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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

sabato, marzo 07, 2026

💙Festa della Donna/Athena

 Questo 8 marzo lo voglio onorare e festeggiare io. 

Non come mero segno su un calendario, non come rituale imposto dal divenire, ma come atto di profonda e cosciente liturgia interiore. 

Questo 8 infinito, che dispiega il suo numerali come un nastro di luce, mi porta, con la grazia imponderabile di ali di farfalla, a planare leggero tra le mani socchiuse di quegli uomini che sanno ancora l'antica arte del dare e del ricevere. 

Uomini il cui palmo non è un pugno serrato, non è fortezza assediata dalla diffidenza, non è scudo levato contro la vita, ma è coppa votiva, è loto che si apre. 

Uomini che conoscono il gesto sapiente di unire le palme, di giungerle in preghiera silente, per sostare un attimo nell'ombra aurorica di sé stessi e lì, in quel grembo di silenzio, incontrare il Divino che in loro dimora. 

Per ringraziare. 

Per benedire il mistero che scorre nelle vene. 

E poi, con la stessa sacrale lentezza, riaprire quelle mani e posarle, come ostie consacrate, sulle gote di queste donne. 

Donne che, nello stupore di quel contatto, sentono fiorire la meraviglia, e li guardano con occhi che sono laghi di emozione antica. Perché quegli uomini, quelle mani, quegli sguardi, loro li aspettavano da sempre, da ere lontane, da notti di luna e da attese silenziose.

Li vedo, questi uomini, come fieri guerrieri spartani, la cui aura fende l'aria al loro passaggio. Mentre si leva la polvere sotto i loro passi pesanti di stanchezza cosmica, provati da mille battaglie pesanti, grevi, da mille corpi calpestati lungo la via, da sangue innocente versato. 

Non contro nemici, ma per sopravvivere a sé stessi, al Minotauro interiore che alberga nel labirinto dell'anima. 

In loro arde quel desiderio struggente, lancinante come una lama, di strapparsi la pelle stessa, insieme all'armatura di lino e bronzo, di lacerare gli stretti calzari e, infine, avvicinarsi scalzo e indifeso, vulnerabile e nudo, a quel caldo ventre primordiale. Rifugio e ristoro, fonte e foce. 

E lì, in quell'accoglienza che è anche oblio del Sé guerriero, trovare pace. 

E in essa, nel tepore di quell'antro, raccontarsi. 

Come se si trattasse di un altro sé, di un estraneo che ha dovuto recitare, con ferrea disciplina, il ruolo imposto dalla vita, la maschera tragica dell'esistenza. 

E poi, ecco, unire ancora le mani, ma questa volta con lei, e scoprirsi insieme a sgranare, come grani di un rosario segreto, le proprie fragilità. 

Lasciarle cadere, una a una, come petali di gelsomino essiccati dalle troppe arsure d'amore, dal sole implacabile delle delusioni. 

E sentire quel tocco caldo di lei che, leggero come brezza, sfiora quei petali ormai aridi. 

E quel tocco ne sprigiona ancora, per prodigiosa alchimia, quel profumo di vita e di verità che lei custodisce gelosamente tra le mani, mentre perde lo sguardo nei tuoi occhi, abissi in cui annegare e rinascere.

Io mi inchino. 

Mi prostro come davanti alla più fulgida meraviglia e al più prezioso Dono del mondo. 

Davanti alla vulnerabilità dell'Uomo. 

Che non è debolezza, no. 

È Verità nuda e cruda, scintilla divina che non teme di mostrarsi. È accoglienza senza condizioni. 

È fare spazio, un vuoto fecondo, alla propria Donna nella propria intimità più recondita, nelle pieghe più segrete dell'essere, là dove la luce filtra a stento. 

Non mi interessa sapere quale ruolo egli interpreti nel teatro del mondo, quale cifra possegga, quali trofei ostenti. 

Non mi interessa la maschera, ma l'attore. 

Voglio sapere quale fuoco lo ha forgiato, quale incudine ha plasmato il suo metallo, quali acque lo hanno temprato. 

Voglio sapere di tutte le volte che ha dovuto affrontare la tempesta da solo, in solitaria navigazione notturna. 

Le volte che il freddo gli è entrato nelle ossa e la paura gli ha gelato il respiro. 

Quando le sue mani, artigliate alla vita, hanno sanguinato, e quante lacrime, amare come fiele, ha dovuto strozzare in gola, ingoiare, per non crollare. 

E a quando nessuno si accorgeva che quelle righe sul suo volto erano solchi di pianto, e non gocce di pioggia. 

Non può esistere alcuna Festa della Donna, alcuna celebrazione autentica del Femminile, se non si onora, nel medesimo sacrario, anche il Sacro Maschile nell'Uomo. Essi sono i due pilastri del medesimo tempio, le due colonne, Boaz e Jachin, che reggono l'architrave della Creazione. 

E io oggi onoro, con tutto il mio essere, tutti quegli uomini che, riconoscendo la Sacralità in sé stessi, nell'aspra bellezza della loro lotta, hanno saputo riconoscere la stessa identica Sacralità di Donna anche in me, specchio e riflesso della loro stessa luce.

È il mistero della Resh, ventesimo Archetipo. 

La "testa" sublimata. 

È la "testa" china sul mistero della creazione. 

La sua funzione è "perfezionante", ultima tappa prima della totalità, ed è correlato all'Arcano Maggiore XX, il Giudizio, o meglio, il Risveglio dei Morti, l'istante in cui le anime, al suono della tromba angelica, si levano dalle tombe della materia per rivestirsi di luce. 

Questo sincretismo di segni ha destato in me l'eco del mito di Minerva romana, la greca Athena, dea dalla luce glauca, che nasce non da un grembo di carne, ma dalla testa di Zeus, il padre degli dèi. 

