Informazioni personali

La mia foto
Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

giovedì, marzo 05, 2026

❤️L'Amore è cieco ( Diamanti di Rugiada)

 

L'Amore è cieco.
Sbaglia mira.
Non punta alla persona.
Punta all'essenza.
A ciò che potrebbe non piacerci.
A ciò che non vogliamo vedere.
Ma che riconosciamo
come ferita
i cui lembi non combaciano.
L'Amore arriva senza pietà.
Non chiede permesso.
Scuote il terreno sotto i piedi.
Ci fa perdere l'equilibrio
sopra un cielo senza orizzonte.
L'Amore scortica a nuova linfa.
Sinche' non trova
il morbido mallo
da cui estrarre l'ambrosia.
Amore è odiare il riflesso
nell'occhio dell'altro.
E amare invece ciò che vede in noi.
Amore è riconoscere
ciò che di noi
non abbiamo mai amato
e non sapere cosa farne.
Amore significa aprire
quel pugno stretto
con le nocche scorticate dalla vita.
E offrire all'altro
ciò che non sappiamo
nemmeno a noi stessi.
Fidarci dell'altro.
Come cadere nel vuoto.
Di schiena.
Senza sapere se davvero
c'è un braccio forte
ad attutire la presa.
Un cuore morbido.
Come una caramella mou
che non teme le tue asperità.
Che non si sgonfia.
Che non perde pressione.
Che ti riempie la bocca di dolcezza.
Di parole
che ti si strozzano in gola.
Come uno straccio
che ha assorbito tutte le lacrime.
Che ti sei tenuto dentro.
Come un oceano infinito
di burrasca
sotto il battito d'ali
di ciò che non è mai stato
e che ora
distendi al sole.
Con un colpo di magia.
Come fanno i prestigiatori
con i loro teli di incanto.
E chiudi gli occhi.
E quando li riapri
è una distesa di fiori.
È il profumo
delle tue labbra
sul mio cuore di neve.

Tratto dal mio libro
"Diamanti di Rugiada. Attimi di luce allo stato liquido"
https://amzn.eu/d/05Hgumeb
https://amzn.eu/d/0byMwQQj

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com

L'amore è cieco ( Diamanti di Rugiada)





💛Trilobato ( libro Uomini senza Ombra

 "Ho profonda ammirazione per le produzioni artistiche della cultura sarda di San Michele di Ozieri (4000-2700 aC circa), prendendo il nome dal sito del ritrovamento dei suoi reperti. 

Questi manufatti, realizzati in argilla finemente lavorata, si caratterizzano per l'estrema raffinatezza delle incisioni, che spaziano dal lineare al dentellato, e per una variazione cromatica che include il nero lucido, il bianco e le tonalità intermedie dell'ocra e del rosso corallo.

La decorazione si sviluppa attraverso motivi geometrici, spesso spiralizzati o concentrici, che trasmettono un'impressione di dinamismo. Questa energia creativa si manifesta anche nelle prime rappresentazioni del "ballo tondo", dove figure umane altamente stilizzate, a forma di "clessidra", con i due triangoli uniti per il vertice, evocano il movimento dinamico e toroidale dell'incontro tra le polarità maschile e femminile, richiamando simboli come il Sacro Vajra.

Identifico questo ballo tondo con una possibile danza rituale del palazzo di Cnosso, collegandola al mito del labirinto e associandola simbolicamente alla gru o, forse, al fenicottero. 

Quest'ultimo, in particolare, rappresenterebbe l'Araba Fenice, il cui piumaggio simile a fiamme e il ciclo di rinascita continua rispecchiano il moto a spirale concentrica e il perpetuo divenire raffigurati sui vasi Ozieri. 

Si tratta di una danza fortemente simbolica, la cui eredità è percepita come ancora viva nella tradizione.

Il suo movimento è paragonato a quello di un labirinto, a riccioli o spirali che si aprono e si chiudono alla vita. 

Il labirinto, infatti, insegnerebbe l'arte di addentrarsi senza perdersi, di fluttuare al suo interno per poi ritornare al punto di partenza, in un percorso circolare e trasformativo. 

È una metafora dell'entrare nel grembo di sé stessi per raggiungere la propria Essenza e rinascere a nuova vita, una rinascita che richiede la connessione e la sinergia delle due polarità opposte interne. 

Solo tramite questo equilibrio e questa alchimia trasformativa si può "attraversare il guado", superare una prova o una transizione.

Questa cultura di San Michele di Ozieri si è sviluppata parallelamente alle Domus de Janas[...] 

Anche le Domus de Janas necessitano dell'azione combinata di elementi opposti (come il principio fertilizzante ed elettrico del Sole e il grembo oscuro della terra) per permettere il passaggio da una dimensione all'altra. 

