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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

sabato, febbraio 21, 2026

💛 Su Battileddu (libro)

 "La figura de Su Battileddu del carnevale di Lula (Nuoro) si erge nel panorama del Carrasegare sardo non come mero elemento folkloristico, ma come ierofania complessa, un punto di coagulo di significati stratificati che travalicano il tempo e lo spazio geografico. 

Essa incarna, nella sua performanza cruenta e rituale, i temi universali del sacrificio, della purificazione e del rinnovamento cosmico. 

La sua analisi richiede di spogliarla delle sovrastrutture contemporanee per rivelarne il nucleo archetipico, profondamente interconnesso con i cicli della natura, le pratiche sacerdotali dell'antica Roma (in particolare con la figura di Mamurio Veturio) e il vasto simbolismo del Carrasegare sardo, inteso come dramma sacro per il ripristino dell'ordine del mondo.

[...] La performanza de Su Battileddu, come documentata, è un "mimesis"  rituale di una morte sacrificale. 

È sicuramente la maschera più cruenta di tutta la rappresentazione scenica del Carrasegare. 

La maschera indossa una pelle di capro, delle lunghe corna, e tiene legato alla vita "su chentu puzone", un omaso colmo di sangue e acqua. 

L'omaso è il prestomaco dei ruminanti, situato tra reticolo e abomaso, noto per la sua struttura lamellare interna che assorbe acqua e nutrienti. 

[...] Su Battileddu viene condotto, strattonato e punzecchiato con lesine e coltelli dalla comunità, affinché il sangue stilli e "fertilizzi" simbolicamente la terra. 

È seguito da un corteo di "prefiche" (uomini travestiti da donne in lutto) che ne lamentano il destino con le litanie funebri de "sos attittos".

La ritualistica scenografica che ruota intorno a Su Battileddu ha già di per sé un simbolismo intrinseco. 

Questo rito è una chiara rappresentazione del capro espiatorio, il cui sangue versato non è fine a se stesso, ma è sangue ieratico, veicolo di "mana", la forza vitale che, liberata attraverso la violenza rituale, si trasforma in principio di rigenerazione per l'intera collettività e per la terra. 

La maschera, quindi, non rappresenta un individuo, ma simboleggia l'anno vecchio, le scorie del passato, il male accumulato, il vecchio che deve essere eliminato per far posto al nuovo. 

Il fazzoletto femminile sul capo sottolinea ulteriormente la sua natura di vittima sacrificale legata alla fertilità, unendo in sé polarità maschili, rappresentate dalle corna, dall'aspetto animale, e femminili, rappresentate dal tessuto, dalla funzione fecondante del sangue. 

Rappresentando la sinergia delle due polarità, questa simbologia sacrificale, necessaria al nuovo ciclo di vita, è esponenzialmente centuplicata. 

Si manifesta, attraverso questa ritualistica, un interessante parallelismo romano, con Mamurio Veturio e i Mamuralia romani. 

[...] La correlazione tra Su Battileddu e la ritualistica romana, trova un riscontro straordinario nella figura di Mamurio Veturio 

Secondo la tradizione romana, Mamurio era il fabbro (un Kabiro, una figura iniziatica) incaricato dal re Numa Pompilio di forgiare undici copie dello scudo sacro (ancile) caduto dal cielo. 

Doppio scudo che trova corrispondenza nel doppio scudo del nostro bronzetto il Guerriero di Teti, trovato ad Abini-Teti, che indica proprio la sinergia delle due polarità, un essere divinizzato. 

L'abilità di Mamurio fu tale che le copie divennero indistinguibili dall'originale. 

Per questo atto di perfetta duplicazione, che rischiava di banalizzare il "sacrum", Mamurio fu considerato colpevole e divenne l'oggetto di un rito di espulsione.

