Informazioni personali

La mia foto
Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

mercoledì, febbraio 18, 2026

💙 Il male

 

Il male non giunge mai come un fulmine a ciel sereno.
Non irrompe come un ladro nella dimora ordinata e luminosa.
Il male è un eco che cerca una camera di risonanza, un parassita che annusa l’ospite già in putrefazione.
Esso bussa soltanto alle soglie già sconnesse, alle porte già corrose dal tarlo del non-essere.
Attecchisce nelle anime che sono terra bruciata, solchi aridi dove il seme del divino non ha mai trovato humus.
Anime inficiate da una mancanza originaria, da una ferita che non è stata sigillata dal fuoco della conoscenza, ma lasciata aperta perché stillasse un perpetuo, sordo lamento.
Sono gli spiriti che hanno guardato nel proprio abisso e, invece di riconoscervi il riflesso di una stella lontana, vi hanno visto solo il nero, e se ne sono innamorati, scambiando il baratro per profondità.
Queste creature non hanno luce propria.
Sono lune spente, frammenti di specchio opaco che vagano nella notte cosmica.
La loro esistenza è un'attesa, un muto e disperato anelito. Non sapendo ardere, hanno fatto del bisogno la loro unica legge.
Necessitano della fiamma altrui non per scaldarsi, ma per esistere nella parvenza. Si pongono accanto ai vivi, ai giusti, ai luminosi, e succhiano la loro essenza come piante parassite che avvolgono l’albero rigoglioso fino a soffocarlo.
Non per odio, forse, ma per una fame cosmica, per una invidia metafisica verso chi possiede ciò che a loro è negato: la capacità di essere centro.
Vivono di luce riflessa, come la luna che ruba lo splendore al sole, ma senza la maestà di un moto proprio.
La loro anima è un pertugio buio che, per non sentirsi tale, deve calamitare e imprigionare i raggi che non sa generare. Il loro dramma è di essere incomplete, opere interrotte del Creatore, vasi crepati prima della cottura.
E in quella crepa, in quell’incompiutezza, il male trova il suo nido perfetto. Non deve distruggere, gli basta annidarsi.
Non deve corrompere, perché trova già il marciume.
Esso è solo l’ultimo, logico sigillo su una vita che non ha mai imparato a rilucere di volontà propria, condannata a essere eco di un suono che non ha mai saputo emettere.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com

Il male



La cenere ( dal mio saggio "Il Tempo Capovolto"

"La cenere conduce, inoltre, a un’altra potente figura divina: Ecate. 

Cerere è infatti riconosciuta come uno degli aspetti della Triplice Dea Ecate, la cui natura comprende Kore/Persefone (la Fanciulla), Demetra/Cerere (la Madre) ed Ecate stessa (la Vegliarda o Donna Saggia). 

Ecate, signora dei confini e delle trasformazioni, presiedeva ai passaggi di stato, accompagnando Persefone nel suo ciclo di discesa (catabasi) e risalita (anabasi) dagli Inferi. 

In alchimia, il processo di riduzione in cenere, la calcinatio, appartiene alla fase dell’Albedo (lo sbiancamento), connessa all’elemento Acqua, all’argento e alla purificazione del principio femminile. 

A questa segue la Citrinitas (l’ingiallimento), associata all’Aria, all’oro e al Sole, e infine la Rubedo (l’arrossamento), fase del Fuoco, del Mercurio filosofale e del Rebis, ovvero del matrimonio alchemico tra maschile e femminile che conduce alla Pietra Filosofale.

In questa prospettiva, il Mercoledì delle Ceneri trascende la sua lettura penitenziale per rivelarsi come una celebrazione ciclica di autorinnovamento e autorigenerazione. 

La cenere, prodotto della combustione del simbolo arboreo (la palma, l’asherah), diviene essa stessa agente di purificazione e potenziale fecondità. 

Essa incarna il principio della partenogenesi archetipale, quella capacità di autogenerarsi insita nel Femminino Divino. 

Il Fuoco che produce la cenere, il Fohat della tradizione esoterica, il fuoco vulcanico della Kundalini, è l’intelligenza trasformatrice per eccellenza, capace di disintegrare e ricreare, di condurre attraverso la morte a una rinascita.

[...] Pertanto, il rituale della Cenere si inserisce in un solco culturale mediterraneo di straordinaria profondità, che lega il Mundus Cereris romano al Carrasegare sardo, l’albero di Asherah alla palma di Hator, la calcinatio alchemica al ciclo di Ecate. 

In esso, la cenere non è il segno terminale della distruzione, ma l’inizio di un processo. 

È la matrice oscura e feconda dalla quale, dopo la necessaria purificazione (Albedo) e l’attivazione dell’energia solare (Citrinitas), può scaturire la nuova vita, simboleggiata dalla sintesi suprema della Rubedo. 

È la celebrazione del Fuoco Trasformatore della Divina Madre Cosmica, che attraverso le sue stesse ceneri rinnova il ciclo perpetuo di vita, morte e rigenerazione.