All'alba, la luce del sole penetrerebbe attraverso le piccole porte, spesso triplici e di forma quadrata, creando un portale che fertilizza la terra e porta luce nell'oscurità, simboleggiando guarigione e rinascita.

La forma quadrata della porta rappresenta la terra e l'elemento femmineo che si fa penetrare, racchiudendo in sé i quattro elementi (aria, acqua, terra, fuoco) e i quattro punti cardinali. 

[...] 

È quindi naturale, che un tipo di cultura che esprime un così sacro equilibrio di energie sia nata in concomitanza con lo sviluppo delle Domus de Janas, di cui costituisce la manifestazione artistica naturale[...] 

Questa interazione dei due triangoli che si intersecano, dà vita, in tridimensionalità, alla Merkaba, il corpo energetico di ogni essere vivente.

L'elemento "3" è onnipresente in Sardegna. 

Nelle planimetrie dei nuraghi, nelle triple corna taurine, nei petroglifi, e nei moduli numerici, come nei 24+12 = 36 gradini del Pozzo di Santa Cristina, multipli di tre. 

"Su Santu Doxi", il "Santo 12",numero sacro, ha base 3, il numero della creazione. Questa ricorrenza la ritrovo anche in altre dimensioni legate alla costellazione di Orione, come nell'altare di Oschiri o nelle Tombe dei Giganti a Tamuli, allineate come le piramidi di Giza.

La disposizione a triangolo dei nuraghi trilobati risponde a una doppia chiamata. 

Una terrena, che segna il territorio con una geometria sacra, e una spirituale, di elevazione verso il divino, resa evidente dalla forma conica e spiralizzata che punta al cielo, simile a una moderna piramide energetica.

Il simbolo del trilobato è un archetipo universale. 

Lo ritroviamo nel Triskel celtico, nel "fleur-de-lis" medievale (simbolo di regalità e della Trinità), in epoca precolombiana legato all'albero della vita, e come acronimo "Y" o "YH" della divinità creatrice androgina dei Sardi. 

[...] Il triangolo è il nucleo primario del Fiore della Vita, la matrice da cui si sviluppano i solidi platonici e si passa dalla bidimensionalità alla tridimensionalità. 

È anche il simbolo del fuoco ( vertice in alto) e dell'acqua ( vertice in basso), rendendo i nuraghi trilobati dei veri e propri luoghi sacri di alchimia creativa.

Nel mio percorso di ricerca, collego tutto questo alle capacità sciamaniche dei nostri antenati, i fulguratores, che evocavano fulmini e temporali. 

La parola cinese per fulmine, "Shendian" ("Shen", elettrico/maschile e "Dian", magnetico/femminile), ha una somiglianza fonetica e concettuale impressionante con "Sherdian/Shardani". 

Sono convinta che gli Antichi Sardi fossero una civiltà avanzatissima di sciamani, architetti e scienziati, conoscitori dell'energia toroidale (simbolizzata dal Toro/Boes) e delle tecniche ipnotiche, come quelle basate su mandala a matrice triangolare (Sri Yantra).

Questa energia toroidale, a forma di ciambella, è il campo che avvolge ogni essere vivente e si sviluppa a partire dal cuore. 

Sale a spirale, proprio come la struttura dei nuraghi. Immaginare tre nuraghi disposti a triangolo significa pensare a un potentissimo catalizzatore energetico. 

È lo stesso movimento della Kundalini e del DNA, che non è solo un codice genetico ma un induttore elettromagnetico.

La connessione più sorprendente è con l'acqua. 

La molecola dell'acqua, nei suoi legami a idrogeno, forma una figura tetraedrica, che è la versione tridimensionale di una base triangolare. 

Ecco perché il "trilobato" era il "seme" da salvare nell'Arca: è la base della struttura dell'acqua, la depositaria della memoria della vita. 

Gli Antichi Sardi, attraverso la memoria animica o akashica, conoscevano questa struttura e il culto dell'acqua è il cuore stesso della civiltà sarda. 

I pozzi sacri, con il loro ingresso triangolare che simboleggia il ventre cosmico, sono luoghi di immersione in questa memoria.

Tutto questo si unisce al potere del suono e della vibrazione. 

I canti a Tenores, il suono delle launeddas e forse l'antico suono dei campanacci dei Mamuthone avevano frequenze armoniche e terapeutiche, in grado di modificare la materia. 

Pitagora diceva che la geometria è musica solidificata.

Leggendo l'epopea di Gilgamesh, ho capito che il diluvio, l'acqua, nasce dal "sonno" e si può sopravvivere solo "ricordando" attraverso il simbolo del trilobato. 

Il diluvio non è solo una catastrofe, ma un processo necessario per accedere all'oblio e, attraverso di esso, alla memoria più profonda. 