Figlia prediletta, amata sopra ogni altra per la sua metis, la sua intelligenza astuta e profonda, e perché, a differenza di Ares, era una guerriera giusta, dalla vittoria saggia. 

Ma la sua nascita è il frutto di una sfida, di un inganno cosmico, da cui, in verità, la Sophia esce vittoriosa. Figlia di Zeus e Metis, figlia di Oceano e Teti, a Zeus era stato vaticinato che Metis, sua fedele consigliera, e dunque la sua stessa testa pensante, la sua parte più attiva e intelligente, avrebbe generato un figlio dal potere immenso, destinato a spodestarlo.

Metis è un'Oceanina, personificazione della saggezza che scorre come acqua, dell'intelligenza che si adatta e penetra, della conoscenza che tesse strategie. 

Zeus, atterrito dall'oracolo, con l'inganno, la convince a tramutarsi in una mosca ronzante, secondo alcuni miti. 

In altri, si narra che ella divenne una goccia d'acqua, una stilla capace di assumere ogni forma, di adattarsi a ogni vaso. 

E così la ingoiò, credendo di assimilarne la potenza. Ma Metis, la dea dalla mente acuta, continuò la sua gestazione segreta nelle viscere del dio. E lì, nel buio del corpo paterno, iniziò a forgiare, a suon di colpi di martello, un'armatura perfetta per la figlia che portava in sé. I colpi erano così possenti, così ritmici e incessanti, che Zeus ne fu tormentato. 

Al momento del parto, un dolore insopportabile gli squarciò la testa, una cefalea divina così straziante da farlo urlare agli astri. 

Chiamò allora Efesto, il divino fabbro, e gli ordinò di spaccargli il cranio con un'ascia bipenne. Strumento altamente simbolico, la bipenne, che indica la sinergia degli Opposti, l'unione creatrice dei contrari, il taglio che non divide ma libera. 

Dall'apertura sprigionata dal fuoco di Efesto, nacque Athena, già adulta, armata di tutto punto, sapiente e guerriera. Elmo, corazza, scudo e lancia scintillanti di una luce non terrena. Infinitamente astuta, perché nata dall'intelletto stesso.

Athena nasce nella dimensione dell'Intelletto, che non è la semplice ragione calcolante, ma ne rappresenta l'Ottava superiore, il Nous, quella facoltà che è in diretta connessione con la nostra scintilla divina, con l'Intelletto d'Amore di dantesca memoria. 

È colei che fece dono dell'olivo, dalle proprietà infinite, nutrimento, luce, unzione, alla città a lei sacra, Atene. 

Si narrava che la dea avesse intagliato con legno di quercia la polena parlante della nave Argo, quella nave che portava gli Argonauti verso la Colchide, alla ricerca del vello d'oro. Simbolicamente, Athena è dunque la Via Maestra, colei che porta la fiaccola della conoscenza, che illumina il cammino, che è Sapienza in atto. 

Athena benedice e guida gli Argonauti nel loro viaggio iniziatico 

( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/07/gli-argonauti.html?m=0

Ulisse intaglia il suo letto  nel sacro Ulivo di Athena, sua protettrice, ben saldo nella Madre Terra( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/04/sempre-devi-avere-in-mente-itaca.html?m=0) 

Un'energia talmente potente, quella del Femminino, prima nella forma occulta di Metis e poi in quella manifesta di Athena, che Zeus, pur di non esserne escluso, ne vuole acquisire la paternità, inglobandola in sé, come una gestazione al maschile. 

Ma la nascita simbolica dalla sua testa ci insegna una verità profonda. 

Ciò che è di dimensione del Femminino, la gestazione viscerale, di pancia, il portare nel buio umido della carne, non può essere acquisito o sostituito dal Mascolino. 

È un mistero che appartiene alla sfera del grembo. 

Tuttavia, esiste un'altra gestazione, una gestazione sublimata, spirituale, che avviene nella testa, nella sfera dell'Essenza. 

Ed è questa che l'Archetipo Resh, la testa, la funzione perfezionante, rappresenta.

Mi ha profondamente colpita scoprire che il valore numerico, ghematrico, di Resh è 200. E che questo numero corrisponde esattamente al valore ghematrico della parola ebraica "etzem", che significa "osso", ma anche, e qui sta il prodigio, "Essenza". 

L'osso è la struttura più profonda, ciò che resta, la parte più duratura e intima del corpo. 

Come l'Essenza è il nucleo più intimo e indistruttibile dell'essere. E non è forse l'osso la sede del midollo, dove si rigenera la vita del sangue? 

Inoltre, il 200 è anche il numero atomico dell'elemento calcio, "si-Dan" in ebraico, che letteralmente significa "il giudizio (Dan) è in esso". 

Dan era la tribù dei Giudici, e gli Shar-Dan erano i guerrieri del mare. 

Questo concetto di giudizio, di discernimento profondo, rimanda ancora una volta all'Arcano XX, il Risveglio, il momento in cui ogni cosa viene posta sulla bilancia e giudicata nella sua verità. 

Resh è quindi la forza attiva e creatrice del pensiero, la facoltà attraverso cui l'essere umano, usando l'intelletto in modo sapiente, può trascendere i propri limiti, ascendere verso i livelli più sublimi e reconditi del Creato, fino a toccare l'Essenza. 

Questa vibrazione di Resh è il canale che ci connette alle potenzialità più alte della mente. 

E poiché 200 è un'estensione potenziata del 2, Resh affonda le sue radici nel secondo Archetipo Ebraico, Beth, il Sacro Femminino, la Casa, colei che contiene, che offre la Forma perché la creazione possa manifestarsi. 

