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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

lunedì, marzo 02, 2026

💛Su Componidori

 La Ierogamia del Dio Pluviale. Su Componidori e il Mistero del Santo Dodici. 

Nel cuore pulsante della Sardegna, durante i giorni centrali del Carnevale di Oristano, si compie un mistero che affonda le radici in una notte dei tempi pre-cristiana, un’epifania di sacro che trasfigura l’uomo in dio. 

È l’avvento di Su Componidori, il Signore delle Pariglie, il cui nome stesso è un sigillo di potenza arcaica. 

È "colui che compone", che ordina, che dispone. 

Ma la sua essenza più recondita, la sua virtù sciamanica primigenia, è racchiusa nell’etimologia che lo lega alla pioggia. 

"Colui che fa sgorgare l’acqua dai cumuli". 

Egli è, nella sua manifestazione terrena, lo Sciamano della Pioggia, il discendente di un lignaggio di incantatori di nubi, capace di evocare dal cielo il prezioso umore che feconda la Madre Terra.

Prima di librarsi nel volteggio, prima di tendere la mano verso il simbolo sospeso, Su Componidori subisce una metamorfosi rituale che lo consacra come Divinità Vivente. 

Non è più un uomo, ma il tramite attraverso cui l’invisibile si fa carne. L’investitura è un atto di morte iniziatica e di rinascita in una dimensione altra, sospesa tra umano e divino. 

La sua missione, in questo stato di grazia ieratica, è di chiedere il permesso alla Grande Madre, alla Terra che attende, per conquistare quel simbolo supremo di fecondità, la stella a sei punte. 

Essa non è un mero ornamento, ma il geroglifico vivente dell’unione cosmica, la sigla alchemica della perfetta sintesi tra il principio maschile (il Sole, la forza fecondatrice) e il principio femminile (l’Acqua, la linfa vitale che sgorga dal grembo tellurico). 

È l’androgino divino, il Rebis, che il Dio vivente deve raggiungere e infilzare con "su stoccu", il lungo bastone, che in quel gesto si fa fallo sacro, asse del mondo, parafulmine di energie celesti.

L’atto è un’autentica ierogamia, una copula sacra. 

Da un lato, Su Componidori, il Dio Androgino per eccellenza. 

La sua stessa natura è già un sei, un numero perfetto che, come l’esagramma, è la somma e la sintesi di due triadi. 

I tre principi attivi e i tre passivi, il maschile e il femminile ricomposti nell’unità di una coscienza superiore. 

Questa natura duale e unitaria al contempo, è resa manifesta dalla sua maschera bianca, asessuata, impenetrabile, specchio di un’energia divina che trascende le polarità. Dall’altro lato, la stella a sei punte, l’altro sei, simbolo della stessa armonia cosmica sospesa nell’aria, in attesa di essere fecondata. 

Quando la punta di "su stoccu" penetra il cuore della stella, due sei si uniscono in un amplesso mistico. 

Dal loro congiungimento scaturisce il numero perfetto, il "Santu Doxi", il Santo Dodici. Questa cifra sacra, tanto venerata dagli Antichi Sardi, non è che la proiezione nel ciclo temporale dell’eternità: dodici sono i mesi dell’anno, dodici le lune, dodici le stazioni dello zodiaco. 

L’unione dei due sei garantisce la benedizione e la prosperità per l’intero ciclo annuale, sigillando un patto tra cielo e terra, tra il dio e la sua comunità.

A coronamento del rito, Su Componidori elargisce una benedizione che è, in sé, un compendio di simboli. Nella mano stringe "sa Pippia de Maiu", un mazzolino composto da viole mammole e pervinca. 

Il nome stesso è un portale etimologico: "Pippia", dall’accadico "pi-pium", che significa "sorgente". 

Non è un fiore, ma una sorgente vegetale, un’emanazione del principio vitale primordiale. 

"Maiu", come chiarisce il prof. Dedola, non rimanda al mese di maggio, ma all’accadico "Mahhu", che significa "sciamano", "folle". 

Sa Pippia de Maiu è dunque la "sorgente dello sciamano", la fonte della sua follia sacra, della sua potenza visionaria. 

Questo "folle" evoca immediatamente l’Heyoka degli Indiani delle Pianure, il Sacro Sciamano, l’Uccello del Tuono. 

Come l’Heyoka, che vive e agisce al contrario, capovolgendo le convenzioni per dominare le forze atmosferiche, così Su Componidori è colui che, in un tempo "capovolto" come il Carnevale, può evocare e governare pioggia, vento e fulmini. 

