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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

venerdì, febbraio 20, 2026

💙 Cuore di ghiaccio

 La vicenda del piccolo Domenico mi trapassa come una stalatitte ghiacciata.

Oltre l'immane tragedia, dolore e assurdità, è un qualcosa di più profondo, che va a toccare un dolore antico, ontologico, e sembra di scorgere sotterranee vie simboliche di collegamento con altri contesti, a cui si punta lo sguardo. 

Sarà perché la mia runa di appartenenza, è la runa Isa, in sinergica dialettica con un segno di Fuoco. 

Il Cuore Ghiacciato. 

Non è morte. 

È Fixatio

la prima e più crudele delle operazioni alchemiche. 

Il sangue, un tempo fluido come Mercurio, è stato coagulato in un cristallo. 

La sua carne pulsante, un tempo rosea e umida, è ora divenuta una gemma dura e fredda, un diamante nero incastonato nella culla del costato. 

Il bambino respira, ma il suo respiro è nebbia. 

I suoi occhi vedono, ma riflettono solo la luna.

È un cuore non batte. 

Emette un suono che l’orecchio non coglie, una frequenza di ghiaccio secolare che vibra nelle ossa del mondo. 

È il Cuore di Vetro, l’Anima Diafana, custodita in una teca di silenzio. 

Perché un bambino, in sé, è un vaso ermetico all'ennesima potenza, il ricettacolo di una potenza così pura che per essere contenuta ha dovuto essere congelata. 

Il gelo è la sua tuta, la sua armatura contro un fuoco che lo consumerebbe. 


In questi giorni sembra che  un grande Inverno sia disceso non sui campi, ma nelle vene del mondo. 

Un grande gelo che ci pervade, come una promessa di primavera spezzata sul nascere.

Bambini cristallizzati in un volo mancato, dalle ali spezzate, nel gelo dell'orrore e della solitudine. 

Eppure penso a quel cuore ghiacciato, talmente simbolico da incastonarsi costantemente tra i miei pensieri. 

Penso a quell'unico nucleo di fuoco primordiale strappato alla fornace solare e sigillato in un guscio di brina.

Penso ai primi umani, gli uomini Pitri, gli Antenati, spiriti lunari.

Questo fu il grande Artificio alchemico. 

Si separò la fiamma dal suo calore, la scintilla dalla sua propagazione, e la si pose nel petto di un bambino.

Ma il ghiaccio non è eterno, come ci insegna la Sacra Runa Isa. 

Nel laboratorio segreto del Tempo, il bambino è l’Aludel vivente. 

Il trasmutante e purificante 

Il freddo che lo avvolge è il Solve et Coagula al contrario. Una fissazione apparente che cela un lento, impercettibile scioglimento. 

Perché anche il cristallo più duro, se esposto al soffio dello Spirito, geme e trasuda. 

Ogni lacrima non versata è una stilla di rugiada che scalfisce la prigione. 

Ogni attimo di tenerezza non ricevuta è un fuoco sotterraneo che scalda il minerale.

Un giorno, o in un’era, il guscio di ghiaccio dovrà infrangersi. E allora avverrà la Rubedo, la grande Opera al Rosso.

Dal cuore di brina sgorgherà non acqua, ma Fuoco. 

Un fuoco bianco, rarefatto, che era lì sin dall’inizio, ibernato per sopravvivere. 

Il bambino, allora, non sarà più il custode dell’inverno, ma la Fiamma Nera che lo ha fuso. 

Egli sarà colui che ha portato il gelo dentro di sé per proteggere la brace, e che dalla prigione di cristallo ha forgiato la propria luce.

Si sta capovolgendo tutto. 

E in questo estremo dolore, sia 

benedetto dolore del freddo, perché è la promessa del calore.

Benedetto sia il cuore silente, perché la sua prima parola sarà il tuono.


Tiziana Fenu 

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Cuore di ghiaccio






❤️ Romantica

 Romantica.

Si.

Di parole non dette.

Taci.

Voglio sentire il tuo

sguardo addosso

come una lama affilata

che incide la scorza

di una melagrana matura.

E poi voglio sentire

le tue mani calde.

Che mi prendono per i fianchi

mentre mi apri l'Anima.

E quei rubini succosi d'amore

ti esplodono sul petto.

Uno per ogni parola

che non riesco a dirti.

Ma non fermarti lì.

