La bocca appena accennata nell'arte non indica di per sé uno stato semidivino, ma può avere significati variabili a seconda del contesto culturale.
In particolare, per i Giganti di Mont'e Prama, questa caratteristica rientra in un complesso sistema di simboli e funzioni sociali.
Nei Giganti di Mont'e Prama la bocca è sempre presente, ma realizzata con un'incisione breve e lineare.
Questo tratto si inserisce in un sistema iconografico ben preciso, dove la maggiore enfasi è posta sugli occhi, resi con due cerchi concentrici di grandi dimensioni, magistralmente scolpiti, la cui simbologia trascende la mera espressione artistica per proiettarsi in una dimensione simbolica e mitico-religiosa di profonda complessità, che affonda le radici in una dimensione trasversale comparativa che spazia dalla tradizione filosofica dell'Asia fino alle espressioni rituali dell'Africa subsahariana, rivelando un archetipo transculturale legato alla visione ultraterrena, alla dualità cosmica e allo statuto dell'eroe o dell'antenato divinizzato, così come sono divinizzati i nostri Giganti, i Giudici Divini, come amo chiamarli, il cui destino era già prospettato anche nell'iconografia della scacchiera di Pubusattile, che li ha cronologicamente preceduti di almeno tre millenni, che rivelava nel suo codice numerico, il concetto di Giudice /Giudizio ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/simbologia-dei-64-quadrattini-della.html?m=0), come ho approfondito anche nel mio primo saggio editoriale "Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna"
I Giganti di Mont’e Prama rappresentano, attraverso la simbologia degli occhi a doppia pupilla, una visione dell’Aldilà, che trascende la loro mera funzione di organi fisiologici, ma strumenti di percezione sovrumana.
La scelta di una rappresentazione così astratta e geometrica, attraverso i due cerchi concentrici, suggerisce una volontà di rappresentare non lo sguardo del vivente, bensì lo sguardo dell’eterno. L'occhio, simbolo universale di conoscenza e vigilanza, qui è duplicato nella sua parte più vitale, la pupilla, forse per indicare una facoltà visiva raddoppiata, in cui una parte è rivolta al mondo terreno e l’altra a quello spirituale.
Questa è sicuramente una una rappresentazione umana idealizzata, dove l’accento sugli occhi era predominante. I cerchi concentrici, inoltre, sono un motivo ricorrente nell’arte neolitica sarda, rinvenuto nelle Domus de Janas e in altre strutture rituali, spesso associato ai cicli di vita, morte e rinascita. Pertanto, nei Giganti, questa iconografia potrebbe connotare una vigilanza perpetua sugli spazi sacri e funerari, una capacità di vedere oltre il velame della morte, incarnando il principio stesso della memoria e della protezione attiva da parte degli antenati eroicizzati.
Vi è un primo fondamentale parallelo dalle tradizioni spirituali dell'Asia.
Nel Mahāyāna buddhista, il concetto di "Due pupille" è associato ad un potente simbolo di eccezionale saggezza e di una visione spirituale non duale, associato a figure di grande realizzazione
Questo tratto fisico straordinario non è inteso in senso meramente letterale, bensì come simbolo di una "visione spirituale" unica e profonda, che contraddistingue il maestro e la sua comprensione trascendente della realtà.
La doppia pupilla diviene qui l'emblema di una doppia conoscenza, quella convenzionale e quella ultima, o la capacità di percepire simultaneamente il samsara e il nirvana.
Tale simbologia della duplice vista trova un riscontro filosofico ancor più antico nell'induismo, nella scuola Vedānta, dove i "due allievi" (o "due pupille") sono identificati con Indra e Virocana, figure che intraprendono un percorso di insegnamento e auto-riflessione per giungere alla conoscenza del Sé.
In questo contesto la metafora oculare del doppio, concetto sempre presente nella nostra Antica Civiltà Sarda, e presente anche nel nostro Carrasegare sardo (https://maldalchimia.blogspot.com/2026/01/il-doppio-e-il-gemellare-nel.html?m=0) è estremamente enfatizzato.
Non solo.