Durante i Mamuralia del 14 marzo, periodo che corrisponde al culmine del nostro Carrasegare, in una celebrazione che era legata alla purificazione delle armi e all'inizio della stagione militare, un simulacro di vecchio (o un uomo vestito di pelli) veniva percorso con bacchette di biancospino e infine cacciato dalla città. 

Il suo nome, Veturio, deriva da "vetus" (vecchio), designandolo come incarnazione dell'anno morente.

Il parallelismo con Su Battileddu è strutturale e non meramente analogico. 

Entrambe le figure si manifestano infatti come "artisti/colpevoli". Mamurio per aver duplicato il Sacro, e su Battileddu, in una lettura estesa, per impersonare il male o il ciclo esausto.

Sono comunque entrambe delle vittime espiatorie, che subiscono una punizione collettiva e ritualizzata, caratterizzata da percosse e punture, che richiamano l'azione necessaria del pungolare affinché le gocce di sangue, preziose, quindi centellinate, fertilizzino Madre Terra. 

È la stessa dinamica del pungolare de S'Eritaju con il seno delle ragazze. 

Essendo, sia Mamurio, che su Battileddu, portatori di purificazione, la loro espulsione o sacrificio simbolico purifica la comunità.

Fanno infatti parte di un più esteso Ciclo temporale, essendo associati a un momento di passaggio, rappresentato dalla primavera per i Mamuralia, e dalla fine dell'inverno/carnevale per Su Battileddu, attraverso due momenti contigui tra loro. 

Questa corrispondenza suggerisce non un'influenza diretta, ma l'emergere di uno stesso archetipo rituale mediterraneo da un substrato culturale condiviso, dove la Sardegna avrebbe conservato forme più arcaiche e iconiche.

Contestualizzando questa specifica simbologia ritualistica, nel Carrasegare sardo, emerge una  Danza del Cosmo straordinaria". 


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Tratto dal mio libro"Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. 

Il Sacro che genera Caos. 

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Referenza nel mio blog 

https://maldalchimia.blogspot.com/2023/02/su-battileddu-di-lula.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2025/08/il-pane-cabude-e-gli-ancilia-etruschi.html?m=0



Disponibili per l'acquisto su Amazon, nella collana editoriale "JanaSophia l'Origine" in piu versioni. 

"Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. 

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Su battileddu (libro)












venerdì, febbraio 20, 2026

💙 Cuore di ghiaccio

 La vicenda del piccolo Domenico mi trapassa come una stalatitte ghiacciata.

Oltre l'immane tragedia, dolore e assurdità, è un qualcosa di più profondo, che va a toccare un dolore antico, ontologico, e sembra di scorgere sotterranee vie simboliche di collegamento con altri contesti, a cui si punta lo sguardo. 

Sarà perché la mia runa di appartenenza, è la runa Isa, in sinergica dialettica con un segno di Fuoco. 

Il Cuore Ghiacciato. 

Non è morte. 

È Fixatio

la prima e più crudele delle operazioni alchemiche. 

Il sangue, un tempo fluido come Mercurio, è stato coagulato in un cristallo. 

La sua carne pulsante, un tempo rosea e umida, è ora divenuta una gemma dura e fredda, un diamante nero incastonato nella culla del costato. 

Il bambino respira, ma il suo respiro è nebbia. 

I suoi occhi vedono, ma riflettono solo la luna.

È un cuore non batte. 

Emette un suono che l’orecchio non coglie, una frequenza di ghiaccio secolare che vibra nelle ossa del mondo. 

È il Cuore di Vetro, l’Anima Diafana, custodita in una teca di silenzio. 

Perché un bambino, in sé, è un vaso ermetico all'ennesima potenza, il ricettacolo di una potenza così pura che per essere contenuta ha dovuto essere congelata. 

Il gelo è la sua tuta, la sua armatura contro un fuoco che lo consumerebbe. 


In questi giorni sembra che  un grande Inverno sia disceso non sui campi, ma nelle vene del mondo. 