[...] Il parallelismo emerge profondo, sul tema catabolismo-anaabolismo.    

[...] La messa a morte del "Re Carnevale" (effigie bruciata o decapitata) è un chiaro “sparagmòs rituale”.

[...] La comunità, attraverso le sue maschere e i suoi riti, non si limita a rappresentare un mito, ma attivamente opera la trasmutazione simbolica della propria condizione esistenziale. 

Attraversa consapevolmente la Nigredo dell'inverno, del lutto e del caos primordiale. 

Ne distilla l'Albedo attraverso figure di ordine e purificazione, per giungere infine alla Rubedo del rogo purificatore e della risurrezione festosa, che garantisce la rigenerazione del cosmo agrario e sociale.

In questa prospettiva, il Carrasegare è una struttura viva e pulsante che si manifesta come intenso e complesso sistema esoterico vivente, con una perfetta gestione delle energie, del tempo ciclico, attraverso una profonda opera collettiva di trasmutazione ontologica, e di profonda riconnessione agli archetipi primordiali. 

Una conoscenza ermetica, sapienzale, ancestrale, che viene veicolata da corpi viventi, da gesti antichi, da silenzi che valgono più di migliaia testi scritti. 

[...] Parallelamente si può anche elaborare un'interpretazione simbolica che unisce le strutture archeologiche sarde alle fasi alchemiche del Carrasegare, nella sua universale simbologia di morte e rinascita, basandomi sui significati universali di questi concetti.

[...] Dal passaggio attraverso la morte ( il Carrasegare/Nigredo nelle tombe), alla Purificazione e nuova luce ( l'Albedo nel pozzo sacro), fino alla Rinascita nella pienezza della vita ( la Rubedo nella torre nuragica).

[...] Il ciclo del Carrasegare, che celebra la morte per rigenerare la vita, rispecchia l'eterno ritorno delle fasi alchemiche e trova un potente eco nel paesaggio archeologico sardo, che dall'oscurità delle sepolture conduce alla luce delle sue imponenti architetture"


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Tratto dal mio libro"Il Tempo Capovolto"


Disponibili per l'acquisto su Amazon, nella collana editoriale "JanaSophia l'Origine" in piu versioni. 

"Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. 

Il Sacro che genera Caos. 

Il Caos che rinnova l'Ordine" 

https://amzn.eu/d/0hYAHSs8

https://amzn.eu/d/0j8uTz0e


"Gli Uomini senza Ombra.

Simbologie archetipali in Sardegna" 

https://amzn.eu/d/04Q2ywuS

https://amzn.eu/d/037haI9R

https://amzn.eu/d/0iO7ZMvz


"Coloro e imparo i simboli della Sardegna" 

https://amzn.eu/d/04c3n1aO

https://amzn.eu/d/03AN1Bzf


Foto Alessandra Garau Artist ( non presente nella mia pubblicazione editoriale) 

La cenere









💙 Mercoledì delle Ceneri

 Oggi, nel giorno del Mercurio, il 18 Febbraio, mentre la Luna crescente dimora nel segno umido e duale dei Pesci, dimora delle acque primordiali, si celebra il rito delle Ceneri, soglia che dischiude il sacro tempo quaresimale. 

Siamo avvolti dall’influsso del Ventunesimo Archetipo Sacro dell’alfabeto ebraico, lo Shin, il Fuoco interiore per eccellenza, la fiamma che non consuma ma trasfigura, in corrispondenza speculare con il XXI Arcano Maggiore del Mondo, compimento e totalità del ciclo.

Si configura così una triplice dinamica eterica

L'Aria (Acquario), l’Acqua (Pesci) e il Fuoco (Shin). 

Tale polarità dialettica viene amplificata dalla natura stessa del giorno, governato da Mercurio, il messaggero alato, signore della comunicazione e delle sintesi degli opposti. Il glifo dei Pesci, d’altronde, reca in sé l’impronta del Tao, l’unione dei due princìpi che, fluendo in direzioni opposte, generano l’armonia dinamica del creato. È questa duplice natura, questa corrispondenza speculare, che trova nel Mercurio cosmico il suo riverbero e la sua cassa di risonanza.

In questo Mercoledì delle Ceneri, dunque, si dispiega una dimensione profondamente dinamica. 

L’elemento aereo e quello igneo si fecondano a vicenda, danzando nel grembo femmineo dell’acqua mercuriale, acqua trasmutatrice che dissolve e riduce in cenere, simbolo per eccellenza, quanto è d’ostacolo al cammino di purificazione. 

Siamo immersi nella materia trasmutante del Femminino, quel principio che si sposa con perfezione alla dimensione alchemica e iniziatica del rito. 

Ed è proprio Mercurio, custode del caduceo e delle due energie serpentine della Kundalini che si armonizzano, a fare da nume tutelare a questa giornata, orchestrata in una combinazione perfetta di numeri, Archetipi, Arcani, segni zodiacali e simboli ermetici.

