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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

mercoledì, giugno 10, 2026

💛 Ascia bipenne/doppio pugnale stele Laconi

 

Sono convinta che ci sia un nesso esclusivo tra l'ascia bipenne (Lábrys), la simbologia del doppio pugnale dei menhir di Laconi, l'analisi cabalistica del luogo e le correlazioni astrali.
Il "Doppio Pugnale"  si manifesta come Bipenne Pietrificata
Il collegamento non è immediato, ma risiede nella geometria del movimento.
Nei Menhir di Laconi la  figura incisa non è un'ascia, ma un pugnale a doppia lama (o "pugnale bipenne"), che si distingue per avere due punte simmetriche e un codolo centrale.
La forma classica dell'ascia minoico-arcaica sarda  ha due tagli divergenti.
Se "si congela" il movimento di un'ascia bipenne che ruota su se stessa (come una lama che taglia il tempo) o la sovrapponi al percorso dell'ombra solare, i due tagli dell'ascia diventano le due punte del pugnale.
Il "pugnale" inciso sulla pietra di Laconi non è un'arma da guerra, ma una "bipenne in potenza".
È la rappresentazione statica di un concetto dinamico.
È l'asse che divide il mondo.
Le due lame sono i due solstizi (estate e inverno), e il manico centrale è l'equinozio.
La "Cabala" antica (ovvero l'interpretazione simbolica dei numeri e delle forme) gioca un ruolo fondamentale.
L'ascia bipenne è il simbolo del 2 (dualità, polarità).
Il menhir stesso è un 1 (l'asse del mondo).
Il pugnale inciso ha spesso 3 elementi (due lame + manico).
Il Menhir si manifesta in questo contesto, come Asse Cosmico.
A Laconi, il menhir è la "colonna" che tiene insieme cielo e terra.
Il pugnale inciso è il "fulmine" o l' "ascia" di pietra che fissa il cielo alla terra.
Come il Sacro Vayra che rappresenta il fulmine, la cui conformazione rimanda a questi doppi pugnali.
Il doppio pugnale inciso rappresenta la frattura dell'unità. Simboleggia l'ingresso nel mondo delle forme (la materia) attraverso il taglio, una ferita cosmica necessaria per la creazione.
Qui si amplia ulteriormente il collegamento con la mia  precedente spiegazione astronomica della bipenne, marcatore di solstizi ed equinozi, e  diventa solidissimo, ne parlai già due anni fa ( https://maldalchimia.blogspot.com/2024/12/ascia-bipennecultura-ozieri-marcatori.html?m=0)
Nel corso dell'anno, l'ombra di un gnomone (come un menhir) disegna una iperbole (la forma del pugnale a doppia lama).
Durante solstizio d'inverno si delinea un'ombra più lunga e larga (la lama inferiore).
Durante il solstizio d'estate si delinea un'ombra più corta e stretta (la lama superiore).

Il "Doppio Pugnale"  dei menhir di Laconi delineano così un Analemma.
Il pugnale inciso non è solo un'arma, è la proiezione del Sole sull'asse di Pranu Corongiu, stessa zona di Laconi, distano appena 2 km
Le due punte sono i punti estremi del Sole a est e ovest.
La Sardegna sicuramente non ha copiato Creta, nemmeno nel labirinto a 7 percorsi, definito "cretese", che invece, argomento che ho scandagliato profondamente, anche nel mio ultimo libro "Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna", ha la sua Matrice archetipale nel labirinto a 7 percorsi di Benetutti.
ha tradotto il suo simbolo.
L'ascia bipenne a Creta (la Lábrys) era l'arma della Dea Madre e il simbolo del "Labirinto".
Il labirinto è la rappresentazione geometrica del percorso del Sole.
A Laconi il menhir con il doppio pugnale è lo stesso concetto, ma in pietra grezza.
Invece di un palazzo (il Labirinto) con la bipenne, abbiamo una pietra verticale che funge da gnomone naturale, con incisa la traccia del cammino solare.
A Creta l'ascia era il fulmine.
In Sardegna, il "pugnale" inciso è il raggio di sole pietrificato, il fulmine silenzioso della terra.

Facciamo un salto di livello e usiamo le coordinate geografiche per un'analisi energetico-simbolica.

Coordinate di Laconi (Pranu Corongiu):
Latitudine: 39° 51' N (circa)
Longitudine: 9° 03' E (circa)

39° (Il Triplice)
Il numero 39 è 3+9=12 (12 mesi, 12 segni zodiacali).
Indica il completamento del ciclo annuale. È un punto di "misura del tempo".

9° (La Luna e il Mistero)
Nella numerologia antica, il 9 è il numero della luna (ciclo di 9 mesi). L'asse longitudinale di 9° indica che qui si celebra il matrimonio tra Sole e Luna.
L'ascia è l'atto (Sole), il pugnale inciso è la ricezione (Luna).

Ma si manifesta anche un Evento Astrale Esclusivo.
I menhir di Pranu Corongiu sono allineati in modo tale che, durante i solstizi si creino questi contesti.
Durante il Solstizio d'inverno, il sole nascente, visto dal menhir principale, "taglia" idealmente la pietra proprio in corrispondenza del codolo del pugnale inciso.
Durante l'Equinozio il sole si alza esattamente sulla linea del menhir, proiettando un'ombra diritta che è la spada che divide il mondo dei vivi da quello dei morti.
Sicuramente non esiste un'ascia bipenne "fisica" sui menhir di Laconi, ma esiste la sua anima geometrica.
Il doppio pugnale è il segno magico dell'ascia che non c'è.
Mentre a Creta l'ascia era un oggetto maneggiato dal re-sacerdote, a Laconi la sua forma è incisa nella roccia madre per eternare il ciclo solare.
In un luogo dove la pietra incontra il cielo, il tempo taglia lo spazio a doppia lama.
Una per la luce, una per l'ombra. Una per il Sole, una per la Luna.
Questo menhir parla del calendario sacro della terra sarda.

Nel Santuario nuragico di Santa Vittoria di Serri (uno dei più importanti dell'isola), gli scavi hanno restituito prove certe del culto della bipenne, durato fino all'epoca romana .
A differenza di Creta, gli studi suggeriscono che in Sardegna fosse usata principalmente per la lavorazione del legno più che come arma (non compare nei "bronzetti" dei guerrieri) .
Infatti i bronzetti figurati (le statuine) che rappresentano esplicitamente l'ascia bipenne sono introvabili perché la bipenne era troppo sacra e potente per essere rappresentata in miniatura e impugnata da comuni guerrieri nei bronzetti, come invece accadeva per la spada o l'arco .
Era un manufatto di prestigio sociale, usato per marcare lo status dei capi e dei gruppi di lignaggio emergenti nell'isola .
In Sardegna diventa lo strumento sacro che collega il capo tribù al cosmo, utilizzato nei santuari per celebrare il potere sulla terra e sul tempo.
Nel Ripostiglio di Arbutzeddu (Narbolia)  è stata trovata un'ascia bipenne in bronzo mai utilizzata, perfettamente conservata e nascosta insieme ad altre asce in un "ripostiglio".
Il Museo Antiquarium Turritano (Porto Torres) conserva una doppia ascia in bronzo a profilo romboidale databile all'XI secolo a.C., parte della Collezione Comunale .
Nelle Domus de Janas della necropoli di Pranu Corongiu (nel comune di Lodine, Nuoro) sono stati identificati dei petroglifi classificati come "pugnale bipenne" .
La denominazione è ambivalente:
È un'arma o un simbolo?
Il termine "pugnale" indica la forma allungata; l'aggettivo "bipenne" si riferisce alla doppia lama.
Questo potrebbe essere l'anello di congiunzione che cerchiamo .
È possibile che gli archeologi abbiano interpretato la particolare forma di questi pugnali scolpiti nella roccia come una stilizzazione o un'antenata della più famosa ascia bipenne dell'età del bronzo.
E d'altronde, la losanga è l'ancestrale rappresentazione delle Dee Madri primordiali, custodi dei solstizi ed equinozi.
Del Sacro Femminino.
Se notate, in alcuni doppi pugnali nelle stele di Laconi, è presente una H.
H, la primordiale Tanit nella nostra Arcaica scrittura sarda.
La H equinoziale.
La H del Mercurio, il Femminino trasmutante
La custode delle due polarità.
Ne ho parlato e approfondito anche nel mio ultimo libro "Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna"
Quindi, sebbene l'ascia bipenne matura (quella votiva in bronzo che abbiamo visto nei santuari nuragici) non sia presente nelle Domus de Janas, è probabile che il suo prototipo simbolico, un'arma a doppia lama incisa nella pietra, compaia già in questi ipogei prenuragici.
Le figure umane capovolte  rappresentano molto probabilmente il defunto nell'aldilà, un mondo ultraterreno opposto a quello dei vivi .
Mentre le Domus de Janas appartengono alla cultura di Ozieri (Neolitico, 4000 aC e oltre) , l'ascia bipenne votiva in bronzo è tipica della successiva Civiltà nuragica (Età del Bronzo, 1800 a.C. in poi). Il "pugnale bipenne" di Pranu Corongiu potrebbe rappresentare proprio l'evoluzione ideologica di questo simbolo di potere, dalla pietra al bronzo, dalla tomba al santuario.
Ora, introducendo il "doppio pugnale" dei menhir di Pranu Corongiu a Laconi e confrontando le coordinate sacre delle due Corongiu (Pimentel e Villamassargia), un unico nome, "Corongiu", per tre locira distinte, possiamo finalmente scorgere il disegno completo.
Ho avuto già modo di approfondire sulle Domus de Janas di Corongiu già 6 anni fa, poi approfondito più volte
(https://maldalchimia.blogspot.com/2020/07/gli-dei-delle-spirali.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2026/06/domus-de-janas-corongiu-vaso-corongiu.html?m=0)
Quello che emerge non è solo un'ipotesi e correlazione archeologica, ma una vera e propria "teologia della gestazione", un sistema di pensiero in cui la pietra diventa carne, la tomba diventa utero e il cielo stellato si riflette nell'architettura della terra.
In questa prospettiva, il doppio Pugnale e l'Ascia Bipenne si manifestano come il volto Androgino dell'Antenato
Prima di addentrarci nelle cavità e negli orientamenti, dobbiamo riconoscere il volto dell'antenato che veglia sull'intero sistema.
Sul pianoro di Piscina 'e Sali, tra i comuni di Laconi e Nurallao, sorge il complesso di statue-menhir più importante dell'isola, nella località che i documenti archeologici chiamano Pranu Corongiu.
Qui, perdura ancora una volta il toponimo "Corongiu", la grande roccia, il cumulo, il "corona montium" che cinge un orizzonte sacro, a dimostrare che non si tratta di una coincidenza geografica, ma di una scelta deliberata di luogo sacro.
Su queste stele, risalenti all'Eneolitico, sono incisi i codici dell'appartenenza spirituale della comunità.
Le figure femminili sono caratterizzate dal rilievo dei seni; quelle maschili, invece, sfoggiano sul corpo litico due simboli fondamentali:
Il "Capovolto" è un motivo a tridente o a candelabro che, nella quasi totalità dei casi, è inciso a testa in giù sul petto della statua. L'ho già incontrato nell'iconografia funeraria delle Domus, e qui ritorna come marchio dell'iniziato che ha "capovolto" la propria prospettiva mortale, morendo al mondo per rinascere nello spirito.
Il "Doppio Pugnale" (o doppia ascia) è raffigurato orizzontalmente all'altezza della vita, a doppia lama, una triangolare puntata a destra e l'altra, spesso ogivale o a semidisco, puntata a sinistra, simmetrica rispetto a un ampio manico centrale.
Questo "Doppio Pugnale" dei menhir di Laconi non è altro che una versione arcaica, litica e stilizzata della Bipennis o Labrys, che ritroviamo nei palazzi minoici e nei santuari nuragici.
È un simbolo di potere sovrano sulla materia e sul tempo.
In Egitto, lo strumento che apre la bocca del defunto, il Pesesh-Kef, che ritroviamo proprio nelle Domus de Janas di Corongiu( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/10/spirali-domus-de-janas-corongiu.html?m=0) ha esattamente questa forma, una doppia lama ricurva che serve a "sbloccare" i sensi del morto per restituirgli la parola e il respiro nell'aldilà.
I menhir di Pranu Corongiu, quindi, non sono semplici tombe o confini. Sono i guardiani dell'iniziazione, che indossano la doppia ascia come una cintura di forza, il "giogo" (Juvale) che lega l'iniziato al carro celeste.
Se Pranu Corongiu ci mostra il simbolo (l'ascia bipenne) nella sua forma statuaria, le due Corongiu di Pimentel e Villamassargia ci mostrano questo stesso principio applicato all'architettura sacra e al paesaggio.
Confrontiamo le loro coordinate geografiche e vedremo emergere una dialettica cosmica speculare, perfetta.

