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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

sabato, marzo 28, 2026

❤️ E questo vento (libro)

 E questo vento


che mi turbina dentro.


Come tra le pareti


di un'insenatura.


Schiuma di mare


mista a parole custodite


tra le valve delle conchiglie.


Parole sussurrate.


Invocate.


Inginocchiate tra i coralli


nei fondali marini.


Quando soffia forte il vento


le sento agitarsi.


Schiantarsi sulle scogliere


dalle mille attese.


Dove l'orizzonte


si fonde con la speranza.


Dove i desideri


stillano rugiada


alle prime luci dell'alba.


Ignari di un' altro giorno


senza sole.


Eppure


il vento vale più di mille soli.


Piu' di mille lune.


Non tramonta.


Non sorge.


Fluisce e disordina.


Arriva a scompigliare


ciò che programmiamo.


L'ovvio.


La certezza.


L' aspettativa.


La staticità


dall' apparente sicurezza.


Ed è così bello


lasciarsi squilibrare.


Assecondare l'oscillare


fino a perdere l'equilibrio


e cadere tra le sue braccia


e tra quelle di chi


nel vento si è perso.


E sentire tante voci e nessuna.


Canti antichi


di appartenenza


A chi,


non importa.


Ne senti il dondolio.


La nenia ipnotica e dolce.


E in questo oscillare


allenti le braccia


chiuse a protezione intorno a te.


E impari ad allargarle.


Distese.


Con i palmi rivolti verso l' alto.


E impari a ricevere.


A farti voce tra le voci.


A non sentirti esule


Nella terra dell'inespresso.


Impari la Presenza


nel non essere di niente e di nessuno


E di essere nel contempo


tutto e niente.


Presenza impalpabile


ma tangibile.


Ossimorica come il vento.


Quando non mi vedi


io sono lì.


Ad agitarti i pensieri.


A farti vacillare


dall' alto delle tue certezze.


A strappare i tuoi candidi panni


esposti al sole.


E a rotolarli nel fango


dei tuoi dubbi.


Vengo a strapparti le vesti


e a vestirti di verità.


Vengo a riportarti


la voce che hai smarrito tra le tante.


A riportarti i tuoi occhi


volati via.


A cercare orizzonti mai esistiti.


Vengo ad amarti.


E a farti perdere


per farti ritrovare.


Tiziana Fenu

©®Diritti intellettuali riservati

Maldalchimia.blogspot.com

Tratto dal mio libro

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E questo vento (libro)





💙 Comunicare

 La comunicazione è il "legare" per eccellenza. 

Deriva dal latino “com-municare”, che significa letteralmente "mettere in comune", "condividere". 

E nel suo grembo etimologico più profondo, ritroviamo "munus", che è dono, ma anche obbligo, compito, carica sacra. 

Comunicare, dunque, non è mai un atto banale o scontato: è il rito solenne attraverso cui due esseri si scambiano il munus, il dono più prezioso della propria esistenza. 

È l’arte divina di tessere la trama dell’Uno nel molteplici. 

Legare. 

Creare un vincolo che non imprigiona, ma che unisce due sponde, due anime, due universi in un abbraccio che trascende lo spazio e il tempo. 

Se la parola stessa porta inscritta nel suo DNA questa valenza iniziatica del creare legami, essa rivela l’esistenza di un canovaccio immortale, un arazzo cosmico su cui tutti, in potenza, siamo chiamati a ricamare la nostra essenza. 

Quel canovaccio è la Sorgente, il Campo unificato, la Mente di Dio. 

Il sentire e il percepire sulla stessa frequenza non è un dono riservato a pochi eletti, ma la nostra natura più autentica. 

Dipende soltanto da quanti filtri, quante coltri di oblio, quante sovrastrutture, mentali, sociali, speculative, opponiamo a questo fluire sacro. 

Ogni giudizio è una diga, ogni paura è un velo, ogni preconcetto è una prigione. 

Quanto più ci spogliamo di questi artefatti, quanto più ci avviciniamo a un sentire nudo, vergine, scevro da costrutti, tanto più il pensiero si fa scorrevole come acqua di sorgente, si affina, si assottiglia, fino a divenire lama di luce che taglia l’illusione e si ricongiunge all’Essenziale. 

