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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

martedì, marzo 17, 2026

💛Dio Nabu/Seshat /Sciamana di Sardara

 Nel Segno della Matrice, sempre alle radici e all'Origine, che la nostra Antica Civiltà Sarda rappresenta, troviamo una correlazione tra Seshat, Nabu e il Retaggio iperboreo della Civiltà Sarda. 

Sondando le corrispondenze archetipiche tra il pantheon mesopotamico, la visione cosmogonica egizia e le più recondite testimonianze della civiltà nuragica in Sardegna, si arriva ad interessanti elaborati. Lungi dal costituire un mero esercizio di mitologia comparata, questa indagine intende rivelare la trama di una Tradizione primordiale, i cui frammenti, disseminati lungo il bacino del Mediterraneo, trovano nell'isola dei nuraghi un nucleo di straordinaria persistenza. 

Al centro di questa riflessione si pongono due figure emblematiche della sapienza arcaica. 

La dea egizia Seshat e il dio babilonese Nabu, entrambi guardiani della scrittura sacra, delle geometrie cosmiche e del computo del destino. 

Un'analisi che ho approfondito, nel corso di questi anni, nei miei scritti e poi redatti nella mia pubblicazione editoriale "Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna", condotta, non solo in chiave archeologica ma anche, in chiave esoterica e filologica, e che ha dischiuso prospettive inedite sull'identità della "sciamana di Sardara" e sul retaggio di una Matrice culturale ante-litteram, di cui la Sardegna appare custode silente ma eloquente.

Seshat, come ho approfondito, era la Signora dei Costruttori e la Geometria del Cielo

Nella religione dell'Antico Egitto, Seshat (o Seshet, Sefket-Aabui) occupa una posizione di suprema arcana importanza. 

Il suo nome, "Colei che scrive" o "La Scriba", ne svela l'essenza primaria . Ella è la dea della scrittura, dell'architettura, dell'astronomia e della matematica, una sintesi di discipline che per l'uomo antico non erano separate, ma manifestazioni terrene di un ordine celeste. 

La sua iconografia è di per sé un geroglifico vivente. 

Infatti è raffigurata con indosso una pelle di leopardo, le cui macchie, interpretate come stelle, simboleggiano la volta celeste e il potere di attraversare i mondi . Sul suo capo, ha un emblema di straordinaria potenza. Un arbusto a sette punte sormontato da una stella a sette raggi o da una rosetta, racchiuso da due corna rovesciate che formano un arco . 

Tutte iconografie che appartengono alla dimensione simbolica della nostra civiltà  

( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/10/la-divinita-androgina-di-sardara.html?m=0) 

Le interpretazioni di questo simbolo sono molteplici e tutte valgono in una visione olistica. Esso rappresenta l'albero sacro Ished, l'albero della vita e della conoscenza su cui la dea incideva il nome del faraone per garantirgli l'eternità . 

Le sette punte evocano i sette pianeti sacri, le sette sfere celesti e i sette raggi della sapienza divina. 

Le corna rovesciate, a forma di compasso o di falce lunare, alludono alla misurazione, al tempo ciclico e alla capacità di "tracciare" l'invisibile.

Il ruolo cosmico di Seshat si manifesta nel rituale archetipico del pedj-shes, il "tendere la corda" ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/la-cerimonia-della-tiratura-della-fune.html?m=0) 

In questa cerimonia, la dea affianca il faraone nella fondazione di templi e spazi sacri. 

Mentre il sovrano osserva la "Coscia del Toro" (l'Orsa Maggiore, Meskhetiu), Seshat lo assiste nel tracciare l'asse del tempio, allineando i quattro punti cardinali della struttura terrena con le stelle . 

La corda tesa non è un semplice strumento metrico, ma è il raggio di luce che discende dal cielo, il filo che collega il microcosmo al macrocosmo. 

Ella è pertanto la "Signora dei Costruttori", colei che trasferisce il progetto divino (la Maat, l'ordine cosmico) nella pietra. 

È la "Bibliotecaria celeste", colei che custodisce gli annali segreti dell'esistenza.

