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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

martedì, maggio 12, 2026

❤️ Sentirti dentro ( libro "Diamanti di Rugiada")

 

Sentirti dentro,

come se tu avessi attraversato mille lande infuocate per trovarmi.

Sento la tua pelle riarsa dal sole.

Quel sole che ti nutre e che ti indica la via. Come le api in cerca dei raggi di luce che baciano i fiori più nascosti.

Tu sei quel sole che irradia calore preso in prestito alla Sorgente.

Ti sento avanzare mentre ti fai strada tra le mie lande lunari ed argenteee.

Petali di campanule diamantine adornano il tuo passaggio verso me.

Sento il tuo respiro.

Mi sincronizzo ad esso.

Mi entra dentro.

Si espande come una squizzata di panna spray sparata dentro i polmoni.

Mi si espande dentro. In ogni spazio intercellulare.

Il contatto con il tuo respiro, con il tuo ossigeno, mi stordisce un po, come essere in alta montagna.

Non sono abituata ad un ossigeno così puro. Mi manca il respiro.

Poi piano piano mi lascio permeare.

E inizia il vortice.

Plesso solare.

Cuore.

Lo sento in vortice.

È tutto verde. Pieno di stralci di edera annodati tra loro. Edera usata per protezione.

Per stabilire i confini del mio giardino segreto

E mentre ti avvicini sento che con te non ho segreti. I nodi si sciolgono.

Sento che ne prendi un'estremità. E dalla radianza solare delle tue braccia forti,  sento il tuo profumo che di mi inonda di gioia e di gratitudine.

Gli stralci di edera tra le tue mani iniziano a fiorire dei fiori più belli mai conosciuti a vista umana.

Il loro profumo inebria come in una danza di dervishi in gratitudine e gioia per l'universo.

Ti avvicini sempre più .

E il mio cuore pulsa in espansione fino ad amalgamarsi al tuo.

Ad ogni passo che fai è un fiore in più che ti lascia nettare e profumo tra le mani

Che mi posi sul viso, prima di entrarmi dentro attraverso i tuoi occhi e creare insieme il cielo costellato sopra le nostre teste.

Costellazioni note solo a noi.

Nuove stelle polari. Nuove traiettorie.

Tredici lune e tredici morti e rinascite per essere miele.

Fronte contro fronte.

Spazio tempo annullato e ricreato in vortice intorno a noi.

La morte del Fiore.

La nascita del Miele.

Miele che sgorga dai Cuori in unione. Nutriente. Cauterizzante.

Il dolore per la separazione da noi stessi è lenito.

Nessun dolore. Nessuna distanza. Nessuna partenza . Nessun ritorno.

Siamo sempre stati qui.

In un istante di infinito.

A creare coordinate dimensionali ad ogni passo che abbiamo fatto.

Eri la longitudine di ogni mia latitudine. Mi creavi l'infinito ad ogni passo.

Ad ogni respiro.

Ad ogni battito di cuore eri li.

Ad amplificarlo in Presenza per ogni occasione di Vita e di Amore che mi è stata data.

Eri lì quando sono morta a me stessa.

E quando rinascevo tra le tue braccia profumate di vita. Eri mia casa e mio rifugio per ogni volta che il vento della vita me l'ha spazzata via.

Eri caramello mou quando ci saltavo sopra, ad ammortizzare ogni mia caduta sotto i miei piedi.

E la gratitudine, l'amore che sento adesso, morendo ad ogni mio limite umano mentre ci triangoliamo in mente cuore e anima, ci sgorga dal cuore come miele puro.

Nutrimento per noi e per gli altri.

Palmo contro palmo. Sprigiona profumo di fiori esotici di Terre Nuove. Ancora da esplorare. O da ricordare.

E su questi tracciamo nuovi sentieri d'Amore. In nuova consapevolezza.

L'alba dei nuovi giorni si tinge di miele

Il fiele è morto.

Il Miele è Vita.

M. Undicesima lettera dell'alfabeto.

Undici. Il numero delle Fiamme.

Le due colonne portanti della Mater Divina. Creatrice e Nutritiva.

M capovolta, come due coppe che di lasciano riempire  di Amore Divino.

Non sei mai andato via.

Eri qui.

Tu eri me ed io ero te.

La Terra ci ha divisi.

E la terra ci ha riportato al ricordo.

All'Origine. Ognuno con i suoi passi.

Per portare nuovi cieli ad ogni sguardo che incontriamo e che incontreremo.

Ti amo, Anima.

Anima Sacra Mia

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Tratto dal mio libro
"Diamanti di Rugiada. Attimi di luce allo stato liquido"
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Maldalchimia.blogspot.com

Sentirti dentro ( libro "Diamanti di Rugiada"




💙 Ciò che dobbiamo far evolvere( Maldalchimia I)

 "Ciò che dobbiamo fare evolvere in noi, è il nostro "demonio", la nostra forza vitale, il nostro Fuoco interiore. 

Quell'energia tellurica e primordiale che giace nelle viscere dell'essere, in attesa di essere destata dal suo sonno millenario. Essa è il nucleo incandescente della nostra esistenza, la scintilla che ci rende partecipi del grande mistero della vita, il respiro fiammeggiante che alimenta il nostro cammino terreno.

Quello che, in forma latente, è chiamato un "Demo/demonio", e nell'apparente gioco di parole si cela una verità profonda come un abisso. 

"Demo" infatti, nell'antica lingua degli Elleni, significava "campione", colui che si erge a rappresentare una forza, un principio, una stirpe. Un campione a tempo determinato, il cui regno si dispiega nel perimetro angusto della vita terrena, e che tuttavia è chiamato a diventare il proprio stesso promoter, colui che promuove, che spinge in avanti, che getta ponti verso l'ignoto.

