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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

sabato, aprile 25, 2026

💛 Larnax Tebe/scacchiera di Pubusattile

In questa analisi sulla simbologia e correlazioni Mediterranee di questo Larnax Miceneo dalla Beozia, si evince, ancora una volta, l'ipotesi di una Matrice Simbolica Sarda

Un manufatto funerario di straordinario interesse archeologico e simbolico. 

Un larnax (sarcofago a cassa) in terracotta di produzione micenea, proveniente dalle necropoli di Tanagra, in Beozia, e attualmente custodito presso il Museo Archeologico di Tebe (Grecia). 

L'analisi si concentrerà sulla sua iconografia, inquadrandola nel contesto dei riti funebri dell'Egeo durante il Tardo Elladico III A1-B1 (circa 1430-1230 a.C.), per poi sviluppare un’approfondita comparazione con le simbologie archetipiche dell’antica civiltà sarda, già oggetto di studi precedenti sul mio blog Maldalchimia, e sulle mie pagine, JanaSophia e Sacred Symbologies 

Il reperto in esame appartiene alla tipologia dei larnakes a cassa, una pratica funeraria atipica per la Grecia continentale micenea, la quale rivela invece una marcata influenza cretese (Minoico). 

La decorazione pittorica che adorna le pareti del sarcofago offre una testimonianza visiva di eccezionale valore riguardo alle cerimonie connesse al culto dei morti. 

In particolare, la scena principale raffigura una processione di figure femminili, interpretabili come prefiche (professioniste del lamento funebre), rappresentate con le braccia sollevate al di sopra del capo in un gesto rituale codificato. 

Questo gesto è direttamente riconducibile alla fase della prothesis, ovvero l'esposizione del corpo del defunto prima della sepoltura, durante la quale il lamento delle donne costituiva un elemento catartico e di accompagnamento dell’anima verso l'aldilà.

Il coperchio del larnax, inoltre, presenta spesso piccole figurine in argilla (protomi o statuette), raffiguranti esseri mitologici o figure umane in miniatura, la cui funzione apotropaica o psicopompa è stata ampiamente discussa in letteratura.

Le correlazioni Mediterranee e l'Ipotesi di una Matrice Simbolica Sarda è evidente. 

Come già argomentato in un precedente contributo dedicato a un altro larnax di matrice cretese (si veda l'analisi sul Larnax cretese e il Pubusattile: https://maldalchimia.blogspot.com/2024/01/larnax-cretese-e-pubusattile.html), anche in questo manufatto beota è possibile rilevare una serie di elementi iconografici e strutturali che trovano una sorprendente e profonda corrispondenza nel patrimonio simbolico dell'antica Sardegna, precedente di millenni. Tali elementi, lungi dall'essere accessori decorativi, rinviano a un sistema cosmogonico complesso, incentrato sulla sinergia delle due polarità creatrici (maschile/femminile) e sul concetto di rinascita.

La Decorazione a Scacchiera, a quadrati alternati (chiari e scuri) è uno dei marcatori simbolici più significativi. 

Questa decorazione non è, come talvolta erroneamente si ritiene, un unicum egizio o egea. 

Essa trova la sua più arcaica e compiuta espressione nella Domu de Jana di Pubusattile (Villanova Monteleone), un ipogeo neolitico risalente al V millennio a.C. (o precedente). 

In questo contesto, la scacchiera simboleggia la Monade, la matrice cosmica generata dall’interazione dinamica tra il principio maschile (quadrati bianchi) e quello femminile (quadrati rossi, in cui l’ocra rimanda simbolicamente al sangue mestruale come principio di fertilità). 

La simbologia solare e di rinascita associata a questo motivo è stata approfondita in: https://maldalchimia.blogspot.com/2024/04/locchio-di-horus-e-la-scacchiera-di.html.

Le Pavoncelle (Uccelli Psicopompi): Nel larnax sono raffigurate due pavoncelle, la cui simbologia è stata già ampiamente trattata (https://maldalchimia.blogspot.com/2020/09/mi-e-sempre-piaciuta-la-pavoncella_28.html). Nella tradizione sarda, questo uccello ricopre la funzione di psicopompo femminile, guida delle anime nell’aldilà e custode delle due polarità creatrici, nonché dell’Albero della Vita, spesso rappresentato in modo speculare ai suoi lati.

La presenza di due figure taurine (prospetticamente o in protome) ricalca la medesima logica duale e sinergica. Il toro, simbolo di forza generatrice, è qui associato alla dimensione uterina, rappresentando l’unione degli opposti.

