
Il pozzo è il luogo dove l’Acqua di Binah (le acque superiori del Bereshit) scende nel canale di Yesod.

Vediamo la
Longitudine 8.8900 E
8 è il Sacro Archetipo Ebraico Heit, il recinto, l’ottava, il Sabba, l’alleanza.

8900, in riduzione teosofica raggiunge la Phe( la bocca che manifesta la Forma), il 17
17= 1+7 =8
Simmetria 8-8.
L’otto rovesciato è il simbolo dell’infinito verticale.
Il pozzo è il nodo 8-8, il sigillo di Ermes Trismegisto sulla terra sarda.

La coppia latitudine/longitudine  40.8298 / 8.8900
forma un triangolo numerico particolare.
40+8=48 Gamach
Gamach in ebraico è un termine che significa “accumulatore, tesoro”, 8298+8900= 17198

Questo numero, 17198, sommato cifra per cifra, mi da un 26
1+7+1+9+8=26→YHVH (יהוה).
Anche questo pozzo contiene il Tetragragramma nelle sue coordinate.

Come abbiamo visto, si manifestano Archetipi ebraici e Sephirot associate al pozzo
Le Sephirot attivate sono queste

La Binah, che indica comprensione, utero divino).
Rappresenta l’acqua del pozzo che sale dall’abisso (Tehom).
Archetipo corrispondente è quello di Mara, l’amarezza trasformata in dolcezza.

Yesod, la Sephiroth del Fondamento, la sessualità cosmica.
La cavità del pozzo è la "vagina mundi", l'utero della Terra. Archetipo: Iosef ha-Tzadik (Giuseppe il Giusto), il custode delle acque sotterranee, sognatore di stelle.

Sephiroth Hod, che indica lo splendore, l'intelletto recettivo.
È la rifrazione lunare dell’acqua nel pozzo.
Archetipo: Aharon, sacerdote che attinge all’acqua della roccia (Numeri 20).

Quindi questa triade alchemica,  Binah /Yesod /Hod reggono l’Asse del Pozzo.

Emerge anche dall'analisi esoterica, l'Archetipo dominante del pozzo
Be’er ha-Maim ha-Chayim (באר המים החיים, che indica il Pozzo delle Acque Vive, “la porta delle acque che salgono dal Giardino di Eden per irrigare i mondi”.

Per quanto riguarda le voordinate astrali e le corrispondenze celesti, all’epoca di costruzione del pozzo, che è datato al 1200 a.C circa, la posizione del pozzo era orientata verso il tramonto eliaco della stella Canopo in tale epoca.

Interessante notare che il tempo più meridionale della Grande costellazione della Nave Argo era considerata proprio Canopo.

Nave Argo strettamente legata alla simbologia della nostra Sardegna arcaica (https://maldalchimia.blogspot.com/2025/07/gli-argonauti.html?m=0)
Argonauti di cui ho parlato anche nel mio libro
"Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna"
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Canopo sorgeva a Sud-Est, e il suo tramonto eliaco cadeva nell’autunno, Epatta del Giudizio delle Acque.
L'epatta è un numero che rappresenta l'età della Luna al 1° gennaio di ogni anno, ovvero il numero di giorni trascorsi dall'ultimo novilunio dell'anno precedente. Utilizzata per calcolare le fasi lunari e fissare le feste mobili come la Pasqua, l'epatta colma la differenza di circa 11 giorni tra l'anno solare e quello lunare.
Canopo è la stella di Navagraha nel mito indiano.
È l’occhio di Agni.
In Egitto è Kahi, la nave di Osiride.
E la nave di Osiride ha uno stretto legame simbolico e funzionale, proprio con i vasi Canopi, e quindi con la simbologia stessa del pozzo. La nave di Osiride (o “barca solare”) rappresenta il viaggio del dio nel mondo sotterraneo e la sua rinascita.
I vasi canopi, usati per conservare gli organi del defunto, erano posti accanto al sarcofago per ricostruire l’integrità del corpo nell’aldilà, sul modello della ricomposizione di Osiride da parte di Iside.
Inoltre, i coperchi dei vasi spesso raffigurano le divinità figlie di Horo (protettrici degli organi), che nell’immaginario funerario assistono il defunto nel suo viaggio “nave” verso l’eternità, replicando il mito osiriaco.
Infatti, come ho scritto anche nel libro, nel mio approfondimento su questo pozzo, l'ingresso del pozzo è a sud-ovest ( che nei vasi Canopi corrispondono a Iside e Selket, la dea Scorpione, sineddoche, manifestazione dell'aspetto più oscuro - melmoso, come lo Scorpione, della palude del monte Lerno che confina con il pozzo- di Iside)

Un piccolo estratto dal mio libro
`Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna "
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"[...] Il suo ingresso a sud-ovest fonde il Fuoco (sud) con la Terra (ovest), suggerendo un’energia tellurica riscaldata dallo spirito, una terra fecondata dal fuoco interiore. 
Ma è l’asse orientato a nord-est che rivela la sua funzione più alta. 
Il Nord-est è la dimensione in cui il Nord (Acqua) si fonde con l’Est (Aria). 
È questo l’angolo della trasmutazione per eccellenza. 
Qui, l’Acqua delle profondità cosmiche, la matrice amniotica e mnemica, viene incontro all’Aria, lo Spirito, il pneuma divino. 
L’acqua, elemento femminile per eccellenza, simbolo dell’utero cosmico e della memoria ancestrale, si spiritualizza nell’aria, divenendo veicolo di anabasi, di ascesa. 
Il pozzo sacro, come un otre litico, è una gola che si apre sulle viscere della terra, un utero cosmico che, toccato dal soffio solare, partorisce l’iniziato a una nuova vita.
Ma, nello specifico, il pozzo Canopoli, ha corrispondenza con i vasi canopi e la psicopompia del Femminino.
Il nome stesso del sito, “Canopoli”, apre una finestra su un ulteriore, decisivo livello interpretativo, riconducendoci all’Egitto faraonico e, più precisamente, ai celebri vasi canopi. 
Come i vasi canopi preservano gli organi per l’eternità, così il pozzo sacro di Canopoli, con le sue acque purificatrici, preserva e prepara l’anima per il suo passaggio iniziatico[...] "


Si manifesta anche, da questa decodifica alchemica, l'Allineamento con la cintura di Orione (tre stelle che rappresentano i tre pilastri cabalistici: la Severità, la Misericordia, la Bellezza).
Il pozzo è specchio terrestre della cintura di Osiride, e l’acqua riflette le tre stelle come tre gocce di stagno filosofale.

La Latitudine a 40.83  indica il parallelo dell’eclittica dove il Sole entra in Toro (in epoca arcaica della costruzione del pozzo ).
Il Toro è considerato "Shor ha-Bar" l’Unicorno selvatico del Sepher Yetzirah( il più antico libro di mistica ebraica, che descrive la creazione dell'universo come un processo linguistico e matematico ideato da Dio attraverso i numeri e le lettere dell'alfabeto) che scava il pozzo con il suo corno.