In Sardegna è sempre esistito il mito delle donne dallo sguardo potente.
La frase si basa sul racconto di Gaio Giulio Solino, uno scrittore romano del III secolo d.C., che nelle sue opere descrisse le "Bithiae" (o Bythiae), di cui ho approfondito nel mio saggio "Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna", come native della Sardegna e anche della Scizia (l'odierna area tra Russia e Danubio), che possedevano una caratteristica fisica unica, le due pupille in un occhio .
A loro veniva attribuito un potere formidabile, quello di "annientare con lo sguardo" chiunque avessero guardato con ira, come Medusa, che, sottolineo era la grande regina della Sardegna, ne ho parlato anche nella mia ultima pubblicazione editoriale, "Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare Sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l'Ordine", in correlazione anche alla figura del Carrasegare, il Basilisco/Iscultone,
L'espressione prende il nome dall'antica città di Bithia, situata vicino all'attuale Chia, nel comune di Domus de Maria (Sud Sardegna) . Oggi in gran parte sommersa, la città aveva un'origine antichissima, come suggerirebbero le tecniche costruttive a conci "a T", che è la stessa simbologia iniziatica che ritroviamo anche nell'arcata sopraciliare e setto nasale a T dei nostri Giganti di Mont'e Prama, ritrovate nel suo tempio .
Questo legame onomastico tra la città e le donne "dalle doppie pupille" non è certo un caso.
La frase, "Bithia dalle doppie pupille è la Sardegna", racchiude quindi l'idea che queste figure mitiche e la città omonima incarnino l'essenza di una civiltà sarda antichissima, potente e originale .
Questa interpretazione fa parte di una corrente di pensiero che cerca di riscoprire e valorizzare una visione della storia della Sardegna diversa da quella classica, incentrata su una società antica, pacifica, matriarcale e dalle profonde conoscenze, di cui le Bithias sarebbero un emblema . Inoltre, l'espressione potrebbe anche alludere alla persistenza di antiche credenze popolari nell'isola, come quella del "malocchio" (in sardo, "essi pigau a ogu"), che potrebbe essere una reminiscenza di questo antico potere .
In una dimensione spirituale, trasversalmente diffusa, l'occhio interiore della riflessione (la pupilla spirituale) si aggiunge all'occhio esteriore dell'apprendimento (la pupilla fisica).
Ma è ancora più interessante
spostare lo sguardo verso l'Africa occidentale, dove si incontrano riscontri iconografici sorprendenti, in un popolo, in particolare, quello dei Dan, guardacaso, il cui nome corrisponde alla desinenza dei nostri Shar-Dan.
Le maschere rituali del popolo Dan, diffuso tra Costa d'Avorio e Liberia, presentano spesso la medesima caratteristica degli occhi a doppio cerchio concentrico.
Per i Dan, le maschere non sono semplici rappresentazioni, ma entità spirituali viventi che mediano tra la comunità umana e il mondo degli antenati e delle forze della natura.
La particolare enfasi sugli occhi, talvolta sporgenti o con pupille multiple, è universalmente riconosciuta in etnografia come segno di una vigilanza soprannaturale, di una capacità di vedere nella dimensione dello spirito e di discernere il vero carattere degli uomini.
La somiglianza formale con i Giganti sardi, pur nella totale indipendenza storica e geografica, suggerisce una convergenza di pensiero, poiché in entrambe le culture, l'occhio "doppio" o "molteplice" è attributo di esseri posti ai confini tra il mondo dei vivi e l'aldilà, siano essi antenati eroici o spiriti tutelari.
L'interpretazione delle doppie pupille come emblema di una dualità fondamentale si intreccia con un altro potente simbolo, profondamente radicato nella preistoria sarda e mediterranea, il rombo.
Questo motivo geometrico, come analizzato in studi sulla simbologia sacra, è da sempre associato al principio femminile, rappresentando l'utero, la vagina e, per estensione, un portale di rigenerazione cosmica.
In Sardegna, il rombo è legato alla sfera del sacro, in particolare ai riti di invocazione della pioggia e del fulmine, praticati da figure sacerdotali specializzate, in particolare nelle figure degli antichi Sardi Kabiri, argomento di cui ho parlato nel saggio "Uomini senza Ombra".
