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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

lunedì, aprile 20, 2026

💛 Nuovo libro Archeoastronomia

 

Frammenti, e punti chiave, guida del capitolo XVI della mia nuova, imminente, pubblicazione editoriale.

Traccia I. Il Geogramma di Orione.

Sovrapponi il Cielo alla Sardegna.
Orione vi si adagia, arciere litico.
Le Iadi sull’Asinara, la Cintura su Cabras (cuore dei Giganti). Il braccio che impugna l’Ankh punta Benetutti: Bene-Toth.
Lì, lo Stargate.

Traccia II. Lo specchio del Labirinto

Il labirinto inciso volge lo sguardo a Nord-Est, ma è speculare.
Simmetria sacra: ingresso nella trasmutazione.
Il Sole del solstizio invernale, che accende il pozzo di Santa Cristina, rivela la mappa della catabasi.
Il labirinto è utero cosmico.

Traccia III. Il Giogo e l’Akhet

Su Juvale.
l’Orsa Maggiore, aratro celeste che non tramonta.
I faraoni, con Seshat, tendevano la corda sull’equinozio.
Nasce l’Akhet: sole tra due montagne, tempio come rinascita.
Il nuraghe Cuccurada replica le sette stelle.
La pietra pensa il cielo.

Traccia IV. Le Ere e il Femminino
Precessione.
Le Tre Dee Madri sarde con i loro angoli a 72°, scandiscono il fluire.
Era del Toro (forza domata), dei Gemelli (doppio placentare), del Cancro (grembo amniotico), del Leone (Horus manifestato).
È il Femminino che regge il giogo, fila il labirinto, trasmuta il Minotauro in T-Aurus.

Traccia V. L’Ofiotauro alchemico
Serpente + Toro = Kundalini che risale.
L’Ofiuco è il ponte.
Juanni battezza nelle acque del labirinto.
La meta è l’Akhet: orizzonte di luce, custodito da Shu (l’aria che separa).
Il Sud-Est è la direzione dell’alba iniziatica.

Traccia VI – L’Arco e lo Zenit.
Shu solleva il cielo con le braccia ad arco.
L’aquila (Horus) vola nel suo vuoto.
Tanit è lo zenit: vertice spirituale, punto più alto.
Il Toro (Baal) e la Stella (Tanit/Sirio) si uniscono nel Sud-Est.
Il medaglione di Gezer, stella a 8 punte e corna lunari, è l’archetipo di Shu nell’Ogdoade.

Traccia VII. La Scacchiera di Pubusattile
8×8: ciclo di Venere, occhio di Horus, utero dell’Ogdoade.
Qui le Bogadoras e le Accabadoras (con su juvale sotto la nuca) aprono e chiudono il ciclo vitale.
Lo statere di Amsicora mostra il Toro governato dalla stella a 8 punte.

Il labirinto di Benetutti, il giogo di Mogoro, le Dee Madri, i Giganti di Mont’e Prama: frammenti di un unico sistema.
Il Nord-Est è la via dell’Ofiotauro, dove il Serpente guida il Toro al giogo.
Solcando la terra, si apre l’Akhet.
Il Sacro Femminino custodisce per sempre la porta della rinascita.

Tiziana Fenu
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Le Dee Silenziose




venerdì, aprile 17, 2026

💛 Sa Pardula

 Simbolismi che viaggiano nel tempo 

Esagono 

Stella di David 

Pardula 

Tribù dei Dan 

Esagono nel mento del Gigante di Mont'e Prama 


Sa pardula  (o is pardulas) è uno dei dolci più iconici della tradizione sarda, tipico del periodo pasquale ma oggi apprezzato tutto l'anno. Si tratta di piccole tortine a forma di stella composte da un sottile involucro di pasta croccante (pasta violada) che racchiude un cuore morbido e profumato di ricotta e zafferano

Pasta azzima... (...) 


