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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

sabato, febbraio 14, 2026

💛 Bocca appena accennata /doppia pupilla

 La bocca appena accennata nell'arte non indica di per sé uno stato semidivino, ma può avere significati variabili a seconda del contesto culturale. 

In particolare, per i Giganti di Mont'e Prama, questa caratteristica rientra in un complesso sistema di simboli e funzioni sociali.

Nei Giganti di Mont'e Prama la bocca è sempre presente, ma realizzata con un'incisione breve e lineare. 

Questo tratto si inserisce in un sistema iconografico ben preciso, dove la maggiore enfasi è posta sugli occhi, resi con due cerchi concentrici di grandi dimensioni, magistralmente scolpiti, la cui simbologia trascende la mera espressione artistica per proiettarsi in una dimensione simbolica e mitico-religiosa di profonda complessità, che affonda le radici in una dimensione trasversale comparativa che spazia dalla tradizione filosofica dell'Asia fino alle espressioni rituali dell'Africa subsahariana, rivelando un archetipo transculturale legato alla visione ultraterrena, alla dualità cosmica e allo statuto dell'eroe o dell'antenato divinizzato, così come sono divinizzati i nostri Giganti, i Giudici Divini, come amo chiamarli, il cui destino era già prospettato anche nell'iconografia della scacchiera di Pubusattile, che li ha  cronologicamente preceduti di almeno tre millenni, che rivelava nel suo codice numerico, il concetto di Giudice /Giudizio ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/simbologia-dei-64-quadrattini-della.html?m=0), come ho approfondito anche nel mio primo saggio editoriale "Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna" 

I Giganti di Mont’e Prama rappresentano, attraverso la simbologia degli occhi a doppia pupilla, una visione dell’Aldilà, che trascende la loro mera funzione di organi fisiologici, ma strumenti di percezione sovrumana. 

La scelta di una rappresentazione così astratta e geometrica, attraverso i due cerchi concentrici, suggerisce una volontà di rappresentare non lo sguardo del vivente, bensì lo sguardo dell’eterno. L'occhio, simbolo universale di conoscenza e vigilanza, qui è duplicato nella sua parte più vitale, la pupilla, forse per indicare una facoltà visiva raddoppiata, in cui una parte è rivolta al mondo terreno e l’altra a quello spirituale. 

Questa è sicuramente una una rappresentazione umana idealizzata, dove l’accento sugli occhi era predominante. I cerchi concentrici, inoltre, sono un motivo ricorrente nell’arte neolitica sarda, rinvenuto nelle Domus de Janas e in altre strutture rituali, spesso associato ai cicli di vita, morte e rinascita. Pertanto, nei Giganti, questa iconografia potrebbe connotare una vigilanza perpetua sugli spazi sacri e funerari, una capacità di vedere oltre il velame della morte, incarnando il principio stesso della memoria e della protezione attiva da parte degli antenati eroicizzati.

Vi è un primo fondamentale parallelo dalle tradizioni spirituali dell'Asia. 

Nel Mahāyāna buddhista, il concetto di "Due pupille" è associato ad un potente simbolo di eccezionale saggezza e di una visione spirituale non duale, associato a figure di grande realizzazione

Questo tratto fisico straordinario non è inteso in senso meramente letterale, bensì come simbolo di una "visione spirituale" unica e profonda, che contraddistingue il maestro e la sua comprensione trascendente della realtà. 

La doppia pupilla diviene qui l'emblema di una doppia conoscenza, quella convenzionale e quella ultima, o la capacità di percepire simultaneamente il samsara e il nirvana. 

Tale simbologia della duplice vista trova un riscontro filosofico ancor più antico nell'induismo, nella scuola Vedānta, dove i "due allievi" (o "due pupille") sono identificati con Indra e Virocana, figure che intraprendono un percorso di insegnamento e auto-riflessione per giungere alla conoscenza del Sé. 

In questo contesto la metafora oculare del doppio, concetto sempre presente nella nostra Antica Civiltà Sarda, e presente anche nel nostro Carrasegare sardo (https://maldalchimia.blogspot.com/2026/01/il-doppio-e-il-gemellare-nel.html?m=0) è estremamente enfatizzato. 

Non solo. 

In Sardegna è sempre esistito il mito delle donne dallo sguardo potente. 

La frase si basa sul racconto di Gaio Giulio Solino, uno scrittore romano del III secolo d.C., che nelle sue opere descrisse le "Bithiae" (o Bythiae), di cui ho approfondito nel mio saggio "Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna", come native della Sardegna e anche della Scizia (l'odierna area tra Russia e Danubio), che possedevano una caratteristica fisica unica, le due pupille in un occhio . 

