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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

giovedì, aprile 30, 2026

❤️ Il peso dell'Amore

 Il peso dell’Amore

vale per quanto

ti trascina

o devi trascinarlo.

Vale per quanti giri di corda

per tenerlo insieme.

O per quanti

petali sparpagliati

nel vento.

Che pure, ancora,

ti profumano le mani

di rugiada. 

Rugiada che stilla da un’altra luna,

da un tempo che non ricorda il suo nome,

da una ferita che impara a fiorire.

Con quelle mani,

puoi ancora accarezzare.

E tenerle insieme, a coppa. 

Come si raccoglie l’acqua chiara

dal fondo di un pozzo dimenticato,

dove specchiarsi 

è già un’antica preghiera.

A custodire

un altro cuore.

A profumare di bello

un’altra pelle.

In questa notte di Incanto,

che siano i giri di corda sul cuore

a tenere stretti i ricordi. 

Non per paura che cadano,

ma perché ogni nodo canti

con la voce di chi 

ha scelto di restare.

Come le corde 

che tengono insieme

le brocche d’acqua, 

fragili, gravide di sete,

purificati da ogni istante

in cui non abbiamo sentito il Noi.

Istanti scuri 

come caverne senza eco,

giorni trascinati come cenci sull’asfalto.

Che tutto ritorni alla Madre,

in questa notte di vento. 

Vento che non sradica, 

ma impollina. 

Vento che non urla, 

ma sussurra i nomi veri,

quelli che solo il silenzio riconosce.

Che ciò che era sparpagliato

si ricompatti a nuovo impasto, 

come argilla ancora tiepida

sotto le dita della prima alba.

Come un’offertorio di pane azzimo

profumato 

di erbe appena raccolte. 

Essenziale.

Semplice. 

Benedetto dall’Acqua e dal Fuoco, 

i due occhi della Notte,

i due polsi del Giorno.

Unito dalle mani che hanno creato,

che hanno accolto a coppa. 

Quelle stesse mani che un tempo

si chiusero a pugno sulla paura,

e ora si aprono come corolle

sul bordo di un abisso fiorito.

Unite in cerchio, 

non per chiudere, 

ma per generare un centro,

un ombelico di luce silenziosa,

dove ogni ferita depone le armi

e ogni lacrima diventa gemma.

A sacralizzare, onorare e benedire

ogni passo su Madre Terra. 

Ogni passo zoppo, 

ogni passo danzante,

ogni passo che ancora 

non sa dove andare

ma che va lo stesso,

fidando nel muschio e nella radice.

In punta di cuore. 

Come di spighe di grano dorate

incastonate sul grembo vellutato

della Sacra Madre.

Come un Sole notturno

in cui l’Amore si compie. 

Non esplodendo, 

ma germinando dal buio,

non vincendo, 

ma tessendo,

non possedendo, 

ma riconoscendosi

in ogni volto che ha imparato

a piegarsi verso l’altro. 

Come un ramo che offre 

il suo ultimo frutto

alla mano che non chiede nulla

se non di esserci.

E in quel compiersi silenzioso,

il peso dell’Amore, 

così a lungo portato, 

temuto, 

misurato, 

si fa lieve come un’ala spezzata

che impara di nuovo a volare

senza uscire dal petto.


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Il peso dell'Amore





💙 Wesak

 


Domani non è solo un giorno. 

È una feritoia nel tempo.

La luna piena in Scorpione, segno d’acqua, profondità amniotica, femminile silenzioso, si congiunge con la festa della luce, il Wesak. 

E accade mentre la terra è ancora vergine sotto il segno del Toro, doppia polarità trattenuta in un solo corpo. 

Maschio che feconda, femmina che accoglie. 

Venerdì, giorno di Venere. Luna piena. 

Tutto parla di Lei.

Eppure, domani l’Archetipo che regge il filo è Ayin , il sedicesimo, l’occhio che vede attraverso l’illusione. 

Il suo Arcano è la Torre (XVI). 

Non la punizione. 

La folgore che spacca la falsa corona. 

La caduta che è, in verità, innalzamento.

L’analisi ghematrica rivela ciò che la parola nasconde


Wesak (in Ghematria ebraica) → 1006 → 7


Wesak (inglese) → 354 → 12 → 3


Wesak (semplice) → 59 → 14 → 5


Sommando i numeri radicali:

7 + 12 + 14 = 33 → 6 → Vav , il gancio, la kundalini che unisce le due polarità.