Le Prefiche come "Attittadoras": Le figure oranti del larnax miceneo trovano un diretto corrispunto culturale e gestuale nelle "attittadoras" sarde, le antiche lamentatrici rituali il cui compito era accompagnare il defunto con un lamento codificato (si veda l'approfondimento: Radici della tradizione de is animeddhas: https://maldalchimia.blogspot.com/2020/10/radici-della-tradizione-de-is-animeddas.html).

La silhouette dei corpi femminili, composta da due triangoli uniti per il vertice, rappresenta la sinergia degli opposti (maschile/femminile) che presiede alla creazione. Questa è una cifra stilistica dominante nella Cultura di Ozieri (https://maldalchimia.blogspot.com/2021/10/ballu-tundu.html). La decorazione a "spiga" sulla gonna, con il vertice rivolto verso il basso, costituisce un esplicito simbolo pubico e di fertilità, legato alla rinascita post-mortem.

La Forma dell' "Archedda". 

La struttura stessa del larnax a cassa rimanda alla forma archetipale dell’"Archedda" sarda, interpretabile come una primordiale Arca dell'Alleanza, contenitore sacro della vita e della rigenerazione (https://maldalchimia.blogspot.com/2020/07/s-arca-sacra.html). Questa tradizione morfologica persiste nella cultura materiale sarda fino alle più recenti cassapanche nuziali (sa cascia), finemente intagliate e decorate con elementi simbolici identici (pavoncelle bifronti, albero della vita).

La Numerologia e le Tre Cornici: La decorazione a quadranti e triangoli è delimitata da tre cornici, un elemento costante nella tradizione simbolica sarda, che rappresenta il triplice passaggio iniziatico di "nascita/morte/rinascita", in relazione ai "tre Soli" del percorso della Via Lattea (https://maldalchimia.blogspot.com/2021/03/la-y-taurina-di-ascensione-lungo-la-via.html). 

La presenza di cinque figure sul larnax è altrettanto significativa: il numero 5 è il numero del Toro, legato al ciclo pentacolare di Venere (che governa il Toro) e, in termini esoterici, al quinto chakra della gola (Vishudda), in sinergia con la dimensione uterina (https://maldalchimia.blogspot.com/2020/04/blog-post_18.html).

Sulla questione delle Matrici Culturali, la Priorità della Sardegna emerge su tutte. 

È fondamentale sottolineare che la decorazione a scacchiera, lungi dall’essere un motivo "tipicamente egizio", è attestata nella sua più antica e completa formulazione simbolica nella Domu de Jana di Pubusattile (Villanova Monteleone), risalente al 5000 a.C. o a una fase precedente. 

Come dimostrato in un’analisi specifica, la ripresa di questa simbologia in ambito egizio (Occhio di Horus, decorazioni tombali) deve essere interpretata, alla luce della cronologia, come una derivazione o un’influenza di questa arcaica matrice sarda, e non viceversa (https://maldalchimia.blogspot.com/2023/05/vela-egiziascacchiera-pubusattile.html).La griglia a scacchiera, spesso affiancata da un modulo di tre o sei "onde serpentine" che rappresentano l’energia radiante della triade creatrice, è un unicum che trova la sua esegesi più completa nella cultura megalitica e ipogeica sarda. 

Per un approfondimento esaustivo sulla simbologia della scacchiera, si rimanda al seguenti contributo, riassuntivo dei precedenti 

( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/12/il-64-nel-quadrato-di-satorsinis.html?m=0) 

L’evidenza comparativa suggerisce con forza che il larnax di Tanagra non sia un'espressione di un simbolismo locale o semplicemente "cretese", ma che incorpori e rielabori un sistema iconografico molto più antico e coerente, la cui origine concettuale è da ricercarsi nell'antica civiltà della Sardegna, definibile come una vera e propria Cultura Madre del Mediterraneo. 

La scacchiera, le prefiche, le pavoncelle e la struttura stessa del contenitore sacro sono archetipi che affondano le loro radici nella preistoria sarda, successivamente diffusi e riadattati nelle civiltà egee ed egizie.

Per una trattazione sistematica e approfondita di queste tesi, si rimanda al mio primo  saggio della mia collana "JanaSophia l'Origine", "Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna" 

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Ribadisco  con forza il concetto centrale di questa analisi. 

La  simbologia analizzata non è né egizia né cretese, ma appartiene al patrimonio ancestrale della Sardegna, la cui priorità culturale e cronologica merita il giusto riconoscimento accademico.


