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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

lunedì, febbraio 09, 2026

💛Simbologia toro ( estratto libro "Il Tempo Capovolto"

 [...] Come il toro divino muore per rigenerarsi, così l’iniziato deve “morire” simbolicamente per rinascere a una condizione purificata. 

E tale rinascita può avvenire solo nel grembo della Madre, dimensione catartica per eccellenza.

[...] Il filo rosso è il cordone ombelicale che lega alla vita, ma anche il percorso iniziatico che riconduce alla luce.

Il toro, in questa prospettiva, deve ritrovare la propria integrità, reintegrando in sé il principio femminile e divino. 

Solo attraverso il femminile, inteso come grembo alchemico, l’uomo può avvicinarsi al sacro.

Si sviluppa quindi, in questo contesto, una continuità simbolica, dalle origini paleolitiche alle maschere neolitiche. 

Le prime manifestazioni artistiche dell’umanità, come le pitture rupestri della grotta di Chauvet (circa 36.000 anni fa), mostrano una stretta connessione tra donna e animale. 

La celebre rappresentazione di una figura femminile fusa con un bisonte (antenato del toro) suggerisce un nesso simbolico tra femminilità e fecondità animale. Per le comunità paleolitiche, gli animali erano ritenuti emergere dal grembo della terra, che era considerata una dimensione sotterranea e rigenerativa, per poi tornare a rinnovarsi in un ciclo perpetuo. 

Lo sciamano, figura mediatrice, era colui che poteva entrare in contatto con questi spiriti animali, veicoli del divino.

Questo antico rapporto si ritrova, trasfigurato, nel Carnevale Sardo. 

Troviamo l’uomo che indossa la maschera animale, che si fa tramite di una comunicazione rituale tra comunità umana e mondo naturale. 

Egli si affida alla guida di figure “divinizzate”, come su Issohadore o su Componidori, depositari di un’autorità sacrale che garantisce il benessere collettivo.

[...] I riti del carnevale, come il nostro, ancora ancestrale e selvaggio sono sacri, perché attraverso essi, si cercava il contatto con il divino. 

La trasformazione viene vissuta come paradigma iniziatico. 

Lo stesso Dionisio era rappresentato in una delle sue tante manifestazioni, come un toro, chiamato "Eiraphiotes", che deriverebbe da una radice indoeuropea comune al sanscrito, "rsabha'", che significa toro, e che significherebbe quindi, "il Dio che si rivela in aspetto di toro". 

Dionisio poteva trasformarsi in tante forme, anche animali. 

E questo aspetto della trasformazione è molto importante, perché la trasformazione può dare luogo ad una rigenerazione, come un rito iniziatico. 

[...] La capacità di trasformarsi in animale (o di trasformare i propri seguaci) è centrale nei suoi miti, come nell’episodio omerico dei compagni di Ulisse tramutati in maiali dalla maga Circe e poi restituiti a una rinnovata umanità grazie all’intervento di Ermes.

Questa tematica della trasformazione rigenerativa ricorre anche nella mitologia celtica, con cui la Sardegna antica mostra significative convergenze. 


Tratto dal mio libro 

"Il Tempo Capovolto. 

Maschere del Carrasegare sardo:

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Tiziana Fenu 

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Toro ( "Il Tempo Capovolto")









domenica, febbraio 08, 2026

💛Simbologia fuliggine sul volto. Carrasegare sardo.

 [...] Le maschere nere di fuliggine appartengono al mondo del "capovolto" carnascialesco.

Sono un segno di marginalità e di inversione. 

I loro portatori, anonimi e irriconoscibili, non appartengono più alla società ordinaria. 

Sono entità liminali, provenienti metaforicamente dal mondo dei morti o da uno spazio selvaggio e non civilizzato, il cui compito è proprio quello di perturbare l'ordine costituito per poi permetterne il ristabilimento.

La fuliggine nera sul viso è segno di fecondità e di forze ctonie. 

In un apparente paradosso, il nero della terra bruciata o del fondo del camino (luogo domestico per eccellenza) rimanda anche a un concetto di fertilità primordiale. 

Nei riti agrari arcaici, la cenere era un potente fertilizzante. 

La maschera annerita può così alludere alle forze ctonie, sotterranee e generative, che devono essere risvegliate e propiziate per assicurare il rinnovamento della primavera.