Considerando questi elementi, il  pozzo di Predio Canopoli, a Perfugas è come un condensatore geocosmico che opera sulla triade
Binah/Yesod/Hod.

Binah (l’acqua primordiale in discesa).
Yesod (il fondamento sessuato della terra, pozzо = utero/fallo).
Hod (lo splendore astrale di Canopo e Orione).

Il nome Perfugas indica il “passaggio attraverso la fuga” che l’iniziato compie scendendo nel pozzo.
Rappresenta le fasi della Nigredo (la tenebra uterina), dell'Albedo (l'acqua lunare riflessa), della Rubedo (la risalita come stella fissa).
L’assonanza Canopoli/Canopi, implica la trasposizione mediterranea del vaso canopico egizio nel pozzo sardo arcaico, entrambi custodi del seme stellare.

Sigillo finale secondo le coordinate  40.8298 N / 8.8900 E, è il sigillo divino YHVH nel pozzo.
Colui che vi si affaccia vede il proprio riflesso come l'uomo archetipico, primordiale, riflesso nelle Acque Superiori.
"Dall'acqua sopra il cielo e dall'acqua sottoterra, nasce la pietra benedetta."
Si tratta di una tipica formula alchemica, che descrive la creazione della "pietra filosofale" (la pietra benedetta) dall'unione di due principi opposti: l'acqua superiore (spirituale, celeste) e l'acqua inferiore (materiale, terrena).
Questo concetto si addice  perfettamente a questo sito, che è un capolavoro della nostra Arcaica Civiltà Sarda, dedicato proprio al culto delle acque .

Ecco come gli elementi della frase si riflettono nell'archeologia del sito:
L'Acqua sotterranea è il tempio è costruito esattamente dove sgorga una sorgente d'acqua .
La struttura a pozzo permetteva di raggiungere la falda acquifera nel sottosuolo, rendendo visibile l'acqua "inferiore".
La Pietra benedetta, si riferisce al pozzo, che è un capolavoro di ingegneria sacra, costruito con blocchi di calcare perfettamente squadrati e assemblati a secco senza malta .
L'aggettivo "benedetto" sottolinea la sacralità della pietra lavorata dall'uomo per il culto.
Un simbolismo che collega cielo/terra
Curiosamente, il pozzo venne scoperto nel 1923 dal proprietario del terreno, Domenico Canopoli, mentre scavava proprio per fare un pozzo nero.
Metafiricamentr era alla ricerca, in un certo senso, di un altro tipo di acqua sotterranea .
È un luogo dove l'ingegno umano (la pietra) ha saputo unire il mondo sotterraneo dell'acqua sorgiva con quello celeste, creando uno spazio sacro che è un capolavoro dell'architettura arcaica sarda .

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com 

Foto Fabrizio Bibi Pinna 

Pozzo Predio Canopoli analisi esoterica








💛 Le tre Dee Madri Uccello sarde(libro)

 "[...] Nella geografia sacra della Sardegna, le Dee Madri di Turriga, Porto Ferro e Monte d’Accodi non sono semplici testimonianze di un culto pastorale, ma precise mappe stellari , il cui linguaggio silenzioso trova la sua piena eloquenza solo se letto alla luce della stella più alta.

Le tre Dee Madri prese in esame in questo frangente condividono un tratto iconografico che le allontana dalla tradizionale rappresentazione della mater magna mediterranea, solitamente ieratica, panneggiata o esuberante nella sua fertilità. 
Esse presentano invece una conformazione che gli studiosi di archeologia preistorica definiscono “a becco” o “a viso d’uccello”. 
Non si tratta di una stilizzazione casuale né di un semplice gusto estetico per il geometrismo. 
La riduzione dei tratti fisionomici umani a un apice pronunciato, che richiama il rostro di un rapace o di un anatide, è l’esito di una precisa volontà rituale. 
È la teofania della divinità che si manifesta attraverso la sua maschera ornitica[...]
[...] Le tre figure sono testimonianze eccezionali della Sardegna prenuragica, e la loro analisi permette di comprendere l'evoluzione del culto della Dea Madre nel Neolitico recente[...]
[...] Infine, la Dea Madre di Monte d’Accodi rappresenta forse il culmine di questa sintassi simbolica. 
Qui l’elemento ornitico non è solo un tratto del volto, ma diventa la struttura stessa dell'altare. 
[...] Il complesso monumentale, con la sua piattaforma trilitica e il prospetto a gradoni, riproduce l’immobilità solenne di un uccello posato a guardia dell’orizzonte, in attesa del momento esatto in cui la sua costellazione guiderà l’alba.
[...] Esse incarnano la "signora delle acque cosmiche e dell'aria"  .
[...] L’uccello, in questa cosmogonia, è l’essere che sfida la gravità, che si muove tra la terra solida e il cielo etereo, ma che, nel mito, è spesso anche il recuperatore della terra dal fondo dell’oceano primordiale. 
[...] È l’anima che si libera dal corpo. Presso le popolazioni danubiane e nei Balcani, l’immagine dell’uccello era strettamente legata al passaggio dell’anima nell’aldilà, fungendo da psicopompo. 
[...] Le statuine di divinità ibride, metà donna e metà uccello, erano custodite nei santuari domestici e comunitari, sepolte in vasi capovolti o collocate su altari in miniatura . 
[...] In Romania, ad esempio, la tradizione ceramica ha conservato fino all’epoca moderna la “Pasărea Măiastră”, l’uccello magico, presente sui vasi rituali per i defunti . 
[...] Questa continuità testimonia la resilienza di un archetipo. 
[...] La donna che diventa uccello è la veggente, la guaritrice, colei che può ascendere al cielo e tornare. Le Dee Madri sarde, con i loro volti a becco, si iscrivono perfettamente in questa tradizione. 
Non sono Madri passive: sono sciamane di pietra, eternamente in attesa del momento astronomico in cui il cielo si fa specchio della terra[...] "

[...] Queste tre testimonianze raccontano l'evoluzione del sacro nella Sardegna prenuragica. 

Dalle grandi statuine in marmo di culto domestico o funerario (Turriga, Porto Ferro) fino alle grandi rappresentazioni pubbliche incise nei templi monumentali (Monte d'Accoddi), dove la Dea diventa il fulcro di un complesso sistema rituale e sociale .

Il sito di Monte d’Accodi rappresenta la chiave di volta dell’intero nostro discorso, il missing link che trasforma l’ipotesi archeoastronomica in certezza rituale. 

Non si tratta di un tempio generico orientato verso un punto cardinale, bensì di una macchina cosmica la cui architettura è la materializzazione della costellazione del Cigno[...]".

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com
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Dee Madri Uccello sarde









mercoledì, maggio 20, 2026

💛 Analisi cabalistica Altare Monte d'Accodi

 Dal mio punto di vista, l'altare di Monte d'Accodi si manifesta come un Axis Mundi. 

