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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

lunedì, marzo 23, 2026

💙Non c'è abisso

 Non c'è abisso più occultato di quello che si cela dietro la cattedra dell’accusatore. 

Colui che erge la propria voce a condanna, impugnando la spada della morale come se fosse fuoco sceso dal cielo, spesso ignora, o finge di ignorare, che la lama è temperata nel medesimo metallo della sua stessa colpa. In questo gioco di specchi,  l’anima umana, ben diversa da Anima, rivela il suo più tragico paradosso. 

Si erge a giudice di ciò che, in segreto, già consuma.

Ogni umano porta in sé due forni. 

Uno, visibile, in cui arde la virtù esibita, ostentata. 

L'altro, sotterraneo, in cui lentamente si calcina la colpa negata. 

L’ipocrita, però, non è un semplice mentitore. 

È un artefice sottile che, per paura di guardare il proprio recipiente nero dell’anima in cui fermentano i suoi abissi, proietta all’esterno la forma delle sue stesse impurità.

È il meccanismo del vedere nell'altro, non ciò che egli è, ma ciò che noi stessi siamo incapaci di sopportare di essere. 

Chi tuona contro la lussuria, spesso, ne custodisce le fiamme in una cella segreta del proprio castello interiore. Chi condanna l’avidità, stringe con pugno più ferreo il proprio tesoro nascosto. 

La condanna diviene così il grimaldello con cui si serra a doppia mandata la porta dietro cui dimora la propria ombra.

È un meccanismo che ho spessissimo sottolineato, in relazione a ciò che è lo scenario sociale attuale, che è riflesso del piccolo, dell'Umano di per sé. L’Alchimia dell’Inversione, o alchimia inversa. 

Nell’arte sacra, vi è un passaggio temuto. 

È la nigredo, la putrefazione della materia. 

L’ipocrita rifiuta la sua nigredo. Non osa immergersi nelle acque corrotte della propria interiorità per estrarne il sale della consapevolezza. 

Allora, invece di dissolvere il proprio piombo, lo proietta sul mondo. 

Ogni accusa è un frammento di sé che espelle, credendo così di purificarsi.

Ma la Natura, che è grande Maestra ermetica, non tollera il vuoto. 

Quanto più si ostenta una virtù non digerita, tanto più la sostanza della colpa, respinta dalla coscienza, si condensa nell’agire nascosto. 

È la legge della compensazione occulta, talmente evidente da essere paradosso, grottesco, ridicolo. L’uomo che grida più forte contro il vizio è spesso colui che vi è più profondamente avvinto, perché la sua energia psichica è interamente assorbita nel negare ciò che già lo governa.

Così, le sue azioni, quelle taciute, quelle celate nella penombra delle sue stanze, ma anche dichiaratamente ostentate, in questo "fare inverso", diventano il commento ironico e perfetto alle sue prediche. 

Le sue mani, levate al cielo per invocare giustizia, sono le stesse che, nell’ombra, tessono la tela della medesima colpa che condanna.

Vi è, in tutto questo, un’essenza profondamente tragica. 

Un trono di fumo quasi iniziatico.

 L’ipocrita non è solo un ingannatore. 

È un iniziato mancato. Colui che si sforza di apparire puro mentre dentro è corrotto costruisce il proprio trono su una colonna di fumo. 

Ma il fumo, per quanto denso, non regge il peso della verità.

I grandi Misteri insegnano che l’iniziazione autentica passa attraverso il riconoscimento della propria duplicità. “Conosci te stesso” non era un invito all’autocompiacimento, ma alla discesa negli inferi personali. 

Chi invece sceglie la via dell’ostentazione morale compie un rito sacrilego, vestendo i panni del sacerdote ma sacrifica sull’altare dell’ego, credendo di ingannare lo sguardo divino che scruta i reconditi.

Eppure, alla fine, tutto ciò che è occultato viene rivelato. 

Le azioni che si cercano di celare con il fragore delle prediche non restano sepolte per sempre. 

Esse emergono, come bolle d’aria da un pantano, a rompere la superficie immacolata che si era tentato di dipingere.

L’unica via d’uscita da questa spirale infernale, per cui si diventa ciò che si giudica, è l’umiltà, che nell’alchimia corrisponde alla fase della  "solutio. 