Ora che la buccia è rossa e lucente,

ora che il frutto è vivo e pulsante,

scava ancora più a fondo con quelle mani,

oltre la polpa, 

oltre il succo che stilla.

Raggiungi il seme, il nocciolo segreto,

il punto esatto dove il desiderio si fa buio

e la luce trema, incerta.

Estrailo da me, 

come una promessa antica.

E poi, piano, 

riponilo dentro di te.

Nel punto dove le tue ossa trattengono il calore,

dove il tuo sangue 

canta il mio nome in silenzio.

Così, quando te ne andrai,

quando la distanza tornerà a essere un coltello,

io sarò parte del tuo incedere,

un'eco nel tuo passo,

un'ombra familiare nell'angolo del tuo sguardo.

Voglio solo passarti tra le labbra

E sentire tutto il tuo sapore. 

Che mi riempie i sensi

di un rosario di parole

sussurrate senza voce.

E mentre la tua bocca recita questo rito,

lascia che le tue dita si facciano strada

tra i sentieri dei miei capelli.

Dipanane i nodi, 

sciogli i ricordi,

lenisci il riverbero di quando era solo il vento,

un messaggero invisibile e freddo,

a portarmi il tuo respiro, 

a scompigliare l'attesa.

Addormenta quella bambina che ti aspettava

a occhi chiusi,

in bilico sul ciglio di un sogno,

e ridesta la donna che ora sente,

sulla pelle sottile delle palpebre,

la dolcezza tremante dei tuoi piccoli baci.

Come ali di farfalla posate su un vetro appannato.

E ora, quando l'ultima parola sarà stata mangiata,

quando il nostro rosario tacerà,

prendi il mio respiro stanco, sazio.

Fammi riposare sul tuo petto.

Che io possa sentire, 

nel legno e nella terra del tuo corpo,

dove era il mio cuore tutto questo tempo,

in tutte quelle notti vuote

mentre, ostinata, ti aspettavo.

Non chiedo altro.

Solo questo silenzio colmo.

Questa melagrana intera, da cui siamo nati


Tiziana Fenu 

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Romantica




💛 Vaso de su Concali de Corongiu Acca

 Prima di narrare le vicende del territorio che lo ha custodito, è necessario soffermarsi sull'oggetto che di quelle genti ci restituisce la voce più intima e potente. 

È un vaso a botticella, un piccolo scrigno d'argilla plasmato nell'Età del Rame (Eneolitico) e rinvenuto nella grotta di Su Concali de Corongiu Acca. 

Non è un semplice contenitore, ma un microcosmo di significati, un inno silenzioso inciso nella materia.

Il corpo ceramico, modesto nella sua natura legata a Madre Terra, si anima attraverso un raffinato decoro inciso, una vera e propria scrittura sacra. 

Vi leggiamo, in una sintassi di segni, la complessa cosmogonia di una società prenuragica. 

I motivi a chevron (V rovesciate) si susseguono in moduli di cinque. 

Il cinque, numero venusiano, evoca il pianeta della fertilità e il Toro, simbolo ancestrale della potenza maschile e celeste. 

In questa danza di segni, il cinque celebra la sacra sinergia tra il principio femminile e quello maschile, la cui unione genera il quinto elemento, l’etere, il soffio vitale che permea l'universo.

La composizione si snoda poi in moduli verticali e orizzontali di tre e due. 

Il tre, cifra della trinità dinamica (nascita, vita, morte) e della completezza spirituale, si intreccia con il due, emblema della dualità, della polarità e della terra. Insieme, narrano il perenne ciclo di creazione, morte e rinascita, e la feconda sinergia tra le due forze cosmiche. 

Gli elementi romboidali, infine, sono inequivocabili nella loro iconografia. 

Sono vulve, porte sacre della vita, grafemi del grembo femminile generatore. 

I segni a zig-zag non sono una mera rappresentazione dell'acqua, ma un simbolo ben più profondo, poiché incarnano sia la Mem, l'acqua cosmica primordiale, il caos creatore da cui tutto scaturisce, sia la Shin, la fiamma del fuoco sacro, l'energia vitale e trasformatrice.

Il vaso stesso, nella sua forma a botticella, diviene così l'icona perfetta di un grembo cosmogonico. 

Al suo interno, la terra (l'argilla) accoglie e contiene, mentre sulla sua superficie la sinergia delle due polarità è eternamente incisa, una preghiera laica di fecondità e rigenerazione affidata ai secoli.

