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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

martedì, marzo 31, 2026

💙 Giovedì Santo/Plenilunio in Bilancia

 Consideriamo, con l’occhio della mente e non con quello del corpo, il tempo che si sta dispiegando nel ciclo dell’anno. 

Il giorno è il 2 di aprile, il giovedì che nella tradizione evoca il fulmine di Giove prima del silenzio del Venerdì, ma l’ora è segnata dall’astro notturno, giunto al suo culmine. 

Ci troviamo di fronte a un plenilunio che non è solo un evento astronomico fra i tanti, bensì una congiunzione di forze archetipiche dalla portata iniziatica, poiché esso è il primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera. 

In seno alla tradizione cristiana e giudaico-cristiana, questa Luna piena detiene una funzione di soglia. 

È un plenilunio importantissimo, quello che fissa la data della Pasqua, la festa della Resurrezione. 

Ciò significa che questo plenilunio, al di là del suo aspetto formale, custodisce l’energia stessa del passaggio, dello spostamento dell’essere dall’impero della materia al dominio dello spirito.

La sua collocazione zodiacale è altamente emblematica, visto che cade anche di Giovedì, governato dal Sole /Giove. 

Il Sole, principio spirituale maschile, dimora nel primo dei segni di Fuoco, l’Ariete, dove la volontà si fa azione pura, germoglio che squarcia la crosta invernale. 

L'Ariete è il Roveto Ardente che brucia senza consumarsi, l’impulso primordiale che dà inizio al grande lavoro alchemico. 

Opposto a esso, nel segno cardinale d’Aria, la Bilancia, sorge la Luna. 

Questo opporsi non è un conflitto, ma un connubio, una sinergia di straordinaria potenza.

Sono le nozze alchemiche tra il Fuoco (solare, maschile, attivo) e l’Aria (lunare, femminile, mediatrice). 

La tradizione ermetica insegna che il Fuoco senza l’Aria divampa in modo cieco e distrugge. 

L'Aria senza il Fuoco è un pensiero evanescente, privo di calore per coagularsi in opera. 

In questa notte di plenilunio, i due elementi sono chiamati a una sinergia perfetta. 

LAria, che è respiro, anima, intelletto, deve trovare la giusta misura per alimentare il Fuoco dell’Ariete senza soffocarlo né disperderlo. 

È l’arte del dosare, che è propria della Bilancia. 

Soppesare l’elemento spirituale perché il Fuoco della volontà diventi calore costante della trasmutazione.

In questo scenario si innesta la chiave più alta, la simbologia archetipale. 

Questo plenilunio è governato dall’energia della sedicesima lettera dell’alfabeto Sacro, Ayin  Ayin non è una lettera che si pronuncia con lo sforzo della gola.

Ayin è il silenzio che vede, il non detto che contiene ogni cosa. 

Il suo valore numerico è 70( questo mi rimanda, tra parentesi, ai 70 €, raccomandati dalla BCE, da tenere in casa, che non ci compri nemmeno la spesa per tre giorni, e qui il discorso simbolico si apre ulteriormente, veicolando ulteriori messaggi) simbolo dell’universale e della completezza delle nazioni, ma il suo significato archetipico la definisce come “occhio”. 

Non l’occhio che guarda la superficie dei fenomeni, bensì l’occhio divino, la visione interiore che discerne la sostanza occulta sotto il velame delle apparenze. 

È il Terzo Occhio, il Guf (in ebraico), che nella qabbalah estatica rappresenta la facoltà profetica, la sorgente dell’intuizione infallibile.

La corrispondenza esoterica di Ayin con l’Arcano Maggiore XVI dei Tarocchi, La Torre, svela la modalità operativa di questa Luna. La Torre non è, come vorrebbe l’interpretazione volgare, una rovina o un castigo. 

Nella dottrina iniziatica, essa è la Struttura dell’Io, l’edificio che l’uomo ha eretto con l’orgoglio dell’intelletto separato, credendolo inespugnabile. 

Il fulmine che la squarcia( e qui ritorniamo al Giove, dio dei filmini, del Giovedi), in questa notte, non è altro che la scarica della visione dell'intelletto, l’illuminazione improvvisa generata dall’occhio Ayin. 

L’energia di questo plenilunio agisce come un lampo che colpisce la sommità della torre (la mente razionale) per frantumare ciò che nell’essere è divenuto scoria, superstizione, abitudine morta. 

È un crollo sacro, necessario

Tutto ciò che è costruito su basi non verificate, su dogmi privi di esperienza diretta, viene scosso e infine bruciato.

Nelle rovine, l’Arcano XVI mostra due figure che precipitano, ma non vengono annientate. 

La loro forma resta, perché ciò che crolla è la forma esteriore, non l’essenza. 

Così opera questo plenilunio.

Dopo l’equinozio, quando la notte e il giorno si sono fatti uguali, il cammino verso l’equilibrio passa attraverso la distruzione di ciò che è eccedente o difettoso. 

Nel fuoco dell’Ariete, alimentato dall’aria della Bilancia tramite la lente d’ingrandimento dell’Ayin, vengono consumate le sovrastrutture. 

Restano le basi, le fondamenta: ciò che era prima dell’edificazione della torre, la terra vergine dello spirito, l’intuizione primigenia. Resta il Terzo Occhio, liberato finalmente dalle macerie.

Questo plenilunio, dunque, è un momento di crisi nel senso più alto del termine. 

Da "krinein", separare. 

Ci indica la strada per l’equilibrio, insegnandoci che la vera stabilità non è data dal possesso di una struttura intellettuale completa, ma dalla capacità di rimanere saldi sulla propria visione interiore quando tutto intorno vacilla. L’elemento aria, in questo contesto, deve essere dosato con sapienza. 

Se troppo rarefatto, il fuoco manca di ossigeno e si spegne. 

Se troppo impetuoso, il fuoco diventa incendio incontrollabile. 

La giusta proporzione è quella del respiro del Mago. 

L'aria che, attraverso l’intenzione (Fuoco), diviene Ruach, soffio divino, che anima senza bruciare.

In questo Giovedì di plenilunio nell’Ariete, siamo chiamati a un’operazione di alta magia naturale e interiore. 

L’astro notturno, riflettendo la luce del Sole in Ariete, gli offre la possibilità di rendere cosciente l’impulso primordiale. 

Attraverso la lente di Ayin, l’occhio che scruta l’abisso e l’empireo, egli può lasciare che la Torre interiore crolli, per ritrovare sé stesso non nell’edificio intellettuale, ma nella pietra angolare della propria intuizione infallibile. 

È il momento di fidarsi di quell’occhio che non ha bisogno di parole per vedere, di quel fuoco che non ha bisogno di fiamma per ardere. 

È la vigilia iniziatica della Pasqua. Per giungere alla Resurrezione, occorre prima discendere nel sepolcro, e per discendervi con consapevolezza, occorre che la luce interiore (Ayin) renda visibili anche le tenebre.

Questo plenilunio non si svolge in un vuoto temporale, ma si sovrappone e si fonde con il mistero del Giovedì Santo, creando una sinfonia liturgico-esoterica di straordinaria potenza.

Il Giovedì Santo è il giorno dell’istituzione dell’Eucaristia, del Sacrificio incruento, e della lavanda dei piedi. 

Se osserviamo con l’occhio di Ayin, vediamo che il Cristo, nel Giovedì Santo, compie l’atto supremo di equilibrio (Bilancia) tra il Fuoco dello Spirito (Ariete) e l’umiltà della carne. 

Egli, che è il Fuoco solare, l’Ariete immolato fin dalla fondazione del mondo, si fa servitore, lavando i piedi ai discepoli. 

In questo gesto, Egli dosa sapientemente l’elemento Aria. Non impone la sua divinità dall’alto, ma la offre nel soffo dell’umiltà, creando la giusta pressione affinché il fuoco dell’amore divino non bruci ma trasfiguri.

Il Giovedì Santo è, nell’esoterismo cristiano, il momento del Tradire, che ha la stessa Matrice fonetica di traduzione e tradizione. 

È una consegna, un passaggio. 

Una continuità. 

Gesù consegna il suo corpo e il suo sangue, ma consegna anche il segreto del tradimento di Giuda. Anche qui ritroviamo l’Arcano XVI della Torre. 

Giuda è il fulmine che, apparentemente, provoca il crollo della comunità perfetta, ma in realtà attiva il meccanismo della Passione, necessario per la Resurrezione. 