È lo sciogliere la durezza del proprio giudizio nelle acque della compassione. 

Non si diventa saggi condannando il vizio altrui, ma riconoscendo nel vizio altrui lo stesso germe che, se non vigilato, fiorirebbe nel proprio giardino.

Il vero maestro, non condanna: comprende. 

Sa che la separazione netta tra “giusti” e “peccatori” è un artificio della mente che non ha ancora compiuto l’unione degli opposti dentro di sé. Egli sa che chi più ostenta, più cerca di celare ciò che realmente è, e per questo, invece di ergere il braccio a colpire, stende la mano a sollevare.

Ad istigare, a puntare il dito contro. 

A cercare alleati per rafforzare la sua precaria posizione. 

Così, chi legge nell’anima umana sa che l’ipocrita è un testimone involontario della propria verità. 

Le sue prediche sono il manto che getta sulla sua nudità, e le sue condanne, la mappa che indica dove scavare per trovare il suo più oscuro tesoro. 

Non vi è peggiore prigione che ergersi a carceriere degli altri, perché in quel gesto si forgiano le proprie catene.

L’invito, per chiunque si senta vibrare l’ardore del giudizio, è di scendere nell'antro della propria anima e chiedersi quale parte di sé sta cercando di esiliare, accusandola in un altro. 

Perché finché non si avrà il coraggio di abbracciare la propria ombra, ogni parola di condanna sarà soltanto l’eco della propria colpa rimbalzata sul muro del mondo.

Il peccato che giudichi è il tuo stesso volto, riflesso nello specchio che non hai avuto il coraggio di spezzare.


Tiziana Fenu 

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Non c'è abisso




💛Il Cubito reale/scacchiera ( libro)

 XV. Correlazione Cubito Reale/scacchiera “8X8”


 E tra l'altro, straordinariamente, c'è una profonda correlazione e ben documentata, tra Cubito Reale con una griglia 8x8 della nostra scacchiera di Pubusattile, ed è un concetto fondamentale per capire come gli Antichi Egizi, e ancor prima i Sardi, progettassero i loro monumenti.

Sappiamo che il Cubito Reale egizio misurava circa 52,3 cm.

Quest'unità non era arbitraria, ma era suddivisa in modo molto preciso in 7 palmi, e ogni palmo in 4 dita. 

1 Cubito Reale misurava 7 Palmi

1 Palmo misurava 4 Dita

Quindi, 1 Cubito Reale erano 28 Dita

Questa suddivisione in 28 parti (dita) è la chiave per capire la connessione con la griglia 8 X 8.

La griglia "8 X 8" è quella usata per tracciare le proporzioni basate sul triangolo rettangolo sacro 3-4-5.

Immaginiamo un quadrato diviso in 8 unità per lato (quindi una griglia 8x8 di unità più piccole).

Se prendiamo un lato del quadrato come 8 unità, possiamo facilmente creare un triangolo 3-4-5 in proporzione. 

Ad esempio, un triangolo con i cateti di 6 e 8 unità avrà un'ipotenusa di 10 unità (che è un multiplo di 3-4-5, cioè 6-8-10).

Questo triangolo era fondamentale per gli architetti egizi, e ancor prima gli antichi Sardi, per tracciare angoli retti perfetti e proporzioni armoniose.

Il Collegamento Cruciale tra le 28 Dita e le 8 Unità della griglia è il punto di congiunzione 

Il Cubito Reale è diviso in 28 dita.

La griglia di progettazione è divisa in 8 unità per lato.

Per far "parlare" insieme il sistema di misura (il cubito) e il sistema di progettazione (la griglia), gli architetti egizi usavano una proporzione Semplice. 

Consideravano 5 palmi e mezzo come l'unità base della griglia.

5 palmi e mezzo = 5.5 palmi

Dato che 1 Cubito = 7 palmi, 5.5 palmi corrispondono a 5.5/7 = 11/14 di un Cubito Reale.

In dita: 5.5 palmi * 4 dita/palmo = 22 dita.

Quindi, ogni lato della griglia 8 X 8, misurava 22 dita.