Indagando su Archetipi e Sephiroth, come ho sempre fatto, da anni, e anche nelle altre mie pagine è molto interessante decodificare secondo questi parametri. 

Partiamo dal luogo, la Nurra sassarese 

Il nome Nurra, presumibilmente deriva dal sardo nurra, che indica un mucchio di pietre, cumulo, o forse una variante di nur/fuoco in aramaico/siriaco, secondo la lente qabbalistica.


È presente la radice trilittera N-U-R 

In ebraico, la radice N.U.R. (Nun, Vav, Resh) significa “splendore, fuoco, illuminare”.


La Nun  è la Vesica Piscis, movimento, discendenza. Presente nel simbolo della tribù dei Dan. 

Complementarietà di Opposti

 

La Vav è la congiunzione, chiodo, collegamento tra cielo e terra, l’uomo.


La Resh è la testa, l'inizio, la rivelazione, ma anche povertà (per la sua forma simile a una coppa rovesciata).


Il Nur è fuoco manifesto, il fuoco che si vede, che arde e trasforma.


Nella tradizione qabbalistica, prima delle lettere alfabetiche vi sono le radici eteriche (o hashmal). 

Come la Nu-


Nu  è la radice di vita acquatica, movimento fluido.


La Nun  è acqua  di trasmutazione 


Nur  è il fuoco.


La stessa radice Nu dà sia l’acqua (Nun) che il fuoco (Nur). 


In ambito esoterico il Fuoco Primordiale (Esh) e l’Acqua Primordiale (Mayim), sono presenti entrambe nel primo capitolo della Genesi, in cui lo Spirito di Elohim aleggia sulle acque (Mayim). 

La tradizione dice che quelle acque contenevano in potenza il fuoco.

La lettera Nun è l’acqua come recettività, la potenzialità di divenire.

La radice Nur (fuoco) contiene al suo interno Nun + un elemento attivo (Vav + Resh).


Nun + Vav (collegamento) + Resh (testa) = “l’acqua che si innalza a testa del fuoco”.

In pratica, in questo contesto, nell'energia della parola Nurra, Nun è l’acqua occulta dentro il fuoco manifesto.


È probabile che Nurra derivi dal semitico nūrā’ (che in aramaico significa fuoco) + suff. enfatico -ā.

Allora Nurra, diventa “il fuoco” in senso assoluto, il fuoco che è anche acqua.


In aramaico Nurrā termina con Aleph, che è aria, il respiro che sostiene il fuoco.


Il finale  -ra è Resh+Aleph


Resh finale indica testa del fuoco (apice).

Aleph indica l’Unità primordiale (aria/spirito).


Quindi Nurra significa “Fuoco che respira aria ed è mosso da acqua primordiale”. 

È il fuoco alchemico umido, il fuoco liquido dello Yesod la Sephiroth del Fondamento.


Nell’Albero della Vita questa analisi corrisponde :


A Nun (acqua)come  il sentiero tra Tiferet (bellezza) e Netzach (eternità/ vittoria).

A Nur (fuoco) come il sentiero tra Hod (splendore) e Yesod (fondamento).


Nurra unisce quindi i due. 

È al contempo il fuoco nero della sapienza occulta, il fuoco che non brucia ma illumina dall’interno dell’acqua.


La radice Nu, che è rara in ebraico, indica un movimento ondulatorio, un ondeggiare (come Nu in egiziano che indica l'acqua primordiale).

Nella  Qabbalah, dal movimento primordiale (Nu) nascono l’acqua (Nun) e il fuoco (Nur) come due aspetti della stessa energia divina.

Infatti l'altare di Monte d'Accodi era sacralizzato per i riti delle sacre unioni ierogamiche. 


Il nome di un luogo, se analizzato nelle sue radici eteriche, rivela la sua funzione energetica.

La Nurra si manifesta come “fuoco che sorge dall’acqua”

È un altopiano basaltico che si affaccia sul mare (Golfo dell’Asinara e Golfo di Porto Torres).

Il Basalto sappiamo che è una roccia di fuoco solidificato.

Il Mare rappresenta  l'acqua primordiale (Nun).

Nella Qabbalah, il basalto nero corrisponde alla Sefirah Binah (la comprensione, la Grande Madre, il colore nero), che è “fuoco nero su fuoco bianco”. 

La posizione costiera della Nurra rappresenta il confine tra Yesod (mare, fondamento) e Malkuth (terra regale).


Quindi la radice Nurra (Nun + Vav + Resh + He/Aleph) suggerisce sia Nun come acqua subconscia (il mare che la lambisce), sia Vav come la linea di costa, il chiodo/gancio che unisce, la kundalini terrena. 

La Resh indica la testa dell’altopiano ( come i promontori come Capo Caccia).

La He finale indica il respiro, la bocca che esala il fuoco vulcanico ormai spento.


Quindi Nurra, letteralmente significa “l’acqua che è diventata fuoco solido, e ora respira”.


La Geomorfologia  della Nurra si rivela un sentiero qabbalistico


A Nord  è delimitata dal Mare ( dalla Nun, acqua, che corrisponde alla Sephiroth Yesod, il fondamento dell’inconscio collettivo).

A Sud  è delimitata dal massiccio del Monte Limbara ( il fuoco latente, la Resh, correlata alla Sephirot Geburah).

A Est è delimitata dal Fiume Rio Mannu (dall'acqua che scorre, dalla Sephiroth Hod).

A Ovest abbiamo il  Mare aperto verso la Spagna (l'occidente la Netzach, l'eternità).


Il paesaggio interno della Nurra è piano ma craterizzato (piccoli vulcani spenti, come Monte Guardia).

Nella Qabbalah, una pianura craterica indica la Sefirah Malkuth (regno) che ha ricevuto l’impronta delle Sefirot superiori. 

I crateri sono i kelim (vasi) rotti e riparati di Shevirat ha-Kelim, il concetto della "rottura dei vasi", per cui, a causa della rottura, la luce divina si disperse nel cosmo sotto forma di "scintille sacre". 


Ogni cratere è una Nun, una bocca di acqua primordiale che ha eruttato fuoco. 

Ora è vuota, ma conserva la forma del fuoco passato.


Le tradizioni locali parlano della Nurra come una terra di pietre e vento, con rare sorgenti.

In qabbalah, l’assenza di acqua superficiale su un terreno vulcanico indica che l’acqua è occulta (mayim genuzim), che scorre in profondità, nella Sefirah Yesod sotterranea.


Il fuoco (il basalto) è freddo perché ormai è Sephiroth Geburah (rigore) senza Hesed (misericordia) se non attraverso il mare che la circonda.


Questo corrisponde al sentiero di Samekh (il sostegno) che collega Yesod a Tiferet, che è un sentiero di prova, aridità esteriore che cela nutrimento interiore.


Nella Genesi, Caino va in Nod (erranza), una terra a est di Eden. Alcuni commentatori collegano Nod a radice Nud (ondeggiare, con radice "Nu–", la stessa di Nurra).