Promoter. 

Prometeor. 

Prometeo.

Ecco che il velo si squarcia e la luce abbagliante del mito irrompe sulla scena dell'anima. 

Fu Prometeo, il Titano dal cuore ardente, colui che vide prima, colui che previde, a osare l'inaudito, rubare il Fuoco Creativo agli Dei dell'Olimpo per farne dono all'umanità. 

Non era semplice fiamma quella che arse tra le sue mani, ma la sostanza stessa dell'intelligenza divina, la favilla della coscienza che trasforma la creatura in creatore. 

Con quel gesto, egli inoculò nell'argilla umana il germe della ragione e della mente, facendo degli uomini non più animali erranti nell'oscurità dell'istinto, ma Dei in potenza, Dei latenti, capaci di discernere il bene dal male, di conoscere il confine e di desiderare di varcarlo. 

E gli Dei, nella loro gelosia cosmica, videro in questo una minaccia, una violazione dell'ordine sacro che teneva l'umanità sottomessa al volere celeste.

Così, in ogni religione che la memoria dell'uomo abbia custodito, ritroviamo l'eco di questa punizione divina per il desiderio umano di conoscere. 

Nel mito greco, Zeus, il padre degli Dei, incatenò Prometeo a una rupe scoscesa delle Montagne del Caucaso, dove un'aquila, messaggera del suo stesso potere, veniva a divorargli il fegato, che misteriosamente ricresceva ogni notte, rendendo il supplizio eterno e rinnovato. 

Ma il dono prometeico, nella sua essenza più segreta, si rivelò una duplice lama. 

Da un lato, la luce della coscienza. Dall'altro, il peso di una maledizione per gli umani, costretti ora a navigare nel mare in tempesta del libero arbitrio, a doversi confrontare con i piani inesorabili di Kronos, il Dio del Tempo. 

È Kronos, infatti, colui che consegna Prometeo a Zeus, perché la prima e più ferrea legge del Tempo decreta che l'evoluzione proceda per gradi, per fasi lenta e ineluttabile, e che l'uomo non possa divenire, in un solo folgorante istante, quel semidio che pure porta latente dentro di sé.

Prometeo, il cui nome stesso è un programma, "pro-meteo", colui che è "a favore del tempo", che dovrebbe assecondarne il fluire misurato, scelse invece la via della ribellione. 

Egli infranse il ritmo lento della crescita naturale per strappare l'umanità dall'oscurità mentale, dal letargo in cui il nostro Daimon, il nostro Fuoco interiore, giaceva inerte. 

E in quell'atto di suprema disobbedienza, inflisse agli uomini, e a sé stesso, nel martirio del fegato divorato e rigenerato, la tortura sublime e terribile dell'autocoscienza e della responsabilità. 

Da quel momento, l'uomo porta in sé il peso della scelta, il privilegio e il tormento della libera volontà, che è poi la ribellione stessa del Daimon, l'azione del promoter, il grido di Prometeo che echeggia in ogni anima che osa risvegliarsi.

Questo promoter, che opera nel tempo determinato della vita, è chiamato a divenire ciò che è in eterno, il Daimon. 

Ed è questo che dobbiamo sviluppare in noi, con passione. "Pass/i/one". 

"To pass", in inglese, è il verbo del divenire, del trasformarsi, del varcare una soglia. 

"Pass/I/one": 

"io che divento uno". 

Unità perfetta, integrità ritrovata, sincronia perfetta con la propria Anima, con il proprio Sacro Fuoco interiore, con il proprio Daimon. 

È l'istante mistico in cui il tabernacolo interiore, quel luogo sacro predisposto per ciascuno di noi fin dalla notte dei tempi, si fonde e si riconosce nella sua manifestazione terrena, nel corpo e nell'azione.

E se volgiamo lo sguardo ai simboli che la tradizione ci ha consegnato, scopriamo corrispondenze che illuminano il cammino. 

Il monogramma di Cristo, il Chi Rho, o Chrismon, intreccio di lettere greche che abbreviano il nome del Cristo, è di natura eminentemente solare. 

Spesso inscritto in un cerchio raggiante, evoca la ruota cosmica, gli antichi emblemi del sole nell'Egitto dei faraoni, accostandolo a Horus, il Dio dell'Oro, della fecondità, colui che può nascere nel buio del ventre materno. 

E in quel monogramma, la P, il rho greco, è la stessa lettera che in chimica designa il Fosforo.

Fosforo. 

Portatore di luce. 

Per secoli, la capocchia dei fiammiferi è stata composta con preparati a base di fosforo bianco, poi rosso, sostanze capaci di infiammarsi per attrito. 

Attrito con la fibra di vetro, con una superficie ruvida. 

E questa immagine accende un pensiero. 

Il Cristo che si infiamma e prende fuoco come un cerino se entra in attrito con il vetro. 

Ma il vetro è silicio fuso, e il silicio richiama alla mente la forma più nobile del Carbonio, molecola stessa del nostro corpo, il Diamante. 

Diamond. 

Daimon. 

Il diamante è la forma più eccelsa e perfetta del carbonio, forgiata sotto stress estremo, nelle viscere della terra, da pressioni inaudite e temperature incandescenti.

Ecco allora rivelarsi l'arcano. 

Un Cristo-fosforo che si incendia e diventa Fiamma Divina al contatto, seppur ruvido, abrasivo, doloroso, con la versione più alta e nobile di sé stesso. 

La "striscia" su cui il fiammifero sfreccia è il nostro Diamond polverizzato, il nostro Daimon, quel "demonio" interiore, ma evoluto, trasfigurato, divenuto pura luce potenziale. 

Così come accadde a Prometeo. 