Perché comunicare, in fondo, non è altro che la manifestazione dell’Essenza in Pienezza. 

È il suo respiro, il suo sbocciare nel giardino del relativo. 

Non è un trasferimento di informazioni, ma una trasmutazione di energie. 

Esiste una sola Verità. 

Non quella dogmatica, non quella scritta sui libri, ma quella che vibra nel silenzio tra un battito e l’altro del cuore. 

È una Frequenza precisa, un’armonia perfetta che tiene insieme i mondi. 

Non coglierla, non risuonare con essa, significa essere altrove, significa abitare le propaggini più buie e rarefatte dell’esistenza, dove l’eco muore senza aver incontrato orecchie. 

In questo esilio dalla Fonte, la comunicazione non può rivelare alcun "qualcosa in comune" in senso costruttivo, perché dall’altra parte si spalanca il baratro del vuoto, l’assenza di un’anima che faccia da specchio. 

È il parlare a fantasmi. Non puoi tacitare il mondo, non puoi pretendere ascolto, se il tuo comunicare non è il canto della tua Essenza. 

Le parole, da sole, sono come foglie secche portate dal vento. Frusciano, ma non radicano. 

Solo quando la parola è incarnata, quando è verbo che si fa carne, allora diventa seme. 

L’Essenza ha un linguaggio universale, una grammatica fatta di luce e di silenzio. 

Non conosce le lingue degli uomini, ma parla direttamente al cuore. Unisce, non crea divisioni. Ricompone ciò che è frammentato, ricorda ciò che è dimenticato. 

Perché l’Essenza è pura Energia, è Frequenza. 

È il battito d’ali della farfalla che crea uragani dall’altra parte del mondo. 

Ha modalità infinite di espressione. 

Un sorriso, un’opera d’arte, una carezza, una tempesta. 

Ma tutte queste modalità, per quanto cangianti e multiformi, sono sempre modulate all’interno di un certo range di Frequenza, quello che gli antichi chiamavano il "Suono che crea". 

E solo noi, nel sacrario del nostro libero arbitrio, possiamo decidere in quale frequenza abitare. 

Siamo gli arpisti della nostra anima, e possiamo scegliere se suonare note stonate o accordarci all’orchestra divina. 

Frequenza deriva dal latino “frequentia”, a sua volta da “frequens”, che significa "fitto, denso, affollato, ripetuto". 

Descrive un pulsare continuo, un battito costante, un ritmo che scandisce l’esistenza. 

Frequenza fa rima con Essenza… sarà un caso? Non credo. 

Non è una rima poetica, è una rima ontologica. 

È la chiave che apre la porta della comprensione. 

La nostra essenza si esprime attraverso una specifica frequenza, una densità vibratoria che ci rende fitti di vita, pieni di luce. 

La frequenza è il nerbo della nostra Essenza, la spina dorsale del nostro essere nel mondo. 

È la nostra propagazione energetica verso l’esterno, l’onda che inviamo all’Universo e che, come un boomerang sacro, ci restituisce sempre la nostra stessa immagine. 

Più la manteniamo "pulita", più la distilliamo nelle fiamme della consapevolezza, più "arriveremo" senza distorsioni agli altri. 

Non come un segnale che si perde nel rumore di fondo, ma come una freccia luminosa che trova sempre il suo bersaglio. 

Vogliamo Essere o vogliamo Sembrare? 

Questa è la domanda che apre o chiude i cieli. 

Il Sembrare è la maschera, il gioco delle ombre, la recita stanca su un palcoscenico che crollerà. 

L’Essere è il volto nudo che resiste a tutti i terremoti. 

Io voglio Essere. 

Perché sono un Essere. 

E voglio arrivare ad altri Esseri. 

E consentire che loro arrivino a me. 

Non in un incontro di superficie, ma in una compenetrazione di abissi, in Pienezza e Consapevolezza. 

Voglio che il mio mondo incontri il loro, in uno scambio che arricchisce l’intero cosmo. 

Spesso, troppo spesso, si stabiliscono comunicazioni vuote, che restano nell’ambito informativo, archivistico, meramente mentale. Sono scheletri senza carne, parole senza respiro. Come quei musei di cui, all’uscita, a malapena ricorderemo le didascalie: nomi, date, dati. Hanno riempito la mente, ma non hanno toccato l’anima. 