Sommando i numeri ridotti:

7 + 3 + 5 = 15 → 6 

Samech , il quindicesimo Archetipo, la fertilità che sostiene il caduto.


Due percorsi, uno stesso 6. 

La kundalini eretta. 

Custodita dal Femminino.

La valle e la torre interiore

Il Wesak accade in una valle chiusa tra Karakorum e Kun Lun, ai piedi del monte Kailash, settimo chakra della Terra. 

Lì sorge il Tarboche, il palo sacro, l’asse cosmico. 

Non si scala la montagna. 

Si resta in basso, perché l’innalzamento è dentro.


Tarboche in ghematria:

249 → 15 → 6

432 → 9

72 → 9

Somma: 6+9+9 = 24 → 6. 

Ancora il 6, il gancio. 

Ancora il palo verticale che punta al Nord, la porta degli dèi, l’Orsa Maggiore come ponte verso Aldebaran.

Se il palo è inclinato, il Tibet cade. Così l’anima. 

Se la colonna vertebrale (la torre interiore) vacilla, si spezza la connessione tra terra e cielo.

Ayin e la Torre sono profondamente collegate. 

Ayin non è l’occhio che guarda. 

È l’occhio che attraversa.

La Torre non è il crollo. 

È la folgore che rende vero ciò che era falso.

Domani, plenilunio in Scorpione, questa folgore scende nel liquido amniotico dello Scorpione, non per distruggere, ma per rompere l’involucro.

Come il seme che marcisce nella terra umida per germogliare.

Come il Buddha sotto l’albero del Bodhi, che non ascese, ma spaccò.

La Torre è la placenta che si lacera.

La nascita è sempre una fine.

Beltane non è solo la festa del fuoco. 

È il matrimonio ierogamico tra due polarità che mai furono separate. 

Il Toro (terra, Venere, femminile) accoglie lo Scorpione (acqua, Plutone, morte rigeneratrice).

Il falò di nove legni (Teth, il serpente, il grembo) brucia senza consumare.

Il Maypole, il palo fallico, affonda in realtà nella Beth , la casa, il grembo. Asherah. La Regina del Cielo.

Perché ogni verticale nasce da un utero.

Come il Palo Sacro nella valle consacrata al Wesak, ai piedi del monte Kailash. 


Kailash in ghematria:

139 → 13 → 4

366 → 15 → 6

61 → 7

Somma 4+6+7 = 17 → Arcano XVII, La Stella, successiva all'Arcano XVI della Torre. 

Non a caso. 

La Stella è la donna nuda sulle acque, che riversa vita nell’inconscio e nella materia. 

È l’anima che si svuota per riempirsi di cielo.

Aldebaran, l’occhio rosso del Toro, è il terzo occhio della costellazione. 

Da lì, l’energia scende. 

Orsa Maggiore → Aldebaran → Sole → Venere → Luna → Buddha → Cristo.

Non c’è separazione.

Il Cristo è la Luce. 

Il Buddha è la Mano tesa.

E noi, nella valle, siamo la bocca che pronuncia il Verbo (Toro = chakra della gola).

Non siamo arrivati da nessuna parte. 

Viaggiamo.

Ma il panorama, ora, è oltre l’orizzonte.

La Torre è crollata in ognuno di noi, almeno un poco.

E da quelle macerie emerge non un Dio che scende, ma una divinità che risale dall’abisso uterino dello Scorpione.

Siamo noi i Maestri della nostra luce.

Ovunque siamo.

Con gratitudine infinita, sempre.

Buon Wesak. 

Buon Beltane. 

Che la folgore di Ayin sia dolce.

Con infinita gratitudine sempre 


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Wesak






mercoledì, aprile 29, 2026

💛 La simbologia di Beltane in Sardegna

 La Simbologia di Beltane in Sardegna. 

Le Nozze Mistiche del Fuoco Vivificante


Nell’intervallo sottile che scorre tra l’ultimo giorno di aprile e il primo di maggio, si dispiega l’antica ricorrenza pagana di Beltane, corrispondente al nostro Calendimaggio, la quale, nel solco della tradizione celtica, sanciva l’epifania della bella stagione, il risveglio dei sensi dopo il torpore invernale e il ritorno dell’abbondanza. 

I riti consistevano nell’accensione di grandi falò e in danze circolari attorno a un alto palo confitto nel suolo, chiara icona fallica di prosperità e di un erotismo inteso non come mera passione profana, bensì come attivazione di quella energia vitale che gli antichi chiamavano Eros, in ogni sua forma e manifestazione. 

