C’è un dolore che non sa di chiamarsi dolore.
Un vuoto che non urla, ma che spinge mani invisibili a graffiare il mondo.
Esso abita le viscere di chi, non trovando più un riflesso nel proprio specchio, decide di infilzare lo specchio altrui.
L'odio che cerca un corpo assente.
Non per vedere l’altro sanguinare, ma per sentire, almeno per un istante, di esistere.
Questo è il territorio sacro e malsano delle fissazioni che diventano persecuzioni silenziose. Parliamo di coloro che scelgono una vittima che non li conosce, che non ha mai incrociato il loro cammino se non nell’occhio gonfio della loro psiche malata.
Un fantasma scelto come capro espiatorio, un estraneo trasformato in un muro contro cui scagliare ogni frustrazione.
Non è rabbia, ciò che li muove.
È un bisogno disperato e sacrilego di transfert dell’orrore.
La psiche, incapace di sopportare il proprio abisso interiore, lo avvolge in un involucro di menzogne e lo appoggia sulle spalle di un altro.
L’altro diventa così una tela bianca su cui dipingere mostri che, in realtà, sono nati nelle notti della propria infanzia.
Non c’è rapporto, non c’è conflitto. C’è una fissazione monodirezionale.
Un filo di ragno che parte da una ferita antica e va a impigliarsi nella vita di chi non ha mai chiesto nulla.
Il denigrare, il disturbare, il dire menzogne, rubare la loro identità, non sono fini a se stessi.
Sono il respiro affannoso di un ego che si sta spegnendo.
Hanno bisogno che l’altro sappia di essere visto come inferiore, perché solo così loro, per un attimo, possono sedere su un trono costruito con legno marcio.
È una dimensione che rivela l'abisso infantile.
Sempre autoreferenziale.
Perché sono maniacalmente fissati, che pensano di stare al centro del mondo, che qualsiasi cosa sia riferita a loro.
Ma non è, la loro, la dimensione dell’abuso violento e gridato, ma una più sottile e terribile.
È l’abbandono silenzioso, l’invisibilità sistematica, il vuoto di rispecchiamento.
Il bambino, la bambina, che non è mai stato visto negli occhi da chi doveva amarlo impara che per esistere bisogna fare rumore.
Se da piccolo non sei stato toccato dall’amore, da grande toccherai gli altri con il disprezzo.
Ma c’è un’altra ferita, più esoterica.
Molto più profonda.
L'umiliazione dell’essere stato reso “niente” da una figura che aveva il potere di dargli forma.
Quel bambino ha imparato che l’altro è un contenitore da svuotare o da riempire a piacere.
Non ha mai sperimentato il confine sacro dell’alterità.
Per lui, l’altro non è un “tu”, ma un “esso”.
Una funzione, uno specchio da sporcare perché il suo riflesso è troppo penoso da guardare.
Il bisogno nascosto è straziante nella sua semplicità.
Rivela il voler essere al centro dell’attenzione, anche se negativa. Meglio essere il demonio nel quaderno di un estraneo che essere nessuno nel silenzio della propria anima.
La menzogna che raccontano sugli altri, è, in realtà, la confessione di ciò che temono di essere loro stessi.
Miserabili, ridicoli, dimenticabili.
Questa è una dinamica Ossessiva. Un Misticismo Invertito.
Se volessimo leggere questa patologia con chiave mistica, diremmo che costoro praticano una preghiera nera.
L’ossessione è la loro liturgia.
Il pensiero fisso sulla vittima è un rosario rovesciato.
Ogni “Ave” diventa un'offesa.
Ogni “Padre Nostro” una distorsione della realtà.
Non possono smettere perché smettere significherebbe tornare a faccia a faccia con il vuoto che hanno dentro, il Kenoma , quel luogo teologico dove Dio non è mai sceso.
Il contrario della Pienezza.
La loro è una teologia negativa.
Se io riesco a convincere me stesso e pochi altri che tu sei un mostro, allora io sono un angelo. Se abbasso te, il mio abisso si riempie per un istante.
Vanno di omeostasi, per la quale, senza l'altro elemento di confronto, nemmeno esisterebbero.
Ma è una voragine carsica.
Ogni insulto, ogni bugia, ogni tentativo di distruggerti è un sasso gettato in un pozzo senza fondo. Non sentiranno mai il tonfo della liberazione.
E questo rivela tutta la grettitudine di questo agire.
L’ossessionato che perseguita, senza che tu lo conosca è, in realtà, tuo prigioniero.
Tu, l’ignaro, il silenzioso, colui che vive la sua vita senza sapere di essere un bersaglio, sei il suo dio involontario.
Senza di te, lui non è nulla.
Il suo pensiero è incatenato a te, mentre tu sei libero.
Egli ruota intorno alla tua esistenza come un satellite malato intorno a una stella che non sa nemmeno di illuminare.
La loro non è potenza.
È una gehenna di dipendenza, per usare un termine gnostico.
Hanno bisogno di odiarti per non impazzire del tutto.
Ma tu, che non sai nemmeno di loro, fino a quando non si palesano ad elemosinare le tue attenzioni e quelle degli altri, calpestandoti come possono, possiedi la sola arma che li annienta.
L’indifferenza consapevole.
Non il disprezzo, ma l’atto contemplativo di non entrarci in risonanza.
Di delegare ad altri ambiti, il segnalare a chi di competenza, e lasciare che restino infangati al loro destino, che si sono creati con il loro stesso agire.
Alla fine, il loro bisogno più profondo è che tu cada.
Che tu scenda nel fango con loro, che tu risponda, che tu ti incazzi, che tu dimostri di essere come dicono.
Che tu dimostri di essere come loro.
Che permetti loro, di trovare una complicità per le loro bassezze.
Perché se tu cadi, la loro menzogna diventa verità, e loro finalmente non sono più soli nell’abisso.
Ma se tu rimani nella luce, senza nemmeno guardarli, allora loro restano lì.
Aggrappati a un’immagine di te che non esiste, urlanti in una stanza vuota, fissati su un fantasma che non ha mai fatto loro alcun male.
E in quel silenzio, la loro psiche si spezza ancora un po’.
Il delirio si amplifica.
Si inasprisce.
Non per la tua vendetta.
Ma per la tua pace.
Osservi.
E compatisci.
Non è compito tuo riportare l'equilibrio.
È uno squilibrio che è solo dall'altra parte.
Autoreferenziale.
Questa è la giustizia occulta per chi semina menzogne.
Diventare cenere nel fuoco di un’ossessione che nessun altro, tranne loro, ha mai visto.
Tiziana Fenu
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