Tribù dei Dan

https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/il-simbolo-della-tribu-di-dan.html?m=0


Esagono nel mento del Gigante di Mont'e Prama 

https://maldalchimia.blogspot.com/2021/02/la-geometria-del-6-nel-mento-del.html?m=0


Simbolo del Cubito reale 

https://maldalchimia.blogspot.com/2021/08/il-cubito-reale-sardo-simbolo-dei.html?m=0


Gli Architetti Divini 

https://maldalchimia.blogspot.com/2026/03/il-cubito-realescacchiera-libro.html?m=0


Tiziana Fenu 

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Sa pardula














❤️ Gioca con me ( libro Diamanti di Rugiada)

 

Gioca con me.

Facciamo

che non mi nascondo

e tu non mi cerchi.

Facciamo un gioco al contrario.

Dove nessuno dei due vince.

Dove nessuno insegue

e nessuno scappa.

Non saltare la corda.

Tienila saldamente.

Come ci si aggrappa

ad un bucaneve

che viola la neve

per cercare il tepore.

Stringilo.

Come se fosse

il tuo ultimo anelito di vita.

E lascia

che i suoi tepali smarginati

ti profumino di miele

la presa sul palmo

che non riesci

più a sostenere.

Lasciati cadere nel vuoto.

Come in un calice profumato

che oblia nel ricordo perduto.

Di quando mi cercavi

e mi facevo trovare.

Di risate cristalline

che rimbalzavano sul cuore.

Una Regina senza scacchiera.

Un'impronta senza passo

Una mossa senza azione

Con un castello di sabbia

da creare ogni giorno.

Orme sbavate

da onde

inerpicate sul cuore.

Gioca a non giocare.

E io gioco

a farmi trovare.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com
Tratto dal mio libro
"Diamanti di Rugiada. Attimi di luce allo stato liquido"
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Gioca con me (libro Diamanti di Rugiada







💙 Il "Sacro" ( libro Maldalchimia I)

 

Il "sacro" spesso sconfina in ambiti non propriamente scientifici, e questo penalizza molto sia i ricercatori in questo senso, sia la ricerca stessa, che non ricevono adeguata accoglienza e apertura. Esso si presenta come una soglia invisibile, un limine che separa e al contempo unisce il mondo sensibile a quello sovrasensibile, e la scienza ufficiale, armata dei suoi ferrei strumenti di misurazione, si arresta tremante dinanzi a questo confine, incapace di varcarlo con i soli metri del calcolo e della ragione analitica.
Lo studioso che osa affacciarsi su questo abisso viene spesso guardato con sospetto, come un antico esploratore che, oltre le Colonne d'Ercole, rischiasse di cadere nel vuoto o di perdersi nelle nebbie dell'illusione.
Eppure, è proprio in quella apparente "non-scientificità" che pulsa il cuore più autentico di ogni ricerca.
La tensione verso l'inconoscibile, l'umiltà di ammettere che la mappa non è il territorio, e che al di là del dicibile si estende l'impero sconfinato del Mistero.
Il sacro è un terreno delicato.
Non è una landa da conquistare con la forza bruta del concetto, né un enigma da risolvere con l'astuzia dell'intelletto.
Esige rispetto, delicatezza e profonda devozione.
Come un fiore raro che schiude i suoi petali solo al tocco della luce dell'alba, così il sacro si rivela solo a chi è in frequenza in questa modalità di accoglienza, di ascolto intimo, e di apertura mentale.
Richiede uno stato di grazia recettiva, un silenzio interiore in cui i rumori del mondo e le pretese dell'io si acquietano per lasciar spazio a una vibrazione più sottile. Non è un oggetto da afferrare, ma una presenza da accogliere.
Non si impone, ma sussurra all'orecchio di chi ha imparato l'arte dell'ascolto del cuore.
Il sacro è discrezione.
A volte percorre sentieri poco battuti, lontani dai chiassosi viali del pensiero dominante e dalle piazze illuminate della conoscenza profana.
Si cela nell'umido di una cripta dimenticata, nel volo silenzioso di un rapace notturno, nella pazienza di una pietra millenaria.
Esige un percepire che non provenga esclusivamente dagli occhi, da ciò che si vede, perché la sua luce non abbaglia la retina ma illumina l'occhio interiore.
Ci invita a sviluppare una vista altra, capace di leggere le corrispondenze nascoste, i simboli che tessono la trama segreta del reale.
Ci chiede di toccare con il pensiero, di udire con l'anima, di vedere con il tempo.
Non è questione di crederci o non crederci.
Il credere o il non credere appartengono ancora al dominio del dualismo, alla mente che giudica e si schiera.
È questione di "essere", e di capire che il Sacro non può essere incasellato in una sola disciplina. Esso non è oggetto di fede, ma fondamento dell'Essere.
È la linfa che scorre nei rami dell'arte come nelle radici della scienza, il respiro che anima il rito e il silenzio del contemplativo. Ogni tentativo di imprigionarlo in una formula, in un dogma o in una teoria è destinato a fallire, perché il Sacro è per sua natura eccedente, trascendente, sempre al di là di ogni gabbia concettuale.
Il Sacro rivela la materia, la sublima, ma solo se non la consideriamo esclusivamente come tale.
Quando lo sguardo penetra la crosta opaca del fenomeno, allora la pietra diventa altare, il fuoco diventa presenza, l'acqua diventa grazia.
La materia cessa di essere inerte e si trasfigura in teofania, in luogo in cui il divino si rende tangibile.
E in quel momento, lo stupore originario rapisce il ricercatore, e la ricerca stessa diviene preghiera.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com
Tratto dal mio libro
"Maldalchimia. Di Ombre e Luminescenze" Volume I
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Il "Sacro" ( libro Maldalchimia I)







