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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

giovedì, febbraio 19, 2026

💛 Vento/Bundu/Baubo/otre

 Nella mitologia greca, Baubo è una figura arcaica e affascinante, il cui mito è strettamente legato ai misteri femminili e alla rinascita della natura, ne ho parlato svariate volte, nei miei scritti, anche nella mia ultima pubblicazione editoriale "Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l’Ordine". 

La sua storia si intreccia con quella di Demetra, la dea dell'agricoltura e del grano, che, disperata per il rapimento della figlia Persefone da parte di Ade, si era ritirata dal mondo, lasciando la terra sterile e arida.

Nelle sue peregrinazioni, Demetra giunge ad Eleusi, dove viene accolta da Baubo. Per strappare la dea al suo lutto inconsolabile, Baubo compie un gesto sorprendente e rituale, l'anasyrma, ovvero solleva la veste mostrando i genitali . 

Questo atto, lungi dall'essere meramente osceno, è profondamente sacro e apotropaico. 

In alcune versioni del mito, è il figlio Iacco( Demetra porta in grembo Iacco, che, come dice prof. Dedola a riguardo, è il terzo nome del Dio sardiano, Iáccu, è , senz’altro il più intrigante, anch’esso panmediterraneo. Íaccos, Ἴακχος)  a ridere di fronte a questa visione, rompendo l'incantesimo del dolore e strappando infine un sorriso alla stessa Demetra . 

Il riso che ne scaturisce ha un effetto liberatorio e rigenerante, riportando la possibilità della gioia e, simbolicamente, della vita.

Il nome stesso di Baubo, per alcuni studiosi, evocherebbe la "pancia" e le "risate di pancia" . 

Le sue raffigurazioni più antiche, come la statuetta ritrovata a Gela (V sec. a.C.), nel santuario di Demetra Thesmophoros, la mostrano intenta in questo gesto, diventando così l'emblema di un femminile che non teme di mostrarsi, di un potere che risiede nella capacità di generare e di rigenerare la vita attraverso il corpo, il riso e la trasgressione sacra . 

È una divinità che ci ricorda come, nei momenti di massima aridità, la scintilla vitale possa riaccendersi attraverso ciò che è primordiale, corporeo e autentico.

Simbolo di questa fertilità dinamica, attiva, vitale, erano i Floralia, antiche feste romane dedicate a Flora, dea dei fiori, della primavera e della giovinezza. Celebrati tra la fine di aprile e l'inizio di maggio, questi ludi erano caratterizzati da un'atmosfera di gioia sfrenata e licenziosità rituale. 

Istituiti in seguito a un responso dei Libri Sibillini per propiziare la fertilità dei campi, i Floralia erano il momento in cui la comunità intera si abbandonava a comportamenti che in altri contesti sarebbero stati inaccettabili .

Le celebrazioni includevano rappresentazioni teatrali (ludi scaenici) durante le quali le attrici si spogliavano su richiesta del pubblico (la cosiddetta nudatio mimarum), e giochi circensi in cui venivano liberati animali come capre e lepri, simboli di fecondità . La logica sottostante a questi riti era chiara

Stimolando la sessualità umana attraverso il gioco e l'esibizione, si intendeva risvegliare per analogia la potenza generatrice della natura, spingendo la terra a fiorire e a produrre frutti abbondanti. 

In questa festa, il corpo femminile esibito non era oggetto di vergogna, ma un potente strumento magico per influenzare il ciclo delle stagioni.

Se Baubo e Flora rappresentano il principio femminile della generazione, Zefiro incarna la controparte maschile e fecondatrice. 

Nella mitologia greca, Zefiro è la personificazione del vento di ponente, dolce e leggero, che annuncia la primavera. 

Figlio di Astreo e di Eos (l'Aurora), è rappresentato come un giovane alato che tiene in mano un mazzo di fiori.

Il suo legame con il risveglio della natura è reso esplicito dal mito in cui sposa Clori, una ninfa associata ai fiori. 

La tradizione romana identifica questa ninfa proprio con la dea Flora . 

Come raccontano Ovidio nei Fasti e il Poliziano, è Zefiro che, con il suo soffio primaverile, feconda e "infiora" la terra, inseguendo la sua amata e trasformandola nella dea della fioritura . 

La loro unione simboleggia l'abbraccio cosmico tra il cielo (il vento) e la terra (la vegetazione), da cui nasce la profusione di fiori e frutti, e da cui essi generano il figlio Carpo, personificazione del frutto .

Ma il Vento, lo considero come Principio Femminile e Soffio Vitale. Lo dimostra anche la rappresentazione della Maschera de Su Bundu( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/12/bundu-bindubindi.html?m=0) 

 del Carrasegare sardo, che rappresenta il vento, di cui ho già approfondito anche nel mio saggio "Il Tempo Capovolto" 

Il vento del Sud, Noto o Austro, è nella tradizione classica figlio di Astreo ed Eos, ed è spesso associato a piogge e tempeste distruttive, temuto come disseccatore dei raccolti. 

Vi è una profonda connessione 

che lega il vento Austro/Noto al femminino attraverso la radice "STR" e le Grandi Dee Madri mediterranee e mediorientali (Ishtar, Astarte). La particella STR diventa così un filo d'Arianna che attraversa i millenni, collegando nomi e luoghi sacri (Oristano, Tharros, il fiume Tirso in Sardegna) a un culto primordiale della fertilità e della sovranità femminile.

Questa intuizione si sposa perfettamente con la definizione del vento come "soffio vitale". 