Il mazzolino stesso, con la sua forma di due triangoli congiunti per il vertice, riproduce la forma del Vajra tibetano, lo scettro adamantino che rappresenta il fulmine, l’illuminazione istantanea, l’energia creatrice scaturita dall’unione dinamica dei due opposti.

Ogni fiore del mazzolino è un archetipo. 

La viola mammola, con la sua fragranza intima e il colore profondo, incarna il Femminino, l’aspetto ricettivo e generativo della natura. 

La pervinca, dal canto suo, è la pianta sacra a Su Maimone, l’antica divinità della pioggia. Un tempo, "su Maimoni" veniva portato in processione come un fantoccio propiziatorio, adagiato su una barella di canne incrociate, con al centro una corona di pervinca. Egli era lo spirito della pioggia, l’attiratore di nubi, e alla fine del rito veniva gettato nel ruscello, sacrificato all’acqua perché la richiamasse dai cieli. 

Il legame è filologico. 

La pervinca, in sardo "proinca", è etimologicamente sorella del verbo "proere", che significa "piovere". Essa è la pianta che contiene il verbo della pioggia, l’incantesimo floreale per dissetare la terra.

Ecco che, in questo gesto benedicente, si svela il motivo conduttore di tutte le maschere carnevalesche sarde. 

Lo stretto, quasi simbiotico legame con l’animale. 

Su Componidori benedice con la schiena saldamente attaccata a quella del cavallo. Non è un semplice cavaliere, ma è qualcosa di più profondo. Si fa "sella" per il cavallo. La sella, in sardo "sedda", è un termine che vibra di echi lontani, risuonando con le "siddhi" del Kamasutra, le le 64 arti, le perfezioni, i poteri occulti che si acquisiscono attraverso la maestria dell’amore e della disciplina interiore. 

E non è forse un caso che la scacchiera rituale di Pubusattile, incisa nella Domus de Janas di Villanova Monteleone, conti esattamente 64 quadrati, bianchi e rossi, come i 64 quadrati del campo di gioco dell’amore sacro? 

Su Componidori, adagiandosi sul cavallo, cerca quella suprema integrazione, quella "siddhi" che il suo ruolo di semidio esige. 

Diventa tutt’uno con la bestia, nobilitandola, e al contempo elevando la propria umanità. In questo atto, chiamato "Sa Ramadura", egli si fa docile peso e guida sapiente, domando non solo il cavallo, ma anche la parte istintuale e bestiale che alberga in ogni uomo. 

Egli disciplina il cavallo come la maschera bianca di "su Isshuadores" disciplina e mette in riga i Mamuthones, figure gravate dal peso dei campanacci, simbolo del fardello degli istinti non purificati.

Questa purificazione, questo processo di nobilitazione, ha il suo battesimo nel fuoco. Il Carnevale si apre il 16 gennaio con i falò sacri di Sant’Antonio Abate. 

È il fuoco che "p-ur-ifica", che riconduce all’ "Ur", all’oro primordiale, alla luce divina. 

La maschera bianca è l’emblema di questa purificazione. 

Il suo bianco è un "non-colore" che contiene tutti i colori, un acromatico che è sintesi perfetta, androginia della luce. Esso ha il potere di divinizzare l’umano, di trasfigurarlo. 

Così dovevano essere le maschere dei Giganti di Mont’e Prama, bianche, regali, investite di quel potere uranico che trasforma la pietra in nume, l’uomo in eroe divinizzato. 

Sono purificati dal fuoco interiore, l’oro archetipale, e dalla maschera che li rende icone viventi di un tempo in cui gli dei camminavano tra gli uomini.

Su Componidori, sospeso tra cielo e terra, con la stella infissa come un sigillo, con la schiena salda sul cavallo, con la Pippia de Maiu benedicente, è il custode di questa memoria arcaica. 

In lui, per la durata della rappresentazione, il tempo si capovolge e l’eternità irrompe nella storia, rinnovando il patto sacro tra l’uomo, la terra e il cielo.


Per esplorare ulteriormente le profonde simbologie qui accennate, si rimanda ai seguenti miei saggi 

"Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l’Ordine", un viaggio iniziatico nel cuore del Carnevale sardo, svelandone le radici arcaiche e le valenze sciamaniche. (https://amzn.eu/d/0hYAHSs8 - https://amzn.eu/d/0j8uTz0e)


"Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna", un’opera fondamentale per comprendere le connessioni tra la simbologia sacra sarda, come la scacchiera di Pubusattile, e le tradizioni esoteriche universali. (https://amzn.eu/d/04Q2ywuS - https://amzn.eu/d/037haI9R - https://amzn.eu/d/0iO7ZMvz)

Testo e ricerche a cura di Tiziana Fenu

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Su Componidori





domenica, marzo 01, 2026

💙Primo Marzo Matronalia/Giunone

 Nel primo giorno di marzo, quando il velo tra i mondi si assottiglia per accogliere il risveglio della terra, l’antica Roma celebrava i Matronalia. Era questo il tempo sacro a Giunone, la Iuno Regina, non semplice divinità tra le molte, ma Archetipo primordiale, Essenza stessa del Femminino cosmico, matrice di ogni legame e custode del vincolo sacro che unisce le anime. Sorella e Sposa di Giove, era la Era dei Greci, Madre di Marte, dio dell’agricoltura e della guerra, doppia natura che feconda e che taglia, e di Vulcano, il Fuoco sotterraneo che forgia nei segreti del mondo.

