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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

domenica, marzo 29, 2026

💙 Fai come il lanciatore di coltelli ( libro)

 Fai come il lanciatore di coltelli, che tira intorno al corpo. 

Scrivi amore senza nominarlo, la precisione sta nell’evitare. 

Distraiti dal vocabolo solenne, già abbuffato. 

Punta al bordo. 

Costeggia. 

Il lanciatore di coltelli tocca da lontano. 

L’errore è di raggiungere il bersaglio, la grazia è di mancarlo.

Il lanciatore di coltelli danza con l'ombra del pericolo. 

La sua arte non è l’uccisione, ma la carezza che sfiora senza ferire, il sibilo che traccia un confine invisibile tra la vita e la sua sospensione. 

Ogni lama che vola è una promessa non mantenuta, un giuramento che si infrange un millimetro prima della pelle. 

Non affonda mai il colpo letale, perché il suo trionfo è nell’eternare l'attimo, nel prolungare il brivido di ciò che potrebbe accadere e che mai accadrà. 

Finirebbe lo spettacolo, e con esso, il sogno.

Ma l'amore non è uno spettacolo. Non esige spettatori plaudenti, né sipari che si chiudono su un abbraccio di maniera. 

L'amore è una vertigine che si consuma nell'intimità di due solitudini che si riconoscono, un patto sigillato nel silenzio, non nella luce accecante del palco. Esistono anime che si adagiano, con voluttà quasi sacrilega, in questa dimensione di confine, di limbo sottile tra il desiderio e il suo compimento. 

Trovano un'appagamento più sottile, più raffinato, nello sfiorarsi perpetuo, nel non varcare mai la soglia. 

Mandano avanti lo spettacolo innumerevoli volte, ingranaggi perfetti di una giostra che gira a vuoto, cullati dal brivido del "detto/non detto", dall'alludere senza possedere, dal fare e disfare con la grazia di un architetto di ragnatele.

Costeggiano i bordi come funamboli che temono la solidità della terra più del vuoto. Mantengono alta quella vibrazione, quella tensione erotica, "erotica" nel senso più autentico, quello che attinge alla spinta vitale, all'eros primigenio che muove il mondo, l'arte raffinata di alludere a un nucleo incandescente che non vogliono veder precipitare dalla ruota che gira. 

Sempre sulla giostra dei possibili, sempre sul crinale dell'illusione. Ma pur sempre sul crinale. 

Mai nella materia.

Eppure, il vero brivido, l'autentica emozione, non dimora nell'aria rarefatta delle possibilità. 

Essa esige l'incarnazione. 

Esige la materia. 

Emo-zione. 

Non è un caso che la parola stessa porti in grembo il sangue, “emo”, il principio vitale che scorre e pulsa. L'azione che si fa sangue, che diventa carne, che trasforma l'idea in presenza. 

Restare nella Dimensione di confine, nel regno delle ombre proiettate sul muro della caverna, non è di per sé né edificante né svilente. È una scelta, una postura dell'anima.


Mentre scrivevo, ho pensato che si comportano così, i narcisisti. 

Sì, anche loro. 

Prigionieri di un riflesso, amanti di un'immagine che non può ferire perché non può amare. 

Ma lo fanno anche coloro che sono stati marchiati a fuoco dall'amore, che ne hanno bevuto il calice avvelenato fino all'ultima stilla di fiele. 

Il vocabolo stesso, "amore", è per loro una parola nauseabonda, profanata, svuotata di senso da chi l'ha sussurrata come un inganno. Lo fanno coloro che hanno imparato a diffidare della sostanza e si sono fatti poeti dell'alone.

E penso anche a chi, invece, questo concetto l'ha sublimato in una dimensione quasi mistica, elevandolo a rito, a magia. 

Costoro tengono l'amore in un'icona d'oro, in una teca di purezza, nella perfezione inarrivabile del tiro, nella grazia immacolata del gesto. 

E allora costeggiano i bordi, ma per dilatare i confini del dicibile, per tracciare cerchi concentrici di parole scritte, di emozioni narrate, di storie dentro le storie che alludono all'indicibile senza mai nominarlo.

A volte, semplicemente, questa "grazia che si ha nell'evitarlo" non è solo armonia formale, equilibrio estetico. 