Vi è una certa corrispondenza con il mito di Dioniso Zagreus (lo "squartato") che rivela una struttura mitica parallela a quella del nostro Carrasegare sardo. 

La funzione simbolica in comune dello smembramento, del Dioniso fanciullo che  sbranato e divorato dai Titani, trova corrispondenza nelle maschere del Carrasegare, che spesso rappresentano animali da soma (buoi) o figure bestialità. 

I riti implicano una simbolica "morte dell'inverno", la rappresentazione di una crisi necessaria, di una distruzione che precede la creazione.

Zeus folgora i Titani, dalle cui ceneri nasce l'umanità. 

Il Fuoco che purifica, che distrugge il vecchio per fare spazio al nuovo, la nuova umanità, che nasce dalle ceneri. 

La purificazione distruttiva del fuoco come origine di una nuova esistenza (umanità/anno nuovo).

Emerge, in questa dinamica, il dualismo "materia/Spirito”. 

Dalle ceneri dei Titani (materia impura) e del dio (essenza divina) nasce l'uomo, diviso.        

Le maschere nere di fuliggine (materia, morte, caos) agiscono in un rituale che mira a ristabilire l'ordine (spirito, vita, comunità). 

È la rappresentazione di un conflitto cosmico tra forze opposte e complementari.

Dioniso rinasce. 

Rigenerato. 

Il ciclo di morte e rinascita è centrale al suo culto.         

Il Carnevale conclude il ciclo invernale e apre simbolicamente alla primavera e al rinnovato ciclo agrario.               

E la celebrazione della ciclicità inesorabile della vita, che passa attraverso la fase della morte.

[...] Il significato simbolico della fuliggine sul viso delle maschere del Carrasegare sardo è dunque policromo e polisemico. 

Essa è simultaneamente il sigillo della morte invernale e il suggello della forza rigeneratrice del fuoco. 

È l'emblema dell'anonimato che dissolve l'individuo nella collettività rituale.

È il segno visibile della trasformazione sciamanica dell'uomo in entità "altra", mediatrice tra la comunità umana e le forze oscure che governano il ciclo della natura.

Emerge con potenza, il cuore di questo profondo simbolismo. 

Come dalle ceneri dei Titani folgorati sorse l'umanità, duale e sofferente, così dal nero di fuliggine e dal rogo del Re Carnevale la comunità sarda trae, ciclicamente, la forza di rigenerarsi, purificandosi attraverso la rappresentazione rituale del caos e della fine. 

Quindi i Titani si pongono nella doppia valenza di distruttori e creatori. 

La fuliggine, è la materia prima della catarsi, la traccia oscura e terrena di un passaggio attraverso le tenebre per riconquistare, rinnovata, la luce.

Ma è una dimensione tutta la femminile, quella della fuliggine-cenere. 

È il Grembo stesso in cui si compie la complessa ritualistica di morte e rigenerazione del Carrasegare sardo. 

Cenere.

Termine la cui assonanza con il nome della dea Cerere non appare meramente fonetica, ma risuona di profondi echi simbolici. 

[...] La sua etimologia riconduce alla radice indoeuropea *ker-, significante “colei che reca in sé il principio della crescita”. Da tale matrice si dipana la serie fonetica Ker-/kerere/cerere/cenere, suggerendo una correlazione ontologica tra il concetto di crescita organica e la sua forma residuale e purificata: la cenere.

Questa sostanza, indicata nella lingua inglese come "ash" , condivide la radice con il nome dell’antichissima divinità Asherah, della quale un’immagine ancestrale è rinvenibile in un petroglifo sardo a Bruncu Suergiu, in provincia di Oristano. 

Asherah, consorte di Yahweh e venerata come “Regina dei Cieli” e creatrice degli dèi, aveva come simbolo cultuale un palo o albero sacro, anch’esso denominato asherah. 

Tale oggetto, costruito, poteva essere ritualmente abbattuto e bruciato. 

Dalla sua combustione residuava cenere, in una pratica che trova un preciso parallelo nell’usanza cristiana di bruciare le palme consacrate per ottenere le ceneri del Mercoledì. 

La correlazione semantica e rituale tra Ash (cenere), Asherah (dea) e l’albero della vita/fertilità dischiude una dimensione sacrale antichissima, legata all’archetipo del Femminino Divino primordiale, antecedente a divinità come Ishtar, Astarte e l’egizia Hator. Quest’ultima, come già evidenziato, aveva la palma tra i suoi attributi simbolici.