Beth, dal valore ghematrico 2, è rappresentato dall'Arcano Maggiore II, la Papessa, la custode dei veli e dei misteri.

Ed ecco che, in un cerchio che si chiude, ritorniamo alla Papessa, alla dimensione dell'Intelletto superiore di Athena. Capace di discernimento e di giudizio, di separare il vero dal falso, l'essenza dall'apparenza. 

Un Femminino che ha una visione d'insieme, che scruta oltre il velo di Maya e oltre il buio dell'ignoranza. 

La civetta, animale sacro ad Athena, con i suoi occhi che vedono nell'oscurità. 

Un Femminino che ricompatta, che riunisce i frammenti, come l'Archetipale Iside, la grande maga, che ricompone pazientemente il corpo smembrato di Osiride, riunendo i quattordici pezzi sparsi per l'Egitto. 

La Nun, il quattordicesimo Archetipo, con funzione trasmutazione, è rappresentata, geometricamente, dalla Vesica Piscis, che è la forma della nave Argo degli Argonauti, fatta con la quercia Sacra ad Athena, la cui polena, posta a prua dell'imbarcazione, con 50 rematori( valore ghematrico della Nun) guidava gli Argonauti. 

Da quella ricomposizione, da quella trasmutazione del quattordicesimo frammento (il fallo, ingoiato dal pesce Ossirinco , andato in sacrificio-https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/ossirinco.html?m=0), ella crea la vita. Il corpo, reso sacro dalla morte, viene trasfigurato in Oro, in luce immortale, e da esso nasce Horus, il figlio vendicatore, la luce che sconfigge le tenebre.

Il mio augurio più profondo, come Donna, come colei che incarna questo mistero, è che la nostra Essenza, questo nucleo di fuoco e di acqua, possa nascere in ogni Uomo. 

Non come conquista, non come emulazione, ma come sublimazione. 

Che l'Uomo impari a cogliere, dentro di sé, la nostra bellezza interiore, la nostra forza silenziosa, il nostro intelletto che tesse e connette, la nostra capacità creatrice che non è solo biologica ma spirituale. 

Non si tratta di una sterile emulazione di una partenogenesi che a noi è innata, ma di un riconoscimento. 

Athena nasce a sé stessa, autogenerata nell'atto stesso in cui viene alla luce. Non nasce da una gestazione, ma per mano di Efesto, simbolo del Fuoco sotterraneo, vulcanico, trasformatore. 

E di quel Fuoco, il Femminino è archetipale custode, come ho scritto e riscritto sulle pagine del mio cammino. 

È il Fuoco interiore di Madre Terra, il Fuoco ctonio che arde nel profondo, il Fuoco Sacro delle vestali, sempre vivo, inestinguibile, che scalda le radici del mondo.

Domani, nella Festa della Donna, il calendario esoterico ci pone proprio al centro dell'energia vibratoria del Sacro Archetipo Ebraico Shin, il ventunesimo. Shin, la cui forma ricorda tre fiamme riunite, è il Fuoco Sacro, lo Spirito che penetra la materia. 

Ed è collegato all'Arcano Maggiore XXI, il Mondo, che raffigura una donna nuda, danzante, avvolta da una ghirlanda di fiori, con in mano due bacchette, signora e sintesi di tutto il creato. 

Un Femminino in tutta la sua potenza, nudo e Vero, che danza leggero governando la Materia, tenendo le redini del divenire cosmico. 

Domani, inoltre, abbiamo la Luna calante in Scorpione, segno d'Acqua profonda e misteriosa. Fuoco e Acqua, 

Shin e il segno dello Scorpione, si incontrano in una dialettica creatrice, in un amplesso alchemico da cui non può che nascere la trasmutazione. 

Perché Lei, la Donna, è Quintessenza. 

È il quinto elemento, la Somma, la sintesi perfetta di tutti gli Opposti. Efesto, il Fuoco, fa nascere Atena con lo strumento che più la rappresenta, l'ascia bipenne, simbolo ancestrale dell'unione dei contrari. 

Di questa sacra unione, il Femminino è la custode, la sacerdotessa, l'officiante.

Si dice, con voce grossolana, che le donne spesso non abbiano testa, che siano tutto cuore, istinto, emotività. 

E invece no. 

La loro forza più grande, il loro segreto alchemico, sta proprio nella capacità di sublimare il cuore nella testa. 

Nel portare l'intelligenza del sentire e la passione del pensare in un'unica, fiammeggiante sintesi. Questo le rende esponenzialmente declinabili e amplificabili in qualsiasi contesto, capaci di adattarsi come acqua e di penetrare come fuoco, affrancate ormai dal vecchio gioco della competizione sterile, del possesso che imprigiona, dell'inglobamento che annulla, della sudditanza che umilia. 

Perché non c'è niente di più triste, di più dissonante, che vedere una donna che ha abdicato alla sua Essenza per pensare e agire da uomo, indossando una maschera che non le appartiene. 

Io sono Donna, ancor prima di essere Femmina nel senso biologico del termine. 

Sono un'essenza, una vibrazione, un modo di essere nel mondo. 

E come tale, voglio essere riconosciuta. 

Per la mia Essenza profonda, per la mia anima, per la mia luce. 

Che questo 8 marzo, allora, sia per ogni Donna una vera e propria celebrazione del Riconoscimento. Riconoscimento di sé a sé, e riconoscimento da parte dell'Uomo, in un abbraccio che è la più alta delle liturgie.


Tiziana Fenu

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Nell'immagine, dipinto "Pallade Atena" di Klimt, 1898

Ho scelto questa rappresentazione perché amo Klimt, nel suo linguaggio cromatico in particolare, e perché il simbolismo della Medusa-Gorgone, come ho approfondito altre volte, é indissolubilmente sincreticamente legato, alla simbologia di Bes, rappresentante delle due polarità creatrici, di cui anche Atena, in tempi più recenti, è simbolo.