È un Appeso, funzionale a questa continuità ontologica e semantica, di cui ho appr nel mio precedente scritto ( https://maldalchimia.blogspot.com/2026/03/giuda-lappeso-libro.html?m=0) 

La “Torre” del corpo mistico del Cristo viene abbattuta sulla croce, ma solo per mostrare che le vere fondamenta sono nella fede e nell’amore, e che l’Occhio interiore (il Cristo stesso) resta vigile anche nel sepolcro.

In parallelo, il plenilunio in Bilancia durante il Giovedì Santo ci ricorda che l’equilibrio non è una staticità pacifica, ma una tensione dinamica tra opposti, tra l’azione e il silenzio (Cristo che istituisce il sacramento e poi tace nell’orto), tra la luce piena della Luna e l’oscurità imminente del Venerdì, tra la visione interiore di Ayin e il buio della carne.

L’evento del 2 aprile, primo plenilunio dopo l’equinozio, in Ariete-Bilancia, sotto il sigillo di Ayin, è dunque un tempo liminale. Esso ci invita a un’operazione alchemica precisa. 

Quella della Calcinazione. 

Lasciare che il Fuoco dell’Ariete, alimentato dal soffio della Bilancia, bruci la nostra “Torre” interiore, ovvero le strutture di potere, le certezze illusorie e gli attaccamenti che offuscano la visione.

Quella della Separazione. Attraverso l’occhio di Ayin, discernere cosa, nel crollo, è polvere da disperdere e cosa è fondamento, base incrollabile.

Quella della Congiunzione. 

Unire in noi il maschile solare (Ariete), l’iniziativa divina, con il femminile lunare (Bilancia), l’equità e la ricezione spirituale, comprendendo che l’equilibrio non è un punto morto, ma l’utero alchemico da cui nasce la Resurrezione.

È la prima fase alchemica della Nigredo, funzionale e necessaria per ogni rinascita. 

Resta, al termine di questo processo, il Terzo Occhio. 

Resta il nostro infallibile intuito, non più appannato dalle emozioni squilibrate o dalle ambizioni egoiche. 

Così come il Giovedì Santo lascia i discepoli nell’attesa vigile dell’orto, questo plenilunio ci lascia con le nostre fondamenta esposte, pronte per essere edificate non più sulla sabbia dei desideri mondani, ma sulla roccia viva della visione interiore. 

In questo sacro plenilunio, l’Aria insegna al Fuoco la misura, e l’Occhio guida la mano che costruisce il nuovo Tempio. 

Il nostro, intoccabile, Tempio interiore 

Con infinita gratitudine sempre 


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Giovedì santo, plenilunio






💛 Gli Uomini senza Ombra (libro)

 

"[...] I primi Uomini Vitruviani erano proprio i Giganti di Mont'e Prama, con la loro precisa Geometria aurea di proporzioni corporee, parametrate alla cintura di Orione e alle proporzioni auree della Geometria Sacra di cui portano il marchio esagonale sul mento, come quel fiore della vita a sei punte, intagliato nella maschera dei Boes.
È questo, e molto altro, il mio "viaggio alchemico" attraverso il “tempo/non tempo”.
Un tempo dove la magnificenza di questa terra e degli Eroi che la vollero rappresentare, svetta sul loro capo, come un sole allo Zenit.
Gli “Uomini senza Ombra”.
Dove astri e sole si congiungono, e non formano ombra sotto i piedi, perché sono nel regno dell’immortalità, di cui ancora sentiamo il profumo.
Uomini rappresentativi di una Civiltà che ho cercato di interpretare e raccontare, in totale accoglienza e sacralità, poiché altrettanta, ne ho riscontrato in essa, ripercorrendo una tessitura che ha coinvolto anche altre civiltà, altre culture.
[...] Gli antichi Sardi avevano capito bene cosa creavano insieme.
Creavano il tempo del "non spazio".
Una dimensione a sé.
Così come l'hanno creata nella griglia-scacchiera di Pubusattile, nella Domu de Jana di Villanova Monteleone.
La nuova dimensione del defunto.
Dove non esiste il tempo.
Dove il tempo si ferma.
Gli antichi Sardi sono i grandi creatori del Non Tempo.
Avevano capito come fermarlo. Come trarne energia.
Dal Sole, all'Azimuth nelle stele delle Tombe dei Giganti.
Dentro i pozzi Sacri, dentro il nuraghe.
Quel momento senza "ombra ", è il momento in cui si sta insieme al Sole che "solstizia ".
Ci si ferma con il Sole.
Ci si "addormenta "un po con il Sole, e con esso si può essere in uno Spazio-Tempo, che esula dalla dimensione materiale.
Come se non si esistesse.
Perché il Sole al suo Zenith non crea ombre.
E chi non ha ombre, non esiste.
Perlomeno nella dimensione temporale.
Esiste in quell'attimo di eternità che diventa divino.
Come quel Gigante di Mont'e Prama che sembra si ripari la testa dallo scudo.
Ma perché rappresentare un guerriero, un eroe, con uno scudo in testa?
Non sarebbe stato più logico rappresentarlo con uno scudo davanti, in segno di protezione e difesa?
Ma è proprio questa posizione corporea ad Azimuth, che mi fa pensare al Sole che cade in perpendicolare sulla testa, sia un gesto istintivo di protezione dai raggi solari forse troppo forti ( e come potevano rappresentare un sole che batte all'azimuth, senza ombra, se non rappresentandone una protezione istintiva? ), in un momento in cui, essendo "senza ombra sotto i piedi", non si appartiene a questa dimensione, quindi ad una dimensione del "divino", dove il tempo si è fermato un attimo.
I greci chiamavano i Sardi il "popolo dei dormienti", perché le loro "incubazioni" non avvenivano per ricevere risposte dagli spiriti delle divinità, ma per abbandonarsi all'oblio del "senza tempo", dell'eterno.
[...] Leggendo l'epopea di Gilgamesh, ho capito che il diluvio, l'acqua, nasce dal "sonno" e si può sopravvivere solo "ricordando" attraverso il simbolo del trilobato.
Il diluvio non è solo una catastrofe, ma un processo necessario per accedere all'oblio e, attraverso di esso, alla memoria più profonda.
I Sardi erano chiamati "il popolo dei dormienti" perché praticavano l'incubazione non per chiedere, ma per abbandonarsi all'oblio del "senza tempo" e ricordare la loro origine divina.
Erano "uomini senza ombra" nel momento azimutale del sole, sospesi in un'altra dimensione.
Onorare l'acqua nei pozzi sacri, dove Sole e Luna si incontrano, è onorare il dio Maimone. "Maimone" e "Memoria" condividono la radice "Mem", che significa "acqua".
L'acqua è sia distruttiva che salvifica, è l'acqua dell'oblio e l'acqua della memoria.
Noi Sardi,  siamo fuoco e Acqua, Nun e Nur.
Il diluvio è una figura archetipica che ci permette di entrare nella dimensione acquatica, amniotica, della memoria per ricordare chi eravamo.
Gli Dei sulla Terra.
Abbiamo eretto migliaia di nuraghi come templi della memoria, per non dimenticare la nostra origine atlantidea, il regno dell'acqua diamantina.
E il simbolo "Y" non è altro che una configurazione del trilobato, lo scettro della nostra divinità creatrice.
Siamo noi i Custodi della Memoria del Trilobato[...] "

Tratto dal mio libro
"Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna"
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Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com

Gli uomini senza Ombra ( libro)




 


lunedì, marzo 30, 2026

❤️ Sono stata in un angolo

 

Sono stata

in un angolo del cuore

per tante vite.

Rannicchiata

sotto il  grembo muschiato

di Madre Terra.

Sentivo i tuoi passi lievi

rimbalzarmi sul cuore.

Ma ancora troppo distanti.

Come orme

che non toccano il terreno.

Un cuore

senza il peso della gravità.

Eppure ne sentivo la presenza.

Quel richiamo

che mi ancorava alla terra.

Nel cercarti

tra i gusci delle ghiande vuote.

Negli squarci dei fulmini

nel terreno.

Nelle fenditure delle assi di legno

raggrinzite dal sole

ma che ancora reggevano

la carezza dei tramonti

e la maestosità delle albe.

Sono stata appollaiata

lungo le recinzioni del mio cuore

sperando che tu

per un qualsiasi banale motivo

ti ricordassi la via di casa.

La via del ritorno.

Fino a quando

non ho smesso di aspettare.

E mi sono fatta cerchio

di vibrazioni che mi arrivavano

dai tuoi passi ovattati.

Sempre più piccoli.

Sempre più vicini.

Sempre più stretti al mio cuore.

Come un lazo del quale tu

tenevi l'estremità.