💛 Danza e DNA( libro "Il Tempo Capovolto"

 

"[...] La Sardegna, fin dall'antichità, è stata percepita come una terra liminale, un "temenos" sospeso al di fuori del flusso cronologico ordinario. 
Gli autori classici, da Erodoto ad Aristotele, la descrissero come l'isola del sonno atemporale, un regno di Crono in cui il tempo si arresta. Secondo il mito, i nove figli di Eracle qui trovarono riposo, in una sospensione ierofanica che assimilava il sonno alla morte e alla rigenerazione. 
Questo intervallo di nove giorni, fuori dalla ciclicità celeste, costituisce un portale simbolico, un "interregnum" sacro durante il quale il solstizio segna una pausa cosmica, un “sonno senza sogni” che prelude a una rinascita. 
Il numero nove, ricorrente nella topografia sacra sarda, presente anche come dimensione ierofanica  proprio nel nono gradino del pozzo di Santa Cristina al solstizio, custode di importanti ierofanie, incarna questa dimensione di gestazione e incubazione, un ritorno al grembo primordiale per rigenerarsi.
In questo contesto, il serpente, correlato al nono Sacro Archetipo della Teth, il grembo, la kundalini, il Serpente archetipale, il Sacro Femminino, la Sophia Superna, emerge come archetipo centrale, simbolo polivalente di rigenerazione, conoscenza e forza vitale. 
Per l'antica tribù dei Dan, componente del popolo degli Shardana, il serpente non era un semplice emblema, ma un "axis mundi" identitario. 
Raffigurato come creatore a tre anse, spesso racchiuso in una stella esagrammatica, la Stella di David, presente nell'antico simbolo della tribù dei Dan, esso rappresenta l'integrazione degli opposti. Il maschile e femminile, il cielo e terra, la materia e spirito. 
Questo simbolo è direttamente connesso al concetto di Kundalini, l'energia serpentina avvolta alla base della spina dorsale che, risvegliata, conduce all'illuminazione. La sua forma a spirale e il suo movimento ondulatorio lo rendono un'icona perfetta del DNA, la doppia elica che custodisce e trasmette il codice della vita. 
Non a caso, “Dan” è anagramma di “DNA”, e la tribù era nota per la sua abilità guerriera e sciamanica, per quella “sfida alla morte” che si traduce nel celebre "risus sardonicus", un ghigno beffardo di fronte al pericolo, emblema di un popolo che gioca con le forze estreme dell'esistenza.
Le Danze Rituali sarde sono come un linguaggio archetipico che si snoda lungo linee atemporali, fin dalla notte dei tempi. 
Le danze rituali sarde, in particolare "su ballu tundu", non sono semplici espressioni folkloristiche, ma autentici codici sacri, presente anche, come iconografia decorativa, nel vasellame della cultura di Ozieri risalente al 4000 aC circa
Sono dei mantra in movimento che riproducono la geometria della vita. 
"Su ballu tundu" si snoda in cerchio, serpeggiando come un serpente cosmico, si contrae e si espande, avvolgendosi su sé stesso per poi aprirsi verso l'esterno. 
Questa dinamica coreutica mima il processo di avvolgimento e svolgimento della doppia elica del DNA, nonché il ciclo eterno di vita, morte e rinascita simboleggiato dall'Uroboro. 