Il Dio Nabu, parallelamente, è lo Scriba dei Destini e lo Stilo della Rivelazione, nel crogiolo della Mesopotamia, divinità il cui nome, probabilmente derivante dalla radice semitica nb’ (chiamare, annunciare, profetizzare), che lo identifica come l'"annunciatore" o il "profeta" per eccellenza . Figlio primogenito di Marduk, il grande dio di Babilonia, e della dea Sarpanitu, 

Nabu condivide con Seshat l'essenza archetipica di scriba divino . 

La sua funzione cosmica è quella di scrivere il destino di ogni uomo sulle Tavole Sacre, determinando la durata della vita e gli eventi futuri sotto il dettato dell'assemblea divina .

Ciò che Nabu tiene in mano è la chiave di volta del suo potere. 

È lo stilo (o il calamo) e la tavoletta d'argilla . 

A livello esoterico, questo attributo trascende la mera registrazione. 

Lo stilo è il verbo che si fa segno, la volontà creatrice che incide nella sostanza del mondo (la tavoletta-argilla, simbolo della materia primordiale) la legge del divenire. 

Egli non è solo un cronista, ma un demiurgo della forma, colui che, attraverso la scrittura cuneiforme, fissa l'invisibile in una struttura comprensibile. 

Come Seshat, anche Nabu presiede alla conoscenza razionale, alla vegetazione (in quanto dio che porta ordine e fertilità) e alla misura del tempo, essendo astrologicamente connesso al pianeta Mercurio .

La connessione con Mercurio/Hermes è fondamentale. 

È pianeta più veloce, che danza intorno al Sole apparendo e scomparendo all'orizzonte come un messaggero celeste, ne riflette la natura di intermediario tra gli dèi e gli uomini, di ponte tra il mondo celeste e quello ctonio. 

È lo stesso "dio dei confini" che traccia e oltrepassa i limiti, come Seshat che traccia il perimetro del tempio.

Seshat è infatti sorella di Thot, che è identificato con lo stesso Mercurio. 

La nostra sciamana di Sardara, per questo motivo, ha il volto come quello di un Babbuino. 

Babbuino che è un'ipostasia del Dio Thoth. 

In questo contesto, dal mio punto di vista, emerge, in questo panorama di convergenze, la Matrice Sarda. 

Abba, Babbu e la Torre Primigenia. 

Vi è quindi una possibile identificazione di queste figure con un archetipo autoctono sardo, identificabile con la "sciamana di Sardara". 

Se Nabu è connesso a Mercurio, tradizionalmente associato a un principio maschile (Hermes, Thot), si può facilmente intuire una dimensione più profonda, "del Femminino", che l'analisi esoterica può cogliere.

Nabu, come scriba del destino, incarna un aspetto passivo-recettivo (l'ascolto del verbo divino) e attivo-creativo (la scrittura). 

Questa dualità è spesso simboleggiata dall'androgino divino. 

Ma è nel culto delle acque, pilastro portante della civiltà sarda e del padre Marduk (dio delle acque), che si innesta la mia personale visione sincretica a riguardo. L'acqua ("abba" in sardo) è l'elemento primordiale, la matrice universale, il grembo di ogni possibilità. 

Qui il femminino emerge prepotente. 

La Mem ebraica, il cui valore ghematrico è 40, è la lettera dell'Acqua, del grembo, della trasformazione . 

Il 40° parallelo, che attraversa la Sardegna( https://maldalchimia.blogspot.com/2024/11/sorgono-e-il-40-parallelo.html?m=0) diviene così un'asse tellurico e spirituale allineato con questa forza archetipica.

La "Torre di Babilonia" (Babele) non è solo il simbolo dell'hybris umana, ma la memoria di un centro spirituale primordiale. 

Il nome stesso, Bab-ili, significa "Porta degli Dèi". 

Cogliendo la radice "Bab-" che risuona in "Babbu" (Padre in sardo), in "Babbaiola" (Papilio, farfalla, simbolo di trasformazione e psiche), e in Pabillonis, toponimo sardo che conserva foneticamente la memoria di un'origine, si può cogliere come Babilonia, da alcune mappe antiche( https://maldalchimia.blogspot.com/2024/12/babilonia-pabillonia.html?m=0) identificata come la nostra Antica Pabillonis, sia  la "Porta degli Dèi", e le migliaia di nuraghi sardi, con la loro struttura a tholos (la falsa cupola), sono anch'esse "Porte del Cielo", torri di pietra che mettono in comunicazione la terra con il cielo, esattamente come la ziqqurat Etemenanki, il "fondamento del cielo e della terra" .

