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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

sabato, marzo 21, 2026

💛7 bamboline Yucatan/Sa Pippia de Caresima

 Indagando sulle simbologie sotterranee e la Geometria Sacra, in particolare tra le correlazioni tra il Tempio delle Sette Bambole, l’Allineamento Equinoziale e la Tradizione Quaresimale Sarda, si scoprono interessanti analogie. 

Le civiltà antiche, nella loro speculazione cosmologica, hanno spesso eletto determinati numeri a princìpi ordinativi del reale, conferendo loro un valore sacro che trascendeva la mera funzione aritmetica. 

Tra i Maya, il sistema vigesimale, derivante dal computo delle dita umane (20), e il ciclo di 52 anni, corrispondente al “fascio” temporale paragonabile al secolo greco-latino, rappresentavano pilastri di una sofisticata visione ciclica del tempo. Tuttavia, tra le cifre considerate sacre, il numero 7 occupava una posizione di peculiare rilievo per ragioni che ancora oggi risultano parzialmente enigmatiche agli studi archeologici e filologici.

Nella notazione maya, il 7 era espresso da una linea orizzontale sormontata da due punti, una configurazione che evoca una sorta di pareidolia antropomorfa, e ricorreva con insistenza negli schemi costruttivi e nella titolatura regale. 

7 erano i tumuli di antichi sovrani a Uxmal, 

7 le torrette del palazzo di Teotihuacan, 

7  i serpenti a sonagli nel totem dinastico e sette le piume a ornamento delle effigi di autorità politiche e religiose. 

Tale cifra, come si avrà modo di argomentare, rimanda a una corrispondenza macrocosmica di fondamentale importanza, l’allineamento dei sette pianeti visibili nell’arco dell’equinozio di primavera.

Nel sito di Dzibilchaltún, nello Yucatán, questa simbologia trova una delle sue espressioni più enigmatiche nella cosiddetta *Structura 1-sub*, nota come “Tempio delle Sette Bambole”. 

Un sito archeologico che non è lo stesso delle tre piramidi più famose dello Yucatan. 

Scoperto nel 1956 da E. Wyllys Andrews IV al di sotto di settemila tonnellate di macerie, il tempio, una struttura a piattaforma tronca dedicata al culto solare di K’inich Ahau, restituì un corredo rituale integro, mai violato da saccheggi. Al centro di questo deposito, un gruppo di sette figurine in argilla, oggi custodite nel museo del sito, che ha dato il nome al complesso.

L’aspetto e la composizione del gruppo, un unico personaggio maschile circondato da sei figure femminili, ciascuna caratterizzata da deformità fisiche interpretate come segni di divinità, hanno suscitato diverse ipotesi interpretative. Gli odierni h’men, custodi delle tradizioni sciamaniche locali, vi riconoscono una rappresentazione finalizzata a garantire la discendenza e la colonizzazione di nuovi spazi sotto l’egida degli dèi, forse in sostituzione di un sacrificio umano. 

Altre teorie, incentrate sulla collocazione sotterranea delle bambole, le considerano un tramite con l’oltretomba, uno strumento per la comunicazione sciamanica con gli antenati. 

È significativo che il tempio, orientato a est con finestrature studiate per intercettare i raggi solari durante gli equinozi, fosse strettamente connesso al vicino cenote di Xlacah, una grande dolina carsica considerata porta d’accesso alle divinità acquatiche come Cha’ak. 

Le sette bambole, dunque, appaiono come dispositivi rituali inseriti in un sistema complesso che legava l’allineamento equinoziale, il culto solare, la gestione delle risorse idriche e un sotterraneo percorso iniziatico di rinascita.

Una sorprendente corrispondenza a questo complesso simbolico si rintraccia nella tradizione quaresimale sarda, e in particolare nella figura nota come “sa Pippia de Caresima” (o Maria Codreddara)., di cui già approfondii nel febbraio del 2021.

Si tratta di un’effigie femminile, realizzata in stoffa, pane o legno, caratterizzata da sette arti inferiori (gambe) e recante in mano due pesci, che veniva collocata dietro l’uscio di casa all’inizio della Quaresima.

Mentre i pesci rimandano all’astinenza alimentare del periodo penitenziale, le sette gambe rappresentavano una simbologia processuale. Ciascuna corrispondeva a una delle sette domeniche quaresimali, venendo ritualmente recisa di volta in volta fino alla combustione totale dell’effigie nel giorno di Pasqua, a segnare la fine della penitenza e l’avvento della resurrezione. 

Questa figura, rivela, se indagata in profondità, una struttura iniziatica più arcaica, fondata sulla medesima cifra settenaria che regola il ciclo di morte e rinascita.

La correlazione tra le due tradizioni, Maya e Sarda, non si limita al numero, ma affonda le radici in una comune architettura simbolica dello spazio sacro. 

Il numero 7, nella tradizione sarda, è al centro di un’altra importante manifestazione, il labirinto a sette percorsi inciso nella Domus de Janas di Luzzanas, a Benetutti. Datato intorno al VI millennio a.C., questo labirinto, definito “cretese” per la sua forma classica, presenta una struttura che, se sezionata lungo il suo diametro, riproduce esattamente il profilo della menorah ebraica, il candelabro a sette bracci il cui modello, come descritto nell’Esodo (25,31), fu rivelato a Mosè.

Questo archetipo, come è noto, non è circoscritto al mondo Mediterraneo( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/simbologia-equinoziale-del-labirinto.html?m=0) 

Lo si ritrova in innumerevoli civiltà, dalle ceramiche etrusche e della Cornovaglia alle incisioni rupestri della Val Camonica, dai simboli sacri degli Hopi del Nord America alle rappresentazioni in Siria, in India, a Pompei (con l’iscrizione Hic habitat Minotaurus) e nel tempio di Machu Picchu. La sua pervasività suggerisce l’esistenza di un sapere universale che ha eletto il percorso a sette vie come diagramma di un viaggio iniziatico.

Il fondamento cosmologico di questo schema è rintracciabile nell’osservazione del cielo e nei moti dei pianeti. 