Il suo vero dono all'umanità non fu tanto il fuoco rubato, quanto l'esempio del suo stesso Daimon in azione. 

La sua parte Ri-belle, colei che vuole ritornare al Bello originario, all'armonia perduta, la sua parte migliore, il suo Daimon ridotto in polvere sottile, pronto all'accensione, predisposto all'ascensione.

Accensione. 

Ascensione. 

Quanto sono simili queste parole, e quanto abissale è la differenza che le separa. 

Un'unica "S" le distingue, e quella "S" è la Sophia, la Conoscenza sacra. 

È la sapienza che, innestandosi nel nostro fuoco interiore, trasforma la semplice fiamma che brucia in luce che eleva, che muta l'incendio distruttore in ascesi gloriosa. 

È la differenza che opera nella nostra Coscienza.

Allora comprendiamo la verità più profonda. 

Prometeo non rubò alcun Fuoco Sacro agli Dei. 

Egli ci indicò la via, il metodo, l'ardire necessario per appropriarci del nostro Fuoco interiore, quello stesso che gli Dei, nella loro presunzione, vorrebbero per noi dormiente, sopito, lento, inerte, sottomesso alla naturale evoluzione crono-logica che essi hanno stabilito. 

Gli Dei, non Dio. 

Il Dio interiore, il Daimon, attende solo di essere riconosciuto e destato.

Il contatto, l'accensione della nostra Fiamma divina, può essere dolorosa quanto l'attrito del fiammifero sulla striscia abrasiva. Ma quel contatto è con il nostro Daimon, il nostro Diamante interiore polverizzato. 

Polvere di stelle sparsa sul cuore nell'istante stesso della nostra incarnazione, per ricordarci la nostra provenienza astrale, la nostra origine Divina. 

È una memoria scritta nella carne dello spirito.

E il fosforo che si infiamma, che prende fuoco come la capocchia di un fiammifero, è lo stesso fosforo che, in forma di oligoelemento, custodisce la memoria nel nostro corpo fisico. 

Un fosforo che ha per simbolo la P del cristogramma, la P che rappresenta Cristo, la memoria vivente della nostra divinità interiore. 

Risvegliare questa divinità cristica e solare, che affonda le sue radici nella notte dei tempi, significa prendere piena consapevolezza di essere esseri solari, divinizzati, capaci di creare galassie intorno a sé, di generare mondi, se impariamo a governare il nostro Daimon, il nostro Fuoco Sacro interiore, con ribellione consapevole, con coraggio illuminato, con libertà sovrana, seguendo i ritmi della nostra divinità interiore, che è circolare, trasversale, non lineare né cronologica come pretenderebbe il dio Cronos.

Gli stessi Dei, nelle loro dimore eteree, hanno sempre invidiato la condizione degli Umani. 

Tanto da desiderare di accoppiarsi con loro, di mescolare il loro sangue immortale con la carne mortale. 

Perché l'Umano azzarda. 

Egli non ristagna nell'oasi beata di una divinità acquisita per diritto di nascita, non se ne bea, non vi si crogiola. 

La sua gloria è altrove. 

È nella conquista, nel ricordo, nella manifestazione. 

La sua grandezza sta nel mescolare lacrime e polvere di stelle, nel far germogliare dal pianto la luce. 

Sviluppare il proprio demone interiore significa farlo ardere fino a trasfigurarlo in Diamante, significa imparare l'arte alchemica di governare il Fuoco senza esserne consumati.

Perché è nel mettersi in gioco, nell'osare l'impossibile, che l'Umano si sente veramente vivo, si sente ardere. 

È nello sfidare gli Dei, nel varcare i confini da loro stabiliti, che egli stesso si sperimenta come Dio. Ogni volta che attiviamo il nostro Fuoco Sacro, ogni volta che il nostro Daimon si accende, noi siamo Prometeo. 

Ma nel senso originario e più autentico del termine. 

A favore, "pro", del nostro "meteo", del nostro tempo interiore. 

Il tempo del nostro tempio. 

Quel santuario nascosto nel cuore dove non si adora alcuna divinità esteriore, ma dove si celebra il culto sacro e ineffabile di noi stessi, nella nostra più alta e fulgida essenza.


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Tratto dal mio libro

"Maldalchimia. Di Ombre e Luminescenze" Volume I 

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Ciò che dobbiamo far evolvere






💛 Lavorazione a rete(libro "Le Dee silenziose")

 [...] In molte culture antiche (Mediterraneo, Vicino Oriente), in cui il sud-est, punto dell’alba solstiziale d’inverno (il sole che rinasce dopo la notte più lunga) e dell’alba equinoziale, diventa direzione di rigenerazione e fecondità.

È una sinergia cosmogonica. 

La lavorazione a rete presente sul copricapo della Dea Madre di Cuccuru S'Arriu e sul concio di Tresnuraghes, in cui è letteralmente intessuta la nostra Tanit, come abbiamo visto è una rete cosmica. 

È una trama dell’universo, una  connettività tra cielo e terra, simbolo di Tanit primordiale.

Poco più tardi, insieme al ritrovamento della Venere di Laussel, emerse un altro bassorilievo femminile detto “Venere con il copricapo a rete” a causa delle incisioni che presenta sul capo (forse una sorta di retina, ma potrebbe essere anche una pettinatura). 

Presenta seni abbondanti e ombelico pronunciato, segno evidente di una gestazione in atto. 

Una decorazione simile, oltre che essere presente anche nella celebre "Signora di Brassempouy", una statuina in avorio risalente al Paleolitico superiore( 28.000 aC circa), è presente anche nella nostra Dea Madre Dea Madre di Cuccuru Is Arrius ( Cabras, in provincia di Oristano) ritrovata in un’ampia necropoli ipogeica del Neolitico Medio (cultura di Bonu Ighinu), risalenti al 4800 aC circa. 

