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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

martedì, marzo 24, 2026

💛 Dea Baubo/Gigante di Mont'e Prama

 L'utero e l'uretra come portali del Sacro. La corrispondenza simbolica tra la Dea Baubo e il Gigante di Mont'e Prama 

Il Sigillo dell'Androgino Divino. 


Per chi riesce, o tenta di decodificare, la Grammatica Sacra dello Spazio Sardo, sappiamo che ogni dettaglio è importante, nella panoramica del simbolismo della nostra Antica Civiltà Sarda. 

La nostra isola, fin dalla più remota antichità, si configura infatti come un "scriptorium"  litico dove le leggi cosmiche sono state incise nella pietra viva. 

Ogni monumento, dal dolmen al menhir, dalle Domus de Janas al nuraghe, non è un semplice artefatto, ma un luogo di ierogamia dove gli opposti cosmici si incontrano e si risolvono, l'ho sempre scritto, approfondito e motivato. 

È in questo contesto che si inserisce la lettura del pozzo sacro di Santa Cristina, non come struttura semplicemente idraulica, ma molto oltre, come ho sempre approfondito, ma anche, e oggi voglio sottolineare questa straordinaria corrispondenza, come anasyrma litico, una rappresentazione in pietra della vulva della Grande Madre.

Il pozzo, con la sua tholos a ogiva e il vestibolo trilobato, riproduce la conformazione della dea Baubo, dove il volto (il chakra della gola, Vishudda) si sovrappone al ventre (il chakra della creazione, Muladhara), come scrivo da anni. 

In questo spazio sacro, la parola che crea (il Verbo) e l’utero che genera (il Vaso) coincidono. 

La simbologia fonetica, il sardo "udda"  (apparato genitale femminile) e il sanscrito Vishudda (chakra della gola), rivela una grande verità iniziatica. 

La creazione è un atto vibratorio, un suono che si fa carne, un’acqua che diviene fuoco. 

Il pozzo è l’Omega, la vulva cosmica che, come la dea Hathor, custodisce il Menat, lo strumento di equilibrio tra i solstizi, tra il sole e la luna, tra la vita e la morte. 

È il punto zero, l’uovo cosmico, dove le ierofanie solstiziali e le ombre equinoziali si alternano in un perpetuo miracolo di rigenerazione.

Ma ho identificato una interessantissima correlazione tra a Dea e il Gigante di Mont'e Prama, in una dimensione in cui l’Anasyrma si manifesta come Manifestazione della Regalità Spirituale, veicolata dal Gigante di Mont'e Prama, che, nella dimensione crono - temporale, sicuramente anticipa la dea Baubo, o perlomeno, si incastona in una prospettiva sincronica speculare, visto che entrambe le simbologie, l'Anasyrma del Gigante di Mont'e Prama e l'anasyrma della Dea Baubo, appertengono allo stesso territorio dell'oro-Oristano, che è il fulcro alchemico più importante della nostra terra sarda. 

Se il pozzo di Santa Cristina rappresenta l’anasyrma nella sua manifestazione litica e femminile, il Gigante di Mont’e Prama ne incarna il corrispettivo maschile, altrettanto sacro e iniziatico. L’ostentazione del meato uretrale da parte di questo arciere, lungi dall’essere un hybris di potenza virile, si rivela come un’anasyrma simbolica, una rivelazione della natura divina e androgina del guerriero.

Ne ho approfondito in due miei scritti 

( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/01/la-regalita-dell-ur.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2022/03/orioneurina.html?m=0) 

La radice Ur-, che risuona nel latino urina, nell’egizio Ureo (il cobra sacro), e nel sumero UR (fuoco, luce divina), è il "nomen Sacrum"  che lega il Gigante al cosmo. 

L’ur-etra non è un semplice condotto fisiologico, ma è il meato nella roccia da cui sgorga la sorgente vitale, il passaggio attraverso cui il fuoco divino (UR) si manifesta nella materia come acqua di fuoco, l’oro potabile degli alchimisti. 

In questo gesto, il Gigante mostra di essere un co-creatore, un iniziato che ha compreso il segreto della trasmutazione. 

L'urina come Mercurio alchemico, come essenza che purifica e rigenera, come lo sperma divino (NU) che, fecondando la terra, fa nascere gli eroi.