La cenere, quindi, si configura non come mero simbolo di lutto o penitenza, bensì come elemento di transizione, fecondità e rigenerazione. 

Tale simbologia è potentemente attiva in tradizioni come il Carnevale sardo del Carrasegare, dove la cenere è utilizzata per annerire i volti delle maschere rituali. 

Questo gesto, che segna una temporanea sospensione dell’identità ordinaria e un ritorno a uno stato primordiale, richiama direttamente il concetto del Mundus Patet. 

Questo antico rituale romano, noto anche come Mundus Cereris (il “Mondo di Cerere”), prevedeva l’apertura periodica di un mundus, una fossa rituale considerata apertura verso il mondo sotterraneo degli antenati e della fertilità. Durante i giorni in cui il mundus era aperto (Mundus Patet), il confine tra mondo dei vivi e mondo dei morti si dissolveva, in una sospensione dell’ordine sociale analoga a quella del Carrasegare sardo.

Le analogie tra il Mundus Patet/Cereris e il Carrasegare sardo sono profonde e strutturali, e comprendono la stessa simbologia della cenere come elemento di trasformazione e di contatto con il Caos primordiale. 

Una ulteriore, significativa corrispondenza si riscontra nella figura de S’Urtzu di Seui, l’orco custode delle maschere del Carrasegare. 

Su di esso è tracciato il simbolo della croce inscritta in un cerchio, antico segno solare e di totalità, che ben si adatta a una creatura posta a guardia di una soglia rituale, proprio come il Mundus era soglia tra i regni.

La cenere conduce, inoltre, a un’altra potente figura divina: Ecate. 

Cerere è infatti riconosciuta come uno degli aspetti della Triplice Dea Ecate, la cui natura comprende Kore/Persefone (la Fanciulla), Demetra/Cerere (la Madre) ed Ecate stessa (la Vegliarda o Donna Saggia)[...]




Tratto dal mio libro 

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Tiziana Fenu 

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Thurpos di Orotelli 

Simbologia fuliggine sul volto





sabato, febbraio 07, 2026

💛Simbologia 13 giri intorno al fuoco

 "[...] Il momento culminante di questa antica e attenta ritualistica, è rappresentato dal giro rituale (“Is Inghirios”) compiuto dai fedeli, spesso guidati dal sacerdote, attorno al falò. Si compiono tipicamente tre giri in senso orario e tre in senso antiorario. 

Questo movimento circolare e inverso è carico di valenze. 

È una circumanbulazione che rappresenta il misurare e rigenerare il cosmo, visto che siamo nella dimensione concettuale della rigenerazione. 

Attraverso questa dinamica, emerge la sacralità numerologica di cui è impregnata la nostra Antica Civiltà Sarda. 

Il numero 3 richiama la Trinità cristiana ma anche, in chiave precristiana, la perfezione e la completezza del ciclo vitale (nascita/morte/rinascita). 

Troviamo questo stesso modulo simbolico nelle tre cornici che accompagnano le false porte e le coppelle delle Domus de Janas, luoghi sacri, alchemici, di rigenerazione. 

È la rappresentazione di un ciclo, una ricostruzione cosmica, collegata alla destrutturazione che è il simbolo del nostro Carrasegare. 

Il cerchio disegnato attorno al fuoco delimita e consacra uno spazio sacro ( come il temenos greco), separandolo dal caos esterno. 

Il doppio movimento simula la rotazione solare e il suo contrario, in una mimesi rituale della rigenerazione del tempo e del cosmo. 

In alcune comunità, come Ortueri, il numero dei giri può salire a tredici, compiuti da tredici uomini di nome Antonio, a rimarcare la ciclicità dell'antico anno lunare.

Questo gesto coreutico e comunitario, lontano dall’essere una semplice processione, si rivela come una mimesis rituale di quell’ordine cosmico che rivela un preciso atto di sincronizzazione tra il ciclo umano, quello terrestre e quello celeste.

Il Falò nel contesto del Carrasegare, rappresenta, simbolicamente un Altare, un Asse del Mondo. 

Il falò, centro focale del rito, non è solo fonte di luce e calore in una notte invernale. 