Tra parentesi, come illustrero' a breve, le 22 dita corrispondono alle 22 lettere ebraiche che verranno create proprio sulla griglia 8 X 8 della nostra archetipale scacchiera di Pubusattile. 

Perché questo è importante? 

Perché se moltiplichiamo 8 unità (della griglia) per le 22 dita (per unità) = 176 dita.

E 176 dita, se le riconverti in cubiti:

176 dita / 28 dita per cubito = 6.2857 cubiti, che è un numero che spesso ricorre nelle planimetrie degli antichi templi. 

Quindi il Cubito Reale ha diretta corrispondenza con la griglia 8 X 8.

Non era una griglia di 8 cubiti per lato, ma una griglia la cui unità di base (il modulo) era derivata da una frazione semplice del Cubito Reale stesso (5.5 palmi o 22 dita). Questo sistema geniale permetteva agli architetti egizi di utilizzare un sistema di misura standard (il Cubito), e non solo, progettare con una griglia modulare (L'8 X 8), e, cosa importantissima, incorporare le sacre proporzioni del triangolo 3-4-5 in modo naturale e matematicamente preciso.

Questa integrazione tra misura, geometria e progetto è una delle ragioni per cui l'architettura egizia e sarda ci appaiono così immensamente armoniose e stabili.

Per chi dice che i sardi non usassero la scrittura e non avessero un alfabeto, io credo invece che molto ci sia da rivalutare.

Ancora una volta facendo questa particolare ricerca mi sono resa conto della bellezza creativa che scaturiva dalle menti raffinate degli antichi Sardi, l'estrema intelligenza, l'attenzione al piano materiale così come a quello spirituale. 

La cura con la quale gli antichi sardi celebravano la vita e la morte con una grazia e un'armonia, resa manifesta con un perfetto equilibrio degli opposti.

Un animo perfettamente connesso con la natura e con le energie primordiali dei quattro elementi, e con le energie del sole della luna, in perfetto equilibrio e consapevolezza.

Il Cubito reale/scacchiera ( libro)




Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Tratto dal mio saggio 

"Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna"

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💛Estratto dal libro "Il Tempo Capovolto"

 "[...] Come già scritto, nello stesso nome della Befana, assimilabile alla figura de Sa Filonzana, troviamo quella dimensione del Fanes /Be-Fanes che guida potenzialmente ed esponenzialmente, verso la luce. 

È la Filonzana, un Femminino, ad inaugurare il Carrasegare sardo. 

Il filo che essa lavora è il filo conduttore di Arianna /Ar-jana. 

La Jana che conduce verso il sole. 

Ar/Ra

Labirinto di Arianna. 

O forse era una "ar-jana", una Jana figlia del sole. 

Di "Ar/Ra". 

Di razza ariana, pura, atlantidea, attraverso il quale il Minotauro, nel suo percorso uterino di rinascita, rinasce a sé stesso, completo. 

Non più Minotauro, metà bestia, ma uomo divinizzato, completo. 

Questa è la simbologia del labirinto. 

È un percorso di nascita e rinascita. 

Una gestazione, che si sviluppa attraverso una scrittura ben specifica. La scrittura del DNA. 

Decodificazione, trascrizione, che passa per via femminile, perché il cromosoma X è sempre presente, sia nel maschile, che nel femminile.

Un percorso uterino, nel Grembo, rappresentato dalla Teth, nono sacro Archetipo Ebraico, che indica proprio il grembo, e da Teti, la dea delle acque. 

Acque amniotiche, simbolicamente, attraverso le quali, passa la storia scritta del nostri genoma

Il serpente spiralizzato, il labirinto Il ventre della Grande Madre, del femminino, dove maschile e femminile, vuoto/ pieno, dentro/ fuori, si incontrano per aprirsi alla consapevolezza. 

Arianna come  Arachne ( hanno la stessa radice Ar- che ribaltata, risulta "Ra", sole,) il ragno che tesse il filo. 

La guardiana della porta degli Inferi, l'unica che può aiutare l'eroe nell'affrontare l'iniziazione  perché è un tessere la trama della sua stessa esistenza, nella cui profondità si nasconde il segreto del Minotauro,che si nutre di giovane energia di sacrifici di giovani ragazzi, 7 ogni anno. 