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Larnax Tebe/scacchiera








💙 Scavare nell'ombra

 Scavare nell’ombra della parola, tra ferite arcaiche e maschere di ferro è una via che non è per tutti. 

Quasi sempre si stagna nella lingua biforcuta, nel sangue che si fa fango. 

Sono epifanie di una notte che non vuole ricordare. 

Di quel parlare, di quella bocca, di quel varco Sacro dal quale dovrebbe uscire il respiro del mondo, trasformarsi in una fessura che sputa pietre. 

Le parole, quando si rivolgono a un’altra donna, non sono più acqua viva, ma aceto rancido, scorie di una metallurgia interiore fallita. Chiami l’altra “puttana”, “zoccola”, “troia”. 

Eppure, in ciascuno di questi suoni corrosivi, io sento riecheggiare il pianto di una bambina che non ha avuto un nome per il suo dolore.

Non è volgare chi è forte. 

È volgare chi ha imparato, nella culla, che l’unica lingua che viene ascoltata è quella che ferisce.

Prima che il linguaggio, prima di essere logos, è gesto. 

Prima di essere gesto, è corpo di bambina  che subiva o accarezzava. 

Si impara presto che la parola “dolce” non era per te. 

Forse un padre, quel primo Dio caduto, ti ha insegnato che la femmina si dice in due modi. Oggetto da possedere o bersaglio da colpire. 

Forse lo hai visto riecheggiare quelle stesse parole contro tua madre, riducendo il suo mistero a un buco da denigrare. 

E la tua psiche, acerba e assetata di sopravvivenza, ha registrato. 

Per non essere la vittima, devi brandire le stesse lame che ti hanno tagliata.

Così la volgarità diventa una corazza. 

Ma una corazza di fango, non di acciaio. 

Perché imbruttisce ciò che tocca.

Alchimia inversa e perversa, come sempre. 

Farsi maschio per non soffrire. 

Osservare il fenomeno da lontano, come uno specchio ustorio. 

La donna che usa un linguaggio osceno contro altre donne sta spesso compiendo una trasmutazione fallita. 

Nel calderone della sua psiche, cerca di separare l’Anima (ciò che è tenero, ricettivo, lunare, tipico del Femminino) dallo Spiritus (la forza, l’agire, il solare, tipico del Mascolino). 

Ma invece di unire i contrari in nozze sacre, come farebbe la vera Iniziatrice, li scinde brutalmente. Getta via la grazia e indossa il fiele come fosse una barba posticcia.

“Se parlo come un uomo che maltratta, diventerò intoccabile come un uomo. Se disprezzo la femmina nell’altra, forse nessuno disprezzerà più la femmina in me.”

È una magia nera, autoindotta. 

Una possessione. 

Per un istante, si sente potente, virile, padrona del linguaggio che un tempo la violentava (simbolicamente o letteralmente). Ma quella potenza è un veleno. 

Non rende forti, rende grottesche. Perché la vera Forza Maschile, quella Iniziatica, solare e insieme rispettosa, non ha bisogno di insultare. 

L’insulto è il linguaggio dello schiavo che ha dimenticato di essere tale.

Quando una donna insulta un’altra donna, si ferisce in effige. 

L’altra è lo specchio di ciò che teme di essere. 

Una vittima, esposta, vulnerabile, sessuale, madre, rivale. 

La parola “puttana”, in particolare, è la sigla di una paura atavica. 

Quella di essere usata e poi gettata. 

E chi l’ha usata e gettata, nella sua infanzia? 

Forse un uomo. 

Forse il padre. 

Forse quello stesso padre che chiamava “troia” sua madre mentre lei, da dietro l’uscio, imparava a memoria la grammatica dell’abominio.

Così, da grande, ripete il copione. Ma lo dirige contro chi è uguale a lei, perché è più facile uccidere l’ombra in un corpo vicino che affrontare il fantasma nel proprio ventre.

Non sono da giudicare queste anime monche, incompiute.

Sono solo da segnalare a chi ha potere in Giudizio, per ristabilire, almeno nella dimensione sociale, un equilibrio.

Sono da guardare come si guarda una stanza piena di ragnatele. 

C’è stata una presenza maligna, ma si può ancora pulire. 

La volgarità che si è imparata è una malattia dell’anima, una crosta sul cuore. 

Non ti rende essere umano

Non ti rende Donna 

Non ti rende Uomo. 

Ti rende una cosa rotta che cerca di rompere altre cose.

L’opera alchemica vera è un'altra. Ridare alla parola la sua verginità essenziale. 