L’allineamento dei 7 corpi celesti (Luna, Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno, e il Sole, che in questo schema rappresenta l’ottava dimensione) era considerato un evento di portata suprema, uno “stargate” per l’ascensione dell’anima. 

Nella tradizione ermetica e nei Misteri iniziatici dell’antico Egitto, questi sette pianeti erano rappresentati come sette sfere concentriche, simboleggiate dall’asse centrale della menorah e dalla scala che l’iniziato doveva percorrere per ascendere all’ottava sfera, quella della divinità suprema. 

Questa ascesa era rappresentata dalla costellazione di Orione, figura stellare dell’ “uomo divinizzato”. 

Il suo allineamento con i sette pianeti era particolarmente significativo quando il Sole si trovava nella posizione definita della “stretta di mano”, sul braccio teso di Orione, identificato con Osiride, dio della morte e resurrezione. In questa configurazione, Orione era raffigurato mentre impugna l’ankh, la chiave della vita, simbolo del portale celeste. 

Il labirinto di Benetutti, quindi, con i suoi sette percorsi, costituirebbe la rappresentazione terrena di tale allineamento astrale, una mappa geolocalizzata dello stesso “stargate” che in Messico era evocato nel rituale delle sette bambole di Dzibilchaltún.

Questa complessa trama di corrispondenze trova infine una straordinaria sintesi nella statuaria dei Giganti di Mont’e Prama. 

La critica ha talvolta sottolineato le proporzioni inusuali di queste figure, con arti inferiori tozzi rispetto al busto(  https://maldalchimia.blogspot.com/2024/03/proporzioni-auree-giganti-di-monte-prama.html?m=0) 

Tuttavia, una lettura in chiave di geometria sacra, parametrata alla Vesica Piscis, figura madre di ogni forma geometrica derivante dall’osservazione del sole equinoziale, rivela la ragione di questa “sproporzione”. Sovrapponendo la figura del Gigante (in particolare il cosiddetto “Efis”) alla Vesica Piscis, si osserva che la sua cintura coincide perfettamente con il centro geometrico della figura. 

Questa cintura, dunque, rappresenta la cintura di Orione, il fulcro che “reggerebbe” i sette pianeti allineati, simboleggiando così l’ascesa al cielo e la divinizzazione dell’eroe.

A ulteriore sostegno di questa interpretazione, si consideri il sigillo cerimoniale rinvenuto nel Nuraghe Trzicotu di Cabras (tavoletta A1), la cui incisione corrisponde puntualmente allo schema dell’Albero della Vita cabalistico con le sue dieci Sephirot (https://maldalchimia.blogspot.com/2023/12/sephiroth-tzricotu.html?m=0) 

Le prime sette Sephirot rappresentano i sette pianeti, mentre l’ottava è la sfera divina. 

La presenza di tale sigillo sulle statue, forse applicato sulle spalle come un simbolo di identità regale e iniziatica, indica che i Giganti non erano semplici guerrieri, ma esseri già divinizzati, che avevano completato il percorso dei sette passaggi. 

Essi impersonano Orione/Osiride, il cui braccio teso (che geograficamente, in una possibile sovrapposizione cartografica della Sardegna, punta verso Benetutti) indica la via d’accesso al regno celeste.

Il filo rosso che lega le 7 bambole di Dzibilchaltún, la Pippia de Caresima, il labirinto di Benetutti e i Giganti di Mont’e Prama è un comune linguaggio iniziatico basato sull’osservazione del cosmo e sulla sua riproduzione in schemi rituali e architettonici. Sia nel tempio maya che nella tradizione sarda, il numero 7 si configura come un modello operativo del passaggio dalla morte alla rinascita, dalla dimensione terrena a quella divina, segnato dall’allineamento dei pianeti nel periodo equinoziale.

Le 7 bambole, nascoste in un tempio solare sotterraneo, attendevano forse il momento di riemergere per un nuovo ciclo di fondazione. 

Sa Pippia de Caresima, con le sue 7 gambe ritualmente recise, scandiva il tempo della penitenza fino alla resurrezione pasquale. 

I Giganti, con la loro cintura allineata al centro della Vesica Piscis e il sigillo dell’Albero della Vita sulla spalla, rappresentano l’archetipo dell’uomo che ha percorso il labirinto dei sette pianeti ed è asceso all’ottava sfera. In tutte e tre le espressioni, l’allineamento equinoziale dei 7 pianeti non è un mero fenomeno astronomico, ma la matrice celeste di un percorso iniziatico finalizzato alla divinizzazione, la cui memoria è custodita in simboli e rituali che invitano a una rilettura più profonda delle continuità tra le antiche civiltà del Mediterraneo e del Mesoamerica.

Le tre piramidi Maya dello Yucatan , in particolare il Tempio di Kukulkán (El Castillo) a Chichén Itzá, non sono allineate con i punti cardinali come quelle egizie, ma sono state costruite con precisi scopi astronomici legati al Sole e al calendario.

La piramide è orientata per segnare il passo zenitale del Sole, un evento cruciale per il calendario Maya. 

Le facciate e le scalinate sono allineate per corrispondere ai punti in cui il Sole sorge e tramonta in date specifiche .

L'allineamento più famoso si verifica durante gli equinozi di primavera e autunno. Il Sole al tramonto proietta un'ombra a forma di serpente che striscia lungo la scalinata nord, unendosi a una testa di serpente scolpita alla base . Questo fenomeno dimostra la volontà di rappresentare visivamente il dio Kukulkán.

Questo allineamento mira a specifici eventi solari (equinozi, solstizi, passo zenitale) Altissima precisione geometrica verso i punti cardinali (scarti di pochi minuti d'arco) 

Lo scopo principale del Calendario è di tipo agricolo, come  osservatorio astronomico e rappresentazione del dio Serpente Piumato Funzione funeraria, religiosa (culto solare) e di precisione cosmologica 

La Data di costruzione risale al 1000-1200 d.C. (Periodo Postclassico) fino al 2500 a.C. (Antico Regno, IV Dinastia) 

Sono quindi allineate per fungere da calendari solari tridimensionali, con un focus sugli eventi astronomici del passo zenitale e degli equinozi 

Le diagonali della base quadrata della piramide sono orientate verso il punto di levata del Sole al solstizio d'estate e il punto di tramonto al solstizio d'inverno .