In ebraico, ruach, e in greco, pneuma, significano al contempo vento, respiro e spirito . 

Il vento è quindi l'elemento invisibile ma potentissimo che anima il mondo, esattamente come il principio femminile è la forza generatrice nascosta ma essenziale della vita.

Era nelle Domus de Janas che cercavano e custodivano il Soffio Divino, rappresentate con la carena ( fondo dell'imbarcazione e "carena" in sardo, sterno) 

Il riferimento all'otre dei venti è un'immagine potentissima. Nell'Odissea, Eolo chiude i venti in un otre e lo affida a Ulisse. 

Ma giustamente, ci si interroga su questo gesto: chi cuce davvero l'otre? 

"Un Femminino", l'unica risposta che sento di dare, illuminante. 

L'otre è un contenitore di cuoio, morbido e flessibile come un grembo. 

Chiudere i venti in un otre significa contenerli, gestirli, dar loro una dimora. 

È un'azione tipicamente femminile e materna. 

In sardo, "su bentu estru" (il vento di ponente) suona come "otre"

Da noi il Vento è Femmina. Questa tradizione popolare conserva una verità profonda. Il vento non è solo una forza maschile che feconda, ma anche un alito vitale che nasce da un grembo, da una "torre" come le "Dee turrite", i nuraghi, antichi luoghi di culto e di potere, strutture verticali che emergono dalla terra per incontrare il cielo e forse, simbolicamente, per generare il vento stesso.

Il collegamento  con Fūjin, il dio giapponese del vento, raffigurato mentre tiene un sacco di vento sulle spalle, crea un cerchio perfetto. L'iconografia di Fūjin che porta il suo sacco è la rappresentazione visiva dell'otre di Eolo. 

In entrambe le culture, il vento è una forza primordiale che deve essere contenuta e rilasciata, e questo contenitore, in una lettura simbolica, può essere visto come un utero cosmico.

Unendo tutti questi elementi, possiamo costruire un racconto simbolico coerente. 

Un Archetipo Femminino Primordiale, rappresentato dalla Baubo e dal Vento Madre. 

All'origine di tutto c'è un potere femminino, misterioso e autonomo. 

È rappresentato da Baubo, il cui gesto osceno-sacro rivela il potere rigenerante del corpo, ma anche dal Vento inteso come grembo, come "otre" primordiale, come soffio vitale che contiene in sé il potenziale di ogni cosa. 

Questo vento-madre è il respiro stesso del mondo, legato a Dee Madri antichissime il cui nome (Astarte, Ishtar) riecheggia nella radice STR che ritroviamo nella nostra Terra Sarda, in luoghi come Tharros e Oristano, antichi centri di civiltà dove il sacro femminile era profondamente radicato.

Il Soffio Fecondatore (Zefiro), da questo grembo cosmico,  si manifesta come forza maschile e fecondatrice. Non è più solo il contenitore, ma il soffio dinamico che esce dall'otre, che si muove verso la terra per fecondarla. Il suo mito, che lo vede sposo di Clori/Flora, è la rappresentazione perfetta di questo momento. 

È il principio aereo maschile che si unisce al principio terrestre femminile.

Il Rito dell'Unione, i Floralia, rappresentano benissimo questa simbologia. 

Il punto di incontro tra questi due principi è celebrato nei Floralia. 

Questa festa non è solo un tripudio di vitalità fine a se stesso. 

È la messa in scena rituale dell'ierogamia, l'unione sacra tra cielo e terra. 

L'esibizione del corpo femminile (Flora, ma anche l'eco di Baubo) e la corsa degli animali fertili sono il mezzo per invitare, attraverso la ritualistica, la natura a risvegliarsi. 

È il momento in cui la potenzialità contenuta nell'otre si libera e si manifesta nel mondo, facendo fiorire i campi e germogliare i frutti.

In questa visione, Baubo è la chiave che ha permesso a Demetra di sorridere, sbloccando la rigidità del lutto e permettendo al ciclo della vita di riprendere. 

Allo stesso modo, i Floralia sono il meccanismo rituale che "sblocca" la potenza invernale della terra, permettendo a Zefiro di fecondarla. 

Il vento è l'elemento unificate. 

È il soffio primordiale custodito nel grembo (l'otre, la torre), è l'alito fecondatore di Zefiro, ed è l'energia vitale che si sprigiona nei riti di fertilità, portando alla fioritura (Flora) e al frutto (Carpo). 

Il collegamento con l'amigdala( ne ho parlato nel link riguardo su Bundu, citato prima) centro emotivo del cervello, e con la Maddalena (Torre), suggella questa visione. 

Il principio femminile non è solo fuori, nella natura, ma è anche dentro di noi, il centro profondo delle nostre emozioni e della nostra stessa consapevolezza, una "torre" interiore da cui spira il vento dello spirito.


Tiziana Fenu 

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Vento/Bundu/Baubo






💙 Tantrismo

 Il tantrismo non può essere insegnato. 

Né si impara.

Esso appartiene al regno dell’ineffabile, là dove la parola si infrange come un’onda contro gli scogli del silenzio e la mente, con i suoi artifici, si arresta di fronte al mistero che la trascende. 

Non esiste dottrina, né tecnica, né percorso iniziatico tracciato da mano umana che possa condurre alla sua soglia. Ogni tentativo di apprenderlo come si appende un sapere profano non farebbe che allontanarne l’essenza, perché il tantrismo non è un insieme di pratiche da eseguire, ma una rivelazione che accade nell’intimo, quando l’anima è pronta a spogliarsi di ogni sovrastruttura per accogliere l’inconoscibile.