I Sardi erano chiamati "il popolo dei dormienti" perché praticavano l'incubazione non per chiedere, ma per abbandonarsi all'oblio del "senza tempo" e ricordare la loro origine divina. 

Erano "uomini senza ombra" nel momento azimutale del sole, sospesi in un'altra dimensione".


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 


Tratto dal mio saggio 

"Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna" 

https://amzn.eu/d/04MGVH5E

https://amzn.eu/d/06kwAzNf

https://amzn.eu/d/08k9Dm17

Link principali di riferimento nel mio blog

https://maldalchimia.blogspot.com/2021/10/ballu-tundu.html

https://maldalchimia.blogspot.com/2021/05/la-cultura-di-ozieri-eterno-divenire.html

https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/la-navicella-triangolare-sarda.html

https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/shen-diansherdian.html

https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/i-custodi-della-memoria-del-trilobato.html

Trilobato ( libro Uomini senza Ombra)








martedì, marzo 03, 2026

💙Circe /plenilunio luna Rossa /eclissi lunare

 Il Sigillo di Circe, una Soglia Lunare tra gli Abissi e la Pietra, incastonata nel cuore del Mediterraneo, lontano dalle rotte tracciate dalla ragione e dalla volontà eroica, dove sorge l’isola che non si trova sulle carte nautiche dei naviganti solari. 

È Eea, il cerchio magico, il Temenos sacro lambito dalle acque primordiali. 

In quel recinto di potenza, non regna una semplice "maga", ma la sua ipostasi vivente, Circe, archetipo lunare di una potenza tellurica che la modernità, con il suo sguardo profano, ha incatenato e rimpicciolito.

La tradizione omerica, figlia di un pensiero che iniziava a erigere il pilastro solare del Logos maschile a discapito della notte del grembo, ci consegna l'immagine di una figura temibile e affascinante, ma già "fagocitata" dall'epica dell'eroe. Ulisse, l'uomo dai molti inganni, che penetra nel suo recinto e ne esce vincitore, seducendola o imponendole un giuramento. Eppure, dietro il velo di questa narrazione iniziatica di stampo solare, si cela un mistero più profondo. quello della Dea al centro del mondo.

Circe è l'Anima Mundi, l'Essenza stessa di una Natura che è al contempo nutrice e divoratrice, capace di nobilitare l'umano restituendogli la sua scintilla divina o di svilirlo, ricacciandolo nella gabbia della sua animalità istintuale. 

Il suo potere non è stregoneria minore, incantamento da fiera, ma Teurgia. 

È l'arte sacra di operare con le forze divine, di attraversare la soglia che separa la forma dalla sua dissoluzione.

La sua isola, Eea( così simile ad Eva/Era) in greco antico Aiaia, che corrisponde al nostro sardo "nonna", inteso come figura genealogica archetipale importante, cerchio d'acqua e di terra, è l'Atanor perfetto, l'Uovo Filosofale dove avviene il Grande Mistero. 

Circondata dall'acqua, il suo elemento madre, ella è la Soglia tra il Caos delle potenzialità indifferenziate (l'Acqua) e la manifestazione della forma (la Terra dell'isola). 

In questo spazio liminale, lei estrae i segreti di Madre Terra, non diversamente da un Alchimista che dalla Materia Prima cerca di estrarre la Quintessenza.

Le sue "pozioni" non sono filtri d'amore o veleni volgari. Sono Elisir di trasformazione. 

Ogni intruglio che bolle nei suoi calderoni è una "solve et coagula" operata sulla psiche dei mortali. 

Chi beve dalle sue mani, e non possiede la virtù dell'eroe iniziato, la "Mens"  retta, il "Moly" donato da Hermes( la pianta magica divina, una radice, potente antidoto contro i sortilegi di Circe, e oltre, un oggetto magico che incarna l'intervento divino a favore dell'eroe), vede la propria natura inferiore precipitare e solidificarsi nella bestia che già era, il porco, simbolo dell'ignoranza e della gola, è l'uomo che ha smarrito il proprio centro, prigioniero della materia. Ma chi, come Ulisse, si avvicina a lei con la spada sguainata dello spirito e l'antidoto dell'intelletto divino, può bere il medesimo calice e divenire amante della Dea, ricevendo da lei la conoscenza dei mondi sotterranei e la via per il ritorno a casa, ovvero per la reintegrazione nel proprio Sè superiore.

Circe è dunque il volto terribile e misericordioso della Sophia Perennis, la verità universale ed eterna, fondamento di tutte le spiritualità. 

È colei che custodisce le chiavi del Regno Minerale, Vegetale e Animale, perché in lei pulsano ancora i ritmi ciclici della Grande Madre. 

La Luna crescente che attira le maree dell'istinto. 

La Luna piena che illumina la notte dell'anima. 

Come quella di oggi, la Luna Rossa di sangue. 

