Nel Segno della Matrice, sempre alle radici e all'Origine, che la nostra Antica Civiltà Sarda rappresenta, troviamo una correlazione tra Seshat, Nabu e il Retaggio iperboreo della Civiltà Sarda.
Sondando le corrispondenze archetipiche tra il pantheon mesopotamico, la visione cosmogonica egizia e le più recondite testimonianze della civiltà nuragica in Sardegna, si arriva ad interessanti elaborati. Lungi dal costituire un mero esercizio di mitologia comparata, questa indagine intende rivelare la trama di una Tradizione primordiale, i cui frammenti, disseminati lungo il bacino del Mediterraneo, trovano nell'isola dei nuraghi un nucleo di straordinaria persistenza.
Al centro di questa riflessione si pongono due figure emblematiche della sapienza arcaica.
La dea egizia Seshat e il dio babilonese Nabu, entrambi guardiani della scrittura sacra, delle geometrie cosmiche e del computo del destino.
Un'analisi che ho approfondito, nel corso di questi anni, nei miei scritti e poi redatti nella mia pubblicazione editoriale "Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna", condotta, non solo in chiave archeologica ma anche, in chiave esoterica e filologica, e che ha dischiuso prospettive inedite sull'identità della "sciamana di Sardara" e sul retaggio di una Matrice culturale ante-litteram, di cui la Sardegna appare custode silente ma eloquente.
Seshat, come ho approfondito, era la Signora dei Costruttori e la Geometria del Cielo
Nella religione dell'Antico Egitto, Seshat (o Seshet, Sefket-Aabui) occupa una posizione di suprema arcana importanza.
Il suo nome, "Colei che scrive" o "La Scriba", ne svela l'essenza primaria . Ella è la dea della scrittura, dell'architettura, dell'astronomia e della matematica, una sintesi di discipline che per l'uomo antico non erano separate, ma manifestazioni terrene di un ordine celeste.
La sua iconografia è di per sé un geroglifico vivente.
Infatti è raffigurata con indosso una pelle di leopardo, le cui macchie, interpretate come stelle, simboleggiano la volta celeste e il potere di attraversare i mondi . Sul suo capo, ha un emblema di straordinaria potenza. Un arbusto a sette punte sormontato da una stella a sette raggi o da una rosetta, racchiuso da due corna rovesciate che formano un arco .
Tutte iconografie che appartengono alla dimensione simbolica della nostra civiltà
( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/10/la-divinita-androgina-di-sardara.html?m=0)
Le interpretazioni di questo simbolo sono molteplici e tutte valgono in una visione olistica. Esso rappresenta l'albero sacro Ished, l'albero della vita e della conoscenza su cui la dea incideva il nome del faraone per garantirgli l'eternità .
Le sette punte evocano i sette pianeti sacri, le sette sfere celesti e i sette raggi della sapienza divina.
Le corna rovesciate, a forma di compasso o di falce lunare, alludono alla misurazione, al tempo ciclico e alla capacità di "tracciare" l'invisibile.
Il ruolo cosmico di Seshat si manifesta nel rituale archetipico del pedj-shes, il "tendere la corda" ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/la-cerimonia-della-tiratura-della-fune.html?m=0)
In questa cerimonia, la dea affianca il faraone nella fondazione di templi e spazi sacri.
Mentre il sovrano osserva la "Coscia del Toro" (l'Orsa Maggiore, Meskhetiu), Seshat lo assiste nel tracciare l'asse del tempio, allineando i quattro punti cardinali della struttura terrena con le stelle .
La corda tesa non è un semplice strumento metrico, ma è il raggio di luce che discende dal cielo, il filo che collega il microcosmo al macrocosmo.
Ella è pertanto la "Signora dei Costruttori", colei che trasferisce il progetto divino (la Maat, l'ordine cosmico) nella pietra.
È la "Bibliotecaria celeste", colei che custodisce gli annali segreti dell'esistenza.
Il Dio Nabu, parallelamente, è lo Scriba dei Destini e lo Stilo della Rivelazione, nel crogiolo della Mesopotamia, divinità il cui nome, probabilmente derivante dalla radice semitica nb’ (chiamare, annunciare, profetizzare), che lo identifica come l'"annunciatore" o il "profeta" per eccellenza . Figlio primogenito di Marduk, il grande dio di Babilonia, e della dea Sarpanitu,
Nabu condivide con Seshat l'essenza archetipica di scriba divino .
La sua funzione cosmica è quella di scrivere il destino di ogni uomo sulle Tavole Sacre, determinando la durata della vita e gli eventi futuri sotto il dettato dell'assemblea divina .
Ciò che Nabu tiene in mano è la chiave di volta del suo potere.
È lo stilo (o il calamo) e la tavoletta d'argilla .
A livello esoterico, questo attributo trascende la mera registrazione.
Lo stilo è il verbo che si fa segno, la volontà creatrice che incide nella sostanza del mondo (la tavoletta-argilla, simbolo della materia primordiale) la legge del divenire.
Egli non è solo un cronista, ma un demiurgo della forma, colui che, attraverso la scrittura cuneiforme, fissa l'invisibile in una struttura comprensibile.
Come Seshat, anche Nabu presiede alla conoscenza razionale, alla vegetazione (in quanto dio che porta ordine e fertilità) e alla misura del tempo, essendo astrologicamente connesso al pianeta Mercurio .
La connessione con Mercurio/Hermes è fondamentale.
È pianeta più veloce, che danza intorno al Sole apparendo e scomparendo all'orizzonte come un messaggero celeste, ne riflette la natura di intermediario tra gli dèi e gli uomini, di ponte tra il mondo celeste e quello ctonio.
