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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

lunedì, maggio 04, 2026

❤️ Ti aspetto ( libro Diamanti di Rugiada)

 

Ti aspetto.

Non nel rumore del mondo,

ma nel centro esatto del silenzio,

dove la luce impara a piegarsi

sul mistero del tuo nome.

Indomita è la mia anima che veglia,

una sentinella di respiri trattenuti,

mentre il mio sguardo, affamato e immobile,

scavalca l’orizzonte delle tue ciglia,

naufragando nell'infinito che custodisci.

Voglio quel bacio.

Lo voglio come si vuole l'alba dopo una veglia interminabile.

Sulla fronte, per suggellare ogni pensiero che mi offri.

Sulle guance, per assaporare il sale della tua assenza.

Sulle mie palpebre, per battezzare i sogni che ho fatto di te.

Sulle labbra,

infine,

per dissigillare il verbo del nostro amore.

Solo quel bacio potrà far sorgere nei miei occhi

un sole che non conosce tramonto,

un astro nuovo,

nato dalla tua bocca,

che incendierà di luce anche le mie ombre.

Ma prima di quel sole,

voglio essere tramonto.

Voglio scivolare, lento e inarrestabile come il crepuscolo su una valle,

e perdermi in quel luogo sacro, assoluto,

nell'incavo misterioso tra il tuo collo e la tua spalla.

Li è il mio tempio.

Li è il mio altare.

Perché è li che ti respiro,

che il tuo profumo diventa il mio respiro,

una preghiera sussurrata che mi lega alla vita.

È li, che ogni sera muoio dolcemente,

abbandonandomi nel grembo dei tuoi sogni,

cenere calda pronta a rinascere.

È li, che ogni mattina,

prima ancora che la luce sfiori i tetti,

il pensiero del tuo bacio mi squarcia il petto

e mi fa sorgere,

sole affamato ed eterno,

assetato della sua unica valle,

l'unica valle che voglia scaldare

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com
Tratto dal mio libro
"Diamanti di Rugiada. Attimi di luce allo stato liquido"
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Ti aspetto (libro Diamanti di Rugiada)






💙 Un vero Sciamano( libro Maldalchimia II)

 