La Luna calante che accompagna ogni creatura verso la dissoluzione necessaria per una nuova nascita, fino a magnificarsi nel plenilunio. 

Il suo canto, che ammalia i naviganti e li attira sugli scogli, non è che la voce stessa del Mistero, il richiamo dell'Abisso che invita l'eroe a discendere, a morire a sé stesso per poter rinascere non più come uomo comune, ma come Iniziato. 

Sconfiggere Circe, nel senso deteriore del termine, è impossibile, perché significherebbe negare la forza stessa che anima la vita. Possederla, nel senso ermetico, significa invece unirsi a lei, riconoscere in lei la propria parte inconscia e lunare, il ricettacolo primordiale da cui ogni forma emerge e a cui ogni forma fa ritorno.

Così, nella solitudine della sua isola senza tempo, Circe rimane la Maga nel senso più alto. 

È la Sacerdotessa di una conoscenza che non si insegna nelle scuole degli uomini, ma si riceve solo attraversando il Fuoco della trasformazione, vegliati dal suo sguardo che è lo stesso sguardo della Notte, della Morte e della Rigenerazione.

In un momento in cui la luna, piena e perfetta, comincia a scivolare nell'ombra della terra, non si manifesta come sparizione, ma una trasformazione. 

Il suo disco argenteo si vela, e mentre l'oscurità la divora, non scompare nel nero, ma si accende di un rosso profondo, cupo, ferruginoso. 

È la luna di sangue. 

È in questo istante sospeso, in questo cratere celeste di ombra e luce rifratta, che l'antica magia di Circe si rivela nella sua vera natura alchemica.

Circe non è solo una maga, è l'incarnazione stessa del processo. La sua isola, Eea, è il vaso chiuso e sigillato dell'athanor, il forno alchemico dove il tempo e il calore compiono il loro lavoro segreto. 

La luna piena è la sua corona, il simbolo del completamento di un ciclo, della totalità raggiunta prima della dissoluzione. 

Ma quando questa luna viene eclissata e si tinge di rosso, non assistiamo a una fine, ma al momento cruciale dell'Opera al Rosso. 

Quel sangue lunare non è morte, ma la Rubedo, l'ultima e più alta fase del Grande Opera. 

È il punto in cui il bianco argenteo della luna (l'Albedo, la purificazione) viene fecondato e penetrato dal principio solare e maschile, rappresentato dall'ombra della terra che la copre. Dall'unione di questi opposti, dalla congiunzione del Sole e della Luna nell'ombra, nasce il colore regale, lo spettro del fuoco interiore che arde non per consumare, ma per fissare lo spirito nella materia.

E chi sono i porci che Circe raduna intorno a sé, se non la materia prima ? 

Sono gli istinti grezzi, la natura ferina e non ancora trasmutata che ogni uomo porta con sé. 

Ulisse, è l'iniziato che possiede l'antidoto, la conoscenza per non rimanere prigioniero della sola materia. 

Ma Circe non è l'ingannatrice che degrada. 

È l'artefice che opera la necessaria putrefazione.

La Luna Rossa di Sangue che sovrasta la sua isola è il segno esteriore di questo processo interiore. 

La putrefazione alchemica, la Nigredo che precede la gloria, è simboleggiata da quel colore inquietante. 

È il momento in cui il composto deve annerire e marcire, come il sangue coagulato, per poter liberare i semi della nuova vita. 

Gli animali nel suo cortile non sono anime dannate, ma principi in attesa di essere fissati, forme caotiche che aspettano di essere riportate alla loro vera essenza attraverso il fuoco e l'acqua, il maschile e il femminile.

Così, l'eclissi totale di luna diventa l'istante perfetto dello Hieros Gamos, le nozze chimiche. 

La luna (la regina, l'argento vivo, l'anima) viene fecondata dall'ombra del sole nero dell'eclissi (il re, lo zolfo, lo spirito). 

E da questo amplesso cosmico, velato allo sguardo profano, si sprigiona la luce fissa della pietra filosofale. 

Il cerchio magico che Circe traccia sulla sabbia non è diverso dall'orbita lunare che in quell'attimo viene attraversata. Entrambi sono il confine sacro dove la trasformazione diventa possibile.

Vedere la luna di sangue sull'isola di Circe significa assistere al momento più segreto della creazione. 

Significa comprendere che il veleno e la medicina sono lo stesso elisir, e che per elevare la natura a spirito, bisogna prima immergerla nel sangue della propria ombra, aspettando che l'eclissi passi e che la luce, rinata dall'oscurità, risplenda di una nuova, inalterabile purezza.

Intenso simbolismo, in questo passaggio, traguardato dal Sacro Archetipo Ebraico Ayin, il sedicesimo, la corrispondenza, l'occhio divino, la Sorgente, correlato all'Arcano Maggiore XVI della Torre, Torre che è "mgd" ebraico, un Femminino (MaGDalena/aMiGdala). 