Se non si crea legame emotivo, se il cuore non viene scosso nella sua quiete, non vi è comunicazione. 

C’è solo trasmissione di dati, archeologia dell’istante. 

Se non vi è Verbo. 

Il Verbo che è suono e silenzio insieme, che è azione creatrice, che è il "Sia la Luce" pronunciato all’alba dei tempi. Declinabile all’infinito delle nostre infinite possibilità. Un Verbo che si regge energeticamente da solo, in risonanza perfetta solo con "ciò che gli è", con ciò che vibra sulla sua stessa corda. 

Come un wormhole tridimensionale che lega due pianeti lontani, che sfidano la legge di gravità, che si cercano attraverso l’immensità del buio e creano, nel loro abbraccio segreto, le danze incantevoli degli Universi. La comunicazione passa attraverso mille fattori, di cui quello più impattante, sensorialmente, è la parola. 

Ma la parola è solo la punta dell’iceberg, la cima visibile di una montagna sommersa. Il non detto, l’implicito, l’intenzione, l’emozione trattenuta, il desiderio inespresso: tutto questo è sotto. 

È la massa profonda e silenziosa che dà senso e direzione a quella piccola punta emersa. 

È in ciò che non si vede, ma si percepisce con i sensi sottili dell’anima, che risiede la verità di ogni scambio. 

Quando siamo nella nostra Pienezza, quando abitiamo il centro del nostro cerchio, espansi oltre i cinque sensi, in quella dimensione che è tridimensionale e multidimensionale insieme, allora possiamo cogliere, assaporare, la vera energia di una comunicazione. 

Non ascoltiamo più con le orecchie, ma con le cellule. Non vediamo più con gli occhi, ma con l’anima. 

Nelle antiche civiltà prediluviane, in quei lembi di tempo sommersi dalle acque dell’oblio, pare che comunicassero attraverso la telepatia, attraverso il contatto diretto delle coscienze. 

Non c’era bisogno di articolare suoni, perché il pensiero era già parola, e la parola era già azione. È già tutto in noi, dormiente, in attesa. 

Quel linguaggio non è perduto, è solo sepolto sotto le macerie dell’ego. E in questi tempi di risveglio, le macerie iniziano a franare. Quest’ultimo periodo, lo sentiamo, lo viviamo sulla pelle e nello spirito, si sta attivando in modo prepotente e maestoso l’energia femminile in particolare. Quella legata all’acqua, alla terra, al vento. 

[...] La Natura parla, e parla con la voce della Dea. 

Io mi sento tempesta insieme a Madre Natura, tanto amo questa manifestazione potente, impietosa, che ti scuote fino al midollo, che ti sveste di ogni certezza per mostrarti l’ossatura della verità. 

Riflettevo sul fatto che certe comunicazioni, intrecci che credevo saldi, hanno perso energia, o forse non ne hanno mai avuta. 

Si sono rivelate per quello che erano: fuochi fatui, dialoghi tra ombre. 

E certe altre, pur nell’essenzialità che rasenta quasi la scarnificazione, una svestizione dolorosa ma necessaria da ogni orpello, mi esondano dal cuore e dai pori. 

Non sono parole, sono linfa. Rilasciano l’impronta, l’imprinting di un sudario, una veste di luce nella quale mi riconosco, nella quale la mia anima si sente a casa. Riconoscerei quelle voci, quella vibrazione, anche se fosse sepolta e conficcata nel centro incandescente della Terra. 

Perché sono la stessa Terra che chiama. 

Sono quelle comunicazioni che ti fanno vibrare come un diapason. Non devi fare nulla, se non stare in ciò che sei. 

Non c’è sforzo, non c’è ricerca. 

C’è solo l’abbandono. E a quel punto, per pura risonanza, la corda dell’altro inizia a tremare all’unisono. 

È la magia più antica. 

Perché tutto è già. Tutto è già scritto nel grande libro della vita, tutto è già presente nell’eterno presente. Nessun affanno. 

Non c’è bisogno di correre, di inseguire, di convincere. 

Respira. 