La rete sul capo non è solo una pettinatura, ma una mappa astrale o una matrice cosmica.

La simbologia della rete rappresenta  un'interconnessione dei cicli (lunari, solari, stagionali), la complementarietà degli opposti (maschile/femminile, cielo/terra, vita/morte).

Perché la rete è legata al Toro/Baal e a Tanit?

Perché è la simbiosi del Cielo e del Santuario. 

Il toro è il domatore della rete (aratro, solco, ordine cosmico).

La rete è il campo stellato o il velo di Tanit che separa e collega i mondi.

Nel sud-est solstiziale, la rete si “illumina” perché i raggi solari radenti (alba d’inverno) attraversano le maglie, proiettando geometrie sacre.

Una Y lunga 2,5 cm viene trovata accanto alla Venere di Laussel, ed è un chiaro simbolo triadico di creazione, conservazione, distruzione. 

Di "nascita/morte/rinascita" 

Ma è anche, come abbiamo visto la Y taurina di rinascita lungo la Via Lattea, attraversata dai tre Soli. 

La Y è anche la rappresentazione del pube femminile come portale sud-est. 

Indica l'ingresso del sole nell’utero della terra.

[...] Il sud-est, è, in questo contesto, proprio uno dei punti di incrocio simbolici tra il percorso del sole (eclittica) e l’orizzonte terrestre.

Questo è molto interessante perché spesso è proprio l'orizzonte del mare a creare l'orizzonte terrestre in modo ben definito. 

E questo rientra nella mia personale convinzione che le prime Dee, "venissero proprio dal mare". 

La losanga creatrice e l’orizzonte sud-orientale in archeoastronomia rivelano una sinergia divina nel Paleolitico Superiore. 

Questa affermazione costituisce il cardine ermeneutico per comprendere altre due Veneri, quella di Kostienki e Willendorf poste a confronto. 

La loro conformazione a losanga, la testa chine in avanti, i copricapo o capelli che scendono sul volto, e soprattutto l’assenza dei piedi, una caratteristica morfologica e non accidentale, non sono tratti degenerativi o secondari, bensì tratti distintivi di una specifica teofania: la Dea che emerge dalle acque primordiali. 

L’assenza della parte inferiore delle gambe trova una spiegazione iconografica naturale se si immagina la figura immersa nell’acqua fino almeno al ginocchio. 

L’acqua, elemento femminile per eccellenza, non è qui semplicemente uno sfondo, ma la sostanza stessa della divinità.

La losanga, in questa prospettiva, si rivela come una Vesica Piscis elementare. 

L’intersezione di due cerchi che genera il rombo centrale, figura geometrica sacra che nell’ambito della Geometria Sacra e della tradizione cabalistica corrisponde al Sacro Archetipo Nun (נ), la quattordicesima lettera dell’alfabeto ebraico, il cui significato profondo è proprio la “trasformazione” e la vita che nasce dall’acqua (in ebraico, Nun significa “pesce” ed è associato al flusso vitale e alla discendenza). 

Non a caso, la stessa radice Nun ricorre nel nome della dea sumera Ninḫursaĝ, la “Signora della montagna”, colei che plasma l’umanità dall’argilla mescolata con l’acqua, un atto demiurgico che fonde terra (l’argilla) e acqua (il liquido amniotico cosmico).

La Nun, vorrei ricordare, è delle due lettere presenti nel simbolo della tribù dei Dan, insieme alla Dalet, e insieme formano la Tau del Sigillo Divino, dei Giudici Divini[...]"

Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

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Sulle Dee che venivano dal mare https://maldalchimia.blogspot.com/2024/03/le-dee-che-venivano-dal-mare.html

Tratto dal mio saggio 

" Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna "

Disponibile all'acquisto 

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Lavorazione a rete (libro "Le Dee Silenziose)















lunedì, maggio 11, 2026

💛 Dio Shu (libro Le Dee Silenziose)

 Ho iniziato a parlare del Dio Shu esattamente il 20 febbraio 2021 in un mio scritto che già parlava di Archeoastronomia

 https://maldalchimia.blogspot.com/2021/02/lo-stargate-di-orione-attraverso-sa.html?m=0) 

"Questo tipo di allineamento a "7 pianeti", era considerato importantissimo, poiché era considerato come uno stargate, per l'ascensione al cielo, e il ritorno ad una forma stellare, come il nonno di Osiride, la divinità Shu, il padre degli Dei, il Dio dell'arco, il Custode dei pilastri che sostengono il cielo


Del Dio Shu, nominato anche nelle altre due mie precedenti opere, "Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna" e "Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera il Caos, il Caos che rinnova l’Ordine", ne ho parlato in particolare nel mio ultimo saggio, "Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna", perché è stato un canovaccio astrale e archeoastronomico di straordinaria importanza, di cui avevo già rilevato tasselli importanti, anni fa. Tasselli che hanno trovato giusta collocazione, incasellati in una koinè concettuale, semantica e simbolica che è emersa in tutta la sua straordinaria potenza nella continuità e narrazione litica, nella memoria che i nostri Antichi Padri e Madri sardi, ci hanno voluto lasciare attraverso le mappe archeoastronomiche. 


Dal Capitolo XVI del mio libro "Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna", a metà strada tra le 401 pagine esposte 

[...] In questa prospettiva, il ponte verso l’alto è tracciato dalle stelle circumpolari, quelle che non tramontano mai, le Mesket egizie, le “guardiane del cielo”. 

Tra queste, l’Orsa Maggiore occupa un posto preminente, identificata dagli antichi Sardi come “Su Juvale”, il giogo dei buoi. 

Non si tratta di una semplice metafora. 