Festa della Donna/Athena




venerdì, marzo 06, 2026

💙Le profezie

 Le profezie, sono solo costanti, perché le linee spazio-temporali di questa dimensione, sono cicliche. Esse sono il solco inciso nel grande disco del cosmo, il respiro ritmico di un universo che si espande e contrae come il petto di un dio addormentato. 

Ogni era, ogni eone, è un ritorno. 

Ogni fine è già inscritta nell'inizio, come la quercia è già latente nella ghianda. Le profezie sono le ombre proiettate sulle pareti della caverna da una luce che non vediamo, ma che sappiamo esistere, e il loro ripetersi è il mantra sussurrato dalle stelle, l'eco del grande anno platonico che compie la sua rivoluzione.

Ma le variabili, sono infinitamente più importanti delle costanti. 

Perché se le costanti sono la trama del telaio cosmico, le variabili ne sono l'ordito

Se le costanti sono la legge, le variabili ne sono l’interpretazione vivente. 

Esse sono la scintilla imprevedibile nel cuore del cristallo, la deviazione improvvisa del fiume che, senza mutare il corso dell'oceano, crea nuove valli e nuove vite. 

Nel grande libro delle corrispondenze ermetiche, le costanti dettano la grammatica dell'esistenza, ma le variabili ne scrivono la poesia. 

Sono il "così in alto" reso tangibile dal "così in basso". Ma è nell'attimo in cui il basso sceglie di tendere verso l'alto che si compie il miracolo della trasmutazione. 

La costante è la clessidra che misura il tempo, ma la variabile è il granello di sabbia che decide di brillare come una stella per un istante prima di cadere.

Gli esseri umani, in quanto esseri dotati di libero arbitrio, possono scegliere. Ecco il sigillo della nostra natura divina, il marchio del creatore impresso nella creta. 

Non siamo pedine sulla scacchiera del fato, ma giocatori che, mossa dopo mossa, riscrivono le regole del gioco pur stando dentro la partita. 

La scelta è il punto di intersezione tra il tempo e l'eterno, l'attimo fuggente in cui la potenza diventa atto. 

È l’ago della bilancia che pende ora da un lato ora dall’altro, determinando se quel ciclo, quella costante, si chiuderà con un lamento o con un inno di gloria.

Siamo anima e corpo. 

Siamo la fiaccola di carne che contiene la fiamma immortale. 

Il corpo è il tempio, l’athanor, il crogiolo alchemico dove l’anima, soffio divino e principio eterno, compie la sua opera. 

Non siamo solo abitanti di questa dimensione. 

Siamo il punto d'incontro tra la terra e il cielo, tra il mondo sublunare del divenire e le sfere celesti dell'essere. In noi si congiungono l’oscurità feconda della materia primordiale e la luce intellegibile dello spirito. 

Il corpo è il libro. 

L'anima è la parola che vi è inscritta.

Siamo intelligenza e intuito. L’intelligenza è la lama forgiata nel fuoco della logica, lo strumento che disseziona il reale per comprenderne i meccanismi, la luce che illumina il sentiero. 

L’intuito è la conoscenza che precede il pensiero, la voce silenziosa che parla nel linguaggio dei simboli e delle sincronicita', il lampo che rivela l’intero paesaggio prima che l’occhio ne abbia esplorato ogni singolo albero. L'intelligenza conta i petali del fiore. 

L'intuito ne percepisce la bellezza e ne intuisce il messaggio segreto per l'ape che verrà. 

Il loro connubio è la pietra angolare della saggezza, l’ermafrodito perfetto dell’ermetismo.

Siamo frattali di Intelletto. Frammenti dello specchio infranto di Dio, ognuno di noi riflette, in scala ridotta e con angolatura unica, la totalità della Mente Universale. 

In ogni uomo è racchiuso l'intero universo, e comprendere sé stessi significa comprendere il Tutto. Non siamo gocce nell'oceano, siamo l'intero oceano in una goccia. 

La nostra mente individuale è un'iterazione, un ricamo locale e irripetibile, del grande disegno dell'Anima Mundi. Esplorare i nostri abissi interiori significa navigare tra le costellazioni del macrocosmo.

L'evoluzione è la non adesione alla reiterazione fine a sé stessa. 

L'evoluzione non è un semplice scorrere, ma un innalzarsi. 

È la pianta che non si limita a rifiorire ogni primavera allo stesso modo, ma che, ciclo dopo ciclo, tende i suoi rami sempre più in alto verso il sole. 

È l’alchimista che, dopo aver compreso le proprietà del piombo (la costante), non si accontenta di foggiarlo in un vaso più o meno bello, ma sogna di trasformarlo in oro. 

La reiterazione fine a sé stessa è il sonno dello spirito, la ruota del samsara che ci fa girare a vuoto nelle prigioni del già visto e del già vissuto. Evolversi significa spezzare l’incantesimo della ripetizione meccanica, introdurre la variabile divina della consapevolezza nel ciclo cieco della natura. 

Significa danzare con la costante senza esserne posseduti, usare il ritmo della ruota per proiettarci oltre il suo stesso perimetro, verso quel centro immobile dove il tempo non è più ciclo, ma eterno presente. 

È in questa rottura, in questo scarto infinitesimale ma sostanziale, che l'umano diviene ponte, e la creatura si fa creatrice.