Chi, più dello Shin, il Fuoco Sacro, potrebbe incarnare esotericamente "l’acqua del fuoco”, preparando le nostre nature a questa stagione di intensa spoliazione? 

L’eclissi e il novilunio di ieri, insieme al solenne ingresso del Cavallo di Fuoco, come già ebbi a tratteggiare nel mio precedente scritto, segnano il battito iniziale di questa autofagia che su se stessa implode, per poi esplodere in rinnovata luce. Il Mercoledì delle Ceneri non poteva che traguardare un nuovo inizio, una nuova fase di destrutturazione. 

La cenere catarchica, la cenere che imbianca. 

Un’Opera alchemica di straordinaria potenza, Acqua e Fuoco in sinergia, nel grembo della Madre, di Madre Terra, mentre la luna crescente nuota nei mari dei Pesci.

Questo significa anche immergersi nel karma, nelle ferite, in tutto ciò che pertiene alla densa dimensione materica, che è pur sempre Mater, Terra, Grembo. 

Aspetti che devono affiorare dagli abissi per essere decantati, ridotti in cenere, alchemizzati. Paradossalmente, la cenere è ciò che sbianca i tessuti. Anticamente, era il liscivio che lavava e restituiva candore, e alchemicamente porta in sé il concetto di purificazione assoluta. Reca altresì la dimensione del nutrimento, quale fertilizzante che rende la terra nuovamente prodiga. L’anno nono del Serpente di Legno ha fornito la legna. Gli alberi, vivi, generano ossigeno. 

Morendo, offrono calore, protezione, arte, e infine cenere e carbone che sbiancano e continuano a nutrire il suolo. 

Ma la cenere non è semplice terra. 

È il frutto di un processo, chimico e alchemico, che conduce a una rinascita, non a un mero disgregarsi in polvere. 

Ci si trasforma e ci si trasmuta per incenerimento, tappa imprescindibile prima della Pasqua, morte e rinascita simbolica.

Rito primaverile di risveglio, di Rinascita, propiziatorio e protettivo, beneaugurante per fertilità e abbondanza, le cui radici affondano nella notte dei tempi. 

Le cerimonie purificatrici del Fuoco, in sinergia con l’acqua, il Maimone celebrato nei carnevali sardi, aprono le danze sin dal 16-17 gennaio con i Fuochi Sacri di Sant’Antonio, per poi proseguire con Imbolc e la Candelora, sempre legate alla dimensione luce-fuoco-calore. Sono ritualità ancestrali di purificazione, necessarie al passaggio equinoziale, in equilibrio fra le due polarità, Acqua e Fuoco, della morte e rinascita pasquale.

Simbologie che la religione cristiana ha successivamente adottato e codificato.

Percorrendo il calendario liturgico, si scoprono numerosi elementi che hanno alimentato il simbolismo alchemico. La Festa della Purificazione della Vergine, nonché presentazione di Cristo al Tempio, cade quaranta giorni dopo il Natale. 

Gli stessi quaranta giorni che separano la Candelora dalla Pasqua, e la Pasqua dall’Ascensione. Senza dimenticare le concordanze del Natale con il Solstizio d’Inverno e della Pasqua con l’Equinozio di Primavera. I quaranta giorni che intercorrono fra queste date fisse corrispondono a una lunazione e mezza. 

Il primitivo calendario cristiano era infatti lunare, e le quarantene ritmano la manifestazione e la vita del Cristo nella società degli uomini. 

Un ritmo lunare di incarnazione nella materia, nella forma, nella Mater-Matrix, in seno alla dimensione archetipale della Mem, le acque cosmiche creatrici, il cui valore ghematrico è proprio il 40. 

La Mem lava, discioglie, fa fluire, e reca con sé le memorie.

Il Cristo Solare, elemento Fuoco, e i suoi ritmi lunari di quaranta giorni, elemento Acqua. 

Processo di incarnazione delle Anime, di Ascensione. 

La via delle Anime. 

La via della Via Lattea. 

Cristo crocifisso a Pasqua con Luna Piena, e la sua Ascensione con il novilunio, quaranta giorni dopo la Pasqua. 

E ancora dopo, a Pentecoste, dieci giorni oltre, in Luna Piena, invierà parte del suo Spirito, della sua Anima, sugli Apostoli riuniti con la Madonna nel Cenacolo, nella corrispondente festa ebraica della mietitura, Shavuot. Cristo solare, apollineo, indissolubilmente legato ai cicli lunari. Alchemicamente, Sole e Luna, l’oro e l’argento filosofici, rilasciano il Rebis, la pietra filosofale. 

Pietra che può nascere solo in primavera, poiché il fuoco tellurico, d’inverno, dorme nelle viscere del pianeta, come nel culto mitraico poi assimilato dai Romani.