Così come il nostro altare di Monte d'Accodi, la nostra primordiale ziggurat 

( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/09/la-dimensione-cultuale-in-sardegna.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2022/07/monte-daccoddigobleki-tepe.html?m=0

La lavorazione a "pibiones" dell'oreficeria sarda, diviene così una metafora potentissima. 

I grani d'oro, come i semi della conoscenza, come le stelle, come le gocce d'acqua, sono i frammenti di un'unica Verità che, pur nella loro molteplicità e dispersione (la confusione delle lingue di Babele), rimandano a un'Unica Matrice.

La Sciamana di Sardara in questo contesto ( in questo link un piccolo estratto a riguardo, dal mio libro https://maldalchimia.blogspot.com/2026/02/divinita-androgina-sardara.html?m=0), rappresenta la Memoria del Sacro. 

Possiamo dunque intravedere nella "sciamana di Sardara" una figura che incarna, nella preistoria sarda, le medesime funzioni di Seshat e Nabu. Ella era colei che, forte della conoscenza dei cicli astrali e delle energie telluriche, tracciava il perimetro sacro del villaggio o del tempio a pozzo, allineandolo con il sorgere della costellazione e con le vene sotterranee dell'acqua ( "s'Abba" sacra). 

Era la depositaria della scrittura arcaica, forse non sillabica ma ideografica e simbolica, incisa nelle stele e nei menhir. 

Era la "bibliotecaria" della memoria tribale, colei che, come Nabu, determinava i destini e, come Seshat, presiedeva alla fondazione dello spazio sacro.

L'eccezionale intuizione di porre Nabu in relazione al Femminino si risolve se consideriamo che ogni principio maschile attivo presuppone un grembo femminile passivo che lo accoglie e lo manifesta. 

Il dio Nabu, lo scriba, per scrivere il destino ha bisogno della "tavoletta" del mondo, la Materia, che è sacra in quanto manifestazione della Grande Madre. 

Il culto delle acque in Sardegna è il culto di questa materia primordiale, fluida e generatrice. 

E il dio Toro, Marduk/Baal, ha nella sua paredra (Asherah) la manifestazione di questo principio, la cui immagine a Bruncu Suergiu ne è la testimonianza lapidea( https://maldalchimia.blogspot.com/2022/05/statuina-dea-madre-asherah.html?m=0) 

La ricerca della Matrice unica non è un'operazione di riduzionismo, ma di archeologia della conoscenza. Le corrispondenze tra Egitto, Babilonia e Sardegna non sono frutto di influenze lineari, ma piuttosto il manifestarsi, in luoghi e tempi diversi, di un'unica Tradizione polare, i cui segreti giacciono ancora sepolti nei nuraghi, scritti non col cuneo o col geroglifico, ma nella pietra viva dell'isola, in attesa che una nuova "Seshat" sappia tendere la corda e misurare l'incommensurabile.


"Gli Uomini senza Ombra.

Simbologie archetipali in Sardegna" 

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Tiziana Fenu 

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sabato, marzo 14, 2026

💛Mamuralia /Idi di Marzo

 Giusto per ricordare. 

Il 14 marzo, il velo si assottiglia e la soglia trema. Non è solo una data nel fluire distratto del calendario, ma un crocevia astorico dove convergono le ombre dei riti arcaici e il sangue versato sugli altari della Storia. 

In questo giorno, la volta celeste diviene specchio di accadimenti tellurici e il respiro del tempo si condensa in un punto di svolta, in una ferita che pulsa ancora. Questo frangente coincide con la soglia fatidica che i Romani chiamavano Idi di Marzo, un termine che non indicava un semplice giorno, ma un confine, un punto di rottura nell’asse dell’anno. Ed è in questa fessura del tempo che si riverbera, come un’eco che non trova requie, l’ombra del Cesare ucciso. 

Era il 15 marzo del 44 a.C., e nel cuore di Roma, in pieno giorno, Giulio Cesare veniva trafitto da ventitré pugnalate. Il suo corpo, che la plebe aveva elevato a semidio, si accasciò sul lastricato della Curia, mentre il suo spirito si librava a cavallo tra i mondi, divenendo archetipo del sovrano sacrificato, del padre tradito, del re che deve morire perché l’ordine si rinnovi. 