Tiziana Fenu 

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Le profezie





💛I due pilastri con Chevron di Bessude

 


Riprendo uno scritto di 4 anni fa

( https://maldalchimia.blogspot.com/2022/03/motivi-chevron-nelle-domus.html

 che ho ripubblicato 3 giorni fa 

(https://www.facebook.com/share/p/1HJrHLySXK/)

Qui ci troviamo di fronte a due mondi, scolpiti nella roccia a pochi chilometri di distanza l'uno dall'altro, nella Sardegna nord-occidentale. Da un lato, il pilastro scolpito nella necropoli di S'ena 'e Cannuja, a Bessude( Sassari), e dall'altro, quello nella necropoli di Mesu 'e Montes, a Ossi( Sassari) 

A un occhio distratto, possono sembrare simili, entrambi adorni di quei motivi che l'archeologia ufficiale, troppo spesso, liquida sbrigativamente come "protomi taurine" o, al massimo, come un anonimo "motivo a spina di pesce". Ma io, ormai, ho imparato che in questa terra antica nulla è lasciato al caso. 

Ogni segno, ogni piccolo dettaglio, è un portale verso una cosmogonia profonda, e fraintenderli significa perdere per sempre la voce dei nostri antenati.

Il pilastro di Bessude mi parla di un linguaggio interamente femminile. 

I suoi chevron, quelle "V" scolpite nella pietra, hanno il vertice rigorosamente rivolto verso il basso. Non c'è dubbio che sia la rappresentazione del pube femminile, del triangolo sacro da cui la vita si affaccia al mondo. 

Ma non è un simbolo statico. Questi chevron sono impilati l'uno dentro l'altro, in una duplicazione ritmica che simula la ripetizione, la capacità infinita di moltiplicare, di generare. 

È l'abbondanza del raccolto, la potenza rigeneratrice della terra. 

E sono esattamente cinque. 

Il cinque, qui, diventa la chiave di volta. 

È il numero legato al Sacro Femminino, al pianeta Venere, che con il suo percorso pentalfico traccia nel cielo una stella a cinque punte ogni otto anni, morendo e rinascendo come stella del mattino e della sera. 

Unendo quelle cinque punte, si ottiene un pentagono, che a sua volta ne genera un altro, rovesciato, e in quel gioco di specchi si cela anche il Mascolino, la protome del Toro con le sue corna. 

Ma il legame più profondo, per me, è astrale. 

Il numero cinque segna l'asse sacro sulla Via Lattea, quel percorso che dalla costellazione del Toro (con le sue Pleiadi e la sua stella Aldebaran) conduce, attraverso la cintura di Orione, fino a Sirio, l'astro di Iside. 

Questo è l'asse di Nascita e Rinascita. 

Il pentacolo, che in Mesopotamia era il simbolo di Ishtar, dea della fertilità, in Egitto diventa il simbolo di Sothis, Sirio, identificata con Iside, il principio femminino divino che emerge dalle acque come Venere. 

Un simbolismo, quello delle acque inferiori che generano la vita, che giunge fino a Maria, chiamata "Stella Maris". 

I cinque vertici del pilastro di Bessude sono dunque il grembo stesso di Madre Terra che si duplica, offrendo la rinascita eterna lungo quell'asse "Sirio/Toro". 

Il cinque, in questo contesto, è la quintessenza della creazione, l'unione della dualità del due (la materia) con la trinità dello spirito (il tre). 

Non è una semplice "spina di pesce". 

È una dichiarazione profonda e concettuale sulla riproduzione e la duplicazione del Sacro Femminino, in cui il maschile è implicito, armoniosamente integrato.

Poi, il mio sguardo si è sposta al pilastro di Ossi, e il linguaggio cambia. 

Qui i due principi sono distinti, posti in dialogo uno sopra l'altro. In alto, campeggia un simbolo chiaramente taurino, con la fronte della protome ben definita e le corna poderose, un inno alla potenza fecondatrice maschile. Sotto, invece, il motivo è più lineare, una "V" che non ha le sagomature del simbolo superiore, e che quindi richiama senza fraintesi il pube femminile. 

È la rappresentazione differenziata del Maschile e del Femminile, la loro sacra complementarietà. 

E del resto, questa Domus de Janas a Ossi è un vero e proprio tempio della natività, un ancestrale presepe (https://maldalchimia.blogspot.com/2020/12/perche-il-nostro-presepe-in-sardegna-lo.html?m=0.)

Al suo interno, si trovano l'elemento triadico delle tre pietre dentro una doppia circonferenza (il maschile e il femminile insieme), e quelle due doppie falci di luna che sembrano trasportare una forma simile a un nuraghe, come una barca solare che traghetta l'Horus, l'oro della sintesi creatrice, millenni prima che gli Egizi la scolpissero. 

E poi, l'archetipo della donna partoriente, la Sheela Na Gig, che celebra il mistero del parto.

Ma c'è un dettaglio fondamentale che ho compreso solo dopo, osservando la loro disposizione spaziale. 

Questi due pilastri nella necropoli di S'ena 'e Cannuja, a Bessude non sono solo uno di fronte all'altro idealmente, ma anche materialmente, e il loro orientamento è tutto.

Il pilastro di destra, quello che nella mia analisi ho associato a un simbolismo più marcatamente maschile o, comunque, a una differenziazione più netta, presenta i suoi 4 chevron orientati a sud-est. 

Il pilastro di sinistra, quello di Bessude, con i suoi 5 chevron femminili, li ha orientati a nord-ovest.

In alchimia e in molte tradizioni esoteriche, i punti cardinali non sono semplici coordinate geografiche, ma vere e proprie forze qualificate. 

Il Nord-Ovest è la porta delle ombre, il punto in cui il sole muore, il regno dei trapassati, degli antenati. 

È la direzione della notte, del buio fecondo, della discesa negli inferi, nella matrice terra. 

È l'ingresso del grembo. Che i cinque chevron del Femminino, simbolo di moltiplicazione e generazione, siano orientati proprio qui, mi appare di una coerenza sconvolgente. 