Ti viene donato come un Dono, e in questa parola, “dono”, riecheggia l’antico senso del gratuito, del sacro che irrompe senza preavviso, come la grazia che discende sui mistici o l’illuminazione che folgora il ricercatore dopo anni di silenziosa attesa. 

Non lo conquisti con lo sforzo, non lo meriti con l’ascesi. 

Ti viene incontro, ti trova, ti sceglie. E quando questo accade, cessa di essere un concetto, una filosofia, una via da seguire:

Diventa la tua dimensione naturale, il tuo stato naturale d’Essere. 

Come il respiro che non impari a respirare, come il battito che non comandi, così il tantrico si ritrova immerso in una nuova qualità dell’esistenza, dove ogni atto, ogni pensiero, ogni pulsazione vibra all’unisono con il cosmo.

Entri in frequenza vibrazionale con Ottave alte. 

Armoniose.

Non si tratta di una semplice metafora musicale, ma di una verità energetica che gli antichi maestri conoscevano bene. 

L’universo è un oceano di vibrazioni, e l’essere umano, nel suo stato ordinario, emette suoni confusi, dissonanti, frammentati. 

Il Dono tantrico accorda lo strumento corpo-mente-spirito a una sinfonia più vasta, a quelle ottave superiori dove la materia si fa più sottile, dove il pensiero diviene luce e l’emozione si trasforma in estasi. 

È l’armonia delle sfere che penetra la carne e la redime, restituendole la sua originaria purezza.

E diventi tu stessa fucina di sublimazione.

Fucina. 

Immagine alchemica per eccellenza, luogo del fuoco segreto, della trasmutazione. In te, ora, ogni elemento grezzo, desiderio, paura, attaccamento, gioia, dolore, viene gettato nel crogiolo e trasformato in oro spirituale. Nulla è scartato, nulla è giudicato impuro. 

Tutto diventa combustibile per la fiamma dell’Amore. 

In tutto ciò che capti, 

in ogni incontro, 

in ogni sguardo, 

in ogni fremito della natura, scorgi l’occasione per una nuova trasmutazione. 

L’Amore non è più un sentimento tra gli altri, ma la sostanza stessa della realtà

La Bellezza non è un attributo superficiale, ma il volto manifesto del Divino.

La Kundalini funge da sensore, da amplificatore.

Ella, la Serpe di Fuoco, giace assopita alla base della colonna, nel primo chakra, attendendo il risveglio. Nel tantrico, non è più un potenziale latente, ma una presenza viva e operante. Come un sensore finissimo, percepisce le vibrazioni sottili che sfuggono ai cinque sensi. 

L’intenzione nascosta dietro una parola, la qualità energetica di un luogo, l’eco dell’anima altrui. 

E come un amplificatore, moltiplica all’infinito ogni minima sfumatura di piacere, di amore, di comunione, trasformando l’ordinario in straordinario, il contatto in fusione, l’attimo in eternità.

È una strada di non ritorno.

Non perché vi sia un divieto, ma perché la trasformazione è irreversibile come la fiamma che ha bruciato il seme. 

Il seme non può più tornare a essere tale, è già albero, è già fiore, è già frutto. 

Una volta che la coscienza ha assaporato l’unità, non può più accontentarsi della separazione. 

Una volta che il cuore ha conosciuto l’amore come stato permanente, non può più tornare all’amore come episodio. 

Non puoi fare sesso, una volta tantrico, e una volta no. Diventi tu stessa tantrica. 

Non puoi più essere altrimenti. L’atto sessuale non è più un’attività tra le altre, ma il riflesso, nel piano fisico, di una realtà più vasta. 

L’unione cosmica di Śiva e Śakti, la danza eterna della coscienza e dell’energia. E in ogni gesto, anche il più semplice, anche il più apparentemente profano, rivive quella stessa danza.

È entrare nella natura intima delle cose, delle persone, e sentirne il calore e il nutrimento, e restituirlo.

Non si tratta più di osservare il mondo dall’esterno, ma di penetrare la sua essenza più segreta. 

Come si apre un frutto per coglierne la polpa, così il tantrico si apre alla realtà e ne assapora il midollo. 

Sente il calore che emana da ogni essere, da ogni pietra, da ogni stella, e ne riceve nutrimento per l’anima. 

Ma non trattiene per sé. Restituisce, in un circuito virtuoso che alimenta l’universo. 

È lo scambio continuo tra il microcosmo e il macrocosmo, tra l’umano e il divino, tra l’amante e l’amato.

Il sesso inizia dall’intimità d’anima, di emozioni.

Prima ancora che i corpi si incontrino, le anime si riconoscono. 

L’intimità non è un traguardo da raggiungere dopo aver superato le difese fisiche, ma il punto di partenza, il terreno sacro su cui edificare l’incontro. 

Mostrarsi nella propria verità, senza maschere, senza paura del giudizio, senza bisogno di apparire diversi da ciò che si è. 

Questa è la vera nudità, la più audace, la più coraggiosa. Quando consenti all’altro di entrare totalmente dentro di te, nelle tue zone “molli”, vulnerabili, quelle belle, soffici, da baciare delicatamente, allora capisci. Non con la mente, ma con tutto l’essere. 

Comprendi che la vulnerabilità non è debolezza, ma la più alta forma di forza. 

È l’aprirsi all’altro senza riserve, è il fidarsi dell’universo, è l’abbandono alla grazia.