La Nurra è stata per secoli terra di esilio e confino (in epoca romana, poi piemontese con le colonie penali nell’Asinara).

Quindi la Nurra corrisponde al Nod occidentale. 

Questo è molto simbolico, a livello esoterico. 

Il Fuoco (l'ira di Caino) si è solidificato in basalto.

L'assenza di alberi (il simbolo dell’Albero della Vita), il paesaggio spoglio si presentano come Klipoth, (scorze, vasi alchemici ) da riparare.

Il mare funge da confine tra coscienza (terra) e inconscio (mare).

Nella Nurra, nella sua Essenza, si può riconoscere la presenza del Fuoco Nascosto nel paesaggio più arido, esattamente come nello Yesod umano.


La Nurra non è solo un nome geografico. 

È una Rivelazione spirituale che indica come in quel lembo di terra, il fuoco si è fatto pietra per insegnare che l’acqua che manca in superficie è viva nelle profondità.

Dal fuoco esce l’acqua, dall’acqua esce lo spirito, dallo spirito esce la terra. E la terra della Nurra è l’ultimo respiro del fuoco che imparò a essere mare.


Descritto come uno "ziggurat" (una piramide a gradoni) ante-litteram, la struttura dell'altare di Monte d'Accodi sfida la cronologia convenzionale. 

Si manifesta come una macchina cosmica progettata per armonizzare le energie della Terra con quelle del Cielo.


Decoecodificando la firma energetica del luogo, abbiamo delle coordinate geografiche approssimative del sito abbiamo 

40°47' N 

8°26' E .


In chiave cabalistica, ogni coordinate è una riduzione numerica  di un concetto spirituale. 

Analizziamo la latitudine:


40°

Nella tradizione biblica, il numero 40 rappresenta il periodo di transizione, la purificazione e la preparazione (i 40 giorni del diluvio, i 40 anni nel deserto, i 40 giorni di Gesù).

Il 40 è il valore ghematrico del Sacro Archetipo Ebraico Mem, le acque Madri, il tredicesimo, che precede la Nun. 


47'

Sommando 4+7 otteniamo 11, il numero della forza maestra, del caos ordinato e della magia. Nella Qabbalah, l’11 è associato alla "Bocca dell'Abisso" (Da'at), il punto di passaggio tra il manifestato e il non-manifestato.


Il numero dell'infinito (orizzontale), l'ottava dimensione, il numero di YHVH (signore) nella ghematria ridotta, nonché la Madre Universale


26'

Ghematria del Tetragramma divino  YHVH = 10+5+6+5 = 26 


Il monumento sorge su un "ottavo" meridiano che incarna il Nome di Dio, alla latitudine della "trasformazione" (40) e del "varco magico" (11). 

Questa non è una coincidenza, ma una firma geologica che fa di Accoddi un filtro naturale tra il mondo dei Jinn (forze telluriche) e gli Elohim (forze celesti).


La ricerca archeoastronomica ufficiale ha dimostrato che Monte d'Accoddi non era allineato a caso. I due menhir principali (uno calcareo bianco, l'altro rossiccio) fungevano da mirini per osservazioni astronomiche avanzate . 

Utilizzando la chiave esoterica, questi allineamenti si traducono in archetipi puri.

L'osservatorio indica che dalla sommità della piattaforma, il menhir bianco inquadrava il sorgere del Sole al solstizio d'inverno .

Il solstizio d'inverno è il "parto della luce" (lo Yule). 

La pietra bianca simboleggia la purezza.

Questo allineamento rappresenta la Sephirah Tiphereth (Bellezza/Equilibrio). 

Tiphereth è il Sole spirituale, il cuore dell'Albero della Vita. L'osservatore, posto sull'altare ( che Malkuth, il Regno), guarda la Pietra Bianca per catturare il raggio del Sole nascente. 

Il rituale implicito è la Discesa nel Sé. 

L'iniziazione che permette all'anima di risorgere dalle tenebre (l'inverno) verso la consapevolezza divina.

Infatti l'altare si pone come punto di passaggio alchemico importantissimo per l'ultima tappa del viaggio iniziatico, rappresentato dal "volo del Cigno". 

Cigno, e di conseguenza, costellazione del Cigno, a cui è strettamente collegato l'altare, come delineato nel mio ultimo libro "Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna". 

Ma approfondendo ulteriormente in questa nuova serie di approfondimenti cabalistici, mi rendo conto di quanto tutto collimi e si corrisponda perfettamente, ancora di più. 


Il menhir bianco, con uno spostamento prospettico, puntava al sorgere eliaco di Sirio . 

Per le tradizioni iniziatiche (Egitto, Massoneria), Sirio è la "Stella dell'Iniziazione".

Sirio si trova dietro la "Porta di Orione". 

Nella Qabbalah, esiste una Sephirah invisibile chiamata Da'at (la Conoscenza). 

Non è un gradino, ma un varco. Monte d'Accoddi, attraverso la pietra bianca, è un telescopio litico che mira a Da'at, suggerendo che l'altare servisse a ricevere il "Fuoco di Sirio", cioè una frequenza spirituale capace di elevare l'adepto dallo stato animale (neolitico) a quello divino.

Un salto di Ottava, di consapevolezza. 


Invece il  secondo allineamento, relativo al menhir rossiccio, punta a Venere .

Venere governa l'Amore e la Guerra. 

La pietra rossa evoca il sangue, il sacrificio, ma anche la fertilità, essendo un altare delle unioni ierogamiche. 

Venere è suddivisa tra Netzach (la vittoria, l'impulso passionale, l'eternità sensuale) e Hod (lo Splendore, l'intelletto che misura). L'altare rossiccio rappresenta il matrimonio alchemico tra questi due impulsi. 

La presenza delle pietre  emisferiche, le pietre sferoidali, accanto alla rampa simboleggia l'Uovo Alchemico, l'Androgino perfetto, dove il Sole (Maschile) e la Luna (Femminile) si uniscono nell'Aria .


Le analisi moderne parlano di "soste" lunari (quando la Luna sorge sempre nello stesso punto estremo, ogni 18.6 anni) .

La Luna, cabalisticamente, rappresenta lav Sephirah Yesod (la Fondazione). 

Yesod è il subconscio collettivo, il regno dei sogni, il "canale" che trasmette l'energia vitale. 

Le soste lunari indicano che Accoddi era usato per dominare i cicli temporali lunghi. 

Il sacerdote, restando fermo sulla pietra angolare orientale, catturava l'energia della Luna al suo massimo potere magnetico, "fermando" metaforicamente il tempo per operare la Magia Tellurica.


Sebbene oggi appaia come un tronco di piramide, Monte d'Accoddi rispetta l'archetipo del Monte Cosmico. 

Se suddividiamo idealmente la rampa e la piattaforma, possiamo vedere la struttura dell'Albero della Vita


Abbiamo la Rampa (Il Pilastro della Severità, a sinistra). 

È lunga 41.5 metri, è il percorso di ascesa. 

Rappresenta Binah (la Comprensione). 

È la via stretta, il controllo, la disciplina. 