Infatti la configurazione a sette stelle dell’Orsa richiama l’aratro trainato da una coppia di bovini, uno strumento sacro che solca la terra per generare la vita, così come solca il cielo per generare l’ordine cosmico.

[...] Durante l’equinozio di primavera, quando l’Orsa Maggiore è al culmine della sua visibilità e indica la Stella Polare, il sovrano tracciava il perimetro del tempio futuro, “arando” il solco sacro. 

Da questo atto rituale nasceva l’Akhet.

Nella lingua egizia, Akhet è il geroglifico del sole che sorge tra due montagne, l’orizzonte. 

Ma è anche il nome del periodo della piena del Nilo, della fertilità e, soprattutto, del tempio come “luogo di rinascita”. 

L’Akhet è lo spazio consacrato dove cielo e terra si incontrano, simboleggiato dalle due torri (i due monti, i due nuraghi, i due leoni accovacciati di Sulki) che custodiscono l’ingresso. 

Il giogo dell’Orsa Maggiore, “Su Juvale”, è l’archetipo celeste di questo spazio sacro, e il nuraghe Cuccurada di Mogoro( di cui ho scritto nel gennaio del 2024)

la cui pianta replica esattamente le sette stelle dell’Orsa e che un tempo aveva come stella polare non Polaris, ma Alfa Draconis (la stella del Drago/Serpente), ne è la prova tangibile e la trasposizione litica.

Questa architettura cosmica non è statica, ma dinamica, poiché, nei suoi simbolismi, manifesta una certa continuità precessionale, che comunque è di dimensione del Femminino. 

[...] Il Serpente è il labirinto, il percorso tortuoso del DNA, della Kundalini che risale il canale spinale. 

Il Toro ne rappresenta la forza vitale, l’energia grezza che deve essere incanalata. 

La loro unione simboleggia la costellazione dell’Ofiuco, che nell’antichità si trovava proprio sotto il segno del Toro durante l’equinozio di primavera, fungendo da ponte.

Il glifo dell’Ofiuco, come il giogo (Juvale), è un’immagine di congiunzione e armonia dei contrari. 

Come San Giovanni ("Juanni", in sardo, dalla stessa radice "Ju-" di Juvale) battezza Cristo nelle acque del Giordano, così l’Ofiotauro battezza l’iniziato nelle acque amniotiche del labirinto. 

La sua meta è l’Akhet, l’orizzonte di luce dove Shu (il dio dell’aria e del vuoto, custode dei pilastri, il cui nome è forse alla radice di Shardana) separa il cielo dalla terra per permettere il miracolo della manifestazione.

Questo aspetto della dimensione  dell'Akhet (l’orizzonte sacro) e del dio Shu (l’aria/il vuoto che separa cielo e terra) è estremamente interessante, perché hanno hanno precise corrispondenze con costellazioni, direzioni cardinali astrali e, per trasposizione simbolica, con l’arco architettonico, la "teoria dell'arco", come abbiamo già visto, in diverse civiltà antiche.

Essa obbedisce alla precessione degli equinozi, il lento movimento dell’asse terrestre che scandisce le ere. 

[...] Shu è l’aria, il “sollevatore” del cielo (Nut) separato dalla terra (Geb). 

Viene spesso raffigurato in piedi, con le braccia alzate a sostenere la volta celeste.

Le sue braccia descrivono un arco (la volta celeste). 

In alcuni testi tardi e interpretazioni esoteriche (Plutarco, testi ermetici), Shu è paragonato all’arcobaleno e all’arco lunare.

Nel sincretismo greco-romano, Shu fu associato ad Atlante (che regge il cielo) e alla costellazione dell’Auriga (il cocchiere che solleva un braccio). 

L’Auriga, come abbiamo visto, è stata messa in correlazione con i menhir di Pranu Mutteddu, e fa parte dell’asterismo dell’Esagono Invernale, anch'esso a sud-est, un asterismo che comprende Capella (α Aurigae), Aldebaran (α Tauri), Rigel (β Orionis) e Polluce (β Geminorum). 

Altri hanno visto in Shu una proiezione di Orione stesso. Orione è considerato  il “sollevatore” nell’emisfero sud, che sorge in direzione est-sud/est, collegato a Sah, l’anima di Osiride.

E qui ritorniamo al nostro Sud-Est cosmogonico. 

La direzione cardinale astrale di Shu è piuttosto lo Zenit (il punto più alto dell’arco diurno del sole) e il passaggio meridiano del sole a mezzogiorno, perché Shu separa i due mondi in verticale. 

[...] La simbologia dell’arco trasposta nell’architettura antica, come abbiamo visto, è estremamente importante. 

L’arco come elemento architettonico (a tutto sesto, a sesto acuto) non è comune nell’Egitto faraonico (conoscevano la volta a botte ma non l’arco vero come chiave di volta). 

Tuttavia, il simbolo dell’arco, come linea che congiunge due poli separati (terra-cielo, est-ovest, vita-morte)  è trasposto in vari contesti. 

[...] Colui che sostiene il cielo. 

La chiave di volta è il punto di equilibrio (Shu stesso).

Quindi l'Akhet rappresenta l'orizzonte ma che migra simbolicamente verso est, con la levata eliaca di Sirio /Orione, rappresentazioni, in questo contesto, del Toro/Baal e Tanit. 

Shu che regge l'arco, in direzione Sud-Est della sua levata eliaca all'alba del solstizio d'inverno, indica la trasmutazione ascensionale di Osiride /Orione 

A questo riguardo è molto affascinante incrociare mitologia egizia, astronomia, religioni misteriche romane e simbolismo archetipico[...] 