A loro veniva attribuito un potere formidabile, quello di "annientare con lo sguardo" chiunque avessero guardato con ira, come Medusa, che, sottolineo era la grande regina della Sardegna, ne ho parlato anche nella mia ultima pubblicazione editoriale, "Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare Sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l'Ordine", in correlazione anche alla figura del Carrasegare, il Basilisco/Iscultone, 

L'espressione prende il nome dall'antica città di Bithia, situata vicino all'attuale Chia, nel comune di Domus de Maria (Sud Sardegna) . Oggi in gran parte sommersa, la città aveva un'origine antichissima, come suggerirebbero le tecniche costruttive a conci "a T", che è la stessa simbologia iniziatica che ritroviamo anche nell'arcata sopraciliare e setto nasale a T dei nostri Giganti di Mont'e Prama, ritrovate nel suo tempio . 

Questo legame onomastico tra la città e le donne "dalle doppie pupille" non è certo un caso. 

La frase, "Bithia dalle doppie pupille è la Sardegna", racchiude quindi l'idea che queste figure mitiche e la città omonima incarnino l'essenza di una civiltà sarda antichissima, potente e originale . 

Questa interpretazione fa parte di una corrente di pensiero che cerca di riscoprire e valorizzare una visione della storia della Sardegna diversa da quella classica, incentrata su una società antica, pacifica, matriarcale e dalle profonde conoscenze, di cui le Bithias sarebbero un emblema . Inoltre, l'espressione potrebbe anche alludere alla persistenza di antiche credenze popolari nell'isola, come quella del "malocchio" (in sardo, "essi pigau a ogu"), che potrebbe essere una reminiscenza di questo antico potere .

In una dimensione spirituale, trasversalmente diffusa, l'occhio interiore della riflessione (la pupilla spirituale) si aggiunge all'occhio esteriore dell'apprendimento (la pupilla fisica).

Ma è ancora più interessante 

spostare lo sguardo verso l'Africa occidentale, dove si incontrano riscontri iconografici sorprendenti, in un popolo, in particolare, quello dei Dan, guardacaso, il cui nome corrisponde  alla desinenza dei nostri Shar-Dan. 

Le maschere rituali del popolo Dan, diffuso tra Costa d'Avorio e Liberia, presentano spesso la medesima caratteristica degli occhi a doppio cerchio concentrico. 

Per i Dan, le maschere non sono semplici rappresentazioni, ma entità spirituali viventi che mediano tra la comunità umana e il mondo degli antenati e delle forze della natura. 

La particolare enfasi sugli occhi, talvolta sporgenti o con pupille multiple, è universalmente riconosciuta in etnografia come segno di una vigilanza soprannaturale, di una capacità di vedere nella dimensione dello spirito e di discernere il vero carattere degli uomini. 

La somiglianza formale con i Giganti sardi, pur nella totale indipendenza storica e geografica, suggerisce una convergenza di pensiero, poiché in entrambe le culture, l'occhio "doppio" o "molteplice" è attributo di esseri posti ai confini tra il mondo dei vivi e l'aldilà, siano essi antenati eroici o spiriti tutelari.

L'interpretazione delle doppie pupille come emblema di una dualità fondamentale si intreccia con un altro potente simbolo, profondamente radicato nella preistoria sarda e mediterranea, il rombo. 

Questo motivo geometrico, come analizzato in studi sulla simbologia sacra, è da sempre associato al principio femminile, rappresentando l'utero, la vagina e, per estensione, un portale di rigenerazione cosmica. 

In Sardegna, il rombo è legato alla sfera del sacro, in particolare ai riti di invocazione della pioggia e del fulmine, praticati da figure sacerdotali specializzate, in particolare nelle figure degli antichi Sardi Kabiri, argomento di cui ho parlato nel saggio "Uomini senza Ombra". 

Gli antichi "fulguratores.", i dominatori dell'energia. 

L'azione di far roteare un rombo legato a una corda, creando un vortice sonoro che imita il rombo del tuono, era parte integrante di antichi rituali, ne ho parlato altre volte, erano gli antichi riti Kabirici, di matrice sarda. 

Abbiamo una pietra del tuono esposta al Museo di Cagliari ( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/10/pietra-del-tuono-pinacoteca-cagliari.html?m=0), che presenta una forma vulvare. 

Graficamente, il percorso descritto da questo strumento traccia una figura a "otto" o a infinito, composta da due cerchi uniti. 

Questa forma, a sua volta, è una perfetta rappresentazione geometrica della doppia pupilla. 

Il cerchio esterno sarebbe l'occhio, quello interno la pupilla, ed insieme, creano un simbolo di ciclicità e rigenerazione.

A questo livello si manifesta un collegamento profondo. 

Se il rombo-utero è il portale della nascita biologica, l'occhio a cerchi concentrici potrebbe essere inteso come il portale della "seconda nascita", quella spirituale dopo la morte. 