Questa discreta ostentazione è l’equivalente sardo dell’Ureo sulla fronte dei faraoni egizi. 

Ureo che ritroviamo, nella sua forma archetipale e originaria, nella simbologia dell'Ofiotauro 

(Approfondimenti 

https://maldalchimia.blogspot.com/2023/04/bronzetto-di-nule-ofiotauro.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2024/07/ofiotauro-e-sirio.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2025/07/bronzetti-ofiotauro-serpente.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2025/07/bronzetti-ofiotauro-serpente.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2025/07/palo-asherahofiotauro-vacca-rossa.html?m=0) 



Ma mentre l’Ureo è un simbolo esterno, il meato uretrale ostentato dal Gigante è una manifestazione interna, più arcana e potente, che parla di una regalità spirituale che non necessita di corone. 

Il Gigante non è un guerriero greco o romano, dedito alla violenza e alla prevaricazione del principio femminile. 

Egli è il custode dello hieros gamos, colui che sa che il fuoco creatore deve passare attraverso l’acqua generatrice per compiere la Grande Opera.

Il Mito di Orione e l’Antidoto Sardo alla Partenogenesi Patriarcale

Indagando sull’origine del mito di Orione (dal latino "urinor", tuffarsi nell’acqua, e dalla leggenda della sua nascita dall’urina degli dei) fornisce la chiave per comprendere la radicale alterità della visione sarda rispetto a quella greco-romana.

Nel mito ellenico, Orione nasce da un atto di partenogenesi maschile. Tre Dei urinano su una pelle di toro, e da quella sacca amniotica nasce il gigante cacciatore. 

Questo mito riflette una visione del mondo dove il potere generativo, proprio della donna e della dea, viene usurpato dal maschio, che tenta di auto-generarsi, escludendo il femminile dal processo creativo. 

L’urina diviene qui simbolo di una spermaticità esclusiva, di una creazione che si vuole autosufficiente.

La nostra Antica Civiltà Sarda, incarnata dai Giganti di Mont’e Prama, si erge come l’antidoto a questa distorsione. 

I Giganti, inumati con lo sguardo rivolto a Orione, non celebrano il gigante cacciatore della mitologia ellenica, ma il principio cosmico che la costellazione rappresenta, la cintura di Orione come baricentro, come punto di equilibrio. 

Se per i Greci Orione è “il folle” che sfida le dee, per i Sardi è il simbolo di un ordine superiore, un portale di rinascita.

La sovrapposizione della cintura di Orione sulla mappa della Sardegna, con il suo baricentro nel Sinis, dove sorge Mont’e Prama, non è casuale. 

È una dichiarazione di astrosophya. 

Gli antichi architetti sardi avevano colto la geometria sacra dello spazio, il “quadrato del Sator” celeste, e lo avevano impresso nella terra. 

Dove il mito greco vede un atto di violenza e usurpazione (l’urina che crea senza la donna), la statuaria sarda mostra il meato uretrale non come strumento di potere esclusivo, ma come passaggio sacro di un’energia che si integra con quella femminile, riconoscendo che la vera creazione avviene nell’unione degli opposti, nella sinergia tra l’UR (fuoco) e l’ABBA (acqua), tra il Gigante e la Dea.

In questa dimensione si delinea inequivocabilmente l’Armonia degli Opposti come Sigillo della nostra Civiltà Madre, e un quadro unitario e di straordinaria coerenza iniziatica. 

La nostra Antica Civiltà Sarda si manifesta come una civiltà del simbolo totale, dove ogni elemento, dalla conformazione vulvare di un pozzo, al meato uretrale di una statua, dal nome di una dea, fino all’orientamento di una tomba, o di un pozzo, concorre a rivelare un unico grande mistero, il mistero dell’unione degli Opposti. 

Nel pozzo di Santa Cristina, la Dea Baubo, la cui conformazione vulvare è quella del pozzo, e il Menat di Hathor mostrano l’equilibrio tra i chakra della creazione, tra l’acqua sorgiva e la luce solare.