Guardano a Nord-Ovest perché è lì che si entra per rinascere, è da quel buio che la vita, come un seme, deve germogliare. 

È l'asse della morte che diventa preludio di una nuova nascita, il ritorno nella "casa delle janas", nel ventre della Madre Terra, in attesa della rinascita astrale lungo l'asse di Sirio( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/03/la-y-taurina-di-ascensione-lungo-la-via.html?m=0) 

5 chevron, come la Tanit stilizzata, un pentacolo. Come  percorso astrale di Venere nel cielo nel ciclo di 8 anni 

Gli chevron sono infatti  strettamente associati alla dea Tanit. Costituiscono infatti la parte inferiore del suo simbolo più caratteristico .

Il "simbolo di Tanit" è un'icona antropomorfa  presentissima in Sardegna ( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/07/parlare-della-dea-tanit-in-sardegna-e.html?m=0) 

Il triangolo pubico, la vulva, il becco, l'archetipale dea Uccello, simbolismo presente fin dal Paleolitico superiore. 


Il Sud-est, al contrario, è il punto dell'aurora, del sole nascente, della luce che vince le tenebre. 

È la direzione della resurrezione, della vita che si manifesta, del principio attivo e solare. 

I 4 chevron del pilastro di Ossi, orientati qui, parlano del risveglio, dell'uscita dal grembo, della manifestazione della forza vitale. 

E il numero quattro è il numero della materia, del quadrato, della terra stabilizzata, dei quattro elementi e delle quattro direzioni. È il pilastro che sorregge il mondo manifesto.

E dai miei numerosi approfondimenti sulle direzioni cardinali, sapete che il sud-est è l'orientamento archeoastronomico maggiormente presente in Sardegna ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/08/orientamento-sud-sudest-di-alcuni-pozzi.html?m=0) che corrisponde all'alba del solstizio invernale, 

"Orientamenti a sud - sud/est( alba solstizio invernale), il cui lato  opposto è a Nord-ovest( tramonto del solstizio estivo) di alcuni dei pozzi sacri che ho approfondito nelle mie ricerche

Il sud est  è legato all'elemento fuoco( sud) e, all'elemento aria (est).

Anche l'ingresso dei nuraghi, è orientato secondo la direzione del vento.

È generalmente a sud est, perché in questa direzione soffia il caldo vento di scirocco e anche perché si poteva scorgere il sorgere del sole anche nei mesi invernali, essendo il sud est, corrispondente all'alba del solstizio invernale.

Il Vento, che qui in Sardegna è rappresentato dalla Maschera  de Su Bundu, del nostro Carrasegare sardo, la cui simbologia rimanda ad una dimensione energetica prettamente femminile ( approfondimenti nel mio scritto https://maldalchimia.blogspot.com/2020/12/bundu-bindubindi.html?m=0) 

Il significativo orientamento verso la levata solare solstiziale invernale dei pozzi celtici, come il nostro pozzo di Santa Cristina in particolare, come ho approfondito nel mio scritto( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/07/pozzo-santa-cristinamaddalena.html?m=0) rappresenta quindi questa dimensione metaforica, Femminea della Gestazione, del Sacro Femminino, della Maddalena, festeggiata proprio nell'ultimo giorno del segno del Cancro, segno d'acqua, governato dalla Luna, che indica proprio la dimensione della gestazione, la dimensione amniotica, prima che il Leone, simbolo solare per eccellenza, subentri, e si manifesti. 

Il pozzo, il custode, il grembo dell'acqua". 


Così, i due pilastri, posti uno di fronte all'altro, con i loro chevron orientati in direzioni opposte e speculari, diventano l'asse del mondo. 

Rappresentano l'intero ciclo. 

La discesa nel Nord-Ovest della morte e della gestazione nel grembo (5, il femminino, la quintessenza in potenza) e la risalita nel Sud-Est della vita e della manifestazione (4, il maschile, la stabilità della materia). 

Insieme, fomano un 9 ( 5+4=9) il Sacro Archetipo Ebraico Teth, il Femminino, il Serpente ( simbolo della tribù dei Dan-https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/il-simbolo-della-tribu-di-dan.html?m=0), la Sophia Superna, i 9 Archi del Cielo ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/07/cappello-ad-atza.html?m=0

"La conformazione ad atza, a punta, è tipica delle nostre rappresentazioni, nei bronzetti, negli ingressi triangolari dei nuraghi, dei pozzi sacri.

Indica la massima sinergia convogliata dalle due polarità, e al contempo la costellazione del Cigno, con le sue 9 stelle, i 9 archi del cielo. Shardana-https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/gonnellino-vcostellazione-cigno-utahuta.html?m=0) 

Sono le due colonne del tempio, quella di sinistra (Boaz) e quella di destra (Jachin), che nell'alchimia rappresentano i due opposti da congiungere, il fisso e il volatile, lo zolfo e il mercurio, la regina e il re.

Lo chevron stesso, in quest'ottica, si rivela nella sua natura archetipica profonda. 

Non è solo un motivo decorativo, ma il simbolo universale dell'utero, della montagna sacra, dell'incavo che accoglie. 

Nelle antiche civiltà, lo si trova a simboleggiare sia le acque primordiali che il grembo della Grande Madre. 

Qui, in Sardegna, a seconda del numero e dell'orientamento, ne declina tutte le sfumature.

A Ossi, il pilastro con chevron ci mostra la differenziazione, il dialogo tra i due principi in vista della creazione. 

A Bessude, la Domus de Janas ci mostra l'unità fondamentale, il principio generatore non ancora differenziato, ma già attivo nella sua potenza moltiplicatrice. 

E tutto questo si ricollega a quel filo d'oro che ho inseguito più volte, come nel caso della nostra piccola "Dea Madre/scarabeo" di Cuccuru S'arriu, che anticipa di millenni lo scarabeo psicopompo egizio https://maldalchimia.blogspot.com/2021/03/lo-scarabeo-umanoide-egizio-khepri-e-la.html?m=0. 