Ma la morte di Cesare non fu un evento isolato, bensì un sigillo impresso su un terreno già reso sacro e fertile da celebrazioni ben più antiche. 

Il 14 e il 15 marzo, infatti, si consumavano i Mamuralia e i misteri di Anna Perenna. 

Due riti, due facce della stessa medaglia  l’espulsione del vecchio e l’invocazione del perenne, dell’eterno ritorno. I Mamuralia erano il sangue che scorre ancora nelle vene del tempo. 

Si celebrava Mamurio Veturio, l’artefice divino, il fabbro che per volere di Numa Pompilio aveva forgiato undici scudi identici all’ancile caduto dal cielo. 

Quello scudo, donato da Marte in persona, era il talismano di Roma, la garanzia della sua potenza. Mamurio, con la sua arte ignea, ne creò le copie perfette, gli Ancilia, che divennero i sette pegni del comando, le sette chiavi di volta su cui poggiava la salvezza dell’Impero. Erano oggetti di potere, concentrati di energia celeste custoditi nel tempio di Giove, baluardi invisibili contro il disfacimento. 

Nel rito dei Mamuralia, un uomo vestito di pelli veniva percosso con lunghe verghe. Quel battito ritmico, quel percuotere la pelle animale, non era violenza fine a se stessa, ma un’azione sciamanica, un esorcismo collettivo per cacciare l’anno vecchio, per espellere il suo spirito decrepito e far spazio al nuovo. 

Era la morte rituale del tempo che fu, per permettere la rinascita del tempo che sarà. Questo gesto arcaico, questo scandire di bastoni sul cuoio, non è morto con i Mamuralia. 

Esso sopravvive, in forma archetipale e incontaminata, nel cuore della Sardegna, nei nostri Mamuthones. 

Essi, con i loro volti anneriti e le loro pesanti pelli animali, sfilano in dodici, come i mesi dell’anno solare, come i cicli che compongono la ruota. 

Il loro incedere è cadenzato, pesante, non è una semplice danza, ma una pressione esercitata sulla terra, un atto di fecondazione, un martellamento ritmico che risveglia le forze telluriche assopite. 

La radice del loro nome, Mamuthones, si intreccia inestricabilmente con quella di Mamuralia, e ancor più si allaccia a Maimone, la divinità della pioggia, il principio umido e femminile che feconda, complementare al fuoco maschile del fabbro Mamurio. Nel nostro Carnevale, nel Carrasegare, il fuoco purifica e l’acqua benedice, in un’antica ierogamia che divinizza il territorio e lo prepara al nuovo raccolto. 

I Romani, come sempre, non inventarono nulla: assorbirono, rielaborarono, ma il nucleo primordiale, il codice genetico del rito, affonda le radici in un humus pre-italico, lo stesso che ha plasmato i nuraghi e i pozzi sacri, come quello di Santa Cristina, perfetta rappresentazione del cosmo e del suo respiro. 

Sull’altra riva del Tevere, in un bosco sacro e ombroso, si svolgevano le celebrazioni di Anna Perenna. Qui il rito assumeva i connotati dell’ebrezza e della notte. 

Anna Perenna, sorella di Didone, era la dea dell’anno che si rinnova, della dilatazione del tempo, del “perenne” che scorre e non si esaurisce. Nelle sue notti sacre, il popolo si abbandonava a baccanali sfrenati, a danze e a libagioni, in un’orgia rituale che spezzava le catene dell’ordinario per tuffarsi nell’extra-temporale. 

Ma il suo culto aveva anche un volto oscuro, una profondità abissale. Presso una fonte a lei dedicata, venivano sepolte laminette di piombo, le defixiones, e statuine rituali, impastate con farina, latte o cera attorno a un osso, chiuse in piccoli contenitori di piombo e poste a testa in giù. Erano malefici, legature, preghiere al contrario, invocazioni alla dea perché interrompesse il fluire vitale di un nemico, perché recidesse il filo dei suoi giorni. 