Ti senti espandere dentro di lui. 

Si entra l’uno dentro l’altro, come una seconda pelle, e lo si sente in ogni poro, in ogni respiro. 

In ogni battito.

I confini si dissolvono. 

Non c’è più un “io” e un “tu” separati, ma un “noi” che trascende la somma delle parti. 

L’altro diventa la tua stessa carne, il tuo respiro si fonde con il suo, il tuo cuore batte all’unisono con il suo cuore. È un’esperienza di comunione totale, che coinvolge ogni cellula, ogni fibra dell’essere. E in ogni pausa che si è preso per raccontarsi, per rivelarsi, per donarsi a noi, scopri la sacralità del tempo sospeso, dell’attimo che diventa eternità.

Allora ci si sincronizza. 

Si incomincia ad avere lo stesso battito, lo stesso ritmo. Lo si sente espanso ovunque.

Non è solo il cuore a pulsare all’unisono, ma l’intero campo energetico. 

I respiri si allineano, i pensieri si armonizzano, le emozioni danzano insieme. 

E questa sincronia non è limitata al tempo dell'incontro. Si espande, pervade ogni istante della vita, anche quando si è lontani. 

L’altro diventa una presenza costante, un sottofondo musicale che accompagna ogni azione, un calore che non si spegne mai. 

In tutti e cinque i sensi e oltre.

Così si raggiunge un piacere che è indescrivibile. 

Periferico e centrale nello stesso tempo.

Non è il piacere localizzato degli organi genitali, né l’ebbrezza fugace di un orgasmo fisico. 

È un piacere che abbraccia tutto il corpo e insieme lo trascende, che vibra sulla pelle e nel profondo dell’anima, che si irradia dal centro del petto e pervade ogni atomo dell’universo. 

È l’estasi dei mistici, la beatitudine dei santi, la gioia dei bambini. 

Con tutti i chakra aperti, i vortici di energia ruotano liberamente, formando un unico grande turbine che ascende dalla base della colonna fino alla corona, e da lì si riversa nell’infinito.

Perché circola amore ed energia fluida, pulita, vera, calda, nutriente. 

Dall’uno all’altro. Ininterrottamente.

Non c’è interruzione, non c’è fine. 

L’amore non è un sentimento che va e viene, ma una corrente perenne che scorre tra gli amanti, alimentandoli, purificandoli, trasformandoli. È l’energia stessa della vita, nella sua forma più pura, che si riversa da un cuore all’altro, in un flusso incessante che non conosce ostacoli. 

Come una danza ancestrale che ci riporta al primo battito di vita. 

Quella danza che i primordi dell’universo danzavano, quando ancora non c’era separazione, quando la luce e le tenebre erano un’unica sostanza, quando il maschile e il femminile dormivano abbracciati nello stesso grembo cosmico.

Un qualcosa di magico, profondo, potente e primordiale.

Magico, perché sfida le leggi del mondo ordinario e apre le porte all’impossibile. Profondo, perché scende negli abissi dell’anima e ne riporta alla luce tesori dimenticati. Potente, perché nulla può resistere alla forza di questa unione, che è la stessa forza che tiene insieme le galassie e fa sbocciare i fiori. 

Primordiale, perché ci riconnette all’origine, al principio senza tempo, al momento in cui la vita esplose per la prima volta nell’universo. 

In quell’abbraccio, in quel respiro condiviso, in quel battito all’unisono, riviviamo la creazione del mondo. 

E siamo, per un attimo, ciò che siamo sempre stati. 

Una scintilla del Divino, una nota nella sinfonia cosmica, un respiro nell’eterno respiro di Dio.


Tiziana Fenu 

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Tantrismo




💛 Su carr'e Nannai ampliato

 

Il Rombo e la Folgore.
Su carr'e e Nannai, un Simbolismo Sacro in Sardegna
Approfondimenti sulla prima pubblicazione a riguardo ( ottobre 2020 https://maldalchimia.blogspot.com/2020/10/la-simbologia-del-tuono-e-del-fulmine.html?m=0)