Ho arrotolato quel lazo

tra le dita.

Ne ho fatto promessa

sigillata da un bacio.

E l'ho lasciato andare.

Come aquilone che vibra

prima di prendere il volo.

È stato fermo.

Come un coriandolo

incastonato nel cielo.

Invece il volo l'ho preso io.

Era il ricordo di te,

che mi teneva

Imprigionata a te.

Mi teneva bassa.

Dove potevo percepire solo

il tuo riverbero.

Raggiungerti è stato come

salire a propulsione.

Come un palloncino

che svuotandosi

si libera dalla forma.

Ti ho raggiunto nel cuore.

Nella Fiamma che mai

ha smesso di ardere.

Ti ho raggiunto

in quell'energia

che ci ha dato forma

nel primo vagito d'amore

su questa terra.

Ti ho raggiunto.

E ti ho baciato.

E due universi

hanno creato

una nuova costellazione d'Amore.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com
Tratto dal mio libro
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Sono stata in un angolo ( libro)







💛 Nenniri/Adone /Gadoni

 

[...] Questo significa che il Carrasegare sardo affonda le radici nei Misteri Mediterranei e nel dramma di Adone. 

In questa dimensione, si colloca l'origine del Carrasegare nel contesto degli antichi Misteri mediterranei, superando i semplici parallelismi con i Saturnalia romani.

Si identifica, nel Dio della Natura che muore e rinasce (Adone nella tradizione semitica, Dioniso Mainoles/Maimone in quella sarda) il cuore del rituale. 

Ed è proprio nella dimensione della primavera, della resurrezione, che la figura di Adone in particolare, nella ritualistica ancestrale della Sardegna, assume una figura di altissimo valore semantico. 

Nel contesto delle complesse stratificazioni rituali e simboliche che caratterizzano la cultura sarda, la consuetudine del Giovedì Santo di presentare in chiesa su Nenniri, un vaso contenente germogli di grano seminati nel Mercoledì delle Ceneri e fatti crescere al buio, per poi essere adornati con fiori e nastri, si rivela non come una semplice usanza agreste, ma come un denso palinsesto mitico-rituale. 

Questa pratica, culminante nella combustione cerimoniale dei germogli per fini fumigatori, cela in sé una profonda semantica sacrale che affonda le sue radici nei Sacri Misteri del Mediterraneo antico, particolarmente nel dramma del dio Adone, secondo l’ermeneutica proposta da studiosi come Dedola.

Il rigore metodologico con cui i germogli vengono mantenuti in assenza di luce, sviluppando così un pallido giallo eburneo, trascende la mera tecnica colturale. 

Esso si configura come una metafora liturgica della germinazione, del sorgere e del risorgere dell’astro solare dalle tenebre. 

Tale simbologia solare, intrinsecamente connessa al ciclo vegetale, si è poi perfettamente saldata, in un sincretismo culturale di lunga durata, alla metafora cristologica della morte e resurrezione, dove Cristo è spesso identificato come Sol Invictus.

L’ornamento floreale che accompagna questi germogli solari non è meramente decorativo. 

La parola sarda per fiore, “frori”, risuona dell’eco fonico-semantico del nome Afrodite, dea dell’Amore e della Natura, il cui culto in Sardegna è storicamente attestato e strettamente legato a quello del dio sirio-fenicio Adone. 

Le rovine del tempio di Astarte (sincretizzata con Afrodite, Iside e Athor) sulla Sella del Diavolo a Cagliari, con il suo orientamento solstiziale affine a quello del Pozzo Sacro di Santa Cristina, furono sede di ierodulia, sottolineando il carattere iniziatico e di sacralità femminile del luogo. 

In questo pantheon mediterraneo, la dea Tanit, identificata con Astarte, Afrodite, Artemide e, significativamente, con Demetra, dea delle messi, occupa un ruolo centrale. Il suo legame con Neith, dea tessitrice egizia, si materializza nella celebre raffigurazione simbolica del concio di Tresnuraghes, evocando un archetipo di divinità madre, tessitrice del destino e garante della fecondità.

In questo quadro si inseriscono le Adonie, feste celebrative in onore di Adone, amante di Afrodite, attestate nel V secolo a.C. 

Esse commemoravano la resurrezione del dio, ucciso da un cinghiale, attraverso riti che includevano le Erma, le composizioni di fiori, frutti e dolci a base di farina, miele ed estratti floreali. 

Il parallelo con su Nenniri sardo, preparato a metà Quaresima con semi di grano, orzo e lino, fatto crescere al buio e poi sfarzosamente adornato con simboli di fertilità come pietre e oro, è stringente. 

L’etimo di Nenniri dall’accadico Niru (preghiera), raddoppiato, ne suggerisce un’antichissima origine semitica.

La geografia stessa della Sardegna reca tracce di questo culto. 

Il villaggio di Gadoni e il nuraghe Adoni, dominanti una gola selvaggia, riecheggiano nel nome il teonimo Adone e il fiume fenicio Adoni, le cui acque, secondo il mito, si tingevano di rosso per il sangue del dio pianto dalle sue vestali. 

Adone, il cui nome potrebbe significare “Signore” (dall’ebraico Adonai, appellativo divino) o, in altra interpretazione, “zoppo del cielo”(Ad-Un), allude alla sua morte per ferita alla coscia. 

La zoppia, traslata in danza cifrata secondo una ritmica numerica particolare, nei Mamuthones in particolare, o nelle danze ritualistiche inaugurali della cerimonia del Fuoco, che apre il Carrasegare, diventa riflesso di questo archetipale stigma fertilizzante, necessario. 

Dal suo sangue, fecondatore come quello del Cristo sul Golgota, germogliarono anemoni rossi, in un’immagine di sacrificio fecondo che trova preciso riscontro nel Vangelo di Giovanni: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24).

Questo complesso simbolismo si articola in una vera e propria teologia del seme e della spiga. 

La spiga, unità tagliata che genera molteplicità, evoca il corpo smembrato di Osiride, da cui germogliano 28 spighe, numero corrispondente al ciclo lunare, cuore dei Misteri eleusini dedicati a Demetra e Persefone. 

La spiga rappresenta il corpo di luce, l’essenza trasfigurata (Horus, l’oro alchemico), che può nascere solo da un cuore “vergine”, incorrotto. 

La sua trasformazione in farina e poi in pane, impastata con l’“acqua amniotica” del principio femminile (Iside), costituisce il “sacrum facere”, il sacrificio necessario alla rigenerazione. 

L’Eucaristia cristiana del “pane di vita” affonda qui le sue radici più remote, in un processo di “osirificazione” o divinizzazione attraverso la distruzione e la rinascita.

Anche i simboli pasquali più familiari rivelano strati profondi. L’ulivo, unito alla palma, non è solo segno di pace, ma richiama l’olio dell’unzione del Cristo (il “Consacrato”). L’estrazione dell’olio mediante frantumazione del frutto è metafora della destrutturazione della materia per giungere all’essenza pura. 

La palma, a sua volta, simbolo dell’albero della vita, della colonna vertebrale (il Djed egizio) e della rigenerazione, trova una potente sintesi nei Giganti di Mont’e Prama, figure di uomini-eroi divinizzati, scolpite in una località il cui toponimo evoca proprio le palme.

In questa complessa trama si inserisce la simbologia del Carrasegare sardo. 

Il dramma di Adone, con la sua morte violenta per opera del cinghiale (animale selvatico, “aresti” in sardo, dalla radice che richiama il guerriero Ares/Marte, collegato alla simbologia dei Sacri Ancilia, di Mamurio, de Su Battileddu e del Martedì grasso, e di Maimone, come vedremo più avanti ), e la sua successiva resurrezione, costituiscono un archetipo di morte e rinascita che è il cuore pulsante dei carnevali arcaici sardi. 

I Sos Murronarzos di Olzai, con le loro maschere cinghialesche, o altre figure teriomorfe dei carnevali barbaricini, incarnano questo principio di Caos, ferinità e sacrificio necessario (il Carrasegare, appunto, “carne da tagliare”) che precede e prepara il rinnovamento della primavera e il ritorno all’ordine. 

La lotta rituale tra il principio ordinato della comunità e la forza selvaggia e feconda del cinghiale/Adone/Ares riflette lo stesso mitema.

La sfera lessicale sarda conferma queste connessioni profonde. 

Oltre a “frori” e “aresti”, si consideri il verbo “affroddiai” (“mescolare”, “dire sciocchezze”), che potrebbe conservare la memoria dell’impasto caotico dei dolci rituali o delle litanie delle devote, e l’aggettivo affranto, forse legato all’immagine di Afrodite afflitta (affranta) per la morte dell’amato. 

