Negli ultimi tempi, il susseguirsi di azioni umanamente brutali, ha raggiunto apici altissimi, o per meglio dire, bassissimi.
Eppure, andando a ritroso nella storia dell'umanità, l'antropologia culturale ci insegna che la violenza non è un’eccezione nella storia umana, ma una costante ritualizzata.
Presso le società arcaiche, la brutalità verso il nemico, l’animale o il capro espiatorio possedeva un proprio, pur se aberrante, senso.
Era un linguaggio codificato per stabilire l’ordine cosmico, scaricare il caos o celebrare la potenza della tribù.
Ma ciò che osserviamo nell’uomo contemporaneo, specialmente nelle manifestazioni di violenza gratuita, come quella riversata sulla gattina a Roma, in moltissimi altri contesti di cui ci sentiamo spesso spettatori impotenti, e di riverbero nelle piattaforme social, è un fenomeno diverso.
È la dimensione dell'arcaico disinnestato.
Perché a livello antropologico, cultuale, e culturale, non esiste più il contenitore del rito, né la mediazione del simbolo.
La brutalità diventa puro delirio di potenza e onnipotenza, senza finalità.
Questo tipo di violenza, da alcuni antropologi, è stata definita come una viol*enza mimetizzata, che tende a riversarsi su vittime sostitutive per placare la crisi di una comunità.
Ma oggi, di fronte allo sfaldamento del tessuto comunitario, in quanto totalmente assente come tale, come dimensione unitaria, la violenza non placa più nulla, si autoalimenta.
La gattina violentata non è un sacrificio per l’ordine, ma l’espressione di un disordine assoluto.
L’animale, che nell’immaginario arcaico era spesso totem o messaggero degli dèi, viene ridotto a pura materia su cui esercitare un dominio che l’uomo non possiede più su se stesso.
Dal punto di vista ontologico, che studia l’Essere in quanto tale, la brutalità rappresenta una patologia della relazione.
Non ci si rapporta, non si entra in comunicazione, in scambio e arricchimento energetico.
Ogni canale, a circuito chiuso verso sé stessi, è impregnato di questa vile brutalità, che è il tentativo fallimentare di negare questa struttura ontologica fondamentale. Quando un uomo tortura un animale, un proprio simile, aggredisce verbalmente un simile su Facebook o infierisce sulla natura, sta operando una riduzione dell’Altro a "cosa".
Questo gesto è una ferita inferta non solo alla vittima, ma all’Essere stesso.
Ogni atto di crudeltà è un atto di auto-crocifissione di chi agisce a riguardo.
Chi disconosce l’Altro come manifestazione del medesimo fondamento divino dell’esistenza, si svuota.
La brutalità è l’ombra dell’hybris greca, di cui ho parlato altre volte.
È la tracotanza di chi, dimenticando di essere parte di un tutto organico, pretende di ergersi a dominatore assoluto, finendo per asservirsi alla propria stessa barbarie.
Il caso della gattina a Roma diventa, in questo senso, un sintomo ontologico.
Una vita indifesa, che chiedeva solo protezione, scambio, amore, è stata infranta non per necessità, ma per il piacere della distruzione.
Come stiamo vedendo in tutto ciò che ci sta circondando.
È l’annuncio di un vuoto d’Essere, dove l'empatia, che è il collante che rivela l’unità del reale, viene sostituita dall’indifferenza o, peggio, dal godimento necrofilo.
Se poi diamo uno sguardo, a ritroso, in una prospettiva esegetica di "scrittura" della violenza dei simboli, visto che mi occupo di simbolismo, se consideriamo l’esegesi, intesa come interpretazione profonda dei testi sacri e delle narrazioni simboliche, vediamo come questa dimensione ci offre le lenti per leggere questi eventi come segni dei tempi.
Nella tradizione giudaico-cristiana, il patto con Dio viene sigillato dopo il diluvio con ogni essere vivente.
L’arcobaleno è segno di un’alleanza che include gli animali.
Penso all'arcobaleno presente anche nel simbolo della tribù dei Dan( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/il-simbolo-della-tribu-di-dan.html?m=0)
È un Archetipo, un Arco di Alleanza.
La violenza contro l’animale, quindi, non è solo un reato contro il diritto positivo, ma una violazione dell’alleanza cosmica.
È la rottura del vincolo sacrale che lega il cielo alla terra.
Sui social network, assistiamo a un’esegesi distorta.
La parola, che nelle tradizioni sapienziali è il veicolo della creazione (“In principio era il Verbo”), diventa strumento di de-creazione.