[...] Sia Mitra che Shu sono correlati alla volta celeste, ma in particolare all'orientamento cardinale sud-est, di domiciliazione del Toro. 

L'oriente, l'est, è associato alla nascita di Horus (Horus akhet) e alla rinascita del re, e il Sud (Khenti) è la direzione di molti dei primordiali.

Come vedete, è sempre tutto estremamente collegato. 

Ma infatti ho trovato estremamente interessante il Manufatto di Gezer, in correlazione con l’Archetipo di Shu. 

Il reperto cananeo rinvenuto a Gezer, un medaglione d’argento figurante una stella a otto punte fiancheggiata da due elementi curvilinei interpretabili come corna lunari, costituisce un unicum tessile e votivo di straordinaria rilevanza. 

[...] Ho riconosciuto, in questo manufatto non tanto una generica raffigurazione delle dee mesopotamiche Ishtar o Sin, quanto piuttosto l’incarnazione archetipale del dio egizio Shu.

[...] l'Ottava Sfera (la dimensione intermedia tra i sette cieli planetari e il nono, sede dell’Uno), incarna il principio di mediazione tra polarità opposte.

La stella a otto punte, in lungi dall’essere un mero ornamento, rivela una struttura numerologico-astronomica profonda[...]

E molto altro... 



Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

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Immagine 

Medaglione Gezer 

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Shu

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Dio Shu( libro Le Dee Silenziose)
















domenica, maggio 10, 2026

💛 Baubo nei miei tre saggi

 "[...] La conformazione a goccia primordiale rappresenta quindi  una continuità iconografica, dalle Iadi del Toro al pozzo di Santa Cristina. 

[...] La loro eliaca (il sorgere eliaco) annunciava l’arrivo delle piogge autunnali, legando indissolubilmente l’immagine delle stelle “piovose” alla fecondità tellurica e alla linfa vitale che discende dal cielo. 

Questa stessa connotazione umida e lunare si riverbera nella conformazione vulvare, intesa come “porta” generatrice e ricettacolo primordiale.

Tale morfologia simbolica si manifesta con sorprendente coerenza in diverse testimonianze iconiche. 

Essa è innanzitutto rintracciabile nella figura della dea Baubo, entità minore del pantheon greco nota per il suo gesto di anasyrma (sollevamento delle vesti), attraverso il quale rivelava la propria vulva per distogliere Demetra dal lutto e ristabilire il ciclo della fertilità. 

L’atto di Baubo non è osceno, bensì teofanico. 

La conformazione vulvare si fa strumento di rigenerazione cosmica.

Questo stesso principio si riverbera, in una trasposizione architettonica e sacrale, nella cinta muraria del pozzo sacro di Santa Cristina. 

La struttura a tholos, l’andamento ellittico del recinto e la celebre fetta di luna che ne contraddistingue la pianta, riproducono in chiave monumentale la medesima conformazione a grembo o a goccia primordiale, dove l’acqua sorgiva rappresenta il fluido amniotico della Grande Madre. 

Il pozzo sacro, pertanto, si configura come una vulva litica, un utero rituale destinato alla rigenerazione della comunità.

Tale modello iconografico trova una delle sue più eloquenti rappresentazioni nel petroglifo di Bruncu Suergiu (altopiano della Giara, Genoni), la cui stilizzazione è stata efficacemente messa in relazione con altre testimonianze del Mediterraneo antico[...]" 

Tratto dal mio libro 

"Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna" 

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"[...] Esiste una correlazione profonda tra la festa del raccolto, collocata in prossimità del solstizio estivo, in un momento in cui il dio solare raggiunge il suo apice per poi declinare, lasciando spazio al dio fanciullo del solstizio invernale, e la simbologia equinoziale di Demetra e Kore. 

La manifestazione di Demetra e del figlio solare Iacco, che essa porta in grembo, è resa possibile dall’intervento della dea Baubo, figura equilibrante e trasmutatrice. 

Sottolineo che Iacco, come dice prof. Dedola a riguardo, è il terzo nome del Dio sardiano, Iáccu, è , senz’altro il più intrigante, anch’esso panmediterraneo. Íaccos, Ἴακχος

Ed è pure il nome solenne di Bacco (Diónisos) nei Misteri Eleusini. Ricordo il grido rituale in onore del Dio: Iacco!

La sua base etimologica è ebraica, non per altro, ma solo perché gli Ebrei lo considerano il vero nome (quello segreto) del proprio Dio. Il sardo Iáccu, gr. Íaccos, è lo stesso tetragramma ebraico YHWH, il nome di Dio Onnipotente, da pronunciare così com’è scritto, ossia Yaḥuh. In Sardegna questo nome sacro è ripetuto numerose volte, nei nomi personali, nei cognomi, e anche in parecchi toponimi.

Demetra porta quindi in grembo, il Dio  solare, che trova corrispondenza anche nel nome "Iao"( che risulta un "Iacco" senza la doppia consonante" cc"), nel nome che veniva attribuito al Sole, presso l'oracolo del tempio di Apollo, sullo Ionio, in Turchia, a Claros. 

Quindi, la nascita del Sole/Iacco/Iaccu, è come se fosse stata benedetta dalla risata di Demetra, che ha squarciato l'inverno, in lutto per la perdita momentanea della figlia Persefone. 

Una meravigliosa metafora per indicare l'ingresso dell'equinozio di primavera[...] 

Questo riso apotropaico è presente anche nella simbologia del Carrasegare sardo. 

La risata di Baubo, gesto dissacrante e vivificante, ripristina l’equilibrio necessario alla creazione, in una dinamica analoga al Witz ebraico, che, nato in contesti di sofferenza, opera una livellazione delle gerarchie.