Un grande gelo che ci pervade, come una promessa di primavera spezzata sul nascere.

Bambini cristallizzati in un volo mancato, dalle ali spezzate, nel gelo dell'orrore e della solitudine. 

Eppure penso a quel cuore ghiacciato, talmente simbolico da incastonarsi costantemente tra i miei pensieri. 

Penso a quell'unico nucleo di fuoco primordiale strappato alla fornace solare e sigillato in un guscio di brina.

Penso ai primi umani, gli uomini Pitri, gli Antenati, spiriti lunari.

Questo fu il grande Artificio alchemico. 

Si separò la fiamma dal suo calore, la scintilla dalla sua propagazione, e la si pose nel petto di un bambino.

Ma il ghiaccio non è eterno, come ci insegna la Sacra Runa Isa. 

Nel laboratorio segreto del Tempo, il bambino è l’Aludel vivente. 

Il trasmutante e purificante 

Il freddo che lo avvolge è il Solve et Coagula al contrario. Una fissazione apparente che cela un lento, impercettibile scioglimento. 

Perché anche il cristallo più duro, se esposto al soffio dello Spirito, geme e trasuda. 

Ogni lacrima non versata è una stilla di rugiada che scalfisce la prigione. 

Ogni attimo di tenerezza non ricevuta è un fuoco sotterraneo che scalda il minerale.

Un giorno, o in un’era, il guscio di ghiaccio dovrà infrangersi. E allora avverrà la Rubedo, la grande Opera al Rosso.

Dal cuore di brina sgorgherà non acqua, ma Fuoco. 

Un fuoco bianco, rarefatto, che era lì sin dall’inizio, ibernato per sopravvivere. 

Il bambino, allora, non sarà più il custode dell’inverno, ma la Fiamma Nera che lo ha fuso. 

Egli sarà colui che ha portato il gelo dentro di sé per proteggere la brace, e che dalla prigione di cristallo ha forgiato la propria luce.

Si sta capovolgendo tutto. 

E in questo estremo dolore, sia 

benedetto dolore del freddo, perché è la promessa del calore.

Benedetto sia il cuore silente, perché la sua prima parola sarà il tuono.


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Cuore di ghiaccio






❤️ Romantica

 Romantica.

Si.

Di parole non dette.

Taci.

Voglio sentire il tuo

sguardo addosso

come una lama affilata

che incide la scorza

di una melagrana matura.

E poi voglio sentire

le tue mani calde.

Che mi prendono per i fianchi

mentre mi apri l'Anima.

E quei rubini succosi d'amore

ti esplodono sul petto.

Uno per ogni parola

che non riesco a dirti.

Ma non fermarti lì.

Ora che la buccia è rossa e lucente,

ora che il frutto è vivo e pulsante,

scava ancora più a fondo con quelle mani,

oltre la polpa, 

oltre il succo che stilla.

Raggiungi il seme, il nocciolo segreto,

il punto esatto dove il desiderio si fa buio

e la luce trema, incerta.

Estrailo da me, 

come una promessa antica.

E poi, piano, 

riponilo dentro di te.

Nel punto dove le tue ossa trattengono il calore,

dove il tuo sangue 

canta il mio nome in silenzio.

Così, quando te ne andrai,

quando la distanza tornerà a essere un coltello,

io sarò parte del tuo incedere,

un'eco nel tuo passo,

un'ombra familiare nell'angolo del tuo sguardo.

Voglio solo passarti tra le labbra

E sentire tutto il tuo sapore. 

Che mi riempie i sensi

di un rosario di parole

sussurrate senza voce.

E mentre la tua bocca recita questo rito,

lascia che le tue dita si facciano strada

tra i sentieri dei miei capelli.

Dipanane i nodi, 

sciogli i ricordi,

lenisci il riverbero di quando era solo il vento,

un messaggero invisibile e freddo,

a portarmi il tuo respiro, 

a scompigliare l'attesa.