Gli antichi "fulguratores.", i dominatori dell'energia.
L'azione di far roteare un rombo legato a una corda, creando un vortice sonoro che imita il rombo del tuono, era parte integrante di antichi rituali, ne ho parlato altre volte, erano gli antichi riti Kabirici, di matrice sarda.
Abbiamo una pietra del tuono esposta al Museo di Cagliari ( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/10/pietra-del-tuono-pinacoteca-cagliari.html?m=0), che presenta una forma vulvare.
Graficamente, il percorso descritto da questo strumento traccia una figura a "otto" o a infinito, composta da due cerchi uniti.
Questa forma, a sua volta, è una perfetta rappresentazione geometrica della doppia pupilla.
Il cerchio esterno sarebbe l'occhio, quello interno la pupilla, ed insieme, creano un simbolo di ciclicità e rigenerazione.
A questo livello si manifesta un collegamento profondo.
Se il rombo-utero è il portale della nascita biologica, l'occhio a cerchi concentrici potrebbe essere inteso come il portale della "seconda nascita", quella spirituale dopo la morte.
Il passaggio dall'utero materno all'utero della terra (la tomba) e infine a una nuova esistenza è un tema centrale nelle religioni antiche, splendidamente espresso in Sardegna dall'architettura delle "Tombe dei Giganti", la cui pianta a protome taurina è stata letta anche come una rappresentazione simbolica di un utero o di una nave per il traghettamento delle anime. In questa logica, gli occhi dei Giganti, vigilanti e doppi, potrebbero simboleggiare la capacità di vedere all'interno di questo duplice processo, nel vedere la morte dei corpi e, contemporaneamente, la rinascita delle anime, fungendo essi stessi da guide e custodi nel viaggio ultratemporale.
La simbologia delle doppie pupille si rivela, dunque, come un potentissimo costrutto culturale capace di sintetizzare alcuni tra i più profondi interrogativi dell'uomo antico, poiché incarna il principio della duplice visione, sia fisica che spirituale, sia terrena che celeste, e, contemporaneamente, il concetto della soglia, rappresentando tanto l'occhio che scruta l'aldilà quanto il portale attraverso cui l'anima vi transita.
Nei Giganti di Mont’e Prama, questa simbologia raggiunge il suo apice monumentale, congelando in una forma d'arte arcaica e possente l'essenza stessa di tutta la nostra Antica Civiltà, di una cultura profondamente immersa in una visione sacra del mondo, dove gli antenati, resi immortali dalla pietra e dallo sguardo doppio, continuano a vegliare, a proteggere e a testimoniare l'eterno ciclo della vita che dalla morte incessantemente rinasce.
La loro fissità ieratica non è assenza, ma una presenza moltiplicata.
Il loro silenzio non è mutismo, ma un discorso eloquente sulla natura duale dell'esistenza, affidato all'universale linguaggio dello sguardo.
Per questo motivo la bocca appena accennata, acquisisce un significato ancora più profondo,
che esprime un'ideale di compostezza, di autocontrollo. Non divinità, ma un ideale aristocratico di perfezione umana.
Gli stessi Giganti di Mont'e Prama sono considerati precedenti ai Kouroi greci, un'espressione statuaria importante, relativa a questa dimensione, quindi non influenzati da essi.
Anche nelle statue funerarie dell'antico Egitto, l'assenza di una bocca realistica sottolinea il silenzio e la sacralità dell'aldilà.
La Ka (forza vitale) del defunto aveva bisogno di un corpo intatto e ieratico per sopravvivere.
Il corpo era idealizzato, non rappresentato in un atto di parola.
La bocca appena accennata nei Giganti di Mont'e Prama, quindi, non è un'assenza, ma una scelta stilistica precisa che serve a enfatizzare il potere dello sguardo e a creare un'espressione ieratica e non umana.
Tiziana Fenu
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Bocca appena accennata /doppia pupilla






