Esso si eleva a simbolo del sole invernale, del fuoco che resiste al buio, ma anche, in una lettura più profonda, a rappresentazione di quel fuoco alchemico di trasmutazione di cui si parla a proposito dei luoghi sacri. 

Come la “coppella grande centrale” con le tredici coppelle, nell’altare di Oschiri potrebbe indicare il sole, il falò diventa il fulcro attorno al quale si organizza il tempo e lo spazio del rito. 

È l’ombelico del mondo, il Medi-terraneum tra cielo e terra, tra l’umano e il divino.

I tredici giri intorno al fuoco sacro, rappresentano una danza dei cicli e della rigenerazione. 

I tredici giri dei partecipanti attorno alle fiamme non sono un numero casuale. 

Essi riecheggiano potentemente il ciclo della tredicesima Luna, quella “intrusa”, “senza nome” che ristabilisce l’armonia tra anno solare e anno lunare ogni circa 2,7 anni. 

Questa danza circolare è un

Calendario in movimento. 

Ogni giro può essere visto come una lunazione, un mese sinodico. 

I dodici giri rappresentano l’anno lunare compiuto, mentre il tredicesimo è il giro dell’embolismo, il momento magico e fuori dall’ordinario che riallinea i tempi, proprio come la Tredicesima Luna riallinea i cicli. 

È l’azione rituale che “rimette le cose a posto” su scala comunitaria.

Si inscena, si ritualizza un potente rito di passaggio e trasmutazione. 

Come l’iniziato scende nei 24 gradini del pozzo di Santa Cristina per purificarsi nell’acqua e risale simbolicamente trasformato, il partecipante al Carrasegare compie i suoi giri in un processo di morte simbolica e rinascita. 

I giri attorno al fuoco sono una discesa metaforica nella ciclicità del tempo (lunare, ctonio) per poi emergere, con l’ultimo giro, “rivoltato, rinnovato”, pronto per il nuovo ciclo carnascialesco. 

Si attraversa simbolicamente il “grembo buio” della comunità in cerchio per rinascere, purificati dal fuoco di Sant’Antonio (il Padre Cosmico, il Fuoco Sacro della Shin, il Sacro ventunesimo Archetipo Ebraico) dopo essersi 

idealmente immersi nelle acque della memoria (le Acque della Mem, tredicesimo Sacro Archetipo Ebraico, degli antenati,  le sacre acque cosmiche ancestrali della memoria, complementari al fuoco del falò, in totale sinergia creatrice).

Il rito collettivo dei tredici giri è un’espressione di cosmologia partecipata. 

È un Sigillo dell'intera comunità, sul Tempo. 

Mentre gli antichi osservavano il lunistizio maggiore nel pozzo di Santa Cristina o incidevano le coppelle a Oschiri, la comunità sarda, con questo rito, incide il proprio ciclo nel terreno e nel tempo, usando i propri piedi e il fuoco come strumenti di misura e consacrazione. 

È un “osservatorio” orizzontale e umano, che fa del cerchio comunitario il suo orizzonte di significato.

La scelta della vigilia di Sant’Antonio Abate per questo rito non è secondaria. 

L’eremita del deserto, tentato dai demoni, è colui che domina le forze oscure e caotiche. 

Rappresenta la Soglia tra Ordine e Caos. 

Il Carrasegare, che aprirà il periodo del caos controllato, della sospensione delle norme, viene inaugurato proprio oltrepassando simbolicamente la soglia del tredici, numero di morte( il tredicesimo archetipo Mem, è correlato infatti, all'Arcano Maggiore XIII della Morte) trasformazione e rinascita, sotto la protezione di un santo che ha già affrontato e vinto il Caos. 

Il tredicesimo giro è, in questo senso, il passaporto per il mondo alla rovescia della ritualistica del Carrasegare, un ingresso ritualizzato nel disordine fecondo, proprio come la Tredicesima Luna è collegata al mondo degli spiriti, ai reami dell’oltretomba.

Sappiamo che gli antichi Sardi erano dei grandi trasmutatori energetici, che traevano energia dalla connessione profonda che avevano con le energie dei cicli della natura e del cosmo. 

Il rito dei tredici giri intorno al falò di Sant’Antonio per l’apertura del Carrasegare si rivela essere la diretta, potente eredità di questa visione del mondo".