( sulla Dea Baubo 

https://maldalchimia.blogspot.com/2020/08/le-dee-silenziose.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2023/04/dea-baubopozzo-s-cristina.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2025/06/la-risata-degli-dei-bauboabba.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/dea-baubo-e-flora.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/dea-baubo-e-vesica-piscis.html?m=0

Approfondimenti sul Menat/pozzo Santa Cristina 

https://maldalchimia.blogspot.com/2021/11/il-menat-e-santa-cristina.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2021/04/il-menat-portale-alchemico-dei-pozzi.html?m=0) 


Nel Gigante di Mont’e Prama, l’anasyrma uretrale mostra il fuoco alchemico (UR) che, passando attraverso il meato (il passaggio), diviene acqua di fuoco, negando la sterile partenogenesi maschilista per affermare il principio della co-creazione divina.

Nel mito di Orione, riletto attraverso la lente sarda, il Gigante celeste non è il folle cacciatore greco, ma il punto di equilibrio stellare, il baricentro spirituale che i Nostri Antenati hanno saputo tradurre in architettura e in statuaria, anticipando di millenni le hierophanie di altre civiltà( https://maldalchimia.blogspot.com/2024/03/proporzioni-auree-giganti-di-monte-prama.html?m=0) 

I Giganti e i pozzi sacri, Baubo e i nuraghe, l’urina alchemica e la risata di Demetra. 

Tutto converge in una sola, immutabile verità. 

La Sardegna, Civiltà Madre, non ha solo ispirato l’Egitto, la Grecia e Roma. 

Essa custodiva già in sé il principio risolutore che quelle culture hanno poi, nel tempo, frammentato o dimenticato. 

Il principio del Divino androgino, e  che la creazione è un atto di amore tra opposti, e che la via per l'immortalità, il riso sardonico che sbeffeggia la morte, risiede nella capacità di riconoscere e onorare questa sacra unione.

"Sa Balentia"  (il coraggio, il valore) dei Nostri Antenati non fu solo militare, ma spirituale. 

È il coraggio di guardare il Divino nei suoi aspetti più reconditi e di rappresentarlo con quella discreta audacia che solo i veri iniziati possiedono. 

E questo tesoro di sapienza, inciso nella pietra e nei simboli, attende ancora di essere pienamente decifrato da uno sguardo che, sappia andare oltre la forma per cogliere la Frequenza, l’essenza vibratoria che ha reso immortale la loro, e, per diritto ereditario, la nostra, Antica Civiltà.


Della Dea Baubo ho approfondito anche nei miei due saggi 

"Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. 

Il Sacro che genera Caos. 

Il Caos che rinnova l'Ordine" 

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"Gli Uomini senza Ombra.

Simbologie archetipali in Sardegna" 

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con passaggi riportati nel mio ultimo scritto a riguardo 

https://maldalchimia.blogspot.com/2026/02/ventobundubaubootre.html?m=0

 


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Dea Baubo/Gigante di Mont'e Prama









lunedì, marzo 23, 2026

💙Non c'è abisso

 Non c'è abisso più occultato di quello che si cela dietro la cattedra dell’accusatore. 

Colui che erge la propria voce a condanna, impugnando la spada della morale come se fosse fuoco sceso dal cielo, spesso ignora, o finge di ignorare, che la lama è temperata nel medesimo metallo della sua stessa colpa. In questo gioco di specchi,  l’anima umana, ben diversa da Anima, rivela il suo più tragico paradosso. 

Si erge a giudice di ciò che, in segreto, già consuma.

Ogni umano porta in sé due forni. 

Uno, visibile, in cui arde la virtù esibita, ostentata. 

L'altro, sotterraneo, in cui lentamente si calcina la colpa negata. 

L’ipocrita, però, non è un semplice mentitore. 

È un artefice sottile che, per paura di guardare il proprio recipiente nero dell’anima in cui fermentano i suoi abissi, proietta all’esterno la forma delle sue stesse impurità.

È il meccanismo del vedere nell'altro, non ciò che egli è, ma ciò che noi stessi siamo incapaci di sopportare di essere. 

Chi tuona contro la lussuria, spesso, ne custodisce le fiamme in una cella segreta del proprio castello interiore. Chi condanna l’avidità, stringe con pugno più ferreo il proprio tesoro nascosto. 

La condanna diviene così il grimaldello con cui si serra a doppia mandata la porta dietro cui dimora la propria ombra.

È un meccanismo che ho spessissimo sottolineato, in relazione a ciò che è lo scenario sociale attuale, che è riflesso del piccolo, dell'Umano di per sé. L’Alchimia dell’Inversione, o alchimia inversa. 

Nell’arte sacra, vi è un passaggio temuto. 