La celebrazione di Lugh, dunque, non è soltanto un tributo al principio solare, ma anche un’esaltazione del Laugh ( “to laugh”, ridere in inglese), forza trascendente che squarcia le tenebre e dà origine agli dèi. 

Tale dimensione è mediata dal Femminino sacro, che, pur governando gli estremi, persegue l’equilibrio fecondo. 

Come Lugh si “fa grano” e si sacrifica per essere raccolto, così la risata di Baubo, e delle dee ad essa assimilabili, permette la nascita del sole (Iacco/Iaccu) e il ripristino dei cicli vitali. 

Sostanzialmente, Lammas/Lughnasad e le tradizioni carnevalesche sarde rivelano una complessa trama mitico-rituale, dove solstizio ed equinozio, maschile e femminile, sacrificio e rigenerazione, si intrecciano in un unico, armonioso tessuto simbolico.

[...] Baubo, dea della risata oscena, è associata alla melagrana, frutto legato ai cicli di Demetra e Persefone. 

Persefone, costretta a dimorare negli Inferi per sei mesi a causa dei semi di melagrana ingeriti, incarna l’alternanza tra tenebre e luce. 

[...] Questa valenza protettiva è confermata dal bubbolo, il sonaglio sferico, che somiglia moltissimo, nella sua conformazione, al doppio bottone sardo, che appare nel bassorilievo del basilisco nella chiesa di Sant’Antioco di Bisarcio (Ozieri). 

Il bassorilievo, che risale al periodo giudicale, mostra un basilisco bicefalo con diadema a fiamma e, sotto la zampa anteriore, un bubbolo. 

Il sonaglio, in questo contesto, identificava il portatore del pericolo e allo stesso tempo svolgeva la funzione di protezione apotropaica. 

Il bubbolo, dunque, non è un accessorio casuale, ma un segno di riconoscimento e di difesa rituale.

Il legame tra il basilisco sardo e il Sacro Gemminino si manifesta anche attraverso l’associazione con la dea Baubo, figura della fertilità e della risata liberatoria. 

Baubo, spesso rappresentata su un cinghiale, è collegata ai pozzi sacri (come quello di Santa Cristina) e alle acque generative. 

Possiamo osservare che la simbologia della Baubo è correlata anche al  Golgo di Baunei, dalla forma vaginale, come la Baubo, il cui  custode, S’Iscultone, è simbolo di Baunei. 

Il Golgo di Baunei (“Su Sterru”), una voragine carsica profonda 270 metri, è infatti il luogo leggendario dove San Pietro sconfisse il basilisco sbattendolo a terra. 

Questo golgo (termine che evoca l’idea di vagina, accostabile alla simbologia della Baubo, quindi o utero della terra) diventa così un luogo di culto ancestrale, circondato da nuraghi, Domus de Janas e Tombe dei Giganti, a testimonianza di una sacralità antica legata alla fertilità e alla rigenerazione". 


Tratto dal mio libro 

"Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera il Caos, il Caos che rinnova l’Ordine" 

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[...] XX. La Corona della Melagrana e il numero 64.


[...] Da noi in Sardegna si dice "s'arrisu e s'arenara, pigada e squartarada", che tradotto, significa "la risata della melagrana, presa e scaraventata a terra, in modo che si apra e sparpagli tutti i suoi chicchi".

Questa similitudine "melagrana-risata-fertilità", è giustificabile dal fatto che si credeva il ridere fosse una prerogativa divina, e che gli uomini fossero stati creati in un moto di risata divina.

Il riso, riporta la primavera sulla terra, come sulla labbra di Demetra, nonostante la perdita della figlia Core/Persefone. 

Core che si lega, indissolubilmente, alla simbologia della melagrana, poiché accetta i 6 arilli ( e anche il numero 6 si lega ai 6 serpenti energetici, ctoni, al lato della scacchiera di Pubusattile) che le vengono offerti da Ade, legandola, per 6 mesi (uno per ogni seme), quelli invernali autunnali, ad Ade, nel mondo dell'oltretomba, e i restanti, in superficie, con la madre Demetra. 

[...]Ho scritto svariate volte sulla simbologia della Melagrana , in relazione al significato dei suoi 613 arilli canonici e in relazione alla decorazione a scacchiera che spesso ho notato nelle sue rappresentazioni. 

Oggi approfondisco ulteriormente, perché ho trovato la chiave dei 64 quadrettini della scacchiera di Pubusattile, nella Domu de Jana di Villanova Monteleone, proprio, e anche, nel simbolismo della Melagrana. 

Dopo l'occhio di Horus, e la quadratura del cerchio, la Matrice delle 22 lettere ebraiche, la prima forma archetipale del concetto di "Giudizio divino", legato al concetto di Giudici Divini espresso dalla Tau del simbolo della tribù dei Dan, ancora rivelazioni, sempre in ambito ebraico. 

Il numero dei 613 arilli della melagrana, è numero simbolo. 

Un Archetipo, associato alla simbologia della melagrana, che rappresenta il Femminino.

L'idea che una melagrana matura contenga esattamente 613 chicchi (in ebraico arilli, עֲרִילִים) non è un dato scientifico, ma un simbolo religioso profondamente radicato nell'Ebraismo.

Nella Torah (la legge ebraica), i rabbini hanno identificato 613 comandamenti (in ebraico Mitzvòt, מִצְווֹת). 

Di questi, 248 sono precetti positivi ("fare'") e 365 sono precetti negativi ("non fare"). 

Questo numero è diventato il fondamento simbolico della legge divina. 

[...] Sulla correlazione decorativa presente su un'antica rappresentazione di arte greca su una melagrana in particolare, risalente al periodo greco del 750 aC., ma che ho notato in altre melagrane, con il simbolismo "a griglia" come quello della scacchiera di Pubusattile( 8x 8, 64 quadratini) sottolineo che la decorazione in rosso rappresenta il Sacro Femminino, con il suo potere creativo e fertile.