Anche la forma chiusa a spiga dei “culurgiones” sardi o la tecnica costruttiva a spina di pesce nei paramenti murari nuragici, ribadiscono il valore ierofanico della spiga come simbolo di immortalità, abbondanza e rigenerazione ciclica.

Su Nenniri emerge quindi come un potentissimo ierogramma, un concentrato di simboli che, dalla preistoria mediterranea e simbologia sarda in particolare, giunge intatto alla ritualità cristiana. 

Esso incarna il perenne mistero del sacrificio fecondo (di Adone, del seme, di Cristo), la discesa nelle tenebre necessaria alla rinascita nella luce, e il ruolo mediatore del principio femminino divino (Tanit/Astarte/Afrodite/Iside/Demetra) come forza rigeneratrice. 

La Sardegna, con i suoi toponimi, i suoi resti archeologici, la sua lingua e le sue maschere carnevalesche, si conferma così come un eccezionale archivio vivente dei Grandi Misteri del Mediterraneo, dove il dramma di Adone e la simbologia del Carrasegare continuano a parlare, con voce sommessa ma persistente, il linguaggio eterno della morte e della resurrezione della vita.

La ritualistica del Carrasegare è un vero e proprio dramma sacro che rappresenta la passione, morte e resurrezione di questa divinità, essenziale per evocare il ritorno della fertilità e delle piogge[...] "

Tratto dal mio libro

" Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l’Ordine "

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[...] Ma, riguardo la simbologia presente, attraverso la Nun e la Dalet, insieme, che formano la Tau dei Giudici Divini, nel simbolo della tribù dei Dan, mi sono chiesta in quale altro contesto, i nostri Avi avessero manifestato questo concetto di Giudizio Divino, oltre al simbolo della loro tribù. 

La risposta, entusiasmante, l'ho trovata nella proprio nostra straordinaria scacchiera di Pubusattile. 

Questa scacchiera, di cui sono innamorata, non smette mai di rivelarmi connessioni profonde.

La chiave di tutto risiede nel numero 64, il numero delle caselle della scacchiera (8 x 8). 

Attraverso la Ghematria, la scienza che assegna un valore numerico alle lettere ebraiche, ho scoperto che il numero 64 è il valore della parola ebraica "דין" (Din), che significa "GIUDIZIO". 

Non un giudizio punitivo, ma il principio divino della Legge, della Giustizia assoluta e del discernimento. 

Nella Cabala, "Din" è una delle Sefirot, associata a Dio come Giudice (Elohim). 

È la conferma perfetta di ciò che avevo intuito: la Nun e la Dalet del simbolo di Dan significano "Giudici" e il loro messaggio è cifrato proprio nelle 64 caselle di Pubusattile.

Ma le corrispondenze non finiscono qui. Il numero 64 in ebraico rivela un intero universo di concetti fondanti della nostra civiltà:


גָּדוֹל (Gadol): "Grande". È l'attributo di Dio, "El Gadol", il Dio Grande. Troviamo una traccia di questo nel culto di "Su Nenniri", legato al dio Adone, e in un villaggio come Gadoni con il suo nuraghe Adoni.


Tratto dal mio libro 

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Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 


Link relativi a su Nenniri 

https://maldalchimia.blogspot.com/2020/04/pensavo-ad-una-parola-oggi-che-mi-piace.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2026/03/adonegadoni-nenniri.html?m=0

Nenniri/Adone/Gadoni










domenica, marzo 29, 2026

❤️ Permetto a me stessa ( libro)

 Permetto a me stessa


di essere libera


dalle mie stesse paure. 


Il dolore che sento


è il dolore


del Mio Primo Parto. 


Quello che ha dato alla Luce


Me Stessa. 


Come se volessi esplodere


come una Supernova


attraverso la mia stessa pelle. 


Fanno male persino le vene. 


Abituate a far fluire solo sangue. 


Mentre la densità della mia Anima


acquisisce spessore


anche nella Materia. 


Mi pulsa dentro. 


Prepotente. 


Batte sulle pareti. 


Come una noce


dentro un gheriglio


che non può più fermarla. 


Una noce come


l'Essenza del mio Intelletto. 


Quello di Corpo, Cuore, Anima e Mente. 


Le mie nuove coordinate


del mio nuovo Tempio in terra. 


A cui nessuno può imporre


altre direzioni. 


Un'Essenza oleosa


che lubrifica ogni mia resistenza. 


Che si miscela al miele


della mia produttività. 


Del mio manifestarmi in Essenza. 


Nulla era andato perduto. 


Prendeva solo nuove Forme. 


Che non ho riconosciuto


finché non mi hanno lacerato la carne. 


Lenita oggi 


da quella miscela 


di olio di noce e miele


che cauterizza 


dove ho sempre aspettato altre mani


che sentissero. 


Altri occhi che vedessero. 


Ora mi vedo. 


Non ero persa. 


Mi preparavo a rinascere 


a me stessa. 



Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Tratto dal mio libro 

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Permetto a me stessa ( libro)





💙 Fai come il lanciatore di coltelli ( libro)

 Fai come il lanciatore di coltelli, che tira intorno al corpo. 

Scrivi amore senza nominarlo, la precisione sta nell’evitare. 

Distraiti dal vocabolo solenne, già abbuffato. 

Punta al bordo. 

Costeggia. 

Il lanciatore di coltelli tocca da lontano. 

L’errore è di raggiungere il bersaglio, la grazia è di mancarlo.

Il lanciatore di coltelli danza con l'ombra del pericolo. 

La sua arte non è l’uccisione, ma la carezza che sfiora senza ferire, il sibilo che traccia un confine invisibile tra la vita e la sua sospensione. 

Ogni lama che vola è una promessa non mantenuta, un giuramento che si infrange un millimetro prima della pelle. 

Non affonda mai il colpo letale, perché il suo trionfo è nell’eternare l'attimo, nel prolungare il brivido di ciò che potrebbe accadere e che mai accadrà. 

Finirebbe lo spettacolo, e con esso, il sogno.

Ma l'amore non è uno spettacolo. Non esige spettatori plaudenti, né sipari che si chiudono su un abbraccio di maniera. 

L'amore è una vertigine che si consuma nell'intimità di due solitudini che si riconoscono, un patto sigillato nel silenzio, non nella luce accecante del palco. Esistono anime che si adagiano, con voluttà quasi sacrilega, in questa dimensione di confine, di limbo sottile tra il desiderio e il suo compimento. 

Trovano un'appagamento più sottile, più raffinato, nello sfiorarsi perpetuo, nel non varcare mai la soglia. 

Mandano avanti lo spettacolo innumerevoli volte, ingranaggi perfetti di una giostra che gira a vuoto, cullati dal brivido del "detto/non detto", dall'alludere senza possedere, dal fare e disfare con la grazia di un architetto di ragnatele.

Costeggiano i bordi come funamboli che temono la solidità della terra più del vuoto. Mantengono alta quella vibrazione, quella tensione erotica, "erotica" nel senso più autentico, quello che attinge alla spinta vitale, all'eros primigenio che muove il mondo, l'arte raffinata di alludere a un nucleo incandescente che non vogliono veder precipitare dalla ruota che gira. 

Sempre sulla giostra dei possibili, sempre sul crinale dell'illusione. Ma pur sempre sul crinale. 

Mai nella materia.

Eppure, il vero brivido, l'autentica emozione, non dimora nell'aria rarefatta delle possibilità. 

Essa esige l'incarnazione. 

Esige la materia. 

Emo-zione. 

Non è un caso che la parola stessa porti in grembo il sangue, “emo”, il principio vitale che scorre e pulsa. L'azione che si fa sangue, che diventa carne, che trasforma l'idea in presenza. 

Restare nella Dimensione di confine, nel regno delle ombre proiettate sul muro della caverna, non è di per sé né edificante né svilente. È una scelta, una postura dell'anima.


Mentre scrivevo, ho pensato che si comportano così, i narcisisti. 

Sì, anche loro. 

Prigionieri di un riflesso, amanti di un'immagine che non può ferire perché non può amare. 

Ma lo fanno anche coloro che sono stati marchiati a fuoco dall'amore, che ne hanno bevuto il calice avvelenato fino all'ultima stilla di fiele. 

Il vocabolo stesso, "amore", è per loro una parola nauseabonda, profanata, svuotata di senso da chi l'ha sussurrata come un inganno. Lo fanno coloro che hanno imparato a diffidare della sostanza e si sono fatti poeti dell'alone.