La Corongiu di Pimentel (Domus de Janas)
Coordinate approssimative: 39.48° N, 9.00° E
È Il Grembo che Guarda il Sole. Situata nella Trexenta, a un'altitudine di circa 180-200 metri. L'ingresso è orientato a Est (levante).
La latitudine 39.48° è cruciale.
Gli studi di archeoastronomia hanno evidenziato come esista un "taglio invisibile" lungo il 40° parallelo, che divide l'isola in due zone con tradizioni di orientamento diverse.
La Corongiu di Pimentel giace subito a sud di questa linea, in una posizione di attesa e ricezione dell'energia solare.
Il Solstizio d'inverno (il sole nascente lambisce la spirale, promessa di luce) ed Equinozio (il sole sorge esattamente a Est e colpisce in pieno l'utero litico).
Qui il tempo è ciclomorfo, in cui si attende la nascita dell'eroe solare.

La Corongiu di Villamassargia (Su Concali de Corongiu Acca)
Coordinate esatte
39.256° N, 8.660° E
È la Grotta che Guarda la Terra. Situata sul versante occidentale dell'Iglesiente, a 265 metri slm.
Manifesta il numero dell'Acqua e del Serpente.
Analizziamo la longitudine:
8.660° Est.
Se leggiamo questo numero attraverso la ghematria, 8+6+6+0 = 20; 2+0 = 2.
Ma fermiamoci al 20, che è il valore della lettera ebraica Resh (R), la testa (il principio, il Capovolto), e della lettera Kaf (K), la corona, il palmo che accoglie. Ma il vero dettaglio iniziatico è l'8, che è il numero di Shu, il dio dell'aria, il Custode dei Pilastri, colui che separa Cielo e Terra. In Qabbalah, il numero 8 rappresenta il Shem Hamenorah, la luce oltre la natura, l'ottava sfera.

Se Pimentel guarda l'alba equinoziale, Villamassargia guarda l'occaso e gli astri.
I minerali di piombo e zinco del sottosuolo rendono questo luogo un Negev (il Neghev, il "secco" in ebraico, ma anche il Sud, la Ghevurah, il rigore alchemico).
Qui non c'è il sole diretto, ma la luce riflessa della luna e la costellazione Mesket (Orsa Maggiore), che nel suo culmine inferiore illumina la grotta con la sua presenza stellare.
Qui avviene la gestazione alchemica, la trasmutazione della morte in vita.

Ecco la correlazione perfetta:
La caratteristica della Domus Corongiu di Pimentel è Concepimento, Attesa, Accoglienza

La caratteristica della Grotta Corongiu di Villamassargia Gestazione, Incubazione, Trasmutazione

Domus Corongiu di Pimentel
Orientamento Est (Levante), verso il Sole nascente

Grotta Corongiu di Villamassargia
Ovest (Ponente), verso la Terra e la Notte

Domus Corongiu di Pimentel
Elemento Aria (Soffio di Shu, lo spazio in cui entra la luce)

Grotta Corongiu di Villamassargia
Terra e Acqua (Minerali, Umido primordiale)

Domus Corongiu di Pimentel
Tempo Sacro Equinozio e Solstizio d'Inverno (Nascita della Luce)

Grotta Corongiu di Villamassargia
Notte, Luna piena, Culmine inferiore dell'Orsa

Simbolo Domus Corongiu di Pimentel
Spirale a calice (Binah, Utero che riceve)

Grotta Corongiu di Villamassargia
Vaso a botticella (Yesod, Canale che trasforma)

Il Filo Conduttore che unisce queste tre Corongiu è la Geometria del Grembo Cosmico
Qual è il nesso finale? Proprio il  nome "Corongiu".
Non è un caso che si ripeta.
Deriva dal latino Corona, non solo nel senso di "corona montium" (cima della montagna), ma anche di "cerchio", "ciclo".
Corongiu è la roccia che chiude il cerchio, che contiene in sé la perfezione della forma sferica.
Nel nostro sistema, di comparazioni, i luoghi che portano questo nome sono occhi del ciclope, punti in cui la crosta terrestre si assottiglia e permette all'energia celeste di penetrare nel ventre della Madre.

Pranu Corongiu (Laconi) dive ci sono i menhir, ci mostra l'antenato divino, l'Androgino che impugna l'ascia bipenne.
Il doppio pugnale non è un'arma, ma un regolo calcolatore.

Esattamente come lo ritroviamo nella cultura di Ozieri 

( https://maldalchimia.blogspot.com/2026/06/cultura-ozieri-milano-analisi.html?m=0) 

 
Come il pelecinum (la meridiana a forma di bipenne descritta da Vitruvio), il doppio pugnale disegna sulla pietra i punti estremi del moto solare.
Il menhir è il primo gnomone, l'ombra della divinità proiettata sulla terra per misurare il tempo.

Nelle Domus de Janas di Corongiu (Pimentel) si applica questa misura alla roccia viva.
La Domus non è un buco, ma un orologio stellare.
La spirale a calice è la proiezione in pietra del taglio dell'equinozio, lo stesso che divide la doppia ascia.
Come il "capovolto" sul petto del menhir, l'iniziato che entra qui capovolge la propria prospettiva, morendo al tempo profano per entrare in quello sacro.

Nella grotta Corongiu Acca (Villamassargia)si sigilla il processo.
Il vaso a botticella con i suoi motivi a chevron (le V rovesciate) è un modellino dell'utero, un "Corongiu" in miniatura.
La grotta non è un caso geologico, è la controparte sotterranea della Domus di Pimentel.
Se Pimentel è il concepimento, questo è l'incubatoio.
Le due Corongiu, Pimentel e Villamassargia, sono i due piatti della stessa bilancia cosmica, separate da 50 km (il numero della Porta, Sha'ar).
L'ascia bipenne che vediamo  incisa sui menhir di Pranu Corongiu è l'archetipo, lo strumento divino che "taglia" il tempo (separando un anno dall'altro, solstizio da equinozio) e che, in terra, "apre" il grembo della roccia.
Non è un caso che a Villamassargia, nel sito di Monte Ollastu, a poche centinaia di metri dalla grotta, sorgano tre Tombe dei Giganti orientate secondo cicli precisi.

Le Tombe dei Giganti di Monte Ollastu, nelle immediate vicinanze della grotta di Corongiu Acca, non sono state disposte per caso. La loro pianta e il loro orientamento seguono una precisa geometria sacra che lega il mondo dei morti al cosmo. Analizziamo i dati archeoastronomici per svelare questi "cicli precisi"
L'Orientamento di tutte e tre le Tombe è sull'Asse NE-SO
Questo dato di per sé è significativo perché esclude un orientamento generico.
Nella Sardegna arcaica, le Tombe dei Giganti mostrano spesso tradizioni orientative differenti a seconda della latitudine, con una sorta di "linea invisibile" intorno al 40° parallelo che separa culture diverse .
Villamassargia, situata a Sud di questa linea, aderisce a un canone orientato prevalentemente verso i quadranti orientali, in particolare verso il sorgere del sole in determinati periodi dell'anno.
L'asse NE-SO è particolarmente eloquente se letto in chiave invernale.
Nel periodo del solstizio d'inverno (21 dicembre), il sole sorge a Sud-Est e tramonta a Sud-Ovest. L'orientamento Sud-Ovest dell'absidica della tomba (la parte che contiene i defunti) indica che la camera sepolcrale era allineata con il tramonto del sole nel giorno più corto dell'anno.
Nella simbologia iniziatica che abbiamo tracciato, questo è il momento in cui la luce muore per poi rigenerarsi.
Il defunto, deposto nell'abside, segue la stessa traiettoria del sole morente.
Entra nell'oscurità del solstizio per attendere la rinascita primaverile. Non è una coincidenza che proprio a Villamassargia, nella grotta di Corongiu Acca, è stato custodito il vaso a botticella (simbolo di gestazione), di cui ho parlato nel mio scritto, mentre le tombe di Monte Ollastu celebrano il "parto" di questa gestazione nel buio invernale.