Minotauro che si chiama anche Asterion, il cui nucleo sillabico STR, anche qui, simbolo del Femminile( rimanda alla simbologia del Tirso-dimensione amniotica, stesse consonanti TRS. 

TRS. 

Le stesse consonanti di TeSseRe 

Perché il labirinto riporta il mostro alla sua integrita', porta ad una regressione verso l'interno, in cui femminile salvifico consente la realizzazione dell'uomo nella sua totalità indivisa, con il suo "filo-serpente" che rappresenta l'importanza del  transitare tra gli inferi e il cielo.  

Il filo di Ar-Janna/Jana, come un portale, che conduce attraverso il labirinto del caos carnevalesco verso la rinascita primaverile.

Una rappresentazione gravida di simbologie trasversali che riflettono un antico linguaggio esoterico.

A partire dai suoni. 

Il suono dei pesanti campanacci come vibrazioni creatrici che riportano alla vita, alterando e spezzando il rumore chiassoso del quotidiano. 

Sono frequenze necessarie per destrutturare la materia. 

Per ricomporla in una dimensione superiore, come nelle frequenze delle campane tibetane. 

Ad ogni paese, ad ogni comunità, una sequenza ritmica specifica, accordata con il numero dei saltelli, codificata,  tramandata segretamente, come un DNA sonoro, vibrazionale, che attiva il battito stesso di Madre Terra, nel richiamarci a sé. 

Si sublimano le essenze degli animali, si implementano a sé, per integrarli in questa profondissima ritualistica alchemica, attraverso una netta prevalenza di pelli nere, simbolo della fase della Nigredo. 

Le corna presenti su molte maschere rimandano al cornucopia nuziale, all'abbondanza, al grembo della falce lunare, alla sinergia creatrice degli opposti, data dalle due stesse corna.

Sono connessione con il Divino, in una dimensione "altra", altamente catarchica. 

Anche il legno delle maschere, dei bastoni, degli strumenti, rappresenta la materia viva, la memoria delle radici. 

Dell'Origine. 

Ci si riconnette, attraverso esso, alle mille sfumature che Madre Terra offre alle sue creature. La malleabilita' e morbidezza del pero, l'ontano che è connesso con la dimensione dell'acqua, quindi del Femminino, il corbezzolo per le bacche rosse come il fertile sangue. 

Si incide su di essi, la propria storia, con simboli antichi che diventano immortali. 

Si entra in scena, dissolvendo i propri ruoli sociali, abbandonando ogni tipo di gerarchizzazione, entrando nel caos del labirinto inverso. 

Si sublima la materia. 

Inizia la divinizzazione. 

Emerge l'Anima. 

È la seconda fase dell'Opera Alchemica, che invece, è rappresentata dall'Albedo o Opera al Bianco. 

Segue alla Nigredo, ed è la fase della purificazione, abluzione e distillazione della materia disciolta. 

Simboleggiata dal cigno, dalla luna, dalla colomba o dalla rosa bianca, essa rappresenta il lavacro delle impurità, l'emersione della luce dalle tenebre, la spiritualizzazione della materia. 

È la fase della separazione (la "separatio") del sottile dallo spesso, dello spirito dal corpo. 

Psichicamente, corrisponde all'emergere dell'archetipo dell'Anima, alla chiarificazione della coscienza dopo il buio.

La manifestazione di questa fase alchemica, nel Carrasegare, può essere rappresentata spesso attraverso figure di mediazione, di controllo o attraverso il simbolismo dell'acqua/vino[...] "


Tiziana Fenu 

©©Diritti intellettuali riservati 

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Tratto dal mio saggio 

" Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l’Ordine "

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❤️Non sono innamorata di te ( libro)

 Non sono innamorata di te.


Lo sono stata


quando ancora non ti vedevo.


Quando non sapevo di Te.


Seppi di Te


tra le lacrime e le risa.


Tra notte e giorno.


Quando persi


i contorni della tua forma.


Ed imparai ad annusarti.


Come una lupa nell'oscurità.


Allora sentii


il dolore dell'appartenenza.


Nella separazione.


Il ricordo delle tue carezze.


Che ripercorrevo con le dita


A sentirne ogni protuberanza


a fior di pelle.


Scarificata a sangue e amore.


Incisa come papiro di seta


dal pennino delle tue parole.