È la nigredo, la putrefazione della materia. 

L’ipocrita rifiuta la sua nigredo. Non osa immergersi nelle acque corrotte della propria interiorità per estrarne il sale della consapevolezza. 

Allora, invece di dissolvere il proprio piombo, lo proietta sul mondo. 

Ogni accusa è un frammento di sé che espelle, credendo così di purificarsi.

Ma la Natura, che è grande Maestra ermetica, non tollera il vuoto. 

Quanto più si ostenta una virtù non digerita, tanto più la sostanza della colpa, respinta dalla coscienza, si condensa nell’agire nascosto. 

È la legge della compensazione occulta, talmente evidente da essere paradosso, grottesco, ridicolo. L’uomo che grida più forte contro il vizio è spesso colui che vi è più profondamente avvinto, perché la sua energia psichica è interamente assorbita nel negare ciò che già lo governa.

Così, le sue azioni, quelle taciute, quelle celate nella penombra delle sue stanze, ma anche dichiaratamente ostentate, in questo "fare inverso", diventano il commento ironico e perfetto alle sue prediche. 

Le sue mani, levate al cielo per invocare giustizia, sono le stesse che, nell’ombra, tessono la tela della medesima colpa che condanna.

Vi è, in tutto questo, un’essenza profondamente tragica. 

Un trono di fumo quasi iniziatico.

 L’ipocrita non è solo un ingannatore. 

È un iniziato mancato. Colui che si sforza di apparire puro mentre dentro è corrotto costruisce il proprio trono su una colonna di fumo. 

Ma il fumo, per quanto denso, non regge il peso della verità.

I grandi Misteri insegnano che l’iniziazione autentica passa attraverso il riconoscimento della propria duplicità. “Conosci te stesso” non era un invito all’autocompiacimento, ma alla discesa negli inferi personali. 

Chi invece sceglie la via dell’ostentazione morale compie un rito sacrilego, vestendo i panni del sacerdote ma sacrifica sull’altare dell’ego, credendo di ingannare lo sguardo divino che scruta i reconditi.

Eppure, alla fine, tutto ciò che è occultato viene rivelato. 

Le azioni che si cercano di celare con il fragore delle prediche non restano sepolte per sempre. 

Esse emergono, come bolle d’aria da un pantano, a rompere la superficie immacolata che si era tentato di dipingere.

L’unica via d’uscita da questa spirale infernale, per cui si diventa ciò che si giudica, è l’umiltà, che nell’alchimia corrisponde alla fase della  "solutio. 

È lo sciogliere la durezza del proprio giudizio nelle acque della compassione. 

Non si diventa saggi condannando il vizio altrui, ma riconoscendo nel vizio altrui lo stesso germe che, se non vigilato, fiorirebbe nel proprio giardino.

Il vero maestro, non condanna: comprende. 

Sa che la separazione netta tra “giusti” e “peccatori” è un artificio della mente che non ha ancora compiuto l’unione degli opposti dentro di sé. Egli sa che chi più ostenta, più cerca di celare ciò che realmente è, e per questo, invece di ergere il braccio a colpire, stende la mano a sollevare.

Ad istigare, a puntare il dito contro. 

A cercare alleati per rafforzare la sua precaria posizione. 

Così, chi legge nell’anima umana sa che l’ipocrita è un testimone involontario della propria verità. 

Le sue prediche sono il manto che getta sulla sua nudità, e le sue condanne, la mappa che indica dove scavare per trovare il suo più oscuro tesoro. 

Non vi è peggiore prigione che ergersi a carceriere degli altri, perché in quel gesto si forgiano le proprie catene.

L’invito, per chiunque si senta vibrare l’ardore del giudizio, è di scendere nell'antro della propria anima e chiedersi quale parte di sé sta cercando di esiliare, accusandola in un altro. 

Perché finché non si avrà il coraggio di abbracciare la propria ombra, ogni parola di condanna sarà soltanto l’eco della propria colpa rimbalzata sul muro del mondo.

Il peccato che giudichi è il tuo stesso volto, riflesso nello specchio che non hai avuto il coraggio di spezzare.