Si celebrava così la festa del «latte e del miele», alimenti cari alle Dee.

Le due solennità che precedevano Beltane, Samhain e Yule, avevano introdotto l’anima in una sorta di incubatio nel ventre della Madre Terra, nel buio uterino ove ciascuno affronta sé stesso, come il Minotauro al centro del labirinto, lungo il cordone ombelicale da ripercorrere a ritroso verso il grembo di una nuova rinascita. 

Qui si sopisce la coscienza profana perché possa fiorire il ricordo della propria origine divina. 

Il Minotauro discende nelle profondità dell’inconscio lunare, per poi purificarlo attraverso il fuoco di Imbolc, la Candelora, là dove l’acqua incontra il fuoco e si libera l’elemento volatile che ascende verso l'alto. 

L'aquila che finalmente spicca il volo. 

È l’elemento cristico dell’Aria, capace di sciogliere il dolore e di rinnovarsi in libertà ritrovate, poiché l’azione del solve è funzionale al coagula del ricompattamento.

Beltane, pertanto, celebra le nozze mistiche tra le due polarità interiori, maschile e femminile, e la sinergia vitale e creativa che scaturisce da tale unione feconda: la Terra, elemento femminile magnetico, viene riscaldata dal calore elettrico maschile. 

È la festa del fuoco vivificante che sposa la prima rugiada del mattino, la cui purezza è capace di lavare e purificare l’anima.

I falò di Beltane venivano accesi con nove specie di legni differenti, considerati sacri: betulla, quercia, sorbo, salice, biancospino, nocciolo, melo, vite e abete. 

Tali legni venivano avvolti con nastri colorati, analogamente a quelli del palo centrale attorno al quale si intrecciava la danza. 

Il numero nove, archetipo Teth, evoca il grembo, il principio femminile, la fertilità. 

Esso risulta anche la somma del 72° (7+2=9) e del 36° (3+6=9), gli angoli interni del triangolo che si apre all’ingresso dei nuraghi e del Pozzo Sacro di Santa Cristina a Paulilatino. 

Tali cifre rimandano ai Numeri Sacri della Creazione, «3/6/9», quell’«universo crea» di tesliana memoria: pura Geometria Sacra.

Durante i festeggiamenti venivano elette la Reginetta di Maggio e il suo sposo, il Re della Foresta o Green Man. 

Giovane e fertile, ella rappresentava la Dea fecondata dal Dio, il vigore maschile portatore di abbondanza per l’intera comunità. Alla Reginetta spettava l’onore di accendere il Fuoco di Beltane, custodito con scrupolosa cura per i due giorni di riti. 

Uniti dal fuoco, la coppia diventava Sommo Sacerdote e Papessa, e danzava a zig zag dentro e fuori il cerchio, intrecciando nastri colorati attorno al Maypole: gli uomini in senso orario, le donne in senso antiorario. 

La donna rappresenta il polo negativo, magnetico, l’antimateria, il «buco nero» da cui tutto origina. L’uomo, il polo positivo, elettrico.

Questo «cantare maggio» sopravvive in Italia in strofe di porta in porta, con melodia affine al canto tipico sardo a "muttetus", a botta e risposta. 

E in Sardegna il passaggio è talmente sentito da essere stato sacralizzato e anticipato, con una profonda correlazione, in un’altra manifestazione cultuale di straordinaria importanza, la Sartiglia di Oristano, storica giostra equestre legata al Carnevale, programmata tradizionalmente l'ultima domenica e il martedì grasso, che ha come protagonista "Sa pippia de Maju", la "bambina di maggio", attestata per iscritto sin dal Cinquecento, le cui radici affondano nella notte dei tempi, inglobate nel Carnevale sardo che celebra la purificazione e la divinizzazione dell’umano. 

La Sartiglia si replica anche a Ferragosto a Torregrande, con la «Sartiglietta» per l’Assunta. 

La figura centrale, Su Componidori, è un essere sacralizzato che, dopo la vestizione, non può toccare terra con i piedi. 

Il suo compito è infilzare la stella a sei punte durante la corsa a cavallo, donando così simbolicamente la fecondità dei raccolti alla comunità. 

La stella a sei punte indica l’unione del Maschile e del Femminile, che si congiungono proprio per Beltane.

Il momento culminante è la benedizione con Sa Pippia de Maju , la «bambina di maggio», chiara figura della fanciulla pura di Beltane, divenuta Papessa insieme al suo Green Man. 