Salire la rampa significa abbandonare i corpi inferiori.


Abbiamo la Piattaforma sommitale che rappresenta il  Pilastro della Misericordia, a destra. 

È il luogo del "Tempio Rosso" originario. 

Rappresenta Chokhmah (la Sapienza), l'impulso creativo mascolino.


L'Altare (il Pilastro Centrale, l'Equilibrio) è la cima piatta, dove venivano celebrati i riti di fertilità . Qui si trova Kether (La Corona), il punto di contatto diretto con l'Ain Soph (la Luce Infinita).


I Menhir si presentano come i Pilastri di Jachin( la colonna destra, energia maschile) e Boaz( colonna sinistra, energia femminile) 

I due menhir (Bianco e Rosso) posti ai lati est sono i guardiani della soglia. 

Come nel Tempio di Salomone, Boaz (Bianco, Forza) e Jachin (Rosso, Stabilimento) segnano l'ingresso al Tempio Sacro. 

La loro posizione astronomica rivela che l'iniziazione poteva avvenire solo in specifici momenti dell'anno, quando l'astro che rappresentavano (Sole o Venere) calibrava la loro energia .


Il Monte d'Accoddi quindi non è un semplice luogo sacro, ma rappresenta un microcosmo  Zodiacale "congelato" nella pietra.

L'analisi delle coordinate rivela che il sito è un'incarnazione fisica del Tempio di Salomone Ideale (archetipo massonico e cabalistico), mentre gli allineamenti astronomici lo rivelano come un calendario dello Spirito.

Rivela il principio ermetico del "Come in Cielo, così in Terra". 

Gli antichi costruttori sapevano che il Sole (Tiphereth), la Luna (Yesod) e Venere (Netzach/Hod) non erano Dei lontani, ma frequenze che influenzano la coscienza umana (Malkuth).

Costruendo un altare allineato a Sirio (Da'at), essi cercavano di agganciare la loro dimensione temporale (il ciclo delle stagioni) all'eternità dei cicli precessionali. La forma a zig-gurat è un condotto energetico

È l'Axis Mundi che aspira a connettere la matrice terrena (l'Utero della Dea Madre, evidenziato dalla stele femminile ritrovata)  con la matrice stellare (Sirio).

Monte d'Accoddi rivela il messaggio che l'Iniziazione è un atto cosmico. L'adepto saliva la rampa (i 10 Sephiroth), superava il velo dei due Menhir (i Pilastri gemelli) e, grazie all'allineamento astrale, trascendeva la sua natura mortale per diventare, durante l'equinozio o il solstizio, un Dio vivente sulla Terra.


Tiziana Fenu

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Maldalchimia.blogspot.com

Analisi cabalistica Altare Monte d'Accodi





💛 Rana /Serra Niedda (libri)

 

Dell’Uovo Cosmico e del Grado Zero della Creazione.
Il Pozzo Sacro di Serra Niedda, di cui ho già parlato, ( https://maldalchimia.blogspot.com/2026/05/pozzo-serra-niedda-analisi-esoterica.html?m=0, argomento già trattato nel 2022)si rivela ulteriormente come Matrice Vibratoria, argomenti già trattati, anche questi
Il pozzo sacro manifesta una Forma che Informa.
Il Girino come Sigillo Cosmogonico.
L’osservazione della singolare conformazione planimetrica del pozzo sacro di Serra Niedda, presso Sorso, ci introduce immediatamente al cuore pulsante della cosmogonia arcaica sarda .
La sua soglia non è un mero elemento architettonico, bensì una forma informante.
È una stilizzazione perfetta del girino, la larva anfibia la cui morfologia evoca ineludibilmente la cellula primordiale, lo spermatozoo umano, l’embrione racchiuso nell’uovo del mondo.
In quell’ingresso ondulato, l’architettura si fa biologia, e la biologia si fa mito
È il “grado zero” della vita, il punto di sutura tra l’acqua caotica e la forma organizzata.
Questa scelta progettuale non è casuale, ma esprime l’essenza stessa di “S’Arrana”, la Rana sacra, la cui stessa radice onomastica riecheggia nel nome del popolo che eresse quei monumenti, Shardana .
Due parole estremamente simili foneticamente.
La parola sarda per rana, “arrana”, è un sigillo fonetico che lega indissolubilmente l’animale liminale all’identità di un intero popolo.
A corroborare questa correlazione lessicale, è opportuno ricordare la celebre stele di Nora, risalente al IX-VIII secolo a.C., dove il termine SRDN compare come nome dell'isola, suggerendo che il popolo che la abitava si autodefinisse con una radice riconducibile a Sard . Non è quindi ardito supporre che S’Arrana (la Rana) e Shardana condividano una medesima matrice etimologica, laddove la rana diviene uno dei totem identitari del popolo arcaico sardo
Nun e Nunet, le due divinità cosmogoniche, rappresentano l’Androginia Primordiale delle Acque(  https://maldalchimia.blogspot.com/2021/10/osservavo-questa-stupenda-foto-di.html?m=0)
Approfondendo questo solco simbolico, ci si imbatte nella coppia primordiale degli Ogdoad di Hermopolis: Nun e Nunet, il dio dalla testa di rana e la dea dalla testa di serpente, signori delle acque primordiali e del Caos creativo.
Essi rappresentano l’androginia originaria, l’ermafrodito primigenio dal ventre gonfio come quello di una rana gravida, matrice di ogni successiva differenziazione.
Da questa coppia, dalla loro interazione, scaturì il Nommo, l’essere quadruplo, il sommo maestro della Parola Vibrazionale. Non è quindi sorprendente che, in quella che è forse la più antica rappresentazione di una “Natività”, la Domus de Janas di Mesu’e Montes, ad Ossi( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/12/perche-il-nostro-presepe-in-sardegna-lo.html?m=0) la figura partoriente sia stilizzata con le gambe divaricate a “M”, la posizione della rana che nuota o che dà alla luce, a simboleggiare che ogni nascita umana è una eco della nascita cosmica, protetta dalla doppia cintura uterina dei genitori divini.
La Rana, quindi, è molto più di una divinità della fertilità come l’egizia Heket.
È il principio stesso della trascrizione, il veicolo attraverso cui la conoscenza generatrice si manifesta nel mondo.