Presso gli Etruschi, il suo nome era Uni, oppure Feronia, colei che presiede ai boschi e ai parto, la Giunone Sospita di cui già parlai, vestita di pelle caprina, armata di lancia e scudo, pronta a proteggere e a ferire.

A Giunone appartenevano i noviluni, le calende, il grembo oscuro dove ogni cosa si concepisce nel silenzio, mentre a Giove, signore della luce piena, spettavano gli idi dei pleniluni, lo splendore della forma compiuta.

In quei giorni di festa, le matronae rovesciavano l’Ordine. 

Imbandivano banchetti per i propri schiavi e offrivano doni, attuando un'inversione rituale che ricordava i Saturnali invernali. 

Perché ogni gerarchia, per essere sacra, deve poter tornare all’indistinto primordiale, al grembo dal quale tutto sorge e nel quale tutto può dissolversi.

Le matrone, le donne sposate, ma il matrimonio, in questa dimensione, in senso esoterico, è sempre un gerogamo, una nozze sacra tra cielo e terra, tra l’io e l’altro, tra ciò che è sopra e ciò che è sotto. 

Giunone, in questa dimensione, presiede all’incontro delle Anime Gemelle. 

Non quelle che si cercano nel mondo, ma quelle che si riconoscono nell’eterno, perché già una, già unite nel grembo della Grande Madre.

Contemplando le mimose, le grandi piante,  finalmente, quest’anno, le vedo fiorire nel tempo giusto. 

Nel tempo delle Donne, nel tempo di Giunone. 

E mi appare, ancora una volta, il sincronismo perfetto che lega il Cielo e la Terra, le lunazioni e gli Archetipi, la numerologia sacra e il verde che germoglia.

Tutto sembra seguire il suo corso naturale, quest’anno. E noi con esso. 

Tutto orchestrato, tutto al suo posto. 

Nel bene e nel male. 

Come è giusto che sia.

Ecco il richiamo. 

Ritrovarci nella Fiamma. 

Nel focolare. 

In quel fuoco che Giunone custodiva come centro del mondo domestico, come ombelico della casa, come cuore pulsante della regalità interiore. 

Perché Giunone è anche Regina, non per diritto dinastico, ma per sovranità dell’Intelletto Supremo, per quella luce che conosce sé stessa e non ha bisogno di alcun trono.

Curioso, il gioco della lingua. La parola "focolaio", con quella desinenza in "-io", così simile al pronome che dice l’io separato, l’ego che si fa centro e prigione, sembra portare in sé un’energia opposta a quella del "focolare". 

Perché diciamo il "calore del focolare domestico" e non il "focolaio del calore domestico"?

Il focolaio è chiusura, è concentrato purulento, è infezione che si nutre di sé stessa. 

È l’io che si fa mondo, che non irradia, non propaga, non accoglie. 

Mentre il focolare è il fuoco attorno al quale la tribù si raduna, dove si solidarizza, dove si esce da sé per ritrovarsi nell’altro. 

È il centro che scalda senza bruciare, che unisce senza confondere.

I focolai epidemici( e come potrebbe sfuggirci il riflesso di questa immagine, in senso lato, nei tempi che viviamo?) sono l’esatta fotografia della condizione patologica dell'umanità, chiusa in un io che fa i propri interessi, autoreferenziale, incapace di trasformarsi. 

Di passare da focola-io a focol-are.

Ecco, la desinenza in "-are", che in inglese suona come "are", verbo essere alla seconda persona, "tu sei, noi siamo/ you are, we are, ci parla di appartenenza, di identità che si apre all’integrità con sé stessi e con gli altri. 

È la dimensione che include, che riconosce, che scambia. È la comunità che si fa corpo. Mentre" l’-io" è la monade che si crede intera ma è solo separata.

Qui nascono le epidemie. Dove c’è ignoranza, nel senso etimologico di ignorare l’altro. Dove si sta soli sul crinale delle proprie certezze, arroccati in fortezze che crediamo difese e sono invece tombe. 