Accanto a queste offerte, è stato ritrovato un paiolo, un caccabus, strumento per la preparazione di filtri e pozioni, a testimonianza di una pratica magica strutturata, di una vera e propria liturgia notturna dedicata al lato oscuro e ctonio del Femminino, quello che tiene in pugno le chiavi della vita e della morte, che nutre e che affamato. La potenza di Anna Perenna travalica i confini del Lazio. Il suo nome si riverbera in Anna Purna, la dea indù del nutrimento, colei che offre il cibo, l’anna, la sostanza che sostiene la vita. 

E Anna Purna nutre Shiva, il dio della distruzione e della trasformazione, in un’icona che unisce l’atto del dare e quello del togliere, la conservazione e lo spazzar via. 

La stessa radice An, che ritroviamo in Anna, in Annus (anno), in An (il dio sumero del cielo), in Inanna, in Diana, in Jana, è il respiro primordiale, il principio che dà inizio a ogni ciclo. 

Ecco dunque il contesto in cui maturarono le Idi di Marzo. Un contesto di sovvertimento, di abbattimento del vecchio ordine, sancito da rituali di purificazione e, al contempo, da pratiche di magia nera volte a colpire nell’ombra. Il corpo di Cesare, si dice, avrebbe dovuto essere gettato nel Tevere, proprio nei pressi di quel bosco sacro ad Anna Perenna, quasi a restituire il tiranno ucciso alla dea del tempo che tutto divora e tutto rigenera. Ma il fato volle diversamente, e il suo sangue stillò sul pavimento della curia, macchiando per sempre la storia di Roma con l’inchiostro del tradimento. I tempi non sono mutati. La sostanza del potere e dei suoi giochi oscuri è la stessa. Si colpisce ancora con il tradimento, con congiure tessute nell’ombra, con banchetti spudorati consumati a cielo aperto sulla pelle dei più vulnerabili. L’archetipo si ripresenta, identico a se stesso. È come se il cosmo stesso volesse sigillare il momento, impresso nella pietra della memoria, rafforzando le energie che da secoli quest’epoca veicola. Tutto è sincrono, tutto è allineato in una trama invisibile. Niente è mai lasciato al caso. Ancora una volta, ci troviamo di fronte a un sacrificio. 

Ma la domanda sorge spontanea, e resta sospesa nell'aria. 

È questo un sacrificio nella sua accezione più alta e vera, un “sacrum facere”, un rendere sacro, un atto di offerta per il bene del tutto? O è semplicemente l’ombra del sacrificio, la sua parodia profana e sanguinaria, l’ennesimo atto di potere che si nutre di vittime per perpetuare se stesso? La risposta, come sempre, è sepolta nel cuore di chi osserva e nel coraggio di chi sa distinguere il vero oro dal piombo della storia.


Uno dei link di riferimento 

https://maldalchimia.blogspot.com/2026/02/su-battileddu-libro.html?m=0


Approfondimenti sulla simbologia dei Mamuralia, del doppio scudo ancilia, correlato al doppio scudo del bronzetto di Teti, e correlazione Mamurio/Su Battileddu figura importantissima del Carrasegare sardo, nei miei due libri 

"Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna" 

e "Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l’Ordine" 


Tiziana Fenu 

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Nell'immagine 

Salii nell’atto di battere delle pelli tese, con Marte sullo sfondo

Mamuralia /Idi di Marzo







💙Phi greco

 Oggi, nel giorno che gli uomini consacrano al numero, giornata internazionale del Phi greco, si volge lo sguardo non alla quantità, ma alla Qualità che numera l’universo. Il  Phi greco, la Sezione Aurea, il numero che non è numero ma relazione, che non è misura ma armonia. 

In questa dimensione, che cuore sia il tempio e la mente l’incensiere, mentre se ne svelia il mistero.

Il Phi greco è la Fonte Immanifesta. 

Prima che il Verbo si facesse mondo, prima che la Luce si separasse dalle Tenebre, vi era l'Uno, l’Unità perfetta e sterile nella sua solitudine. 

Perché il Due potesse manifestarsi, perché l’Uno potesse contemplare se stesso, fu necessario un Intervallo, una Proporzione. Questa proporzione primigenia, questo rapporto sacro che permette all’Uno di diventare Due rimanendo Uno, è Phi.

Basta osservare la sua natura. 

(1 + √5) / 2. 