La simbologia del bue e dell’asinello nella grotta di Betlemme rappresenta lo Zolfo e il Mercurio, la materia prima su cui lavora l’alchimista. Il Cristo entra in Gerusalemme onorato dalle Palme e chiede un’asina. Tutti gli asini recano sul dorso il segno di croce formato da due linee di pelo più scuro che s’incrociano sulla colonna vertebrale. È la dimensione della materia, in cui le due sinergie agiscono per creare: simbolo del crogiolo alchemico, nell’umiltà e semplicità della materia. 

L’asino è sempre stato portatore di divinità. L’asina, ancora Femminino. Il Mercurio, il Femminino che guida questi passaggi di purificazione-creazione, tutti traguardati da moduli di quaranta giorni, come i giorni del Diluvio universale. Il 40 ghematrico della Sacra Madre Mem, delle Acque Cosmiche e ancestrali.

La benedizione dei ceri, quaranta giorni dopo la nascita del Cristo, in cui la Vergine viene purificata, anticipa di quaranta giorni il Mercoledì delle Ceneri che apre la Quaresima. 

Candelora, Fuoco. 

Il Femminino sempre presente, nelle due polarità sinergiche Fuoco-Acqua. Rimandi che suggeriscono un intenso periodo in cui si richiedono equilibrio, capacità, discernimento, all’interno di una quarantena spirituale che è vera e propria quarantena iniziatica. 

Il numero 40, infatti, compare spesso nella tradizione esoterica mediterranea in relazione alla grande opera di rigenerazione iniziatica. Dimensione di restrizione, di morte apparente, di “oscurità”, per giungere alla condizione opposta: dalla morte alla rinascita, alla resurrezione.

In ebraico, 40 si dice arbaim, che significa moltitudine, grandezza, compiutezza. Nell’antico egizio, ab significa luna. Il numero 40, il 4, era legato ai cicli lunari, al Femminino, e anche a Madre Terra, rappresentata proprio dal 4 con i suoi punti cardinali, i suoi elementi, le sue stagioni, che anticamente, seguendo il calendario lunare, erano composte da quattro mesi. Il 40 esprime la totalità di un periodo intenso di Morte e Rinascita, che si inaugura proprio nel grembo della Madre. 

Della Mater. Che è Materia. Che è Memoria (Mem-memoria). Tutto ciò è funzionale alla rinascita. Morte-inizio-iniziazione.

La Mem è indicata in ghematria, guardacaso, proprio dal numero 40. 

Il Diluvio universale durò quaranta giorni. Appena terminato, uscì dall’Arca il corvo, per non farsi più rivedere, seguito subito dopo dalla colomba, dall’apparire del sole e dai colori dell’arcobaleno. 

Sono i colori della Grande Opera, Nigredo, Albedo, Rubedo. 

E della fase dell’Albedo, in questo Mercoledì delle Ceneri, ritroviamo l’importante fase della calcinazione.

Prima della messa, il sacerdote, ammantato di piviale viola, benedice le ceneri in un vaso posto sull’altare. Sono le ceneri derivanti dalla combustione dei rami di palma e d’ulivo benedetti l’anno precedente. 

Palme che rappresentano il Femminino, l’Albero della Vita stesso, la Pietra Filosofale che prende forma nella materia. 

Per gli Egizi, la palma simboleggiava Bellezza, Armonia, Fecondità, ed era ricondotta alla Dea Hator, la grande Mucca celeste che creò il mondo e il Sole. Hator è raffigurata mentre versa l’Acqua di Vita al defunto al di sopra di una palma: 

“Siederò in un luogo puro tra le foglie della palma dei datteri della Dea Hator” (Libro dei Morti). 

Palme che simboleggiano l’immortalità, e come alberi della vita collegano cielo e terra. Ma la palma era anche immagine della Dea Tanit, rappresentata con una palma e due serpenti, le due polarità energetiche.

Queste ceneri devono sottostare alla fase alchemica di calcinazione, operazione attraverso la quale il fuoco muta qualitativamente la materia, liberando principi volatili da sostanze solide, come reazione chimica dell’ossigeno. 

La calcinazione appartiene alla seconda fase della Grande Opera, dopo la Nigredo e prima della Rubedo finale. Fase chiamata Albedo, sbiancamento o leucosi, associata all’elemento acqua, all’argento, rappresentata dalla distillazione, dalla calcinazione, dalla purificazione, dall’alba, dalla Luna, dal femminile, dal simbolo del cigno, e dalla primavera. 

Il simbolo alchemico della calcinazione è la salamandra. Essa compare nei tarocchi, nel seme dei Bastoni, che rappresenta il Fuoco, l’energia della Kundalini, le due polarità della creazione. Sulla simbologia della salamandra, creatura a me particolarmente cara, rimando al mio approfondimento nel blog.

Si deve giungere a un punto di calcinazione che produce cenere rossa, indice non di altissima temperatura, ma di una terra rossa che in alchimia è chiamata Adamas, dal nome di Adamo, primo padre degli uomini. 

È come una terra rossa che viene congiunta al Mercurio, al Femminino, e da cui si ritiene si tragga l’embrione della pietra filosofale. 