Addormenta quella bambina che ti aspettava

a occhi chiusi,

in bilico sul ciglio di un sogno,

e ridesta la donna che ora sente,

sulla pelle sottile delle palpebre,

la dolcezza tremante dei tuoi piccoli baci.

Come ali di farfalla posate su un vetro appannato.

E ora, quando l'ultima parola sarà stata mangiata,

quando il nostro rosario tacerà,

prendi il mio respiro stanco, sazio.

Fammi riposare sul tuo petto.

Che io possa sentire, 

nel legno e nella terra del tuo corpo,

dove era il mio cuore tutto questo tempo,

in tutte quelle notti vuote

mentre, ostinata, ti aspettavo.

Non chiedo altro.

Solo questo silenzio colmo.

Questa melagrana intera, da cui siamo nati


Tiziana Fenu 

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Romantica




💛 Vaso de su Concali de Corongiu Acca

 Prima di narrare le vicende del territorio che lo ha custodito, è necessario soffermarsi sull'oggetto che di quelle genti ci restituisce la voce più intima e potente. 

È un vaso a botticella, un piccolo scrigno d'argilla plasmato nell'Età del Rame (Eneolitico) e rinvenuto nella grotta di Su Concali de Corongiu Acca. 

Non è un semplice contenitore, ma un microcosmo di significati, un inno silenzioso inciso nella materia.

Il corpo ceramico, modesto nella sua natura legata a Madre Terra, si anima attraverso un raffinato decoro inciso, una vera e propria scrittura sacra. 

Vi leggiamo, in una sintassi di segni, la complessa cosmogonia di una società prenuragica. 

I motivi a chevron (V rovesciate) si susseguono in moduli di cinque. 

Il cinque, numero venusiano, evoca il pianeta della fertilità e il Toro, simbolo ancestrale della potenza maschile e celeste. 

In questa danza di segni, il cinque celebra la sacra sinergia tra il principio femminile e quello maschile, la cui unione genera il quinto elemento, l’etere, il soffio vitale che permea l'universo.

La composizione si snoda poi in moduli verticali e orizzontali di tre e due. 

Il tre, cifra della trinità dinamica (nascita, vita, morte) e della completezza spirituale, si intreccia con il due, emblema della dualità, della polarità e della terra. Insieme, narrano il perenne ciclo di creazione, morte e rinascita, e la feconda sinergia tra le due forze cosmiche. 

Gli elementi romboidali, infine, sono inequivocabili nella loro iconografia. 

Sono vulve, porte sacre della vita, grafemi del grembo femminile generatore. 

I segni a zig-zag non sono una mera rappresentazione dell'acqua, ma un simbolo ben più profondo, poiché incarnano sia la Mem, l'acqua cosmica primordiale, il caos creatore da cui tutto scaturisce, sia la Shin, la fiamma del fuoco sacro, l'energia vitale e trasformatrice.

Il vaso stesso, nella sua forma a botticella, diviene così l'icona perfetta di un grembo cosmogonico. 

Al suo interno, la terra (l'argilla) accoglie e contiene, mentre sulla sua superficie la sinergia delle due polarità è eternamente incisa, una preghiera laica di fecondità e rigenerazione affidata ai secoli.

È in questa terra, intrisa di significati simbolici, che si inseriscono le prime testimonianze di frequentazione umana nel territorio di Villamassargia, comune del Sulcis-Iglesiente. Risalgono al Neolitico, e a quella stessa grotta di Corongiu Acca che ci ha restituito il vaso, i materiali più antichi, riferibili al Neolitico medio. 

Le grotte della zona conobbero una continuità di frequentazione sacra e abitativa per millenni, attraverso il Neolitico recente, finale e l'intera Età del Rame, come il nostro vaso a botticella dimostra. 