Il passaggio dall'utero materno all'utero della terra (la tomba) e infine a una nuova esistenza è un tema centrale nelle religioni antiche, splendidamente espresso in Sardegna dall'architettura delle "Tombe dei Giganti", la cui pianta a protome taurina è stata letta anche come una rappresentazione simbolica di un utero o di una nave  per il traghettamento delle anime. In questa logica, gli occhi dei Giganti, vigilanti e doppi, potrebbero simboleggiare la capacità di vedere all'interno di questo duplice processo, nel vedere la morte dei corpi e, contemporaneamente, la rinascita delle anime, fungendo essi stessi da guide e custodi nel viaggio ultratemporale.

La simbologia delle doppie pupille si rivela, dunque, come un potentissimo costrutto culturale capace di sintetizzare alcuni tra i più profondi interrogativi dell'uomo antico, poiché incarna il principio della duplice visione, sia fisica che spirituale, sia terrena che celeste, e, contemporaneamente, il concetto della soglia, rappresentando tanto l'occhio che scruta l'aldilà quanto il portale attraverso cui l'anima vi transita. 

Nei Giganti di Mont’e Prama, questa simbologia raggiunge il suo apice monumentale, congelando in una forma d'arte arcaica e possente l'essenza stessa di tutta la nostra Antica Civiltà, di una cultura profondamente immersa in una visione sacra del mondo, dove gli antenati, resi immortali dalla pietra e dallo sguardo doppio, continuano a vegliare, a proteggere e a testimoniare l'eterno ciclo della vita che dalla morte incessantemente rinasce. 

La loro fissità ieratica non è assenza, ma una presenza moltiplicata. 

Il loro silenzio non è mutismo, ma un discorso eloquente sulla natura duale dell'esistenza, affidato all'universale linguaggio dello sguardo.

Per questo motivo la bocca appena accennata, acquisisce un significato ancora più profondo,

che esprime un'ideale di compostezza, di autocontrollo. Non divinità, ma un ideale aristocratico di perfezione umana.

Gli stessi Giganti di Mont'e Prama sono considerati precedenti ai Kouroi greci, un'espressione statuaria importante, relativa a questa dimensione, quindi non influenzati da essi.

Anche nelle statue funerarie dell'antico Egitto, l'assenza di una bocca realistica sottolinea il silenzio e la sacralità dell'aldilà. 

La Ka (forza vitale) del defunto aveva bisogno di un corpo intatto e ieratico per sopravvivere.

Il corpo era idealizzato, non rappresentato in un atto di parola.

La bocca appena accennata nei Giganti di Mont'e Prama, quindi, non è un'assenza, ma una scelta stilistica precisa che serve a enfatizzare il potere dello sguardo e a creare un'espressione ieratica e non umana.


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 



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Bocca appena accennata /doppia pupilla














venerdì, febbraio 13, 2026

💙 San Valentino

 