Soli e infettati.

Infettare. 

Dal latino infectus, participio di inficere, "immergere, tingere, avvelenare". 

E poi "affetto", che porta in sé due valenze opposte. 

L'affetto buono, l’amore che lega, e l’affetto come contaminazione, come malattia che si riceve per impressione. 

Curioso, questo verbo. 

"Impressionare". 

Creare una pressione, lasciare un segno. 

Come l’anima sull’Anima. 

Come l’Amore sull’amato.

Affezionarsi, allora, è lasciarsi imprimere dall’altro. 

È creare infezioni d’amore. 

È restituire alla parola la sua unità perduta, la sua valenza positiva. 

Come il fuoco, che è vita, luce, calore, ma può anche bruciare e distruggere. 

L’universo ci offre sempre la scelta. 

Essere focolari o focolai. Propulsori di energia verso l’esterno o prigioni di fiamma che consumano sé stesse.

E morire infettati o affetti, pervasi d’affetto.

Anche "contrarre" porta in sé la doppia via. 

Contrarre matrimonio, per restare nell’ambito giunonico delle unioni sacre, e contrarre malattia. 

Lo stesso verbo, due destini opposti. 

Perché ogni legame è un rischio, ogni apertura è una ferita possibile. 

Ma senza rischio non c’è vita, senza ferita non c’è amore.

L’universo è meraviglioso. 

Ci offre sempre le chiavi. 

Sta a noi capire dove batte il cuore. 

Dove creiamo un focolare e non un focolaio.

Perché il focolaio è anche l’energia distorta di Giunone, quella che, accecata dalla gelosia per le infinite amanti di Zeus, diventa vendicativa, punitiva, autoreferenziale. Quella che procrea senza il Mascolino, come quando generò mostri dalla sua sola ira, perché dimentica che l’unione dei contrari è la legge dell’universo. 

È la dea che si è scordata di essere Dea e si è fatta solo moglie ferita, solo rancore, solo ombra.

Cerchiamo, in questi giorni, di stare nella dimensione monadica, originaria, amniotica. 

Quella del segno del Leone, fuoco, regalità, cuore, che accompagna questa luna crescente prima del plenilunio in Vergine del 3 marzo, con la sua eclissi. 

Segno di Fuoco a cui si affianca il Sacro Archetipo ebraico Nun, il quattordicesimo, la Madre delle Acque cosmiche in trasmutazione, correlato all’Arcano XIV della Temperanza.

Acqua e Fuoco ancora in dialettica. 

Ancora in cerca di equilibrio. Per trovare quel punto monadico, quella dimensione originaria dove il nostro Fuoco interiore brucia di verità. E dove Giunone smette di perdersi nei meandri di sé stessa, smette di relazionare il proprio valore al tradimento di Giove, e torna a essere ciò che è. 

La Regina.

Celebriamo, allora, la Giunone del focolare. Colei che crea nidi, templi, dimensioni privilegiate. Prima di tutto con noi stessi, in equilibrio tra le due polarità. Perché nel passaggio mitologico dal matriarcato al patriarcato, la Grande Madre è stata declassato. 

Da potenza misteriosa e carismatica a "moglie rancorosa", da custode del fuoco a focolaio di gelosie.

È scivolata dall’essere focolare all’essere focolaio.

Figlia di Saturno, Giunone ci mostra come i ruoli possano imprigionarci in dinamiche che ci allontanano dall’Essenza. 

Lei non è la moglie tradita. È oltre questo. 

Sono le dinamiche karmiche ad averla inglobata, perché queste dinamiche sono sempre distruttive. 

Ci allontanano da ciò che siamo veramente.

E finché si ripresentano, significano che abbiamo un’identità animica da ripristinare. 

Altrimenti il nostro autentico Fuoco interiore rimane inespresso, potere vulcanico che ribolle senza trovare sfogo.

Secondo Omero, Giunone era nemica dei Troiani perché Paride aveva dato la mela della bellezza a Venere anziché a lei. Ma Venere è uno degli aspetti della stessa bellezza giunonica, quella bellezza che Giunone non riconosce più in sé stessa, perché l’ha proiettata altrove, perché l’ha dimenticata.

Dobbiamo tornare a essere quel tempio integro, caleidoscopio di luce, che invita a entrare a piedi scalzi, con sacralità. 

Quel tempio dove arde sempre la Fiamma, viva, nutriente, luminosa. 

Centro propulsore di Bellezza e Giustizia. 

E soprattutto della nostra intima Essenza.

In Verità. Sempre.

Con infinita Gratitudine.


Tiziana Fenu

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Alonso Cano — "La Dea Giunone", 1638

Primo Marzo Matronalia /Giunone