Questo scettro, formato da un doppio mazzo di viole mammole incastonato su una fascina di pervinche (la pervinca, simbolo della divinità dell’acqua Maimone, molto sentita in Sardegna), tenute insieme da un nastro verde, che rappresenta l'energia del maschile che dà forma al femminile, rappresenta la rigenerazione della natura, la fine dell’inverno e l’arrivo del sole fertilizzante. 

In un documento di fine Ottocento, custodito dai Gremi, si trova traccia di un compenso offerto alla bambina che portava sa Pippia de Maju a Su Componidori.

Il mazzolino di viole mammole riproduce la medesima forma del Vajra indiano e di quel simbolo che nel Menhir di Laconi è detto «doppio pugnale». 

In esso si intravede una H mercuriale che unisce i due opposti. 

Il sopra e il sotto, la vita e la morte, il maschile e il femminile. 

Il colore viola delle viole indica spiritualità. 

Nelle mani di un essere divinizzato come Su Componidori, diviene strumento di benedizione propiziatoria. 

Il prof. Dedola fa risalire Maju all’accadico Mahhu («sciamano, folle»). 

Lo Sciamano Sacro, l’uccello del tuono, colui che evoca vento, tuoni e fulmini, figura compatibile con Su Componidori come sciamano-demiurgo che crea abbondanza. 

Quanto a pippia, l’origine è dall’accadico pi-pium, «sorgente». La viola mammola è il Femminile, la pervinca il Maschile (il Dio Maimone della pioggia), uniti sinergicamente per generare fertilità. 

Sa Pippia de Majo è il grembo uterino, il calice, il Sacro Graal della vita. 

Un doppio calice, che ritroviamo verticalmente nell’iniziale della stessa parola Beltane, la B, secondo archetipo Beth, funzione contenitore, archetipo femminile: la casa di Dio, la Donna e Madre dove il Padre Divino (Aleph, il primo archetipo) si manifesta. 

Betilo, Beth-El, "casa di Dio" . 

La Donna è colei che dà la Forma. Iside restaura Osiride smembrato e genera Horus, l’Oro. 

È la manifestazione del Divino nella materia, la Sophia, il Sacro Femminino rappresentato negli Arcani Maggiori dalla Papessa, dalla Gran Sacerdotessa che possiede le chiavi iniziatiche della conoscenza. 

Anche certe doppie porte delle Domus de Janas (come quella di Putifigari, S’Incantu) sembrano una B. 

Nelle Rune, Bjarka rappresenta il potere nutritivo di generare la vita: due triangolini vicini, che appaiono anche nei petroglifi delle Domus de Janas Corongiu a Pimentel.

(https://maldalchimia.blogspot.com/2025/10/spirali-domus-de-janas-corongiu.html?m=0) 

 Nascita, morte, rinascita possono avvenire solo in un grembo femminile. 

Si parte da Beth e a lei si ritorna. Sacra quanto Aleph, il Dio creatore, la cui grafia è la testa del Toro.

Beltane. 

Bel-tane, 

Bal / Baal, il toro fecondante. Astronomicamente, Beltane si verifica quando il Sole si trova al quindicesimo grado del Toro, tra il 30 aprile e il 5 maggio, in corrispondenza della levata eliaca di Aldebaran (Alpha Taurus). Aldebaran è l’ultima tappa della via della rinascita dopo la morte lungo l’asse Sirio / Cintura di Orione / Aldebaran (Toro-Iadi-Pleiadi) sulla Via Lattea, percorso segnato come una Y dal «corno sinistro più corto», i Torelli dei nuraghi, ierofania della divinità YHW, così presente nell’antica civiltà sarda.

(https://maldalchimia.blogspot.com/2021/03/la-y-taurina-di-ascensione-lungo-la-via.html?m=0) 

È straordinaria la continuità tra gli antichi riti di Beltane e la Sartiglia, che resta pur sempre un rito di fuoco con valenze propiziatorie e apotropaiche, ove l’unione sacra avviene dopo la purificazione.

Il primo maggio in Sardegna si celebra anche Sant’Efisio (nome del Gigante di Mont’e Prama, Efis), colui che reca il simbolo esagonale degli Architetti Divini. 

L’esagono è fiore della vita a sei petali (come la maschera dei Boes), stella a sei punte (come nella Sartiglia), cubito reale, parametro architettonico di Geometria Sacra. 

La complessa cerimonia onora il patrono di Cagliari, con l’investitura dell’Alter Nos, la processione a piedi sino alla chiesa di Nora (oltre sessanta chilometri) e il ritorno. 