Sii vento con me. 

Lasciati attraversare, diventa carezza e uragano. 

Sei già Universo, che gravita, che gravida e che crea. 

E lo hai sempre saputo, nel silenzio del tuo cuore, molto prima che le parole venissero a disturbare il sogno.


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Tratto dal mio libro 

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Comunicare










💛 Orientamento sud-est

 L'orientamento sud-est dei pozzi sacri e dei nuraghi sardi  non rispondeva unicamente a esigenze astronomiche, ma incarnava una profonda comprensione delle forze elementali che governano l'isola.

È la dimensione del Respiro della Terra, in cui Vento, Fuoco e Aria ne sono Matrice. 

Il sud, dominio del fuoco purificatore e trasformatore, si sposa con l'est, dimora dell'aria, del respiro vitale, dello scirocco caldo che accarezza la Sardegna portando messaggi da terre lontane. 

È in questa congiunzione che si manifesta la potenza creatrice dell'elemento eolico, simboleggiato nella tradizione sarda dalla maschera de Su Bundu, figura arcaica del Carnevale che custodisce memorie sciamaniche di matrice prettamente femminile, di cui ho parlato e approfondito nella mia precedente pubblicazione editoriale, "Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l’Ordine".

Il vento che spira da sud-est non è semplice fenomeno meteorologico, ma alito della Grande Madre, respiro cosmico che feconda le acque sotterranee custodite nel grembo del pozzo. 

La scelta di orientare gli ingressi secondo questa direzione privilegiata rivela la consapevolezza che l'aria, elemento immateriale per eccellenza, costituisce il ponte tra il fuoco celeste e l'acqua tellurica, permettendo quella ierogamia sacra da cui scaturisce ogni forma di vita.


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Uno dei link di approfondimento 

https://maldalchimia.blogspot.com/2025/08/orientamento-sud-sudest-di-alcuni-pozzi.html?m=0

Orientamento sud - est








venerdì, marzo 27, 2026

💙 Giustizia

 Da tempo immemore, si assiste, silenti, al florilegio, nella connotazione più negativa e insulsa del termine, di una specie ben precisa. 

Quella che germoglia nell’ombra, nutrendosi di menzogne, di volti altrui. di scritti altrui. 

C’è chi, con arte meschina, ha creduto di poter coltivare impunemente il proprio orto avvelenato, spargendo a mani piene seme di calunnia, certo che il terreno franoso della rete potesse inghiottire per sempre ogni prova.

Ma la natura, anche quella del diritto, ha le sue cicliche, inflessibili stagioni.

Chi semina vento, raccoglie tempesta. 

E questa mattina, nel gelido rigore di una fredda e ventosa mattinata di fine marzo, il raccolto si è fatto maturo.

La tempesta ha accompagnato il mio cuore e i miei passi, anticipando, già da ieri, una grandinata, come non faceva da tempo, che mi si è conficcata nel cuore.

Come un puntaspilli dagli aghi diamantini, ad onorare la Runa Isa, la runa del ghiaccio, la mia Runa di appartenenza.

Passi accompagnati dalle 3:33 che segnava l'auto.

I miei numeri di nascita, sommati tra loro.

Ancora passi benedetti all'Universo.

Perché è Giusto che fossero fatti

Oggi e 27

Un 9, il mio Archetipo.

22 in totale

Archetipo Tau.

Non poteva che essere oggi, con il sentiero già benedetto da ieri.

Ieto notte febbre per l'improvvisa grandinata e le sferzate di gelo fino ad arrivare in macchina.

Ho sentito tutta la potenza devastante e magnifica della mia amata Runa Isa.

Febbre e grandine

Fuoco e acqua /gelo

I miei antipodi

Il segno di Fuoco e la runa Isa. 

La loro immensa Forza, che mi ha  sostenuto in questo passo odierno. 

La loto immensa Forza.


Oggi ho sentito profondamente la Tau.

La chiusura di un ciclo.

Un punto.

Con estrema lucidità e verità.

La stessa che ha velato i miei occhi di commozione e quelli di chi ha accolto.

Mai, avrei immaginato.

Mai.

Una tale benedizione al ritmo dei miei passi.

Quasi surreale

Ma perfetta.