È Grazia divina, discendente, una forma inconscia di autoprotezione, un diaframma che l'anima oppone per non ricevere un solo grammo in più di sofferenza. 

È il sesto senso di chi ha già toccato il fondo e sa che ogni passo oltre quella linea sottile potrebbe essere l'ultimo. 

Per alcuni, il lieve assaggio sazia più del pasto completo. L'indigestione, troppe volte patita, ha insegnato a riconoscere la nausea prima ancora di portare il cibo alle labbra.

L'amore, quello vero, quello che chiede di essere nominato anche solo con un tremito, richiede Presenza. 

Richiede reciprocità. 

Ed è qui che la metafora del lanciatore rivela il suo inganno. Nello spettacolo del lanciatore di coltelli non vi è vero incontro. 

Vi è un dislivello incolmabile. 

Uno subisce, l'altro agisce. 

Uno offre il suo corpo come perimetro del gioco, l'altro disegna nell'aria il proprio potere assoluto. Uno si fida ciecamente dell'altro. L'altro si fida solo di se stesso, della propria mano, del proprio occhio infallibile. 

Altrimenti finirebbe lo spettacolo. Il suo spettacolo.

Lo snodo cruciale che esemplifica il paradosso dell'amore è proprio qui, in questo squilibrio che deve farsi danza paritaria. 

Per amare, per imparare a spogliarsi dell'armatura, devi fidarti dell'altro più di quanto ti fidi di te stesso. 

Devi consegnargli i coltelli, invertire i ruoli, accettare di diventare tu il bersaglio, senza la certezza che la sua mira sia altrettanto precisa. 

Devi rinunciare al controllo, alla calcolatrice delle angolazioni, alla geometria della distanza di sicurezza. 

L'amore non ha nulla a che vedere con la logica.

Ma per proteggere il cuore, sì, la logica del lanciatore funziona alla grande. 

Tiene a bada il mostro, impedisce alla ferita di riaprirsi. 

E così lo spettacolo, la finzione ben oleata, continua. 

Mettiamo in scena quel che realmente siamo. 

Non il nostro coraggio di amare, ma le nostre più intime, segrete paure. 

Quelle che solo l'amore, con la sua forza di gravità spietata e salvifica, potrebbe davvero, intimamente, sanare.


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Tratto dal mio libro 

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💙 Giuda l'Appeso (libro)

  


Giuda l'Appeso. 


In quel tempo senza tempo, nel luogo che è ogni luogo e nessuno, si compie il Mistero che tesse la trama della Luce e dell'Ombra. 

Il tradimento di Giuda non è cicatrice sulla pelle del mondo, ma sutura sacra, cucita dalle dita stesse del Destino, affinché il Verbo possa scendersi e ricomporsi in una gloria più alta. 

È la chiave di volta nell’architettura del Piano Divino, l'istante in cui l'umano si fa tramite per lo stratificarsi dell'eterno. 

Yoshua, il cui nome vibra come un sigillo di fuoco nell'aria immobile del Getsemani, posa lo sguardo su di lui e lo chiama "amico". 

Non rimprovero, non paura. 

Solo l'intimità cosmica di due anime che hanno pattuito prima che il mondo fosse. 

Gli sussurra di affrettare ciò che è scritto, di compiere il gesto che spezzerà la crosta della storia. 

E nessuno dei Dodici intende il linguaggio di quella soglia. Nessuno, tranne Lei. Maria Maddalena, l'Apostola che amava, la Tredicesima. 

Colei che custodiva nel grembo dell'anima il segreto del femminile che non muore. 

Ella incarna l'Archetipo Sacro della Mem ebraica, la Madre Divina, ancestrale e cosmica, acque primordiali che contengono ogni germe di vita e di dissoluzione. 

In Lei, la vita e la morte danzano lo stesso passo, perché è Madre anche dell'istante in cui tutto finisce per ricominciare. 

Il suo numero è il 13, lo stesso dell'Arcano senza nome, la Morte. Non fine, ma soglia. 

Non termine, ma trasmutazione. Tredici sono le Lune dell'anno che riconcilia i tempi. 

Tredici è il ciclo che armonizza il Sole e la Luna, il maschile e il femminile, in un abbraccio che dura diciannove anni, il ciclo di Metone, eredità dei Caldei e dei saggi di Babele. 