Nora, letto al contrario, diviene Aron/ Aronne, fratello di Mosè, iniziato. 

I Giganti sono depositari della parola divina YHW, come mostrano i sigilli di Tzricotu, prime tavole della Legge, prime dieci Sephiroth, dieci solchi come dieci comandamenti. 

I Giudici (onde i Giudicati) sono gli Ebrei che parlavano aramaico, e il simbolo della tribù di Dan (Dalet e Nun) significa «giudicare». 

A Nora, per l’Assunta del 15 agosto, la processione si svolge in mare a celebrare il Sacro Femminino. Anticamente anche la processione di Sant’Efisio si svolgeva in mare per onorare le antiche Dee Madri sumere e mesopotamiche, Ishtar, Inanna. 

Il palo Asherah , scoperto in scavi in Giudea, era un palo sacro eretto nei luoghi di culto cananei per onorare la dea madre ugaritica Asherah (Asertu), consorte di El, Baal, YHWH. 

Sono gli stessi pali che oggi vediamo addobbati di nastri per Beltane, di cui c'è traccia anche nei nostri bronzetti sardi, come sinergia del Mascolino e del Femminino 

(https://maldalchimia.blogspot.com/2025/06/bronzetto-ofiotauro-palo-asherah.html?m=0) 

Un YHWH con una consorte, la regina del cielo, accanto ai quali venivano sempre piantati pali santi. 

Questa tradizione sopravvive in Sardegna nei Candelieri di Sassari (la Faradda, discesa dei grandi ceri lignei con nastri colorati, la notte del 14 agosto per la Madonna dell’Assunta), e nei betili conficcati nel terreno, segno della sinergia maschile e femminile per la creazione. 

Ogni particolare è connesso a un altro. 

Continuità simbolica e concettuale lega gli elementi attraverso i secoli fino a noi. 

Laddove sussiste tale continuità anche tra culture apparentemente distanti, essa testimonia che siamo Matrice capace di sopravvivere alle diversità. 

Beltane celebra la sinergia del Mascolino e del Femminino uniti per la Creazione, e l’Antica Civiltà Sarda la manifesta in ogni più piccolo aspetto, quale riflesso di una Sacra Armonia che ancora oggi incanta.

Simbologie approfondite nei miei tanti scritti a riguardo e riprese e approfondite nelle mie tre pubblicazioni editoriali 


"Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna" 

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"Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l'Ordine"

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"Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna" 

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La simbologia di Beltane in Sardegna











Tiziana Fenu 

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💙 Maggio /Maia/Mercurio (libro)

 Si schiude la porta del Mese di Maggio. 

Ecco che la Ruota celeste volge il suo raggio sul tempo delle rose, sulla stagione consacrata al Sacro Femminino. 

È il regno di Maia, la Nutrice cosmica, colei che nel suo grembo silente accolse il seme divino e generò Mercurio, il messaggero alato. 

Mercurio, ermafrodito splendente, è il Custode delle due polarità. 

In lui, il Femminino si fa architrave e scrigno della potenza trasmutante, fondamento del Tempio. 

Del nostro tempio interiore. 

Le sue ali, che solcano l’etere, non sono che l’eco visibile di una coda astrale di atomi di sodio, spazzati via dal vento del sole. Esse narrano l’elevazione dell’anima che, attraverso l’Opus, si fa leggera. E affondano le radici nel volo silenzioso delle prime Dee Uccello, le Custodi del Primordiale, Signore delle due polarità e Guardiane della Soglia, Psicopompe che guidano lo spirito oltre il velo. Per questo, ai piedi di Mercurio, giace spesso la pietra cubica, altro simbolo del Femminino, fondamento stabile su cui poggia l’instabile volo. 

Questo Femminino, in maggio, s’incarna nella forza tellurica del Toro. 

Le sue corna sono una falce di luna, un grembo che accoglie e gesta le due polarità della creazione. 

Hathor, la Vacca Sacra, porta tra le corna il disco solare, Amon-Ra, la forza ignea che feconda. 

Ed è Iside, è Maria, è Rea, è Cibele

Epifanie infinite della Forma senza forma, che può assumere ogni sembianza perché è Madre Terra, Madre Luna, l’energia divina che si manifesta nel creato. 

La Forma è messaggio. 

E il nome stesso di Hermes, da hermeneus, l’interprete, lo rivela. 

Egli è il Logos, la Parola che dà forma al pensiero divino, l’oratore che plasma i mondi col Verbo. 

A lui si deve il Fuoco, la lira dalle sette corde, scala musicale della kundalini, intreccio delle due polarità, e l’alfabeto, i numeri, la decodifica della Geometria Sacra. 