Studi hanno dimostrato che la piramide fungeva da sofisticato osservatorio astronomico. Gli angoli e gli spigoli sono allineati per registrare non solo gli equinozi e i solstizi, ma anche le date del passo zenitale, permettendo di sincronizzare i cicli agricoli con le stagioni delle piogge .

Le tre piramidi principali dell'altopiano di Giza(Cheope, Chefren e Micerino), invece condividono un allineamento diverso, basato sulla precisione dei punti cardinali e su un possibile legame con la costellazione di Orione.

Le piramidi di Giza sono famose per essere allineate con straordinaria precisione ai quattro punti cardinali. I lati della Grande Piramide di Cheope, ad esempio, hanno una deviazione media dal nord vero di soli 3 minuti d'arco (circa 0,067 gradi) . La loro disposizione complessiva sull'altopiano segue un orientamento nord-est/sud-ovest .

La disposizione delle tre piramidi di Giza sarebbe stata concepita per replicare sul terreno l'allineamento delle tre stelle della Cintura di Orione (Alnitak, Alnilam e Mintaka) . Sebbene popolare, questa teoria è stata ampiamente criticata perché le distanze e gli angoli non corrispondono perfettamente senza manipolazioni forzate


Per quanto riguarda i tre quadrati incisi nella roccia ad Oschiri, non esiste alcuna evidenza storica o archeologica che indichi che queste tre incisioni quadrate siano state create con un allineamento astronomico specifico o che abbiano una funzione analoga a quella delle piramidi di Giza o dello Yucatan. Il sito è studiato principalmente come luogo di culto e di offerte, non come osservatorio astronomico.

I tre quadrati incisi nella roccia ad Oschiri sono orientati a Nord, a destra del bancone più grande, orientato a est/sud est

( Approfondimenti 

https://maldalchimia.blogspot.com/2023/12/altare-oschiri-di-santo-stefano.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2025/10/altare-santo-stefano-navigium-isidis.html?m=0) 

Un chiaro riferimento all'Orsa Maggiore, nella dimensione della nascita e rinascita, importantissima nella nostra Antica Civiltà Sarda (https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/orsa-maggiore-akhetjuvale.html?m=0) 


Tiziana Fenu 

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7 bamboline Yucatan /Sa Pippia de Caresima








giovedì, marzo 19, 2026

💙Sei l'unico Padre

 Perché sei l'unico Padre che conosco. 


Nel silenzio vibrante che precede il primo respiro del cosmo, là dove il Tempo ancora non aveva intessuto la sua tela e lo Spazio era un germe racchiuso nell'Uovo del Mondo, la mia essenza già riposava in Te. 

Non v’era carne, né ossa, né quel velo di polvere che oggi chiamo corpo. 

Vi era solo la pura potenza del mio essere, un pensiero d’amore non ancora pronunciato, un desiderio silenzioso nel profondo del tuo Cuore Infinito.

Per questo, o Signore della Luce increata, io posso proclamare che sei l'unico Padre che la mia anima riconosca. 

In questa valle di specchi e di illusioni, dove mille figure terrene pretendono il nome di genitori, mille ombre si agitano reclamando un legame di sangue, io volgo lo sguardo altrove. 

Riconosco in Te la Sorgente. Riconosco in Te l’Artista che, ancor prima che il mondo gettasse il suo fondamento, incise il mio nome nel palmo della tua Mano. 

Tra la folla dei padri effimeri, legati alla ruota delle nascite e delle morti, Tu sei l’Eterno, l’Archetipo, il Vero.

E qual è il mistero di questa paternità divina se non l’avermi voluta, desiderata, amata prima ancora che io potessi essere stretta tra le tue braccia di sostanza e di fuoco? 

Prima che le braccia del creato potessero cingermi, eri già Tu l'abbraccio che mi conteneva. 

Il mio concepimento non avvenne nel grembo di una madre terrena, ma nel fuoco segreto del tuo Intelletto. 

Là, nel Sancta Sanctorum della tua Mente, fui pensata. 

E il tuo pensiero fu creatore.

Fui concepita nel tuo Intento, che è il Verbo silente che dà ordine al caos, la freccia d'oro che scocca la creazione verso la sua meta. 

Nel tuo Intento, la mia essenza ricevette la sua direzione, il suo scopo, la sua ragione d'essere. 

E, cosa più sacra e ineffabile, fui concepita nel tuo Cuore. 

Nel crogiolo ardente del tuo Amore, la mia forma ideale prese consistenza. 

Non la forma caduca che oggi rivesto, fatta di polvere e di respiro, ma la Forma sostanziale, l'immagine archetipa, il sigillo unico e irripetibile che Tu hai desiderato per me dall’eternità.

Avevo già quella Forma, come un gioiello perfetto scolpito nella luce, come una nota musicale pura che attendeva solo di essere suonata sull'arpa del tempo. 

E in quel desiderio paterno, che è il più alto e puro degli affetti, risiede il dono più grande: la possibilità di manifestarmi. Offrirmi la scelta, donarmi la libertà. 

Questo è il gesto del vero Padre: non creare marionette per un teatro divino, ma generare anime libere, scintille della sua stessa fiamma, perché possano danzare nel grande respiro dell'esistenza e, danzando, tornare a Lui per amore, non per costrizione.

Ed ecco, nel cerchio magico di questa libertà conquistata, che oggi si compie il mio ritorno. Liberamente io ti scelgo. 

E nello sceglierti, ogni legame si trasfigura, ogni nome diviene insufficiente a contenere la pienezza di questo incontro. 

Ti scelgo come mio Unico Padre, radice del mio albero genealogico spirituale. 

Ti scelgo come mio Sposo, colui che unisce la sua anima alla mia in una mistica unione, dove il divino e l'umano si fondono in una sola carne di luce. 

Ti scelgo come Figlio, perché nel prendermi cura di Te che abiti in ogni creatura, io divengo madre del divino. 