In quel giro di cieli, le fasi lunari tornano a baciare le stesse date solari. Il tempo si fa anello, e l'umano intravede l'eterno. 

Nella mia terra di Sardegna, tra pietre antiche come il respiro del mondo, sorge un altare dedicato a questa Tredicesima Luna, ad Oschiri. 

Non altare di parto, ma di coesione perfetta. 

Sposa e sposo, cielo e terra, luce argentea e fuoco d'oro. 

Simbologia che si incarna piena nel Cristo e nella sua amata, due volti di un'unica verità. Maria Maddalena, come le antiche deità scese dal mito, Ishtar, Inanna, Astarte, Afrodite Venere, è la Sacerdotessa-Moglie, colei attraverso cui la kundalini si desta, la Shekinah scende ad abitare la carne. 

È la potenza del Mercurio filosofale, il cui nome affonda nella radice "mer", mare, come Mer, come Mar. 

E "curius" o "curia", il nunzio, il messaggero. Mercurio è dunque il messaggero del mare, l'argento vivo che scorre liquido tra i metalli, principio umido della Grande Opera. 

È lo spazio della Madre, quel grembo alchemico che a Pietro è precluso. 

Pietro resta ancorato alla pietra, alla cattedra che non vola, alle fondamenta che non trasumanano. 

E della trasmutazione, prova invidia. Invidia che Giuda ignora. Lui, il più illuminato, colui che Yoshua stesso chiama a raccolta nel segreto. 

Lo sollecita al distacco, a vedere da un'altra prospettiva. "Sei pronto a tradirmi?" chiede il Maestro. 

E Giuda: "Perché io?". 

Risponde la Voce: "Perché gli altri non hanno la tua forza. Tu farai in modo che l'uomo in me sia sacrificato, perché il Verbo si mostri nudo e vittorioso sulla carne". 

Questo è il cardine dell'Universo che gira su se stesso. 

Giuda sostiene l'onta, beve il calice dell'infamia, perché l'amore più alto si compia. 

Il tradimento è insito in ogni amore che osi toccare il divino. 

Tra loro, tra Yoshua e Giuda, correva un amore grandissimo, una fiducia che sapeva il rischio, e lo accoglieva. 

L'opera voleva l'ombra come la luce, voleva il sacrificio dell'Apostolo prediletto, e non era Pietro, che pur tre volte negò prima del gallo, ma non se ne dolse mai fino in fondo. Giuda sì, lui sostenne il peso di un ruolo troppo grande, sociale, antropologico, escatologico. 

Tentò di restituire i danari, e poi si tolse la vita. 

Perché l'anima, a volte, non regge la grandezza del compito che le è stato affidato. 

Guardiamo nel profondo. Giuda porta il segno dello Scorpione. 

Dopo la Bilancia di Maddalena-Giovanni nel Cenacolo di Leonardo, ecco lo Scorpione, acque profonde e tenebrose, il Femminile nella sua potenza misterica e sotterranea. Iside-Selkit, la dea che protegge e punge, che uccide e risana. 

Intimo legame con il Sacro Femminino, sua complementarietà disposta a scendere nelle Ottave Basse, lì dove l'anima si svende per risalire. 

La storia è piena di figure femminili che hanno tradito se stesse e le altre. 

Sono la stessa energia che, degradata, diventa tradimento, ma che, redenta, diventa iniziazione. 

La Chiesa romana ha costruito su Pietro, l'uomo di poca fede, colui che Yoshua chiamava "sa*tana", l'inciampo. 

Ha preferito la pietra al sa*ngue, la successione istituzionale all'eredità di san*gue e di spirito di Yoshua e Maddalena. 

E ha gettato Giuda come primo mattone dell'antis*emitismo. Perché i vangeli, scritti in greco per un pubblico romano, dovevano legittimarsi agli occhi dell'Impero. Meglio accusare Giuda e il suo popolo, piuttosto che i veri crocifissori. 

E così il bacio, che era sigillo di fiducia e di alleanza suprema, divenne marchio di tradimento. 

Eppure, era un eletto, Giuda. 

Un vero erede, insieme alla Maddalena, del testamento alchemico di Yeshua. 

Alleato, complice, colui che mise da parte l'ego perché il Piano si compisse. Poteva rifiutare, ma non lo fece. 

Lui, il più forte. 