DNA e RNA.
L’Acronimo Sacro e la Trascrizione della Sofia( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/06/due-cose-hanno-sempre-incuriosito_12.html?m=0)
In tal senso, gli acronimi scientifici DNA e RNA si rivelano non come mere nomenclature, ma come perfetti ideogrammi esoterici.
La scienza moderna ha riconosciuto il potere metaforico del gene, elevandolo a vero e proprio "icona culturale" .
Il DNA è stato paragonato al Santo Graal, una reliquia mistica che racchiude il segreto dell’esistenza . Seguendo questo solco ermeneutico, possiamo leggere nel DNA il nome di Dana, la Grande Dea Madre, la Sofia, la conoscenza che risiede nelle acque della memoria ancestrale.
E RNA non è che l’Rana, la “trascrittasi” alchemica che trasforma il codice invisibile del DNA in forma vivente, così come il girino diventa rana, passando dall’acqua alla terraferma, operando la Grande Trasmutazione.
La particella “AN” , comune a entrambi, è il Soffio, l’Animus, lo spirito vitale che anima le Janas stesse, le divinità ipogee.
( https://maldalchimia.blogspot.com/2023/01/le-domus-de-janas-non-sono-capanne.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/i-flamen-dialis-de-sa-carena.html?m=0)
Nel sumero indoeuropeo, questa sillaba è legata all’acqua, elemento creativo per eccellenza.
“An” è l’atto del respirare, da cui il latino animus (spirito, anima).
È il Soffio Divino che in Sardegna viene rappresentato dalla maschera de “Su Bundu”, il vento fecondante che diffonde il seme vitale( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/12/bundu-bindubindi.html?m=0)

“Dan”, invece, significa “conoscenza generatrice”.
Non è un caso se il popolo irlandese dei Thuatha De Danann (la tribù della dea Dana) è legato alle arti e agli incantesimi, rivelando una profonda affinità tra la parola Dana e la nostra Jana.

Nuraghe si manifesta, in questo contesto, come Unione Alchemica di Nun (Acqua) e Nur (Fuoco)
Da questo connubio alchemico tra Dana e Rana scaturisce la civiltà arcaica sarda, la cui sintesi perfetta è il Nuraghe. Scomponendo il vocabolo nella sua forma sassarese, “Nuragu”, scopriamo una triade sacra:
Nur- (fuoco, fulcro, il principio solare maschile),
-a- (congiunzione),
e -gu (oscurità, ma anche suono, muggito onomatopeico).
Il Nuraghe non è dunque una semplice torre, ma un androgino architettonico.
È fallico nella sua proiezione verso l’alto, uterino nella sua camera a tholos.
È il punto di unione tra il fuoco del cielo (il Sole) e l’acqua della terra (le falde acquifere su cui veniva spesso edificato).
La radice “Nu-” è infatti la medesima che ritroviamo in Nun (acqua) e Nur (fuoco), sancendo che il monumento è una Vesica Piscis tridimensionale, una mandorla mistica di pietra in cui gli opposti si integrano.

Il “-gu” finale, però, è la chiave di volta.
Quel “gu” è il muggito del Toro, divinità ctonia e solare legata al chakra della laringe e quindi alla vibrazione creatrice.
È la frequenza gutturale che si fa architettura.
Ed è in questa dimensione che i canti a Tenores sardi, trovano la loro piu profonda manifestazione.
Rappresentano la Geolocalizzazione Acustica degli Shardana.
Secondo una visione che potremmo definire di cimatica liturgica, gli Shardana non avrebbero potuto erigere quelle perfette strutture a tronco di cono (come la spiga del grano, su trigu, altro simbolo osiriaco di resurrezione) senza un ausilio vibrazionale.
E qui si innesta la straordinaria analogia con il canto a tenores e la fisiologia della Rana Toro (o Rana Bue).
La ricerca etnomusicologica contemporanea ha ormai stabilito che il canto a tenore, le cui origini risalgono verosimilmente all'epoca arcaica sarda, rappresenta una delle forme polivocali più arcaiche e complesse del Mediterraneo . Esecuzione a cappella di quattro voci maschili (boghe, mesu boghe, contra, bassu), questa tecnica prevede l'uso di sillabe prive di significato semantico (mbɪ:mˈbɔʔm) che, attraverso una particolare tensione laringea e dispositivi vocali, creano un tappeto sonoro ipnotico e potentissimo .
La Rana Toro, per richiamare la femmina senza confondere il proprio segnale acustico in un coro di altri maschi, utilizza una strategia di “canali privati” a frequenze specifiche (intorno ai 1160 Hz), comprimendo i polmoni e facendo vibrare la pelle in sintonia con la membrana timpanica( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/06/due-cose-hanno-sempre-incuriosito_12.html?m=08
https://maldalchimia.blogspot.com/2023/05/tenores.html?m=0)
Questo meccanismo è identico al sistema di canto a concamerazioni dei Tenores sardi, dove la pressione della cavità boccale e la risonanza ossea proteggono l’orecchio da iperstimolazioni, proprio mentre si genera un’onda ascensionale rilevabile con il geofono.
La tesi che il canto a tenore derivi dall’imitazione dei suoni della natura, in particolare dei versi di pecore, buoi, ma soprattutto di rane e grilli, è oggi ampiamente accettata e sostenuta da studiosi come Francesco Casu nell’Enciclopedia della musica sarda .
I suoni gutturali di bassu e contra, uniti alla nasalizzazione, generano una sorgente sonora chiaramente udibile a distanza, modulabile in infinite microvarianti timbriche che possono somigliare al bue, alla pecora o, appunto, alla rana .
Il gracidare e il “bassu” seguono la stessa legge: una vibrazione che si propaga a spirale, come l’acqua in un pozzo sacro.
La Frequenza diventa come un'Impronta.
Un Sistema di Comunicazione Sacrale.
Pertanto, ogni nuraghe poteva funzionare come un’enorme cassa di risonanza, un trasmettitore di una frequenza specifica, geolocalizzata come il richiamo di un maschio di rana nel suo stagno. I sacerdoti, accendendo il fuoco centrale (Nur) ed emettendo il muggito gutturale (gu) ispirato al Nun (Rana/RNA), attivavano un dialogo energetico tra le torri. Questa ipotesi è avvalorata dalla struttura stessa del decagono regolare alla base del nuraghe, le cui proprietà radioestetiche concentrano le onde cosmiche, così come l’esedra delle Tombe dei Giganti (formata da 14 stele, il numero della Nun) funge da parabola energetica.
Il vertice del nuraghe, come il vertice del cono, è il punto in cui la Cono-scenza (la scienza che si eleva spiralizzandosi) si ricongiunge con il cielo.
Non è un caso che i pozzi sacri come Serra Niedda presentino spesso 14 gradini.
È il numero del quattordicesimo archetipo ebraico, la Nun, che è pesce, mandorla mistica e vagina cosmica.
Lo stesso numero che, sommato a 1 (l’unità), dà il 15, simbolo del saluto sardo “Saludi” (guarigione), eseguito con quattro dita (la Nun) e il pollice separato.
Ma la cosa straordinaria è che "Nun", rappresentava il  salutare primordiale, chiamato " NYNY", il cui segno era un uomo che trasmette energia, come un fulmine a zig zag, come  il saluto dei nostri Bronzetti sardi, che hanno quasi tutto il palmo della mano rivolto in avanti(https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/simbologia-del-palmo-della-mano-in.html?m=0
Nun, insieme a Dalet, formano la Tau dei Giudici Divini, simbolo della Tribù dei Dan ( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/il-simbolo-della-tribu-di-dan.html?m=0)
In definitiva, la conformazione a girino del pozzo di Serra Niedda non è un semplice ornamento, ma la sintesi monumentale di un intero sistema di pensiero.
È il riverbero della vocaluzzazione del Cosmo.
La ricerca più avanzata in ambito archeomusicologico ha identificato nelle sillabe iniziali del canto a tenore, come ELLE DU BA HAM, antiche invocazioni sumeriche al Dio Supremo per chiedere “l’armonia del suono”, e nel termine sumero MUILU (muggito) l’origine del canto sacrale nuragico.
Esso attesta che per gli Shardana il cosmo non fu creato, ma vocalizzato.
La Rana, S’Arrana, è l’archetipo di quella trascrizione vibrazionale che permise al fuoco di informare l’acqua, al suono di solidificarsi in pietra, alla spirale del DNA di erigersi come nuraghe verso il sole. È la prova che l’antica civiltà sarda, lungi dall’essere un fenomeno periferico, fu depositaria e custode di una scienza sacra ove la biologia, l’acustica, la geometria e il mito non erano discipline separate, ma un unico, vibrante atto d’amore per il divino.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com