Conficcate sotto pelle


come una ghirlanda di un sacro mala


del quale sottovoce


mi sgranavi ogni segreto.


Ogni ardore.


Ogni paura.


Facendomi complice.


E muta testimone


di un patto ancestrale


che ancora mi lega a te.


Quando mi inchiodavi a te.


Altare e confessionale


del tuo celebrarmi


a tua creatura


adornata di baci e respiri.


Nata dalle tue mani calde


a nuova vita.


Ogni volta che mi sfioravi.


Ogni volta che mi violavi.


In lande che non sapevo di avere.


Sulle quali


indomita


ti attendevo.


Con lo sguardo lontano.


E il vento tra i capelli.


A cercare Te


In orizzonti infiniti.


Che si rincorrevano con la stesso impeto del mare sulle scogliere.


Fino a che


sei venuto a me.


E sei ritornato ad essere


tutto il mio orizzonte.


Nei tuoi occhi


di galassia infinita.


Che mi hanno ricompattato in Te.


Ero un soffione


sparpagliato dal vento.


Tu mi hai presa


tra le tue mani calde


e ti sei fatto vento per me.


Soffiandomi addosso la Vita.


Con un filo di fiato.


che ancora mi turbina dentro


e mi agita nelle notti senza Te.


Mentre con la mano sul collo


mi blocchi a Te.


Per sentire


come mi fai pulsare il cuore.


Tu che mi fai tuo segreto.


Senza nome e senza passato.


Perché in te rinasco.


Come una vergine


a nuova vita.


Ogni volta che mi guardi.


Che mi sfiori.


Che mi battezzi a nuovo nome.


Fammi dimenticare sempre chi sono. 


E fammi ritrovare me stessa,


ogni volta


tra le fiamme ardenti dei tuoi occhi. 


Che sia Fuoco


che mai si estingue.


Di vita in vita.


Finché sarà di noi.



Tiziana Fenu

©®Diritti intellettuali riservati

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Tratto dalla mia raccolta di poesie 

"Diamanti di Rugiada. Attimi di luce allo stato liquido" 

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Non sono innamorata di te







sabato, marzo 21, 2026

💛7 bamboline Yucatan/Sa Pippia de Caresima

 Indagando sulle simbologie sotterranee e la Geometria Sacra, in particolare tra le correlazioni tra il Tempio delle Sette Bambole, l’Allineamento Equinoziale e la Tradizione Quaresimale Sarda, si scoprono interessanti analogie. 

Le civiltà antiche, nella loro speculazione cosmologica, hanno spesso eletto determinati numeri a princìpi ordinativi del reale, conferendo loro un valore sacro che trascendeva la mera funzione aritmetica. 

Tra i Maya, il sistema vigesimale, derivante dal computo delle dita umane (20), e il ciclo di 52 anni, corrispondente al “fascio” temporale paragonabile al secolo greco-latino, rappresentavano pilastri di una sofisticata visione ciclica del tempo. Tuttavia, tra le cifre considerate sacre, il numero 7 occupava una posizione di peculiare rilievo per ragioni che ancora oggi risultano parzialmente enigmatiche agli studi archeologici e filologici.

Nella notazione maya, il 7 era espresso da una linea orizzontale sormontata da due punti, una configurazione che evoca una sorta di pareidolia antropomorfa, e ricorreva con insistenza negli schemi costruttivi e nella titolatura regale. 

7 erano i tumuli di antichi sovrani a Uxmal, 

7 le torrette del palazzo di Teotihuacan, 

7  i serpenti a sonagli nel totem dinastico e sette le piume a ornamento delle effigi di autorità politiche e religiose. 

Tale cifra, come si avrà modo di argomentare, rimanda a una corrispondenza macrocosmica di fondamentale importanza, l’allineamento dei sette pianeti visibili nell’arco dell’equinozio di primavera.

Nel sito di Dzibilchaltún, nello Yucatán, questa simbologia trova una delle sue espressioni più enigmatiche nella cosiddetta *Structura 1-sub*, nota come “Tempio delle Sette Bambole”. 

Un sito archeologico che non è lo stesso delle tre piramidi più famose dello Yucatan. 