E penso anche a chi, invece, questo concetto l'ha sublimato in una dimensione quasi mistica, elevandolo a rito, a magia. 

Costoro tengono l'amore in un'icona d'oro, in una teca di purezza, nella perfezione inarrivabile del tiro, nella grazia immacolata del gesto. 

E allora costeggiano i bordi, ma per dilatare i confini del dicibile, per tracciare cerchi concentrici di parole scritte, di emozioni narrate, di storie dentro le storie che alludono all'indicibile senza mai nominarlo.

A volte, semplicemente, questa "grazia che si ha nell'evitarlo" non è solo armonia formale, equilibrio estetico. 

È Grazia divina, discendente, una forma inconscia di autoprotezione, un diaframma che l'anima oppone per non ricevere un solo grammo in più di sofferenza. 

È il sesto senso di chi ha già toccato il fondo e sa che ogni passo oltre quella linea sottile potrebbe essere l'ultimo. 

Per alcuni, il lieve assaggio sazia più del pasto completo. L'indigestione, troppe volte patita, ha insegnato a riconoscere la nausea prima ancora di portare il cibo alle labbra.

L'amore, quello vero, quello che chiede di essere nominato anche solo con un tremito, richiede Presenza. 

Richiede reciprocità. 

Ed è qui che la metafora del lanciatore rivela il suo inganno. Nello spettacolo del lanciatore di coltelli non vi è vero incontro. 

Vi è un dislivello incolmabile. 

Uno subisce, l'altro agisce. 

Uno offre il suo corpo come perimetro del gioco, l'altro disegna nell'aria il proprio potere assoluto. Uno si fida ciecamente dell'altro. L'altro si fida solo di se stesso, della propria mano, del proprio occhio infallibile. 

Altrimenti finirebbe lo spettacolo. Il suo spettacolo.

Lo snodo cruciale che esemplifica il paradosso dell'amore è proprio qui, in questo squilibrio che deve farsi danza paritaria. 

Per amare, per imparare a spogliarsi dell'armatura, devi fidarti dell'altro più di quanto ti fidi di te stesso. 

Devi consegnargli i coltelli, invertire i ruoli, accettare di diventare tu il bersaglio, senza la certezza che la sua mira sia altrettanto precisa. 

Devi rinunciare al controllo, alla calcolatrice delle angolazioni, alla geometria della distanza di sicurezza. 

L'amore non ha nulla a che vedere con la logica.

Ma per proteggere il cuore, sì, la logica del lanciatore funziona alla grande. 

Tiene a bada il mostro, impedisce alla ferita di riaprirsi. 

E così lo spettacolo, la finzione ben oleata, continua. 

Mettiamo in scena quel che realmente siamo. 

Non il nostro coraggio di amare, ma le nostre più intime, segrete paure. 

Quelle che solo l'amore, con la sua forza di gravità spietata e salvifica, potrebbe davvero, intimamente, sanare.


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Tratto dal mio libro 

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💙 Giuda l'Appeso (libro)

  


Giuda l'Appeso. 


In quel tempo senza tempo, nel luogo che è ogni luogo e nessuno, si compie il Mistero che tesse la trama della Luce e dell'Ombra. 

Il tradimento di Giuda non è cicatrice sulla pelle del mondo, ma sutura sacra, cucita dalle dita stesse del Destino, affinché il Verbo possa scendersi e ricomporsi in una gloria più alta. 

È la chiave di volta nell’architettura del Piano Divino, l'istante in cui l'umano si fa tramite per lo stratificarsi dell'eterno. 

Yoshua, il cui nome vibra come un sigillo di fuoco nell'aria immobile del Getsemani, posa lo sguardo su di lui e lo chiama "amico". 

Non rimprovero, non paura. 

Solo l'intimità cosmica di due anime che hanno pattuito prima che il mondo fosse. 

Gli sussurra di affrettare ciò che è scritto, di compiere il gesto che spezzerà la crosta della storia. 

E nessuno dei Dodici intende il linguaggio di quella soglia. Nessuno, tranne Lei. Maria Maddalena, l'Apostola che amava, la Tredicesima. 

Colei che custodiva nel grembo dell'anima il segreto del femminile che non muore. 

Ella incarna l'Archetipo Sacro della Mem ebraica, la Madre Divina, ancestrale e cosmica, acque primordiali che contengono ogni germe di vita e di dissoluzione. 

In Lei, la vita e la morte danzano lo stesso passo, perché è Madre anche dell'istante in cui tutto finisce per ricominciare. 

Il suo numero è il 13, lo stesso dell'Arcano senza nome, la Morte. Non fine, ma soglia. 

Non termine, ma trasmutazione. Tredici sono le Lune dell'anno che riconcilia i tempi. 

Tredici è il ciclo che armonizza il Sole e la Luna, il maschile e il femminile, in un abbraccio che dura diciannove anni, il ciclo di Metone, eredità dei Caldei e dei saggi di Babele. 

In quel giro di cieli, le fasi lunari tornano a baciare le stesse date solari. Il tempo si fa anello, e l'umano intravede l'eterno. 

Nella mia terra di Sardegna, tra pietre antiche come il respiro del mondo, sorge un altare dedicato a questa Tredicesima Luna, ad Oschiri. 

Non altare di parto, ma di coesione perfetta. 

Sposa e sposo, cielo e terra, luce argentea e fuoco d'oro. 

Simbologia che si incarna piena nel Cristo e nella sua amata, due volti di un'unica verità. Maria Maddalena, come le antiche deità scese dal mito, Ishtar, Inanna, Astarte, Afrodite Venere, è la Sacerdotessa-Moglie, colei attraverso cui la kundalini si desta, la Shekinah scende ad abitare la carne. 

È la potenza del Mercurio filosofale, il cui nome affonda nella radice "mer", mare, come Mer, come Mar. 

E "curius" o "curia", il nunzio, il messaggero. Mercurio è dunque il messaggero del mare, l'argento vivo che scorre liquido tra i metalli, principio umido della Grande Opera. 

È lo spazio della Madre, quel grembo alchemico che a Pietro è precluso. 

Pietro resta ancorato alla pietra, alla cattedra che non vola, alle fondamenta che non trasumanano. 

E della trasmutazione, prova invidia. Invidia che Giuda ignora. Lui, il più illuminato, colui che Yoshua stesso chiama a raccolta nel segreto. 

Lo sollecita al distacco, a vedere da un'altra prospettiva. "Sei pronto a tradirmi?" chiede il Maestro. 

E Giuda: "Perché io?". 

Risponde la Voce: "Perché gli altri non hanno la tua forza. Tu farai in modo che l'uomo in me sia sacrificato, perché il Verbo si mostri nudo e vittorioso sulla carne". 

Questo è il cardine dell'Universo che gira su se stesso. 

Giuda sostiene l'onta, beve il calice dell'infamia, perché l'amore più alto si compia. 

Il tradimento è insito in ogni amore che osi toccare il divino. 

Tra loro, tra Yoshua e Giuda, correva un amore grandissimo, una fiducia che sapeva il rischio, e lo accoglieva. 

L'opera voleva l'ombra come la luce, voleva il sacrificio dell'Apostolo prediletto, e non era Pietro, che pur tre volte negò prima del gallo, ma non se ne dolse mai fino in fondo. Giuda sì, lui sostenne il peso di un ruolo troppo grande, sociale, antropologico, escatologico. 

Tentò di restituire i danari, e poi si tolse la vita. 

Perché l'anima, a volte, non regge la grandezza del compito che le è stato affidato. 

Guardiamo nel profondo. Giuda porta il segno dello Scorpione. 

Dopo la Bilancia di Maddalena-Giovanni nel Cenacolo di Leonardo, ecco lo Scorpione, acque profonde e tenebrose, il Femminile nella sua potenza misterica e sotterranea. Iside-Selkit, la dea che protegge e punge, che uccide e risana. 

Intimo legame con il Sacro Femminino, sua complementarietà disposta a scendere nelle Ottave Basse, lì dove l'anima si svende per risalire. 

La storia è piena di figure femminili che hanno tradito se stesse e le altre. 

Sono la stessa energia che, degradata, diventa tradimento, ma che, redenta, diventa iniziazione. 

La Chiesa romana ha costruito su Pietro, l'uomo di poca fede, colui che Yoshua chiamava "sa*tana", l'inciampo. 

Ha preferito la pietra al sa*ngue, la successione istituzionale all'eredità di san*gue e di spirito di Yoshua e Maddalena. 