Un vero Sciamano non cerca.
Egli dimora nella soglia del silenzio come la montagna dimora nell'orizzonte.
Immobile.
Presente.
Intera.
Non protende la mano verso ciò che gli manca, perché la sua mano è già piena del vuoto che accoglie. Il cercare appartiene alla freccia che ha dimenticato l’arco, al viandante che confonde la mèta con il passo, allo specchio che insegue l’immagine dimenticando di essere lui stesso riflesso dell’Infinito.
Cercare è confessione di assenza. È dire: “Questo non mi appartiene, eppure lo voglio”.
È mendicare alla porta di sé stessi ciò che da sempre siede sul trono del proprio centro.
Nelle sue forme più nobili, il cercare è rimpianto.
È il gesto di chi raccoglie briciole sperando di ricomporre il pane che non è mai stato spezzato.
Ma lo Sciamano conosce il segreto che abita le ossa del mondo.
Nulla è stato perduto, perché nulla può essere perduto di ciò che è Essenza.
Egli non ha smarrito frammenti di sé tra le pieghe del tempo, non ha dimenticato tesori nelle vite precedenti, non ha lasciato impronte che il vento possa cancellare.
Egli è già l’intero.
La sua interezza non è conquista, ma memoria che pulsa nella sostanza stessa del suo essere.
Per questo egli non cerca. Discende.
Scende nelle profondità come la radice che sa che la linfa non è sopra ma dentro la terra.
Scende nel pozzo antico dove le acque non riflettono il cielo perché sono loro stesse cielo capovolto.
E là, nel buio denso come grembo, nel silenzio che si fa spazio, quello spazio che è vuoto sacrificale, rinuncia a ogni riempimento, là trova la Pienezza delle Fondamenta.
Il vuoto che accoglie diviene talmente vasto da contenere ogni manifestazione, e in quella vastità lo Sciamano riconosce la propria natura di contenitore dell’infinito.
Può darsi che la mente non ricordi. Il ricordo è unghia che graffia la superficie del tempo, è lama che taglia l’attimo in passato e futuro. Ma l’Anima non ricorda.
L’Anima è.
Essa non custodisce album di fotografie sbiadite, non conserva diari di vite trascorse.
L’Anima è senza tempo, e in ciò che è senza tempo tutto è già accaduto e tutto deve ancora accadere nel medesimo istante.
Passato, Presente e Futuro danzano in essa come fiamme di un unico fuoco, come gocce di un medesimo oceano che ignora la riva.
L’Anima è Presenza.
Presenza talmente piena, talmente vibrante, talmente ora, che la mente, con le sue incrostazioni di giudizio, con le sue croste di memoria, con le sue cicatrici di attesa, fatica ad aderirvi.
La mente è crosta sulla lava incandescente dell’Essere.
Eppure, sotto la crosta, il fuoco continua a scorrere, in attesa che la superficie si assottigli fino a divenire trasparente, fino a divenire assente.
Bisogna dimenticare ciò che si è per accedere a ciò che si È.
Ecco il paradosso che spezza la logica come verga secca.
Ecco l’ossimoro che apre lo spiraglio nel muro dell’evidenza. Come si può dimenticare sé stessi per ritrovarsi?
Come si può abbandonare la propria ombra per diventare la luce che la proietta?
Eppure è questo il passo.
Il passo che non è passo ma sospensione, che non è movimento ma quiete così profonda da diventare vortice.
Bisogna consentire.
Permettere.
Lasciare che il riconoscimento avvenga attraverso quella Quintessenza che è la summa sublimata dei cinque sensi, quando essi vengono sdoganati dal contesto, dalla circostanza, dall’io che li osserva.
I sensi non sono finestre sul mondo.
Sono porte dell’Anima.
Quando smettono di guardare fuori e iniziano a guardare dentro, quando smettono di ascoltare i suoni e iniziano ad ascoltare il silenzio che li rende possibili, allora i cinque sensi diventano Uno.
E quell’Uno è la Quintessenza.
È il quinto elemento che non è terra, non è acqua, non è aria, non è fuoco, ma è la loro danza originaria, il loro abbraccio prima della separazione.
Da noi stessi.
Perché noi, in quanto umani, siamo solo una “circostanza” dell’Anima.
Ripeti questa verità fino a che non ti bruci le labbra.
Sei una circostanza.
Sei l’occasione che l’Anima ha scelto per manifestarsi in questa dimensione di densità, in questo respiro tra una vita e l’altra.