A questi periodi sono riferibili anche le numerose Domus de Janas, che punteggiano il territorio, riproducendo in scala architettonica quel concetto di grembo materno della terra che accoglie i defunti per rigenerarli.

Successivamente viene lasciata un'impronta ancora più evidente, con i nuraghi Santu Pauli e Monte Exi che svettano come sentinelle di pietra, e le tombe dei giganti in località Monte Ollastu e Astia, sepolture collettive che perpetuano il culto degli antenati. 

Ad Astia, la presenza di un pozzo sacro testimonia il culto delle acque, un altro tassello fondamentale nella religiosità di queste genti.

Il popolamento continuò in età romana, quando la vocazione territoriale si fece più pragmatica. Nella prima metà del II secolo d.C., venne realizzato un imponente acquedotto che, dalle sorgenti di Villamassargia, convogliava le acque fino a Karalis (l'odierna Cagliari), un'opera di ingegneria idraulica che serviva la crescente metropoli. Di questo periodo sono anche le fonderie, a testimonianza di quell'attività metallurgica che da sempre caratterizza questa zona dell'isola, dove la terra ha donato non solo simboli ma anche minerali.


Tiziana Fenu 

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Vaso de su Concali de Corongiu Acca




giovedì, febbraio 19, 2026

💛 Vento/Bundu/Baubo/otre

 Nella mitologia greca, Baubo è una figura arcaica e affascinante, il cui mito è strettamente legato ai misteri femminili e alla rinascita della natura, ne ho parlato svariate volte, nei miei scritti, anche nella mia ultima pubblicazione editoriale "Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l’Ordine". 

La sua storia si intreccia con quella di Demetra, la dea dell'agricoltura e del grano, che, disperata per il rapimento della figlia Persefone da parte di Ade, si era ritirata dal mondo, lasciando la terra sterile e arida.

Nelle sue peregrinazioni, Demetra giunge ad Eleusi, dove viene accolta da Baubo. Per strappare la dea al suo lutto inconsolabile, Baubo compie un gesto sorprendente e rituale, l'anasyrma, ovvero solleva la veste mostrando i genitali . 

Questo atto, lungi dall'essere meramente osceno, è profondamente sacro e apotropaico. 

In alcune versioni del mito, è il figlio Iacco( Demetra porta in grembo Iacco, che, come dice prof. Dedola a riguardo, è il terzo nome del Dio sardiano, Iáccu, è , senz’altro il più intrigante, anch’esso panmediterraneo. Íaccos, Ἴακχος)  a ridere di fronte a questa visione, rompendo l'incantesimo del dolore e strappando infine un sorriso alla stessa Demetra . 

Il riso che ne scaturisce ha un effetto liberatorio e rigenerante, riportando la possibilità della gioia e, simbolicamente, della vita.

Il nome stesso di Baubo, per alcuni studiosi, evocherebbe la "pancia" e le "risate di pancia" . 

Le sue raffigurazioni più antiche, come la statuetta ritrovata a Gela (V sec. a.C.), nel santuario di Demetra Thesmophoros, la mostrano intenta in questo gesto, diventando così l'emblema di un femminile che non teme di mostrarsi, di un potere che risiede nella capacità di generare e di rigenerare la vita attraverso il corpo, il riso e la trasgressione sacra . 

È una divinità che ci ricorda come, nei momenti di massima aridità, la scintilla vitale possa riaccendersi attraverso ciò che è primordiale, corporeo e autentico.

Simbolo di questa fertilità dinamica, attiva, vitale, erano i Floralia, antiche feste romane dedicate a Flora, dea dei fiori, della primavera e della giovinezza. Celebrati tra la fine di aprile e l'inizio di maggio, questi ludi erano caratterizzati da un'atmosfera di gioia sfrenata e licenziosità rituale. 

Istituiti in seguito a un responso dei Libri Sibillini per propiziare la fertilità dei campi, i Floralia erano il momento in cui la comunità intera si abbandonava a comportamenti che in altri contesti sarebbero stati inaccettabili .