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Rana /Serra Niedda














💙 Giornata mondiale delle Api ( libro Maldalchimia II)

 

#giornatamondialedelleapi

Oggi stavo pensando all'assonanza tra la parola "ape" e il significato della parola "scimmia" in inglese. 
È la stessa parola, "ape".
Un curioso scherzo del linguaggio, un ponte fonetico gettato tra due mondi apparentemente inconciliabili.
Perché la stessa vibrazione sonora evoca in italiano la sacra operatrice dei fiori e in inglese l'antenato peloso da cui, secondo una certa scienza, discendiamo?
Quale mistero si cela dietro questa omonimia? Forse è un indizio, un koan linguistico che ci invita a guardare oltre la superficie delle definizioni.
Le teorie evoluzionistiche narrano dell'umano come di un ramo staccatosi dall'albero genealogico dei primati. Ma oggi non è il caso di addentrarmi nei meandri di una discendenza che non sento risuonare come la Verità più profonda del nostro Essere. Oggi, piuttosto, il mio cuore e la mia mente sono catturati da un'altra discendenza, da un'altra parentela: quella vibratoria.
E in questi giorni, sono le Api, queste sacerdotesse alate della luce, a guidarmi, a sussurrarmi antiche sapienze e a offrirmi spunti di riflessione che si spingono ben oltre la biologia. Indagando lo straordinario mondo di queste creature solari, ho scoperto verità che lasciano senza fiato, perché svelano l'impalcatura stessa del creato.
Tutto, nell'universo, è vibrazione, un immenso oceano di frequenze in cui ogni forma è un'onda che si addensa.
E in questo oceano, i fiori non sono semplicemente statici ricettacoli di colore e profumo, ma entità elettriche, senzienti in modo sottile. Attraverso impercettibili scosse, una sorta di linguaggio segreto fatto di potenziale, rivelano all'ape la quantità di polline e nettare custodita nel loro grembo. I fiori, si scopre, sono in grado di modulare la propria carica, che può raggiungere i 200 volt, per farsi percepire, per chiamare a sé la loro amante alata. E a loro volta, la stessa dolcezza di quelle secrezioni, la qualità del nettare, sembra danzare al ritmo delle ali dell'ape, sollecitata da precise frequenze.
Il vento, invece, con le sue vibrazioni caotiche e impersonali, non ottiene la stessa alchimia: la dolcezza non cambia, perché manca l'intenzione, manca l'amore.
La comunicazione nell'alveare, poi, è un trattato vivente di fisica quantistica applicata alla società. È un linguaggio modulatorio basato su segnali vibratori, un sistema che attiva e integra i comportamenti di operaie dedite a compiti diversi come le note di una stessa sinfonia. Le api vibranti, le danzatrici, non sono mere ripetitrici di informazioni; sono artiste della connessione. Esse scelgono, con consapevolezza, le loro interlocutrici tra la folla, dirigendo il loro segnale non verso le più vicine, ma verso quelle più ricettive, spesso le operaie inattive, indipendentemente dall'età o dal vincolo di sangue.
È un atto di volontà vibrazionale, un flusso di coscienza che attraversa l'alveare, attivando simultaneamente gruppi multipli e distanti, come fili di una stessa ragnatela tessuta nell'oscurità. Questo potere della vibrazione è talmente profondo da decidere persino il destino dinastico dell'alveare.
Durante la competizione delle regine, le giovani vergini che vengono "vibrate" sopravvivono più a lungo, eliminandole rivali con maggiore ferocia e ascendendo al trono. Il messaggio, nel buio della cavità sacra, non viaggia attraverso l'aria, ma si incarna nei favi, trasmutandosi in Luce e suono. Le api non odono con orecchie come le nostre; il loro intero corpo diventa un sensore, i loro peli e le loro antenne sono antenne sottilissime che captano il canto della materia.
La danza scodinzolante produce 150 vibrazioni al secondo, un ritmo di 250 Hertz. Ma il ronzio che noi percepiamo, quel suono ipnotico e familiare, si attesta su una frequenza ben più sacra: circa 432 Hertz, un'ottava sotto il LA convenzionale dei 440 Hz.
Ed è per questo che in ogni alveare esiste uno spazio iniziatico, un'area di circa 100 centimetri quadrati di celle vuote che vibrano più intensamente, un tempio nella penombra riservato alla danza, alla comunicazione, alla creazione. In questa prospettiva, si schiude un nuovo scenario, tridimensionale e multiforme, che conferma ciò che già mi era stato indicato a livello energetico e quantistico, la via tracciata dalla Sacra Ape.
Non siamo Ape come "Scimmia".
Noi non discendiamo dalla materia bruta che si evolve per caso.
Noi siamo esseri di frequenza, viaggiamo su onde vibratorie che tessono legami indissolubili, Sacre Alleanze che risvegliano antiche memorie.
Memorie akashiche di un tempo in cui eravamo in purezza di Cuore e la Merkaba, il nostro carro di luce, distillava al suo interno e intorno a sé frequenze cristalline, creando Dimensioni con il solo potere dell'Amore veicolato dalla vibrazione, nel Silenzio Sacro e primordiale dell’universo. Percepire in quel silenzio cosmico è l'unica via per creare, per divenire esseri vibranti.
Il suono dell'universo, l'Om, non è un suono prodotto dal contatto, ma il "non suono", l'esperienza mistica della sillaba sacra che contiene ogni cosa e da cui ogni cosa ha origine.
Io conosco questa vibrazione, è il mio diapason interno, etericamente tatuato nell'indice della mano destra.
Siamo troppo abituati a vedere la forma esteriore, solida, e non l'energia che in essa si manifesta in infiniti modi, aspetti diversi di un'unica, ineffabile manifestazione del Divino. In questa affascinante armonia, l'ape, vibrando, sollecita il fiore.
E il fiore, in un moto vibratorio leggermente più alto del volo stesso, gli rilascia il suo nettare. È un aprirsi all'altro per riconoscimento di vibrazione, per fiducia.
Offriamo il nostro nettare più prezioso perché riconosciamo nell'altro la nostra stessa Frequenza Sacra: l'Amore. L'Amore di collaborazione e creazione, in Sacra Sinergia, per il bene comune.