È in questa terra, intrisa di significati simbolici, che si inseriscono le prime testimonianze di frequentazione umana nel territorio di Villamassargia, comune del Sulcis-Iglesiente. Risalgono al Neolitico, e a quella stessa grotta di Corongiu Acca che ci ha restituito il vaso, i materiali più antichi, riferibili al Neolitico medio. 

Le grotte della zona conobbero una continuità di frequentazione sacra e abitativa per millenni, attraverso il Neolitico recente, finale e l'intera Età del Rame, come il nostro vaso a botticella dimostra. 

A questi periodi sono riferibili anche le numerose Domus de Janas, che punteggiano il territorio, riproducendo in scala architettonica quel concetto di grembo materno della terra che accoglie i defunti per rigenerarli.

Successivamente viene lasciata un'impronta ancora più evidente, con i nuraghi Santu Pauli e Monte Exi che svettano come sentinelle di pietra, e le tombe dei giganti in località Monte Ollastu e Astia, sepolture collettive che perpetuano il culto degli antenati. 

Ad Astia, la presenza di un pozzo sacro testimonia il culto delle acque, un altro tassello fondamentale nella religiosità di queste genti.

Il popolamento continuò in età romana, quando la vocazione territoriale si fece più pragmatica. Nella prima metà del II secolo d.C., venne realizzato un imponente acquedotto che, dalle sorgenti di Villamassargia, convogliava le acque fino a Karalis (l'odierna Cagliari), un'opera di ingegneria idraulica che serviva la crescente metropoli. Di questo periodo sono anche le fonderie, a testimonianza di quell'attività metallurgica che da sempre caratterizza questa zona dell'isola, dove la terra ha donato non solo simboli ma anche minerali.


Tiziana Fenu 

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Vaso de su Concali de Corongiu Acca




giovedì, febbraio 19, 2026

💛 Vento/Bundu/Baubo/otre

 Nella mitologia greca, Baubo è una figura arcaica e affascinante, il cui mito è strettamente legato ai misteri femminili e alla rinascita della natura, ne ho parlato svariate volte, nei miei scritti, anche nella mia ultima pubblicazione editoriale "Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l’Ordine". 

La sua storia si intreccia con quella di Demetra, la dea dell'agricoltura e del grano, che, disperata per il rapimento della figlia Persefone da parte di Ade, si era ritirata dal mondo, lasciando la terra sterile e arida.

Nelle sue peregrinazioni, Demetra giunge ad Eleusi, dove viene accolta da Baubo. Per strappare la dea al suo lutto inconsolabile, Baubo compie un gesto sorprendente e rituale, l'anasyrma, ovvero solleva la veste mostrando i genitali . 

Questo atto, lungi dall'essere meramente osceno, è profondamente sacro e apotropaico. 

In alcune versioni del mito, è il figlio Iacco( Demetra porta in grembo Iacco, che, come dice prof. Dedola a riguardo, è il terzo nome del Dio sardiano, Iáccu, è , senz’altro il più intrigante, anch’esso panmediterraneo. Íaccos, Ἴακχος)  a ridere di fronte a questa visione, rompendo l'incantesimo del dolore e strappando infine un sorriso alla stessa Demetra . 

Il riso che ne scaturisce ha un effetto liberatorio e rigenerante, riportando la possibilità della gioia e, simbolicamente, della vita.

Il nome stesso di Baubo, per alcuni studiosi, evocherebbe la "pancia" e le "risate di pancia" . 

Le sue raffigurazioni più antiche, come la statuetta ritrovata a Gela (V sec. a.C.), nel santuario di Demetra Thesmophoros, la mostrano intenta in questo gesto, diventando così l'emblema di un femminile che non teme di mostrarsi, di un potere che risiede nella capacità di generare e di rigenerare la vita attraverso il corpo, il riso e la trasgressione sacra . 

È una divinità che ci ricorda come, nei momenti di massima aridità, la scintilla vitale possa riaccendersi attraverso ciò che è primordiale, corporeo e autentico.

Simbolo di questa fertilità dinamica, attiva, vitale, erano i Floralia, antiche feste romane dedicate a Flora, dea dei fiori, della primavera e della giovinezza. Celebrati tra la fine di aprile e l'inizio di maggio, questi ludi erano caratterizzati da un'atmosfera di gioia sfrenata e licenziosità rituale. 