Le celebrazioni includevano rappresentazioni teatrali (ludi scaenici) durante le quali le attrici si spogliavano su richiesta del pubblico (la cosiddetta nudatio mimarum), e giochi circensi in cui venivano liberati animali come capre e lepri, simboli di fecondità . La logica sottostante a questi riti era chiara

Stimolando la sessualità umana attraverso il gioco e l'esibizione, si intendeva risvegliare per analogia la potenza generatrice della natura, spingendo la terra a fiorire e a produrre frutti abbondanti. 

In questa festa, il corpo femminile esibito non era oggetto di vergogna, ma un potente strumento magico per influenzare il ciclo delle stagioni.

Se Baubo e Flora rappresentano il principio femminile della generazione, Zefiro incarna la controparte maschile e fecondatrice. 

Nella mitologia greca, Zefiro è la personificazione del vento di ponente, dolce e leggero, che annuncia la primavera. 

Figlio di Astreo e di Eos (l'Aurora), è rappresentato come un giovane alato che tiene in mano un mazzo di fiori.

Il suo legame con il risveglio della natura è reso esplicito dal mito in cui sposa Clori, una ninfa associata ai fiori. 

La tradizione romana identifica questa ninfa proprio con la dea Flora . 

Come raccontano Ovidio nei Fasti e il Poliziano, è Zefiro che, con il suo soffio primaverile, feconda e "infiora" la terra, inseguendo la sua amata e trasformandola nella dea della fioritura . 

La loro unione simboleggia l'abbraccio cosmico tra il cielo (il vento) e la terra (la vegetazione), da cui nasce la profusione di fiori e frutti, e da cui essi generano il figlio Carpo, personificazione del frutto .

Ma il Vento, lo considero come Principio Femminile e Soffio Vitale. Lo dimostra anche la rappresentazione della Maschera de Su Bundu( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/12/bundu-bindubindi.html?m=0) 

 del Carrasegare sardo, che rappresenta il vento, di cui ho già approfondito anche nel mio saggio "Il Tempo Capovolto" 

Il vento del Sud, Noto o Austro, è nella tradizione classica figlio di Astreo ed Eos, ed è spesso associato a piogge e tempeste distruttive, temuto come disseccatore dei raccolti. 

Vi è una profonda connessione 

che lega il vento Austro/Noto al femminino attraverso la radice "STR" e le Grandi Dee Madri mediterranee e mediorientali (Ishtar, Astarte). La particella STR diventa così un filo d'Arianna che attraversa i millenni, collegando nomi e luoghi sacri (Oristano, Tharros, il fiume Tirso in Sardegna) a un culto primordiale della fertilità e della sovranità femminile.

Questa intuizione si sposa perfettamente con la definizione del vento come "soffio vitale". 

In ebraico, ruach, e in greco, pneuma, significano al contempo vento, respiro e spirito . 

Il vento è quindi l'elemento invisibile ma potentissimo che anima il mondo, esattamente come il principio femminile è la forza generatrice nascosta ma essenziale della vita.

Era nelle Domus de Janas che cercavano e custodivano il Soffio Divino, rappresentate con la carena ( fondo dell'imbarcazione e "carena" in sardo, sterno) 

Il riferimento all'otre dei venti è un'immagine potentissima. Nell'Odissea, Eolo chiude i venti in un otre e lo affida a Ulisse. 

Ma giustamente, ci si interroga su questo gesto: chi cuce davvero l'otre? 

"Un Femminino", l'unica risposta che sento di dare, illuminante. 

L'otre è un contenitore di cuoio, morbido e flessibile come un grembo. 

Chiudere i venti in un otre significa contenerli, gestirli, dar loro una dimora. 

È un'azione tipicamente femminile e materna. 