E ha gettato Giuda come primo mattone dell'antis*emitismo. Perché i vangeli, scritti in greco per un pubblico romano, dovevano legittimarsi agli occhi dell'Impero. Meglio accusare Giuda e il suo popolo, piuttosto che i veri crocifissori. 

E così il bacio, che era sigillo di fiducia e di alleanza suprema, divenne marchio di tradimento. 

Eppure, era un eletto, Giuda. 

Un vero erede, insieme alla Maddalena, del testamento alchemico di Yeshua. 

Alleato, complice, colui che mise da parte l'ego perché il Piano si compisse. Poteva rifiutare, ma non lo fece. 

Lui, il più forte. 

Perché solo un forte può sostenere di essere chiamato traditore, sapendo di essere invece il braccio che compie il destino. 

Nel dipinto di Leonardo, la sua mano sinistra è sulla spalla della Maddalena, le dita di lei sfiorano il chakra della Gola, il quinto, Venere, Toro, il femminile già divinizzato dal maschile. 

La mano di Giuda è orizzontale, tagliente come lama, rettilinea come il moto del rettile nelle Ottave Basse. 

Ma nelle Ottave Alte, quel serpente è ciclicità cosmica, energia che sale lungo la spina del mondo. 

Lui agisce nel basso perché l'Alto si manifesti. 

È confinato in un ruolo subdolo ma funzionale. 

È l'Appeso. 

L'Arcano XII dei Tarocchi, l'Appeso. Colui che si sacrifica per ritrovare la misura di sé, la sua Lamed, il valore 12, che sommato dà 3, la Trinità creatrice. 

È l'iniziazione, la morte dell'io, il crollo delle maschere. 

Ma è anche il rischio della cristallizzazione, restare appesi alle proprie credenze, ai ruoli, al poco che si conosce, pur di non spalancare l'abisso che dona nuovi cieli. Io sono continuamente Giuda di me stessa. 

Mi fido di un disegno che non vedo intero. 

Non mando a dire le cose, non mi adatto, non mi conformo. 

Muoio migliaia di volte a me stessa per sentire l'ebbrezza dell'abisso e provare l'emozione del battito d'ali. L'Appeso anticipa la Morte, che è la piattaforma della rinascita, e dunque della trasformazione. 

In ogni microsecondo abbiamo la scelta: fidarci di noi stessi, del divino che già ci abita, della verità che attende solo di emergere. 

I ruoli, le occasioni, le istituzioni sono parentesi di passaggio, non dimore. Siamo esseri in evoluzione, e le uniche alleanze che contano sono quelle che ci fanno emergere. 

Giuda è un'occasione. 

Di elevazione o di distruzione. Bisogna essere in grado di sostenerla. 

È la Lamed, il dodicesimo Archetipo. Una prova, una misura. 

Per testare il nostro valore: 

siamo fedeli al Divino o all'Umano? Quanto siamo pronti a sacrificare? A rendere Sacro, nonostante tutto? L'Appeso si mostra nei fatti, negli eventi, nei protagonisti di questo tempo. Una costante sempre presente. 

Una Lamed il cui valore ghematrico è 30. I trenta denari di Giuda. 

Ogni cosa è simbolo, ogni numero è soglia, ogni gesto è preghiera.

E anche per oggi, tanta roba


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

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Giuda l'Appeso( libro)






sabato, marzo 28, 2026

❤️ E questo vento (libro)

 E questo vento


che mi turbina dentro.


Come tra le pareti


di un'insenatura.


Schiuma di mare


mista a parole custodite


tra le valve delle conchiglie.


Parole sussurrate.


Invocate.


Inginocchiate tra i coralli


nei fondali marini.


Quando soffia forte il vento


le sento agitarsi.


Schiantarsi sulle scogliere


dalle mille attese.


Dove l'orizzonte


si fonde con la speranza.


Dove i desideri


stillano rugiada


alle prime luci dell'alba.


Ignari di un' altro giorno


senza sole.


Eppure


il vento vale più di mille soli.


Piu' di mille lune.


Non tramonta.


Non sorge.


Fluisce e disordina.


Arriva a scompigliare


ciò che programmiamo.


L'ovvio.


La certezza.


L' aspettativa.


La staticità


dall' apparente sicurezza.


Ed è così bello


lasciarsi squilibrare.


Assecondare l'oscillare


fino a perdere l'equilibrio


e cadere tra le sue braccia


e tra quelle di chi


nel vento si è perso.


E sentire tante voci e nessuna.


Canti antichi


di appartenenza


A chi,


non importa.


Ne senti il dondolio.


La nenia ipnotica e dolce.


E in questo oscillare


allenti le braccia


chiuse a protezione intorno a te.


E impari ad allargarle.


Distese.


Con i palmi rivolti verso l' alto.


E impari a ricevere.


A farti voce tra le voci.


A non sentirti esule


Nella terra dell'inespresso.


Impari la Presenza


nel non essere di niente e di nessuno


E di essere nel contempo


tutto e niente.


Presenza impalpabile


ma tangibile.


Ossimorica come il vento.


Quando non mi vedi


io sono lì.


Ad agitarti i pensieri.


A farti vacillare


dall' alto delle tue certezze.


A strappare i tuoi candidi panni


esposti al sole.


E a rotolarli nel fango


dei tuoi dubbi.


Vengo a strapparti le vesti


e a vestirti di verità.


Vengo a riportarti


la voce che hai smarrito tra le tante.


A riportarti i tuoi occhi


volati via.


A cercare orizzonti mai esistiti.


Vengo ad amarti.


E a farti perdere


per farti ritrovare.


Tiziana Fenu

©®Diritti intellettuali riservati

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Tratto dal mio libro

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E questo vento (libro)





💙 Comunicare

 La comunicazione è il "legare" per eccellenza. 

Deriva dal latino “com-municare”, che significa letteralmente "mettere in comune", "condividere". 

E nel suo grembo etimologico più profondo, ritroviamo "munus", che è dono, ma anche obbligo, compito, carica sacra. 

Comunicare, dunque, non è mai un atto banale o scontato: è il rito solenne attraverso cui due esseri si scambiano il munus, il dono più prezioso della propria esistenza. 

È l’arte divina di tessere la trama dell’Uno nel molteplici. 

Legare. 

Creare un vincolo che non imprigiona, ma che unisce due sponde, due anime, due universi in un abbraccio che trascende lo spazio e il tempo. 

Se la parola stessa porta inscritta nel suo DNA questa valenza iniziatica del creare legami, essa rivela l’esistenza di un canovaccio immortale, un arazzo cosmico su cui tutti, in potenza, siamo chiamati a ricamare la nostra essenza. 

Quel canovaccio è la Sorgente, il Campo unificato, la Mente di Dio. 

Il sentire e il percepire sulla stessa frequenza non è un dono riservato a pochi eletti, ma la nostra natura più autentica. 

Dipende soltanto da quanti filtri, quante coltri di oblio, quante sovrastrutture, mentali, sociali, speculative, opponiamo a questo fluire sacro. 

Ogni giudizio è una diga, ogni paura è un velo, ogni preconcetto è una prigione. 

Quanto più ci spogliamo di questi artefatti, quanto più ci avviciniamo a un sentire nudo, vergine, scevro da costrutti, tanto più il pensiero si fa scorrevole come acqua di sorgente, si affina, si assottiglia, fino a divenire lama di luce che taglia l’illusione e si ricongiunge all’Essenziale. 

Perché comunicare, in fondo, non è altro che la manifestazione dell’Essenza in Pienezza. 

È il suo respiro, il suo sbocciare nel giardino del relativo. 

Non è un trasferimento di informazioni, ma una trasmutazione di energie. 

Esiste una sola Verità. 

Non quella dogmatica, non quella scritta sui libri, ma quella che vibra nel silenzio tra un battito e l’altro del cuore. 

È una Frequenza precisa, un’armonia perfetta che tiene insieme i mondi. 

Non coglierla, non risuonare con essa, significa essere altrove, significa abitare le propaggini più buie e rarefatte dell’esistenza, dove l’eco muore senza aver incontrato orecchie. 

In questo esilio dalla Fonte, la comunicazione non può rivelare alcun "qualcosa in comune" in senso costruttivo, perché dall’altra parte si spalanca il baratro del vuoto, l’assenza di un’anima che faccia da specchio. 

È il parlare a fantasmi. Non puoi tacitare il mondo, non puoi pretendere ascolto, se il tuo comunicare non è il canto della tua Essenza. 

Le parole, da sole, sono come foglie secche portate dal vento. Frusciano, ma non radicano. 

Solo quando la parola è incarnata, quando è verbo che si fa carne, allora diventa seme. 