Sei il punto di snodo, il nodo in cui l’eterno stringe un patto con il tempo, il contatto in cui l’increato tocca il creato.
E in questo punto, in questo nodo, in questo contatto, ti è permesso, ti è donato, di riprodurre e manifestare, in questa dimensione temporanea che chiami terra, parte di ciò che in Essenza sei. Parte di ciò che sei sempre stato. Parte di ciò che sarai sempre.
Quintessenza dei cinque sensi. Ecco cosa sei.
Sei la sintesi perfetta, il fiore che sboccia dall’incontro tra il dentro e il fuori, tra l’eterno e l’effimero, tra l’Uno e il molteplice.
E in questa sintesi risiedono i Doni.
Ma per riattivare i Doni, devi farti Dono.
Devi offrirti.
Non come si offre un oggetto, ma come si offre la fiamma alla candela.
Non perdendo te stesso, ma permettendo che la tua luce si accenda della luce altrui.
Devi donarti.
Aprire le mani.
Quelle mani che per una vita hai tenuto chiuse per trattenere, per possedere, per difendere.
Aprirle non come atto di resa, ma come atto di accoglienza.
Le mani aperte non sono mani vuote.
Sono mani pronte a ricevere ciò che da sempre le attende.
Ancora una volta.
Ma non attraverso il ricordo.
Non attraverso la memoria che seleziona, che interpreta, che tradisce.
Attraverso la consapevolezza. Quella consapevolezza che non è sapere ma essere, che non è comprendere ma divenire ciò che si comprende.
Attraverso la Sacra Frequenza dell’Emozione.
L’Emozione non è sentimento passeggero, non è onda che sale e scende sulla spiaggia del cuore. L’Emozione è vibrazione dell’Anima. È la corda che trema quando il divino la tocca.
È la frequenza sacra che apre i portali, che dissolve le croste, che rende la mente trasparente al fuoco che scorre sotto.
E il centro di questa Emozione, la sua sorgente più pura, è il Centro Radiante del Chakra del Cuore.
Ma non fermarti lì.
Sali ancora un poco, fino allo spazio sottile tra Cuore e Gola.
Là dove l’Emozione incontra l’espressione, ma non è ancora espressione.
Là dove il sentire diventa parola, ma non è ancora parola.
In quello iato sospeso, in quell’intervallo sacro, là nasce. Nasce ciò che deve nascere.
Nasce ciò che sei.
In quello spazio, il Logos non è ancora manifesto in suono.
La Parola non ha ancora preso forma, non ha ancora tagliato il silenzio con la sua lama di significato.
È Creazione in forma embrionale, grembo di ogni possibile, utero di ogni manifestazione.
È Radice e Frutto contemporaneamente.
Radice perché affonda nell’invisibile.
Frutto perché già contiene il sapore di ciò che sarà.
È Seme in Potenza.
È Chiave che non ha ancora girato la serratura, ma già conosce la forma del chiavistello.
È Intento energetico prima che l’energia si faccia materia, prima che l’intento si faccia azione.
È Potenza allo stato Puro.
È la fermezza che precede il Salto, l’attimo in cui tutto è trattenuto perché tutto sta per essere rilasciato.
E in quell’attimo, con l’Emozione di percepire di essere lo stesso Salto, lo Sciamano riconosce.
Riconosce che nulla è stato perso. Perché “chi siamo” è il nostro DNA, spirituale e terreno intrecciati come amanti, come gemelli, come due aspetti della medesima Realtà. E non possiamo mai perdere chi siamo.
Possiamo perderci in noi stessi, smarrire il sentiero nella foresta delle nostre stesse illusioni, dimenticare la strada di casa nel labirinto delle nostre costruzioni mentali.
Ma non possiamo perdere ciò che è già in noi.
Ciò che è già in noi è ciò che siamo sempre stati.
È la montagna che non cerca l’orizzonte perché è lei stessa orizzonte.
È il viandante che non cerca la mèta perché è lei stessa il cammino.
È lo specchio che non cerca l’immagine perché sa di essere lui stesso riflesso dell’Infinito.
E in questa conoscenza che non è conoscenza ma Essere, lo Sciamano finalmente tace.
E nel suo silenzio, l’universo intero trova voce.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com
Tratto dal mio libro
"Maldalchimia. Di Ombre e Luminescenze" Volume II
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Un vero Sciamano