Perché solo un forte può sostenere di essere chiamato traditore, sapendo di essere invece il braccio che compie il destino. 

Nel dipinto di Leonardo, la sua mano sinistra è sulla spalla della Maddalena, le dita di lei sfiorano il chakra della Gola, il quinto, Venere, Toro, il femminile già divinizzato dal maschile. 

La mano di Giuda è orizzontale, tagliente come lama, rettilinea come il moto del rettile nelle Ottave Basse. 

Ma nelle Ottave Alte, quel serpente è ciclicità cosmica, energia che sale lungo la spina del mondo. 

Lui agisce nel basso perché l'Alto si manifesti. 

È confinato in un ruolo subdolo ma funzionale. 

È l'Appeso. 

L'Arcano XII dei Tarocchi, l'Appeso. Colui che si sacrifica per ritrovare la misura di sé, la sua Lamed, il valore 12, che sommato dà 3, la Trinità creatrice. 

È l'iniziazione, la morte dell'io, il crollo delle maschere. 

Ma è anche il rischio della cristallizzazione, restare appesi alle proprie credenze, ai ruoli, al poco che si conosce, pur di non spalancare l'abisso che dona nuovi cieli. Io sono continuamente Giuda di me stessa. 

Mi fido di un disegno che non vedo intero. 

Non mando a dire le cose, non mi adatto, non mi conformo. 

Muoio migliaia di volte a me stessa per sentire l'ebbrezza dell'abisso e provare l'emozione del battito d'ali. L'Appeso anticipa la Morte, che è la piattaforma della rinascita, e dunque della trasformazione. 

In ogni microsecondo abbiamo la scelta: fidarci di noi stessi, del divino che già ci abita, della verità che attende solo di emergere. 

I ruoli, le occasioni, le istituzioni sono parentesi di passaggio, non dimore. Siamo esseri in evoluzione, e le uniche alleanze che contano sono quelle che ci fanno emergere. 

Giuda è un'occasione. 

Di elevazione o di distruzione. Bisogna essere in grado di sostenerla. 

È la Lamed, il dodicesimo Archetipo. Una prova, una misura. 

Per testare il nostro valore: 

siamo fedeli al Divino o all'Umano? Quanto siamo pronti a sacrificare? A rendere Sacro, nonostante tutto? L'Appeso si mostra nei fatti, negli eventi, nei protagonisti di questo tempo. Una costante sempre presente. 

Una Lamed il cui valore ghematrico è 30. I trenta denari di Giuda. 

Ogni cosa è simbolo, ogni numero è soglia, ogni gesto è preghiera.

E anche per oggi, tanta roba


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Tratto dal mio libro 

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Giuda l'Appeso( libro)






sabato, marzo 28, 2026

❤️ E questo vento (libro)

 E questo vento


che mi turbina dentro.


Come tra le pareti


di un'insenatura.


Schiuma di mare


mista a parole custodite


tra le valve delle conchiglie.


Parole sussurrate.


Invocate.


Inginocchiate tra i coralli


nei fondali marini.


Quando soffia forte il vento


le sento agitarsi.


Schiantarsi sulle scogliere


dalle mille attese.


Dove l'orizzonte


si fonde con la speranza.


Dove i desideri


stillano rugiada


alle prime luci dell'alba.


Ignari di un' altro giorno


senza sole.


Eppure


il vento vale più di mille soli.


Piu' di mille lune.


Non tramonta.


Non sorge.


Fluisce e disordina.


Arriva a scompigliare


ciò che programmiamo.


L'ovvio.


La certezza.


L' aspettativa.


La staticità


dall' apparente sicurezza.


Ed è così bello


lasciarsi squilibrare.


Assecondare l'oscillare


fino a perdere l'equilibrio


e cadere tra le sue braccia


e tra quelle di chi


nel vento si è perso.


E sentire tante voci e nessuna.


Canti antichi


di appartenenza


A chi,


non importa.


Ne senti il dondolio.


La nenia ipnotica e dolce.


E in questo oscillare


allenti le braccia


chiuse a protezione intorno a te.


E impari ad allargarle.


Distese.


Con i palmi rivolti verso l' alto.


E impari a ricevere.


A farti voce tra le voci.


A non sentirti esule


Nella terra dell'inespresso.