Scoperto nel 1956 da E. Wyllys Andrews IV al di sotto di settemila tonnellate di macerie, il tempio, una struttura a piattaforma tronca dedicata al culto solare di K’inich Ahau, restituì un corredo rituale integro, mai violato da saccheggi. Al centro di questo deposito, un gruppo di sette figurine in argilla, oggi custodite nel museo del sito, che ha dato il nome al complesso.

L’aspetto e la composizione del gruppo, un unico personaggio maschile circondato da sei figure femminili, ciascuna caratterizzata da deformità fisiche interpretate come segni di divinità, hanno suscitato diverse ipotesi interpretative. Gli odierni h’men, custodi delle tradizioni sciamaniche locali, vi riconoscono una rappresentazione finalizzata a garantire la discendenza e la colonizzazione di nuovi spazi sotto l’egida degli dèi, forse in sostituzione di un sacrificio umano. 

Altre teorie, incentrate sulla collocazione sotterranea delle bambole, le considerano un tramite con l’oltretomba, uno strumento per la comunicazione sciamanica con gli antenati. 

È significativo che il tempio, orientato a est con finestrature studiate per intercettare i raggi solari durante gli equinozi, fosse strettamente connesso al vicino cenote di Xlacah, una grande dolina carsica considerata porta d’accesso alle divinità acquatiche come Cha’ak. 

Le sette bambole, dunque, appaiono come dispositivi rituali inseriti in un sistema complesso che legava l’allineamento equinoziale, il culto solare, la gestione delle risorse idriche e un sotterraneo percorso iniziatico di rinascita.

Una sorprendente corrispondenza a questo complesso simbolico si rintraccia nella tradizione quaresimale sarda, e in particolare nella figura nota come “sa Pippia de Caresima” (o Maria Codreddara)., di cui già approfondii nel febbraio del 2021.

Si tratta di un’effigie femminile, realizzata in stoffa, pane o legno, caratterizzata da sette arti inferiori (gambe) e recante in mano due pesci, che veniva collocata dietro l’uscio di casa all’inizio della Quaresima.

Mentre i pesci rimandano all’astinenza alimentare del periodo penitenziale, le sette gambe rappresentavano una simbologia processuale. Ciascuna corrispondeva a una delle sette domeniche quaresimali, venendo ritualmente recisa di volta in volta fino alla combustione totale dell’effigie nel giorno di Pasqua, a segnare la fine della penitenza e l’avvento della resurrezione. 

Questa figura, rivela, se indagata in profondità, una struttura iniziatica più arcaica, fondata sulla medesima cifra settenaria che regola il ciclo di morte e rinascita.

La correlazione tra le due tradizioni, Maya e Sarda, non si limita al numero, ma affonda le radici in una comune architettura simbolica dello spazio sacro. 

Il numero 7, nella tradizione sarda, è al centro di un’altra importante manifestazione, il labirinto a sette percorsi inciso nella Domus de Janas di Luzzanas, a Benetutti. Datato intorno al VI millennio a.C., questo labirinto, definito “cretese” per la sua forma classica, presenta una struttura che, se sezionata lungo il suo diametro, riproduce esattamente il profilo della menorah ebraica, il candelabro a sette bracci il cui modello, come descritto nell’Esodo (25,31), fu rivelato a Mosè.

Questo archetipo, come è noto, non è circoscritto al mondo Mediterraneo( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/simbologia-equinoziale-del-labirinto.html?m=0) 

Lo si ritrova in innumerevoli civiltà, dalle ceramiche etrusche e della Cornovaglia alle incisioni rupestri della Val Camonica, dai simboli sacri degli Hopi del Nord America alle rappresentazioni in Siria, in India, a Pompei (con l’iscrizione Hic habitat Minotaurus) e nel tempio di Machu Picchu. La sua pervasività suggerisce l’esistenza di un sapere universale che ha eletto il percorso a sette vie come diagramma di un viaggio iniziatico.

Il fondamento cosmologico di questo schema è rintracciabile nell’osservazione del cielo e nei moti dei pianeti. 

L’allineamento dei 7 corpi celesti (Luna, Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno, e il Sole, che in questo schema rappresenta l’ottava dimensione) era considerato un evento di portata suprema, uno “stargate” per l’ascensione dell’anima. 