Istituiti in seguito a un responso dei Libri Sibillini per propiziare la fertilità dei campi, i Floralia erano il momento in cui la comunità intera si abbandonava a comportamenti che in altri contesti sarebbero stati inaccettabili .

Le celebrazioni includevano rappresentazioni teatrali (ludi scaenici) durante le quali le attrici si spogliavano su richiesta del pubblico (la cosiddetta nudatio mimarum), e giochi circensi in cui venivano liberati animali come capre e lepri, simboli di fecondità . La logica sottostante a questi riti era chiara

Stimolando la sessualità umana attraverso il gioco e l'esibizione, si intendeva risvegliare per analogia la potenza generatrice della natura, spingendo la terra a fiorire e a produrre frutti abbondanti. 

In questa festa, il corpo femminile esibito non era oggetto di vergogna, ma un potente strumento magico per influenzare il ciclo delle stagioni.

Se Baubo e Flora rappresentano il principio femminile della generazione, Zefiro incarna la controparte maschile e fecondatrice. 

Nella mitologia greca, Zefiro è la personificazione del vento di ponente, dolce e leggero, che annuncia la primavera. 

Figlio di Astreo e di Eos (l'Aurora), è rappresentato come un giovane alato che tiene in mano un mazzo di fiori.

Il suo legame con il risveglio della natura è reso esplicito dal mito in cui sposa Clori, una ninfa associata ai fiori. 

La tradizione romana identifica questa ninfa proprio con la dea Flora . 

Come raccontano Ovidio nei Fasti e il Poliziano, è Zefiro che, con il suo soffio primaverile, feconda e "infiora" la terra, inseguendo la sua amata e trasformandola nella dea della fioritura . 

La loro unione simboleggia l'abbraccio cosmico tra il cielo (il vento) e la terra (la vegetazione), da cui nasce la profusione di fiori e frutti, e da cui essi generano il figlio Carpo, personificazione del frutto .

Ma il Vento, lo considero come Principio Femminile e Soffio Vitale. Lo dimostra anche la rappresentazione della Maschera de Su Bundu( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/12/bundu-bindubindi.html?m=0) 

 del Carrasegare sardo, che rappresenta il vento, di cui ho già approfondito anche nel mio saggio "Il Tempo Capovolto" 

Il vento del Sud, Noto o Austro, è nella tradizione classica figlio di Astreo ed Eos, ed è spesso associato a piogge e tempeste distruttive, temuto come disseccatore dei raccolti. 

Vi è una profonda connessione 

che lega il vento Austro/Noto al femminino attraverso la radice "STR" e le Grandi Dee Madri mediterranee e mediorientali (Ishtar, Astarte). La particella STR diventa così un filo d'Arianna che attraversa i millenni, collegando nomi e luoghi sacri (Oristano, Tharros, il fiume Tirso in Sardegna) a un culto primordiale della fertilità e della sovranità femminile.

Questa intuizione si sposa perfettamente con la definizione del vento come "soffio vitale". 

In ebraico, ruach, e in greco, pneuma, significano al contempo vento, respiro e spirito . 

Il vento è quindi l'elemento invisibile ma potentissimo che anima il mondo, esattamente come il principio femminile è la forza generatrice nascosta ma essenziale della vita.

Era nelle Domus de Janas che cercavano e custodivano il Soffio Divino, rappresentate con la carena ( fondo dell'imbarcazione e "carena" in sardo, sterno) 

Il riferimento all'otre dei venti è un'immagine potentissima. Nell'Odissea, Eolo chiude i venti in un otre e lo affida a Ulisse. 

Ma giustamente, ci si interroga su questo gesto: chi cuce davvero l'otre? 

"Un Femminino", l'unica risposta che sento di dare, illuminante. 

L'otre è un contenitore di cuoio, morbido e flessibile come un grembo. 

Chiudere i venti in un otre significa contenerli, gestirli, dar loro una dimora. 

È un'azione tipicamente femminile e materna. 

In sardo, "su bentu estru" (il vento di ponente) suona come "otre"

Da noi il Vento è Femmina. Questa tradizione popolare conserva una verità profonda. Il vento non è solo una forza maschile che feconda, ma anche un alito vitale che nasce da un grembo, da una "torre" come le "Dee turrite", i nuraghi, antichi luoghi di culto e di potere, strutture verticali che emergono dalla terra per incontrare il cielo e forse, simbolicamente, per generare il vento stesso.