Il suo numero è il quattro, che è la croce, sono i quattro elementi, i quattro punti cardinali, il quadrato della Terra. 

Il suo sacrificio è l’ariete, l’agnello, il gallo, che nascono dalla Madre, da Maia, da Maria. 

La nostra colonna vertebrale, l’Archetipo Vav, è la colonna del Tempio. 

Non sorregge solo il corpo fisico, ma, resa eretta dalla coscienza, è il canale per le forze che ascendono. Le acque del sesso, la colonna vertebrale e la mente. 

In alchimia, tutto è governato da Mercurio. Tutto è Mercuriale.

Mercurio.

Maia.

Maggio.

Mem, la tredicesima lettera, le Sacre Acque Madri Cosmiche.

Maia.

Gaia.

Mgd.

Maddalena.

Il Sacro Femminino.

L’amigdala, che danza con la pineale.

Tutte iniziano per M, perché M è il suono dell’Acqua primordiale, il mare magnum della creazione. Sono le acque creatrici e purificatrici, il bagno di rinascita dove avviene la trasmutazione. 

La dimensione ermetica, dalla radice di Hermes, è una dimensione di custodia. 

Come il grembo femminile. 

La dimensione specifica della Madre Maia. 

“Chiuso ermeticamente” significa non disperdere il soffio vitale, conservare l’energia sacra, le forze di Yesod, il Fondamento, la Nona Sephirah. 

È la Papessa, la Luna, Iside, Maia. Preservare l’energia perché, nel silenzio del tempio interiore, essa costruisca. 

È il Verbo stesso che, custodito, svela le sue profondità, le sue verità. 

Il silenzio eloquente. 

Un portale che si schiude a nuove conoscenze per chi sa attendere e preservare. 

L’Intelletto creatore, capace di cogliere oltre il velo di Iside. 

Ecco la Papessa, l’Arcano II, seduta tra le due colonne, Jakin e Boaz, Rossa e Azzurra. 

La rossa è Zolfo, Fuoco, il Mascolino. 

L’azzurra è Aria, l’afflato divino che prende forma, è Mercurio. 

Azzurro come il manto della Papessa, come i manti delle Madonne. 

È il colore della spiritualità che lei riflette, come in uno specchio d’acqua lunare, per offrire i raggi del sole all’iniziato, attraverso l’intelletto superiore, l’intuizione. Yesod, il Fondamento, la Luna, la luce riflessa, l’energia creatrice, il doppio, i ricordi dell’Akasha. 

Maia è una delle Pleiadi, figlia di Atlante. 

E le Pleiadi dimorano nel cuore della Costellazione del Toro, il cui centro è Alcione. 

Il nostro sistema solare, settimo sole, ruota attorno ad Alcione. Ecco perché il Toro ha un significato così profondo per la Terra e per tutti i pianeti di questo sistema. 

Il toro Apis era venerato in Egitto perché da quella costellazione provengono le forze che animano il nostro mondo. 

Noi le apparteniamo. 

La tauromachia era un rito in onore di Poseidone-Nettuno. 

E nell’astrologia del corpo, la ghiandola pineale è governata da Nettuno, che controlla lo sviluppo delle gonadi, legate all’acqua, alle acque della creazione. 

Poseidone, nel microcosmo umano, governa le acque dove nuota il pesce alchemico. 

Il seme, lo sperma e l’ovulo, sintetizzati nel sangue. Nell’elemento terra del Toro. 

Il toro, ad Atlantide, era il simbolo della forza animale che l’iniziato deve controllare per risvegliare la pineale. 

Il mito narra di Minosse e del toro bianco che Poseidone fece sorgere dalla schiuma dell’oceano. 

Il toro bianco è l’uso retto dell’energia creatrice. 

Ad Atlantide, lo domavano con maestria, intrecciando corde, per poi liberarlo al termine del rito. Della corrida odierna, rimane un’eco profanata di quell’antica memoria. 

Eppure, ancor oggi, il torero s’inginocchia davanti alla Divina Madre, invocando la forza per combattere la bestia. 

Sa che quel toro scorre nel sangue di tutti i figli della Terra, e solo Lei può trasformare quel sangue venoso in sangue ossigenato, attraverso la trasmutazione. 

Ecco perché il simbolo della vacca divina assume forme molteplici. Quando il torero entra nell’arena, il mantello che sventola davanti al toro è l’emblema di Maia. 