La terra adamitica, l’Adamo Uomo Rosso. Il significato di base di ’adam è il colore rossiccio dell’argilla da cui l’uomo è tratto: «Il Signore Dio plasmò ha-’adam con la polvere dell’’adamah (terra)» (Genesi 2,7). 

Evidente il collegamento tra la realtà materiale di Adamo, «il terroso», con la «terra», attraverso la stessa base linguistica ’adam/’adamah, che si connette allusivamente anche a dam, «sangue», per il colore rosso. 

Energia mascolina e femminina, perché il rosso, come l’ocra rossa usata fin dall’antichità per decorazioni e statuine femminili, indica anche la fertilità del mestruo femminile.

Mestruo. 

Estro. 

Creazione. 

Ostro, vento del Sud. 

Nella Ruota della Medicina, il Sud è il punto cardinale del Femminino, legato all’elemento acqua, ma anche al suo complementare fuoco. 

Vita e morte insieme. 

Ostro. 

Istro. 

Stella. 

Ishtar. 

ISTR in comune con Istro. Istro-tirso, il bastone di comando, la pineale. 

Istro. 

Maestrale. 

Mestruale. 

Maestre, 

le Grandi Madri. 

Il vento di Nord-Ovest

Nord, guida per i naviganti, Stella Polare

Ovest, complementare all’Est, il femminile, il nero, la luna, il grembo. 

La terra. 

Con la calcinazione delle palme benedette l’anno precedente, si ricrea lo stato originario e primordiale della creazione, metaforicamente incontaminato, nel grembo di un’operazione alchemica al “bianco”, nell’Albedo del Femminino. 

La polvere. 

Un essere minerale nuovo, senza macchia. 

Lo stato adamitico primordiale. 

La materia destrutturata. Mortificata. 

Ricomposta in un nuovo corpo, grazie al Fuoco alchemico purificante che la eleva a un nuovo stato di perfezione.

I rimandi simbolici e alchemici sarebbero ancora innumerevoli, tutti estremamente profondi, e troveranno in altre sedi il giusto approfondimento. Con questo passaggio di oggi , si punta all’alleggerimento, per liberare le pesantezze karmiche, con la Shin che brucia tutto il superfluo. 

Si viaggia leggeri. Soluzione, solvere, e risolvere, coagulare. Un periodo che richiede di ri-solvere e risolutezza, senza mezze misure. Centratura. La cenere catarchica.

Ci aspetta tanto lavoro, come sempre. Ma ci trova ogni volta un poco più pronti.

Per la referenza della simbologia della cenere e all'uso di annerire il volto nel nostro Carrasegare sardo, un estratto dalla mia ultima pubblicazione editoriale, "Il Tempo Capovolto. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l’Ordine" 

( https://maldalchimia.blogspot.com/2026/02/simbologia-fuliggine-sul-volto.html) 

Con infinita gratitudine, sempre.


Tiziana Fenu

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Mercoledì delle Ceneri






martedì, febbraio 17, 2026

💛 Simbologia del Gatto/Carrasegare

 Indagando la complessa stratificazione simbolica del gatto, a partire dalla sua ricorrenza celebrativa del 17 febbraio, si sviluppa un'analisi che attraversa l'egittologia, l'esoterismo comparato, l'etimologia sarda e le tradizioni carnevalesche. Lungi dall'esaurirsi in una mera ricognizione folkloristica, l'indagine si concentra sulla figura felina come psicopompo, sintesi di dualità (solare/lunare, maschile/femminile, selvatico/domestico) e come depositaria di un "seme" primordiale, un principio vitale che trova una singolare e profonda risonanza nella lingua e nei rituali arcaici della Sardegna.

Nell'immaginario esoterico e mitologico, il gatto occupa una posizione liminale.

Il Gatto si pone come Archetipo Mercuriale tra Cielo e Terra. 

La sua natura è tradizionalmente associata ai principi femminili, lunari e ctoni, in opposizione alla diurnalità solare e maschile. Questa attribuzione non è meramente poetica, ma affonda le radici in una percezione arcaica dell'animale come medianico, capace di navigare l'oscurità, fisica e metafisica. 

Le sue vibrisse, non semplici organi tattili ma raffinati strumenti sensorio-spaziali, sono stati metaforicamente interpretati come un sistema di telemetria radar, un dispositivo naturale che gli consente di orientarsi nel "non-visible", tracciando una "X" che interseca le coordinate del reale e dell'ignoto.

Si manifesta, così, nella simbologia del gatto, una doppia natura del Divino Felino. 

L'apoteosi di questa simbologia si compie nell'Antico Egitto, dove il gatto si fa ipostasi divina. La Dea Bastet incarna la complessità di questo archetipo. 

Rappresentata con corpo femminile e testa felina, ella sintetizza le gioie terrene, la fertilità e la maternità, portando nella mano sinistra l'Utchat, l'Occhio di Horo, amuleto dalle potenti virtù magiche e apotropaiche.