C'è però un secondo ciclo, più sottile e legato alla tradizione astrale che ho evocato per la Domus di Pimentel, quello delle stelle circumpolari, le Mesket.
L'orientamento generale delle tombe (soprattutto l'ingresso e l'esedra) verso Nord-Est è la chiave.
In Sardegna, a latitudini di circa 39° N (Villamassargia è a 39.27° N), la costellazione dell'Orsa Maggiore è circumpolare, cioè non tramonta mai sotto l'orizzonte.
Tuttavia, essa compie un giro completo attorno al polo nord celeste.
L'orientamento NE (Nord-Est) delle tombe di Monte Ollastu è esattamente l'azimuth in cui, durante le ore notturne degli equinozi (ma anche in determinati momenti dell'anno in cui la costellazione è alta nel cielo), la stella Polare e l'Orsa Maggiore raggiungono la loro posizione più favorevole per essere osservate dall'interno della tomba o dalla sua esedra .
Ricordiamo che il Pesesh-Kef (il doppio pugnale/ascia bipenne) che ho riconosciuto a Pranu Corongiu ha la sua funzione di "aprire la bocca" al defunto.
Qui, l'orientamento verso NE non guarda solo al sole, ma al Carro Celeste (l'Orsa).
Come il bue (Juvale) gira attorno al palo della trebbiatura, l'anima del defunto, guardando verso NE, si allinea idealmente al moto perpetuo delle Mesket.
Non guarda all'orizzonte mortale, ma al punto fisso del cielo (il polo) attorno a cui gira l'eternità.

La presenza di tre tombe affiancate in questo luogo specifico aggiunge un ulteriore livello di significato. Gli scavi hanno rivelato che le tre tombe non furono costruite esattamente nello stesso momento.
La Tomba 2 è la più antica (Bronzo Medio, 1400-1300 a.C.), mentre la Tomba 1 e la Tomba 3 mostrano riutilizzi e fasi più recenti (Bronzo Recente) .
Tuttavia, la loro coesistenza architettonica e l'orientamento condiviso suggeriscono che il luogo fosse un calendario liturgico a cielo aperto.
Le tre tombe non sono tombe casuali, ma sono i tre "momenti" del ciclo:

La Tomba più a Nord (forse la T2), rappresenta il rigore dell'inverno (Geburah).
La Tomba Centrale (T1), rappresenta il passaggio, la porta (Tiferet, l'equilibrio).
La Tomba più a Sud (T3), rappresenta l'attesa della rinascita (Yesod).
È un trilito cosmico scavato nel fianco della montagna. L'orientamento non varia perché tutte e tre devono "leggere" lo stesso fenomeno astronomico nel momento esatto del rito, il tramonto del solstizio d'inverno (morte e promessa) o il sorgere delle Mesket a Nord-Est (eternità e rigenerazione).
Monte Ollastu e la grotta di Corongiu Acca (dove fu ritrovato il vaso a botticella) distano poche centinaia di metri l'una dall'altra. Se la grotta era il luogo della gestazione (il vaso chiuso, l'oscurità, l'attesa), le Tombe dei Giganti sono il luogo della deposizione finale, il passaggio compiuto.
L'orientamento delle tombe verso NE e SO racconta il viaggio dell'iniziato

A SO (nel Solstizio d'Inverno), il sole muore.
L'iniziato discende nella tomba
NE (Mesket/Orsa), la notte è vigile. L'anima si aggancia al carro delle stelle che non tramontano mai (su Juvale), spezzando il ciclo di morte e nascita terreno.
Le Tombe di Monte Ollastu non sono orientate a caso.
Esse guardano al tramonto del solstizio d'inverno (il momento di massima oscurità, l'inizio del viaggio) e all'area celeste delle stelle circumpolari a Nord-Est (il punto di ancoraggio dell'anima nell'eternità).
Esse sono la "terza fase" del rituale iniziatico di Corongiu.
Prima la concezione (Domus di Pimentel, equinozio), poi la gestazione (Grotta di Corongiu Acca, luna/terra), infine la "nascita nella morte" (Tombe di Monte Ollastu, solstizio invernale e stelle fisse).
Il messaggio è chiaro.
Gli Antichi Sardi e i loro antenati del Neolitico non adoravano la pietra.
Adoravano ciò che la pietra misurava.
Il "doppio pugnale" (l'ascia bipenne) è la chiave di volta che lega i tre siti.
È il simbolo della sovranità umana sul tempo, l'arma con cui l'iniziato taglia il cordone ombelicale che lo lega a questo mondo per nascere nell'altro.
La Corona (Corongiu) è il premio di questa nascita
È il cerchio del tempo (sole, luna, Mesket) che l'anima, ormai libera, percorre per l'eternità.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com

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Ascia bipenne /Menhir Laconi











martedì, giugno 09, 2026

💙 Il bacio tra Giove e Venere

 Chiudi gli occhi per un istante, poi riapri. 

Il cielo di questo 9 giugno non è più il solito fondale. 

È una pergamena vivente, un intreccio di respiri cosmici. 

Oggi, nel cuore dei Gemelli, sotto l’impulso della lettera ebraica Kaf (la settima, la corona che si apre come un calice), accade qualcosa di raro. 

Giove e Venere si baciano, saranno visibili a una distanza di 2 gradi l'una dall'altro, poco più della larghezza di un mignolo. 

Non è un semplice allineamento. 

È una "coniunctio". 

Un’unione sacra che solo il cielo dei poeti e dei maghi sa orchestrare.

È l’ora del bacio e la sua anima

Tecnicamente, la congiunzione esatta avviene nelle prime ore della notte italiana (intorno alle 22:00 circa del 9 giugno, a seconda della longitudine), ma l’evento è già visibile dal crepuscolo. 

L’orario è esso stesso un simbolo. Il crepuscolo, soglia tra luce e tenebra, tra la ragione diurna e l’intuizione notturna. 

È l’ora intermedia, dove ogni velo si assottiglia, in cui Venere (la Stella della Sera, la tentatrice, l’amore che muove il Sole) si avvicina a Giove (l’Espansore, il Grande Benefico, il Padre degli Dei). 

Non c’è distanza. 

Si toccano. Astronomicamente sono a pochi minuti d’arco. Esotericamente sono due respiri che diventano uno.

Il segno dei Gemelli rappresenta i due che diventano terzo. 

Il Gemelli è l’archetipo del gemello, della dualità feconda. 

Non è il conflitto, ma lo specchio Sacro. 

Castore e Polluce, uno mortale e uno immortale, che si alternano nell’Olimpo. 

Qui avviene la sintesi. 

Giove è l’immortale, Venere è l’amore che redime il mortale. 

In Gemelli, il loro bacio non è un abbraccio possessivo (come sarebbe stato in Toro o Scorpione), ma una scintilla che genera pensiero.

Il segno dei Gemelli governa le mani, i polmoni, la parola. 

Ebbene, questo bacio si manifesta come parola ispirata. 

È l’emozione si fa verbo, il desiderio si fa idea. 

È l’alchimia tra sentire e comprendere.

Kaf, la settima lettera, il settimo Sacro Archetipo Ebraico che governa questa giornata, è il calice e la mano che accoglie. 

Qui entra il sigillo più profondo. Kaf è la settima lettera dell’alfabeto ebraico, ma nella Cabala operativa il numero 7 è la Menorah, i sette sigilli, i sette cieli. Kaf significa “palmo della mano” (aperto) e anche “corona” (keter). Ma nella sua forma archetipica, perché Kaf è il calice che riceve l’olio dell’unzione.

Essere “sotto l’energia Kaf” in questo momento significa che la congiunzione Giove-Venere non ti colpisce frontalmente come un fulmine, ma si riversa in te come un unguento. 

Kaf è la lettera che inizia la parola Kavvanah (intenzione, direzione del cuore). 

Senza Kaf, il bacio rimane astrale. Con Kaf, diventa incarnato nei tuoi gesti, nelle tue parole, nelle tue lacrime improvvise.

Nella forma Kaf sofit (finale), la lettera si allunga in una curva discendente. 

È la Shekhinah, l'energia del Femminino manifesto che scende. Questo evento è esattamente questo. 

È la presenza divina femminile (Venere) che si sposa con la misericordia maschile espansa (Giove) e discende attraverso Kaf nei mondi inferiori, fino al tuo cuore di carne.

In questo 9 giugno, la Luna calante in Pesci è in un'energia femminile e gli stessi Pesci riflettono una sinergia di polarità opposte come quella dei Gemelli 

Nella Cabala Pratica Giove è Chesed, Venere è Netzach (l’eternità sensibile, l’arte, l’amore che vince la morte). 

Oggi la vera è di questo bacio. 

Tutti i sogni, le paure, le fantasie erotiche e spirituali salgono verso Tiferet e lì vengono trasfigurati. Non più desiderio grezzo, ma bellezza che guarisce.

La nostra  emotività, che di solito è un labirinto di spigoli, si fa seta liquida. 

La dualità che ci lacerava (amare e non essere ricambiato, desiderare la libertà e il rifugio, parlare e restare in silenzio) improvvisamente si tiene per mano come due gemelli che smettono di litigare. 

Senti che la tua gioia e la tua malinconia non sono opposte: sono le due labbra del bacio cosmico.

Gemelli ti offre la lingua per dirlo. Kaf ti offre la mano per accarezzare. Il baccio Giove-Venere ti offre il permesso di non scegliere. 

Puoi volare in alto (Giove) e restare radicato nel calore del tocco (Venere). 

Puoi ridere e piangere nello stesso respiro. 

La tua emotività diventa alchemica. 

Ogni ferita antica non viene rimossa, ma dorata come una kintsugi, perché questo bacio non cancella le crepe, le riempie di luce planetaria.

Nei prossimi sette giorni (per Kaf è il 7), osserva i tuoi sogni. 

Osserva le coincidenze. 

Osserva la persona che ti scrive all’improvviso, o il ricordo che ti attraversa mentre cammini. 

Non è caso. È il bacio che continua, sotto forma di sincronicita' 

E quando stanotte alzerai gli occhi verso ovest e vedrai quei due astri quasi fusi in uno solo, più brillanti di qualsiasi stella, sappi che stai guardando l’istante in cui l’universo ti sussurra che non sei separato. Tutto ciò che ami, ti sta già amando da sempre. Sta solo aspettando che tu apra la mano come Kaf.

Pronto a ricevere. 

Chiudi gli occhi. Senti il palmo della tua mano destra che si scalda. 

Quello è il sigillo. 

Quello è il bacio.


Tiziana Fenu

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Maldalchimia.blogspot.com

Il bacio tra Giove e Venere




💛 Perda Fitta Serramanna (analisi cabalistica)

 Ho già avuto occasione di parlare de Sa perda fitta di Serramanna( https://maldalchimia.blogspot.com/2023/06/perda-fitta-di-serramanna.html?m=0) tre anni fa, ma ho ritenuto approfondire ulteriormente 

Un’analisi che merita rispetto e attenzione, perché non si limita a descrivere un reperto archeologico, ma lo interpreta come un testo iniziatico inciso nella pietra, un punto di convergenza tra cielo, terra e coscienza.