💛 Baubo/Santa Cristina /Iadi

 "[..] Intraprendendo un viaggio che trascende la mera archeologia per addentrarsi nei misteri iniziatici di un tempio d'acqua e di stelle, il  pozzo sacro di Santa Cristina, gioiello architettonico della civiltà arcaica sarda, eretto nel cuore basaltico della Sardegna tra il XII e l'XI secolo a.C. , si manifesta non come un semplice monumento  idrico, ma come una sofisticata macchina liturgica di pietra cesellata con precisione millimetrica per mettere in scena la sacra gerogamia, il matrimonio mistico tra gli astri e la Terra Madre.

Prima di decifrare il linguaggio esoterico della pietra, è necessario comprendere la cronometria sacra per cui fu progettato questo luogo. La struttura, orientata secondo un asse che intercetta lo scirocco, è un osservatorio astronomico di tale raffinatezza da competere con i più celebri monumenti megalitici d'Europa. 

La prima ierofania, di carattere solare, si manifesta durante gli equinozi di primavera e autunno. 

In quei giorni di perfetto equilibrio cosmico, il sole nascente, come una lama d’oro, penetra il vestibolo e si insinua lungo la scalinata trapezoidale, colpendo la superficie dell’acqua ipogea e proiettando, sull’umida parete della tholos, l’ombra capovolta dell’iniziato che discende .

Tuttavia, è l’evento notturno a rivelare la vera natura ctonia e lunare del tempio. 

Ogni 18 anni e 6 mesi, intervallo che scandisce il ciclo nodale della luna, si verifica il cosiddetto Lunistizio Maggiore. 

In questo frangente, l’astro notturno raggiunge la sua massima declinazione a nord. 

In quelle notti sacre, la luna piena sorge così bassa all’orizzonte che la sua luce, anziché disperdersi, si canalizza perfettamente lungo l’asse del pozzo, riflettendosi integra nello specchio d’acqua sotterraneo. 

Rappresenta il culmine del potere femminile, dove la luna, regina delle acque e dei cicli generativi, scende a fecondare il grembo della terra.

[...] 

Osservando la planimetria del santuario, si rimane colpiti dalla singolare forma del recinto che avvolge il pozzo. 

L'architettura non è casuale: essa delinea il perfetto contorno di una goccia o di un uovo . 

Nella tradizione iniziatica, la goccia è il primo aggregarsi della materia primordiale, il Tohu e Bohu del caos originario che racchiude in sé il potenziale della vita.

Questa forma vulvare trova la sua esatta corrispondenza astrale nella costellenza delle Iadi (note anche come "Piovose" o "Suine" in antico). 

Nel cielo notturno, le Iadi disegnano un asterismo a forma di V o di triangolo che costituisce la testa della costellazione del Toro. Non è una semplice coincidenza

La V taurina è storicamente associata all’utero della Dea Madre, mentre i mitografi babilonesi identificavano le Iadi come la "Mascella del Toro", un'arma magica da cui sgorga l'acqua della vita, così come descritto nel poema di Enûma eliš . 