Il 5, il pentagramma, il numero dell’Uomo e di Venere, il numero della salute e della carne, viene tratto fuori dall’Uno mediante la radice, un taglio, un'incudine che scava nella materia. 

Poi, sommato all’Unità e diviso, ci restituisce ancora 1,618. Un numero che non si compie mai, che danza sull’orlo dell’infinito, dell'irrazionale, del Divino.

Nel nostro corpo è impresso questo Codice Divino, primigenio. 

Nelle falangi delle dita, nella proporzione dell'avambraccio con la mano, nel rapporto tra l'altezza totale e la distanza dall'ombelico alla terra, risuona il canto di Phi. 

Non siamo un caos di organi, ma un tempio vivente scolpito secondo le leggi che reggono le galassie e la spirale della conchiglia.

Il nostro corpo è il crogiolo. L’alchimia non cerca  altro che portare alla coscienza questa armonia già inscritta nel profondo. 

Quando gli antichi dicevano "come in alto, così in basso", parlavano di questa proporzione che dal Cielo intelligibile (il Nous) discende nella materia, ordinandola. Phi è il ponte, la scala di Giacobbe su cui gli angeli della percezione salgono e scendono.

In. Questa spirale di Evoluzione, l'’Alchimia è l’arte di far compiere alla materia il suo ritorno alla Fonte. 

Il movimento del ritorno è la stessa spirale. 

Non il circolo vizioso che ripete sé stesso, ma la spirale aurea, che si genera da Phi, che si allarga ma mantiene la forma. 

È il percorso dell’iniziato. 

Ogni giro ci porta più in alto, ogni ciclo ci fa rivivere le stesse prove ma su un piano di coscienza più ampio.

Vedi nel Nautilus, nella rosa dei venti, nel vortice delle galassie, il cammino che ci aspetta. 

Si parte dal centro, dal punto immoto dello Spirito nel tuo cuore, e ci si espande verso l’esterno, conoscendo il mondo. 

Poi, attraverso la dimensione esperienziale del "solve et coagula", si torna al centro, ma con l’esperienza della periferia implementata, integrata. 

Il rapporto tra l’ampiezza di un giro e il successivo è il Phi. 

La costante divina che garantisce l’unità nel divenire.

L’Opera al Rosso, il compimento delle nozze alchemiche, è l’incarnazione consapevole di Phi. 

Significa vivere nel mondo (il Due, la dualità, il piacere e il dolore, la luce e l’ombra) senza mai perdere il contatto con l’Unità. 

Significa che la parte più piccola (il nostro ego, il nostro sé temporaneo) sta alla più grande (l’Anima, il Sé universale) come la più grande sta al Tutto.

Questo è l'insegnamento profondo del Phi greco. 

La Bellezza non è un ornamento, ma la percezione sensibile dell’ordine intelligibile del cosmo. 

È lo stupore dell’anima quando riconosce la sua vera dimora. L’iniziato, contemplando un volto umano in cui le proporzioni sono perfette, non vede solo carne, ma la firma del Demiurgo.

In questa giornata di celebrazione, che celebra la Forma, con la quale si esprime il Phi greco, governa l'energia del Femminino. 

Siamo di 14

Sacro Archetipo Ebraico Nun, le acque trasformative, la Vesica Piscis. 

Lo stesso simbolo del Phi greco ( Φ), è simmetria, è sinergia di Opposti. 

Siamo di Sabato/Saturno/Femminino 

Come somma totale, sismo in una Phe, Archetipo Ebraico di espansione, correlato all'Arcano Maggiore XVII della Stella. 

La Phe, la bocca, la Verità. 

Oggi, in questo giorno di celebrazione di questo Sacro Codice, si traccia nell’aria con la mente il simbolo Φ. 

Sentire, profondamente, che non siamo un frammento, ma una sezione di un disegno più grande. 

La nostra gioia e il nostro dolore sono i due segmenti di una linea la cui somma è il destino. 

Bisogna abitare consapevolmente questo  rapporto, in modo da esserne la media e l’estremità. 

Per essere l’Uno che si fa Due per amore, e il Due che torna all’Uno per conoscenza.

Guardate la perfezione di queste statuine micenee in terracotta, tipici esempi di arte votiva della civiltà micenea, databili approssimativamente tra il 1600 a.C. e il 1200 a.C, a forma di Phi greco. 