Impari la Presenza


nel non essere di niente e di nessuno


E di essere nel contempo


tutto e niente.


Presenza impalpabile


ma tangibile.


Ossimorica come il vento.


Quando non mi vedi


io sono lì.


Ad agitarti i pensieri.


A farti vacillare


dall' alto delle tue certezze.


A strappare i tuoi candidi panni


esposti al sole.


E a rotolarli nel fango


dei tuoi dubbi.


Vengo a strapparti le vesti


e a vestirti di verità.


Vengo a riportarti


la voce che hai smarrito tra le tante.


A riportarti i tuoi occhi


volati via.


A cercare orizzonti mai esistiti.


Vengo ad amarti.


E a farti perdere


per farti ritrovare.


Tiziana Fenu

©®Diritti intellettuali riservati

Maldalchimia.blogspot.com

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E questo vento (libro)





💙 Comunicare

 La comunicazione è il "legare" per eccellenza. 

Deriva dal latino “com-municare”, che significa letteralmente "mettere in comune", "condividere". 

E nel suo grembo etimologico più profondo, ritroviamo "munus", che è dono, ma anche obbligo, compito, carica sacra. 

Comunicare, dunque, non è mai un atto banale o scontato: è il rito solenne attraverso cui due esseri si scambiano il munus, il dono più prezioso della propria esistenza. 

È l’arte divina di tessere la trama dell’Uno nel molteplici. 

Legare. 

Creare un vincolo che non imprigiona, ma che unisce due sponde, due anime, due universi in un abbraccio che trascende lo spazio e il tempo. 

Se la parola stessa porta inscritta nel suo DNA questa valenza iniziatica del creare legami, essa rivela l’esistenza di un canovaccio immortale, un arazzo cosmico su cui tutti, in potenza, siamo chiamati a ricamare la nostra essenza. 

Quel canovaccio è la Sorgente, il Campo unificato, la Mente di Dio. 

Il sentire e il percepire sulla stessa frequenza non è un dono riservato a pochi eletti, ma la nostra natura più autentica. 

Dipende soltanto da quanti filtri, quante coltri di oblio, quante sovrastrutture, mentali, sociali, speculative, opponiamo a questo fluire sacro. 

Ogni giudizio è una diga, ogni paura è un velo, ogni preconcetto è una prigione. 

Quanto più ci spogliamo di questi artefatti, quanto più ci avviciniamo a un sentire nudo, vergine, scevro da costrutti, tanto più il pensiero si fa scorrevole come acqua di sorgente, si affina, si assottiglia, fino a divenire lama di luce che taglia l’illusione e si ricongiunge all’Essenziale. 

Perché comunicare, in fondo, non è altro che la manifestazione dell’Essenza in Pienezza. 

È il suo respiro, il suo sbocciare nel giardino del relativo. 

Non è un trasferimento di informazioni, ma una trasmutazione di energie. 

Esiste una sola Verità. 

Non quella dogmatica, non quella scritta sui libri, ma quella che vibra nel silenzio tra un battito e l’altro del cuore. 

È una Frequenza precisa, un’armonia perfetta che tiene insieme i mondi. 

Non coglierla, non risuonare con essa, significa essere altrove, significa abitare le propaggini più buie e rarefatte dell’esistenza, dove l’eco muore senza aver incontrato orecchie. 

In questo esilio dalla Fonte, la comunicazione non può rivelare alcun "qualcosa in comune" in senso costruttivo, perché dall’altra parte si spalanca il baratro del vuoto, l’assenza di un’anima che faccia da specchio. 

È il parlare a fantasmi. Non puoi tacitare il mondo, non puoi pretendere ascolto, se il tuo comunicare non è il canto della tua Essenza. 

Le parole, da sole, sono come foglie secche portate dal vento. Frusciano, ma non radicano. 

Solo quando la parola è incarnata, quando è verbo che si fa carne, allora diventa seme. 

L’Essenza ha un linguaggio universale, una grammatica fatta di luce e di silenzio. 

Non conosce le lingue degli uomini, ma parla direttamente al cuore. Unisce, non crea divisioni. Ricompone ciò che è frammentato, ricorda ciò che è dimenticato. 

Perché l’Essenza è pura Energia, è Frequenza. 

È il battito d’ali della farfalla che crea uragani dall’altra parte del mondo. 

