[...] Come il toro divino muore per rigenerarsi, così l’iniziato deve “morire” simbolicamente per rinascere a una condizione purificata.
E tale rinascita può avvenire solo nel grembo della Madre, dimensione catartica per eccellenza.
[...] Il filo rosso è il cordone ombelicale che lega alla vita, ma anche il percorso iniziatico che riconduce alla luce.
Il toro, in questa prospettiva, deve ritrovare la propria integrità, reintegrando in sé il principio femminile e divino.
Solo attraverso il femminile, inteso come grembo alchemico, l’uomo può avvicinarsi al sacro.
Si sviluppa quindi, in questo contesto, una continuità simbolica, dalle origini paleolitiche alle maschere neolitiche.
Le prime manifestazioni artistiche dell’umanità, come le pitture rupestri della grotta di Chauvet (circa 36.000 anni fa), mostrano una stretta connessione tra donna e animale.
La celebre rappresentazione di una figura femminile fusa con un bisonte (antenato del toro) suggerisce un nesso simbolico tra femminilità e fecondità animale. Per le comunità paleolitiche, gli animali erano ritenuti emergere dal grembo della terra, che era considerata una dimensione sotterranea e rigenerativa, per poi tornare a rinnovarsi in un ciclo perpetuo.
Lo sciamano, figura mediatrice, era colui che poteva entrare in contatto con questi spiriti animali, veicoli del divino.
Questo antico rapporto si ritrova, trasfigurato, nel Carnevale Sardo.
Troviamo l’uomo che indossa la maschera animale, che si fa tramite di una comunicazione rituale tra comunità umana e mondo naturale.
Egli si affida alla guida di figure “divinizzate”, come su Issohadore o su Componidori, depositari di un’autorità sacrale che garantisce il benessere collettivo.
[...] I riti del carnevale, come il nostro, ancora ancestrale e selvaggio sono sacri, perché attraverso essi, si cercava il contatto con il divino.
La trasformazione viene vissuta come paradigma iniziatico.
Lo stesso Dionisio era rappresentato in una delle sue tante manifestazioni, come un toro, chiamato "Eiraphiotes", che deriverebbe da una radice indoeuropea comune al sanscrito, "rsabha'", che significa toro, e che significherebbe quindi, "il Dio che si rivela in aspetto di toro".
Dionisio poteva trasformarsi in tante forme, anche animali.
E questo aspetto della trasformazione è molto importante, perché la trasformazione può dare luogo ad una rigenerazione, come un rito iniziatico.
[...] La capacità di trasformarsi in animale (o di trasformare i propri seguaci) è centrale nei suoi miti, come nell’episodio omerico dei compagni di Ulisse tramutati in maiali dalla maga Circe e poi restituiti a una rinnovata umanità grazie all’intervento di Ermes.
Questa tematica della trasformazione rigenerativa ricorre anche nella mitologia celtica, con cui la Sardegna antica mostra significative convergenze.
Tratto dal mio libro
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Tiziana Fenu
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