Tutto estremamente simbolico. 

Con infinita gratitudine sempre. 


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Circe/plenilunio luna Rossa













lunedì, marzo 02, 2026

💛Su Componidori

 La Ierogamia del Dio Pluviale. Su Componidori e il Mistero del Santo Dodici. 

Nel cuore pulsante della Sardegna, durante i giorni centrali del Carnevale di Oristano, si compie un mistero che affonda le radici in una notte dei tempi pre-cristiana, un’epifania di sacro che trasfigura l’uomo in dio. 

È l’avvento di Su Componidori, il Signore delle Pariglie, il cui nome stesso è un sigillo di potenza arcaica. 

È "colui che compone", che ordina, che dispone. 

Ma la sua essenza più recondita, la sua virtù sciamanica primigenia, è racchiusa nell’etimologia che lo lega alla pioggia. 

"Colui che fa sgorgare l’acqua dai cumuli". 

Egli è, nella sua manifestazione terrena, lo Sciamano della Pioggia, il discendente di un lignaggio di incantatori di nubi, capace di evocare dal cielo il prezioso umore che feconda la Madre Terra.

Prima di librarsi nel volteggio, prima di tendere la mano verso il simbolo sospeso, Su Componidori subisce una metamorfosi rituale che lo consacra come Divinità Vivente. 

Non è più un uomo, ma il tramite attraverso cui l’invisibile si fa carne. L’investitura è un atto di morte iniziatica e di rinascita in una dimensione altra, sospesa tra umano e divino. 

La sua missione, in questo stato di grazia ieratica, è di chiedere il permesso alla Grande Madre, alla Terra che attende, per conquistare quel simbolo supremo di fecondità, la stella a sei punte. 

Essa non è un mero ornamento, ma il geroglifico vivente dell’unione cosmica, la sigla alchemica della perfetta sintesi tra il principio maschile (il Sole, la forza fecondatrice) e il principio femminile (l’Acqua, la linfa vitale che sgorga dal grembo tellurico). 

È l’androgino divino, il Rebis, che il Dio vivente deve raggiungere e infilzare con "su stoccu", il lungo bastone, che in quel gesto si fa fallo sacro, asse del mondo, parafulmine di energie celesti.

L’atto è un’autentica ierogamia, una copula sacra. 

Da un lato, Su Componidori, il Dio Androgino per eccellenza. 

La sua stessa natura è già un sei, un numero perfetto che, come l’esagramma, è la somma e la sintesi di due triadi. 

I tre principi attivi e i tre passivi, il maschile e il femminile ricomposti nell’unità di una coscienza superiore. 

Questa natura duale e unitaria al contempo, è resa manifesta dalla sua maschera bianca, asessuata, impenetrabile, specchio di un’energia divina che trascende le polarità. Dall’altro lato, la stella a sei punte, l’altro sei, simbolo della stessa armonia cosmica sospesa nell’aria, in attesa di essere fecondata. 

Quando la punta di "su stoccu" penetra il cuore della stella, due sei si uniscono in un amplesso mistico. 

Dal loro congiungimento scaturisce il numero perfetto, il "Santu Doxi", il Santo Dodici. Questa cifra sacra, tanto venerata dagli Antichi Sardi, non è che la proiezione nel ciclo temporale dell’eternità: dodici sono i mesi dell’anno, dodici le lune, dodici le stazioni dello zodiaco. 

L’unione dei due sei garantisce la benedizione e la prosperità per l’intero ciclo annuale, sigillando un patto tra cielo e terra, tra il dio e la sua comunità.

A coronamento del rito, Su Componidori elargisce una benedizione che è, in sé, un compendio di simboli. Nella mano stringe "sa Pippia de Maiu", un mazzolino composto da viole mammole e pervinca. 

Il nome stesso è un portale etimologico: "Pippia", dall’accadico "pi-pium", che significa "sorgente". 

Non è un fiore, ma una sorgente vegetale, un’emanazione del principio vitale primordiale. 

"Maiu", come chiarisce il prof. Dedola, non rimanda al mese di maggio, ma all’accadico "Mahhu", che significa "sciamano", "folle". 

Sa Pippia de Maiu è dunque la "sorgente dello sciamano", la fonte della sua follia sacra, della sua potenza visionaria. 

Questo "folle" evoca immediatamente l’Heyoka degli Indiani delle Pianure, il Sacro Sciamano, l’Uccello del Tuono. 

Come l’Heyoka, che vive e agisce al contrario, capovolgendo le convenzioni per dominare le forze atmosferiche, così Su Componidori è colui che, in un tempo "capovolto" come il Carnevale, può evocare e governare pioggia, vento e fulmini. 