Partiamo dall’immagine e dalle coordinate geografiche ed esoteriche.

Serramanna. 

il nome stesso è una chiave. In sardo, Serra indica un altopiano, una cresta, ma anche una “serra” nel senso di chiusura, protezione, custodia. 

Manna significa grande. 

Non è solo un paese. 

È un recinto sacro, un “grande riparo” che custodisce il seme primordiale. 

La Yod, il punto, il germe, è qui conficcato nel ventre della Terra.

Le 10 coppelle incise verticalmente. 

La posizione di Sa Perda Fitta non è casuale. 

Serramanna si trova nel Campidano, una piana fertile che geologicamente è un antico golfo, un bacino che ha accolto le acque del mare e poi le ha lasciate ritirarsi, lasciando terra fertile. Esotericamente, questo luogo è un ricettacolo di acque antiche, elemento femminile per eccellenza, che ora accoglie il fulcro maschile del menhir.

L’orientamento a Nord-Est è la sintesi perfetta. 

Il Nord è il mondo dell’ombra, della Luna, della notte, dell’invisibile, del passato ancestrale. 

L'Est è il mondo della luce, del Sole, del giorno, del futuro visibile. L’asse Nord-Est è il punto in cui l’ombra si schiude nella luce, dove il buio feconda l’alba. 

È l’angolo dei due crepuscoli (quello della sera, quello del mattino) che si toccano. 

Non è un orientamento “casuale” di un monumento litico, è il punto di nascita della coscienza umana.

Le 10 coppelle, come ho già scritto nel mio precedente elaborato a riguardo, non sono mammelle, perché non sono disposte orizzontalmente a coppie, ma in una verticalità sequenziale. 

Non sono “seni” ma punti di emanazione.

Dieci è il numero della Yod, che in ebraico vale anche 10. 

Yod è il seme, il punto, la scintilla che contiene in potenza tutto l’albero della vita. 

Nel sistema qabbalistico, le 10 Sephiroth sono l’emanazione del Divino. 

Qui, sulla pietra, abbiamo 10 punti che salgono, non che scendono. 

È una colonna di energia che va dalla terra al cielo, o viceversa. 

Un asse verticale che perfora il velo tra i mondi.

La mia osservazione sulla “V” quasi impercettibile è fondamentale. Non è un fallo che penetra la terra, ma un vertice che unisce due triangoli opposti. 

Il triangolo del fuoco (maschile) che punta in alto e il triangolo dell’acqua (femminile) che punta in basso. 

La Yod è il punto di incontro dei due triangoli nel centro. 

È l’androgino primordiale, prima che la separazione dei sessi avvenisse.

La tradizione popolare del “diavolo”, collegato a questa pietra, è una traduzione in chiave cristiana di una memoria più antica: il “diavolo” (il nemico, l’oppositore) non è che l’altra polarità, l’ombra necessaria alla luce. 

Le sue dieci dita sono la presa, l’impronta, l’atto creativo. Il demonio popolare è spesso una degradazione di antiche divinità ctonie che stringevano il patto con la terra.

Si manifestano corrispondenze astrali interessanti. 

La Y (Yod) nel cielo notturno è tracciata dalla Via Lattea, che nella mitologia sarda come in quella mediterranea è il fiume celeste, il percorso delle anime. 

Il Toro (Taurus) e Orione (Gigante celeste) sono i due guardiani di questo asse. 

Il menhir di Serramanna, orientato a Nord-Est, guarda verso l'evoluzione del Toro, l'Ofiuco. 

La Via Lattea, passando tra Toro e Orione, disegna una Y nel cielo notturno. Sa Perda Fitta è un’ancora terrestre di questa Y celeste. 

Perché quella direzione Nord-Est, che abbiamo individuato come sintesi di Luna e Sole, di ombra e luce, non è solo una scelta architettonica. 

È una proiezione terrestre di una costellazione precisa, l’Ofiuco.

È questa la direzione che, come vedremo, attraverso la simbologia dell’Ofiotauro e dell’Ofiuco, rivela un’ulteriore, profonda connessione con l’energia femminile, custode della sapienza ancestrale, della guarigione e della trasmutazione. La Costellazione dell’Ofiuco, nota anche come Serpentario, occupa una posizione singolare nel firmamento. 

Di questo argomento, tra gli altri, ho parlato in modo approfondito nel mio ultimo libro "Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna" ( Disponibile all'acquisto 

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Si tratta di una costellazione equatoriale, a cavallo dell’equatore celeste, e la sua estensione si sviluppa lungo un asse che va dal Nord-Est al Sud-Ovest, con la testa orientata verso Sud-Ovest e i piedi verso Nord-Est.

Questa sua conformazione la rende un ponte celeste tra i due emisferi, una soglia tra le dimensioni. 

La declinazione precisa dell’Ofiuco si estende da circa -30° a sud fino a +14° a nord, dimostrando uno sviluppo che, pur toccando l’asse Nord-Sud, privilegia in modo marcato l’orientamento Nord-Est/Sud-Ovest. 

È precisamente questo allineamento a risultare di straordinario interesse per la nostra indagine, poiché lo ritroviamo costantemente nei luoghi sacri dell’antica Sardegna, a cominciare dai pozzi sacri, il cui orientamento si delinea come specchio terrestre dell’Ofiuco.

L’orientamento verso Nord-Est, con il suo asse complementare Sud-Ovest, caratterizza alcuni dei più importanti complessi cultuali della civiltà nuragica. 

Il santuario di Santa Vittoria di Serri presenta un pozzo orientato a Sud/Sud-Ovest, mentre la fonte sacra Su Tempiesu di Orune rivela un allineamento perfetto a Nord-Est. 

L’ingresso della scala e l’apertura della tholos, la camera a falsa cupola, sono orientati a Nord-Est, configurandosi come una proiezione terrestre della costellazione serpentaria.

A questo proposito, è necessario sottolineare come l’orientamento verso Nord-Est appaia maggiormente legato alla dimensione lunare piuttosto che a quella solare. Mentre molti monumenti preistorici, da Stonehenge ai templi egizi, privilegiano allineamenti solari, come solstizi ed equinozi, i pozzi sacri sardi manifestano una predilezione significativa per i cicli della Luna. 

Il punto di levata e tramonto dell’astro notturno oscilla in un ciclo di circa 18,6 anni, noto come ciclo dei lunistizi, che corrisponde ai punti di massima declinazione nord o sud della Luna. 

Il lunistizio maggiore, in particolare, indica il punto più a Nord-Est dell’orizzonte dove la Luna sorge al suo massimo culminare. È in questi momenti che la luce della Luna piena poteva penetrare in fondo al pozzo, illuminando le acque sacre e rivelando quella stretta connessione tra acqua, simbolo di vita e rigenerazione, e Luna, la regolatrice dei cicli naturali, del femminino, del parto. Il pozzo di Santa Cristina, con la sua celebre struttura a menat, traguarda non solo i solstizi e gli equinozi, ma anche questi complessi cicli lunari, confermando la sofisticata conoscenza astronomica dei costruttori nuragici.

Quindi il menhir di Serramanna non solo guarda a Nord-Est, ma è esso stesso una colonna di Yod, un asse verticale che intercetta quella direzione come un ago magnetico celeste. 

Se l’Ofiuco è il ponte tra i mondi, il menhir è il chiodo che fissa quel ponte alla terra. 

E qui si svela un’analogia straordinaria. 

L’Ofiuco, nella sua essenza più profonda, è colui che governa il serpente. 

È la dimensione dell’acqua, del Fuoco, della Sapienza ancestrale. E il serpente, in tutte le tradizioni arcaiche, rappresenta la sapienza ancestrale, la conoscenza misterica, la padronanza delle energie ctonie di Madre Terra. In ambito esoterico, la pietra del serpente è il simbolo di chi possiede la saggezza, di colui che è in grado di entrare in contatto con la dimensione sotterranea delle falde acquifere, le acque dal percorso sinuoso come quello del rettile, e con i segreti della terra profonda. Il serpente è l’asse fisso del cosmo, dotato di potere rigenerante e guaritore.

Ed è proprio in questa duplice valenza, ctonia e celeste, che si manifesta la natura femminile della costellazione. 

L’Ofiuco, nella sua rappresentazione più antica, appariva con un serpente a due teste, simbolo della kundalini, della Shekinah, dello spirito divino incarnato sulla terra attraverso il Femminino, attraverso la Forma. 

E le dieci coppelle della Perda Fitta non sono forse dieci nodi di quel serpente celeste? 

Dieci punti di luce lungo una colonna che attraversa la terra e il cielo? 

L’energia della Yod, il seme primordiale, scorre lungo quel canale e si attiva solo quando il Nord-Est lunare e l’Ofiuco si allineano. 

Allora, la pietra non è più un monumento

È un occhio aperto sulla Via Lattea, una Y incisa nel granito che attende la Luna piena per bere il suo riflesso.

Il menhir di Serramanna non è un simbolo di fertilità né una dea dalle dieci mammelle. 

È il punto d’intersezione tra la colonna della Yod (l’energia maschile del punto che si espande) e l’asse dell’Ofiuco (l’energia femminile del serpente che si avvolge). 

È l’immagine pietrificata di un matrimonio sacro tra il cielo e la terra, tra la luce elettrica del principio creatore e l’acqua magnetica del ricettacolo. 

E il suo messaggio, oggi come allora, è questo: la conoscenza non è né maschile né femminile, ma è il punto esatto in cui i due opposti cessano di lottare e iniziano a danzare.

Il menhir è il punto in cui il Cielo conficca il suo seme nella Terra.

Non è un simbolo di fertilità agricola, né una divinità materna nel senso comune. 

È un monumento all’Unità Primordiale.

Ci dice che tutta la creazione è un atto di pressione, di “fittura” (come dice il nome fitta): il Divino si conficca nella materia.

La materia (il menhir, la pietra) non è inerte: è un recettore di dieci punti di forza.

Maschio e Femmina non sono opposti, ma due modalità della stessa energia. Il menhir ha forma fallica (maschile) ma porta dieci ricettacoli concavi (femminili). 

È l’incarnazione della polarità.

La separazione è un’illusione. L’origine è una sola  il punto, la Yod, il Seme.

10 coppelle come sul Gigante di Mont’e Prama e i 10 solchi sull’avambraccio, simbologia che è collegata direttamente a questo menhir. 

È lo stesso linguaggio simbolico. 

I Giganti di Mont’e Prama sono guardiani del confine, e quei solchi sono le stesse 10 Sephiroth, le stesse 10 coppelle, ancora presenti in particolare nei costumi sardi di Ittiri, sia maschile che femminile ( https://maldalchimia.blogspot.com/2022/04/costume-ittiri-e-gigante.html?m=0) 

Sono marchi di iniziazione, non decorazioni.