E la scienza conferma il prodigio: la frequenza di questo amore, quella che stimola il fiore, corrisponde esattamente ai 432 Hertz. E questi 432 Hertz sono in diretta correlazione armonica con l'atomo di Idrogeno, l'elemento più semplice e più diffuso, il mattone dell'universo.
In Natura, e quindi dentro di noi, tutto è interdipendenza: chimica, attraverso i legami idrogeno, e matematica, attraverso la Proporzione Aurea, il numero di Fidia, la sequenza divina che appare ovunque, dalla spirale del DNA alla geometria delle piante, dalle proporzioni del corpo umano alla distanza tra i tredici plessi energetici, i chakra.
Ecco svelato il mistero: i 440 Hz, la frequenza a cui il mondo è stato artificiosamente accordato, sembra influisca negativamente sui chakra, stimolando l'ego e recidendo il ponte tra cuore e mente, offuscando le intuizioni. Per la massima espressione della coscienza, dobbiamo riaccordarci ai 432 Hz, la frequenza degli strumenti egizi e greci. Steiner lo profetizzò: la musica a 432 Hz avrebbe guidato l'umanità verso la libertà spirituale, agendo sull'aura e sulla mente, favorendo la traduzione del "suono/luce" nel DNA.
Così come la frequenza del Raggio Verde, i 528 Hz, agisce in profonda guarigione sul Chakra del Cuore. Ed è naturale pensare che, oggi più che mai, l'umanità necessiti di potenziare proprio l'energia del Cuore, fonte di empatia, intuizione, compassione e Amore.
Le ciglia delle membrane delle nostre cellule sono antenne, diapason in miniatura che, a una certa risonanza, modificano la forma dei recettori proteici. Siamo fatti per risuonare.
E questa costante universale dei 432 Hz è legata al numero 9, il numero della completezza, che ritroviamo nel diametro del sole, nella precessione degli equinozi, nella velocità della luce.
Accordandoci a questa frequenza, armonizziamo la nostra energia con l'intero sistema risonante dell'universo.
Come l'ape, che con il suo battito d'ali a 432 Hz entra in risonanza con il fiore e in quel preciso istante lo stimola a produrre nettare in più, solo per lei. In quel momento, sotto i nostri occhi, si compie un atto di magia sessuale alchemica, una sacra unione che porta a un'Ottava superiore la creazione: il Miele d’oro.
Non è forse un caso che la parola "perfezione", in Irlandese e nell'antico norreno, fosse resa con "céir-bheach", letteralmente "cera d'api".
Le api abitavano il Paradiso, e le candele per i riti dovevano essere di cera vergine. Il miele è ricchezza, abbondanza, cibo sacro, nettare degli dèi.
Le antiche sacerdotesse di Eleusi ed Efeso erano chiamate "Api", perché svelavano il "miele" della parola divina.
Nell'Inno omerico ad Hermes, tre Donne-Api Vergini profetizzano dopo essersi nutrite di biondo miele. La parola secondo verità, che realizza ("krainei") per la sua intrinseca potenza.
L'Essenza che realizza la Forma. La vibrazione che realizza la cera. La Merkaba. La cera che è veicolo della vibrazione nell'alveare.
Siamo portati a vibrare naturalmente sui 432 Hertz.
Siamo Api, intercorrelate in un unico organismo, guidate dalla vibrazione della Corona dell'Ape Regina. È importante tenere pure le nostre cellette interiori, perché sono il veicolo delle nostre comunicazioni. Ognuna di noi è chiamata a scoprire in sé e nell'altro il Fiore con cui vibrare all'unisono, per estrarre insieme quel polline che diventa nutrimento e vita per la collettività.
L'Idrogeno, che costituisce il 90% del nostro corpo, vibra a 8 Hertz, la stessa frequenza del battito cardiaco del pianeta, la Risonanza di Schumann.
E la musica a 432 Hertz è un'armonica superiore di questa frequenza fondamentale, capace di penetrare ogni barriera, svelando la sua natura di vettore multidimensionale. È il vettore della Merkaba tridimensionale.
Gli acufeni che talvolta sentiamo, quel ronzio interiore, non sono forse il "brusio delle api al lavoro" mentre estraggono il polline luminoso dai fiori della nostra coscienza e lo trasportano nell'alveare del cuore?
L'Idrogeno, il cui simbolo è H come Hermes, il messaggero, il ponte tra i mondi, è l'elemento alchemico con cui fabbrichiamo il nostro corpo astrale.
È la materia su cui lavora la Kundalini, il Fuoco vivificante dello Spirito Santo incarnato. L'elaborazione di questa risonanza si sviluppa in consonanza ritmica con le sette note, salendo di Ottava in Ottava.
Si trasmuta l'Idrogeno, si cristallizza in Ottava Superiore per creare nuova vita, per dare forma al Corpo Astrale dalla stessa materia del corpo fisico, ma attraverso un procedimento diverso, la Magia degli Opposti, la Magia Sessuale. Un desiderio contenuto e sublimato in Amore trasforma l'Idrogeno grossolano in Coscienza pura, capace di gestire il Fuoco Sacro senza esserne sopraffatta, fino a che quel Fuoco non raggiunga il Cuore e, morendo all'ego, si risorga con il Cristo interiore.
"Idrogeno" significa "generare acqua".
Non siamo polvere che ritorna polvere. Siamo acqua creatrice, pura e cristallina. Veniamo dall'acqua, dall'elemento femminino di Dio, e acqua ritorneremo. Nati da quell'I-Dea, che è la Sacra Madre Shekinah, lo Spirito Santo, il Fuoco che incarnandosi diventa Kundalini, Cristo.
Acqua e Fuoco in sinergia.
L'Unione Sacra degli Opposti.
Si lavora con il Femminino, ci si lascia lavorare dalla dolcezza dell'acqua, che nel suo scorrere fluviale viaggia sui 432 Hertz, la stessa frequenza a cui la doppia elica del DNA si armonizza perfettamente.
Ed è per questo che le pratiche sciamaniche più profonde usano i suoni della natura, caricati di intenzione, per trasferire informazioni di riequilibrio nei nostri campi morfogenetici.
E ancora una volta, grazie, Sacre Api.
Grazie per avermi indicato la via. Per avermi insegnato che il mio compito non è solo quello di essere "antennata", pronta a ricevere, ma anche di essere "vibrata" in potenza, un'ape operosa nella luce, in attesa, pronta alla chiamata della "Corona".
Come lo siamo tutti. Come lo siamo sempre state, in attesa di risvegliarci al ronzio sacro della creazione.

Tiziana Fenu
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Maldalchimia.blogspot.com
Tratto dal mio libro
"Maldalchimia. Di Ombre e Luminescenze" Volume II
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