Nel Giorno della Fiamma Duale, non è festa di cuori di cartone, né di zuccheri vani.
È il giorno in cui si celebra il Verbo fatto carne, il respiro che muove i mondi. Chiamano Amore ciò che è solo un riflesso, ma noi ne evochiamo la sua Fonte.
C'è una parola segreta nel corpo, un messaggero invisibile.
L'ormone.
Dissero gli antichi che fosse "Hormo".
Dal greco sacro, il "mettersi in moto", l'impulso primo dell'Essere.
È la scintilla che l'Universo accende nelle ghiandole sacre dell'uomo, perché quando l'Anima riconosce la sua meta, il corpo ringiovanisce, le cellule danzano.
L'Amato diviene un Sole, e l'amante pianeta.
Dall'attrito estatico delle loro orbite, gemono nuove dimensioni.
In lui, l'uragano.
In lei, il nido sacro.
In lui, la lotta.
In lei, la tenerezza che placa. Solo quando queste due forze si uniscono, il Sole può entrare nella dimora di carne e renderla Tempio.
Si narra di un continente perduto, Mu, la culla dei sogni.
Lì, i veggenti Lemuriani, guidati dai purissimi Kumara, conoscevano il rito.
Non accoppiamento, ma sacramento.
La donna e l'uomo entravano nei templi dopo lunghi viaggi, sincronizzati con le fasi della Luna. Da questa memoria sacra, ancor oggi chiamiamo "luna di miele" i primi giorni dell'incanto.
Il dio Xochipilli, Signore del Canto e dei Fiori, insegnava ai popoli di Anauach l'arte di conservare quel nettare. Perdonare.
Accogliere.
Comprendere.
Perché i Lemuriani, sublimando la libido, non disperdevano il sacro seme. Trattenevano il Fuoco, e quel Fuoco, non espulso, diveniva Etere vitale. Rivitalizzava le ossa, schiudeva la vista interiore, e per dieci o quindici secoli, essi camminavano sulla Terra vedendola per ciò che è, una scala di multidimensionali cieli. Vedevano la terra come una gemma dalle mille sfaccettature.
Ma venne il giorno della ribellione.
Uscirono dai templi. Profanarono il rito.
I Kumara si ritirarono, e l'uomo fu gettato nel mondo del dolore. Il parto divenne pianto, la vita fatica, la visione si spense. I Maya, i Toltechi, la stessa Bibbia, sussurrano di questa Caduta, di questa "devoluzione".
Eppure, un Segreto è custodito nei secoli. Lo sussurrò Freud, lo cantarono gli Gnostici.
Se dall'uso profano del sesso fummo cacciati dall'Eden, è attraverso il sesso redento che vi faremo ritorno.
La chiave?
La sublimazione. Trasformare l'energia grezza in Luce.
E qui appare Lui, il Maestro dell'Anima.
Valentinus, l'Illuminato d'Egitto.
Non il cupido paffuto, ma un iniziato ai misteri di Alessandria.
Fondò la scuola dei Valentiniani, dove si studiava il cristianesimo esoterico, il Fuoco segreto dei Logoi. Egli insegnava che Sophia, la Saggezza, impregnata di Desiderio, generò il mondo, ma che ritornerà al Pleroma, al Divino, solo quando si ricomporrà nella "sigizia". Parola antica che significa "uniti sotto lo stesso giogo", come la Luna in congiunzione col Sole.
Nozze Alchemiche.
L'unione dell'Eone perfetto, Gesù, con la sua sposa celeste.
Per insegnare che la croce non è morte, ma simbolo di un Amore che trascende la materia.
Xochipilli torna a danzare in questo mistero, per conservare le delizie della luna di miele.
Perdonare.
Accogliere.
Comprendere.
Ancora e ancora.
Ed ecco allora che risuona il Cantico, il canto dei canti:
"Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l'Amore."
Il Sigillo.
Segno indelebile.
Marchio di autenticità.
Sul Cuore, perché il battito mi riconosca.
Sul Braccio, perché la forza mi sostenga anche quando, preda del mio istinto selvaggio, tenti di fuggire.
Sì, allora l'Amore è più forte della morte.
Perché la morte spoglia, separa, illude.
L'Amore restituisce tutto, riconsegnandoci a noi stessi attraverso lo specchio dell'Altro.
Come cantò il poeta Dylan Thomas
"Benché gli amanti si perdano, l’amore sarà salvo; e la morte non avrà più dominio".
Per questo San Valentino, il velo è sottile.
Siamo nell'energia di Phe, l'espansione.
La Stella splende sull'Arcano. È tempo di Fuoco.
Non più giochi, non più mezze misure, non energie tiepide che la bocca del Mondo vomita.
Le anime tiepide annoiano. Non creano circolo.
Sono foglie secche. Se il Fuoco le tocca, per un istante ardono, ma non si fanno Fiamma. Si consumano e basta.
Per ardere insieme, bisogna essere entrambi Fuoco.
Due fiamme che si cercano e si fondono in un'unica, sacra incendio. L'energia allora circola, divampa, crea. Richiede Presenza. Esclusività. Il coraggio di entrare davvero nella dimensione energetica dell'Altro.
E se oggi il corpo è solo, l'Anima no.
Non si cerca l'altro per colmare un vuoto. Sarebbe solo ombra che incontra ombra.
No.
Si cerca l'altro per esprimere una Pienezza. Per compiere, insieme, il salto quantico, il ripristino della Monade. L'alchimia non nasce dalla mancanza, ma dall'eccedenza d'Anima.
Allora fare l'amore diventa Essere Amore.
Si trascende la forma.
La lontananza, il silenzio, l'assenza non hanno potere, perché "si è Amore". Sempre. Si benedice anche l'assenza, perché la controparte animica è lì, tessera di un mosaico perfetto, memoria di un'esperienza talmente vivida che ancora se ne vive di rendita.
Si riconosce subito la controparte animica.
È quella per la quale, e con la quale, si può vivere anche senza.
Paradosso sacro.
Sono anime segnate da un velo di malinconia, occhi che ricordano una Completezza perduta, una Galassia con due Soli.
Ora sono fiamme solitarie, ma non si sono mai sentite sole.
Percepiscono l'energia dell'Altro. Il loro dolore stilla nella loro stessa lacrima.
Il loro Amore vibra sulla loro stessa frequenza.
"Cadere nell'Amore", dicono gli inglesi. "To fall in love".
Se cadi nell'Amore, ne sei impregnato. Diventi Amore.
Anche senza un Valentino accanto, l'Amore ti riconoscerà. Prima o poi, ti restituirà ciò che ti è stato sottratto, per manifestarsi in Pienezza.
Perché non due vuoti che sbadigliano insieme, ma due Pienezze che, incontrandosi, generano un nuovo Universo.
Che questo sia, per te, un San Valentino di Pienezza.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com