La brutalità verbale su Facebook, quei commenti rabbiosi, gratuiti, spesso anonimi, nascosti sotto falsi profili, ma peggio ancora quando sono manifestati da profili reali che dovrebbero esprimere ben altre energie, rappresenta l’anti-Logos.
Non è più il linguaggio che costruisce mondi comuni, ma un flusso di odio che dissolve il tessuto relazionale.
È la Babele contemporanea.
Non l’incomprensione delle lingue, ma l’impossibilità di ascoltare l’Altro perché ridotto a schermo.
L’approccio esoterico, che guarda alla dimensione iniziatica e alla realtà invisibile, ci invita a vedere in queste brutalità non semplici episodi di inciviltà, ma manifestazioni di una contro-iniziazione.
L'Alchimia inversa, ad uso di questi sub-umani, di cui ho sempre parlato, spessissimo orchestrata su moduli di Geometria Sacra numerica, i quali sono, intrinsecamente, di altissima energia.
Nelle tradizioni ermetiche e nella Sophia Perennis, l’iniziazione è il percorso che conduce l’uomo dalla materialità grezza alla trasmutazione interiore, al riconoscimento del divino immanente in tutte le creature.
La brutalità sistematica, verso gli umili, gli animali, la natura, è l’esatto opposto, che viola la loro alta energia.
È un rituale involutivo.
Come insegnano le dottrine tradizionali, chi si abbandona alla violenza gratuita si rende veicolo di forze disgregatrici, di quelle che i testi chiamano le “correnti dell’ombra”.
L’animale, in particolare, è sacro perché rappresenta l’istinto non corrotto, la vita che scorre in sintonia con il ritmo cosmico. Tortur*arlo equivale, in senso esoterico, a tortu*rare la parte vergine e sacra della propria stessa anima.
Il riverbero sui social media è la manifestazione digitale di questa dissociazione.
Dietro lo schermo, l’individuo perde il "temenos", il recinto sacro del corpo e del volto, e si abbandona a una possessione verbale che ricorda gli antichi stati di furia distruttiva, ma senza più alcuna cornice catartica.
La brutalità sulla gattina a Roma ha scosso la coscienza collettiva non solo per la sua efferatezza, ma perché ha agito come uno specchio rivelatore.
Ha mostrato il fondo di abisso su cui può scivolare l’umano quando perde ogni riferimento trascendente.
Di fronte a questo, la politica si è trovata a dover rispondere.
I recenti provvedimenti legislativi, come gli inasprimenti delle pene per i reati contro gli animali, rappresentano, dal punto di vista simbolico, un tentativo di arginare il caos con la legge.
Ma, dal punto di vista esoterico e antropologico, la legge da sola non basta.
La legge positiva è un argine, ma non una cura.
Se lo spirito che anima queste brutalità è la negazione dell’Essere, nessuna pena, per quanto severa, potrà estirpare la radice del male se non accompagnata da una rinascita etica e, oserei dire, spirituale.
La politica, nel suo senso più alto e originario, quello di cura della "polis" è chiamata a un compito che oggi spesso abdica.
Il compito di favorire non solo la repressione, ma l’educazione all’empatia ontologica.
Inasprire le pene è necessario, ma non sufficiente.
Occorrerebbe un nuovo patto educativo che ricordi all’uomo la sua interdipendenza con il vivente.
La brutalità umana, sia fisica che verbale, è il riverbero di una ferita metafisica.
L’uomo che tortura, che insulta senza motivo sul web, che distrugge la natura, non è un dominatore, ma un posseduto.
È un'anima persa, posseduta dalla sua stessa ombra, dalla dimenticanza di essere parte di un tutto sacro.
La gattina violentata a Roma non è stata solo un animale martoriato. È stata, in senso iniziatico, un sacrificio involontario sull’altare di una società che ha smarrito l’anima.
I social network, con la loro brutalità verbale gratuita, sono il termometro di questa febbre.
Dove non c’è più il volto, dove c'è alterazione e mistificazione del reale, della propria percezione di sé e della propria dignità, non c’è più il rispetto.
Forse, l’unica risposta autentica a questa deriva non sta solo nei provvedimenti politici, per quanto condivisibili nella loro funzione protettiva, ma in una inversione di rotta interiore.
Finché l’uomo non riconoscerà nell’animale, nel diverso, nella natura e persino nell’interlocutore virtuale la stessa scintilla di vita che abita in lui, la brutalità troverà sempre nuove vie per manifestarsi.
La vera politica del futuro, se mai ci sarà, dovrà essere politica dell’Anima, capace di ricucire la frattura tra l’uomo e il sacro fondamento della vita.
Tiziana Fenu
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