Il mazzolino stesso, con la sua forma di due triangoli congiunti per il vertice, riproduce la forma del Vajra tibetano, lo scettro adamantino che rappresenta il fulmine, l’illuminazione istantanea, l’energia creatrice scaturita dall’unione dinamica dei due opposti.

Ogni fiore del mazzolino è un archetipo. 

La viola mammola, con la sua fragranza intima e il colore profondo, incarna il Femminino, l’aspetto ricettivo e generativo della natura. 

La pervinca, dal canto suo, è la pianta sacra a Su Maimone, l’antica divinità della pioggia. Un tempo, "su Maimoni" veniva portato in processione come un fantoccio propiziatorio, adagiato su una barella di canne incrociate, con al centro una corona di pervinca. Egli era lo spirito della pioggia, l’attiratore di nubi, e alla fine del rito veniva gettato nel ruscello, sacrificato all’acqua perché la richiamasse dai cieli. 

Il legame è filologico. 

La pervinca, in sardo "proinca", è etimologicamente sorella del verbo "proere", che significa "piovere". Essa è la pianta che contiene il verbo della pioggia, l’incantesimo floreale per dissetare la terra.

Ecco che, in questo gesto benedicente, si svela il motivo conduttore di tutte le maschere carnevalesche sarde. 

Lo stretto, quasi simbiotico legame con l’animale. 

Su Componidori benedice con la schiena saldamente attaccata a quella del cavallo. Non è un semplice cavaliere, ma è qualcosa di più profondo. Si fa "sella" per il cavallo. La sella, in sardo "sedda", è un termine che vibra di echi lontani, risuonando con le "siddhi" del Kamasutra, le le 64 arti, le perfezioni, i poteri occulti che si acquisiscono attraverso la maestria dell’amore e della disciplina interiore. 

E non è forse un caso che la scacchiera rituale di Pubusattile, incisa nella Domus de Janas di Villanova Monteleone, conti esattamente 64 quadrati, bianchi e rossi, come i 64 quadrati del campo di gioco dell’amore sacro? 

Su Componidori, adagiandosi sul cavallo, cerca quella suprema integrazione, quella "siddhi" che il suo ruolo di semidio esige. 

Diventa tutt’uno con la bestia, nobilitandola, e al contempo elevando la propria umanità. In questo atto, chiamato "Sa Ramadura", egli si fa docile peso e guida sapiente, domando non solo il cavallo, ma anche la parte istintuale e bestiale che alberga in ogni uomo. 

Egli disciplina il cavallo come la maschera bianca di "su Isshuadores" disciplina e mette in riga i Mamuthones, figure gravate dal peso dei campanacci, simbolo del fardello degli istinti non purificati.

Questa purificazione, questo processo di nobilitazione, ha il suo battesimo nel fuoco. Il Carnevale si apre il 16 gennaio con i falò sacri di Sant’Antonio Abate. 

È il fuoco che "p-ur-ifica", che riconduce all’ "Ur", all’oro primordiale, alla luce divina. 

La maschera bianca è l’emblema di questa purificazione. 

Il suo bianco è un "non-colore" che contiene tutti i colori, un acromatico che è sintesi perfetta, androginia della luce. Esso ha il potere di divinizzare l’umano, di trasfigurarlo. 

Così dovevano essere le maschere dei Giganti di Mont’e Prama, bianche, regali, investite di quel potere uranico che trasforma la pietra in nume, l’uomo in eroe divinizzato. 

Sono purificati dal fuoco interiore, l’oro archetipale, e dalla maschera che li rende icone viventi di un tempo in cui gli dei camminavano tra gli uomini.

Su Componidori, sospeso tra cielo e terra, con la stella infissa come un sigillo, con la schiena salda sul cavallo, con la Pippia de Maiu benedicente, è il custode di questa memoria arcaica. 

In lui, per la durata della rappresentazione, il tempo si capovolge e l’eternità irrompe nella storia, rinnovando il patto sacro tra l’uomo, la terra e il cielo.


Per esplorare ulteriormente le profonde simbologie qui accennate, si rimanda ai seguenti miei saggi 

"Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l’Ordine", un viaggio iniziatico nel cuore del Carnevale sardo, svelandone le radici arcaiche e le valenze sciamaniche. (https://amzn.eu/d/0hYAHSs8 - https://amzn.eu/d/0j8uTz0e)


"Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna", un’opera fondamentale per comprendere le connessioni tra la simbologia sacra sarda, come la scacchiera di Pubusattile, e le tradizioni esoteriche universali. (https://amzn.eu/d/04Q2ywuS - https://amzn.eu/d/037haI9R - https://amzn.eu/d/0iO7ZMvz)