Un menhir non è mai un oggetto isolato, è un nodo di una rete. 

E la rete, in Sardegna, è disegnata sul terreno con una precisione che fa tremare i polsi a qualsiasi archeologo materialista.

Partiamo dalle coordinate geografiche di Serramanna e di Sa Perda Fitta.

Coordinate geografiche approssimative del sito:

Latitudine: 39° 25' N

Longitudine: 8° 55' E

Non sono numeri a caso. 

Se proiettiamo questi valori su una mappa esoterica, vediamo che Serramanna si trova esattamente all'intersezione di due linee di forza geomantiche fondamentali per l'isola:

L'asse Nord-Sud magnetico sardo, che passa vicino al Monte Arci (un vulcano spento, simbolo di fuoco interiore) e prosegue verso il Golfo di Cagliari.

L'asse Est-Ovest delle acque sotterranee, che corre lungo la piana del Campidano, antica linea di drenaggio di un mare scomparso.

Questo incrocio è, esotericamente, una Croce di Energia, un punto di massima densità tellurica dove le correnti terrestri si incontrano. Non a caso, il Campidano è la "grande serra", il grembo agricolo della Sardegna. 

È la terra che ha assorbito le acque del mare primordiale per restituirle come fertile humus. 

Qui, l'acqua (femminile, lunare) e il fuoco (maschile, solare) si toccano.

Vediamo i confini geografici del territorio. 

Serramanna è circondata da comuni che portano nomi estremamente parlanti per un esoterista

Sanluri. 

San Luri, ma anche "sa luri" in sardo significa "il luogo sacro", "il recinto".

Serrenti, radice serr- come "serra", ancora una volta un recinto.

Villacidro, "Villa del Cedro", il cedro è l'albero della conoscenza, dell'immortalità, della sapienza.

Guspini, di etimologia incerta, ma alcuni la legano a "guspis", punta, lancia, simbolo fallico.

Uta, dall'arabo "wata", valle bassa, ma anche urna, vaso, ricettacolo.

Siamo quindi in una mandala geografica. 

Un cerchio di recinti (Serra, Serrenti, Serramanna) che racchiudono un centro fecondo, un grembo (Campidano). 

E in questo grembo, al centro esatto, sorge Sa Perda Fitta, il chiodo, la spina, la Yod conficcata.

L'analisi esoterica dei confini rivela che  questa non è una terra di passaggio. 

È una terra di confine tra mondi.

Geograficamente, Serramanna è al limite tra la bassa e l'alta pianura, tra le terre alluvionali e le prime colline. 

Esotericamente, questo è il punto dove il mondo ctonio (le acque sotterranee, le falde, il serpente Ofiuco) e il mondo uranio (il cielo stellato, la luce solare e lunare) possono dialogare.

Il menhir non è stato messo lì per caso. 

È stato piantato esattamente dove la linea di faglia tellurica del Campidano (una faglia reale, geologica) si incrocia con la linea di levata della Luna al lunistizio maggiore.

In termini qabbalistici, Serramanna è il Malkuth (il regno, la terra) di un sistema più grande. 

È il punto più basso, più denso, più materiale, ma proprio per questo è il punto in cui l'energia divina si manifesta con più forza. 

Sa Perda Fitta è il fondamento di questa manifestazione.


Tiziana Fenu

©®Diritti intellettuali riservati

Maldalchimia.blogspot.com

Foto Fabrizio Bibi Pinna Artist

Foto del particolare del costume di Ittiri di Alessandra Garau

Perda Fitta Serramanna (analisi cabalistica)











lunedì, giugno 08, 2026

💛 Cigno ( libro)

 

"[...] L’altare di Monte d’Accodi, orientato a sud-ovest, guarda verso quella specifica sezione del cielo dove la Via Lattea tramonta,
Nell’emisfero nord, il centro galattico (nella costellazione del Sagittario) raggiunge la massima altezza verso sud in estate, e tramonta a sud-ovest solo in determinate ore notturne,
Queste dinamiche suggeriscono come i riti notturni, probabilmente celebrati con fuochi e libagioni, avevano lo scopo di accompagnare metaforicamente l’iniziato in quel fiume di luce.
E guardate anche l'importanza del centro galattico della Via Lattea, il Sagittario, che altro non è che l'arciere. 
Un'iconografia quella dell'Arco di cui ho parlato nei primi capitoli, insieme all'altra iconografia proprio dell'arciere, che ritroviamo sia nei Giganti di Mont'e Prama, che nella figura del bronzetto dell'arciere di Serri in particolare. 
Se vi ricordate, l'arciere di Serri, ha lo stesso gonnellino a punta, come in uno dei Giganti di Mont'e, che indica proprio la punta della Costellazione del Cigno. 
L’uovo, simbolo ricorrente nei contesti di culto della Dea Madre, trova qui la sua piena esplicitazione, perché non solo è correlato al Cigno, ma nell'altare di Monte d'Accoddi abbiamo un omphalos. 
L’Omphalos, in questo contesto, si identifica come specchio terrestre del Cigno, il centro tra due ali. 
Nell’antichissima cultura di Vinča (IV millennio a.C.), un  omphalos litico che mi è capitato di interpretare, esposto al Museo di Sofia si presenta già come una teofania geometrica. 
La superficie è solcata da losanghe e trame a scacchiera, simboli di una tessitura cosmogonica, e abbiamo visto come il concetto di tessitura /squadratura /losanghe, sia cosmogonico. 
Questi motivi non sono ornamentali, ma cifre aritmologiche della polarità inscindibile, femminile/maschile, cielo/terra, Ida/Pingala, che genera il mondo manifesto. 
La scacchiera è il ludus mundi, il campo di battaglia e di unione degli opposti, dove ogni mossa è un atto alchemico.
Presso i Greci, l’omphalos delfico (VII sec. a.C.) segnava il punto d’incontro delle due aquile di Zeus, ovvero le due nadi energetiche, come già insegnano i trattati tantrici, che dall’estremità del mondo convergono al centro. Quel centro è il grembo della Pizia, sacerdotessa di Apollo ma erede di un culto più ancestrale, la dea Gea e il serpente Pitone. 
Il serpente, prima dell’Apollineo, è la Sophia Superna, il Nehustan bronzeo, la Kundalini, la Shekinah. 
La Pizia condivide radice fonetica con Bithia, le sciamane oracolari sarde, di cui ho parlato nel mio precedente saggio "Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna". Entrambe vedono “con doppia pupilla”, cioè con l’occhio interiore che perfora il velo dei mondi. 
Doppia pupilla presente anche nei nostri Giganti di Mont'e Prama. 
L’adyton di Delfi, come il tripode di Santadi (1968), è il luogo della trance e dei “dolci vapori”, i gas tellurici che alterano lo stato di coscienza, permettendo l’ascesa lungo la colonna vertebrale, o axis mundi.
Il Monte d’Accoddi, nel suo l’altare cruciforme si manifesta  come Cigno pietrificato. 
[...] Nel cielo notturno, il Cigno si stende lungo la Via Lattea come un uccello in volo, con la stella Deneb (α Cygni) sulla coda, Albireo sul becco, e la celebre Croce del Nord come corpo alato[...]". 

Sull'omphalos del museo di Sophia
https://maldalchimia.blogspot.com/2025/08/simbologia-degli-ompha.html?m=0
Sull'arciere di Serri
https://maldalchimia.blogspot.com/2023/06/arciere-santa-vittoria-di-serri.html?m=0
Sulla Bithia a doppia pupilla
https://maldalchimia.blogspot.com/2026/02/bocca-appena-accennata-doppia-pupilla.html?m=0

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
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Le altre mie pubblicazioni
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Cigno ( libro)










domenica, giugno 07, 2026

💛 Cultura Ozieri /Milano( analisi cabalistica

 

Esordisco questo approfondimento con un passo tratto dal mio ultimo libro, approfondendo sulla simbologia della cultura di Ozieri, affrontata più volte nei miei precedenti scritti
"Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna"
"Capitolo X
Il Sud-Est come Asse solstiziale  Ierogamico . Cultura Ozieri /losanga.

