[...] Le maschere nere di fuliggine appartengono al mondo del "capovolto" carnascialesco.
Sono un segno di marginalità e di inversione.
I loro portatori, anonimi e irriconoscibili, non appartengono più alla società ordinaria.
Sono entità liminali, provenienti metaforicamente dal mondo dei morti o da uno spazio selvaggio e non civilizzato, il cui compito è proprio quello di perturbare l'ordine costituito per poi permetterne il ristabilimento.
La fuliggine nera sul viso è segno di fecondità e di forze ctonie.
In un apparente paradosso, il nero della terra bruciata o del fondo del camino (luogo domestico per eccellenza) rimanda anche a un concetto di fertilità primordiale.
Nei riti agrari arcaici, la cenere era un potente fertilizzante.
La maschera annerita può così alludere alle forze ctonie, sotterranee e generative, che devono essere risvegliate e propiziate per assicurare il rinnovamento della primavera.
Vi è una certa corrispondenza con il mito di Dioniso Zagreus (lo "squartato") che rivela una struttura mitica parallela a quella del nostro Carrasegare sardo.
La funzione simbolica in comune dello smembramento, del Dioniso fanciullo che sbranato e divorato dai Titani, trova corrispondenza nelle maschere del Carrasegare, che spesso rappresentano animali da soma (buoi) o figure bestialità.
I riti implicano una simbolica "morte dell'inverno", la rappresentazione di una crisi necessaria, di una distruzione che precede la creazione.
Zeus folgora i Titani, dalle cui ceneri nasce l'umanità.
Il Fuoco che purifica, che distrugge il vecchio per fare spazio al nuovo, la nuova umanità, che nasce dalle ceneri.
La purificazione distruttiva del fuoco come origine di una nuova esistenza (umanità/anno nuovo).
Emerge, in questa dinamica, il dualismo "materia/Spirito”.
Dalle ceneri dei Titani (materia impura) e del dio (essenza divina) nasce l'uomo, diviso.
Le maschere nere di fuliggine (materia, morte, caos) agiscono in un rituale che mira a ristabilire l'ordine (spirito, vita, comunità).
È la rappresentazione di un conflitto cosmico tra forze opposte e complementari.
Dioniso rinasce.
Rigenerato.
Il ciclo di morte e rinascita è centrale al suo culto.
Il Carnevale conclude il ciclo invernale e apre simbolicamente alla primavera e al rinnovato ciclo agrario.
E la celebrazione della ciclicità inesorabile della vita, che passa attraverso la fase della morte.
[...] Il significato simbolico della fuliggine sul viso delle maschere del Carrasegare sardo è dunque policromo e polisemico.
Essa è simultaneamente il sigillo della morte invernale e il suggello della forza rigeneratrice del fuoco.
È l'emblema dell'anonimato che dissolve l'individuo nella collettività rituale.
È il segno visibile della trasformazione sciamanica dell'uomo in entità "altra", mediatrice tra la comunità umana e le forze oscure che governano il ciclo della natura.
Emerge con potenza, il cuore di questo profondo simbolismo.
Come dalle ceneri dei Titani folgorati sorse l'umanità, duale e sofferente, così dal nero di fuliggine e dal rogo del Re Carnevale la comunità sarda trae, ciclicamente, la forza di rigenerarsi, purificandosi attraverso la rappresentazione rituale del caos e della fine.
Quindi i Titani si pongono nella doppia valenza di distruttori e creatori.
La fuliggine, è la materia prima della catarsi, la traccia oscura e terrena di un passaggio attraverso le tenebre per riconquistare, rinnovata, la luce.
Ma è una dimensione tutta la femminile, quella della fuliggine-cenere.
È il Grembo stesso in cui si compie la complessa ritualistica di morte e rigenerazione del Carrasegare sardo.
Cenere.
Termine la cui assonanza con il nome della dea Cerere non appare meramente fonetica, ma risuona di profondi echi simbolici.
[...] La sua etimologia riconduce alla radice indoeuropea *ker-, significante “colei che reca in sé il principio della crescita”. Da tale matrice si dipana la serie fonetica Ker-/kerere/cerere/cenere, suggerendo una correlazione ontologica tra il concetto di crescita organica e la sua forma residuale e purificata: la cenere.
Questa sostanza, indicata nella lingua inglese come "ash" , condivide la radice con il nome dell’antichissima divinità Asherah, della quale un’immagine ancestrale è rinvenibile in un petroglifo sardo a Bruncu Suergiu, in provincia di Oristano.
Asherah, consorte di Yahweh e venerata come “Regina dei Cieli” e creatrice degli dèi, aveva come simbolo cultuale un palo o albero sacro, anch’esso denominato asherah.
Tale oggetto, costruito, poteva essere ritualmente abbattuto e bruciato.
Dalla sua combustione residuava cenere, in una pratica che trova un preciso parallelo nell’usanza cristiana di bruciare le palme consacrate per ottenere le ceneri del Mercoledì.
La correlazione semantica e rituale tra Ash (cenere), Asherah (dea) e l’albero della vita/fertilità dischiude una dimensione sacrale antichissima, legata all’archetipo del Femminino Divino primordiale, antecedente a divinità come Ishtar, Astarte e l’egizia Hator. Quest’ultima, come già evidenziato, aveva la palma tra i suoi attributi simbolici.
La cenere, quindi, si configura non come mero simbolo di lutto o penitenza, bensì come elemento di transizione, fecondità e rigenerazione.
Tale simbologia è potentemente attiva in tradizioni come il Carnevale sardo del Carrasegare, dove la cenere è utilizzata per annerire i volti delle maschere rituali.
Questo gesto, che segna una temporanea sospensione dell’identità ordinaria e un ritorno a uno stato primordiale, richiama direttamente il concetto del Mundus Patet.
Questo antico rituale romano, noto anche come Mundus Cereris (il “Mondo di Cerere”), prevedeva l’apertura periodica di un mundus, una fossa rituale considerata apertura verso il mondo sotterraneo degli antenati e della fertilità. Durante i giorni in cui il mundus era aperto (Mundus Patet), il confine tra mondo dei vivi e mondo dei morti si dissolveva, in una sospensione dell’ordine sociale analoga a quella del Carrasegare sardo.
Le analogie tra il Mundus Patet/Cereris e il Carrasegare sardo sono profonde e strutturali, e comprendono la stessa simbologia della cenere come elemento di trasformazione e di contatto con il Caos primordiale.
Una ulteriore, significativa corrispondenza si riscontra nella figura de S’Urtzu di Seui, l’orco custode delle maschere del Carrasegare.
Su di esso è tracciato il simbolo della croce inscritta in un cerchio, antico segno solare e di totalità, che ben si adatta a una creatura posta a guardia di una soglia rituale, proprio come il Mundus era soglia tra i regni.
La cenere conduce, inoltre, a un’altra potente figura divina: Ecate.
Cerere è infatti riconosciuta come uno degli aspetti della Triplice Dea Ecate, la cui natura comprende Kore/Persefone (la Fanciulla), Demetra/Cerere (la Madre) ed Ecate stessa (la Vegliarda o Donna Saggia)[...]
Tratto dal mio libro
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Tiziana Fenu
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