Come un cristallo di grandine 

Ogni parola dissimulata, ogni immagine sottratta, ogni profilo artefatto ha trovato il suo esatto, puntuale riscontro. 

Non più ombre, ma corpi. 

Non più sospetti, ma prove. 

Prove ampie, nitide, catalogate. Tanto meticoloso è stato l’insulto, altrettanto inappellabile è diventato il vasto archivio delle sue conseguenze.

Non resta dunque che attendere, con la serenità di chi ha finalmente restituito al sole ciò che meritava le tenebre. 

La giustizia, si sa, non ama le grida. 

Preferisce il silenzio delle carte, il peso inconfutabile dei fatti. 

E quando il carico di malafede supera la soglia del tollerabile, accade che il boomerang, nel suo tornare indietro, non chieda il permesso.

Chi ha orecchi per intendere, intenda. 

La semina è stata abbondante. 

Il raccolto, oggi, è iniziato.


Tiziana Fenu 

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"La Giustizia" Matteo Arfanotti Artist

La Giustizia




giovedì, marzo 26, 2026

💙 L'9sservare

 

Osservare e guardare.
Due termini che nel linguaggio comune vengono spesso scambiati come fossero sinonimi, eppure, per chi ha intrapreso il cammino verso la conoscenza interiore, rappresentano due stadi iniziatici profondamente diversi.
Sono due modalità di porsi di fronte al Reale, due specchi dell’anima che rivelano il grado di consapevolezza raggiunto dall’individuo.