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

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Non c'è abisso




💛Il Cubito reale/scacchiera ( libro)

 XV. Correlazione Cubito Reale/scacchiera “8X8”


 E tra l'altro, straordinariamente, c'è una profonda correlazione e ben documentata, tra Cubito Reale con una griglia 8x8 della nostra scacchiera di Pubusattile, ed è un concetto fondamentale per capire come gli Antichi Egizi, e ancor prima i Sardi, progettassero i loro monumenti.

Sappiamo che il Cubito Reale egizio misurava circa 52,3 cm.

Quest'unità non era arbitraria, ma era suddivisa in modo molto preciso in 7 palmi, e ogni palmo in 4 dita. 

1 Cubito Reale misurava 7 Palmi

1 Palmo misurava 4 Dita

Quindi, 1 Cubito Reale erano 28 Dita

Questa suddivisione in 28 parti (dita) è la chiave per capire la connessione con la griglia 8 X 8.

La griglia "8 X 8" è quella usata per tracciare le proporzioni basate sul triangolo rettangolo sacro 3-4-5.

Immaginiamo un quadrato diviso in 8 unità per lato (quindi una griglia 8x8 di unità più piccole).

Se prendiamo un lato del quadrato come 8 unità, possiamo facilmente creare un triangolo 3-4-5 in proporzione. 

Ad esempio, un triangolo con i cateti di 6 e 8 unità avrà un'ipotenusa di 10 unità (che è un multiplo di 3-4-5, cioè 6-8-10).

Questo triangolo era fondamentale per gli architetti egizi, e ancor prima gli antichi Sardi, per tracciare angoli retti perfetti e proporzioni armoniose.

Il Collegamento Cruciale tra le 28 Dita e le 8 Unità della griglia è il punto di congiunzione 

Il Cubito Reale è diviso in 28 dita.

La griglia di progettazione è divisa in 8 unità per lato.

Per far "parlare" insieme il sistema di misura (il cubito) e il sistema di progettazione (la griglia), gli architetti egizi usavano una proporzione Semplice. 

Consideravano 5 palmi e mezzo come l'unità base della griglia.

5 palmi e mezzo = 5.5 palmi

Dato che 1 Cubito = 7 palmi, 5.5 palmi corrispondono a 5.5/7 = 11/14 di un Cubito Reale.

In dita: 5.5 palmi * 4 dita/palmo = 22 dita.

Quindi, ogni lato della griglia 8 X 8, misurava 22 dita.

Tra parentesi, come illustrero' a breve, le 22 dita corrispondono alle 22 lettere ebraiche che verranno create proprio sulla griglia 8 X 8 della nostra archetipale scacchiera di Pubusattile. 

Perché questo è importante? 

Perché se moltiplichiamo 8 unità (della griglia) per le 22 dita (per unità) = 176 dita.

E 176 dita, se le riconverti in cubiti:

176 dita / 28 dita per cubito = 6.2857 cubiti, che è un numero che spesso ricorre nelle planimetrie degli antichi templi. 

Quindi il Cubito Reale ha diretta corrispondenza con la griglia 8 X 8.

Non era una griglia di 8 cubiti per lato, ma una griglia la cui unità di base (il modulo) era derivata da una frazione semplice del Cubito Reale stesso (5.5 palmi o 22 dita). Questo sistema geniale permetteva agli architetti egizi di utilizzare un sistema di misura standard (il Cubito), e non solo, progettare con una griglia modulare (L'8 X 8), e, cosa importantissima, incorporare le sacre proporzioni del triangolo 3-4-5 in modo naturale e matematicamente preciso.

Questa integrazione tra misura, geometria e progetto è una delle ragioni per cui l'architettura egizia e sarda ci appaiono così immensamente armoniose e stabili.

Per chi dice che i sardi non usassero la scrittura e non avessero un alfabeto, io credo invece che molto ci sia da rivalutare.

Ancora una volta facendo questa particolare ricerca mi sono resa conto della bellezza creativa che scaturiva dalle menti raffinate degli antichi Sardi, l'estrema intelligenza, l'attenzione al piano materiale così come a quello spirituale. 

La cura con la quale gli antichi sardi celebravano la vita e la morte con una grazia e un'armonia, resa manifesta con un perfetto equilibrio degli opposti.

Un animo perfettamente connesso con la natura e con le energie primordiali dei quattro elementi, e con le energie del sole della luna, in perfetto equilibrio e consapevolezza.