Anche lì, il principio è lo stesso. 

Il cuore, l'intelletto d'amore che guida l'anima nel suo viaggio, custodito dal Femminino Sacro.

I simboli non sono tutti uguali. Differiscono per piccoli, infinitesimali particolari, e in quei dettagli si cela la conoscenza più alta. 

Questi due pilastri, uno di fronte all'altro, con i loro chevron che guardano a Nord-Ovest e a Sud-Est, sono il libro di pietra su cui i nostri antenati hanno scritto, millenni fa, il mistero della vita, della morte e della continua, eterna, rinascita.


Tiziana Fenu 

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Maldalchimia.blogspot.com 


Prima Immagine  i due pilastri necropoli di S'ena 'e Cannuja, a Bessude,

http://catalogo.beniculturali.it/detail/SARDEGNA/ArchaeologicalProperty/2000237907


Seconda immagine 

Pilastro nella necropoli di Mesu 'e Montes, a Ossi

https://www.lanuovasardegna.it/regione/2021/07/11/news/nuraghi-domus-de-janas-e-ziqqurat-l-immensa-grandezza-di-un-passato-da-recuperare-1.40488766

I due pilastri con Chevron di Bessude









giovedì, marzo 05, 2026

❤️L'Amore è cieco ( Diamanti di Rugiada)

 

L'Amore è cieco.
Sbaglia mira.
Non punta alla persona.
Punta all'essenza.
A ciò che potrebbe non piacerci.
A ciò che non vogliamo vedere.
Ma che riconosciamo
come ferita
i cui lembi non combaciano.
L'Amore arriva senza pietà.
Non chiede permesso.
Scuote il terreno sotto i piedi.
Ci fa perdere l'equilibrio
sopra un cielo senza orizzonte.
L'Amore scortica a nuova linfa.
Sinche' non trova
il morbido mallo
da cui estrarre l'ambrosia.
Amore è odiare il riflesso
nell'occhio dell'altro.
E amare invece ciò che vede in noi.
Amore è riconoscere
ciò che di noi
non abbiamo mai amato
e non sapere cosa farne.
Amore significa aprire
quel pugno stretto
con le nocche scorticate dalla vita.
E offrire all'altro
ciò che non sappiamo
nemmeno a noi stessi.
Fidarci dell'altro.
Come cadere nel vuoto.
Di schiena.
Senza sapere se davvero
c'è un braccio forte
ad attutire la presa.
Un cuore morbido.
Come una caramella mou
che non teme le tue asperità.
Che non si sgonfia.
Che non perde pressione.
Che ti riempie la bocca di dolcezza.
Di parole
che ti si strozzano in gola.
Come uno straccio
che ha assorbito tutte le lacrime.
Che ti sei tenuto dentro.
Come un oceano infinito
di burrasca
sotto il battito d'ali
di ciò che non è mai stato
e che ora
distendi al sole.
Con un colpo di magia.
Come fanno i prestigiatori
con i loro teli di incanto.
E chiudi gli occhi.
E quando li riapri
è una distesa di fiori.
È il profumo
delle tue labbra
sul mio cuore di neve.

Tratto dal mio libro
"Diamanti di Rugiada. Attimi di luce allo stato liquido"
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Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
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L'amore è cieco ( Diamanti di Rugiada)





💛Trilobato ( libro Uomini senza Ombra

 "Ho profonda ammirazione per le produzioni artistiche della cultura sarda di San Michele di Ozieri (4000-2700 aC circa), prendendo il nome dal sito del ritrovamento dei suoi reperti. 

Questi manufatti, realizzati in argilla finemente lavorata, si caratterizzano per l'estrema raffinatezza delle incisioni, che spaziano dal lineare al dentellato, e per una variazione cromatica che include il nero lucido, il bianco e le tonalità intermedie dell'ocra e del rosso corallo.

La decorazione si sviluppa attraverso motivi geometrici, spesso spiralizzati o concentrici, che trasmettono un'impressione di dinamismo. Questa energia creativa si manifesta anche nelle prime rappresentazioni del "ballo tondo", dove figure umane altamente stilizzate, a forma di "clessidra", con i due triangoli uniti per il vertice, evocano il movimento dinamico e toroidale dell'incontro tra le polarità maschile e femminile, richiamando simboli come il Sacro Vajra.

Identifico questo ballo tondo con una possibile danza rituale del palazzo di Cnosso, collegandola al mito del labirinto e associandola simbolicamente alla gru o, forse, al fenicottero. 

Quest'ultimo, in particolare, rappresenterebbe l'Araba Fenice, il cui piumaggio simile a fiamme e il ciclo di rinascita continua rispecchiano il moto a spirale concentrica e il perpetuo divenire raffigurati sui vasi Ozieri. 

Si tratta di una danza fortemente simbolica, la cui eredità è percepita come ancora viva nella tradizione.

Il suo movimento è paragonato a quello di un labirinto, a riccioli o spirali che si aprono e si chiudono alla vita. 

Il labirinto, infatti, insegnerebbe l'arte di addentrarsi senza perdersi, di fluttuare al suo interno per poi ritornare al punto di partenza, in un percorso circolare e trasformativo. 

È una metafora dell'entrare nel grembo di sé stessi per raggiungere la propria Essenza e rinascere a nuova vita, una rinascita che richiede la connessione e la sinergia delle due polarità opposte interne. 

Solo tramite questo equilibrio e questa alchimia trasformativa si può "attraversare il guado", superare una prova o una transizione.

Questa cultura di San Michele di Ozieri si è sviluppata parallelamente alle Domus de Janas[...] 