Guardare è l’atto del corpo, il meccanismo fisiologico attraverso il quale la luce colpisce la retina e l’immagine si imprime nella materia cerebrale.
Chi guarda è passivo, è un ricettacolo che si limita a ricevere stimoli senza trasformarli. Guardare è l’atteggiamento di chi vive nella superficie, accontentandosi di sfiorare il mondo senza mai penetrarne il nocciolo.
È l’atto di chi subisce l’illusione dei sensi, credendo che ciò che appare sia tutto ciò che esiste.
Chi guarda rimane fuori dal tempio, osservando i mosaici senza mai varcare la soglia.
Osservare, invece, è l’atto dell’anima che ha risvegliato i propri talenti.
Non è un semplice vedere, ma un penetrare l’essenza.
Quando si osserva, non si è più spettatori passivi.
Si diventa testimoni attivi, custodi di una visione che lega il visibile all’invisibile.
Chi osserva ha compiuto quel lungo lavoro interiore di trasmutazione, quell’opera alchemica che trasforma il piombo dell’ignoranza nell’oro della consapevolezza.
I propri talenti e doni non sono più addormentati o dispersi, ma sono stati riconosciuti, affinati, e ora rispondono con precisione alla volontà dell’anima.
Osservare richiede una padronanza che solo chi ha fatto pace con le proprie ombre può possedere. Significa aver imparato a stare nel centro, in quel punto di equilibrio tra cielo e terra, tra ragione e intuizione, dove nessuna emozione impulsiva può deviare lo sguardo. È da questo baricentro perfetto che si può compiere il vero compito dello scrutatore: discernere.
Discernere non è giudicare in modo sommario, ma separare ciò che è autentico da ciò che è spurio, ciò che appartiene all’ordine da ciò che è corruzione.
Ecco perché chi osserva è chiamato a mantenere il giusto equilibrio.
In un mondo dove le forze si scontrano incessantemente, dove il caos tenta di spacciarsi per libertà e la prevaricazione per potere, l’osservatore è colui che tiene salda la bilancia.
Non con la forza bruta, ma con la precisione del proprio sguardo.
Sa distinguere il parassita da colui che contribuisce, colui che si nutre della sostanza altrui svuotando le risorse comuni senza mai generare nulla, da colui che invece, anche nell’errore, porta il proprio mattone all’edificio collettivo.
Lo fa senza farsi ingannare dalle apparenze, perché il suo sguardo è diventato come il fuoco che brucia la scorza per rivelare il nucleo.
In questa capacità di osservare risiede anche la forza di fare giustizia.
Non quella giustizia vendicativa che nasce dalla passione, ma quella che scaturisce dalla lucidità. Fare giustizia, nel linguaggio esoterico, significa ristabilire la corretta polarità, riportare ogni cosa al posto che le compete nella gerarchia naturale dell’ordine cosmico.
Chi osserva non agisce mai sulla base di sentito dire, non si lascia trascinare dalle correnti emotive del momento.
Al contrario, ha la pazienza dell’artigiano.
Archivia le prove, raccoglie i segni, attende che il quadro sia completo.
Solo quando ha accumulato la totalità degli elementi, quando ogni tessera del mosaico è al suo posto, allora può alzare la voce.
La sua denuncia non è un grido impulsivo, ma l’esito inevitabile di un percorso di verità.
E in questa denuncia si compie la separazione definitiva tra chi agisce in malafede e chi non lo fa. Chi opera nell’ombra, chi si nasconde dietro false intenzioni, chi costruisce le proprie fortune sulla menzogna e sulla manipolazione, crede spesso di poter sfuggire allo sguardo altrui. Ma l’osservatore possiede un dono che per costoro è inafferrabile
La capacità di leggere l’intenzione al di là del gesto, di sentire la vibrazione che precede la parola. Come l’alchimista distingue i metalli vili dai metalli nobili non solo dall’aspetto ma dal comportamento nel fuoco, così chi osserva riconosce la malafede non da un singolo atto, ma dal filo conduttore che attraversa tutte le azioni di un individuo.
E qui si arriva al punto nodale, quello che trasforma l’osservazione da contemplazione a chiamata.
Perché tutto questo non è fine a se stesso.
Non si osserva per rimanere in una torre d’avorio, non si affinano i propri talenti per rimanere spettatori privilegiati di un teatro di ingiustizie.
Nel momento in cui si è raggiunta la piena padronanza, quando si è raccolto il necessario e si è compreso il disegno profondo, allora si è chiamati ad agire.
Nel Giusto, inteso non come insieme di leggi umane ma come ordine superiore, noi siamo chiamati a essere strumenti di ripristino.
La contemplazione cede il passo all’azione, ma un’azione che non è più quella confusa e frammentaria dell’ego, bensì quella precisa e chirurgica di chi ha visto la verità. Ripristinare l’ordine significa ricucire ciò che è stato lacerato, riannodare i fili che il parassitismo e la malafede hanno reciso.
È un compito sacro, perché chi agisce in questo modo non lo fa per sé, ma per il bene del tutto.
La parte conclusiva di questo percorso è la più severa e la più necessaria.
Far sì che non si siano impuniti. Non per crudeltà, non per desiderio di vendetta, ma perché l’impunità è il veleno che corrode le fondamenta di ogni ordine. Lasciare impunito chi ha agito nella malafede significa concedere al caos il diritto di continuare a proliferare.
Significa dire al parassita che il suo modo di essere è accettabile, e così tradire chi invece ha sempre agito con rettitudine.
L’impunità non è misericordia, è la negazione della giustizia, ed è per questo che chi ha osservato con rigore, chi ha raccolto le prove e ha visto chiaramente, ha il dovere di portare la luce nel luogo dove si annidano le tenebre.
Agire, dunque, diventa l’atto conclusivo di un percorso iniziatico.
Non si tratta di violenza, ma di fermezza.
È il gesto di chi, avendo appreso il segreto della trasmutazione, sa che per far crescere il grano bisogna estirpare le erbacce, non per odio verso di esse, ma per amore del campo intero.
È il momento in cui l’osservatore depone il proprio ruolo di testimone e indossa quello di artefice, restituendo equilibrio laddove l’equilibrio era stato infranto.
Così, guardare e osservare si rivelano per ciò che sono.
Sono due porte, due destini.
La prima conduce a una vita trascorsa nella superficie, nella subordinazione agli eventi, nella passività di chi si limita a registrare senza mai comprendere. La seconda è la via di chi ha risvegliato i propri talenti, ha saputo attendere, raccogliere, discernere, e infine ha avuto il coraggio di compiere ciò che era necessario.
In questo cammino, la differenza non è solo nel modo di vedere, ma nell’intera esistenza.
Da una parte la vita subita, dall’altra la vita agita con consapevolezza, al servizio di quell’ordine superiore che è l’unica vera giustizia.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
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L'osservare