Un'imprinting divino, concettualizzato in questa forma, in questa espressione artistica straordinaria, minimalista, 

Essenziale. 

Unica. 

Di ritorno all'Uno. 

Ontologica. 

Con infinita gratitudine sempre 


Tiziana Fenu 

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Phi greco










venerdì, marzo 13, 2026

💛Quaresima /Rubedo


La Quaresima come ultima fase della grande Opera alchemica del Carrasegare sardo. 

 "[...] In questa prospettiva, si evidenzia una profonda corrispondenza tra il simbolismo del Carrasegare e quello dell'Epifania, di cui la Befana /Filonzana, è somma rappresentante che inaugura l'apertura del Carrasegare sardo, attraverso la simbologia trasmutatrice della morte del Vecchio e della fase iniziale della Nigredo. 

Il Carrasegare è dominato da maschere bestiali e terribili (Mamuthones, Boes, Merdules), che rappresentano le forze caotiche, istintuali e oscure della natura e della psiche (la "lussuria" del regno di Erode). 

La società si capovolge, le regole cessano. 

Questa è la fase collettiva del Nigredo, la discesa nel Caos necessario per dissolvere le strutture vecchie e corrotte (l'ego collettivo). 

Il "Mago Nero" agisce in questa notte rituale.

Successivamente abbiamo la fase della lotta, della purificazione e dell'Albedo. 

Spesso i riti includono lotte simboliche tra il Caos (le maschere animali) e l'Ordine (figure come sa Filonzana, la donna che minaccia di tagliare il filo della vita, o i cristiani). 

Questa lotta riflette il discernimento interiore (il Terzo Occhio) tra forze opposte. 

La sconfitta e la "morte" del Carnevale (spesso bruciato o processato) rappresentano la purificazione (Albedo) dalla parte istintuale e distruttiva, preparando la rinascita.

Nell'ultima fase, la rinascita e Rubedo abbiamo la dimensione della Quaresima che segue il Carrasegare, che non è solo privazione, ma è un tempo di gestazione interiore. 

Il "bambino" (il nuovo anno, la nuova vita dei campi, la comunità purificata) deve crescere in silenzio. 

La Pasqua di Resurrezione sarà la vera Epifania collettiva, la manifestazione (Rubedo) del nuovo ciclo vitale, dove la comunità ritrova se stessa, rigenerata. 

I doni d'oro, incenso e mirra diventano qui i frutti della terra e della comunità riconciliata.

In questa stratificata è complessa fase alchemica, si incastona la figura archetipale del Femminino Sacro e della sua sfaccettata  Forma e manifestazione.

Il Carrasegare sardo è ricco di figure femminili arcaiche (Filonzana, le donne che piangono la morte del Carnevale). 

Esse rappresentano il principio della Forma (la Materia che dà vita e che accoglie la morte) e il Sacro Femminino protettore e distruttore. 

Sono il corrispettivo terreno della Divina Madre Kundalini (Stella di Betlemme) e di Sirio, che guidano la trasformazione. 

La "porta" della rinascita è la comunità stessa, nel suo aspetto femminile e materno.

Si manifesta quindi un percorso mistico-individuale di epifania interiore. 

Il Carrasegare sardo ne è la rappresentazione collettiva e rituale. 

Entrambi, dimensione epifanica e Carrasegare, condividono la stessa struttura profonda di discesa nel Caos e nella materia oscura (Nigredo/Caos carnascialesco), attraverso una lotta purificatrice e una scelta (Albedo/Morte del Carnevale), che giunge, infine, ad una rinascita che unisce gli opposti (Rubedo/Rinascita primaverile), manifestando il divino (il Cristo interiore) nel mondo della Forma (la comunità e la natura)[...] "


Tratto dal mio libro 

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Tiziana Fenu 

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Quaresima /Rubedo






giovedì, marzo 12, 2026

💛Adone/Gadoni /Nenniri

 "[...] Ma, riguardo la simbologia presente, attraverso la Nun e la Dalet, insieme, che formano la Tau dei Giudici Divini, nel simbolo della tribù dei Dan, mi sono chiesta in quale altro contesto, i nostri Avi avessero manifestato questo concetto di Giudizio Divino, oltre al simbolo della loro tribù. 