I passi, brevi, cadenzati e ipnotici, accompagnati dal suono ancestrale delle launeddas, inducono uno stato di coscienza alterato, un'estasi mistica che trascende il tempo ordinario. 
Ma anche le launeddas sarde presentano una  complessa stratificazione. 
Le launeddas hanno un ruolo centrale nel Carrasegare sardo, non solo come semplice accompagnamento musicale, ma come vero e proprio motore rituale che scandisce il tempo e lo spazio delle celebrazioni carnevalesche, spesso legate agli antichi cicli agrari.
Il suonatore si posiziona al centro del cerchio di danzatori (su ballu tundu), che ruotano attorno a lui tenendosi per mano. La musica, ipnotica e continua, guida i passi codificati dei ballerini, in una sorta di rito collettivo che può durare da 20 minuti a oltre un'ora.
Il flusso sonoro ininterrotto, reso possibile dalla tecnica della respirazione circolare, crea un'atmosfera di sospensione temporale.
Rappresenta una marcatura del Tempo cerimoniale 
Questo "respiro infinito" accompagna tutto il percorso rituale del Carrasegare, dalle processioni delle maschere tradizionali ai balli comunitari.
Storicamente, le occasioni di ballo erano "indissolubilmente legate al ciclo dell'annata agraria". Il Carrasegare sardo, festa di rigenerazione e capodanno agricolo, trova nelle launeddas il suo suono ancestrale, che rimanda a riti di fertilità precristiani (come suggerisce anche il celebre bronzetto itifallico di Ittiri).
Vengono utilizzati, durante queste ritualistiche, specifici "cuntzertus" (tipi di launeddas) e brani tradizionali adatti alle diverse fasi della festa. Tra gli strumenti più comuni vi sono "su punt'e organu", il fiorassiu e la mediana.
La polifonia dello strumento, con il suo bordone continuo ("su tumbu" ) e le linee melodiche intrecciate, genera un suono potente e penetrante, capace di dominare gli spazi aperti delle piazze e delle processioni, coinvolgendo emotivamente l'intera comunità.
Il ruolo rituale delle launeddas nel Carnevale affonda le sue radici in un passato molto remoto. Reperti archeologici, come il bronzetto itifallico nuragico di Ittiri (che raffigura un suonatore), testimoniano l'uso di strumenti simili in cerimonie legate probabilmente a culti della fertilità. In epoca storica, si attesta anche il loro utilizzo in riti terapeutici (come quelli per il morso della "malmignatta", analoghi al tarantismo), dove la musica frenetica guidava danze di guarigione. Questa dimensione magico-rituale si è poi trasfusa, per sincretismo, nelle festività cristiane e popolari, incluso il Carnevale[...] "

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com
Tratto dal mio saggio
"Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l'Ordine"
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Approfondimenti specifici

https://maldalchimia.blogspot.com/2024/10/simbologia-delle-launeddas.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2023/08/san-lorenzo-2023.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/il-simbolo-della-tribu-di-dan.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/simbologia-dei-64-quadrattini-della.html?m=0

Danza e DNA( libro)