Il collegamento  con Fūjin, il dio giapponese del vento, raffigurato mentre tiene un sacco di vento sulle spalle, crea un cerchio perfetto. L'iconografia di Fūjin che porta il suo sacco è la rappresentazione visiva dell'otre di Eolo. 

In entrambe le culture, il vento è una forza primordiale che deve essere contenuta e rilasciata, e questo contenitore, in una lettura simbolica, può essere visto come un utero cosmico.

Unendo tutti questi elementi, possiamo costruire un racconto simbolico coerente. 

Un Archetipo Femminino Primordiale, rappresentato dalla Baubo e dal Vento Madre. 

All'origine di tutto c'è un potere femminino, misterioso e autonomo. 

È rappresentato da Baubo, il cui gesto osceno-sacro rivela il potere rigenerante del corpo, ma anche dal Vento inteso come grembo, come "otre" primordiale, come soffio vitale che contiene in sé il potenziale di ogni cosa. 

Questo vento-madre è il respiro stesso del mondo, legato a Dee Madri antichissime il cui nome (Astarte, Ishtar) riecheggia nella radice STR che ritroviamo nella nostra Terra Sarda, in luoghi come Tharros e Oristano, antichi centri di civiltà dove il sacro femminile era profondamente radicato.

Il Soffio Fecondatore (Zefiro), da questo grembo cosmico,  si manifesta come forza maschile e fecondatrice. Non è più solo il contenitore, ma il soffio dinamico che esce dall'otre, che si muove verso la terra per fecondarla. Il suo mito, che lo vede sposo di Clori/Flora, è la rappresentazione perfetta di questo momento. 

È il principio aereo maschile che si unisce al principio terrestre femminile.

Il Rito dell'Unione, i Floralia, rappresentano benissimo questa simbologia. 

Il punto di incontro tra questi due principi è celebrato nei Floralia. 

Questa festa non è solo un tripudio di vitalità fine a se stesso. 

È la messa in scena rituale dell'ierogamia, l'unione sacra tra cielo e terra. 

L'esibizione del corpo femminile (Flora, ma anche l'eco di Baubo) e la corsa degli animali fertili sono il mezzo per invitare, attraverso la ritualistica, la natura a risvegliarsi. 

È il momento in cui la potenzialità contenuta nell'otre si libera e si manifesta nel mondo, facendo fiorire i campi e germogliare i frutti.

In questa visione, Baubo è la chiave che ha permesso a Demetra di sorridere, sbloccando la rigidità del lutto e permettendo al ciclo della vita di riprendere. 

Allo stesso modo, i Floralia sono il meccanismo rituale che "sblocca" la potenza invernale della terra, permettendo a Zefiro di fecondarla. 

Il vento è l'elemento unificate. 

È il soffio primordiale custodito nel grembo (l'otre, la torre), è l'alito fecondatore di Zefiro, ed è l'energia vitale che si sprigiona nei riti di fertilità, portando alla fioritura (Flora) e al frutto (Carpo). 

Il collegamento con l'amigdala( ne ho parlato nel link riguardo su Bundu, citato prima) centro emotivo del cervello, e con la Maddalena (Torre), suggella questa visione. 

Il principio femminile non è solo fuori, nella natura, ma è anche dentro di noi, il centro profondo delle nostre emozioni e della nostra stessa consapevolezza, una "torre" interiore da cui spira il vento dello spirito.


Tiziana Fenu 

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Vento/Bundu/Baubo






💙 Tantrismo

 Il tantrismo non può essere insegnato. 

Né si impara.

Esso appartiene al regno dell’ineffabile, là dove la parola si infrange come un’onda contro gli scogli del silenzio e la mente, con i suoi artifici, si arresta di fronte al mistero che la trascende. 

Non esiste dottrina, né tecnica, né percorso iniziatico tracciato da mano umana che possa condurre alla sua soglia. Ogni tentativo di apprenderlo come si appende un sapere profano non farebbe che allontanarne l’essenza, perché il tantrismo non è un insieme di pratiche da eseguire, ma una rivelazione che accade nell’intimo, quando l’anima è pronta a spogliarsi di ogni sovrastruttura per accogliere l’inconoscibile.

Ti viene donato come un Dono, e in questa parola, “dono”, riecheggia l’antico senso del gratuito, del sacro che irrompe senza preavviso, come la grazia che discende sui mistici o l’illuminazione che folgora il ricercatore dopo anni di silenziosa attesa. 