Il vertice di questo triangolo celeste, la stella Aldebaran ("l'Occhio del Toro"), funge da guardiana, proprio come l'ingresso del pozzo sorvegliato dalla sua massiccia recinzione a goccia.

Si manifesta, di conseguenza una profonda corrispondenza ermetica tra la struttura tellurica e la volta celeste. 

Gli elementi del Pozzo Sacro di Santa Cristina, rappresentano il microcosmo, che trova una corrispondenza astrale nel Macrocos. 

La Forma a goccia/uovo del recinto esterno, e l'Asterismo a "V" delle Iadi (Toro), rappresentano il Grembo cosmico, la materia primordiale, la ricezione del seme stellare.

Il vertice appuntito della recinzione ( con ingresso orientato a sud-est)sono in corresponsiome dialettica con il vertice del triangolo della costellazione del Toro. 

Aldebaran rappresenta Il punto di congiunzione, il "collo di bottiglia" energetico da cui sgorga il fluido vitale.

La Tholos circolare (camera ipogea)è in continua relazione con la Costellazione delle Pleiadi (sorelle delle Iadi). 

Rappresenta il ventre materno, il centro di gestazione. 

Le Pleiadi, associate ai riti funerari e alla rinascita, rappresentano l'anima collettiva.

La scalinata (24 inferiori +12 gradini speculari superiori) e i 24 anelli concentrici, rappresentano i cicli temporali sessagesimali, su base 12

Il totale è 60, che non solo è la base del ciclo temporale sessagesimale, ma corrisponde al valore ghematrico 60 del quindicesimo Sacro Archetipo Ebraico, Samech, che è la dimensione della fertilità, del fare pressione per far emergere la dimensione divina, creatrice. 

Alchemicamente rappresenta l'anabasi, la discesa iniziatica di purificazione attraverso i 24 gradini e la catabasi, la risalita, purificati, alleggeriti.

Il numero 12, Lamed, dodicesimo archetipo, la "misura" del Tempio interiore , fa da parametro, perché rappresenta anche la prova iniziatica. 

Uno dei prodigi più affascinanti del pozzo è la proiezione dell’ombra capovolta. 

Mentre l’officiante scende i gradini durante l’equinozio, la sua immagine riflessa nell’acqua emerge sul muro opposto rovesciata. 

Da un punto di vista fisico, è un gioco di riflessione e rifrazione. 

Da un punto di vista iniziatico, è la morte iniziatica. 

L’ombra, veicolo dell’inconscio e del doppio, viene sconvolta, capovolta. 

"Ciò che è in alto è come ciò che è è in basso" si manifesta nel capovolgimento della polarità.

Questo fenomeno visivo trova il suo corrispettivo mitologico nel celebre episodio della Dea Baubo e di Demetra. 

Quando Demetra, sconvolta dal rapimento di Persefone da parte di Ade, si sedette accanto a un pozzo (simbolo della soglia tra i mondi), rifiutando di parlare e bloccando la fertilità della terra, una piccola creatura chiamata Baubo si avvicinò. 

Sollevando la veste, Baubo mostrò la sua vulva, rappresentata metaforicamente con occhi e bocca sul ventre, e proferì oscenità. 

Demetra, nel più puro gesto di "risus sardonicus" il riso ghignante emblema della nostra arcaica civiltà sarda, rise. 

Quella risata fu lo "switch", il capovolgimento della situazione. Dal lutto rigido alla fluidità della risata, dalla sterilità alla fertilità.

Nel pozzo di Santa Cristina, l’ombra capovolta opera la stessa magia di Baubo. 

L’iniziato scende cupo, serio, "morto" al mondo. 

Ma vedendo la sua immagine specchiata e rovesciata, la severità della discesa viene dissacrata, trasformata. 

L’acqua, specchio della Dea, gli mostra la realtà capovolta del mondo materiale. 

Il sacro Femminino, incarnato da Baubo, insegna che la trasformazione alchemica non avviene solo nella sofferenza, ma anche nell’improvviso shock della risata, nel paradosso e nell’oscenità cosmica che ridà movimento alla linfa vitale.

Gli orientamenti del pozzo di Santa Cristina non testimoniano una mera conoscenza astronomica, bensì una sofisticata tecnologia dell’anima. 

L’allineamento con le Iadi e il lunistizio maggiore rivelano un culto profondamente radicato nel Sacro Femminino nella sua triplice accezione: 

Madre (Demetra)

Figlia (Persefone) 

e Vecchia Saggia o Oscena (Baubo). La forma a goccia richiama le acque seminali della costellazione del Toro, mentre l’ombra capovolta mette in scena la necessità di ribaltare la percezione razionale per vedere il mondo come lo vede la Dea. 