Nella tradizione ermetica e nei Misteri iniziatici dell’antico Egitto, questi sette pianeti erano rappresentati come sette sfere concentriche, simboleggiate dall’asse centrale della menorah e dalla scala che l’iniziato doveva percorrere per ascendere all’ottava sfera, quella della divinità suprema. 

Questa ascesa era rappresentata dalla costellazione di Orione, figura stellare dell’ “uomo divinizzato”. 

Il suo allineamento con i sette pianeti era particolarmente significativo quando il Sole si trovava nella posizione definita della “stretta di mano”, sul braccio teso di Orione, identificato con Osiride, dio della morte e resurrezione. In questa configurazione, Orione era raffigurato mentre impugna l’ankh, la chiave della vita, simbolo del portale celeste. 

Il labirinto di Benetutti, quindi, con i suoi sette percorsi, costituirebbe la rappresentazione terrena di tale allineamento astrale, una mappa geolocalizzata dello stesso “stargate” che in Messico era evocato nel rituale delle sette bambole di Dzibilchaltún.

Questa complessa trama di corrispondenze trova infine una straordinaria sintesi nella statuaria dei Giganti di Mont’e Prama. 

La critica ha talvolta sottolineato le proporzioni inusuali di queste figure, con arti inferiori tozzi rispetto al busto(  https://maldalchimia.blogspot.com/2024/03/proporzioni-auree-giganti-di-monte-prama.html?m=0) 

Tuttavia, una lettura in chiave di geometria sacra, parametrata alla Vesica Piscis, figura madre di ogni forma geometrica derivante dall’osservazione del sole equinoziale, rivela la ragione di questa “sproporzione”. Sovrapponendo la figura del Gigante (in particolare il cosiddetto “Efis”) alla Vesica Piscis, si osserva che la sua cintura coincide perfettamente con il centro geometrico della figura. 

Questa cintura, dunque, rappresenta la cintura di Orione, il fulcro che “reggerebbe” i sette pianeti allineati, simboleggiando così l’ascesa al cielo e la divinizzazione dell’eroe.

A ulteriore sostegno di questa interpretazione, si consideri il sigillo cerimoniale rinvenuto nel Nuraghe Trzicotu di Cabras (tavoletta A1), la cui incisione corrisponde puntualmente allo schema dell’Albero della Vita cabalistico con le sue dieci Sephirot (https://maldalchimia.blogspot.com/2023/12/sephiroth-tzricotu.html?m=0) 

Le prime sette Sephirot rappresentano i sette pianeti, mentre l’ottava è la sfera divina. 

La presenza di tale sigillo sulle statue, forse applicato sulle spalle come un simbolo di identità regale e iniziatica, indica che i Giganti non erano semplici guerrieri, ma esseri già divinizzati, che avevano completato il percorso dei sette passaggi. 

Essi impersonano Orione/Osiride, il cui braccio teso (che geograficamente, in una possibile sovrapposizione cartografica della Sardegna, punta verso Benetutti) indica la via d’accesso al regno celeste.

Il filo rosso che lega le 7 bambole di Dzibilchaltún, la Pippia de Caresima, il labirinto di Benetutti e i Giganti di Mont’e Prama è un comune linguaggio iniziatico basato sull’osservazione del cosmo e sulla sua riproduzione in schemi rituali e architettonici. Sia nel tempio maya che nella tradizione sarda, il numero 7 si configura come un modello operativo del passaggio dalla morte alla rinascita, dalla dimensione terrena a quella divina, segnato dall’allineamento dei pianeti nel periodo equinoziale.

Le 7 bambole, nascoste in un tempio solare sotterraneo, attendevano forse il momento di riemergere per un nuovo ciclo di fondazione. 

Sa Pippia de Caresima, con le sue 7 gambe ritualmente recise, scandiva il tempo della penitenza fino alla resurrezione pasquale. 

I Giganti, con la loro cintura allineata al centro della Vesica Piscis e il sigillo dell’Albero della Vita sulla spalla, rappresentano l’archetipo dell’uomo che ha percorso il labirinto dei sette pianeti ed è asceso all’ottava sfera. In tutte e tre le espressioni, l’allineamento equinoziale dei 7 pianeti non è un mero fenomeno astronomico, ma la matrice celeste di un percorso iniziatico finalizzato alla divinizzazione, la cui memoria è custodita in simboli e rituali che invitano a una rilettura più profonda delle continuità tra le antiche civiltà del Mediterraneo e del Mesoamerica.