Tuttavia, la teogonia egizia ci rivela una natura duale e dialettica. 

Figlia di Ra, Bastet partecipa del principio solare, solcando con lui il cielo diurno. Ma è nella dimensione notturna che la sua essione felina si manifesta in tutta la sua potenza. 

Trasformata in gatto, difende il padre dal serpente Apep (Apophis), incarnazione del caos primordiale e delle tenebre. 

In questa lotta escatologica, l'Utchat non è solo un ornamento, ma lo strumento della sua onniscienza, "l'occhio che tutto vede" che le permette di trionfare e garantire il ritorno del sole, ristabilendo l'ordine cosmico (Maât).

È fondamentale notare come questa figura sia l'evoluzione di un archetipo più feroce e indomito, quello della leonessa Sekhmet. Quest'ultima rappresenta la forza selvaggia e incontrollata, la potenza distruttrice. Bastet, invece, simboleggia l'addomesticamento di queste forze telluriche, la loro civilizzazione e integrazione nell'ordine umano e divino. 

Il suo culto, diffusosi intorno al 1000 a.C., incorporava rituali di purificazione e unguenti profumati, sottolineando il suo ruolo anche come Dea della seduzione e della grazia.

La connessione con l'oltretomba e i misteri della morte è intrinseca alla figura felina. 

Il gatto, con le sue "nove vite", è naturalmente uno psicopompo, una guida delle anime nel passaggio tra i mondi, funzione che condivide con Osiride, signore del vuoto primordiale, della morte e, al contempo, della creatività latente e del principio. 

Il gatto nero, in particolare, assurge a simbolo di questa connessione. 

Il suo colore non è segno di iattura, ma evocazione del fertile limo nero del Nilo, il deposito alluvionale che garantiva la rinascita agricola. Per questo era sacro a Iside e, successivamente, assimilato ad Artemide, dea della caccia e, come Bastet, signora della Luna.

Una peculiarità meno esplorata, ma di grande interesse, è la sensibilità del gatto ai campi magnetici terrestri, in particolare la sua tendenza a sostare sui "nodi di Hartmann". 

Questi punti, intersezioni di linee energetiche telluriche spesso considerate squilibranti per l'organismo umano, rappresentano per il gatto aree di elezione. Questa sua capacità di connettersi con il magnetismo della Terra lo rende, in senso lato, un ricettore di energie sottili, anche quelle legate alle pratiche magiche arcaiche della Dea Madre. 

Il gatto diventa così un elegante collegamento con il Femminino sacro, incarnando quell'equilibrio zen che nella sua immobilità introspettiva sembra indicare una via di conoscenza, quella di cogliere "mondi dentro i mondi", in una piena e adattiva consapevolezza che lo rende, a differenza dell'umano, mai "perduto".

Interessante indagare i termini sardi "Pisittu" e "Pisu", nella Sardegna Arcaica. 

Il nucleo più originale di questa riflessione risiede nell'indagine etimologica sarda. 

L'assonanza, o meglio, la potenziale parentela fonetica, tra "pisittu" (gatto) e "pisu" (seme) apre uno squarcio su una possibile visione del mondo pre-classica e pre-scritturale.

Quale legame connette il felino al principio seminale? La risposta, ancora una volta, va cercata in una cosmogonia arcaica che vedeva l'albero come axis mundi, forza universale e nutrimento cosmico. 

Molte divinità, come Horo, si credeva nascessero da un albero (l'acacia), simbolo di nascita e morte, di congiunzione tra cielo e terra. Questo nutrimento divino trova i suoi corrispettivi in diverse culture, come nell'Aura Soma indiana, nell'ambrosia greco-romana, nell'idromele germanico.

Allo stesso modo, Bastet era legata a piante sacre come il sicomoro, la palma e il fico, alberi che fornivano nutrimento e protezione al defunto nel suo viaggio ultraterreno. 

In questo quadro, il gatto stesso diventa "seme", ma non un semplice animale, ma il seme primordiale, il principio vitale non manifestato che contiene in sé la potenzialità di ogni forma. 

"Su pisittu" è dunque il tramite, lo psicopompo che, come il seme, unisce la potenza creatrice del cielo (l'energia fecondante) con la materia accogliente della terra (il grembo che genera). 

È il "piccolo seme" divino, deposto sulla terra, ma intrinsecamente legato al cosmo.

La scelta della data, il 17 febbraio, non è casuale ma risponde a una logica simbolica profonda. 

Secondo la Cabala ebraica, il 17 è la ghematria della parola טוֹב (Tôv), che significa "buono", "bene", composta dalle lettere Teth (9), Vav (6) e Beth (2). La somma teosofica di 17 (1+7) riconduce all'8, simbolo dell'infinito e dell'equilibrio cosmico, la sintesi perfetta del duale (cielo/terra, maschile/femminile), e al Sacro Femminino, che il gatto incarna  perfettamente. 