Testo e ricerche a cura di Tiziana Fenu

©® Diritti intellettuali riservati

Maldalchimia.blogspot.com

Immagine 

https://www.facebook.com/share/p/1RhBoTWWTF/

Su Componidori





domenica, marzo 01, 2026

💙Primo Marzo Matronalia/Giunone

 Nel primo giorno di marzo, quando il velo tra i mondi si assottiglia per accogliere il risveglio della terra, l’antica Roma celebrava i Matronalia. Era questo il tempo sacro a Giunone, la Iuno Regina, non semplice divinità tra le molte, ma Archetipo primordiale, Essenza stessa del Femminino cosmico, matrice di ogni legame e custode del vincolo sacro che unisce le anime. Sorella e Sposa di Giove, era la Era dei Greci, Madre di Marte, dio dell’agricoltura e della guerra, doppia natura che feconda e che taglia, e di Vulcano, il Fuoco sotterraneo che forgia nei segreti del mondo.

Presso gli Etruschi, il suo nome era Uni, oppure Feronia, colei che presiede ai boschi e ai parto, la Giunone Sospita di cui già parlai, vestita di pelle caprina, armata di lancia e scudo, pronta a proteggere e a ferire.

A Giunone appartenevano i noviluni, le calende, il grembo oscuro dove ogni cosa si concepisce nel silenzio, mentre a Giove, signore della luce piena, spettavano gli idi dei pleniluni, lo splendore della forma compiuta.

In quei giorni di festa, le matronae rovesciavano l’Ordine. 

Imbandivano banchetti per i propri schiavi e offrivano doni, attuando un'inversione rituale che ricordava i Saturnali invernali. 

Perché ogni gerarchia, per essere sacra, deve poter tornare all’indistinto primordiale, al grembo dal quale tutto sorge e nel quale tutto può dissolversi.

Le matrone, le donne sposate, ma il matrimonio, in questa dimensione, in senso esoterico, è sempre un gerogamo, una nozze sacra tra cielo e terra, tra l’io e l’altro, tra ciò che è sopra e ciò che è sotto. 

Giunone, in questa dimensione, presiede all’incontro delle Anime Gemelle. 

Non quelle che si cercano nel mondo, ma quelle che si riconoscono nell’eterno, perché già una, già unite nel grembo della Grande Madre.

Contemplando le mimose, le grandi piante,  finalmente, quest’anno, le vedo fiorire nel tempo giusto. 

Nel tempo delle Donne, nel tempo di Giunone. 

E mi appare, ancora una volta, il sincronismo perfetto che lega il Cielo e la Terra, le lunazioni e gli Archetipi, la numerologia sacra e il verde che germoglia.

Tutto sembra seguire il suo corso naturale, quest’anno. E noi con esso. 

Tutto orchestrato, tutto al suo posto. 

Nel bene e nel male. 

Come è giusto che sia.

Ecco il richiamo. 

Ritrovarci nella Fiamma. 

Nel focolare. 

In quel fuoco che Giunone custodiva come centro del mondo domestico, come ombelico della casa, come cuore pulsante della regalità interiore. 

Perché Giunone è anche Regina, non per diritto dinastico, ma per sovranità dell’Intelletto Supremo, per quella luce che conosce sé stessa e non ha bisogno di alcun trono.

Curioso, il gioco della lingua. La parola "focolaio", con quella desinenza in "-io", così simile al pronome che dice l’io separato, l’ego che si fa centro e prigione, sembra portare in sé un’energia opposta a quella del "focolare". 

Perché diciamo il "calore del focolare domestico" e non il "focolaio del calore domestico"?

Il focolaio è chiusura, è concentrato purulento, è infezione che si nutre di sé stessa. 

È l’io che si fa mondo, che non irradia, non propaga, non accoglie. 

Mentre il focolare è il fuoco attorno al quale la tribù si raduna, dove si solidarizza, dove si esce da sé per ritrovarsi nell’altro. 

È il centro che scalda senza bruciare, che unisce senza confondere.

I focolai epidemici( e come potrebbe sfuggirci il riflesso di questa immagine, in senso lato, nei tempi che viviamo?) sono l’esatta fotografia della condizione patologica dell'umanità, chiusa in un io che fa i propri interessi, autoreferenziale, incapace di trasformarsi. 

Di passare da focola-io a focol-are.

Ecco, la desinenza in "-are", che in inglese suona come "are", verbo essere alla seconda persona, "tu sei, noi siamo/ you are, we are, ci parla di appartenenza, di identità che si apre all’integrità con sé stessi e con gli altri. 

È la dimensione che include, che riconosce, che scambia. È la comunità che si fa corpo. Mentre" l’-io" è la monade che si crede intera ma è solo separata.

Qui nascono le epidemie. Dove c’è ignoranza, nel senso etimologico di ignorare l’altro. Dove si sta soli sul crinale delle proprie certezze, arroccati in fortezze che crediamo difese e sono invece tombe. 