Dire “sorella” senza che la lingua si torca in rancore. 

Dire “dolore” senza che diventi sputo. 

Richiamare sulla terra il Padre Celeste che non hai avuto, o riconoscere che nessun padre umano può profanare la regalità della tua nascita.

Quando si smetterà di chiamare l’altra con insulti, scoprirai che l’altra sei tu. 

E la bambina che urlava nella culla potrà finalmente essere presa in braccio, non con parole da soldato ubriaco, ma con il silenzio di chi ha imparato a piangere.

Perché l’iniziazione vera non è parlare come un uomo. 

È parlare come un’anima che ha attraversato l’inferno e ne è uscita senza portare fango sulle ali.


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Scavare nell'ombra






💙 Quando non sei facilmente corruttibile (libro)

 

#lamiafestadellaliberazione

#pernondimenticarechisiamo

Quando non sei facilmente corruttibile, quando hai acquisito nel corso dei tuoi stessi sbagli, delle tue tante esistenze, quel senso di verità, di giusto, rifuggi dalle tue stesse incongruenze come ci si ritrae dall'orlo di un abisso che conosciamo bene per averlo già abitato. È una saggezza antica, scolpita non nei marmi del tempo, ma nella sostanza eterica del tuo spirito, nel palinsesto delle tue innumerevoli vite.

Ogni errore è stato un martello, ogni caduta un'incudine: insieme hanno forgiato in te un nucleo adamantino che la fiamma delle lusinghe mondane non può più scalfire. Hai imparato a riconoscere il sapore amaro della menzogna anche quando è ricoperta del miele più dolce, e il tuo intimo, come un tempio con le colonne salde, rifiuta di inchinarsi a idoli di cartapesta.

Ti sintonizzi su uniche frequenze, che talvolta, non sono sempre come spartiti musicali fluidi, caldi e dorati. Esse sono la lingua arcana con cui l'Universo comunica con chi ha orecchi per intendere. A volte sono un sussurro che culla, un'armonia che avvolge i sensi in una coltre di velluto. Altre volte, invece, squarciano il velo della tua quiete come un tuono improvviso.

Talvolta ti oltrepassano come filo spinato, ma sul quale ti inerpichi, per vedere al di là del guado, della costrizione, dondolando in equilibrio sul cuore che sanguina, ma lenito da ciò che appaga gli occhi e l'Anima. Ecco il mistero della via iniziatica.

Salire sulla lama del rasoio, accettare la ferita come prezzo della visione. Ogni lacerazione è una porta che si apre su un paesaggio interiore più vasto, ogni stilla di sangue è il sigillo di un patto stipulato con la propria parte più alta. Sospeso tra il dolore del limite e l'estasi dell'illimitato, impari la ginnastica sacra dell'equilibrio.

Il verde della libertà, amalgamato all'azzurro del cielo impresso nella retina.
Un fiore per ogni goccia di sangue.
E impari che il sacrificio non è privazione, ma è rendere sacro ogni tuo passo, ogni tuo pensiero, che prende forma anche con il sangue, con la tua dimensione umana. Scopri che la tua carne non è un carcere, ma un crogiolo; che il limite non è una condanna, ma la sponda entro cui la luce può raccogliersi per brillare più intensa. Sacrificio deriva da “sacrum facere”, fare sacro. Ed è questo che accade.

Ogni passo pesato, ogni pensiero cesellato, ogni emozione trascesa diventa un'offerta sull'altare del divenire. La tua stessa umanità, con le sue fragilità, è la terra fertile dove il divino pianta i suoi semi.

Quando senti che è per un Bene più sommo, che trascende ogni tua piccolezza, percepisci cosa è profondamente giusto e cosa, invece, è profondamente sbagliato.
Cosa è verità e cosa non lo è.
Impari a filtrare, come una cellula che necessita di sopravvivere per testimoniare qualcosa che la trascende, come se fosse un passaggio di testimone di un qualcosa di troppo prezioso, per non rendersi degni di averlo ricevuto in Dono.
E lì capisci. Quale è il valore dell'essere degno.
Il valore della tua Dignità.

Perché quando ti ledono nella Dignità, nell'Intelligenza, nella Sensibilità, nella Verità e nell'Integrità, non puoi che restare nella tua Fermezza, nella tua lucidità e trasparenza d'Anima. È a quel punto che il mondo estero perde ogni presa su di te. I giudizi scivolano via come pioggia su roccia, le offese si infrangono come onde contro un faro. Colui che ha toccato il fondo della propria essenza e ne ha riportato la perla della consapevolezza, diventa inattaccabile. La sua corazza non è fatta di difese, ma di una tale presenza a sé stesso che nulla di estraneo può penetrarla.