Un perpetuo ciclo di morte e risata, di vuoto e di pieno.

Il tempio non è solo un pozzo. 

È un utero di pietra atto a rigenerare l’eroe, una macchina liturgica che sfrutta la gravità della luce e della luna per fondere l’individuo nell’oceano del materno. 

Scendere i suoi gradini significa accettare di essere inghiottiti dalla gola oscura di Baubo per uscire, attraverso lo specchio capovolto della conoscenza, trasformati in luce perpetua[...] "


Estratti rielaborati dal mio saggio 

"Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna" 

Disponibile all'acquisto 

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Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Trovate approfondimenti nel mio blog, con le parole Chiave "Baubo/Le Dee Silenziose /Santa Cristina/Iadi" con scritti di approfondimento  a partire dal 2020, anno in cui ho aperto il blog e le pagine. Sono stati i miei primi scritti a riguardo. 



Baubo/Santa Cristina /Iadi















domenica, maggio 03, 2026

💚 Salome'/Nut/ solstizio /Salomone

 

L’Arco della danza di Salomè, un'iconografia che ha attraversato trasversalmente epoche storiche e civiltà e  la "Volta di Nut", sono strettamente collegate.
È il Grembo Stellato dove la Testa si Sacrifica.
Nella dimensione medioevale la danza di Salome è spesso rappresentata, anche da altri personaggi che non siano Salome, ma anche suore, per esempio, tutte rigorosamente vestite di azzurro, in una posizione arcuata, speculare e complementare a quella della Dea egizia Nut, la quale è arcuata con la schiena, in posizione concava, verso il cielo.
Le rappresentazioni medioevali, rappresentano invece una danza di Salome' in posizione speculare, arcuata si, ma con l'ombelico verso il cielo, per intenderci.
Un ribaltamento, ad opera della chiesa, del primordiale significato di questa simbologia, ribaltato con accezione negativa, come è solita fare la chiesa.
Così, nel cuore della notte, avendo anche già scritto riguardo Salomè ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/06/salome-e-il-giovanni-battista.html?m=0), là dove l’arte ancora osava celare i segreti dei secoli, ho contemplato Salomè non come la Chiesa l’ha dipinta, lussuriosa carnefice, bensì come Nut, la Dea del Cielo, vestita d’azzurro profondo, il corpo arcuato come una falce lunare che partorisce stelle.
Quell’arco non è posa di danzatrice.
È l’antichissimo gesto della Madre Arcaica, dell’Archetipo, radice di Archetipo, colei che precede ogni nome. L’arco è l’utero che si apre e si chiude, è il ponte tra due mondi, è l’attimo sospeso tra l’inspirazione e l’espirazione del cosmo.
E la stessa arcuatura la riconosco, intatta, nell’umile statuina egizia chiamata “la danzatrice del Nilo”, di cui ho già approfondito( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/06/danzatrice-del-nilo.html?m=0), che trova un corrispettivo archetipale sardo, nella nostra ancestrale rappresentazione in bassorilievo nella zona archeologica di Bruncu Suergiu ( approfondimenti nel mio scritto
https://maldalchimia.blogspot.com/2022/03/petroglifo-bruncu-suergiu-dendera.html?m=0).
Braccia concave come il cielo che abbraccia la terra, dita che sfiorano la nuca, dove la Forza dorme ancora attorcigliata.
È già lì, in quel gesto immobile, la Kundalini prima del suo risveglio.
La Testa che cade, la Testa che scende.
Giovanni Battista non muore per capriccio.
Viene decapitato da Salomè perché è l’Iniziatore, e l’Iniziatore deve offrire la testa, il trono del pensiero separato, affinché la Colomba di Fuoco (Ioannes: Iona + Oannes) possa discendere.
Egli è Elia reincarnato, il Profeta Solare, ma è anche l’Uomo-Acqua, profondamente legato alla dimensione amniotica del Femminino, del segno del Cancro, lunare, uterino.
Battezza Cristo nel Giordano come un secondo grembo, lo restituisce alla Madre ancestrale.
E Cristo, allora, diventa portatore del Fuoco purificato: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra” (Lc 12,49).
Acqua e Fuoco si baciano in lui, perché Giovanni glielo ha permesso.
Ma Giovanni è anche Giano, Jana, la Porta bifronte dei solstizi.
San Giovanni è festeggiato il 24  giugno, tre giorni ( di nascita/morte /rinascita, quindi fu trasmutazione) dopo il solstizio estivo del 21 giugno.
Le Domus de Janas, dal soffitto a forma di carena, dalla doppia valenza simbolica di fondo di imbarcazione- arca /argha in sanscrito che significa vagina, dalla forma arcuata (), e "carena" parola sarda che indica lo sterno, custode del Soffio Divino( approfondimenti nel mio libro "Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna"), athanor silenziosi, sono il suo tempio sotterraneo.
Si entra come si muore, si esce come si nasce.
La Danza dei Sette Veli è la Scala della Kundalini della Danza di Salomè. 
Non per sedurre, ma per sublimare.
Ogni velo che cade è un centro energetico che si apre.
Il settimo velo è la carne stessa del mondo, e quando cade, ciò che resta è la testa mozzata di Giovanni.
Non un trofeo, ma una coppa iniziatica.
Il cranio è una coppa, da cui si estende la spina dorsale, attraversata dalle due nadi energetiche della Kundalini, Ida e Pingala.
La testa è la Resh, ventesimo Sacro Archetipo Ebraico, la Corona che deve ancora formarsi.
La decapitazione è la perdita della “testa” dello spermatozoo, che feconda l’uovo nel silenzio del grembo terrestre.
È il sacrificio del Toro di Mitra, il sangue che irriga la Madre perché il Sole possa discendere nell’ombra e, tre giorni dopo, rinascere come Sol Invictus.
Quei tre giorni, tra il solstizio d’inverno e la festa di Giovanni Battista, sono i giorni di Giona nel ventre della balena, i giorni alchemici della Nigredo che prepara la Rubedo.
Il sangue di Giovanni è rosso come l’Opera compiuta.
Salomè non è lussuria.
È la Materia che redime.
Salomè rappresenta la Salvezza attraverso l’ombra.
Salomè non è “felice” soltanto (dall’aramaico schaloma), ma  è Salvezza (Sal-).
Sal-ome.
Colei che salva attraverso la decapitazione, come la madre taglia il cordone affinché il nato respiri.