Controlla l’animale, lo doma, perché lui è un Maestro e l’animale non lo spaventa più. 

Nella sua mano, la spada, simbolo della colonna vertebrale, l’energia del Maestro. 

La spada che potrebbe uccidere il toro. 

Ma il toro va domato, non ucciso. La sua energia è l’energia stessa della trasmutazione. 

Egli governa il mese di maggio, cedendo poi il passo ai Gemelli. 

Se l’iniziato doma l’energia del Toro, allora varca la soglia della dimensione dei Gemelli Divini. 

È l’Opus alchemico, mercuriale. Uccidere il toro era sacrilegio. 

Gli antichi lo sapevano, e per questo adoravano il toro Apis, simbolo dello Spirito Santo, sposo della Vacca Divina, la Madre. 

Il loro figlio era il vitello, il cui nome era Horus. 

Si scrive Horus, si pronuncia Aurus. 

E quando vi si aggiunge la croce del Tau, il sigillo dell’opera, il risultato è T-Aurus. 

Il Toro governa la gola, la Sephirah di Daath, la Gnosi. 

“In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio.” 

La T-Aurus, Horus con il Tau, è il Logos divino. 

La sinergia delle due polarità che divengono Oro alchemico. 

Questo è il mistero dei Misteri Taurini, oggi perduto per la maggior parte degli uomini. 

Tutto è connesso. 

Maia, il cui nome significa “madre, nutrice”, dea della fecondità, compagna di Vulcano. 

A Roma, il flamine Vulcanale, l’accenditore del fuoco sacrificale, offriva un sacrificio a Maia il primo maggio. 

Maia dea del fuoco, della fertilità e del calore vitale, annunciava la primavera. 

E il maiale, sacrificato per propiziare l’abbondanza, era simbolo di Maia-le, Maia, Mater, Maius. 

Maggio è anche l’albero che fiorisce in questo mese, l’albero di Maia, la portatrice di doni. 

È l’Albero della Cuccagna di Beltane, con i suoi nastri colorati che intrecciano il Maschile e il Femminile in una danza che emula la creazione, l’incontro sacro. 

Non si può dunque rendere omaggio a Maia, da cui maggio trae il nome, senza onorare il figlio Mercurio e la simbologia del Toro, di cui le Pleiadi sono stelle. 

Tutto è meravigliosamente connesso, e la mitologia non è mai solo favola antica, ma metallinguaggio, cifra di conoscenze gnostiche, di trasmutazione e alchimia, a cui non siamo più abituati. 

Maggio si inaugura con Beltane. Con i carri adorni per la sagra di Sant’Efisio, che sfilano solenni. Con le corna dei buoi, unite da ornamenti nuziali, quasi a simboleggiare l’unione alchemica delle due polarità, come da sempre insegna il simbolismo delle corna. 

Una simbologia taurina e uterina, veicolo di energia creatrice, di cui la Sardegna è eccelsa custode. 

E il numero cinque, che appartiene a maggio, è la vibrazione del chakra della gola, Vishudda, in misteriosa correlazione con l’apparato riproduttivo femminile. Il cinque, numero di Venere, che governa il Toro, custodisce in sé la doppia polarità. 

È il Sacro Archetipo Ebraico He’, la finestra, la funzione Vita. 

Non a caso.


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Tratto dal mio libro 

"Maldalchimia. Di Ombre e Luminescenze" Volume II 

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Maggio /Maia/Mercurio ( libro)






💙 Beltane eclissi d'amore( libro)

 Beltane, eclissi d’amore. 

Il velo tra i mondi si assottiglia e il respiro del cosmo sospende il suo corso perché due anime possano incontrarsi nel punto esatto in cui la luce si fa carne e l'ombra si fa grembo.

Tra il cadere e il volare, là dove il tempo perde il suo nome e lo spazio si ripiega su se stesso come una fiamma che danza nell'olio sacro, là si compie il mistero. 

Non cercare altrove la vertigine che cerchi.

Se ti sembra di non aver mai ricevuto abbastanza, se il tuo calice interiore ti appare vuoto anche quando trabocca, sappi che nessuna vertigine al mondo potrà mai donarsi a te. 

Perché la vertigine autentica non si prova stando ritti sull'orlo sottile delle proprie certezze, né si assapora nel vano tentativo di controllare il confine tra ciò che sei e ciò che mostri di essere.

La vertigine si svela solo quando, finalmente, molli la presa su tutto ciò che credevi di dover trattenere.