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Tiziana Fenu 

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Danza intorno al fuoco













venerdì, febbraio 06, 2026

💛Moneta di Gerusalemme con Berenice

 https://stilearte.it/rara-moneta-doro-della-regina-berenice-ii-degitto-coniata-2-200-anni-fa-scoperta-nella-citta-di-david-a-gerusalemme-perche-la-regina-tolemaica-appare-con-il-titolo-sul-conio-e-co/

20 agosto 2025 


Credit: Israel Antiquities Authority

Rara moneta d’oro della regina Berenice II d’Egitto, coniata 2.200 anni fa, scoperta nella Città di David a Gerusalemme. Perché la regina tolemaica appare con il titolo sul conio e cosa rivela della città antica

Una scoperta archeologica avvenuta nel cuore di Gerusalemme porta nuova luce sul ruolo della città nel III secolo a.C. Durante gli scavi nel Parcheggio Givati, all’interno del Parco Nazionale della Città di David, gli archeologi dell’Israel Antiquities Authority hanno rinvenuto una moneta d’oro di eccezionale rarità, raffigurante la regina egizia Berenice II, moglie del faraone tolemaico Tolomeo III Evergete.

Il ritrovamento è avvenuto per caso, quando la giovane archeologa Rivka Langler, setacciando la terra di scavo, ha notato un riflesso insolito: «Stavo setacciando il terreno quando ho visto qualcosa brillare. Non potevo crederci, ma poi ho capito che era una moneta d’oro. Dopo due anni di scavi, finalmente avevo trovato l’oro!».

Un conio eccezionale e quasi unico

Solo venti esemplari noti al mondo, il primo in contesto archeologico

Si tratta di una quarter-drachma in oro purissimo (99,3%), datata tra il 241 e il 246 a.C. Sul dritto appare il ritratto di Berenice, con diadema, velo e collana, raffigurata come una regina ellenistica a pieno titolo. Sul rovescio compare una cornucopia, simbolo di prosperità e fertilità, affiancata da due stelle, con la scritta in greco «della regina Berenice».

Secondo gli studiosi Robert Kool (IAA) e Haim Gitler (Israel Museum), il valore storico è notevole: «La moneta non mostra Berenice solo come consorte, ma forse come sovrana a pieno titolo. È tra i primi casi in cui una regina tolemaica viene raffigurata su una moneta con il suo titolo, durante la sua vita».

Ad oggi sono noti appena una ventina di esemplari di questo conio, nessuno dei quali era mai stato ritrovato in scavo stratigrafico fuori dall’Egitto

Gerusalemme nel III secolo a.C.

Un centro urbano in ripresa e connesso al Mediterraneo

Il rinvenimento contribuisce a chiarire l’immagine della Gerusalemme ellenistica, a lungo ritenuta un insediamento minore e povero dopo la distruzione babilonese del 586 a.C.

Gli archeologi Yiftah Shalev ed Efrat Bocher, direttori dello scavo, sottolineano come la moneta, insieme ad altri reperti coevi, dimostri che la città, nel III secolo a.C., stava ricostruendo relazioni politiche, economiche e culturali con i grandi centri mediterranei. Non più un villaggio marginale, dunque, ma una realtà capace di inserirsi nelle dinamiche del potere tolemaico che dominava il Levante.

Tra storia e simbolo

Il ruolo delle regine tolemaiche e la propaganda numismatica

La scelta di raffigurare Berenice su un conio non è casuale. Le regine tolemaiche avevano un ruolo centrale nella legittimazione del potere: il loro volto non rappresentava solo una figura dinastica, ma un messaggio politico e simbolico di fertilità, prosperità e continuità regale.

Il conio di Gerusalemme appare così come un tassello prezioso della propaganda dinastica tolemaica, che utilizzava la moneta come strumento di comunicazione capace di attraversare i confini e i popoli dell’impero.

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Mie personali considerazioni 

Nel conio appare la stessa stella a 8 punte del nostro Antico conio del Sardus Pater,  terza immagine, che ho citato in un mio scritto( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/02/la-geometria-del-6-nel-mento-del.html?m=0) 

Un Toro, con la stella a 8 punte sul dorso, molto particolare, proprio come queste due  rappresentate in questa moneta. 

La chioma di Berenice, che veniva considerata la parte finale della coda della costellazione del Leone, si trova tra il Leone e la costellazione Boote

Il termine "Boote" ha radici greche e può essere tradotto come "guardiano dei buoi" o "pastore", facendo riferimento alla sua posizione accanto all'Orsa Maggiore, spesso associata a un carro trainato da buoi. Colui che guida il Grande Carro.