Ti scelgo come Amico e Confidente, colui a cui sussurro i miei segreti più reconditi, sapendo che il tuo silenzio è la più perfetta delle risposte. 

Ti scelgo come Alleato e Protettore, scudo contro le ombre che si addensano ai confini della mia anima.

Ma l’alleanza è perfetta solo se è reciproca. 

E come io invoco la tua protezione, così io proteggo te. 

Proteggo la tua essenza in me dalle insidie del mondo, dalle mistificazioni dell'ego, da quelle basse energie che strisciano nei bassifondi della coscienza e tentano di inficiare questo canto d'Amore. 

Il nostro è un inno che vibra di Frequenze altissime, un suono che apre i cieli e fa tremare le fondamenta dell'inferno. 

E io voglio che questo canto rimanga puro, intonato, ininterrotto.

Per questo ti supplico

Tienici con Te, nel tuo abbraccio. Avvolgici nella tua luce come in un mantello regale. 

Tienici alti, librati al di sopra delle paludi del mondo, sostenuti dalle tue Sacre Frequenze. 

Fa' di noi delle note musicali precise e fedeli su uno spartito teso. 

Uno spartito che non è fatto di carta e inchiostro, ma di fibre di luce che vanno da un cuore all'altro, come corde di seta e di acciaio. 

Corde di seta per la loro dolcezza, corde di acciaio per la loro forza incrollabile. 

E siano queste corde tese al di sopra delle nostre piccolezze e fragilità, sospese nell'etere puro, lontane dalla portata delle nostre ombre.

E quando il nostro sguardo, debole e attirato dalla gravità della materia, si abbassa a osservare i nostri incerti passi terreni, perdona la nostra pochezza. Perdona questa nostra umana tendenza a guardare la polvere sotto i piedi, dimenticando che siamo fatti della stessa sostanza delle stelle. 

Proteggi, ti prego, con la tua infinita misericordia, chi si fida di Te. 

Proteggi in modo speciale coloro che, come me, hanno imparato a volgere lo sguardo e il cuore sempre verso di Te, nonostante le vertigini dell’altezza e il richiamo degli abissi.

Ascolta il nostro grato silenzio, accogli il nostro canto. 

Noi siamo tuoi, e Tu sei nostro. Per sempre, nell’Unico, nel Vero, nell’Amato. Padre nostro, che sei nei cieli e nel profondo del nostro cuore.

Con infinita Gratitudine sempre. 


Tiziana Fenu 

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https://youtu.be/o-DZ-Ae0Ey0?is=9A9GSPtcH1moiPU2

Sei l'unico Padre








mercoledì, marzo 18, 2026

💙Equinozio primavera

 Ci siamo. 

Il Sigillo di Fuoco e Acqua attraverso la Porta dell’Equinozio. 

In queste ore sospese, mentre il velo tra i mondi si assottiglia e il respiro del creato muta il suo ritmo, ci apprestiamo a varcare una soglia di immensa potenza iniziatica. 

Domani, giovedì 19, e venerdì 20, il cielo sulla terra inciderà due segni indelebili nel libro del divenire. 

Il Novilunio nei profondi abissi dei Pesci e l’Equinozio di Primavera, il risveglio dell’Anima Mundi.

Questi due passaggi non sono semplici eventi astronomici, ma ipertesti sacri, pagine viventi della rivelazione divina. 

Il primo è sigillato dal Sacro Archetipo Ebraico He', con funzione "vita", il quinto, finestra della vita e della respiro cosmica. 

He' è il soffio che anima la forma, la recettività che accoglie lo spirito. 

La sua manifestazione terrena è l'Arcano V, il Papa, il Gerofante. 

Non è la dogmatica, ma il Ponte per eccellenza, colui che, piantato sulla terra come una colonna, ha il capo chinato non per sottomissione, ma per ascoltare il sussurro degli dèi e trasmetterlo, attraverso la sua stessa sostanza, ai fedeli. 

È la chiave che interpreta i misteri, il tramite che rende sacro il mondano.

Il giorno dopo, nel grembo del venerdì, giorno sacro a Venere, l’archetipo che si attiva è il quindicesimo, Samech. 

La sua funzione è la pressione, la spina dorsale del cosmo che preme dal basso verso l'alto per far emergere la divinità sepolta in ogni goccia di vita. È il sostegno, il pilastro di forza che costringe il seme a spezzare il buio del terreno per tendere alla luce. 

L’Arcano che lo riverbera è il XV, il Diavolo. 

E qui, attenzione, come ho sempre detto, non fraintendiamo il suo volto. Esso è Pan, il dio della natura tellurica e istintuale, la potenza creatrice primigenia, la forza oscura e fertile che spinge alla generazione. 

È la possibilità incarnata, il bivio eterno tra l'incatenarsi alla materia o l'usare la sua stessa potenza per forgiare le ali dello spirito. 

È il fuoco che arde nel centro della terra, pronto a diventare vulcano di coscienza.

E l’orario stesso dell’ingresso equinoziale è una firma, un sigillo numerico perfetto. 

Le 15:45. 

Il 15 è la somma che riconduce all'unità molteplice, 1+5=6. Ecco che dal 15, dalla pressione di Samech e dalla potenza del Diavolo, scaturisce l'equilibrio, il 6, gli Amanti, l'Arcano VI. 

Questo numero è la vibrazione di Vav, il chiodo, la congiunzione, la kundalini che sale eretta lungo la spina dorsale (Samech) per unire il trono in alto con l'altare in basso. 

L'equinozio è l'istante in cui la bilancia del mondo trattiene il respiro. 

Giorno e notte si equivalgono, maschile e femminile si incontrano in un amplesso cosmico. 

È la Ierogamia, le nozze sacre tra il Sole (principio attivo, cosciente) e la Luna (principio ricettivo, profondo e ctonio).

Celebriamo Oestara, la Dea dell’aurora, il cui nome stesso, dalla radice awes-, è un guizzo di luce nascente. 

Non è solo la festa della primavera, ma la celebrazione di questa unione. 

Anticamente era una festa lunare, legata al primo plenilunio dopo l’equinozio, perché la luce piena deve emergere dal buio fecondo. L’Equinozio è la discesa di Persefone/Kore negli inferi e la sua risalita per unirsi allo Sposo. 