Il suo corpo arcuato è ciò che unisce il sopra, Nut, con il sotto, la terra del cranio reciso.
In mezzo, il vuoto alchemico dove l’acqua diventa fuoco e il fuoco ritorna acqua.
Non meretrice, ma Sal-vatrice, colei che salva Giovanni rendendolo martire, e dunque immortale.
Nel bacio che Oscar Wilde le fa dare alla testa tagliata, facendo pronunciare a Salomè queste parole “Se mi avessi guardata, mi avresti amata”, si cela l’intero mistero iniziatico. Guardare è solstiziare.
È fermarsi negli occhi dell’altra.
È riconoscere che la carne è il velo più sottile dello spirito.
Salomè è la danzatrice del Nilo e la volta di Nut.
Nut è l’arco che regge le stelle.
E quell’arco è lo stesso del corpo femminile che, danzando, decapita l’intelletto per farne cuore.
Salomè non uccide, Giovanni.
Lo restituisce al cielo da cui è venuto.
Fermarsi nell’arco di Nut, sospendere il tempo fra cielo e terra.
Giovanni non l’ha guardata perché il profeta guarda solo Dio.
Ma è proprio quel non guardare che rende necessario il sacrificio.
La testa deve essere separata perché l’occhio impari a vedere anche l’Ombra.
Il sangue che stilla dalla testa è la Rubedo, fase rossa della Grande Opera, fecondazione della Terra come il Toro di Mitra che ingravida il grembo cosmico.
E quel sangue è anche l’ebbrezza mistica che Wilde chiama sapore dell’amore.
"Il tuo sangue è la mia mirra. La tua testa è la mia rosa.”
Così sussurra Salomè-Nut, nel segreto delle cattedrali gotiche, dove i Templari nascosero il rotolo di rame che non parlava di sangue reale, ma di un’eresia più antica. Che il Messia non è colui che regna, ma colui che si lascia decapitare dal Femminino per diventare, infine, fecondo.
Non Gesù, ma Giovanni come Messia della Gerusalemme Celeste, proprio perché riconobbero che la vera iniziatrice è colei che danza con la testa del sole tra le braccia.
In una dimensione alchemica, l’arco che danza è la porta.
La porta è il grembo.
Il grembo è Nut.
Nut è Salomè.
E Salomè, finalmente, è la felicità della Materia che osa amare il proprio carnefice, perché sa che senza quel taglio non vi sarebbe Resurrezione.
La madre celeste non uccide.
Riceve, nella sua concavita'.
Nella danza, con il corpo arcuato, offre il suo portale sessuale, con la testa china all'indietro, per resa, come quando si perde la testa nella vertigine dell'amplesso.
I danzatori sacri, che svelano le movenze credute casuali, ma che svelano parte di un disegno sapiente. Le nove porte sacre dei danzatori, i due  occhi, le due  orecchie, le due narici, la bocca e poi i genitali e l'ano.
Il Prāna vāyu, una delle cinque energie vitali, la forza energetica diretta verso l'interno, preferisce il naso e la bocca, balla disegnando una doppia spirale e si sente quando respiriamo.
Lo sentiamo nel cuore, nei polmoni, nella parola.
Dicono sia blu zaffiro, come lo Spazio.
Di blu zaffiro, è adornata Nut, Dea del Cielo.
Di blu zaffiro sono le vesti della Madonna, delle danzatrici arcuate nelle rappresentazioni medioevali, giusto per far intendere il retaggio archetipale che pure sopravvive ed emerge, prepotentemente.
E la ricezione, è l’atto alchemico più alto, perché solo il femminile può contenere la morte senza vendicarsene.
L’Iniziazione è sempre per mano femminile.
I Misteri isiaci, eleusini, le invocazioni a Inanna e Astarte. Ovunque è la mano della donna a tagliare il cordone dell’illusione.
Salomè non è crudele.
È  necessaria.
Come la luna che occultando il sole permette l’eclissi, così ella nasconde la luce di Giovanni affinché il Cristo-Fuoco possa nascere senza bruciare il mondo.
Nell'arcano che lega il nome di Salomè a quello di Salomone, così simili foneticamente, si disvela il sigillo ultimo di questa corrispondenza iniziatica. Salomone, il cui nome deriva da Shlomo, la stessa radice di shalom , pace, completezza, unione degli opposti, è colui che costruì il Tempio sulla pietra di fondazione, *Even haShetiyyah", dove il cielo si congiunge alla terra.
La Stella di David, non è che l'intersezione di due triangoli opposti.
Il fuoco che discende e l'acqua che ascende, il maschile e il femminile, la punta verso il cielo e la punta verso l'abisso.
Salomè, il cui nome è il femminile di Salomone, porta inscritto nel proprio suono il medesimo sigillo.
Ella è la Stella di David danzante, la congiunzione degli opposti in movimento. Dove Salomone erige il Tempio nella pietra, Salomè lo erige nella carne arcuata di Nut.
Dove il re saggio governa l'unione, la danzatrice in atto, la rende atto sacrificale.
Il solstizio, dal latino "sol sistere" , "il sole si ferma", è l'istante in cui la luce, giunta all'estremo del suo arco, trattiene il respiro prima di invertire la propria corsa.
È l'arco di Salomè che danza sull'orlo del mondo, sospesa tra il giorno che muore e la notte che nasce.
Salomone sigilla l'unione dei contrari nella stabilità del simbolo.
Salomè la vive nella vertigine del gesto.
Egli è il tetragramma, il nome di Dio, che resta fermo nel luogo più sacro
Ella è l'arcano che si muove, la Shekhinah, la Presenza divina femminile, che abbandona il Tempio per perdersi e ritrovarsi nella danza dei veli.
Quando la chiesa ha ribaltato Salomè in meretrice, ha dimenticato che la stessa radice genera shalom e shilah (invio, missione).
Salomè è inviata a compiere il taglio che separa per unire più in alto.
Come il solstizio è la porta bifronte, Giano, Giovanni, Jana, così ella è colei che apre il varco tenendo la testa del Battista come una lanterna nell'oscurità feconda.
La corrispondenza è perfetta.
Salomone, la Stella a sei punte, è l'equilibrio raggiunto. Salomè, l'arco di Nut, è il passaggio attraverso l'equilibrio.
L'uno senza l'altra è statua senza alito.
L'altra senza l'uno è danza senza centro.
Insieme, nome e controcanto, rivelano che l'Opera alchemica non si compie nella fissità del tempio di pietra, ma nell'istante in cui il corpo femminile, arcuato come la volta celeste, recide la testa del pensiero separato, e nel sangue che stilla, shalom finalmente si incarna.