Le tre piramidi Maya dello Yucatan , in particolare il Tempio di Kukulkán (El Castillo) a Chichén Itzá, non sono allineate con i punti cardinali come quelle egizie, ma sono state costruite con precisi scopi astronomici legati al Sole e al calendario.

La piramide è orientata per segnare il passo zenitale del Sole, un evento cruciale per il calendario Maya. 

Le facciate e le scalinate sono allineate per corrispondere ai punti in cui il Sole sorge e tramonta in date specifiche .

L'allineamento più famoso si verifica durante gli equinozi di primavera e autunno. Il Sole al tramonto proietta un'ombra a forma di serpente che striscia lungo la scalinata nord, unendosi a una testa di serpente scolpita alla base . Questo fenomeno dimostra la volontà di rappresentare visivamente il dio Kukulkán.

Questo allineamento mira a specifici eventi solari (equinozi, solstizi, passo zenitale) Altissima precisione geometrica verso i punti cardinali (scarti di pochi minuti d'arco) 

Lo scopo principale del Calendario è di tipo agricolo, come  osservatorio astronomico e rappresentazione del dio Serpente Piumato Funzione funeraria, religiosa (culto solare) e di precisione cosmologica 

La Data di costruzione risale al 1000-1200 d.C. (Periodo Postclassico) fino al 2500 a.C. (Antico Regno, IV Dinastia) 

Sono quindi allineate per fungere da calendari solari tridimensionali, con un focus sugli eventi astronomici del passo zenitale e degli equinozi 

Le diagonali della base quadrata della piramide sono orientate verso il punto di levata del Sole al solstizio d'estate e il punto di tramonto al solstizio d'inverno .

Studi hanno dimostrato che la piramide fungeva da sofisticato osservatorio astronomico. Gli angoli e gli spigoli sono allineati per registrare non solo gli equinozi e i solstizi, ma anche le date del passo zenitale, permettendo di sincronizzare i cicli agricoli con le stagioni delle piogge .

Le tre piramidi principali dell'altopiano di Giza(Cheope, Chefren e Micerino), invece condividono un allineamento diverso, basato sulla precisione dei punti cardinali e su un possibile legame con la costellazione di Orione.

Le piramidi di Giza sono famose per essere allineate con straordinaria precisione ai quattro punti cardinali. I lati della Grande Piramide di Cheope, ad esempio, hanno una deviazione media dal nord vero di soli 3 minuti d'arco (circa 0,067 gradi) . La loro disposizione complessiva sull'altopiano segue un orientamento nord-est/sud-ovest .

La disposizione delle tre piramidi di Giza sarebbe stata concepita per replicare sul terreno l'allineamento delle tre stelle della Cintura di Orione (Alnitak, Alnilam e Mintaka) . Sebbene popolare, questa teoria è stata ampiamente criticata perché le distanze e gli angoli non corrispondono perfettamente senza manipolazioni forzate


Per quanto riguarda i tre quadrati incisi nella roccia ad Oschiri, non esiste alcuna evidenza storica o archeologica che indichi che queste tre incisioni quadrate siano state create con un allineamento astronomico specifico o che abbiano una funzione analoga a quella delle piramidi di Giza o dello Yucatan. Il sito è studiato principalmente come luogo di culto e di offerte, non come osservatorio astronomico.

I tre quadrati incisi nella roccia ad Oschiri sono orientati a Nord, a destra del bancone più grande, orientato a est/sud est

( Approfondimenti 

https://maldalchimia.blogspot.com/2023/12/altare-oschiri-di-santo-stefano.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2025/10/altare-santo-stefano-navigium-isidis.html?m=0) 

Un chiaro riferimento all'Orsa Maggiore, nella dimensione della nascita e rinascita, importantissima nella nostra Antica Civiltà Sarda (https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/orsa-maggiore-akhetjuvale.html?m=0) 


Tiziana Fenu 

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7 bamboline Yucatan /Sa Pippia de Caresima