L'indagine che qui si propone prende le mosse da un oggetto emblematico e lontano il mamuli dell'isola di Sumba, in Indonesia, di cui ho già avuto modo di approfondire ( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/10/i-mamuli-indonesiani.html?m=0)
Questo ornamento rituale in metallo prezioso, la cui forma riproduce i genitali femminili, si presenta come un rombo forato, un'icona di straordinaria potenza simbolica che rinvia immediatamente all'archetipo della Grande Madre( https://maldalchimia.blogspot.com/2024/02/lalfa-e-omega-simbologia-civilta-sarda.html?m=0)
Il rombo, in questa accezione, diviene Vesica Piscis, losanga vulvare, rappresentazione geometrica di un portale cosmogonico, di una soglia uterina da cui la vita si sprigiona e in cui, simbolicamente, può fare ritorno per trasmutarsi.
Questa simbologia, universale e arcaica, trova puntuali corrispondenze nell'area mediterranea e mesopotamica. La lettera greca Ω (Omega), con la sua ansa che evoca la forma di un utero gravido, si lega alla medesima sfera semantica, così come l'antichissima dea sumera Ninhursag( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/11/statuina-oannes-neo-sumera.html?m=0)
Creatrice del genere umano, signora della vita e della nascita, nei cui attributi compare uno strumento rituale per il taglio del cordone ombelicale che presenta una sorprendente analogia morfologica con i mamuli ( https://maldalchimia.blogspot.com/2023/05/dio-bes.html?m=0)
Ninhursag, conosciuta anche come Ninmah, Mami o Mama, era, insieme al fratello An, "Signora del Cielo".
È proprio da questa radice teonimica "AN" che prende avvio una delle più affascinanti trame speculative della nostra analisi.
Il simbolismo de Su Carr'e Nannai può essere considerato, in questa prospettiva, l'Androgino primordiale, con il  suo Carro della Tempesta.
L'espressione sarda "su carr'e nannai", con cui si designa il fragore del temporale, appare come un relitto linguistico di straordinaria densità mitologica .
L'interpretazione più immediata, e più diffusa, accosta "nannai" al termine "nonno", vedendovi l'evocazione di un'entità maschile archetipica, un capostipite divino.
Questa lettura si salda perfettamente con il richiamo al dio sumero An, il "Signore dei Cieli", dimorante nell'Eanna ("Casa dei Cieli"), divinità uranica e signore dei temporali.
Tuttavia, la potenza del simbolo resiste a interpretazioni univoche e si nutre di polarità.
Un'etimologia altrettanto suggestiva, e forse più profonda, riconduce "nannai" a "sa nai", la nave.
La nave come utero primordiale, come arca cosmica traghettatrice tra le dimensioni della vita e della morte.
L'immagine si salda allora con la forma falcata delle Tombe dei Giganti, architetture funerarie che riproducono lo scafo di una nave capovolta o il soffitto delle Domus de Janas, che riproduce la carena di un'imbarcazione, dal doppio significato di "carena", parola sarda, che significa sterno, lo sterno che custodisce il Soffio Divino di Vita ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/08/sa-carena-domus-de-janas-su-murrone.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/i-flamen-dialis-de-sa-carena.html?m=0)o le corna di una protome taurina, simbolo di fecondità e rinascita .
Queste sepolture collettive, la cui morfologia richiama le "navetas" delle Baleari e le "naus" portoghesi, sono l'utero della Madre Terra che accoglie il defunto per il grande viaggio verso l'aldilà.
La falce lunare, come quella del dio toro, è dunque sia fallica che uterina, è lo strumento di un passaggio che coinvolge entrambi i principi cosmici.
"Nannai" si rivela così non come una divinità esclusivamente maschile o femminile, ma come un'entità androgina, una sigizia primordiale che racchiude in sé la totalità delle forze creatrici, un dio-dea della tempesta e del traghettamento, il cui carro celeste solca i cieli mentre la sua nave interiore trasporta le anime.
A ulteriore sostegno di un primigenio sostrato cultuale comune, si considera l'incisione rupestre di Montessu (Villaperuccio), raffigurante un'imbarcazione senza remi. La sua sorprendente somiglianza con la barca solare egizia, pur in un contesto (la necropoli sarda del 3200 a.C. circa) di molto antecedente alla camera funeraria di Cheope (2500 a.C.), suggerisce l'esistenza di un orizzonte simbolico condiviso e arcaico, una koinè mediterranea di credenze legate al viaggio dell'anima.
Il Rombo Geometrico e il Suono della Creazione offrono ulteriori interessanti interpretazioni simboliche.
La lingua italiana ci offre una preziosa polisemia, infatti il termine "rombo" designa tanto una potente figura geometrica quanto il fragore profondo del tuono .
È su questa seconda valenza che occorre concentrare l'analisi, poiché essa rivela il nesso inscindibile tra forma, suono e potenza creatrice.
Il rombo geometrico, simbolo della vulva, della soglia e del portale, è anche lo strumento sonoro per eccellenza dei riti misterici.
Un semplice oggetto a forma di losanga, fatto roteare nell'aria tramite una cordicella, produce un ronzio grave e vibrante che evoca il muggito del toro, il sibilo del vento e, appunto, il rombo del tuono( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/10/pietra-del-tuono-pinacoteca-cagliari.html?m=0)
Queste tre voci erano considerate i più arcaici e sacri simboli sonori, le fondamenta  della natura generatrice.
La rotazione del rombo, specialmente se condotta con un movimento ellittico e strozzato al centro che disegna la figura dell'otto o dell'infinito, produce un vortice sonoro che è anche energetico. Due cerchi che ruotano in senso opposto creano una polarità, un dipolo elettrico e magnetico che è l'essenza stessa della dinamica creatrice.
Questa pratica, ampiamente documentata in ambiti sciamanici (dai monaci tibetani pre-buddhisti agli Apache nordamericani), era al cuore degli antichi misteri kabirici, i culti iniziatici del Fuoco Sacro e del Fuoco Elettrico.
I Kabiri, gli Antichi Sardi, figure di istruttori antidiluviani legati al dio metallurgo Efesto, erano venerati in Beozia e a Samotracia, e i loro misteri promettevano protezione ai naviganti e una conoscenza profonda delle forze primordiali ( https://maldalchimia.blogspot.com/2024/06/moneta-dio-beskabirios.html?m=0)
Erano proprio queste le conoscenze di cui erano depositari i fulguratores sardo/etruschi, i sacerdoti specialisti nell'interpretazione e nell'invocazione dei fulmini. Secondo la Etrusca disciplina, questi sapienti, che durante i loro riti si proteggevano l'udito con la cera, erano in grado, attraverso precise formule verbali e sonorità gutturali, di scongiurare la caduta di un fulmine o di attrarla, dominando la potenza celeste .
La Clessidra, il Ballo e la Polarità Energetica, sono simbolismi estremamente presenti nella nostra iconografia sarda.