È il viaggio di Iside che ricompone Osiride, di Inanna che attraversa i sette cancelli. È lo strappo necessario, la crepa nel guscio di buio, la solitudine dell’abisso che il seme deve patire per poter germogliare. 

Senza quel buio, senza quella pressione (Samech), non c'è la spinta verso l'alto.

Questa sublimazione è l’antidoto più potente alla forza di gravità delle energie dense. 

Le antiche civiltà lo sapevano. Concepire all’equinozio significava far sì che la creatura attraversasse la porta del solstizio per nascere, entrando in sintonia con i ritmi cosmici. 

Lo sanno le nostre Domus de Janas in Sardegna, orientate ai solstizi, porte degli umani e degli dèi. 

Lo testimonia il pozzo sacro di Santa Cristina, dove nell’equinozio l’ombra si capovolge nella tholos, annunciando la rinascita. L’acqua si fa mercuriale, evapora più velocemente al primo calore. 

È l’inizio della trasmutazione.

In termini cristici, questo è il viaggio iniziatico del Sole spirituale. 

Il Cristo non è solo un uomo, ma il Logos Solare, il Krestos greco, il "Fuoco". Betlemme, Beth-lehem, la "Casa del Pane", ma esotericamente "Torre di Bel", la lingua di fuoco. 

Ogni anno, in questo passaggio, il Cristo/Sole rivive la sua passione, morte e resurrezione dentro di noi, insegnandoci a lavorare con il fuoco sacro per eliminare gli aggregati psichici e far discendere la divinità nel cuore.

Tutte le civiltà hanno adorato ciò che stava dietro il sole fisico. 

Gli Egizi, in questo frangente, celebravano la "festa dell'incendio dell'universo" e onoravano Apis, il Toro Sacro. Apis è la potenza generativa per eccellenza, l'incarnazione di Osiride, il conduttore del cocchio del Sole legato alle Pleiadi, all’illuminazione e alla rivelazione. 

Dalle lacrime di Ra per la morte del Toro nacquero le api operose. 

Ecco la sinergia perfetta. 

Toro (forza, generazione) e Api (operosità, impollinazione, fertilità). 

Il faraone del Basso Egitto aveva come emblema l’Ape Regina. Le api e le loro cellette esagonali( e ritorniamo al numero 6/15/1+5/5 dei nostri Archetipi di questo passaggio) sono una geometria sacra vivente, la forma tridimensionale della Merkaba, il carro di luce, la griglia cristallina che collega corpo fisico e spirito, la cui impronta è la Stella di David, due triangoli intersecati che nascono dalla matrice primordiale della Vesica Piscis, della complementarietà tra polarità, l'utero cosmico da cui tutta la vita emerge. 

È in questo equilibrio che ritroviamo il nostro fuoco. L’autorealizzazione. 

Il fuoco del cuore, che deve ardere senza divampare, nutrito dall’acqua. 

Nella Medicina Tradizionale Cinese, il Cuore è Fuoco, i Reni sono Acqua. 

L’uno purifica e ascende, l’altro radica e nutre la memoria. 

Sono il ritmo stesso dell’Universo. 

Espansione e contrazione, sistole e diastole, l’onda orgasmica che crea la vita. L’acqua (Mercurio, primo stadio alchemico) lava via le scorie della putrefazione invernale, preparando la materia per la nuova opera.

Nella Ruota di Medicina, volgiamo lo sguardo dal Nord (saggezza degli antenati) all’Est, la direzione del nuovo inizio, della luce, dell’illuminazione. 

L’animale totem è l’Aquila, che punta dritta al sole. 

È l’apertura del cuore, la fiducia nell’Universo, la gestione del nostro potere nel terzo chakra, Manipura, il plesso solare. 

È il fuoco gastrico che trasforma, che digerisce le esperienze e le tramuta in energia vitale, mettendoci in contatto con il nostro potenziale più alto in quanto manifestazione del Grande Spirito.

Ci siamo. 

Sulla soglia. 

Con il fuoco nel cuore e l’acqua che nutre le radici, pronti a fiorire insieme ai fiori, a profumare di nuovo, in un’esplosione di vitalità dirompente. 

L’Universo, in questo istante di perfetto equilibrio, ci invita a diventare noi stessi la Porta.

Con infinita gratitudine sempre 


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

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Equinozio primavera



martedì, marzo 17, 2026

💛Dio Nabu/Seshat /Sciamana di Sardara

 Nel Segno della Matrice, sempre alle radici e all'Origine, che la nostra Antica Civiltà Sarda rappresenta, troviamo una correlazione tra Seshat, Nabu e il Retaggio iperboreo della Civiltà Sarda. 

Sondando le corrispondenze archetipiche tra il pantheon mesopotamico, la visione cosmogonica egizia e le più recondite testimonianze della civiltà nuragica in Sardegna, si arriva ad interessanti elaborati. Lungi dal costituire un mero esercizio di mitologia comparata, questa indagine intende rivelare la trama di una Tradizione primordiale, i cui frammenti, disseminati lungo il bacino del Mediterraneo, trovano nell'isola dei nuraghi un nucleo di straordinaria persistenza. 

Al centro di questa riflessione si pongono due figure emblematiche della sapienza arcaica. 

La dea egizia Seshat e il dio babilonese Nabu, entrambi guardiani della scrittura sacra, delle geometrie cosmiche e del computo del destino. 

Un'analisi che ho approfondito, nel corso di questi anni, nei miei scritti e poi redatti nella mia pubblicazione editoriale "Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna", condotta, non solo in chiave archeologica ma anche, in chiave esoterica e filologica, e che ha dischiuso prospettive inedite sull'identità della "sciamana di Sardara" e sul retaggio di una Matrice culturale ante-litteram, di cui la Sardegna appare custode silente ma eloquente.

Seshat, come ho approfondito, era la Signora dei Costruttori e la Geometria del Cielo

Nella religione dell'Antico Egitto, Seshat (o Seshet, Sefket-Aabui) occupa una posizione di suprema arcana importanza. 