Niente ti può toccare. Niente ti può essere tolto. Sei pregno di te stesso.
Sei nella tua Pienezza, nella tua piena Manifestazione.
Senza timori.
Senza proiezioni.
Senza illusionismi.
Non temi che ti limitino il volo.
Hai imparato a volare anche senza ali. Perché hai imparato la libertà di essere te stesso, di non dipendere da nessuno che non sia la tua Anima, e ciò che ha predisposto per noi, in questo viaggio.

Quando il centro di gravità si sposta dal mondo esterno al sacrario dell'Anima, avviene la Grande Trasformazione. Le ali non sono più necessarie perché si diventa l'aria stessa che sostiene il volo. La libertà non è più una condizione da conquistare fuori, ma uno stato dell'essere che emana da dentro. È la sovranità dell'Essere sul fare, del nucleo sulla periferia. E in questa regalità interiore, lo specchio diventa l'alleato più prezioso.

Hai imparato a guardarti allo specchio.
L'onestà con te stesso. Con gli altri.
A non restare dove non vibri.
A non voler vivere dove nemmeno riesci a sopravvivere.
Hai imparato, che meglio sgangherata, che perfetta ma artefatta.

Perché la verità dell'Anima ama le crepe, le imperfezioni, le asimmetrie. Esse sono le unghie della roccia su cui la luce può aggrapparsi per danzare. Meglio una cattedrale incompiuta ma vibrante di preghiere, che un mausoleo perfetto ma senza respiro. Meglio la vita che pulsa irregolare, che la morte geometrica. E in questa autenticità, in questa nuda verità accettata e amata, si spalanca l'orizzonte della Fede cosmica.

E impari ad avere fede. A fidarti dell'Universo. Hai già visto tutto. In altre vite, in altre occasioni. In altre morti e Rinascite.
Ciò che rimane è il tuo afflato, il tuo imprinting energetico. Non è ciò che succede. È come reagisci a ciò che succede, a fare la differenza.

Il respiro del cosmo ti culla, perché sai di essere un eterno viaggiatore. Hai già calcato mille scene, indossato mille maschere, danzato mille danze. Ogni morte è stata una rinascita, ogni fine un nuovo inizio. E in questo fluire, l'unica costante, l'unico filo d'oro che cuce insieme le tue innumerevoli esistenze, è la qualità della tua risposta, la vibrazione che emani di fronte all'evento. Non sei più la foglia sbattuta dal vento, ma il vento stesso che muove le foglie.

E chi fa la differenza, lo riconosci.
È in un mondo a parte.
Un magnifico, incantato, mondo a parte.
È la voliera illimitata degli uccelli, senza confini.
È la nota oltre lo spartito.
La pennellata oltre la cornice.
I folli, i ribelli, gli skizzati.
Gli assenti. Presenti solo a sé stessi. Fanno l'amore continuamente, con le parole, le immagini, la fantasia. Disobbedienti per natura. Credono in sé stessi, nel loro intuito. Anarchici.
Fluidi e leggeri. Inafferrabili.
Ci si deve togliere le scarpe, per entrare nei loro spazi. La sporcizia del mondo non è concessa. L'hanno vista tante volte, non merita la loro energia, la loro attenzione.
Sono altrove.

Sono i visionari, i poeti dell'invisibile, gli architetti di mondi possibili. Abitano la soglia, il confine sottile tra il visibile e l'invisibile, e da lì tessono trame di luce. Non appartengono al mondo così com'è, perché sono già proiettati in ciò che il mondo può diventare. Sono le sentinelle dell'alba, coloro che annunciano una luce che ancora non sorge, ma che loro già vedono.

E in questa loro follia, in questa loro sacra assenza, risiede la più potente delle presenze.

Non sono del mondo, ma il futuro del mondo è nelle loro mani. I grandi Visionari.
Io sogno. E sogno in grande. E sogno un'Umanità migliore di questa. E io ne faccio parte, come milioni di altre Anime straordinarie, e il mio volo è oltre.
È Frequenza che raggiunge. È abbraccio che cinge. È Presenza per abbellire.
È verità che smantella menzogna. Per un Bene Supremo. Per tutti noi. È Scintilla Divina che crea reticoli luminosi, coordinate d'Amore.