Ne abbiamo straordinari esempi nella produzione artistica della  cultura   di Ozieri ( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/10/ballu-tundu.html) 
La rappresentazione grafica di questo vortice energetico, due coni uniti per il vertice, trova una sua perfetta incarnazione nella cultura sarda.
È la forma della clessidra. Lungi dall'essere un mero indicatore del trascorrere del tempo, la clessidra nei manufatti isolani, e in particolare nella postura assunta dai danzatori nel ballo tondo sardo, diviene la raffigurazione stessa del fulmine che feconda la terra.
I corpi che si uniscono e si separano nel cerchio danzato disegnano nello spazio quella stessa forma, divenendo rappresentazione vivente dell'incontro tra il principio maschile e quello femminile, tra cielo e terra, tra la folgore che scende e l'acqua che sale. Non è un caso che, come nell'indagine linguistica si coglie una radice comune, anche nell'immaginario si colga un'analogia formale. La stessa configurazione della clessidra è alla base di simboli universali della potenza creatrice.
È l'ascia bipenne  (la labrys, da cui "labirinto"), strumento sacro e percorso iniziatico di smarrimento e ritrovamento
( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/07/s-arca-sacra.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2023/02/ascia-bipenne.html?m=0)le cui tracce sono state trovate nel nostro importantissimo sito di Santa Vittoria di Serri ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/santa-vittoria-di-serri-e-il-dragoboote.html?m=0)
È il doppio tridente di Poseidone, signore delle acque.
È il martello del dio nordico Thor( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/06/thorbronzetto-teti.html) 
Ed è, in modo sorprendentemente evidente, il vajra (in tibetano dorje), lo scettro rituale del Buddhismo tantrico e dell'induismo, il cui nome sanscrito significa contemporaneamente "fulmine" e "diamante", a simboleggiare l'infallibile e indistruttibile illuminazione che squarcia il velo dell'ignoranza .
Tutte queste "armi" non sono strumenti di guerra, ma armi liturgiche, simboli di una potenza cosmogonica che consacra e trasforma, che unisce gli opposti per generare nuova vita e nuova coscienza.
Non si può evitare di fare un collegamento tra Efesto, Efisio e la Sacra Metallurgia di Tartesso.
La potenza del fulmine, che forgia la pietra e feconda la terra, è la stessa che anima il fuoco dei vulcani e dei crogioli dei metallurghi. Efesto, il dio greco zoppo( che rimanda alla zoppia dei Mamuthones) e deforme, signore del fuoco sotterraneo e della lavorazione dei metalli, è colui che forgia le saette per Zeus e le armi divine.
Il suo nome risuona in modo impressionante in quello di Sant'Efisio, il martire guerriero patrono della Sardegna. Questa assonanza non pare fortuita, ma piuttosto il segnale di una continuità profonda, di un "impronta energetica" che lega l'isola al sacro fuoco della metallurgia.
Questa intuizione si salda con l'ipotesi, sempre più accreditata in certi ambiti di studio, che identifica la Sardegna con la mitica Tartesso, la favolosa terra dei metalli citata nelle fonti classiche, situata all'estremo Occidente, ricca di argento, oro e stagno.
Se Tartesso era davvero, come sostenuto, la "patria dei metalli" con il suo centro a Tharros (il cui nome stesso sembra evocare la radice), allora la Sardegna non fu solo una terra di pastori e guerrieri, ma un crogiolo di saperi tecnici e iniziatici legati al fuoco e alla trasformazione della materia.
La conferma più tangibile di questa ipotesi risiede in due manufatti emblematici dell'eneolitico sardo, custoditi nei musei di Laconi, il doppio pugnale e il pugnale ad elsa gammata.
Il primo, con la sua inconfondibile forma a clessidra, è la copia perfetta del vajra indiano, uno strumento rituale nato per simboleggiare e attivare le due polarità opposte. La sua presenza accanto a incisioni che sembrano rappresentare un doppio tridente non può essere un caso.
È la testimonianza lapidea che in Sardegna si conosceva e si praticava un culto della polarità elettrica, della potenza generatrice del fulmine( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/06/osservavo-queste-tre-immagini-la-prima.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/shasu-shardana.html?m=0)
Il secondo, il pugnale ad elsa gammata
https://maldalchimia.blogspot.com/2021/09/tomba-dei-giganti-di-nixias.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2022/05/sarrasojasacred-symbologies.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2021/09/pugnaletto-svastica-solare.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2025/06/il-pugnaletto-sardo-e-il-solstizio.html?m=0) è forse ancor più rivelatore. Il grande archeologo Giovanni Lilliu, osservandone la forma, vi riconobbe la sagoma stilizzata di un uccello, con "l'elemento retto curvilineo dell'elemento orizzontale che potrebbe utilizzare il corpo di un uccello ristretto verso la coda" [cit. da "Sculture della Sardegna"].
Questa intuizione è preziosa, poiché l'elsa gammata non è altro che la rappresentazione stilizzata di una svastica, e la svastica, ben prima di qualsiasi successiva e distorta appropriazione, è il più antico simbolo grafico del movimento vorticoso, della rotazione energetica creatrice. L'associazione con la forma dell'uccello, poi, ci proietta direttamente nella dimensione sciamanica.
L'uccello è, per eccellenza, il simbolo del volo estatico, del viaggio dell'anima nei mondi superiori.
I più antichi "rombi" preistorici, gli strumenti per creare il vortice sonoro, erano spesso decorati con figure di uccelli, e il loro ronzio era il battito d'ali che accompagnava la trance.
Lo stesso iynx greco, il rombo magico utilizzato nei rituali di fascinazione erotica, era anche il nome del torcicollo, un uccello, e la sua radice (ilinx, vortice; ilingos, vertigine) ne svela la funzione psicotropa.
Il pugnale ad elsa gammata, dunque, potrebbe essere stato non un'arma, ma un potente oggetto rituale, una rappresentazione miniaturizzata e duratura di quel vortice energetico che, generato dal rombo sonoro, conduceva l'iniziato allo stato di coscienza estatico. Il suo ritrovamento in siti come il santuario di Giorrè (tra Florinas e Cargeghe), un recinto sacro a forma di uovo, simbolo di rinascita, ne rafforza l'interpretazione in chiave iniziatica.
Questa Sardegna, culla di misteri kabirici e di sapienza metallurgica, appare agli occhi degli antichi come una terra fuori dal tempo, luogo di un sonno sacro e rigenerante. Aristotele, nella sua Fisica, menziona il racconto di coloro che, in Sardegna, "dormivano vicino agli Eroi", un sonno così profondo da far loro perdere la cognizione del tempo che scorre.
È il sonno iniziatico, l'incubatio praticata nei santuari per entrare in contatto con il divino e ricevere guarigione o rivelazioni.
La leggenda dei nove dormienti sardi, i nove eroi figli di Ercole e delle Tespiadi, i cui corpi rimasero intatti in una grotta fuori dal tempo, si collega ai misteri della morte e della rinascita, al numero nove, simbolo del ciclo compiuto e dell'attesa della nuova nascita. Questi eroi, che secondo il mito giunsero in Sardegna con Iolao, sono forse da identificare con gli antichi Tirreni o Etruschi, che proprio dalla Sardegna (allora parte di Eritia-Atlantide, la "terra rossa") sarebbero poi migrati verso il Lazio, portando con sé i loro misteri e la loro sapienza.
Dall'analisi del mamuli indonesiano al culto del fulmine, dalla forma del doppio pugnale al vortice del ballo sardo, un filo rosso e oro lega tutti i simboli qui esaminati.
Questo filo è la conoscenza della polarità, della sacra ierogamia tra opposti complementari che sola genera la vita e la coscienza. Il rombo, vagina mundi, e il fulmine, logos spermaticos, non sono che i due aspetti di un'unica, ineffabile realtà.
È il mistero della creazione che si attua nell'incontro, nella tensione feconda, nel vortice energetico.
Gli antichi Sardi, eredi di un sapere antidiluviano e abili metallurghi, appaiono in questa luce come i custodi occidentali di questi misteri.
I loro nuraghi, come il complesso e singolare Nuraghe Arrubiu di Orroli, si rivelano non solo fortezze o luoghi di riunione, ma possibili "altari del fuoco sacro", centri iniziatici dove il rombo del tuono e il ronzio dello strumento sacro si univano per aprire i portali della percezione .
Le Bithiae, le Janas dalle doppie pupille( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/04/le-bithie-dalle-doppie-pupille.html) 