In sardo, "su bentu estru" (il vento di ponente) suona come "otre"

Da noi il Vento è Femmina. Questa tradizione popolare conserva una verità profonda. Il vento non è solo una forza maschile che feconda, ma anche un alito vitale che nasce da un grembo, da una "torre" come le "Dee turrite", i nuraghi, antichi luoghi di culto e di potere, strutture verticali che emergono dalla terra per incontrare il cielo e forse, simbolicamente, per generare il vento stesso.

Il collegamento  con Fūjin, il dio giapponese del vento, raffigurato mentre tiene un sacco di vento sulle spalle, crea un cerchio perfetto. L'iconografia di Fūjin che porta il suo sacco è la rappresentazione visiva dell'otre di Eolo. 

In entrambe le culture, il vento è una forza primordiale che deve essere contenuta e rilasciata, e questo contenitore, in una lettura simbolica, può essere visto come un utero cosmico.

Unendo tutti questi elementi, possiamo costruire un racconto simbolico coerente. 

Un Archetipo Femminino Primordiale, rappresentato dalla Baubo e dal Vento Madre. 

All'origine di tutto c'è un potere femminino, misterioso e autonomo. 

È rappresentato da Baubo, il cui gesto osceno-sacro rivela il potere rigenerante del corpo, ma anche dal Vento inteso come grembo, come "otre" primordiale, come soffio vitale che contiene in sé il potenziale di ogni cosa. 

Questo vento-madre è il respiro stesso del mondo, legato a Dee Madri antichissime il cui nome (Astarte, Ishtar) riecheggia nella radice STR che ritroviamo nella nostra Terra Sarda, in luoghi come Tharros e Oristano, antichi centri di civiltà dove il sacro femminile era profondamente radicato.

Il Soffio Fecondatore (Zefiro), da questo grembo cosmico,  si manifesta come forza maschile e fecondatrice. Non è più solo il contenitore, ma il soffio dinamico che esce dall'otre, che si muove verso la terra per fecondarla. Il suo mito, che lo vede sposo di Clori/Flora, è la rappresentazione perfetta di questo momento. 

È il principio aereo maschile che si unisce al principio terrestre femminile.

Il Rito dell'Unione, i Floralia, rappresentano benissimo questa simbologia. 

Il punto di incontro tra questi due principi è celebrato nei Floralia. 

Questa festa non è solo un tripudio di vitalità fine a se stesso. 

È la messa in scena rituale dell'ierogamia, l'unione sacra tra cielo e terra. 

L'esibizione del corpo femminile (Flora, ma anche l'eco di Baubo) e la corsa degli animali fertili sono il mezzo per invitare, attraverso la ritualistica, la natura a risvegliarsi. 

È il momento in cui la potenzialità contenuta nell'otre si libera e si manifesta nel mondo, facendo fiorire i campi e germogliare i frutti.

In questa visione, Baubo è la chiave che ha permesso a Demetra di sorridere, sbloccando la rigidità del lutto e permettendo al ciclo della vita di riprendere. 

Allo stesso modo, i Floralia sono il meccanismo rituale che "sblocca" la potenza invernale della terra, permettendo a Zefiro di fecondarla. 

Il vento è l'elemento unificate. 

È il soffio primordiale custodito nel grembo (l'otre, la torre), è l'alito fecondatore di Zefiro, ed è l'energia vitale che si sprigiona nei riti di fertilità, portando alla fioritura (Flora) e al frutto (Carpo). 

Il collegamento con l'amigdala( ne ho parlato nel link riguardo su Bundu, citato prima) centro emotivo del cervello, e con la Maddalena (Torre), suggella questa visione. 

Il principio femminile non è solo fuori, nella natura, ma è anche dentro di noi, il centro profondo delle nostre emozioni e della nostra stessa consapevolezza, una "torre" interiore da cui spira il vento dello spirito.


Tiziana Fenu 

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Vento/Bundu/Baubo