Questo sognare non è evasione, ma la più concreta delle azioni. È gettare ponti tra il possibile e l'attuale. Ogni pensiero d'amore è una pietra angolare, ogni slancio di verità è una colonna, ogni visione di bellezza è una vetrata colorata nella futura cattedrale dell'umanità. Siamo semi sparsi nel vento del tempo, portatori di una fiamma che non ci appartiene ma che siamo chiamati a custodire. E in questo ardere silenzioso, in questa testimonianza luminosa, si compie il nostro destino.

La mia libertà non inizia dove finisce la tua, ma dove io le concedo di manifestarsi, al di là di ogni possibilità.

Ecco l'ultimo sigillo, la rivelazione finale: la vera libertà è un atto creativo, non un confine difeso. È uno spazio che si apre nell'essere, un permesso che l'Anima dà a sé stessa di espandersi oltre ogni mappa conosciuta, oltre ogni limite prestabilito. Non è un territorio strappato, ma un regno che si istituisce con la potenza del verbo interiore. È l'eco del “Fiat lux” originario, ripetuto in ogni istante da chi ha scelto di essere, pienamente e senza riserve, la propria scintilla divina. È il volo dell'Angelo che non ha bisogno di ali perché è già puro movimento nell'infinito.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com
Tratto dal mio libro
"Maldalchimia. Di Ombre e Luminescenze" Volume I
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Tim Cantor Visionary Art

Quando non sei



venerdì, aprile 24, 2026

💛 Croce nel cerchio (Carro Dupljaja /Serri/Orsa Maggiore)

 Prima mmagine, Carro di Dupljaja, statuetta in terracotta risalente all'Età del Bronzo Medio, circa 1500 a.C. Serbia, di cui avevo già approfondito 

(https://maldalchimia.blogspot.com/2025/05/carro-di-dupljaja-serbia.html?m=0) 

Raffigura una divinità dal volto di uccello seduta su un carro trainato da uccelli acquatici. 

Sul corpo della figura sono incisi simboli solari, inclusa la svastica, 

Seconda immagine, reperto proveniente dal santuario di Santa Vittoria di Serri 

Dal mio scritto 

(https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/carro-e-pelli-rovesciate-di-santa.html?m=0) 

"Santa Vittoria di Serri, doveva essere, visto la sua profonda simbologia un importante fulcro di Mundus Patet primordiale, strettamente legata Numa Pompilio, re sardo/etrusco /romano ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/santuario-santa-vittoria-di-serri-numa.html?m=0), la cui simbologia si lega alle costellazioni che erano collegate con il Mundus Patet ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/santa-vittoria-di-serri-e-il-dragoboote.html?m=0), compreso l'arciere che rappresentazione la costellazione del Cigno( https://maldalchimia.blogspot.com/2023/06/arciere-santa-vittoria-di-serri.html?m=0), correlata alla simbologia del Mundus ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/croce-nel-cerchioshamain-mundus-patet.html?m=0) "


La Croce nel Cerchio, presente in entrambi i reperti. 

Sincretismo della costellazione del Cigno unità a quella circumpolare dell'Orsa Maggiore. 

La via del Femminino, della rinascita, dell'unione dei tre mondi, visto che la Croce nel Cerchio era anche il simbolo dei Mundus Patet, rappresentata vicino ad Ade. 

Nel Carro di Dupljaja la simbologia è ancora più eloquente.

Presenza di uccelli acquatici, come il Cigno. 

Presenza di svastica, che non è solo solare ma è anche la rappresentazione dell'Orsa Maggiore intorno al Polo Nord

Sappiamo quanto l'Orsa Maggiore fosse importante per l'Antica Civiltà Sarda ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/orsa-maggiore-akhetjuvale.html?m=0) 

Proprio ieri Fabrizio Pinna ha postato l'immagine dell'area archeologica di Mont'e Nuxi di Esterzili  https://www.facebook.com/share/p/17Jm89JLnx/

Interessante notare come una struttura circolare abbia una conformazione a svastica, con due bracci che segnano esattamente l'asse Est-ovest, considerando l'ingresso a sud-est. 

Questo è molto interessante perché l'Orsa Maggiore ruotando attorno al Polo Nord celeste, nel suo moto circolare nel corso della notte e delle stagioni, berso mezzanotte in autunno/inverno, il "Carro" può trovarsi a Ovest del polo.

Verso sera in primavera, il Carro è alto a Nord.

All'alba in estate, può trovarsi a Est del polo.

Quindi, l'Orsa Maggiore passa sia a Est che a Ovest del polo nord durante la sua rotazione. 