San Valentino



💙 Passaggio Cavallo di Fuoco

 Considerando che l'anno del Serpente verde di legno non è ancora terminato, e che l'anno del Cavallo di Fuoco( approfondimenti nel mio scritto 

https://maldalchimia.blogspot.com/2025/12/cavallo-di-fuoco-2026.html) inizia martedì 17 febbraio, in concomitanza con il novilunio in Acquario ed eclissi solare, è molto simbolico che questa data, segni al contempo la coda del serpente che termina il suo ciclo, e un Sacro Archetipo Ebraico Resh, il ventesimo, che invece simboleggia la testa, correlato all'Arcano Maggiore XX del Giudizio.

Coda e testa. 

Nella simbologia alchemica, la coda (la materia prima) deve essere "divorata" dalla testa (lo spirito) per essere trasformata e purificata.

Una trasmutazione totale, come era già nella stessa simbologia del serpente.

Un cambio di pelle, ma che comunque è integrato in un sistema che si autoalimenta, ciclico, che deve sopravvivere.

L'anello di Fuoco dell'eclissi solare, unito alla simbologia dell'oruoboros, è estremamente simbolico, proprio perché è un passaggio permeato dall'energia del cavallo di Fuoco, che deve essere azione, e non reazione e reiterazione, se ci deve essere trasmurazione, cambiamento. 

Velocità, progressione. 

Se si vuole arrivare a quella dimensione della "testa", ma dal pensiero sublimato, purificato, capace davvero di discernimento, per poter procedere all'azione. 

È un passaggio fortemente alchemico, in cui si rischia di restare ancorati nelle spire della ciclicità e della reazione, quindi della non-azione.. 

Ma è un'azione che deve farsi portavoce di una testa sublimata, e il passaggio del novilunio in Acquario, segno d'aria, attraverso la dialettica "fuoco" ( l'anello di fuoco dell'eclissi solare) e acqua ( l'elemento acqua della luna), proprio all'ingresso del Cavallo di Fuoco, dovrebbe amplificare, ossigenare, proprio questa dimensione infiammabile di questo passaggio, velocizzandolo in termini di ossigenazione dell'elemento Fuoco. 

Siamo anche di Martedì, per questo passaggio, giorno dedicato  a Marte, la cui simbologia è proprio il Fuoco.

Che sia per bene, e per un'azione davvero nel Giusto.


Tiziana Fenu

©®Diritti intellettuali riservati

Maldalchimia.blogspot.com 

Passaggio Cavallo di Fuoco



giovedì, febbraio 12, 2026

💛S'Iscultone

 La figura del basilisco, nella sua simbologia, si presenta come un essere liminale tra mito, rito e identità culturale. 

Un ibrido mitologico nella cultura sarda. 

[...] Il basilisco, creatura fantastica di origini antiche, conosce in Sardegna una peculiare rielaborazione che ne fa un emblema della persistenza di un substrato culturale matriarcale e della vocazione all’integrazione degli opposti.

[...] La figura del basilisco, centrale in Sardegna, presentissimo anche nell'arte artigianale, e la sua rappresentazione nella Maschera de S’Iscultone sardo, si offrono come una complessa cifra simbolica attraverso cui decodificare la persistenza di un immaginario pre-patriarcale, incentrato sull’unione degli opposti e su una concezione androgina del divino. 

[...] In Sardegna, tale creatura assume connotati del tutto peculiari, radicandosi nel substrato mitico-rituale dell’Isola e fondendosi con le tradizioni del Carrasegare sardo.

Qui il basilisco, noto come “Su Scultone” o “S’Iscultone”, non è solo un mostro leggendario, ma diventa una maschera rituale portatrice di una simbologia che intreccia apotropaismo, fertilità e la persistenza di un arcaico culto del Sacro Femminino. 

[...] La doppia natura del basilisco lo rende anche un archetipo dell’androgino primordiale, presente in molte tradizioni iniziatiche. 

La sua associazione con la Medusa, la Gorgone dallo sguardo pietrificante, ne rafforza il legame con il potere femminile della visione e della morte/rigenerazione. 

Non a caso, nel mito sardo, Medusa non è un mostro da sconfiggere, ma una “stupenda regina bellissima che si batte per il suo popolo”, segnalando una lettura matriarcale del simbolo che la cultura greca aveva invece demonizzato.

In Sardegna, il basilisco, Su Iscultone, è innanzitutto una presenza viva nel Carrasegare. 

Le maschere che lo rappresentano, come quelle attestate nel carnevale di Siurgus Donigala,  indossano “sa carota”, la maschera di legno o sughero, e "sa mastruca", il pellicciotto di pecora bianca, decorata con “is metallas” , i campanelli. 