Sull'importante costellazione del Boote, per la nostra civiltà sarda in particolare, e strettamente legata alla Costellazione dell'Orsa Maggiore, "su juvale" astronomico, approfondimenti nei miei scritti 

https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/santa-vittoria-di-serri-e-il-dragoboote.html

https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/culto-delle-acque-iniziatiche.html

https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/orsa-maggiore-akhetjuvale.html

 Quindi è possibile che Berenice, che  prende il nome dalla regina Berenice II, che offrì i suoi capelli a Venere  per il ritorno vittorioso del marito dalla guerra, sia simboleggiata proprio dalla stella ad 8 punte, simbolo di Venere, che nell'arco di 8 anni traccia un percorso pentacolare nel cielo, simbolo, comunque del Femminino, in ogni civiltà.

La relazione tra la principessa Berenice e la Civiltà Sarda  si potrebbe identificare ad una tradizione locale. 

Secondo questa tradizione, Berenice avrebbe trasmesso alle donne di Sant'Antioco la tecnica per lavorare il bisso, un antico e prezioso filato marino.

La figura citata nelle fonti è Berenice di Caldea (o Cilicia). La leggenda narra che fosse una principessa esiliata a Sant'Antioco nell'isola del Sulcis, in Sardegna, per essersi innamorata dell'imperatore romano Tito.

Non ci sono evidenze storiche o archeologiche che la colleghino direttamente alla nostra civiltà sarda, che fiorì millenni prima dell'età romana. La sua storia è tramandata come un racconto legato a una tradizione artigianale specifica.

Il legame tra Berenice e Sant'Antioco si basa sull'arte della lavorazione del bisso, la cosiddetta "seta di mare", antica tradizione arrivata fino ai giorni nostri, grazie alla sacra Custode del Bisso, Chiara Vigo, di Sant'Antioco 

(Approfondimenti 

https://maldalchimia.blogspot.com/2020/04/in-sardegnanell-isola-di-santantioco.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2024/02/chiara-vigo-1-febbraio-compleanno.html?m=0) 

Si racconta che fu la principessa Berenice in esilio a insegnare la tessitura del bisso alle donne di Sant'Antioco.

Questa arte antichissima, menzionata anche nella Bibbia e praticata da Caldei, Ebrei ed Egizi, sarebbe stata tramandata ininterrottamente di generazione in generazione fino ai giorni nostri.

L'epoca di Berenice (I secolo d.C., età romana) è successiva di secoli al periodo di massimo splendore della civiltà sarda

La cornucopia è simbolo di Venere, simbolo della dimensione di fertilità, dell'unione ierogamica e di fedeltà, ancora oggi, viene donata agli sposi, simbolo antichissimo ( https://maldalchimia.blogspot.com/2022/04/inanna-e-domuzi.html?m=0) le cui origini potrebbero risalire anche ad un periodo più tardo, alla Venere di Laussel che ha in mano proprio un corno ( https://maldalchimia.blogspot.com/2023/03/la-venere-di-laussel.html?m=0) 

Tiziana Fenu

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Moneta Gerusalemme /Berenice






martedì, febbraio 03, 2026

💛Passaggio Imbolc/Candelora/S. Biagio/sant'Agata/Thurpos di Orotelli

 

Piccola estrapolazione e rielaborazione di un brano tratto dal mio prossimo saggio editoriale, sulla nostra Antica Civiltà Sarda, da una nuova prospettiva, di imminente pubblicazione.