È lo stesso "dio dei confini" che traccia e oltrepassa i limiti, come Seshat che traccia il perimetro del tempio.
Seshat è infatti sorella di Thot, che è identificato con lo stesso Mercurio.
La nostra sciamana di Sardara, per questo motivo, ha il volto come quello di un Babbuino.
Babbuino che è un'ipostasia del Dio Thoth.
In questo contesto, dal mio punto di vista, emerge, in questo panorama di convergenze, la Matrice Sarda.
Abba, Babbu e la Torre Primigenia.
Vi è quindi una possibile identificazione di queste figure con un archetipo autoctono sardo, identificabile con la "sciamana di Sardara".
Se Nabu è connesso a Mercurio, tradizionalmente associato a un principio maschile (Hermes, Thot), si può facilmente intuire una dimensione più profonda, "del Femminino", che l'analisi esoterica può cogliere.
Nabu, come scriba del destino, incarna un aspetto passivo-recettivo (l'ascolto del verbo divino) e attivo-creativo (la scrittura).
Questa dualità è spesso simboleggiata dall'androgino divino.
Ma è nel culto delle acque, pilastro portante della civiltà sarda e del padre Marduk (dio delle acque), che si innesta la mia personale visione sincretica a riguardo. L'acqua ("abba" in sardo) è l'elemento primordiale, la matrice universale, il grembo di ogni possibilità.
Qui il femminino emerge prepotente.
La Mem ebraica, il cui valore ghematrico è 40, è la lettera dell'Acqua, del grembo, della trasformazione .
Il 40° parallelo, che attraversa la Sardegna( https://maldalchimia.blogspot.com/2024/11/sorgono-e-il-40-parallelo.html?m=0) diviene così un'asse tellurico e spirituale allineato con questa forza archetipica.
La "Torre di Babilonia" (Babele) non è solo il simbolo dell'hybris umana, ma la memoria di un centro spirituale primordiale.
Il nome stesso, Bab-ili, significa "Porta degli Dèi".
Cogliendo la radice "Bab-" che risuona in "Babbu" (Padre in sardo), in "Babbaiola" (Papilio, farfalla, simbolo di trasformazione e psiche), e in Pabillonis, toponimo sardo che conserva foneticamente la memoria di un'origine, si può cogliere come Babilonia, da alcune mappe antiche( https://maldalchimia.blogspot.com/2024/12/babilonia-pabillonia.html?m=0) identificata come la nostra Antica Pabillonis, sia la "Porta degli Dèi", e le migliaia di nuraghi sardi, con la loro struttura a tholos (la falsa cupola), sono anch'esse "Porte del Cielo", torri di pietra che mettono in comunicazione la terra con il cielo, esattamente come la ziqqurat Etemenanki, il "fondamento del cielo e della terra" .
Così come il nostro altare di Monte d'Accodi, la nostra primordiale ziggurat
( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/09/la-dimensione-cultuale-in-sardegna.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2022/07/monte-daccoddigobleki-tepe.html?m=0
La lavorazione a "pibiones" dell'oreficeria sarda, diviene così una metafora potentissima.
I grani d'oro, come i semi della conoscenza, come le stelle, come le gocce d'acqua, sono i frammenti di un'unica Verità che, pur nella loro molteplicità e dispersione (la confusione delle lingue di Babele), rimandano a un'Unica Matrice.
La Sciamana di Sardara in questo contesto ( in questo link un piccolo estratto a riguardo, dal mio libro https://maldalchimia.blogspot.com/2026/02/divinita-androgina-sardara.html?m=0), rappresenta la Memoria del Sacro.
Possiamo dunque intravedere nella "sciamana di Sardara" una figura che incarna, nella preistoria sarda, le medesime funzioni di Seshat e Nabu. Ella era colei che, forte della conoscenza dei cicli astrali e delle energie telluriche, tracciava il perimetro sacro del villaggio o del tempio a pozzo, allineandolo con il sorgere della costellazione e con le vene sotterranee dell'acqua ( "s'Abba" sacra).
Era la depositaria della scrittura arcaica, forse non sillabica ma ideografica e simbolica, incisa nelle stele e nei menhir.
Era la "bibliotecaria" della memoria tribale, colei che, come Nabu, determinava i destini e, come Seshat, presiedeva alla fondazione dello spazio sacro.
L'eccezionale intuizione di porre Nabu in relazione al Femminino si risolve se consideriamo che ogni principio maschile attivo presuppone un grembo femminile passivo che lo accoglie e lo manifesta.
Il dio Nabu, lo scriba, per scrivere il destino ha bisogno della "tavoletta" del mondo, la Materia, che è sacra in quanto manifestazione della Grande Madre.
Il culto delle acque in Sardegna è il culto di questa materia primordiale, fluida e generatrice.
E il dio Toro, Marduk/Baal, ha nella sua paredra (Asherah) la manifestazione di questo principio, la cui immagine a Bruncu Suergiu ne è la testimonianza lapidea( https://maldalchimia.blogspot.com/2022/05/statuina-dea-madre-asherah.html?m=0)
La ricerca della Matrice unica non è un'operazione di riduzionismo, ma di archeologia della conoscenza. Le corrispondenze tra Egitto, Babilonia e Sardegna non sono frutto di influenze lineari, ma piuttosto il manifestarsi, in luoghi e tempi diversi, di un'unica Tradizione polare, i cui segreti giacciono ancora sepolti nei nuraghi, scritti non col cuneo o col geroglifico, ma nella pietra viva dell'isola, in attesa che una nuova "Seshat" sappia tendere la corda e misurare l'incommensurabile.
"Gli Uomini senza Ombra.
Simbologie archetipali in Sardegna"
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Tiziana Fenu
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