Questi elementi non sono semplici ornamenti, perché i campanelli svolgono una funzione apotropaica, analoga a quella dei sonagli portati dai Mamuthones o da altre figure demoniache del folklore sardo. 

Il suono, infatti, serve sia a identificare il portatore del pericolo, sia a scacciare le influenze maligne.

Questa valenza protettiva è confermata dal bubbolo, il sonaglio sferico, che somiglia moltissimo, nella sua conformazione, al doppio bottone sardo, che appare nel bassorilievo del basilisco nella chiesa di Sant’Antioco di Bisarcio (Ozieri). 

Il bassorilievo, che risale al periodo giudicale, mostra un basilisco bicefalo con diadema a fiamma e, sotto la zampa anteriore, un bubbolo. 

Il sonaglio, in questo contesto, identificava il portatore del pericolo e allo stesso tempo svolgeva la funzione di protezione apotropaica. 

Il bubbolo, dunque, non è un accessorio casuale, ma un segno di riconoscimento e di difesa rituale 

[...] Il legame tra il basilisco sardo e il sacro femminino si manifesta anche attraverso l’associazione con la dea Baubo, figura della fertilità e della risata liberatoria. 

Baubo, spesso rappresentata su un cinghiale, è collegata ai pozzi sacri (come quello di Santa Cristina) e alle acque generative. 

Possiamo osservare che la simbologia della Baubo è correlata anche al  Golgo di Baunei, dalla forma vaginale, come la Baubo, il cui  custode, S’Iscultone, è simbolo di Baunei. 

Il Golgo di Baunei (“Su Sterru”), una voragine carsica profonda 270 metri, è infatti il luogo leggendario dove San Pietro sconfisse il basilisco sbattendolo a terra. 

Questo golgo (termine che evoca l’idea di vagina, accostabile alla simbologia della Baubo, quindi o utero della terra) diventa così un luogo di culto ancestrale, circondato da nuraghi, Domus de Janas anas e tombe dei giganti, a testimonianza di una sacralità antica legata alla fertilità e alla rigenerazione.

[...] La maschera di S’Iscultone, quindi, nel contesto del Carrasegare, non è solo una rappresentazione di un mostro da esorcizzare, ma incarna il custode di un luogo sacro, un guardiano ambiguo che unisce la potenza distruttiva del fuoco (il basilisco come creatura desertificante) a quella rigeneratrice dell’acqua (il golgo come fonte di vita). 

Questa duplicità riflette l’equilibrio tra opposti che caratterizza molte espressioni della cultura sarda.

[...] La maschera di S’Iscultone, quindi, nel contesto del Carrasegare, non è solo una rappresentazione di un mostro da esorcizzare, ma incarna il custode di un luogo sacro, un guardiano ambiguo che unisce la potenza distruttiva del fuoco (il basilisco come creatura desertificante) a quella rigeneratrice dell’acqua (il golgo come fonte di vita). 

[...] Questa duplicità riflette l’equilibrio tra opposti che caratterizza molte espressioni della cultura sarda.

Lungi dall’essere una semplice creatura mostruosa, S’Iscultone si rivela un simbolo polisemico che racchiude la persistenza di un sostrato matriarcale, inanzittutto. 

Infatti il basilisco è “figlio” di una Medusa reinterpretata come regina positiva, ed è associato alla dea Baubo e alle acque generative.

Rappresenta in secondo luogo, l'integrazione degli opposti, sempre presentissima e centrale, nella nostra Antica Civiltà Sarda, configurandosi come ibrido gallo-serpente, che incarna l’unione di maschile e femminile, fuoco e acqua, cielo e terra, divenendo il perno della trasmutazione alchemica.

S'Iscultone, con la sua potente presenza scenica, ha funzione apotropaica e rituale. 

La maschera del Carrasegare, con i suoi campanelli e il bubbolo, è uno strumento di protezione e di rinnovamento ciclico, inserito in una complessa cosmologia che lega il basilisco al golgo (utero della terra) e ai nuraghi custodi.

È riflesso, in questo senso, di un’identità culturale istintiva. 

La rilettura positiva del basilisco, e di conseguenza di Medusa, segna una divergenza rispetto alla narrazione patriarcale greco-romana, confermando quella linea sostanzialmente matriarcale, e di unione ed equilibrio degli opposti che caratterizza la Sardegna.

Il basilisco sardo, nella sua manifestazione mascherata, non è solo un residuo folklorico, ma un testimone attivo di una visione del mondo in cui il terribile e il sacro, la distruzione e la rigenerazione, il maschile e il femminile coesistono in un equilibrio dinamico"


Tratto dal mio saggio 

"Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. 

Il Sacro che genera Caos. 