Inoltre, il diciassettesimo archetipo dell'alfabeto ebraico è la lettera Phe, la cui funzione è l'espansione. 

Essa è legata simbolicamente alla bocca e, per estensione, al silenzio e alla parola creatrice. Il gatto, animale silenzioso per eccellenza, incarna perfettamente questa energia di espansione femminile, la capacità di percepire e accogliere l'invisibile. 

Infine, sommando la data 17/02 (17+2) si ottiene 19, la cui riduzione a 10 (1+9=10) evoca l'idea della perfezione e del compimento, l'unione del principio maschile (l'1) con il ricettacolo femminile (lo 0), l'atto creativo che dà origine al Tutto.

Questa trama simbolica non è relegata a un passato remoto e geograficamente lontano, ma trova singolari persistenze nella tradizione vivente della Sardegna. 

A Sarule, durante il Carnevale ("Carrasegare"), compare la maschera "a Gattu", che ha un corrispettivo maschile in "su Maimone".

Quest'ultimo è un fantoccio propiziatorio, vestito con gli abiti femminili tradizionali (il che rafforza l'ambiguità di genere e la connessione con un principio androgino primordiale). 

La sua maschera, però, è l'elemento di maggiore interesse, perché è ricavata da una foglia essiccata di fico d'India ("pane de morisca"). La scelta di questo materiale è profondamente simbolica. Il fico d'India è la pianta che cresce e fruttifica anche nei terreni più aridi, conservando nella sua foglia la linfa vitale necessaria alla sopravvivenza. Invocare "su Maimone" per la pioggia e il buon raccolto, e rappresentarlo con quella maschera, è un atto rituale che esorcizza l'aridità, un'invocazione affinché la comunità non si riduca a essere come una foglia disseccata, ma conservi, come il fico d'India, la capacità di generare vita anche nell'avversità.

Il legame con il gatto ("a Gattu") si fa qui evidente. Entrambi sono simboli di un "seme fertile" e autonomo, di una vitalità latente che resiste e si adatta. 

Il gatto, come la foglia di fico d'India, preserva in sé il principio per sopravvivere e prosperare.

Se in Sardegna non sorgono templi in pietra dedicati a Bastet, la loro assenza non implica una mancanza, bensì una diversa modalità di espressione del sacro. La civiltà sarda arcaica, si configura come un "tempio a cielo aperto", dove il sacro viene inciso non su un glifo, ma nel paesaggio, nel rituale, nella lingua stessa.

L'assonanza "pisu/pisittu", la maschera di "su Maimone", la processione propiziatoria, sono tutte tracce di un linguaggio che non necessita della scrittura fonetica per trasmettere il proprio messaggio. 

È un linguaggio "atlantideo" nel senso più nobile del termine: altamente simbolico, ridotto ai minimi termini, ma denso di significato. 

È lo "Spirito del Linguaggio", la "Potenza della Parola" intesa come suono sacro e creatore, che opera per analogia e per simboli, in una forma di comunicazione che potremmo definire,  una forma di telepatia culturale. 

In questa prospettiva, il gatto, "su pisittu sacru", non è solo un animale, ma una chiave di accesso a questo strato profondo e immemorabile della coscienza umana.


Tiziana Fenu

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Per ulteriori approfondimenti, in particolare sul rapporto tra le maschere sarde e i simboli arcaici, la mia ultima pubblicazione editoriale 

"Il Tempo Capovolto"


Disponibili per l'acquisto su Amazon, nella collana editoriale "JanaSophia l'Origine" in piu versioni. 

"Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. 

Il Sacro che genera Caos. 

Il Caos che rinnova l'Ordine" 

https://amzn.eu/d/0hYAHSs8

https://amzn.eu/d/0j8uTz0e


"Gli Uomini senza Ombra.

Simbologie archetipali in Sardegna" 

https://amzn.eu/d/04Q2ywuS

https://amzn.eu/d/037haI9R

https://amzn.eu/d/0iO7ZMvz


"Coloro e imparo i simboli della Sardegna" 

https://amzn.eu/d/04c3n1aO

https://amzn.eu/d/03AN1Bzf


Simbologia del Gatto/Carrasegare















lunedì, febbraio 16, 2026

💛 S'Ainu Orriadori

 "Essendo il Carrasegare un rito di rinascita agro-pastorale, il cui nome evoca un rito sacrificale di origine dionisiaca finalizzato a ingraziarsi la divinità e a preannunciare il risveglio primaverile, ne emerge la duplice valenza di rito apotropaico per allontanare il male e purificare la comunità e di un momento di rottura dell’ordine quotidiano in cui le forze primordiali della natura si riaffacciano attraverso maschere zoomorfe e figure demoniache.

S’Ainu Orriadore, l’asino che ruba le anime, è una delle maschere più affascinanti di questo vasto panorama simbolico. 

Infatti, tra le maschere più inquietanti del folklore sardo spicca S’Ainu Orriadore, letteralmente, “l’asino che raglia”, figura demoniaca originaria di Scano di Montiferro (OR). 