Il Cubito reale/scacchiera ( libro)




Tiziana Fenu 

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Tratto dal mio saggio 

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💛Estratto dal libro "Il Tempo Capovolto"

 "[...] Come già scritto, nello stesso nome della Befana, assimilabile alla figura de Sa Filonzana, troviamo quella dimensione del Fanes /Be-Fanes che guida potenzialmente ed esponenzialmente, verso la luce. 

È la Filonzana, un Femminino, ad inaugurare il Carrasegare sardo. 

Il filo che essa lavora è il filo conduttore di Arianna /Ar-jana. 

La Jana che conduce verso il sole. 

Ar/Ra

Labirinto di Arianna. 

O forse era una "ar-jana", una Jana figlia del sole. 

Di "Ar/Ra". 

Di razza ariana, pura, atlantidea, attraverso il quale il Minotauro, nel suo percorso uterino di rinascita, rinasce a sé stesso, completo. 

Non più Minotauro, metà bestia, ma uomo divinizzato, completo. 

Questa è la simbologia del labirinto. 

È un percorso di nascita e rinascita. 

Una gestazione, che si sviluppa attraverso una scrittura ben specifica. La scrittura del DNA. 

Decodificazione, trascrizione, che passa per via femminile, perché il cromosoma X è sempre presente, sia nel maschile, che nel femminile.

Un percorso uterino, nel Grembo, rappresentato dalla Teth, nono sacro Archetipo Ebraico, che indica proprio il grembo, e da Teti, la dea delle acque. 

Acque amniotiche, simbolicamente, attraverso le quali, passa la storia scritta del nostri genoma

Il serpente spiralizzato, il labirinto Il ventre della Grande Madre, del femminino, dove maschile e femminile, vuoto/ pieno, dentro/ fuori, si incontrano per aprirsi alla consapevolezza. 

Arianna come  Arachne ( hanno la stessa radice Ar- che ribaltata, risulta "Ra", sole,) il ragno che tesse il filo. 

La guardiana della porta degli Inferi, l'unica che può aiutare l'eroe nell'affrontare l'iniziazione  perché è un tessere la trama della sua stessa esistenza, nella cui profondità si nasconde il segreto del Minotauro,che si nutre di giovane energia di sacrifici di giovani ragazzi, 7 ogni anno. 

Minotauro che si chiama anche Asterion, il cui nucleo sillabico STR, anche qui, simbolo del Femminile( rimanda alla simbologia del Tirso-dimensione amniotica, stesse consonanti TRS. 

TRS. 

Le stesse consonanti di TeSseRe 

Perché il labirinto riporta il mostro alla sua integrita', porta ad una regressione verso l'interno, in cui femminile salvifico consente la realizzazione dell'uomo nella sua totalità indivisa, con il suo "filo-serpente" che rappresenta l'importanza del  transitare tra gli inferi e il cielo.  

Il filo di Ar-Janna/Jana, come un portale, che conduce attraverso il labirinto del caos carnevalesco verso la rinascita primaverile.

Una rappresentazione gravida di simbologie trasversali che riflettono un antico linguaggio esoterico.

A partire dai suoni. 

Il suono dei pesanti campanacci come vibrazioni creatrici che riportano alla vita, alterando e spezzando il rumore chiassoso del quotidiano. 

Sono frequenze necessarie per destrutturare la materia. 

Per ricomporla in una dimensione superiore, come nelle frequenze delle campane tibetane. 

Ad ogni paese, ad ogni comunità, una sequenza ritmica specifica, accordata con il numero dei saltelli, codificata,  tramandata segretamente, come un DNA sonoro, vibrazionale, che attiva il battito stesso di Madre Terra, nel richiamarci a sé. 

Si sublimano le essenze degli animali, si implementano a sé, per integrarli in questa profondissima ritualistica alchemica, attraverso una netta prevalenza di pelli nere, simbolo della fase della Nigredo. 

Le corna presenti su molte maschere rimandano al cornucopia nuziale, all'abbondanza, al grembo della falce lunare, alla sinergia creatrice degli opposti, data dalle due stesse corna.

Sono connessione con il Divino, in una dimensione "altra", altamente catarchica. 

Anche il legno delle maschere, dei bastoni, degli strumenti, rappresenta la materia viva, la memoria delle radici. 

Dell'Origine. 