Non lo conquisti con lo sforzo, non lo meriti con l’ascesi. 

Ti viene incontro, ti trova, ti sceglie. E quando questo accade, cessa di essere un concetto, una filosofia, una via da seguire:

Diventa la tua dimensione naturale, il tuo stato naturale d’Essere. 

Come il respiro che non impari a respirare, come il battito che non comandi, così il tantrico si ritrova immerso in una nuova qualità dell’esistenza, dove ogni atto, ogni pensiero, ogni pulsazione vibra all’unisono con il cosmo.

Entri in frequenza vibrazionale con Ottave alte. 

Armoniose.

Non si tratta di una semplice metafora musicale, ma di una verità energetica che gli antichi maestri conoscevano bene. 

L’universo è un oceano di vibrazioni, e l’essere umano, nel suo stato ordinario, emette suoni confusi, dissonanti, frammentati. 

Il Dono tantrico accorda lo strumento corpo-mente-spirito a una sinfonia più vasta, a quelle ottave superiori dove la materia si fa più sottile, dove il pensiero diviene luce e l’emozione si trasforma in estasi. 

È l’armonia delle sfere che penetra la carne e la redime, restituendole la sua originaria purezza.

E diventi tu stessa fucina di sublimazione.

Fucina. 

Immagine alchemica per eccellenza, luogo del fuoco segreto, della trasmutazione. In te, ora, ogni elemento grezzo, desiderio, paura, attaccamento, gioia, dolore, viene gettato nel crogiolo e trasformato in oro spirituale. Nulla è scartato, nulla è giudicato impuro. 

Tutto diventa combustibile per la fiamma dell’Amore. 

In tutto ciò che capti, 

in ogni incontro, 

in ogni sguardo, 

in ogni fremito della natura, scorgi l’occasione per una nuova trasmutazione. 

L’Amore non è più un sentimento tra gli altri, ma la sostanza stessa della realtà

La Bellezza non è un attributo superficiale, ma il volto manifesto del Divino.

La Kundalini funge da sensore, da amplificatore.

Ella, la Serpe di Fuoco, giace assopita alla base della colonna, nel primo chakra, attendendo il risveglio. Nel tantrico, non è più un potenziale latente, ma una presenza viva e operante. Come un sensore finissimo, percepisce le vibrazioni sottili che sfuggono ai cinque sensi. 

L’intenzione nascosta dietro una parola, la qualità energetica di un luogo, l’eco dell’anima altrui. 

E come un amplificatore, moltiplica all’infinito ogni minima sfumatura di piacere, di amore, di comunione, trasformando l’ordinario in straordinario, il contatto in fusione, l’attimo in eternità.

È una strada di non ritorno.

Non perché vi sia un divieto, ma perché la trasformazione è irreversibile come la fiamma che ha bruciato il seme. 

Il seme non può più tornare a essere tale, è già albero, è già fiore, è già frutto. 

Una volta che la coscienza ha assaporato l’unità, non può più accontentarsi della separazione. 

Una volta che il cuore ha conosciuto l’amore come stato permanente, non può più tornare all’amore come episodio. 

Non puoi fare sesso, una volta tantrico, e una volta no. Diventi tu stessa tantrica. 

Non puoi più essere altrimenti. L’atto sessuale non è più un’attività tra le altre, ma il riflesso, nel piano fisico, di una realtà più vasta. 

L’unione cosmica di Śiva e Śakti, la danza eterna della coscienza e dell’energia. E in ogni gesto, anche il più semplice, anche il più apparentemente profano, rivive quella stessa danza.

È entrare nella natura intima delle cose, delle persone, e sentirne il calore e il nutrimento, e restituirlo.

Non si tratta più di osservare il mondo dall’esterno, ma di penetrare la sua essenza più segreta. 

Come si apre un frutto per coglierne la polpa, così il tantrico si apre alla realtà e ne assapora il midollo. 

Sente il calore che emana da ogni essere, da ogni pietra, da ogni stella, e ne riceve nutrimento per l’anima. 

Ma non trattiene per sé. Restituisce, in un circuito virtuoso che alimenta l’universo. 

È lo scambio continuo tra il microcosmo e il macrocosmo, tra l’umano e il divino, tra l’amante e l’amato.

Il sesso inizia dall’intimità d’anima, di emozioni.

Prima ancora che i corpi si incontrino, le anime si riconoscono. 