Anche le Domus de Janas necessitano dell'azione combinata di elementi opposti (come il principio fertilizzante ed elettrico del Sole e il grembo oscuro della terra) per permettere il passaggio da una dimensione all'altra. 

All'alba, la luce del sole penetrerebbe attraverso le piccole porte, spesso triplici e di forma quadrata, creando un portale che fertilizza la terra e porta luce nell'oscurità, simboleggiando guarigione e rinascita.

La forma quadrata della porta rappresenta la terra e l'elemento femmineo che si fa penetrare, racchiudendo in sé i quattro elementi (aria, acqua, terra, fuoco) e i quattro punti cardinali. 

[...] 

È quindi naturale, che un tipo di cultura che esprime un così sacro equilibrio di energie sia nata in concomitanza con lo sviluppo delle Domus de Janas, di cui costituisce la manifestazione artistica naturale[...] 

Questa interazione dei due triangoli che si intersecano, dà vita, in tridimensionalità, alla Merkaba, il corpo energetico di ogni essere vivente.

L'elemento "3" è onnipresente in Sardegna. 

Nelle planimetrie dei nuraghi, nelle triple corna taurine, nei petroglifi, e nei moduli numerici, come nei 24+12 = 36 gradini del Pozzo di Santa Cristina, multipli di tre. 

"Su Santu Doxi", il "Santo 12",numero sacro, ha base 3, il numero della creazione. Questa ricorrenza la ritrovo anche in altre dimensioni legate alla costellazione di Orione, come nell'altare di Oschiri o nelle Tombe dei Giganti a Tamuli, allineate come le piramidi di Giza.

La disposizione a triangolo dei nuraghi trilobati risponde a una doppia chiamata. 

Una terrena, che segna il territorio con una geometria sacra, e una spirituale, di elevazione verso il divino, resa evidente dalla forma conica e spiralizzata che punta al cielo, simile a una moderna piramide energetica.

Il simbolo del trilobato è un archetipo universale. 

Lo ritroviamo nel Triskel celtico, nel "fleur-de-lis" medievale (simbolo di regalità e della Trinità), in epoca precolombiana legato all'albero della vita, e come acronimo "Y" o "YH" della divinità creatrice androgina dei Sardi. 

[...] Il triangolo è il nucleo primario del Fiore della Vita, la matrice da cui si sviluppano i solidi platonici e si passa dalla bidimensionalità alla tridimensionalità. 

È anche il simbolo del fuoco ( vertice in alto) e dell'acqua ( vertice in basso), rendendo i nuraghi trilobati dei veri e propri luoghi sacri di alchimia creativa.

Nel mio percorso di ricerca, collego tutto questo alle capacità sciamaniche dei nostri antenati, i fulguratores, che evocavano fulmini e temporali. 

La parola cinese per fulmine, "Shendian" ("Shen", elettrico/maschile e "Dian", magnetico/femminile), ha una somiglianza fonetica e concettuale impressionante con "Sherdian/Shardani". 

Sono convinta che gli Antichi Sardi fossero una civiltà avanzatissima di sciamani, architetti e scienziati, conoscitori dell'energia toroidale (simbolizzata dal Toro/Boes) e delle tecniche ipnotiche, come quelle basate su mandala a matrice triangolare (Sri Yantra).

Questa energia toroidale, a forma di ciambella, è il campo che avvolge ogni essere vivente e si sviluppa a partire dal cuore. 

Sale a spirale, proprio come la struttura dei nuraghi. Immaginare tre nuraghi disposti a triangolo significa pensare a un potentissimo catalizzatore energetico. 

È lo stesso movimento della Kundalini e del DNA, che non è solo un codice genetico ma un induttore elettromagnetico.

La connessione più sorprendente è con l'acqua. 

La molecola dell'acqua, nei suoi legami a idrogeno, forma una figura tetraedrica, che è la versione tridimensionale di una base triangolare. 

Ecco perché il "trilobato" era il "seme" da salvare nell'Arca: è la base della struttura dell'acqua, la depositaria della memoria della vita. 

Gli Antichi Sardi, attraverso la memoria animica o akashica, conoscevano questa struttura e il culto dell'acqua è il cuore stesso della civiltà sarda. 

I pozzi sacri, con il loro ingresso triangolare che simboleggia il ventre cosmico, sono luoghi di immersione in questa memoria.

Tutto questo si unisce al potere del suono e della vibrazione. 

I canti a Tenores, il suono delle launeddas e forse l'antico suono dei campanacci dei Mamuthone avevano frequenze armoniche e terapeutiche, in grado di modificare la materia. 

Pitagora diceva che la geometria è musica solidificata.

Leggendo l'epopea di Gilgamesh, ho capito che il diluvio, l'acqua, nasce dal "sonno" e si può sopravvivere solo "ricordando" attraverso il simbolo del trilobato. 

Il diluvio non è solo una catastrofe, ma un processo necessario per accedere all'oblio e, attraverso di esso, alla memoria più profonda. 

I Sardi erano chiamati "il popolo dei dormienti" perché praticavano l'incubazione non per chiedere, ma per abbandonarsi all'oblio del "senza tempo" e ricordare la loro origine divina. 

Erano "uomini senza ombra" nel momento azimutale del sole, sospesi in un'altra dimensione".


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 


Tratto dal mio saggio 

"Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna" 

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Link principali di riferimento nel mio blog

https://maldalchimia.blogspot.com/2021/10/ballu-tundu.html

https://maldalchimia.blogspot.com/2021/05/la-cultura-di-ozieri-eterno-divenire.html

https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/la-navicella-triangolare-sarda.html

https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/shen-diansherdian.html

https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/i-custodi-della-memoria-del-trilobato.html

Trilobato ( libro Uomini senza Ombra)