La maschera è costituita dall’osso del bacino di un bovino o di un asino coperto dalla zimarra ( “sa mastrucca”), il tipico giubbotto senza maniche in pelle di ariete. 

[...] Il Carrasegare sardo, con le sue maschere zoomorfe, si rivela un palinsesto rituale in cui stratificazioni precristiane, sincretismi romani (il Navigium Isidis) e reinterpretazioni cristiane convivono. 

La figura dell’asino, in particolare, funge da cerniera simbolica tra il mondo dei vivi e l’aldilà, tra la materia grezza e la sua trasformazione spirituale. 

Lo studio di queste maschere, da S’Ainu Orriadore a Su Molente, non solo arricchisce la conoscenza del folklore isolano, ma offre anche una chiave di lettura antropologica più ampia, mostrando come il Carrasegare continui a essere un tempo sospeso in cui la comunità si confronta con le proprie paure, le proprie fatiche e le proprie speranze di rinascita.

A questo riguardo, emerge una figura particolare, che presenta orecchie d'asino, Tuchulcha, in cui si evidenzia un'iconografia e simbologia esoterica di un Demone ctonio etrusco. 

La figura di Tuchulcha, demone minore del pantheon etrusco, costituisce un vertice di straordinaria ricchezza iconografica e simbolica, particolarmente rilevante per una lettura in chiave esoterica e comparativa con le tradizioni sarde. 

[...] La sua raffigurazione più celebre, nella Tomba dell’Orco a Tarquinia (IV sec. a.C.), lo presenta come un essere ibrido e terrificante

[...] Alcune fonti sottolineano la natura ambigua e potenzialmente androgina di Tuchulcha, descritto talvolta con attributi femminili come un chitone e una pelle rosea. 

Questa indeterminatezza di genere ne accentua il carattere liminale, collocandolo in uno spazio simbolico oltre le categorie ordinarie, tipico delle entità che presiedono ai passaggi e alle trasformazioni radicali.

La Tomba dell’Orco, il cui nome deriva dall’identificazione romana del mostro dipinto con Orcus (Plutone, signore degli Inferi), è essa stessa un Mundus Patet, un varco rituale che connetteva il mondo dei vivi con quello dei morti. Tuchulcha, in questo spazio sacro, incarna il custode di questa connessione, presiedendo al mistero della morte come iniziazione e passaggio.

Il confronto con la figura sarda di S’Ainu Orriadore (l’asino ragliante) di Scano Montiferro rivela una sorprendente consonanza di archetipi, che travalica le distanze geografiche e culturali.

L’asino annunciatore di morte. 

[...] Come Tuchulcha, anche S’Ainu Orriadore svolge una funzione di psicopompo o di suo annunciatore, collegando la sfera umana a quella ultraterrena attraverso il simbolo dell’asino.

L’interpretazione alchemica fornita dalla tradizione sarda è illuminante. L’asino rappresenta la materia densa su cui operare per un percorso di “consapevolezza, trasformazione e purificazione”. 

Questo processo di trasmutazione è guidato dal Fuoco Sacro, concetto racchiuso nella radice “Ur”. 

Tale particella fonetica, riconosciuta nella parola sarda per asino, burriccu (b-UR-riccu), e in Nuraghe (N-UR-aghe), significa appunto “Fuoco Sacro”. 

È il fuoco della P-UR-ificazione celebrata dal Carnevale (Carrasegare), inteso come momento di morte rituale e rinascita a una condizione superiore, “solarizzata”. 

Il ragliare de S’Ainu Orriadore non è quindi solo un presagio di fine, ma l’invocazione sonora di questo fuoco trasformatore.

Lo stesso attributo "Orriadori", ha come desinenza fonetica, quell'OR-, che suggerisce, metaforicamente, un Oro, l'Horus, l'Opera alchemica completata. 

L’uso del bacino come maschera non è macabro, ma profondamente simbolico. 

Esso rappresenta un utero, un grembo, una dimensione gestazionale, dal quale l’iniziato (il Mamuthone, ad esempio) può rinascere una seconda volta, passando dalla condizione di “essere demoniaco” a quella di “creatura consapevole della sua Essenza Divina”. 



Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 


Tratto dal mio libro"Il Tempo Capovolto"


Disponibili per l'acquisto su Amazon, nella collana editoriale "JanaSophia l'Origine" in piu versioni. 

"Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. 

Il Sacro che genera Caos. 

Il Caos che rinnova l'Ordine" 

https://amzn.eu/d/0hYAHSs8

https://amzn.eu/d/0j8uTz0e


"Gli Uomini senza Ombra.

Simbologie archetipali in Sardegna" 

https://amzn.eu/d/04Q2ywuS

https://amzn.eu/d/037haI9R

https://amzn.eu/d/0iO7ZMvz


"Coloro e imparo i simboli della Sardegna" 

https://amzn.eu/d/04c3n1aO

https://amzn.eu/d/03AN1Bzf

S'Ainu Orriadori