Il suo nome, "Colei che scrive" o "La Scriba", ne svela l'essenza primaria . Ella è la dea della scrittura, dell'architettura, dell'astronomia e della matematica, una sintesi di discipline che per l'uomo antico non erano separate, ma manifestazioni terrene di un ordine celeste. 

La sua iconografia è di per sé un geroglifico vivente. 

Infatti è raffigurata con indosso una pelle di leopardo, le cui macchie, interpretate come stelle, simboleggiano la volta celeste e il potere di attraversare i mondi . Sul suo capo, ha un emblema di straordinaria potenza. Un arbusto a sette punte sormontato da una stella a sette raggi o da una rosetta, racchiuso da due corna rovesciate che formano un arco . 

Tutte iconografie che appartengono alla dimensione simbolica della nostra civiltà  

( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/10/la-divinita-androgina-di-sardara.html?m=0) 

Le interpretazioni di questo simbolo sono molteplici e tutte valgono in una visione olistica. Esso rappresenta l'albero sacro Ished, l'albero della vita e della conoscenza su cui la dea incideva il nome del faraone per garantirgli l'eternità . 

Le sette punte evocano i sette pianeti sacri, le sette sfere celesti e i sette raggi della sapienza divina. 

Le corna rovesciate, a forma di compasso o di falce lunare, alludono alla misurazione, al tempo ciclico e alla capacità di "tracciare" l'invisibile.

Il ruolo cosmico di Seshat si manifesta nel rituale archetipico del pedj-shes, il "tendere la corda" ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/la-cerimonia-della-tiratura-della-fune.html?m=0) 

In questa cerimonia, la dea affianca il faraone nella fondazione di templi e spazi sacri. 

Mentre il sovrano osserva la "Coscia del Toro" (l'Orsa Maggiore, Meskhetiu), Seshat lo assiste nel tracciare l'asse del tempio, allineando i quattro punti cardinali della struttura terrena con le stelle . 

La corda tesa non è un semplice strumento metrico, ma è il raggio di luce che discende dal cielo, il filo che collega il microcosmo al macrocosmo. 

Ella è pertanto la "Signora dei Costruttori", colei che trasferisce il progetto divino (la Maat, l'ordine cosmico) nella pietra. 

È la "Bibliotecaria celeste", colei che custodisce gli annali segreti dell'esistenza.

Il Dio Nabu, parallelamente, è lo Scriba dei Destini e lo Stilo della Rivelazione, nel crogiolo della Mesopotamia, divinità il cui nome, probabilmente derivante dalla radice semitica nb’ (chiamare, annunciare, profetizzare), che lo identifica come l'"annunciatore" o il "profeta" per eccellenza . Figlio primogenito di Marduk, il grande dio di Babilonia, e della dea Sarpanitu, 

Nabu condivide con Seshat l'essenza archetipica di scriba divino . 

La sua funzione cosmica è quella di scrivere il destino di ogni uomo sulle Tavole Sacre, determinando la durata della vita e gli eventi futuri sotto il dettato dell'assemblea divina .

Ciò che Nabu tiene in mano è la chiave di volta del suo potere. 

È lo stilo (o il calamo) e la tavoletta d'argilla . 

A livello esoterico, questo attributo trascende la mera registrazione. 

Lo stilo è il verbo che si fa segno, la volontà creatrice che incide nella sostanza del mondo (la tavoletta-argilla, simbolo della materia primordiale) la legge del divenire. 

Egli non è solo un cronista, ma un demiurgo della forma, colui che, attraverso la scrittura cuneiforme, fissa l'invisibile in una struttura comprensibile. 

Come Seshat, anche Nabu presiede alla conoscenza razionale, alla vegetazione (in quanto dio che porta ordine e fertilità) e alla misura del tempo, essendo astrologicamente connesso al pianeta Mercurio .

La connessione con Mercurio/Hermes è fondamentale. 

È pianeta più veloce, che danza intorno al Sole apparendo e scomparendo all'orizzonte come un messaggero celeste, ne riflette la natura di intermediario tra gli dèi e gli uomini, di ponte tra il mondo celeste e quello ctonio. 

È lo stesso "dio dei confini" che traccia e oltrepassa i limiti, come Seshat che traccia il perimetro del tempio.

Seshat è infatti sorella di Thot, che è identificato con lo stesso Mercurio. 

La nostra sciamana di Sardara, per questo motivo, ha il volto come quello di un Babbuino. 

Babbuino che è un'ipostasia del Dio Thoth. 

In questo contesto, dal mio punto di vista, emerge, in questo panorama di convergenze, la Matrice Sarda. 

Abba, Babbu e la Torre Primigenia. 

Vi è quindi una possibile identificazione di queste figure con un archetipo autoctono sardo, identificabile con la "sciamana di Sardara". 

Se Nabu è connesso a Mercurio, tradizionalmente associato a un principio maschile (Hermes, Thot), si può facilmente intuire una dimensione più profonda, "del Femminino", che l'analisi esoterica può cogliere.

Nabu, come scriba del destino, incarna un aspetto passivo-recettivo (l'ascolto del verbo divino) e attivo-creativo (la scrittura). 

Questa dualità è spesso simboleggiata dall'androgino divino. 

Ma è nel culto delle acque, pilastro portante della civiltà sarda e del padre Marduk (dio delle acque), che si innesta la mia personale visione sincretica a riguardo. L'acqua ("abba" in sardo) è l'elemento primordiale, la matrice universale, il grembo di ogni possibilità. 

Qui il femminino emerge prepotente. 

La Mem ebraica, il cui valore ghematrico è 40, è la lettera dell'Acqua, del grembo, della trasformazione . 

Il 40° parallelo, che attraversa la Sardegna( https://maldalchimia.blogspot.com/2024/11/sorgono-e-il-40-parallelo.html?m=0) diviene così un'asse tellurico e spirituale allineato con questa forza archetipica.

La "Torre di Babilonia" (Babele) non è solo il simbolo dell'hybris umana, ma la memoria di un centro spirituale primordiale. 

Il nome stesso, Bab-ili, significa "Porta degli Dèi". 