Interessante notare che anche San Francesco, viene rappresentato, in una rappresentazione medioevale, con il corpo arcuato, quindi divinizzato 


Tiziana Fenu
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Salomè/Nut/solstizio/Salomone








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💙 Perché mai il cuore trema

 


Perché mai il cuore trema dinanzi allo specchio del gesto imposto?
Il volto conosceva già la maschera, prima che la mano la nomitasse.
Sempre l’abbiamo portata, senza che alcuna legge ne dettasse l’uso.
Bavaglio inconsapevole, ordito da mille fili sottili.
Il gregge.
Il rito silenzioso del “si fa così”.
Un pensiero che non ci appartiene ma che ci abita per abitudine.
L’unica vera difesa era il recinto.
Poco importava il nome del padrone del recinto.
L’importante era che il nostro piccolo spazio vitale restasse intatto.
Così abbiamo venduto, briciolo dopo briciolo, la nostra sovranità interiore,
per una pace da prigione dorata.
Ma esistono anime che non si sono mai arrese a questa geometria.
Anime laterali.
Strane.
Libere.
Non perché rifiutino, ma perché non riconoscono il linguaggio della gabbia.
Non indossano maschere, perché il loro respiro è già nudo.
Non conoscono bavaglio, perché la loro parola è già silenzio fecondo.
Non hanno bisogno di schermi.
Sono già oltre ogni contaminazione e ogni suggestione.
In loro, essere nel mondo ed essere mondo coincidono.
Hanno digerito ogni esperienza possibile.
Per loro, questo tempo è solo un’eco di un’antica scena già attraversata.
Si lasciano attraversare.
Persone, eventi, occasioni.
Sanno che nulla nidifica abbastanza a lungo da diventare catena.
Nulla frena il cammino dell’Anima.
Non temono frequenze estranee.
Nel segreto del loro Athanor interiore, il crogiuolo senza tempo, hanno imparato a domare il Fuoco, a piegare i metalli,
a forgiare la propria Essenza.
Colpo su colpo.
Esperienza su esperienza.
Lama rovente, non per essere impugnata, ma per essere Integrata.
Lama che taglia o unisce?
Lama che cauterizza o infetta?
Per loro, questa domanda non ha più senso.
Hanno smesso di dividere.
Vibrazioni alte, sì.
Vibrazioni basse, no, ma senza rigetto.
Con trasmutazione.
La vera mascherina non è quella che difende.
La difesa è un’illusione, quando hai imparato a essere sia la lama che il fuoco.
Quando la ferita infetta viene cauterizzata dalla stessa lama che ti brucia la pelle.
Allora sei insieme.
Ferro e fiamma.
Ferita e cicatrice.
Veleno e antidoto.
Ogni istante è forgiatura.
Ogni respiro è attraversamento dell’Athanor.
Le mascherine servono solo a infettarci del nostro stesso alito.
Un alito tossico, impostato sulla separazione.
Siamo il riflesso delle nostre cellule.
Non è ciò che entra a nutrire, ma ciò che dentro decide di trattenere o espellere.
Ciò richiede un’omeostasi perfetta, un sistema sacro che connetta cuore, mente, Anima.
Non siamo ciò che mangiamo.
Siamo ciò che trasformiamo.
Non si diventa oro se non si è stati piombo.
E più profonda è la consapevolezza, più rapida è l’Opera.
L’esterno è solo un’occasione che accade.
Ciò che conta è come l’incendiamo con la nostra risposta.
Mettere filtri fuori non fa che rinforzare la divisione dentro.
Questo sì, questo no.
La vera setacciatura è interiore, per frequenza.
E si lavora su ogni frequenza.
Anche le più basse.
Perché si è imparato a gestirle, accoglierle, trasformarle,
incessantemente.
Solo in questa maestria da Maghi, non si rimane impigliati in frequenze che ci sfrequenziano.
Non temo l’esterno, perché è già in equilibrio dinamico con il mio interno.
Sinergia continua.
Trasversale.
Atemporale.
Aspaziale.
Il mio tempo sono io.
Il mio spazio sono io.
Non mi faccio abitare.
Il mio Tempio è sacro, ma aperto a chiunque voglia attraversarlo.
Non trattengo.
Non rilascio.
Respiro.
Fluisco.
Senza mascherina.
La frequenza su cui sono modulata lavora per me.
Non unisce, non separa, non trattiene.
Espande.
Ciò che non aggancia, resta dove è.
Tutto è un continuum senza porte né dogane.
“Operatori di Luce” mi fa sorridere.
Il mantra delle “vibrazioni alte” è come un savoiardo nel tè.
In cinque secondi è poltiglia.
Manca la struttura del "save-voiardo"
colui che salva se stesso.
Vulnerabile a ogni contatto.
Te, me, noi, loro.
Nessuno fa paura, quando sei in frequenza.
Lo sai, perché respiri lo stesso respiro dell’Universo,
e Lui ti dà sempre segnali di conferma.
Ciò che deve restare, resta.
Ciò che stona, decanta, evapora.
Senza dolore.
Il dolore è separazione.
Nel fluire c’è solo trasformazione.
Continua.
Incessante.
Aperta.
Accogliere significa saper trasformare.
Davvero. Concretamente.
Senza paraocchi, che sono peggio delle mascherine, perché ti fanno percorrere sempre gli stessi sentieri della divisione,
ti tengono dentro il recinto,
e non ti lasciano arrivare ciò che DEVE arrivarti.
L'occasione della trasmutazione.
Non ascoltare.
Non accogliere.
Non percepire.
Peccato.
Occasioni perse.

Tiziana Fenu
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Perché mai il cuore trema