L’intimità non è un traguardo da raggiungere dopo aver superato le difese fisiche, ma il punto di partenza, il terreno sacro su cui edificare l’incontro. 

Mostrarsi nella propria verità, senza maschere, senza paura del giudizio, senza bisogno di apparire diversi da ciò che si è. 

Questa è la vera nudità, la più audace, la più coraggiosa. Quando consenti all’altro di entrare totalmente dentro di te, nelle tue zone “molli”, vulnerabili, quelle belle, soffici, da baciare delicatamente, allora capisci. Non con la mente, ma con tutto l’essere. 

Comprendi che la vulnerabilità non è debolezza, ma la più alta forma di forza. 

È l’aprirsi all’altro senza riserve, è il fidarsi dell’universo, è l’abbandono alla grazia.

Ti senti espandere dentro di lui. 

Si entra l’uno dentro l’altro, come una seconda pelle, e lo si sente in ogni poro, in ogni respiro. 

In ogni battito.

I confini si dissolvono. 

Non c’è più un “io” e un “tu” separati, ma un “noi” che trascende la somma delle parti. 

L’altro diventa la tua stessa carne, il tuo respiro si fonde con il suo, il tuo cuore batte all’unisono con il suo cuore. È un’esperienza di comunione totale, che coinvolge ogni cellula, ogni fibra dell’essere. E in ogni pausa che si è preso per raccontarsi, per rivelarsi, per donarsi a noi, scopri la sacralità del tempo sospeso, dell’attimo che diventa eternità.

Allora ci si sincronizza. 

Si incomincia ad avere lo stesso battito, lo stesso ritmo. Lo si sente espanso ovunque.

Non è solo il cuore a pulsare all’unisono, ma l’intero campo energetico. 

I respiri si allineano, i pensieri si armonizzano, le emozioni danzano insieme. 

E questa sincronia non è limitata al tempo dell'incontro. Si espande, pervade ogni istante della vita, anche quando si è lontani. 

L’altro diventa una presenza costante, un sottofondo musicale che accompagna ogni azione, un calore che non si spegne mai. 

In tutti e cinque i sensi e oltre.

Così si raggiunge un piacere che è indescrivibile. 

Periferico e centrale nello stesso tempo.

Non è il piacere localizzato degli organi genitali, né l’ebbrezza fugace di un orgasmo fisico. 

È un piacere che abbraccia tutto il corpo e insieme lo trascende, che vibra sulla pelle e nel profondo dell’anima, che si irradia dal centro del petto e pervade ogni atomo dell’universo. 

È l’estasi dei mistici, la beatitudine dei santi, la gioia dei bambini. 

Con tutti i chakra aperti, i vortici di energia ruotano liberamente, formando un unico grande turbine che ascende dalla base della colonna fino alla corona, e da lì si riversa nell’infinito.

Perché circola amore ed energia fluida, pulita, vera, calda, nutriente. 

Dall’uno all’altro. Ininterrottamente.

Non c’è interruzione, non c’è fine. 

L’amore non è un sentimento che va e viene, ma una corrente perenne che scorre tra gli amanti, alimentandoli, purificandoli, trasformandoli. È l’energia stessa della vita, nella sua forma più pura, che si riversa da un cuore all’altro, in un flusso incessante che non conosce ostacoli. 

Come una danza ancestrale che ci riporta al primo battito di vita. 

Quella danza che i primordi dell’universo danzavano, quando ancora non c’era separazione, quando la luce e le tenebre erano un’unica sostanza, quando il maschile e il femminile dormivano abbracciati nello stesso grembo cosmico.

Un qualcosa di magico, profondo, potente e primordiale.

Magico, perché sfida le leggi del mondo ordinario e apre le porte all’impossibile. Profondo, perché scende negli abissi dell’anima e ne riporta alla luce tesori dimenticati. Potente, perché nulla può resistere alla forza di questa unione, che è la stessa forza che tiene insieme le galassie e fa sbocciare i fiori. 

Primordiale, perché ci riconnette all’origine, al principio senza tempo, al momento in cui la vita esplose per la prima volta nell’universo. 

In quell’abbraccio, in quel respiro condiviso, in quel battito all’unisono, riviviamo la creazione del mondo. 

E siamo, per un attimo, ciò che siamo sempre stati. 

Una scintilla del Divino, una nota nella sinfonia cosmica, un respiro nell’eterno respiro di Dio.


Tiziana Fenu 

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