Cogliendo la radice "Bab-" che risuona in "Babbu" (Padre in sardo), in "Babbaiola" (Papilio, farfalla, simbolo di trasformazione e psiche), e in Pabillonis, toponimo sardo che conserva foneticamente la memoria di un'origine, si può cogliere come Babilonia, da alcune mappe antiche( https://maldalchimia.blogspot.com/2024/12/babilonia-pabillonia.html?m=0) identificata come la nostra Antica Pabillonis, sia  la "Porta degli Dèi", e le migliaia di nuraghi sardi, con la loro struttura a tholos (la falsa cupola), sono anch'esse "Porte del Cielo", torri di pietra che mettono in comunicazione la terra con il cielo, esattamente come la ziqqurat Etemenanki, il "fondamento del cielo e della terra" .

Così come il nostro altare di Monte d'Accodi, la nostra primordiale ziggurat 

( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/09/la-dimensione-cultuale-in-sardegna.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2022/07/monte-daccoddigobleki-tepe.html?m=0

La lavorazione a "pibiones" dell'oreficeria sarda, diviene così una metafora potentissima. 

I grani d'oro, come i semi della conoscenza, come le stelle, come le gocce d'acqua, sono i frammenti di un'unica Verità che, pur nella loro molteplicità e dispersione (la confusione delle lingue di Babele), rimandano a un'Unica Matrice.

La Sciamana di Sardara in questo contesto ( in questo link un piccolo estratto a riguardo, dal mio libro https://maldalchimia.blogspot.com/2026/02/divinita-androgina-sardara.html?m=0), rappresenta la Memoria del Sacro. 

Possiamo dunque intravedere nella "sciamana di Sardara" una figura che incarna, nella preistoria sarda, le medesime funzioni di Seshat e Nabu. Ella era colei che, forte della conoscenza dei cicli astrali e delle energie telluriche, tracciava il perimetro sacro del villaggio o del tempio a pozzo, allineandolo con il sorgere della costellazione e con le vene sotterranee dell'acqua ( "s'Abba" sacra). 

Era la depositaria della scrittura arcaica, forse non sillabica ma ideografica e simbolica, incisa nelle stele e nei menhir. 

Era la "bibliotecaria" della memoria tribale, colei che, come Nabu, determinava i destini e, come Seshat, presiedeva alla fondazione dello spazio sacro.

L'eccezionale intuizione di porre Nabu in relazione al Femminino si risolve se consideriamo che ogni principio maschile attivo presuppone un grembo femminile passivo che lo accoglie e lo manifesta. 

Il dio Nabu, lo scriba, per scrivere il destino ha bisogno della "tavoletta" del mondo, la Materia, che è sacra in quanto manifestazione della Grande Madre. 

Il culto delle acque in Sardegna è il culto di questa materia primordiale, fluida e generatrice. 

E il dio Toro, Marduk/Baal, ha nella sua paredra (Asherah) la manifestazione di questo principio, la cui immagine a Bruncu Suergiu ne è la testimonianza lapidea( https://maldalchimia.blogspot.com/2022/05/statuina-dea-madre-asherah.html?m=0) 

La ricerca della Matrice unica non è un'operazione di riduzionismo, ma di archeologia della conoscenza. Le corrispondenze tra Egitto, Babilonia e Sardegna non sono frutto di influenze lineari, ma piuttosto il manifestarsi, in luoghi e tempi diversi, di un'unica Tradizione polare, i cui segreti giacciono ancora sepolti nei nuraghi, scritti non col cuneo o col geroglifico, ma nella pietra viva dell'isola, in attesa che una nuova "Seshat" sappia tendere la corda e misurare l'incommensurabile.


"Gli Uomini senza Ombra.

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Tiziana Fenu 

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sabato, marzo 14, 2026

💛Mamuralia /Idi di Marzo

 Giusto per ricordare. 

Il 14 marzo, il velo si assottiglia e la soglia trema. Non è solo una data nel fluire distratto del calendario, ma un crocevia astorico dove convergono le ombre dei riti arcaici e il sangue versato sugli altari della Storia. 

In questo giorno, la volta celeste diviene specchio di accadimenti tellurici e il respiro del tempo si condensa in un punto di svolta, in una ferita che pulsa ancora. Questo frangente coincide con la soglia fatidica che i Romani chiamavano Idi di Marzo, un termine che non indicava un semplice giorno, ma un confine, un punto di rottura nell’asse dell’anno. Ed è in questa fessura del tempo che si riverbera, come un’eco che non trova requie, l’ombra del Cesare ucciso. 

Era il 15 marzo del 44 a.C., e nel cuore di Roma, in pieno giorno, Giulio Cesare veniva trafitto da ventitré pugnalate. Il suo corpo, che la plebe aveva elevato a semidio, si accasciò sul lastricato della Curia, mentre il suo spirito si librava a cavallo tra i mondi, divenendo archetipo del sovrano sacrificato, del padre tradito, del re che deve morire perché l’ordine si rinnovi. 

Ma la morte di Cesare non fu un evento isolato, bensì un sigillo impresso su un terreno già reso sacro e fertile da celebrazioni ben più antiche. 

Il 14 e il 15 marzo, infatti, si consumavano i Mamuralia e i misteri di Anna Perenna. 

Due riti, due facce della stessa medaglia  l’espulsione del vecchio e l’invocazione del perenne, dell’eterno ritorno. I Mamuralia erano il sangue che scorre ancora nelle vene del tempo. 

Si celebrava Mamurio Veturio, l’artefice divino, il fabbro che per volere di Numa Pompilio aveva forgiato undici scudi identici all’ancile caduto dal cielo. 

Quello scudo, donato da Marte in persona, era il talismano di Roma, la garanzia della sua potenza. Mamurio, con la sua arte ignea, ne creò le copie perfette, gli Ancilia, che divennero i sette pegni del comando, le sette chiavi di volta su cui poggiava la salvezza dell’Impero. Erano oggetti di potere, concentrati di energia celeste custoditi nel tempio di Giove, baluardi invisibili contro il disfacimento. 