Ha modalità infinite di espressione. 

Un sorriso, un’opera d’arte, una carezza, una tempesta. 

Ma tutte queste modalità, per quanto cangianti e multiformi, sono sempre modulate all’interno di un certo range di Frequenza, quello che gli antichi chiamavano il "Suono che crea". 

E solo noi, nel sacrario del nostro libero arbitrio, possiamo decidere in quale frequenza abitare. 

Siamo gli arpisti della nostra anima, e possiamo scegliere se suonare note stonate o accordarci all’orchestra divina. 

Frequenza deriva dal latino “frequentia”, a sua volta da “frequens”, che significa "fitto, denso, affollato, ripetuto". 

Descrive un pulsare continuo, un battito costante, un ritmo che scandisce l’esistenza. 

Frequenza fa rima con Essenza… sarà un caso? Non credo. 

Non è una rima poetica, è una rima ontologica. 

È la chiave che apre la porta della comprensione. 

La nostra essenza si esprime attraverso una specifica frequenza, una densità vibratoria che ci rende fitti di vita, pieni di luce. 

La frequenza è il nerbo della nostra Essenza, la spina dorsale del nostro essere nel mondo. 

È la nostra propagazione energetica verso l’esterno, l’onda che inviamo all’Universo e che, come un boomerang sacro, ci restituisce sempre la nostra stessa immagine. 

Più la manteniamo "pulita", più la distilliamo nelle fiamme della consapevolezza, più "arriveremo" senza distorsioni agli altri. 

Non come un segnale che si perde nel rumore di fondo, ma come una freccia luminosa che trova sempre il suo bersaglio. 

Vogliamo Essere o vogliamo Sembrare? 

Questa è la domanda che apre o chiude i cieli. 

Il Sembrare è la maschera, il gioco delle ombre, la recita stanca su un palcoscenico che crollerà. 

L’Essere è il volto nudo che resiste a tutti i terremoti. 

Io voglio Essere. 

Perché sono un Essere. 

E voglio arrivare ad altri Esseri. 

E consentire che loro arrivino a me. 

Non in un incontro di superficie, ma in una compenetrazione di abissi, in Pienezza e Consapevolezza. 

Voglio che il mio mondo incontri il loro, in uno scambio che arricchisce l’intero cosmo. 

Spesso, troppo spesso, si stabiliscono comunicazioni vuote, che restano nell’ambito informativo, archivistico, meramente mentale. Sono scheletri senza carne, parole senza respiro. Come quei musei di cui, all’uscita, a malapena ricorderemo le didascalie: nomi, date, dati. Hanno riempito la mente, ma non hanno toccato l’anima. 

Se non si crea legame emotivo, se il cuore non viene scosso nella sua quiete, non vi è comunicazione. 

C’è solo trasmissione di dati, archeologia dell’istante. 

Se non vi è Verbo. 

Il Verbo che è suono e silenzio insieme, che è azione creatrice, che è il "Sia la Luce" pronunciato all’alba dei tempi. Declinabile all’infinito delle nostre infinite possibilità. Un Verbo che si regge energeticamente da solo, in risonanza perfetta solo con "ciò che gli è", con ciò che vibra sulla sua stessa corda. 

Come un wormhole tridimensionale che lega due pianeti lontani, che sfidano la legge di gravità, che si cercano attraverso l’immensità del buio e creano, nel loro abbraccio segreto, le danze incantevoli degli Universi. La comunicazione passa attraverso mille fattori, di cui quello più impattante, sensorialmente, è la parola. 

Ma la parola è solo la punta dell’iceberg, la cima visibile di una montagna sommersa. Il non detto, l’implicito, l’intenzione, l’emozione trattenuta, il desiderio inespresso: tutto questo è sotto. 

È la massa profonda e silenziosa che dà senso e direzione a quella piccola punta emersa. 

È in ciò che non si vede, ma si percepisce con i sensi sottili dell’anima, che risiede la verità di ogni scambio. 

Quando siamo nella nostra Pienezza, quando abitiamo il centro del nostro cerchio, espansi oltre i cinque sensi, in quella dimensione che è tridimensionale e multidimensionale insieme, allora possiamo cogliere, assaporare, la vera energia di una comunicazione. 

Non ascoltiamo più con le orecchie, ma con le cellule. Non vediamo più con gli occhi, ma con l’anima. 