[...] In queste date di inizio febbraio, si manifesta un filo rosso di sincretismo, da Imbolc( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/01/simbologia-della-festa-della-luce.html?m=0), a San Biagio( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/02/3-febbraio-san-biagio.html?m=0) a Sant'Agata, celebrata il 5 febbraio( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/02/santagata-5-febbraio.html?m=0), che manifesta un'importante connessione con il Navigium Isidis( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/navigium-isidis-e-santagata.html?m=0)
Le tre date non sono isolate, ma formano una sequenza rituale coerente all'interno della visione ciclica del tempo del Carrasegare.
La Luce che Ritorna (Imbolc/Candelora, 1-2 Febbraio), festa celtica della luce crescente e della dea Brighid (poi Santa Brigida), si fonde con la Candelora cristiana (2 febbraio), dove la benedizione delle candele celebra Cristo "Luce del mondo".
In Sardegna, questo giorno segna anche l'investitura ufficiale di Su Componidori della Sartiglia di Oristano con la consegna di un cero benedetto, legando così l'autorità rituale, la luce e l'auspicio di fertilità per la comunità. È l'avvio del processo di risveglio.
Nella dimensione della Purificazione e del Nutrimento, si incastona la celebrazione di San Biagio, il 3 Febbraio), in cui la celebrazione, il giorno dopo la celebrazione della Luce, con la Candelora, rappresenta un passaggio attivo.
San Biagio, con la benedizione della gola, protegge il "soffio vitale" e la capacità creativa della parola.
I falò e i dolci a forma di mammella ( come i bianchi piricchittus sardi) introducono già il tema della fertilità e del nutrimento, preparando il terreno per la celebrazione successiva.
La Fertilità che si manifesta con la celebrazione di Sant'Agata, il 5 Febbraio. Sant'Agata incarna la trasformazione del simbolo del seno da oggetto di martirio a potente talismano di fertilità, guarigione e abbondanza. Questo simbolo, secondo il testo, viene "assorbito e rielaborato" nel Carrasegare di Orotelli.
La maschera di S'Eritaju (il porcospino) punge ritualmente il seno delle donne per assicurarne la fecondità, e il dolce rituale "su pistiddu" è modellato a forma di mammella o di riccio di mare (altro simbolo di fertilità primordiale).
[...] Tale azione, al contempo minacciosa e propiziatoria, sembra riattualizzare, in una chiave grottesca e itinerante, la violenza subita dalla martire, trasfigurandola in un rito di fertilità e di auspicio per l’abbondanza del latte e dei raccolti.
Qui il sacro cristiano e l'arcaico rito agrario si fondono perfettamente[...]
Vediamo nei Thurpos di Orotelli, Il Cuore di questo profondo simbolismo.
I Thurpos ("ciechi", in sardo) di Orotelli sono la maschera che meglio incarna il tema dell'attesa e della transizione in questo periodo.
La dimensione metaforica della cecità, viene manifestata come condizione liminale. Vestiti di nero, il colore del lutto e del vedovaggio, della "mancanza di luce", con il volto annerito e il cappuccio calato sugli occhi,  i Thurpos rappresentano lo "stato di attesa di una luce che deve tornare".
La loro cecità non è una privazione, ma una condizione necessaria prima della rigenerazione.
Sono tra le figure che danzano intorno al  Fuoco, al falò di Sant'Antonio Abate, acceso il 17 gennaio, ad inaugurazione del Carrasegare.
Questo fuoco è il centro cosmico del rito, simbolo di purificazione e forza cosmogonica, che eredita culti più antichi (probabilmente riconducibili al dio celtico della luce e della trasformazione, Lugh).
Il territorio stesso (Logudoro, interpretato come "Lugh d'Oro", e Orotelli, "terra dell'oro") rimanda a questa idea di trasmutazione alchemica.
Si manifesta, attraverso questi passaggi, la Memoria dell'Età dell'oro.
I Thurpos, danzando ciechi attorno al fuoco, "mantengono viva la memoria di un’età dell’Oro", di uno stato perduto di abbondanza e connessione con il divino, che il rito cerca di riconvocare simbolicamente ogni anno.
Il ciclo di febbraio in Sardegna, con le sue maschere, i suoi falò e i suoi dolci rituali, è un potente meccanismo culturale per gestire il passaggio critico dall'inverno alla primavera. Attraverso la purificazione, attraverso la simbologia della luce e del fuoco, attraverso la protezione, le benedizioni impartite da una figura divinizzata come su Componidori, la cui investitura di "luce", cade per la Candelora, e l'auspicio di fertilità (simboli del seno, del sangue che fertilizza la terra, gesti propiziatori), la comunità si prepara ritualmente alla rinascita della natura e al rinnovamento del proprio ordine sociale.
[...] Imbolc, la Candelora (Sa Candelora) e la commemorazione di San Biagio (Santu Brai), che, intrecciandosi con i riti del Carrasegare (Carnevale sardo), disegnano un quadro sincretico di straordinaria densità antropologica[...]

Tiziana Fenu
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Imbolc/Candelora