Ci si riconnette, attraverso esso, alle mille sfumature che Madre Terra offre alle sue creature. La malleabilita' e morbidezza del pero, l'ontano che è connesso con la dimensione dell'acqua, quindi del Femminino, il corbezzolo per le bacche rosse come il fertile sangue. 

Si incide su di essi, la propria storia, con simboli antichi che diventano immortali. 

Si entra in scena, dissolvendo i propri ruoli sociali, abbandonando ogni tipo di gerarchizzazione, entrando nel caos del labirinto inverso. 

Si sublima la materia. 

Inizia la divinizzazione. 

Emerge l'Anima. 

È la seconda fase dell'Opera Alchemica, che invece, è rappresentata dall'Albedo o Opera al Bianco. 

Segue alla Nigredo, ed è la fase della purificazione, abluzione e distillazione della materia disciolta. 

Simboleggiata dal cigno, dalla luna, dalla colomba o dalla rosa bianca, essa rappresenta il lavacro delle impurità, l'emersione della luce dalle tenebre, la spiritualizzazione della materia. 

È la fase della separazione (la "separatio") del sottile dallo spesso, dello spirito dal corpo. 

Psichicamente, corrisponde all'emergere dell'archetipo dell'Anima, alla chiarificazione della coscienza dopo il buio.

La manifestazione di questa fase alchemica, nel Carrasegare, può essere rappresentata spesso attraverso figure di mediazione, di controllo o attraverso il simbolismo dell'acqua/vino[...] "


Tiziana Fenu 

©©Diritti intellettuali riservati 

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Tratto dal mio saggio 

" Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l’Ordine "

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❤️Non sono innamorata di te ( libro)

 Non sono innamorata di te.


Lo sono stata


quando ancora non ti vedevo.


Quando non sapevo di Te.


Seppi di Te


tra le lacrime e le risa.


Tra notte e giorno.


Quando persi


i contorni della tua forma.


Ed imparai ad annusarti.


Come una lupa nell'oscurità.


Allora sentii


il dolore dell'appartenenza.


Nella separazione.


Il ricordo delle tue carezze.


Che ripercorrevo con le dita


A sentirne ogni protuberanza


a fior di pelle.


Scarificata a sangue e amore.


Incisa come papiro di seta


dal pennino delle tue parole.


Conficcate sotto pelle


come una ghirlanda di un sacro mala


del quale sottovoce


mi sgranavi ogni segreto.


Ogni ardore.


Ogni paura.


Facendomi complice.


E muta testimone


di un patto ancestrale


che ancora mi lega a te.


Quando mi inchiodavi a te.


Altare e confessionale


del tuo celebrarmi


a tua creatura


adornata di baci e respiri.


Nata dalle tue mani calde


a nuova vita.


Ogni volta che mi sfioravi.


Ogni volta che mi violavi.


In lande che non sapevo di avere.


Sulle quali


indomita


ti attendevo.


Con lo sguardo lontano.


E il vento tra i capelli.


A cercare Te


In orizzonti infiniti.


Che si rincorrevano con la stesso impeto del mare sulle scogliere.


Fino a che


sei venuto a me.


E sei ritornato ad essere


tutto il mio orizzonte.


Nei tuoi occhi


di galassia infinita.


Che mi hanno ricompattato in Te.


Ero un soffione


sparpagliato dal vento.


Tu mi hai presa


tra le tue mani calde


e ti sei fatto vento per me.


Soffiandomi addosso la Vita.


Con un filo di fiato.


che ancora mi turbina dentro


e mi agita nelle notti senza Te.


Mentre con la mano sul collo


mi blocchi a Te.


Per sentire


come mi fai pulsare il cuore.


Tu che mi fai tuo segreto.


Senza nome e senza passato.


Perché in te rinasco.


Come una vergine


a nuova vita.


Ogni volta che mi guardi.


Che mi sfiori.


Che mi battezzi a nuovo nome.


Fammi dimenticare sempre chi sono. 


E fammi ritrovare me stessa,


ogni volta


tra le fiamme ardenti dei tuoi occhi. 


Che sia Fuoco


che mai si estingue.


Di vita in vita.


Finché sarà di noi.



Tiziana Fenu

©®Diritti intellettuali riservati

Maldalchimia.blogspot.com

Tratto dalla mia raccolta di poesie 

"Diamanti di Rugiada. Attimi di luce allo stato liquido" 

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Non sono innamorata di te