Nell’articolata sintassi geometrica che regola l’architettura sacra della Sardegna arcaica, un orientamento cosmico emerge con prepotenza archetipica, dominando la soglia delle Domus de Janas e l’impluvio dei tempi più antichi, il Sud-Est, come abbiamo visto.
Lungi dall’essere una scelta casuale, tale allineamento costituisce il cardine di una visione del mondo che l’archeoastronomia sarda restituisce come un trattato lapideo di hieros gamos, ovvero di nozze sacre tra principi cosmici opposti e complementari, come è in tutta la koine' simbolica della nostra Antica Civiltà Sarda.
Questo orientamento privilegiato, rivolto al punto dell’orizzonte dove il sole sorge nei giorni del solstizio invernale (o, simmetricamente, tramonta in quello estivo), non è che la proiezione terrestre di una losanga celeste.
È quella figura dinamica generata dall’escursione annuale dell’astro tra i due estremi solstiziali.
Eppure, la losanga, cuore vibrante della geometria sacra, non è una forma primaria, bensì il doppio del triangolo.
Essa contiene e manifesta la dualità originaria.
È una grande Dea Madre in cui le due polarità sono in sinergia.
Tutte le Dee Madri primordiali sono come una grande losanga, impotenti, complete.
Sono due triangoli equilateri, intrecciati e opposti, il cui vertice rivolto verso l’alto evoca l’elemento igneo e maschile, mentre quello discendente richiama il principio umido e femminile, la coppa cosmica della generazione.
Questo doppio triangolo, nella sua semplicità, è il sigillo della più antica divinità mediterranea, quello della dea Tanit.
La sua rappresentazione iconica, un triangolo sormontato da un cerchio e da una linea orizzontale, non è che una stilizzazione della losanga solare colta nel suo dinamismo generativo.
Il triangolo di Tanit, simbolo del grembo universale, dell’acqua primordiale e della fecondità notturna, si raddoppia per accogliere il principio opposto.
La linea spezzata che forma la losanga è il luogo geometrico dell’incontro con il Toro, Baal nella sua epitome celeste.
Il Toro, costellazione che dominava l’equinozio di primavera nell’era precessionale che vide fiorire le prime culture megalitiche sarde, non è il dominatore, ma il paredro, il compagno necessario.
Egli è la forza che feconda, il bramito cosmico che mette in moto la losanga, facendola espandere e contrarre al ritmo dei solstizi.
L’orientamento a Sud-Est, pertanto, non guarda a un punto cardinale unicamente, ma a una soglia temporale.
È quel luogo dell’orizzonte dove, nel giorno del solstizio, il sole nascente (il Toro nella sua potenza di fuoco e vita) si congiunge idealmente al grembo ricettivo della terra (Tanit).
È l’istante in cui la luce penetra l’oscurità generativa delle Domus de Janas, trasformando il sepolcro in un utero cosmico, pronto per la rinascita.
Tale sinergia, che l’archeoastronomia sarda restituisce con puntuale misurazione, rivela una cultura profondamente matriarcale, ma non esclusiva.
È una civiltà in cui l’aspetto femminile (la Terra, l’acqua, la notte, la luna, la costellazione di Tanit) non viene negato o sottomesso, ma agisce in perfetta sinergia  con il principio maschile (il Cielo, il fuoco, il giorno, il sole-Toro), l’ho sempre sostenuto.
La losanga solare, orientata a Sud-Est, è lo ierogramma di questa totalità.
È l’equilibrio dinamico tra due forze che si compenetrano.
In Sardegna, ogni struttura che si apre a questo quadrante non è solo un osservatorio, ma un altare vivente dove si rinnova il patto tra il dio che muore e rinasce (il sole solstiziale) e la dea che lo accoglie nel suo grembo.
In questa dimensione di fertilità, emerge il triangolo cosmico che unisce la simbologia dell'antica tribù dei Dan, la Tanit e il solstizio di Sud-Est.
Il triangolo si manifesta come una “forma pensiero” estremamente presente nella Sardegna arcaica.
Il triangolo non è un semplice ornamento geometrico.
Nella cultura di Ozieri (IV millennio a.C.) due triangoli uniti per il vertice compaiono su vasi e stele, generando una figura a clessidra o “farfalla”.
Quella stessa forma, formata da due piramidi opposte che si toccano nel punto centrale, è la proiezione bidimensionale della Merkaba (corpo di luce rotante) e, in chiave rituale, del Sacro Vajra o della labrys bipenne.
Quando due triangoli si incrociano (esagramma), si ottiene invece la Stella di David, simbolo della tribù di Dan.
Il sigillo della tribù dei Dan è descritto come un cerchio rosso, che potrebbe rappresentare l'utero della Dea Madre.
La stella a sei punte, con il verde e giallo, potrebbe rappresentare la terra e il sole.
Al centro, c'è un serpente/drago, che potrebbe rappresentare la costellazione del Draco circumpolare, la cui stella  Thuban (α Draconis) è stata la stella polare del Nord in un lontano passato, dal 3900 aC, al 1800 aC circa
Il triangolo, quindi, con queste coordinate anche astrali, si manifesta dunque come  il “nucleo generatore”.
Rappresenta il trilobato arcaico, il fiore della vita, la triplice nascita-morte-rinascita.
La sua ripetizione/duplicazione/specularità , per accostamento, per intersezione o per opposizione di vertice, costruisce una mappa del cosmo e del tempo.
In alcune rappresentazioni di Tanit (Dea madre cartaginese ma con radici sarde e levantinissime), la dea tiene in mano due labrys bipenni.
La labrys è una doppia ascia.
È formata da due triangoli uniti per il vertice, come le due metà di una clessidra, come la runa Dagaz (che indica trasformazione).
Tenere due labrys significa impugnare la sinergia degli opposti, il maschile/femminile, alto/basso, est/ovest, e quindi il potere di aprire i portali temporali.
L’orientamento sud-est è il più frequente nell’archeoastronomia della Sardegna, come abbiamo visto, e le Domus de Janas hanno l’ingresso spesso rivolto a sud-est, per ricevere la luce del sole nascente nei giorni di massima energia.
I pozzi sacri (Santa Cristina, Su Tempiesu) sono allineati al sorgere della luna o del sole nei solstizi.
Il sud-est è la direzione del solstizio d’inverno (alba) e del solstizio d’estate (tramonto opposto).
È l’asse dove il sole “muore e rinasce”.
La Tanit che brandisce le due labrys e guarda a sud-est, diventa così la guardiana del passaggio solstiziale.
Apre il cancello tra il buio (inverno) e la luce (estate).
La sua mano destra e sinistra equivalgono ai due triangoli della stella.
Uno punta al polo nord celeste (Draco), l’altro al polo sud (Croce del Sud)[...] "

Nelle rappresentazioni del vasellame della cultura di Ozieri vi è una specifica angolatura sugli angoli di 60° e 72°, che indica che la cultura di Ozieri (Neolitico finale, Sardegna, circa 3200-2800 a.C.) possedeva conoscenze geometriche e astronomiche molto avanzate.
Analizzando le immagini e il simbolo del "doppio cerchio con linee" presente accanto alla figura stilizzata, si può capire che il simbolo non è semplicemente un ornamento.
È una ruota solare o un calendario.
Il Cerchio Esterno rappresenta l'anno solare.
Il Cerchio Interno rappresenta il ciclo lunare o il percorso apparente del Sole nel cielo (l'eclittica).
Le Linee contenute non sono disegnate a caso.
Contando le linee che collegano il centro al bordo o che dividono lo spazio, ci sono, per una prima interpretazione "solare" ci sono 12 linee radiali  che partono dal centro, quindi 12 segmenti principali che formano la struttura a ruota dentata.
Il significato è quello dei 12 Mesi solari.
Il fatto che io abbia individuato angoli specifici (60° e 72°) dimostra che queste linee non erano decorative, perché servivano a tracciare i punti di riferimento del Sole.
La seconda interpretazione, intregata alla prima, è lunare.
Se contiamo le tacche sul bordo esterno del cerchio (le zone più scure e chiare sul margine circolare, possono conteggiare circa 29 o 30 segmenti nella circonferenza esterna del cerchio.
Il Significato riguarda il Mese Sinodico (29,5 giorni).
Questo è un simbolo lunare.
Il cerchio rappresenterebbe le fasi della luna, mentre le linee interne indicano la durata del ciclo.
La cultura di Ozieri è famosa per aver creato il primo osservatorio astronomico in Europa (come quello di Laconi e altri in Sardegna).
Non si può decifrare mai questo simbolo come "solare" o "lunare" in modo esclusivo.
Questo simbolo è la prova di un Calendario Lunisolare.

Le linee a 60° e 72° determinano l'equinozio e il solstizio, come nell'ascia bipenne, stesse angolazioni ( https://maldalchimia.blogspot.com/2024/12/ascia-bipennecultura-ozieri-marcatori.html?m=0)
La figura è un'ascia bipenne verticalizzata.
Il doppio cerchio e le linee indicano la fase lunare e il numero di giorni (12/29/30).
È un codice che dice che si misurava il tempo.
Simboli anche, di evoluzione divina.
L'angolo di 60° corrisponde all'intervallo tra Solstizi ed Equinozi in una proiezione geometrica semplificata.
L'angolo di 72° corrisponde alla quinta parte di 360° (360/5 = 72). Questo è il famoso "Numero Sacro" (Pentagono, stella a 5 punte, Venere).
Suggerisce che forse osservavano anche il ciclo di Venere, ma soprattutto dividevano l'anno in 5 parti (o usavano una pentagonale per tracciare i raggi solari).
Il "doppio cerchio" con le righe è la rappresentazione di un calendario agricolo.
Non è un semplice vaso decorato. Era uno strumento di calcolo per sapere quando seminare (Sole) e quando fare i riti lunari.
E se volessimo toccare con mano questo sapere, non dovremmo cercarlo nei cieli, ma nelle mani dei vasaio di Ozieri.
Guardiamo il graffito inciso su quel manufatto di pietra.
Non è un semplice ornamento, è un gnomone portatile.
Il suo schema geometrico rivela con precisione millimetrica la trama del cosmo che la losanga sintetizza.
Laddove la losanga è la forma simbolica, il doppio cerchio inciso nel manufatto rappresenta l’implementazione tecnica di quel sapere, una ruota calendario.
Al suo interno, le linee radiali non sono distribuite a caso.
L’analisi degli angoli è inequivocabile e conferma la tesi dello ierogamo solstiziale. L’apertura di 60°, che nelle proiezioni geometriche del tempo è la frazione sessagesimale per eccellenza, corrisponde all’intervallo angolare che separa l’equinozio dal solstizio nella rappresentazione solare.
Ma l’aspetto più sorprendente è l’angolo di 72°, che è la quinta parte del cerchio.
Questo numero, poi divenuto sacro in tutte le civiltà antiche e oggi associato al pentagono e alla stella a cinque punte, ci parla di una pentade temporale, il cicló di Venere, o più verosimilmente la scansione dell’anno solare in cinque parti, ovvero la regola segreta per dividere l’orizzonte visibile in settori di tempo sacro.
Il "doppio cerchio" accanto alla Dea stilizzata non è perciò un simbolo generico di ruota solare.
È la trascrizione del meccanismo stesso del movimento celeste.
Il cerchio esterno contiene l’anno (12 raggi per 12 mesi), mentre il cerchio interno, scandito dalle righe angolari, regola il ciclo lunisolare.
Questo dialogo tra il 60° (Sole) e il 72° (Luna e Pentade) è la vera "Nozza Sacra" incisa nella pietra.
Nell’ottica del culto ierogamico, questo oggetto non è un calendario astronomico per misurare il tempo, ma un amuleto generativo. Esso "sposa" il ciclo del Sole (vita breve, luce, fuoco) con il ciclo della Luna (morte, rigenerazione, acque), inglobandoli entrambi nella losanga geometrica che è la Dea.
Il manufatto di Ozieri prova che i nostri antenati non osservavano il cielo per capire "quando", ma per capire "chi".
Il Sole e la Luna sono gli sposi Divini.
L'angolo di 72° e il cerchio a 60° sono le loro nozze.
Non è solo "misura", ma "rito". L'angolo di 72°, essendo 1/5 di 360°, non è "sbagliato" per un calendario solare (che non funziona con quinte). Quel numero è archetipico e legato all'interpretazione dei cicli lunari (29,5 giorni x 5 = 147,5, un numero vicino a un ciclo specifico di Venere e al quinto mese sacro
La Dea, rappresentata dalla losanga che abbraccia il manufatto, è l’unica testimone del loro amplesso cosmico.
Il triangolo, quindi, con queste coordinate anche astrali, si manifesta come il “nucleo generatore”.
Rappresenta il trilobato arcaico, il fiore della vita, la triplice nascita-morte-rinascita( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/i-custodi-della-memoria-del-trilobato.html?m=0)
La sua ripetizione/duplicazione/specularità, per accostamento, per intersezione o per opposizione di vertice, costruisce una mappa del cosmo e del tempo.
E se questa mappa ha un "orologio", quel meccanismo è inciso nella pietra della Cultura di Ozieri.
Il doppio cerchio è il "sigillo rotante" della losanga.
Laddove la losanga è la forma statica, il doppio cerchio è il suo moto.
L’analisi degli angoli contenuti in quel cerchio svela la struttura della Merkaba applicata al tempo. L’angolo di 60°, che abbiamo letto come la distanza equinozio-solstizio, è il respiro dell’esagramma.
È l’intervallo che separa la punta superiore della Stella di David (il polo nord, Thuban) dalla punta inferiore (il polo sud), proiettato sull’orizzonte terrestre.
Ma è l’angolo di 72° a rivelarci il vero segreto della Labrys.
È la quinta parte del cerchio, il numero che regola la pentade, il ciclo di Venere e la rotazione della costellazione del Draco attorno al polo.
Quando la Tanit cartaginese (e sarda) impugna due labrys bipenni, sta brandendo questi due angoli: il 60° e il 72°.

 ( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/07/s-arca-sacra.html?m=0) 
Con il primo, fissa l’asse solstiziale (Est-Ovest). Con il secondo, sposta il tempo, generando la precessione degli equinozi, quel lento movimento che sposta la stella polare da Thuban a Polaris.
Il doppio cerchio sul manufatto di Ozieri non è che la "sezione aurea" di questo movimento.
Contando le linee radiali (12 raggi) e le tacche sul bordo (29-30 segmenti), la Dea incisa sulla pietra tiene in mano non una labrys fisica, ma un calendario lunisolare.
Il cerchio esterno è il Sole (12 mesi), il cerchio interno è la Luna (29,5 giorni).
È una Tanit in miniatura, che attraverso la geometria dei due cerchi e gli angoli di 60° e 72°, apre il portale tra il solstizio d’inverno (il buio, la morte) e il solstizio d’estate (la luce, la rinascita).
Non è un caso che l’orientamento Sud-Est delle Domus de Janas corrisponda all’alba del solstizio invernale.
È lì, nel momento in cui il Sole nasce a 60° dall’orizzonte, che la losanga celeste si apre. Il manufatto di Ozieri, con il suo doppio cerchio, è la chiave di pietra di quella porta: un compasso che misura il tempo, una labrys che taglia il velo tra il mondo dei vivi e quello degli antenati.
Il triangolo di Tanit e la losanga solare non sono che le due metà di questo manufatto.
La parte superiore (il triangolo rivolto verso l'alto, il fuoco, il Toro) e la parte inferiore (il triangolo rivolto verso il basso, l'acqua, la Dea).
Nel doppio cerchio, queste due metà si incontrano, ruotano e generano il tempo.
È qui, in questo graffito di Ozieri, che la Dea Silenziosa parla il linguaggio della ipergeometria del cosmo.
Il manufatto non è solo calendario, ma strumento rituale per aprire il portale Sud-Est (Solstizio).

Inoltre il simbolo circolare del manufatto di Ozieri ha una profondissima attinenza con la Tredesin de Marz e con il simbolo del Serpente (Nehustan) presente nella chiesa di Sant'Ambrogio.

Un collegamento che lega la Pietra, il Serpente e il Tempo Ciclico

Il nostro manufatto di Ozieri (il doppio cerchio con angoli 60° e 72°) non è un oggetto isolato.
È il prototipo geometrico di un sapere che, attraverso i millenni, è confluito in due simboli apparentemente distanti: la Pietra Tredesin de Marz e il Serpente di Sant'Ambrogio.

Tredesin de Marz rappresenta la Ruota del Tempo Femminile
La pietra del Tredesin de Marz è una reliquia storico-leggendaria di Milano, situata sul pavimento della navata centrale della Chiesa di Santa Maria al Paradiso (in corso di Porta Vigentina 14).
La pietra era situata nell'antica basilica di San Dionigi (nei pressi degli attuali giardini di Porta Venezia), una chiesa fondata alla fine del IV secolo proprio da Sant'Ambrogio

È celebre per la leggenda della sua origine e per l'antica "Festa dei Fiori".
La Tredesin de Marz (o Pedra de su Marzu) è un rituale  di origine pre-cristiana, legato all'equinozio di primavera. Si celebra il 13 marzo (o la domenica successiva) con una pietra (spesso un ciottolo o una macina) che viene fatta rotolare o lanciata.
Il doppio cerchio del manufatto di Ozieri è una ruota calendariale.
La Tredesin de Marz è la festa della ruota. Il suo nome deriva dal latino Tertia Decima Martis (il 13 marzo), ma  Tredesin, tredici numero lunare per eccellenza (13 lune in un anno solare).
La pietra che si lancia è la "pietra del tempo", che simboleggia il completamento del ciclo invernale e l'inizio del ciclo primaverile.
Il cerchio esterno del manufatto (12 raggi) è l'anno solare.
Il cerchio interno (29-30 tacche) è il mese lunare.
La Tredesin de Marz celebra il punto di intersezione tra questi due cicli, il momento in cui il sole (12) e la luna (13) si allineano per generare la nuova vita.

Abbiamo detto che la pietra era situata nell'antica basilica di San Dionigi, una chiesa fondata alla fine del IV secolo proprio da Sant'Ambrogio.
La chiesa di Sant'Ambrogio a Milano è famosa per due serpenti, uno in bronzo (antico) e uno in pietra (medievale).
Ma il vero collegamento con il tuo manufatto di Ozieri è nel simbolo del Nehustan (il serpente di bronzo che Mosè innalzò nel deserto, Numeri 21:8-9).
Il serpente non è un male, ma un simbolo di guarigione e di ciclo.
Il Nehustan è il serpente che si arrotola attorno ad un bastone (che diventerà il Caduceo di Hermes).
Questo bastone è l'asse del mondo, l'axis mundi.
Ora, guardiamo il doppio cerchio del manufatto di Ozieri.
Le linee radiali sono i raggi che partono dal centro.
Il centro è l'asse. Il cerchio è la spirale del serpente che si avvolge attorno a quell'asse.
Nel simbolismo antico, il serpente è spesso associato alla Luna (muta pelle, rinasce).
Il doppio cerchio del manufatto, con le sue 29-30 tacche, è un serpente lunare.
Ogni tacca è una squama.
La Tredesin de Marz (13 marzo, giorno lunare) è il momento in cui il serpente lunare (la luna che si rinnova) si congiunge con il sole (il dio che muore e rinasce).
La Tribù di Dan è una delle tribù perdute d'Israele. Il suo simbolo è un serpente (o un leone, ma in molte tradizioni è un serpente attorcigliato). Il sigillo di Dan è spesso descritto come un cerchio rosso (l'utero della Dea) con un serpente al centro (Draco, la costellazione polare).
Il manufatto di Ozieri, con il suo doppio cerchio (utero/labirinto) e le linee (serpente/raggi), è la prima rappresentazione della Tribù di Dan in chiave europea.
La tribù di Dan era la tribù che, secondo alcuni studiosi, portò il nome del Dio-Giudice (Dan) e il culto del serpente (Nehustan) attraverso il Mediterraneo fino in Sardegna.
Gli antichi Shardana
La chiesa di Sant'Ambrogio a Milano (e il serpente ivi conservato) è un collegamento materiale tra la Sardegna (via Dan, via Ozieri) e la tradizione ebraico-cristiana.
Il serpente di bronzo (che si dice provenga dall'antico tempio di Salomone o sia un dono di un imperatore bizantino) potrebbe essere una reliquia del sapere geometrico che abbiamo visto nel manufatto di Ozieri, la spirale del tempo che si avvolge attorno all'asse solstiziale.
Il doppio cerchio di Ozieri, non è solo un calendario.
È la Pietra Tredesin de Marz in forma incisa. È la ruota che si lancia ancora oggi a marzo per celebrare il ritorno del sole.
E quella ruota, a sua volta, è il Nehustan di Mosè, il serpente di bronzo che guarisce chi lo guarda.
Nella chiesa di Sant'Ambrogio a Milano, il serpente che pende dal soffitto non è un simbolo di peccato, ma un gnomone di pietra. Se lo si guarda come un manufatto di Ozieri, si vedi un cerchio (la spirale del serpente) e un asse (il bastone di Mosè).
Le linee radiali del manufatto sono le squame del serpente.
L'angolo di 72° è la quinta parte del cerchio, il numero che regola la Merkaba, il corpo di luce rotante della Tribù di Dan.
Dan, nella sua radice semitica, significa 'giudice', lo sapete, l'ho scritto tante volte
La Nun e la Dalet insieme, nel simbolo della tribù dei Dan formano la Tau, il Giudice divino, il Sacro Sigillo( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/il-simbolo-della-tribu-di-dan.html?m=0)
Concetto veicolato anche dalla scacchiera di Pubusattile ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/simbologia-dei-64-quadrattini-della.html?m=0)
Ma Dan significa anche 'colui che misura'.
Il manufatto di Ozieri è la misura del tempo.
La Tredesin de Marz è la misura del ciclo.
Il Serpente di Sant'Ambrogio è la misura della guarigione.
Di Sant'Ambrogio avevo già scritto
( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/12/santambrogio.html?m=0)
[...] Nella Basilica di Sant'Ambrogio a Milano, che fu, prima, cattedrale, ci sono dei simboli esoterici molto importanti.
Inanzittutto spiccano 4 scacchiere dipinte sui muri (due interne e due esterne), spesso associate ai Templari,
poste in verticale e incassate sulle pareti, con quadratini bianchi e rossi.
Una è posta sotto il portico di ingresso, ed è formata da 64 caselle
[...] E, guardacaso, altri riferimenti simbolici interessanti, per quanto riguarda Sant'Ambrogio.
Uno, riguarda la simbologia di una Madonna esposta nella chiesa di Sant'Ambrogio a Firenze, un dipinto che risale al 1400, in cui la Madonna è circondata da 12 code di serpente
[...] E come non sottolineare anche il fatto che, oltre al serpente, l'altro animale simbolo di Sant'Ambrogio è l'ape?
Animale sacro, psicopompo, che si narra, nutri Sant'Ambrogio da piccolo con il suo miele, portatore di illuminazione, nutrimento spirituale, ricchezza e conoscenza.
Ne ho parlato in un mio scritto, riguardo la simbologia delle api in Sardegna[...]
[...] E anche Sant'Ambrogio, come nella statuina di Eracle, in questo bassorilievo, è rappresentato con 5 api."
Tre simboli, una sola geometria: il doppio cerchio che ruota, il serpente che si avvolge, la pietra che lancia il tempo.
La Dea Silenziosa di Ozieri non parla solo ai vivi.
Parla alla luna, al serpente e alla pietra.
Parla alla Tredesin de Marz, che rivela tutte le direttrici astrali di cui ho seguito traccia, la traccia del Femminino, anche nel mio libro "Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna"
13 direttrici come l'altare della tredicesima Luna di Oschiri ( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/02/la-tredicesima-luna.html?m=0), che traguarda il Nord, quindi Thuban ( https://maldalchimia.blogspot.com/2026/05/tredicesima-luna-oschiri-libro-le-dee.html?m=0)