Anche se mai indica direttamente Est o Ovest come fa con il Nord (tramite la Polare). La sua posizione cambia. 

Tuttavia, ruotando, si trova in tutte le direzioni attorno al polo.

Anche il Il Tempio nuragico a megaron di Sa Domu de Orgia a Esterzili presenta un orientamento Nord-Nord-Ovest / Sud-Sud-Est, con l'ingresso posizionato a Sud-Sud-Est

Ne avevo già parlato in relazione alla sacerdotessa di Esterzili, altamente simbolica. 

https://maldalchimia.blogspot.com/2021/02/simbologia-della-corona-nella.html

https://maldalchimia.blogspot.com/2024/05/sacerdotessa-di-nuragus-e-quella-di.html

Visto che l'ingresso della struttura circolare è a sud-est, con il suo corrispettivo a Nord-ovest, e visto che  anche il tempio ha ingresso a sud-est, nella parabola iniziatica astrale, il percorso iniziatico, a livello astrale, inizia proprio a sud est, nella nostra Antica Civiltà Sarda, nella direzione astrale della sinergia Toro-Tanit, per poi finire con la direzione Nord-ovest, il volo del Cigno, tappa ultima di Ascensione. 

Un percorso contrassegnato da un'energia Femminile, che ho esposto nella mia ultima opera editoriale, "Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna", di cui offrirò maggiori indicazioni ed estrapolazioni, appena sarà disponibile in vendita. È ancora in elaborazione in corso su KDP, che talvolta, specie quando si tratta di saggi lunghi e con immagini, ha tempististiche lunghe. 

Tutto estremamente interessante, almeno per me. 


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Croce nel cerchio














💛 Ver Sacrum (libro)

 [...] C'è un'altra interessantissima correlazione tra il Ver Sacrum e il Carrasegare, in cui emerge la persistenza e la trasformazione di Archetipi sacrificali nel Mediterraneo Arcaico. 

[...] In questo contesto, il Ver Sacrum dell’Italia preromana e il Carrasegare della Sardegna barbaricina si presentano come due fenomeni di straordinario interesse comparativo. 

Separati da secoli e da specificità culturali, essi rivelano una profonda affinità strutturale, radicata in un sostrato mediterraneo comune che concepiva il rinnovamento della comunità e del cosmo attraverso il meccanismo sacrale del sacrificio e del passaggio guidato.

Approfondendo l’articolata fenomenologia del Ver Sacrum, con un approccio etno-antropologico, emergono le sue risonanze nella complessa drammaturgia del Carnevale arcaico sardo, decifrandone le maschere come attori di un medesimo dramma cosmico.

Il Ver Sacrum, o “Primavera Sacra”, non era un semplice rito stagionale, bensì una pratica estrema di religione pubblica, attuata dai popoli italici, come i Sanniti, i Sabini, i Piceni, etc., in risposta a stati di gravissima emergenza comunitaria. 

Tali stati potevano essere la carestia, la pestilenza, la pressione demografica o l’imminenza di una guerra disperata. 

Il voto ("votum" ) rappresentava un patto solenne con la divinità, tipicamente Marte (Mamerte per gli Osci), divinità dalla duplice natura, non solo signore della guerra, ma anche protettore della vegetazione primaverile e della comunità in movimento.

Notate come già il nome Mamerte, contiene nella sua radice fonetica la "Mam-" di Mamuthone, come già Mamurio, dei Mamuralia romani, ha ripreso l'iconografia del nostro Battileddu. 

Consacrando al dio “tutto ciò che nasce nella prossima primavera”, sia gli esseri umani, che animali domestici e frutti della terra, la comunità, in questo senso, trasferiva simbolicamente la propria crisi e la propria speranza in un processo di selezione e rigenerazione sacralizzata. 

La primavera, stagione biologica del risveglio, diventava così il contenitore temporale di una rinascita sociale forzata e guidata dal divino.

Il rituale si sviluppava in una sequenza precisa, una vera e propria liturgia della fondazione. 

[...] I nati nel periodo consacrato venivano allevati come proprietà del dio. 

[...]I giovani sacrani, giunti all’età adulta, venivano condotti oltre i confini sotto la guida di un animale sacro, la cui specie era spesso associata al popolo di appartenenza (il lupo per gli Irpini, il picchio per i Piceni, il toro per i Sanniti). 

L’animale non era un semplice simbolo, ma un gerofante, un mediatore attivo della volontà divina. La sua direzione, le sue soste, i suoi comportamenti dettavano il percorso e il luogo della nuova fondazione.