I chicchi rossi della melagrana richiamano il fertile sangue mestruale, e la loro capacità di generare e duplicarsi. 

Spesso la melagrana viene rappresentata nelle sacre iconografie raffiguranti Madonne, anche per la particolarità di avere come una sorta di "corona" all'estremità.

[...] Quindi, alla luce di queste osservazioni[...] "8 X 8", quindi, il 64, è strettamente legato ai precetti Ebraici, e la stessa melagrana, sulla quale è rappresentata la griglia a scacchiera è simbolo di questo numero sacro, il 64, rappresentato dalla corona della melagrana. 

Senza contare che la SOMMA dei 613 arilli, mi da un 10, decimo Sacro Archetipo Ebraico YOD . 

La prima lettera del tetragramma divino YHWH. 

[...] Ma soprattutto, come ho già sottolineato, il 64, indica le 64, possibili interpretazioni dei testi sacri, della Torah riassunta nell'acronimo Pardes ( Paradiso), le cui consonanti PRDS, indicano il Pshat( l'interpretazione letterale), il Remez( l'interpretazione allusiva) Drash( l'interpretazione omiletica), il Sod( il segreto mistico)

Il numero 64 non è un totale canonico, ma simbolicamente rappresenta la totalità della Legge Orale e Scritta.

Sottolineo che ben 3 lettere di questo acronimo PRDS, la S/D/R formano la parola Sardegna

Torah, che è anagramma della Dea Hator, che è stata rappresentata anche con un copricapo Shardana in testa[...]"

Tratto dal mio libro 

"Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna" 

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Non c'è grembo più esemplificativo, né matrice più arcana, della vulva. 

Essa non è un varco, ma il Sigillo Nero del Cosmo.

E questa vulva, in principio, danzava dinanzi alla più afflitta delle Dee.

Demetra, la Madre della Spiga, sedeva sul pozzo dell’Ade. 

Sua figlia Kore era stata rapita, e il mondo aveva conosciuto il primo inverno. 

La Dea piangeva lacrime di sale pietrificato, e nessun Olimpo riusciva a smuoverla. 

La vita stessa si ritraeva, impaurita dalla ferocia del suo lutto.

Allora, dall’ombra delle querce rovesciate, emerse Baubo.

Baubo non era una ninfa, né un’eroina. 

Era la Dea della Risata Tellurica, l’incarnazione del protocosmo uterino. 

Senza pronunciare parola, Baubo si avvicinò a Demetra. 

La tradizione dice che ella alzò la veste. Ma io ti dico di più. 

Baubo rivelò la vulva non come un atto osceno, ma come una Teofania Inversa.

Mentre gli dei mostrano il volto luminoso per incutere terrore, Baubo mostrò la Mandorla dell’Ombra per ridare vita. 

In quell’istante, Demetra vide le 

grandi labbra come le porte del Tempio di Eleusi, che si aprono per chi ha compiuto il cammino.

Il clitoride come la Pietra Filosofale nascosta alla base della spina dorsale del mondo, la scintilla rovente che non serve alla procreazione ma alla estasi verticale.

Il vaso dove le lacrime del dolore diventano il Mercurio dei Saggi, il liquido che scioglie ogni metallo grezzo in amore.

Demetra guardò quella fessura cosmica e non provò disgusto. Provò riconoscimento. 

Perché dentro quella piega di carne, vide il riflesso della sua stessa caverna uterina, dove Kore era stata concepita.

È in quel preciso istante che si manifesta l’Alchimia della Risata

Demetra rise.

La sua risata non era ilarità, ma una vibrazione che riassemblava gli atomi. 

Fu il primo suono non linguistico, la Parola che fallisce come linguaggio e diventa carne. 

In alchimia, questo passaggio è detto "Solutio". 

È lo scioglimento del dolore solido nel fluido universale della gioia.

L’atto di Baubo mostra che la vulva non è solo un organo di passaggio di transizione. 

È anche il Crogiuolo dell’Umor Nero. 

In essa si deposita il sangue lunare, il retaggio di tutte le madri ferite. 

Quel sangue non è “impuro” (come dicono i culti solari), ma è la Terra Damnata che deve  rifiorire. 

Il suo aspetto “umido” e “buio” è lo specchio della coscienza primordiale. 

Chi guarda dentro senza paura, vede il proprio volto prima della nascita.

Mentre gli alchimisti cercavano l’oro nei minerali, Baubo rivela che la vera Lapis è qui. 

In un organo che produce estasi senza scopo, che sa essere ricettivo e feroce, che sanguina senza morire, che si contrae e si espande come i cicli dell’universo.

Oggi, onorando la Madre, si onora quel ponte di carne che ci ha espulso nel pianto. 

Ma la si onora, più in profondità. Nella Vulva Cosmica di Baubo, perché essa è la Madre di tutte le Madri. 

È la Madre degli dei falliti, degli orgasmi dimenticati, delle risurrezioni improvvise.

Quando vedi una vulva, non pensare alla natura. 

Pensa all'arte. 

È un mandala che respira, un sigillo salomonico senza lati, una ierogamia tra la carne e lo spirito.

Baubo danza ancora sotto le gonne delle donne tristi. 

La sua lezione è la più alta delle  alchimie. 

Trasformare il lutto in parossismo, la perdita in risata, l’oscurità in grembo luminoso.

Che si celebri questo raggio mistico che lungo la spina dorsale, dalla vulva sale alla corona. 

Che si possa, come Demetra, ridere di fronte all’abisso, e ritrovare la Figlia dentro noi stesse. 


Tiziana Fenu 

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Baubo nei miei tre saggi