Il Caos che rinnova l'Ordine" 


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Referenza del mio scritto, ampliato per il saggio, 

https://maldalchimia.blogspot.com/2020/09/basilisco-e-il-mito-di-medusa-in.html


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mercoledì, febbraio 11, 2026

💛Su Componidori

 "Questa dimensione del "doppio" o "gemellare" è centrale nella nostra antica civiltà.

Questo mi rimanda alla concezione dantesca del cosmo, dove Dante ascende al cielo delle stelle Fisse presso la costellazione dei Gemelli. 

Questa costellazione rappresenta l'androgino, la divinità completata (simile alle nostre pavoncelle sarde bifronti), l'integrazione che dà accesso a una conoscenza superiore. 

Le sfere planetarie del paradiso dantesco, sebbene eteree, sono da lui chiamate "cielo di pietra" perché è proprio la materia in moto circolare ed eterno a generare la musica celeste.

Io credo che i nuraghi, così numerosi, rappresentino proprio questa divinità demiurgica solare primigenia, un'entità androgina. 

Si narra che l'Età dell'Oro corrispondesse astrologicamente all'era dei Gemelli, quando il sole sorgeva all'equinozio di primavera in quella costellazione. 

In quell'epoca, si scoprì che con due bastoncini "gemelli", sfregati tra loro, si poteva creare il fuoco vitale. 

Ecco perché le divinità creatrici sono spesso gemellari e androgine, e perché crearono i primi umani in coppie maschio-femmina. 

Questo equilibrio si riflette nella nostra architettura in Sardegna. 

Il nuraghe è contemporaneamente fuoco (Nur) e acqua (Nun).

L'osservazione della circolarità dei pianeti diede alla mia antica civiltà la dimensione del Tempo. 

La circolarità delle orbite planetarie diede la dimensione del Tempo. 

Nell'era dei Gemelli, governata da Mercurio, si svilupparono la ruota e la comunicazione. La costellazione dei Gemelli, visibile all'orizzonte prima del sorgere del sole agli equinozi di primavera, divenne simbolo universale dell'equilibrio degli opposti, rappresentato in tutto il mondo da una figura centrale con due oggetti simmetrici.

Per questo ritengo che i nuraghi vadano retrodatati. 

La cronologia ufficiale (dal 1800 a.C.) li colloca nell'era dell'Ariete, guerriera, mentre la loro anima è in perfetta sintonia con l'era del Toro (4000-1800 a.C.), segno che esotericamente domina il chakra della gola, quindi del Suono. 

Il suono è la prima manifestazione del Divino, il Verbo. 

Gli antichi Sardi, osservando il movimento perfetto e armonico dei pianeti, cercarono di ricreare quella frequenza, quella "musica delle sfere".

Pitagora teorizzò che dal movimento dell'universo si producesse un'armonia. 

I nuraghi, con la loro struttura a cerchi concentrici che si restringono verso l'alto, sono il riflesso in sezione di quelle sfere celesti. 

Sulla loro sommità si celebrava il fuoco del Sole, la nota centrale che armonizza il cosmo. 

“Su Componidori” della Sartiglia, il cui nome significa "compositore", è proprio colui che armonizza, come un musicista divino che compone l'universo. Dante, nel suo paradiso di "cielo di pietra", e Platone nel Timeo parlano di questa stessa armonia"


Tratto dal mio saggio 

"Gli Uomini senza Ombra. 

Simbologie archetipali in Sardegna"


"Le radici del Carnevale sardo affondano in una stratificazione temporale remota, risalente al Paleolitico, intrecciandosi con antichi rituali di caccia, con la relazione simbiotica tra l’uomo e la Natura, con i cicli solari e lunari, con gli animali ausiliari nel lavoro agricolo, con gli elementi atmosferici, come la pioggia, e il vento, determinanti per la fecondità della terra. 

Questo Carnevale nasce dal grembo della Madre Terra, da quel ventre sacro che genera i frutti e al quale, al termine dell’esistenza terrena, si chiede rifugio e ritorno.

Una sacralità talmente profonda da richiedere figure rituali che vi si approccino con somma devozione. 

Come quella de “Su Componidori” del Carnevale di Oristano, etimologicamente “colui che fa sgorgare l’acqua dai cumuli”, lo sciamano pluviale, che viene ritualizzato e sacralizzato come una divinità vivente, prima di poter invocare dalla Terra il permesso di conquistare quel simbolo dell’unione sinergica tra sole e acqua, maschile e femminile, indispensabile alla vita

Questa sinergia è rappresentata dalla stella a 6/8 punte, che tenterà di infilzare con “su stoccu”, il lungo bastone. 