Giunti nel luogo prescelto, l’animale-guida veniva solitamente sacrificato. 

[...] Figure come Romolo e Remo, esposti e poi fondatori, o il racconto della migrazione di Sabini da Reate, riecheggiano lo schema del Ver Sacrum. 

[...] Essendo anche Il Carrasegare sardo, una sorta di Teatro Cosmico della Morte e della Rinascita, dalla cui etimologia, " carre segare", "tagliare la carne", emerge la sua natura profonda. 

Non si tratta di un addio alla carne, di un "levare la carne" (carne-vale), ma di un rito sacrificale di carattere dionisiaco, incentrato sullo sbranamento simbolico, metaforico, di una vittima che incarna lo spirito della vegetazione. 

È un complesso cerimoniale agro-pastorale di fertilità, un dramma collettivo che affronta il trauma del passaggio dall’inverno, che rappresenta la morte, sterilità, tenebra, alla primavera, che invece rappresenta la vita, la fecondità, la luce.

[...] In entrambe le dimensioni, sia quella dei Ver Sacrum, sia quella del Carrasegare, vi scorgo un elemento basilare in comune, il Sacrificio come fondamento della Rigenerazione Comunitaria. 

Il parallelismo più profondo risiede nella logica sacrificale che governa entrambi i riti. 

Nel Ver Sacrum, la crisi, vista sotto un aspetto demografico, sociale, viene risolta con il “sacrificio” di una parte vitale della comunità (i giovani sacrani), la cui partenza, seppur dolorosa, è presentata come necessaria e sacralmente guidata per il bene superiore del gruppo originario e per la creazione di nuova vita coloniale. Nel Carrasegare, la crisi è quella ciclica e cosmica della sterilità invernale. 

La sua risoluzione avviene attraverso il sacrificio simbolico, spesso mimato, di una vittima (un animale reale o, più spesso, la sua rappresentazione nelle maschere) la cui “morte” garantisce la rinascita della natura. 

In entrambi i casi, una morte, che sia reale o simulata, è il presupposto inscindibile per una rinascita, sociale o naturale.

In questo contesto acquisisce un'importante posizione di spicco, la figura dell’Animale come Mediatore e come Vittima. 

La figura dell’animale è centrale e polisemica in entrambe le tradizioni. 

Nel Ver Sacrum, l’animale-guida è un totem sacro, una teofania mobile che incarna il legame con il dio, il dio Marte, in questo caso, che in periodo romano era assimilato al dio della vegetazione, e guida il popolo verso il suo destino. 

È mediatore, antesignano e, infine, vittima sacrificale il cui nome si fissa nel territorio, per lasciare traccia tangibile del suo passaggio

Nel Carrasegare, l’animale (il bue/toro, il cinghiale, il capro) incarna la forza selvaggia e indomita della natura, lo spirito della vegetazione ma anche la sua pericolosità caotica. 

È la potenza che deve essere dominata, addomesticata e infine sacrificata dall’ordine umano rappresentato dai pastori/domatori. 

Questo scontro ritualizzato tra istinto animale e ragione culturale costituisce il cuore drammatico del rito.

In questa dimensione si manifesta l’Archetipo del Dio che muore e rinasce, rappresentato dall'iconografia di Marte, Dioniso e S’Urtzu. 

È ed qui, che il parallelismo raggiunge il suo livello mitico più alto. 

Il Ver Sacrum è consacrato a Marte, divinità italica che, nelle sue radici più arcaiche, non era solo il dio della guerra distruttiva, ma anche il protettore della comunità, della fertilità dei campi e del giusto confine. 

La sua primavera sacra è un rito di rigenerazione sotto il suo segno. 

Il Carrasegare sardo, come attestato da autorevoli studi di storia delle religioni, rievoca il mito di Dioniso (noto in Sardegna anche come Maimone), dio della linfa vitale, dell’ebbrezza e dell’estasi mistica, che secondo vari miti veniva sbranato dai Titani per poi risorgere. 

La vittima carnevalesca è spesso una rappresentazione di Dioniso nelle vesti di un animale, specialmente un vitello. 

Questa connessione è esplicita nelle maschere di Ottana, che quasi diventano una trasposizione scenografica del dramma del Ver Sacrum. 

[...] La comunità assiste e partecipa, rinnovando attraverso la rappresentazione il proprio patto con le forze che governano la vita e la morte[...]"


Tiziana Fenu 

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Maldalchimia.blogspot.com 

Tratto dal mio libro 

"Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l'Ordine"

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Ver Sacrum (libro)