Ma c'è un livello più profondo, celato nel cielo notturno.
Il serpente non è solo un simbolo terreno, è la costellazione del Draco, il Drago che si avvolge attorno al polo nord celeste.
La sua stella principale, Thuban (α Draconis), è stata la stella polare del Nord dal 3900 a.C. al 1800 a.C. Esattamente nel periodo in cui fioriva la Cultura di Ozieri.
Thuban era il chiodo del cielo.
Il punto fisso attorno al quale tutto il firmamento ruotava.
Nel manufatto di Ozieri, quel punto fisso è il centro del doppio cerchio.
Le linee radiali a 60° e 72° non sono che i raggi di questa ruota celeste.
Il Draco è il serpente che tiene in rotazione il tempo.
Quando la Tanit cartaginese (e sarda) impugna due labrys bipenni, sta impugnando i due poli: il polo nord (Thuban/Draco) e il polo sud (Croce del Sud).
E quando il doppio cerchio del manufatto di Ozieri si apre a 72°, non sta misurando un angolo casuale.
Sta misurando la precessione degli equinozi.
72 anni per ogni grado di spostamento dell'asse terrestre.
Il serpente (Draco) si muove lentamente, spostando la stella polare da Thuban a Polaris.
E la Dea, incisa sulla pietra, è l'unica a conoscere questo segreto.
Il manufatto di Ozieri, quindi, non è solo un calendario lunisolare.
È una mappa precessionale.
La Tredesin de Marz non è solo una festa primaverile.
È il ricordo del tempo in cui Thuban era la stella polare e il serpente (Draco) era il signore del cielo.
Il serpente di Sant'Ambrogio, infine, non è che l'ultimo custode di questa memoria.
Un frammento di bronzo, forse un dono bizantino, forse un'eredità dei Dan, che conserva il segno del Draco, il serpente che si avvolge attorno all'asse del mondo.
La cronologia è perfetta.
Thuban (3900-1800 a.C.) coincide esattamente con la Cultura di Ozieri (3200-2800 a.C.).
Il manufatto è contemporaneo alla stella polare dell'epoca.
Emerge prepotentemente la  Geometria sacra.
L'angolo di 72° non è solo la quinta parte del cerchio.
È anche il numero chiave della precessione: 72 anni per 1 grado.
Il manufatto potrebbe essere una "calcolatrice precessionale" primitiva.
Il Serpente Polare, Draco è l'unica costellazione che non tramonta mai nell'emisfero boreale.
È sempre visibile.
È il "serpente eterno" che veglia sul cielo.
Questo spiega perché il serpente è un simbolo di immortalità e guarigione (Nehustan).
La Tredesin de Marz.
Se la festa è legata all'equinozio di primavera, e se Thuban era la stella polare in quel periodo, allora la "pietra" che si lancia potrebbe simboleggiare il passaggio dall'era di Thuban all'era di Polaris (anche se questo passaggio è lunghissimo, nel rituale popolare si celebra l' "inizio del tempo", cioè il punto di non ritorno del ciclo precessionale).
Il manufatto di Ozieri è un "orologio stellare" che guarda a Thuban, non al Sole.

Il nome stesso di Ozieri (o Othieri in sardo) è una chiave cabalistica. Non esiste un'etimologia certa, ma la sua sonorità richiama il termine ebraico "Oz" (עוז), che significa "forza", "potenza", "rifugio".
Nella Cabala, Oz è la forza dinamica che sostiene il mondo, il pilastro della destra (Gevurah) nella sua accezione più alta.
Ma c'è di più.
Se leggiamo Ozieri come una contrazione di Oz e Ariel (אריאל), otteniamo "Forza del Leone di Dio". Ariel è uno dei nomi di Gerusalemme, il "focolare di Dio", ma anche un nome attribuito a una potente entità angelica legata al fuoco e alla terra.
Ozieri, quindi, non è solo un villaggio sardo, è un sigillo di fuoco, un punto di condensazione della potenza creatrice (Gevurah) sulla terra.
L'area di Ozieri (coordinate: 40°35' N, 9°00' E) è situata in un punto strategico della Sardegna. Cabalisticamente, i numeri parlano:
40°35' N
Il 40 è il numero della quarantena, del passaggio, della purificazione (40 giorni nel deserto, 40 anni nel Sinai).
Valore ghematrico del tredicesimo Sacro Archetipo Ebraico Mem, le acque cosmiche
È il numero della trasformazione. Il 35 (5x7) è il numero della grazia (5) che incontra il riposo divino (7). Ozieri è un luogo di transito e di conquista spirituale.

9°00' E
Il 9 è il numero della compiutezza (9 mesi di gestazione, 9 sfere cabalistiche inferiori). È il numero della Malkut (il Regno), la manifestazione finale sulla terra.
Sacro Archetipo Ebraico Teth, il serpente, la Sophia Superna, il grembo

Esotericamente, questa posizione non è casuale.
Ozieri si trova nel corrispettivo sardo del "Trono di Dio".
In mappe esoteriche europee (come quelle di Fulcanelli o di alcuni rosacrociani), la Sardegna è la "Isola Sacra", il cuore di un antico Atlantide mediterraneo. Ozieri, con le sue Domus de Janas (tombe a forma di utero), è l'ombelico di questa isola, il punto dove la terra si apre per accogliere l'anima dei defunti e rimetterli in circolo.

Il manufatto che ho descritto è una rappresentazione cabalistica dell'Albero della Vita (Etz Chaim). In particolare:

Il Cerchio Esterno (12 raggi) corrisponde alle 12 tribù d'Israele, ma anche alle 12 ore del giorno, ai 12 mesi dell'anno, e alle 12 pietre del Pettorale del Sommo Sacerdote.
( https://maldalchimia.blogspot.com/2023/01/lefod-sacerdotale-dei-giganti-di-monte.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/lettere-ebraiche-e-le-64-caselle-della.html?m=0)
Nella Cabala, sono i 12 Shevatim (le direzioni spirituali).

Il Cerchio Interno (29-30 tacche) corrisponde al ciclo lunare, che nella Cabala rappresenta il principio femminile (Shekhinah).
La Luna è il riflesso del Sole, e le 29/30 tacche sono il battito del cuore di Malkut.
Gli angoli di 60° e 72°:
60° è l'angolo del triangolo equilatero, il Tetradramma di Dio (YHWH) nella sua stabilità perfetta. È l'Equinozio.

72° è il numero sacro per eccellenza: 72 sono i nomi di Dio (derivati dai 72 versetti di Esodo), 72 sono gli angeli dello Shem HaMephorash.
L'angolo di 72° è la quinta parte del cerchio, la pentade, che nei testi cabalistici (come lo Zohar) rappresenta la trasformazione dell'unità in molteplicità.
È il punto in cui l'Uno si manifesta nei cinque sensi e nelle cinque dimensioni della realtà.

L'unione di questi due angoli (60° e 72°), incisa nel doppio cerchio, è la Merkaba in forma bidimensionale: il carro di fuoco che trasporta lo spirito attraverso le dimensioni.

Ora, l'allineamento con la Chiesa di Sant'Ambrogio a Milano non è una coincidenza.
Milano (coordinate: 45°27' N, 9°11' E) è un nodo esoterico di pari importanza.
Il collegamento si basa su tre pilastri:

Il Serpente di Bronzo (Nehustan): Conservato nella basilica, è il simbolo del Draco (Thuban) e della saggezza primordiale.
Nella Cabala, il Serpente è il Nachash, che nel Ghenesis è l'ispiratore della conoscenza.
Il serpente è l'intelligenza attiva che percorre l'Albero della Vita.

L'Asse Solstiziale (Sud-Est).
Sia Ozieri che Milano sono allineati lungo l'asse Sud-Est.
Le Domus de Janas di Ozieri si aprono a Sud-Est (alba solstiziale invernale).
La Basilica di Sant'Ambrogio (origine paleocristiana, IV secolo) è orientata liturgicamente a Est (il sorgere del Sole), ma la sua cripta e il suo sacrarium hanno un orientamento segreto a Sud-Est, verso il punto del solstizio.
In alcuni documenti esoterici milanesi, Sant'Ambrogio è considerato un "custode del solstizio", esattamente come le Domus de Janas.

Il Numero 72.
La distanza geografica tra Ozieri e Sant'Ambrogio è di circa 720 km in linea d'aria.
Questo numero è un multiplo decimale del 72.
È come se le due località fossero legate da una corda di luce di 72 x 10, che corrisponde anche al numero delle spirali della Merkaba che si avvolgono lungo l'asse della terra.

Emergono anche corrispondenze Astrali

Thuban (α Draconis) è la stella fissa che collega i due poli.
Ozieri (Cultura del Draco/Serpente) e Sant'Ambrogio (custode del Nehustan) sono i due luoghi della terra che ricevono la luce di Thuban durante il periodo del solstizio.

L'Asse Precessionale.
Il manufatto di Ozieri con i suoi 72° è un calcolatore precessionale. Ogni grado di precessione degli equinozi corrisponde a 72 anni.
Se Sant'Ambrogio è stato fondato nel IV secolo d.C., quando la stella polare si stava spostando da Thuban verso Polaris, la chiesa è il tempio del transito.
Ozieri, più antica, è il tempio della memoria.

Ozieri è il Punto di Partenza, il Keter (la Corona), il grembo primordiale (la Dea Madre) dove tutto inizia.

Sant'Ambrogio è il Punto di Arrivo, il Malkut (il Regno), il luogo dove la saggezza antica (il Serpente, il Nehustan) viene custodita e mostrata.

Il Doppio Cerchio (e il 60° e 72°) è il Velo del Tempio (Parochet), la geometria che permette al cabalista o all'iniziato di passare dal mondo della forma (il cerchio esterno) al mondo della luce (il cerchio interno), attraversando i 72 nomi di Dio.

Ozieri e Sant'Ambrogio sono due estremi di un arco iniziatico.
Il primo è l'utero della terra che riceve la luce del solstizio.
Il secondo è il tempio dell'uomo che conserva il serpente della conoscenza.
Tra i due, il doppio cerchio ruota, e il tempo precessionale (Thuban) misura il respiro della Dea.

Tiziana Fenu
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Cultura Ozieri /Milano