 sono l'incarnazione stessa di questa androginia primigenia, di questa capacità di vedere e mediare le due polarità.
Alla fine di questo viaggio, il temporale, "su carr'e nannai", non sarà più solo un fenomeno meteorologico, ma l'epifania di una potenza antichissima e familiare.
Sarà il richiamo di una terra, la Sardegna, che custodisce nel suo suolo, nelle sue pietre e nei suoi balli la memoria di un Sapere che non si apprende sui libri, ma che, come la folgore, può colpirci all'improvviso, donandoci l'illuminazione di diamante. Per riceverlo, occorre solo essere pronti a farsi attraversare.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com


Argomenti trattati anche nelle mie pubblicazioni editoriali 

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Su carr'e Nannai ampliato























mercoledì, febbraio 18, 2026

💙 Il male

 

Il male non giunge mai come un fulmine a ciel sereno.
Non irrompe come un ladro nella dimora ordinata e luminosa.
Il male è un eco che cerca una camera di risonanza, un parassita che annusa l’ospite già in putrefazione.
Esso bussa soltanto alle soglie già sconnesse, alle porte già corrose dal tarlo del non-essere.
Attecchisce nelle anime che sono terra bruciata, solchi aridi dove il seme del divino non ha mai trovato humus.
Anime inficiate da una mancanza originaria, da una ferita che non è stata sigillata dal fuoco della conoscenza, ma lasciata aperta perché stillasse un perpetuo, sordo lamento.
Sono gli spiriti che hanno guardato nel proprio abisso e, invece di riconoscervi il riflesso di una stella lontana, vi hanno visto solo il nero, e se ne sono innamorati, scambiando il baratro per profondità.
Queste creature non hanno luce propria.
Sono lune spente, frammenti di specchio opaco che vagano nella notte cosmica.
La loro esistenza è un'attesa, un muto e disperato anelito. Non sapendo ardere, hanno fatto del bisogno la loro unica legge.
Necessitano della fiamma altrui non per scaldarsi, ma per esistere nella parvenza. Si pongono accanto ai vivi, ai giusti, ai luminosi, e succhiano la loro essenza come piante parassite che avvolgono l’albero rigoglioso fino a soffocarlo.
Non per odio, forse, ma per una fame cosmica, per una invidia metafisica verso chi possiede ciò che a loro è negato: la capacità di essere centro.
Vivono di luce riflessa, come la luna che ruba lo splendore al sole, ma senza la maestà di un moto proprio.
La loro anima è un pertugio buio che, per non sentirsi tale, deve calamitare e imprigionare i raggi che non sa generare. Il loro dramma è di essere incomplete, opere interrotte del Creatore, vasi crepati prima della cottura.
E in quella crepa, in quell’incompiutezza, il male trova il suo nido perfetto. Non deve distruggere, gli basta annidarsi.
Non deve corrompere, perché trova già il marciume.
Esso è solo l’ultimo, logico sigillo su una vita che non ha mai imparato a rilucere di volontà propria, condannata a essere eco di un suono che non ha mai saputo emettere.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com

Il male



La cenere ( dal mio saggio "Il Tempo Capovolto"

"La cenere conduce, inoltre, a un’altra potente figura divina: Ecate. 