Quando ogni passo che compi è un ardire sospeso, un equilibrio miracoloso e precario tra il cadere, dolce abbandono nelle braccia del nulla, e il volare, ascensione verso quel fuoco che ti chiama da sempre. 

E ciò che ti sostiene, ciò che davvero ti erge al di sopra delle sabbie mobili che senti vibrare sotto i piedi, non è la forza ostentata del guerriero, ma l'ebbrezza indicibile di quell'emozione vorticosa che ti attraversa come un fulmine silenzioso.

Essa passa attraverso un tono di voce che non avevi mai udito prima, si cela in una parola scelta piuttosto che un'altra, e in quella scelta si gioca il destino di un universo. 

Abita un silenzio rarefatto, così denso da farsi quasi tangibile, che fiorisce in mezzo a mille parole non rivelate, a mille segreti sepolti nel profondo della terra che siamo.

Perché rivelazione, è questo. 

Tirare giù un velo dopo l'altro dal tempio del proprio essere. 

È, nell'incertezza più radicale del passo, nell'oscillazione che precede il baratro o l'ascensione, rivelarti la mia fragilità. 

Sì, proprio quella. 

E la mia vulnerabilità, nuda e tremante, di un procedere che ha rinunciato a ogni appiglio, a ogni ancora di salvezza.

È un incedere piegato, quasi spezzato, destabilizzato dalla forza tremenda e gentile di quelle braccia, le tue, nelle quali ho cercato, con la disperazione di chi annega e la fiducia di chi rinasce, protezione e ristoro. 

Due colonne possenti, erette al confine tra la terra e il cielo, che potessero reggere questo mio firmamento di incertezze. 

Questo cielo basso e gravido di una dimensione che non sento mia, che mi è estranea e ostile, se tu non mi sorridi. 

Se il tuo sguardo non fa da ponte tra me e l'abisso.

Se non hai mai percepito, nel profondo delle tue viscere, questa vertigine del mio smarrimento che trovava pace solo nello specchio dei tuoi occhi, proprio mentre mi stringevi a te come si stringe l'unica cosa vera. 

Se non mi hai sentita vacillare, in quel tremito appena accennato, mentre, con un atto di abbandono supremo, ti lasciavo varcare le soglie più recondite delle mie vulnerabilità, allora significa che non sei mai arrivato veramente dentro di me.

Significa che sei rimasto sulla soglia, in atteggiamento di attesa, forse timoroso, forse solo spettatore. 

Sulla soglia, mentre io, nel silenzio del tuo petto, ti morivo tra le braccia. 

E in quello stesso istante, in quel medesimo punto di non ritorno, risorgevo, come la fenice dal suo rogo, ad ogni tuo bacio. 

Ad ogni tua carezza che tracciava su di me i sentieri dell' eterno. 

Ad ogni tuo «Amore», sussurrato come una formula sacra, che mi temprava, che mi forgiava come lama affilata  una lama che non ferisce, ma che fende con gioia lo spazio e il tempo, che squarcia il tessuto del quotidiano per essere, finalmente, con te, nel momento esatto e perfetto in cui tu, per me, sei Amore.

Se non sei riuscito a perderti, a smarrirti con gioia in quella vertigine della mia vulnerabilità che ti si offriva come unico scrigno. 

Se non sei riuscito a fermare la tua corsa, a fare silenzio dentro di te, e ad abbracciare quella fragilità come il Dono più prezioso, l'unico che abbia sempre voluto offrirti fin dall'inizio dei tempi, allora, ti prego, vai.

Non c'è bisogno che tu rimanga. Non sono brava, forse, a farti smarrire tra le mie cosce, su quel sentiero già tracciato da molti. 

No. 

Io ti faccio smarrire altrove. 

Ti conduco in quel luogo oscuro e luminoso dove ho paura di perdermi anch'io. 

Nel cuore del labirinto. 

E se in quel cammino cerco la tua mano, se la mia cerca la tua nell'incertezza del passo, non è per debolezza. 

È per condividere il tremore.

È perché non ho altro, assolutamente altro, da offrirti che non sia già consumato e vano. 

Non ho ricchezze, non ho certezze, non ho muri. 

Ho solo questo. 

La mia vulnerabilità, esposta come un altare. 

E il mio amore, fiamma ostinata e purissima, che nel volere sempre, e nonostante tutto, le tue braccia calde a sostenermi e a proteggermi, trova la sua unica, possibile, eterna ragione. Specialmente quando, nel donarmi a te, mi perdo. 

E in quello smarrimento, finalmente, mi ritrovo.


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Tratto dal mio libro

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