L’Essenza ha un linguaggio universale, una grammatica fatta di luce e di silenzio. 

Non conosce le lingue degli uomini, ma parla direttamente al cuore. Unisce, non crea divisioni. Ricompone ciò che è frammentato, ricorda ciò che è dimenticato. 

Perché l’Essenza è pura Energia, è Frequenza. 

È il battito d’ali della farfalla che crea uragani dall’altra parte del mondo. 

Ha modalità infinite di espressione. 

Un sorriso, un’opera d’arte, una carezza, una tempesta. 

Ma tutte queste modalità, per quanto cangianti e multiformi, sono sempre modulate all’interno di un certo range di Frequenza, quello che gli antichi chiamavano il "Suono che crea". 

E solo noi, nel sacrario del nostro libero arbitrio, possiamo decidere in quale frequenza abitare. 

Siamo gli arpisti della nostra anima, e possiamo scegliere se suonare note stonate o accordarci all’orchestra divina. 

Frequenza deriva dal latino “frequentia”, a sua volta da “frequens”, che significa "fitto, denso, affollato, ripetuto". 

Descrive un pulsare continuo, un battito costante, un ritmo che scandisce l’esistenza. 

Frequenza fa rima con Essenza… sarà un caso? Non credo. 

Non è una rima poetica, è una rima ontologica. 

È la chiave che apre la porta della comprensione. 

La nostra essenza si esprime attraverso una specifica frequenza, una densità vibratoria che ci rende fitti di vita, pieni di luce. 

La frequenza è il nerbo della nostra Essenza, la spina dorsale del nostro essere nel mondo. 

È la nostra propagazione energetica verso l’esterno, l’onda che inviamo all’Universo e che, come un boomerang sacro, ci restituisce sempre la nostra stessa immagine. 

Più la manteniamo "pulita", più la distilliamo nelle fiamme della consapevolezza, più "arriveremo" senza distorsioni agli altri. 

Non come un segnale che si perde nel rumore di fondo, ma come una freccia luminosa che trova sempre il suo bersaglio. 

Vogliamo Essere o vogliamo Sembrare? 

Questa è la domanda che apre o chiude i cieli. 

Il Sembrare è la maschera, il gioco delle ombre, la recita stanca su un palcoscenico che crollerà. 

L’Essere è il volto nudo che resiste a tutti i terremoti. 

Io voglio Essere. 

Perché sono un Essere. 

E voglio arrivare ad altri Esseri. 

E consentire che loro arrivino a me. 

Non in un incontro di superficie, ma in una compenetrazione di abissi, in Pienezza e Consapevolezza. 

Voglio che il mio mondo incontri il loro, in uno scambio che arricchisce l’intero cosmo. 

Spesso, troppo spesso, si stabiliscono comunicazioni vuote, che restano nell’ambito informativo, archivistico, meramente mentale. Sono scheletri senza carne, parole senza respiro. Come quei musei di cui, all’uscita, a malapena ricorderemo le didascalie: nomi, date, dati. Hanno riempito la mente, ma non hanno toccato l’anima. 

Se non si crea legame emotivo, se il cuore non viene scosso nella sua quiete, non vi è comunicazione. 

C’è solo trasmissione di dati, archeologia dell’istante. 

Se non vi è Verbo. 

Il Verbo che è suono e silenzio insieme, che è azione creatrice, che è il "Sia la Luce" pronunciato all’alba dei tempi. Declinabile all’infinito delle nostre infinite possibilità. Un Verbo che si regge energeticamente da solo, in risonanza perfetta solo con "ciò che gli è", con ciò che vibra sulla sua stessa corda. 

Come un wormhole tridimensionale che lega due pianeti lontani, che sfidano la legge di gravità, che si cercano attraverso l’immensità del buio e creano, nel loro abbraccio segreto, le danze incantevoli degli Universi. La comunicazione passa attraverso mille fattori, di cui quello più impattante, sensorialmente, è la parola. 

Ma la parola è solo la punta dell’iceberg, la cima visibile di una montagna sommersa. Il non detto, l’implicito, l’intenzione, l’emozione trattenuta, il desiderio inespresso: tutto questo è sotto. 

È la massa profonda e silenziosa che dà senso e direzione a quella piccola punta emersa. 

È in ciò che non si vede, ma si percepisce con i sensi sottili dell’anima, che risiede la verità di ogni scambio. 

Quando siamo nella nostra Pienezza, quando abitiamo il centro del nostro cerchio, espansi oltre i cinque sensi, in quella dimensione che è tridimensionale e multidimensionale insieme, allora possiamo cogliere, assaporare, la vera energia di una comunicazione. 

Non ascoltiamo più con le orecchie, ma con le cellule. Non vediamo più con gli occhi, ma con l’anima. 

Nelle antiche civiltà prediluviane, in quei lembi di tempo sommersi dalle acque dell’oblio, pare che comunicassero attraverso la telepatia, attraverso il contatto diretto delle coscienze. 

Non c’era bisogno di articolare suoni, perché il pensiero era già parola, e la parola era già azione. È già tutto in noi, dormiente, in attesa. 

Quel linguaggio non è perduto, è solo sepolto sotto le macerie dell’ego. E in questi tempi di risveglio, le macerie iniziano a franare. Quest’ultimo periodo, lo sentiamo, lo viviamo sulla pelle e nello spirito, si sta attivando in modo prepotente e maestoso l’energia femminile in particolare. Quella legata all’acqua, alla terra, al vento. 

[...] La Natura parla, e parla con la voce della Dea. 

Io mi sento tempesta insieme a Madre Natura, tanto amo questa manifestazione potente, impietosa, che ti scuote fino al midollo, che ti sveste di ogni certezza per mostrarti l’ossatura della verità. 

Riflettevo sul fatto che certe comunicazioni, intrecci che credevo saldi, hanno perso energia, o forse non ne hanno mai avuta. 

Si sono rivelate per quello che erano: fuochi fatui, dialoghi tra ombre. 

E certe altre, pur nell’essenzialità che rasenta quasi la scarnificazione, una svestizione dolorosa ma necessaria da ogni orpello, mi esondano dal cuore e dai pori. 

Non sono parole, sono linfa. Rilasciano l’impronta, l’imprinting di un sudario, una veste di luce nella quale mi riconosco, nella quale la mia anima si sente a casa. Riconoscerei quelle voci, quella vibrazione, anche se fosse sepolta e conficcata nel centro incandescente della Terra. 

Perché sono la stessa Terra che chiama. 

Sono quelle comunicazioni che ti fanno vibrare come un diapason. Non devi fare nulla, se non stare in ciò che sei. 

Non c’è sforzo, non c’è ricerca. 

C’è solo l’abbandono. E a quel punto, per pura risonanza, la corda dell’altro inizia a tremare all’unisono. 

È la magia più antica. 

Perché tutto è già. Tutto è già scritto nel grande libro della vita, tutto è già presente nell’eterno presente. Nessun affanno. 

Non c’è bisogno di correre, di inseguire, di convincere. 

Respira. 

Sii vento con me. 

Lasciati attraversare, diventa carezza e uragano. 

Sei già Universo, che gravita, che gravida e che crea. 

E lo hai sempre saputo, nel silenzio del tuo cuore, molto prima che le parole venissero a disturbare il sogno.


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

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Tratto dal mio libro 

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Comunicare










💛 Orientamento sud-est

 L'orientamento sud-est dei pozzi sacri e dei nuraghi sardi  non rispondeva unicamente a esigenze astronomiche, ma incarnava una profonda comprensione delle forze elementali che governano l'isola.

È la dimensione del Respiro della Terra, in cui Vento, Fuoco e Aria ne sono Matrice. 

Il sud, dominio del fuoco purificatore e trasformatore, si sposa con l'est, dimora dell'aria, del respiro vitale, dello scirocco caldo che accarezza la Sardegna portando messaggi da terre lontane. 

È in questa congiunzione che si manifesta la potenza creatrice dell'elemento eolico, simboleggiato nella tradizione sarda dalla maschera de Su Bundu, figura arcaica del Carnevale che custodisce memorie sciamaniche di matrice prettamente femminile, di cui ho parlato e approfondito nella mia precedente pubblicazione editoriale, "Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l’Ordine".

Il vento che spira da sud-est non è semplice fenomeno meteorologico, ma alito della Grande Madre, respiro cosmico che feconda le acque sotterranee custodite nel grembo del pozzo. 