Cerere è infatti riconosciuta come uno degli aspetti della Triplice Dea Ecate, la cui natura comprende Kore/Persefone (la Fanciulla), Demetra/Cerere (la Madre) ed Ecate stessa (la Vegliarda o Donna Saggia). 

Ecate, signora dei confini e delle trasformazioni, presiedeva ai passaggi di stato, accompagnando Persefone nel suo ciclo di discesa (catabasi) e risalita (anabasi) dagli Inferi. 

In alchimia, il processo di riduzione in cenere, la calcinatio, appartiene alla fase dell’Albedo (lo sbiancamento), connessa all’elemento Acqua, all’argento e alla purificazione del principio femminile. 

A questa segue la Citrinitas (l’ingiallimento), associata all’Aria, all’oro e al Sole, e infine la Rubedo (l’arrossamento), fase del Fuoco, del Mercurio filosofale e del Rebis, ovvero del matrimonio alchemico tra maschile e femminile che conduce alla Pietra Filosofale.

In questa prospettiva, il Mercoledì delle Ceneri trascende la sua lettura penitenziale per rivelarsi come una celebrazione ciclica di autorinnovamento e autorigenerazione. 

La cenere, prodotto della combustione del simbolo arboreo (la palma, l’asherah), diviene essa stessa agente di purificazione e potenziale fecondità. 

Essa incarna il principio della partenogenesi archetipale, quella capacità di autogenerarsi insita nel Femminino Divino. 

Il Fuoco che produce la cenere, il Fohat della tradizione esoterica, il fuoco vulcanico della Kundalini, è l’intelligenza trasformatrice per eccellenza, capace di disintegrare e ricreare, di condurre attraverso la morte a una rinascita.

[...] Pertanto, il rituale della Cenere si inserisce in un solco culturale mediterraneo di straordinaria profondità, che lega il Mundus Cereris romano al Carrasegare sardo, l’albero di Asherah alla palma di Hator, la calcinatio alchemica al ciclo di Ecate. 

In esso, la cenere non è il segno terminale della distruzione, ma l’inizio di un processo. 

È la matrice oscura e feconda dalla quale, dopo la necessaria purificazione (Albedo) e l’attivazione dell’energia solare (Citrinitas), può scaturire la nuova vita, simboleggiata dalla sintesi suprema della Rubedo. 

È la celebrazione del Fuoco Trasformatore della Divina Madre Cosmica, che attraverso le sue stesse ceneri rinnova il ciclo perpetuo di vita, morte e rigenerazione.

[...] Il parallelismo emerge profondo, sul tema catabolismo-anaabolismo.    

[...] La messa a morte del "Re Carnevale" (effigie bruciata o decapitata) è un chiaro “sparagmòs rituale”.

[...] La comunità, attraverso le sue maschere e i suoi riti, non si limita a rappresentare un mito, ma attivamente opera la trasmutazione simbolica della propria condizione esistenziale. 

Attraversa consapevolmente la Nigredo dell'inverno, del lutto e del caos primordiale. 

Ne distilla l'Albedo attraverso figure di ordine e purificazione, per giungere infine alla Rubedo del rogo purificatore e della risurrezione festosa, che garantisce la rigenerazione del cosmo agrario e sociale.

In questa prospettiva, il Carrasegare è una struttura viva e pulsante che si manifesta come intenso e complesso sistema esoterico vivente, con una perfetta gestione delle energie, del tempo ciclico, attraverso una profonda opera collettiva di trasmutazione ontologica, e di profonda riconnessione agli archetipi primordiali. 

Una conoscenza ermetica, sapienzale, ancestrale, che viene veicolata da corpi viventi, da gesti antichi, da silenzi che valgono più di migliaia testi scritti. 

[...] Parallelamente si può anche elaborare un'interpretazione simbolica che unisce le strutture archeologiche sarde alle fasi alchemiche del Carrasegare, nella sua universale simbologia di morte e rinascita, basandomi sui significati universali di questi concetti.

[...] Dal passaggio attraverso la morte ( il Carrasegare/Nigredo nelle tombe), alla Purificazione e nuova luce ( l'Albedo nel pozzo sacro), fino alla Rinascita nella pienezza della vita ( la Rubedo nella torre nuragica).

[...] Il ciclo del Carrasegare, che celebra la morte per rigenerare la vita, rispecchia l'eterno ritorno delle fasi alchemiche e trova un potente eco nel paesaggio archeologico sardo, che dall'oscurità delle sepolture conduce alla luce delle sue imponenti architetture"


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Tratto dal mio libro"Il Tempo Capovolto"


Disponibili per l'acquisto su Amazon, nella collana editoriale "JanaSophia l'Origine" in piu versioni. 

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Il Sacro che genera Caos. 

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Foto Alessandra Garau Artist ( non presente nella mia pubblicazione editoriale) 

La cenere