Il gesto rappresenta una copula sacra tra un Dio Umano Androgino, già sintesi del maschile e del femminile, resa evidente dalla maschera bianca e asessuata, e il numero 6 della stella. Due “6” che si uniscono in una penetrazione simbolica per generare il “Santu Doxi”, il Santo Dodici, numero sacro agli antichi Sardi, auspicio propiziatorio per i dodici mesi dell’anno.

Nel cuore dei complessi rituali del Carrasegare sardo, la stella a 6 punte emerge come un archetipo polisemico di straordinaria profondità, che si radica tanto nella memoria biblico-tribale quanto nella gestualità liturgica della maschera e della comunità. 

Questo sigillo geometrico, costituito dall’intersezione di due triangoli opposti, non è un mero ornamento, ma è il nucleo simbolico di un’iniziazione che lega la tribù ebraica di Dan alla più ancestrale spiritualità sarda, in un continuum mitico-rituale dove il passo cadenzato dello sciamano rievoca la zoppia di Giacobbe dopo la lotta con l’angelo.

La Stella  si configura come sinossi degli Opposti e segno distintivo dell'antica Tribù di Dan. 

[...] Questo stesso equilibrio è ritualmente agito nel Carrasegare da Su Componidori, figura ieratica e androgina che, nella Sartiglia di Oristano, deve infilzare la stella metallica sospesa. 

L’azione non è una semplice prova abilità, bensì un atto ierogamico.

Il cavaliere-maschera, avvolto nel velo bianco della purezza iniziatica (il cui candore riecheggia la Nun ebraica, simbolo di rinascita dalle acque primordiali), ricongiunge i triangoli separati, ricreando l’unità originaria e assicurando, attraverso questo rito di fertilità, l’abbondanza per la comunità.

La zoppia rituale emerge come filo conduttore, da Giacobbe al passo sciamanico del Carrasegare. 

La benedizione di Giacobbe a Dan, “Sia Dan una serpe sulla strada […] che morde il calcagno del cavallo”, introduce il tema del serpente-drago, dominato dagli uomini di Dan, e insieme allude a una ferita all'anca che richiama direttamente la zoppia. Giacobbe, dopo aver lottato con l’angelo al guado resta ferito, e la sua andatura diventa segno di una trasformazione interiore, di un passaggio a un nuovo stato ontologico (il cambio di nome in Israele). 

Questo stesso motivo è mimesizzato nel Carrasegare sardo, specialmente nelle processioni dei Mamuthones e nelle danze degli Issuhadores. Il passo ritmato, pesante, quasi claudicante, non è un semplice folklore, ma la ripetizione cosmica di una “zoppia sciamanica” iniziatica. 

È il segno di chi, come Giacobbe, ha lottato con il divino ed è uscito mutilato ma trasfigurato, portatore di una conoscenza oracolare e terapeutica. 

La ferita all’anca diventa, nella ritualità sarda, il marchio di un’iniziazione che permette di dominare le forze ctonie (il serpente) e di mediare tra cielo e terra.

Vi è una stretta correlazione dal simbolo, quello della tribù dei Dan, gli antichi Shar-Dan, al Rito. 

[...] Il velo bianco de Su Componidori, simile al saio delle suore (anch’esse “Nun”), segna il raggiungimento di quella purezza alchemica che permette di trasmettere, attraverso il palmo della mano (il gesto dei bronzetti), l’energia sanante e fecondante.

Si manifesta, in questa continuità semantica, una tradizione ininterrotta di dominio sul Serpente. 

Sulla Conoscenza ancestrale. 

Dominio, che è gestione. 

Abilità. 

Il Carrasegare sardo si rivela, dunque, come un teatro rituale in cui la stella a 6 punte funge da perno simbolico tra diverse tradizioni. 

È l’emblema della tribù di Dan, dominatrice del serpente

È l’obiettivo ieratico del cavaliere-sciamano. 

È la figura geometrica che sintetizza l’equilibrio tra le forze cosmiche. 

In questo contesto, gli antichi Shardana, appaiono come i depositari di una scienza sacra che, attraverso il rito, si perpetua nel tempo, quella del dominio sulla conoscenza (il serpente), della trasformazione alchemica dell’uomo e della garanzia 

della garanzia di fecondità per la comunità, tutta racchiusa nel gesto ancestrale di infilzare la stella.

La benedizione che segue è anch’essa densa di simbolismo, officiata tenendo in mano “sa pippia de Maiu”. 

Questo mazzolino, il cui nome deriva dall’accadico pi-pium (sorgente), è composto da viole mammole e pervinca. La sua forma, simile a due triangoli uniti per il vertice, riecheggia quella del sacro Vajra, il fulmine indistruttibile, simbolo dell’energia creatrice generata dall’unione degli opposti".


Tratto dal mio saggio 

"Il Tempo Capovolto. 

Il Sacro che genera Caos, 

il Caos che rinnova l'Ordine" 


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 


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"Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. 

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Su Componidori