La risposta, entusiasmante, l'ho trovata nella proprio nostra straordinaria scacchiera di Pubusattile. 

Questa scacchiera, di cui sono innamorata, non smette mai di rivelarmi connessioni profonde.

La chiave di tutto risiede nel numero 64, il numero delle caselle della scacchiera (8 x 8). 

Attraverso la Ghematria, la scienza che assegna un valore numerico alle lettere ebraiche, ho scoperto che il numero 64 è il valore della parola ebraica "דין" (Din), che significa "GIUDIZIO". 

Non un giudizio punitivo, ma il principio divino della Legge, della Giustizia assoluta e del discernimento. 

Nella Cabala, "Din" è una delle Sefirot, associata a Dio come Giudice (Elohim). 

È la conferma perfetta di ciò che avevo intuito: la Nun e la Dalet del simbolo di Dan significano "Giudici" e il loro messaggio è cifrato proprio nelle 64 caselle di Pubusattile.

Ma le corrispondenze non finiscono qui. Il numero 64 in ebraico rivela un intero universo di concetti fondanti della nostra civiltà:


 


גָּדוֹל (Gadol): "Grande". È l'attribut di Dio, "El Gadol", il Dio Grande. Troviamo una traccia di questo nel culto di "Su Nenniri", legato al dio Adone, e in un villaggio come Gadoni con il suo nuraghe Adoni.


 Tratto dal mio saggio 

"Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna"



"[...] Questo significa che il Carrasegare sardo affonda le radici nei Misteri Mediterranei e nel dramma di Adone. 

In questa dimensione, si colloca l'origine del Carrasegare nel contesto degli antichi Misteri mediterranei, superando i semplici parallelismi con i Saturnalia romani.

Dedola identifica nel Dio della Natura che muore e rinasce (Adone nella tradizione semitica, Dioniso Mainoles/Maimone in quella sarda) il cuore del rituale. 

Ed è proprio nella dimensione della primavera, della resurrezione, che la figura di Adone in particolare, nella ritualistica ancestrale della Sardegna, assume una figura di altissimo valore semantico. 

Nel contesto delle complesse stratificazioni rituali e simboliche che caratterizzano la cultura sarda, la consuetudine del Giovedì Santo di presentare in chiesa su Nenniri, un vaso contenente germogli di grano seminati nel Mercoledì delle Ceneri e fatti crescere al buio, per poi essere adornati con fiori e nastri, si rivela non come una semplice usanza agreste, ma come un denso palinsesto mitico-rituale. 

Questa pratica, culminante nella combustione cerimoniale dei germogli per fini fumigatori, cela in sé una profonda semantica sacrale che affonda le sue radici nei Sacri Misteri del Mediterraneo antico, particolarmente nel dramma del dio Adone, secondo l’ermeneutica proposta da studiosi come Dedola.

Il rigore metodologico con cui i germogli vengono mantenuti in assenza di luce, sviluppando così un pallido giallo eburneo, trascende la mera tecnica colturale. 

Esso si configura come una metafora liturgica della germinazione, del sorgere e del risorgere dell’astro solare dalle tenebre. 

Tale simbologia solare, intrinsecamente connessa al ciclo vegetale, si è poi perfettamente saldata, in un sincretismo culturale di lunga durata, alla metafora cristologica della morte e resurrezione, dove Cristo è spesso identificato come Sol Invictus.

L’ornamento floreale che accompagna questi germogli solari non è meramente decorativo. La parola sarda per fiore, “frori”, risuona dell’eco fonico-semantico del nome Afrodite, dea dell’Amore e della Natura, il cui culto in Sardegna è storicamente attestato e strettamente legato a quello del dio sirio-fenicio Adone. 

Le rovine del tempio di Astarte (sincretizzata con Afrodite, Iside e Athor) sulla Sella del Diavolo a Cagliari, con il suo orientamento solstiziale affine a quello del Pozzo Sacro di Santa Cristina, furono sede di ierodulia, sottolineando il carattere iniziatico e di sacralità femminile del luogo. 

In questo pantheon mediterraneo, la dea Tanit, identificata con Astarte, Afrodite, Artemide e, significativamente, con Demetra, dea delle messi, occupa un ruolo centrale[...] "


Tratto dal mio saggio 

"Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l’Ordine 


Tiziana Fenu 

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