Nel rito dei Mamuralia, un uomo vestito di pelli veniva percosso con lunghe verghe. Quel battito ritmico, quel percuotere la pelle animale, non era violenza fine a se stessa, ma un’azione sciamanica, un esorcismo collettivo per cacciare l’anno vecchio, per espellere il suo spirito decrepito e far spazio al nuovo. 

Era la morte rituale del tempo che fu, per permettere la rinascita del tempo che sarà. Questo gesto arcaico, questo scandire di bastoni sul cuoio, non è morto con i Mamuralia. 

Esso sopravvive, in forma archetipale e incontaminata, nel cuore della Sardegna, nei nostri Mamuthones. 

Essi, con i loro volti anneriti e le loro pesanti pelli animali, sfilano in dodici, come i mesi dell’anno solare, come i cicli che compongono la ruota. 

Il loro incedere è cadenzato, pesante, non è una semplice danza, ma una pressione esercitata sulla terra, un atto di fecondazione, un martellamento ritmico che risveglia le forze telluriche assopite. 

La radice del loro nome, Mamuthones, si intreccia inestricabilmente con quella di Mamuralia, e ancor più si allaccia a Maimone, la divinità della pioggia, il principio umido e femminile che feconda, complementare al fuoco maschile del fabbro Mamurio. Nel nostro Carnevale, nel Carrasegare, il fuoco purifica e l’acqua benedice, in un’antica ierogamia che divinizza il territorio e lo prepara al nuovo raccolto. 

I Romani, come sempre, non inventarono nulla: assorbirono, rielaborarono, ma il nucleo primordiale, il codice genetico del rito, affonda le radici in un humus pre-italico, lo stesso che ha plasmato i nuraghi e i pozzi sacri, come quello di Santa Cristina, perfetta rappresentazione del cosmo e del suo respiro. 

Sull’altra riva del Tevere, in un bosco sacro e ombroso, si svolgevano le celebrazioni di Anna Perenna. Qui il rito assumeva i connotati dell’ebrezza e della notte. 

Anna Perenna, sorella di Didone, era la dea dell’anno che si rinnova, della dilatazione del tempo, del “perenne” che scorre e non si esaurisce. Nelle sue notti sacre, il popolo si abbandonava a baccanali sfrenati, a danze e a libagioni, in un’orgia rituale che spezzava le catene dell’ordinario per tuffarsi nell’extra-temporale. 

Ma il suo culto aveva anche un volto oscuro, una profondità abissale. Presso una fonte a lei dedicata, venivano sepolte laminette di piombo, le defixiones, e statuine rituali, impastate con farina, latte o cera attorno a un osso, chiuse in piccoli contenitori di piombo e poste a testa in giù. Erano malefici, legature, preghiere al contrario, invocazioni alla dea perché interrompesse il fluire vitale di un nemico, perché recidesse il filo dei suoi giorni. 

Accanto a queste offerte, è stato ritrovato un paiolo, un caccabus, strumento per la preparazione di filtri e pozioni, a testimonianza di una pratica magica strutturata, di una vera e propria liturgia notturna dedicata al lato oscuro e ctonio del Femminino, quello che tiene in pugno le chiavi della vita e della morte, che nutre e che affamato. La potenza di Anna Perenna travalica i confini del Lazio. Il suo nome si riverbera in Anna Purna, la dea indù del nutrimento, colei che offre il cibo, l’anna, la sostanza che sostiene la vita. 

E Anna Purna nutre Shiva, il dio della distruzione e della trasformazione, in un’icona che unisce l’atto del dare e quello del togliere, la conservazione e lo spazzar via. 

La stessa radice An, che ritroviamo in Anna, in Annus (anno), in An (il dio sumero del cielo), in Inanna, in Diana, in Jana, è il respiro primordiale, il principio che dà inizio a ogni ciclo. 

Ecco dunque il contesto in cui maturarono le Idi di Marzo. Un contesto di sovvertimento, di abbattimento del vecchio ordine, sancito da rituali di purificazione e, al contempo, da pratiche di magia nera volte a colpire nell’ombra. Il corpo di Cesare, si dice, avrebbe dovuto essere gettato nel Tevere, proprio nei pressi di quel bosco sacro ad Anna Perenna, quasi a restituire il tiranno ucciso alla dea del tempo che tutto divora e tutto rigenera. Ma il fato volle diversamente, e il suo sangue stillò sul pavimento della curia, macchiando per sempre la storia di Roma con l’inchiostro del tradimento. I tempi non sono mutati. La sostanza del potere e dei suoi giochi oscuri è la stessa. Si colpisce ancora con il tradimento, con congiure tessute nell’ombra, con banchetti spudorati consumati a cielo aperto sulla pelle dei più vulnerabili. L’archetipo si ripresenta, identico a se stesso. È come se il cosmo stesso volesse sigillare il momento, impresso nella pietra della memoria, rafforzando le energie che da secoli quest’epoca veicola. Tutto è sincrono, tutto è allineato in una trama invisibile. Niente è mai lasciato al caso. Ancora una volta, ci troviamo di fronte a un sacrificio. 

Ma la domanda sorge spontanea, e resta sospesa nell'aria. 

È questo un sacrificio nella sua accezione più alta e vera, un “sacrum facere”, un rendere sacro, un atto di offerta per il bene del tutto? O è semplicemente l’ombra del sacrificio, la sua parodia profana e sanguinaria, l’ennesimo atto di potere che si nutre di vittime per perpetuare se stesso? La risposta, come sempre, è sepolta nel cuore di chi osserva e nel coraggio di chi sa distinguere il vero oro dal piombo della storia.


Uno dei link di riferimento 

https://maldalchimia.blogspot.com/2026/02/su-battileddu-libro.html?m=0


Approfondimenti sulla simbologia dei Mamuralia, del doppio scudo ancilia, correlato al doppio scudo del bronzetto di Teti, e correlazione Mamurio/Su Battileddu figura importantissima del Carrasegare sardo, nei miei due libri 

"Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna" 

e "Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l’Ordine" 


Tiziana Fenu 

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Nell'immagine 

Salii nell’atto di battere delle pelli tese, con Marte sullo sfondo

Mamuralia /Idi di Marzo