Nelle antiche civiltà prediluviane, in quei lembi di tempo sommersi dalle acque dell’oblio, pare che comunicassero attraverso la telepatia, attraverso il contatto diretto delle coscienze. 

Non c’era bisogno di articolare suoni, perché il pensiero era già parola, e la parola era già azione. È già tutto in noi, dormiente, in attesa. 

Quel linguaggio non è perduto, è solo sepolto sotto le macerie dell’ego. E in questi tempi di risveglio, le macerie iniziano a franare. Quest’ultimo periodo, lo sentiamo, lo viviamo sulla pelle e nello spirito, si sta attivando in modo prepotente e maestoso l’energia femminile in particolare. Quella legata all’acqua, alla terra, al vento. 

[...] La Natura parla, e parla con la voce della Dea. 

Io mi sento tempesta insieme a Madre Natura, tanto amo questa manifestazione potente, impietosa, che ti scuote fino al midollo, che ti sveste di ogni certezza per mostrarti l’ossatura della verità. 

Riflettevo sul fatto che certe comunicazioni, intrecci che credevo saldi, hanno perso energia, o forse non ne hanno mai avuta. 

Si sono rivelate per quello che erano: fuochi fatui, dialoghi tra ombre. 

E certe altre, pur nell’essenzialità che rasenta quasi la scarnificazione, una svestizione dolorosa ma necessaria da ogni orpello, mi esondano dal cuore e dai pori. 

Non sono parole, sono linfa. Rilasciano l’impronta, l’imprinting di un sudario, una veste di luce nella quale mi riconosco, nella quale la mia anima si sente a casa. Riconoscerei quelle voci, quella vibrazione, anche se fosse sepolta e conficcata nel centro incandescente della Terra. 

Perché sono la stessa Terra che chiama. 

Sono quelle comunicazioni che ti fanno vibrare come un diapason. Non devi fare nulla, se non stare in ciò che sei. 

Non c’è sforzo, non c’è ricerca. 

C’è solo l’abbandono. E a quel punto, per pura risonanza, la corda dell’altro inizia a tremare all’unisono. 

È la magia più antica. 

Perché tutto è già. Tutto è già scritto nel grande libro della vita, tutto è già presente nell’eterno presente. Nessun affanno. 

Non c’è bisogno di correre, di inseguire, di convincere. 

Respira. 

Sii vento con me. 

Lasciati attraversare, diventa carezza e uragano. 

Sei già Universo, che gravita, che gravida e che crea. 

E lo hai sempre saputo, nel silenzio del tuo cuore, molto prima che le parole venissero a disturbare il sogno.


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

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Comunicare










💛 Orientamento sud-est

 L'orientamento sud-est dei pozzi sacri e dei nuraghi sardi  non rispondeva unicamente a esigenze astronomiche, ma incarnava una profonda comprensione delle forze elementali che governano l'isola.

È la dimensione del Respiro della Terra, in cui Vento, Fuoco e Aria ne sono Matrice. 

Il sud, dominio del fuoco purificatore e trasformatore, si sposa con l'est, dimora dell'aria, del respiro vitale, dello scirocco caldo che accarezza la Sardegna portando messaggi da terre lontane. 

È in questa congiunzione che si manifesta la potenza creatrice dell'elemento eolico, simboleggiato nella tradizione sarda dalla maschera de Su Bundu, figura arcaica del Carnevale che custodisce memorie sciamaniche di matrice prettamente femminile, di cui ho parlato e approfondito nella mia precedente pubblicazione editoriale, "Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l’Ordine".

Il vento che spira da sud-est non è semplice fenomeno meteorologico, ma alito della Grande Madre, respiro cosmico che feconda le acque sotterranee custodite nel grembo del pozzo. 

La scelta di orientare gli ingressi secondo questa direzione privilegiata rivela la consapevolezza che l'aria, elemento immateriale per eccellenza, costituisce il ponte tra il fuoco celeste e l'acqua tellurica, permettendo quella ierogamia sacra da cui scaturisce ogni forma di vita.


Tiziana Fenu 

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Uno dei link di approfondimento 

https://maldalchimia.blogspot.com/2025/08/orientamento-sud-sudest-di-alcuni-pozzi.html?m=0

Orientamento sud - est