Soli e infettati.

Infettare. 

Dal latino infectus, participio di inficere, "immergere, tingere, avvelenare". 

E poi "affetto", che porta in sé due valenze opposte. 

L'affetto buono, l’amore che lega, e l’affetto come contaminazione, come malattia che si riceve per impressione. 

Curioso, questo verbo. 

"Impressionare". 

Creare una pressione, lasciare un segno. 

Come l’anima sull’Anima. 

Come l’Amore sull’amato.

Affezionarsi, allora, è lasciarsi imprimere dall’altro. 

È creare infezioni d’amore. 

È restituire alla parola la sua unità perduta, la sua valenza positiva. 

Come il fuoco, che è vita, luce, calore, ma può anche bruciare e distruggere. 

L’universo ci offre sempre la scelta. 

Essere focolari o focolai. Propulsori di energia verso l’esterno o prigioni di fiamma che consumano sé stesse.

E morire infettati o affetti, pervasi d’affetto.

Anche "contrarre" porta in sé la doppia via. 

Contrarre matrimonio, per restare nell’ambito giunonico delle unioni sacre, e contrarre malattia. 

Lo stesso verbo, due destini opposti. 

Perché ogni legame è un rischio, ogni apertura è una ferita possibile. 

Ma senza rischio non c’è vita, senza ferita non c’è amore.

L’universo è meraviglioso. 

Ci offre sempre le chiavi. 

Sta a noi capire dove batte il cuore. 

Dove creiamo un focolare e non un focolaio.

Perché il focolaio è anche l’energia distorta di Giunone, quella che, accecata dalla gelosia per le infinite amanti di Zeus, diventa vendicativa, punitiva, autoreferenziale. Quella che procrea senza il Mascolino, come quando generò mostri dalla sua sola ira, perché dimentica che l’unione dei contrari è la legge dell’universo. 

È la dea che si è scordata di essere Dea e si è fatta solo moglie ferita, solo rancore, solo ombra.

Cerchiamo, in questi giorni, di stare nella dimensione monadica, originaria, amniotica. 

Quella del segno del Leone, fuoco, regalità, cuore, che accompagna questa luna crescente prima del plenilunio in Vergine del 3 marzo, con la sua eclissi. 

Segno di Fuoco a cui si affianca il Sacro Archetipo ebraico Nun, il quattordicesimo, la Madre delle Acque cosmiche in trasmutazione, correlato all’Arcano XIV della Temperanza.

Acqua e Fuoco ancora in dialettica. 

Ancora in cerca di equilibrio. Per trovare quel punto monadico, quella dimensione originaria dove il nostro Fuoco interiore brucia di verità. E dove Giunone smette di perdersi nei meandri di sé stessa, smette di relazionare il proprio valore al tradimento di Giove, e torna a essere ciò che è. 

La Regina.

Celebriamo, allora, la Giunone del focolare. Colei che crea nidi, templi, dimensioni privilegiate. Prima di tutto con noi stessi, in equilibrio tra le due polarità. Perché nel passaggio mitologico dal matriarcato al patriarcato, la Grande Madre è stata declassato. 

Da potenza misteriosa e carismatica a "moglie rancorosa", da custode del fuoco a focolaio di gelosie.

È scivolata dall’essere focolare all’essere focolaio.

Figlia di Saturno, Giunone ci mostra come i ruoli possano imprigionarci in dinamiche che ci allontanano dall’Essenza. 

Lei non è la moglie tradita. È oltre questo. 

Sono le dinamiche karmiche ad averla inglobata, perché queste dinamiche sono sempre distruttive. 

Ci allontanano da ciò che siamo veramente.

E finché si ripresentano, significano che abbiamo un’identità animica da ripristinare. 

Altrimenti il nostro autentico Fuoco interiore rimane inespresso, potere vulcanico che ribolle senza trovare sfogo.

Secondo Omero, Giunone era nemica dei Troiani perché Paride aveva dato la mela della bellezza a Venere anziché a lei. Ma Venere è uno degli aspetti della stessa bellezza giunonica, quella bellezza che Giunone non riconosce più in sé stessa, perché l’ha proiettata altrove, perché l’ha dimenticata.

Dobbiamo tornare a essere quel tempio integro, caleidoscopio di luce, che invita a entrare a piedi scalzi, con sacralità. 

Quel tempio dove arde sempre la Fiamma, viva, nutriente, luminosa. 

Centro propulsore di Bellezza e Giustizia. 

E soprattutto della nostra intima Essenza.

In Verità. Sempre.

Con infinita Gratitudine.


Tiziana Fenu

©® Diritti intellettuali riservati

Maldalchimia.blogspot.com

Alonso Cano — "La Dea Giunone", 1638

Primo Marzo Matronalia /Giunone