La scelta di orientare gli ingressi secondo questa direzione privilegiata rivela la consapevolezza che l'aria, elemento immateriale per eccellenza, costituisce il ponte tra il fuoco celeste e l'acqua tellurica, permettendo quella ierogamia sacra da cui scaturisce ogni forma di vita.


Tiziana Fenu 

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Maldalchimia.blogspot.com 

Uno dei link di approfondimento 

https://maldalchimia.blogspot.com/2025/08/orientamento-sud-sudest-di-alcuni-pozzi.html?m=0

Orientamento sud - est








venerdì, marzo 27, 2026

💙 Giustizia

 Da tempo immemore, si assiste, silenti, al florilegio, nella connotazione più negativa e insulsa del termine, di una specie ben precisa. 

Quella che germoglia nell’ombra, nutrendosi di menzogne, di volti altrui. di scritti altrui. 

C’è chi, con arte meschina, ha creduto di poter coltivare impunemente il proprio orto avvelenato, spargendo a mani piene seme di calunnia, certo che il terreno franoso della rete potesse inghiottire per sempre ogni prova.

Ma la natura, anche quella del diritto, ha le sue cicliche, inflessibili stagioni.

Chi semina vento, raccoglie tempesta. 

E questa mattina, nel gelido rigore di una fredda e ventosa mattinata di fine marzo, il raccolto si è fatto maturo.

La tempesta ha accompagnato il mio cuore e i miei passi, anticipando, già da ieri, una grandinata, come non faceva da tempo, che mi si è conficcata nel cuore.

Come un puntaspilli dagli aghi diamantini, ad onorare la Runa Isa, la runa del ghiaccio, la mia Runa di appartenenza.

Passi accompagnati dalle 3:33 che segnava l'auto.

I miei numeri di nascita, sommati tra loro.

Ancora passi benedetti all'Universo.

Perché è Giusto che fossero fatti

Oggi e 27

Un 9, il mio Archetipo.

22 in totale

Archetipo Tau.

Non poteva che essere oggi, con il sentiero già benedetto da ieri.

Ieto notte febbre per l'improvvisa grandinata e le sferzate di gelo fino ad arrivare in macchina.

Ho sentito tutta la potenza devastante e magnifica della mia amata Runa Isa.

Febbre e grandine

Fuoco e acqua /gelo

I miei antipodi

Il segno di Fuoco e la runa Isa. 

La loro immensa Forza, che mi ha  sostenuto in questo passo odierno. 

La loto immensa Forza.


Oggi ho sentito profondamente la Tau.

La chiusura di un ciclo.

Un punto.

Con estrema lucidità e verità.

La stessa che ha velato i miei occhi di commozione e quelli di chi ha accolto.

Mai, avrei immaginato.

Mai.

Una tale benedizione al ritmo dei miei passi.

Quasi surreale

Ma perfetta.

Come un cristallo di grandine 

Ogni parola dissimulata, ogni immagine sottratta, ogni profilo artefatto ha trovato il suo esatto, puntuale riscontro. 

Non più ombre, ma corpi. 

Non più sospetti, ma prove. 

Prove ampie, nitide, catalogate. Tanto meticoloso è stato l’insulto, altrettanto inappellabile è diventato il vasto archivio delle sue conseguenze.

Non resta dunque che attendere, con la serenità di chi ha finalmente restituito al sole ciò che meritava le tenebre. 

La giustizia, si sa, non ama le grida. 

Preferisce il silenzio delle carte, il peso inconfutabile dei fatti. 

E quando il carico di malafede supera la soglia del tollerabile, accade che il boomerang, nel suo tornare indietro, non chieda il permesso.

Chi ha orecchi per intendere, intenda. 

La semina è stata abbondante. 

Il raccolto, oggi, è iniziato.


Tiziana Fenu 

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Maldalchimia.blogspot.com 

"La Giustizia" Matteo Arfanotti Artist

La Giustizia




giovedì, marzo 26, 2026

💙 L'9sservare

 

Osservare e guardare.
Due termini che nel linguaggio comune vengono spesso scambiati come fossero sinonimi, eppure, per chi ha intrapreso il cammino verso la conoscenza interiore, rappresentano due stadi iniziatici profondamente diversi.
Sono due modalità di porsi di fronte al Reale, due specchi dell’anima che rivelano il grado di consapevolezza raggiunto dall’individuo.

Guardare è l’atto del corpo, il meccanismo fisiologico attraverso il quale la luce colpisce la retina e l’immagine si imprime nella materia cerebrale.
Chi guarda è passivo, è un ricettacolo che si limita a ricevere stimoli senza trasformarli. Guardare è l’atteggiamento di chi vive nella superficie, accontentandosi di sfiorare il mondo senza mai penetrarne il nocciolo.
È l’atto di chi subisce l’illusione dei sensi, credendo che ciò che appare sia tutto ciò che esiste.
Chi guarda rimane fuori dal tempio, osservando i mosaici senza mai varcare la soglia.
Osservare, invece, è l’atto dell’anima che ha risvegliato i propri talenti.
Non è un semplice vedere, ma un penetrare l’essenza.
Quando si osserva, non si è più spettatori passivi.
Si diventa testimoni attivi, custodi di una visione che lega il visibile all’invisibile.
Chi osserva ha compiuto quel lungo lavoro interiore di trasmutazione, quell’opera alchemica che trasforma il piombo dell’ignoranza nell’oro della consapevolezza.
I propri talenti e doni non sono più addormentati o dispersi, ma sono stati riconosciuti, affinati, e ora rispondono con precisione alla volontà dell’anima.
Osservare richiede una padronanza che solo chi ha fatto pace con le proprie ombre può possedere. Significa aver imparato a stare nel centro, in quel punto di equilibrio tra cielo e terra, tra ragione e intuizione, dove nessuna emozione impulsiva può deviare lo sguardo. È da questo baricentro perfetto che si può compiere il vero compito dello scrutatore: discernere.
Discernere non è giudicare in modo sommario, ma separare ciò che è autentico da ciò che è spurio, ciò che appartiene all’ordine da ciò che è corruzione.
Ecco perché chi osserva è chiamato a mantenere il giusto equilibrio.
In un mondo dove le forze si scontrano incessantemente, dove il caos tenta di spacciarsi per libertà e la prevaricazione per potere, l’osservatore è colui che tiene salda la bilancia.
Non con la forza bruta, ma con la precisione del proprio sguardo.
Sa distinguere il parassita da colui che contribuisce, colui che si nutre della sostanza altrui svuotando le risorse comuni senza mai generare nulla, da colui che invece, anche nell’errore, porta il proprio mattone all’edificio collettivo.
Lo fa senza farsi ingannare dalle apparenze, perché il suo sguardo è diventato come il fuoco che brucia la scorza per rivelare il nucleo.
In questa capacità di osservare risiede anche la forza di fare giustizia.
Non quella giustizia vendicativa che nasce dalla passione, ma quella che scaturisce dalla lucidità. Fare giustizia, nel linguaggio esoterico, significa ristabilire la corretta polarità, riportare ogni cosa al posto che le compete nella gerarchia naturale dell’ordine cosmico.
Chi osserva non agisce mai sulla base di sentito dire, non si lascia trascinare dalle correnti emotive del momento.
Al contrario, ha la pazienza dell’artigiano.
Archivia le prove, raccoglie i segni, attende che il quadro sia completo.
Solo quando ha accumulato la totalità degli elementi, quando ogni tessera del mosaico è al suo posto, allora può alzare la voce.
La sua denuncia non è un grido impulsivo, ma l’esito inevitabile di un percorso di verità.
E in questa denuncia si compie la separazione definitiva tra chi agisce in malafede e chi non lo fa. Chi opera nell’ombra, chi si nasconde dietro false intenzioni, chi costruisce le proprie fortune sulla menzogna e sulla manipolazione, crede spesso di poter sfuggire allo sguardo altrui. Ma l’osservatore possiede un dono che per costoro è inafferrabile
La capacità di leggere l’intenzione al di là del gesto, di sentire la vibrazione che precede la parola. Come l’alchimista distingue i metalli vili dai metalli nobili non solo dall’aspetto ma dal comportamento nel fuoco, così chi osserva riconosce la malafede non da un singolo atto, ma dal filo conduttore che attraversa tutte le azioni di un individuo.
E qui si arriva al punto nodale, quello che trasforma l’osservazione da contemplazione a chiamata.
Perché tutto questo non è fine a se stesso.
Non si osserva per rimanere in una torre d’avorio, non si affinano i propri talenti per rimanere spettatori privilegiati di un teatro di ingiustizie.
Nel momento in cui si è raggiunta la piena padronanza, quando si è raccolto il necessario e si è compreso il disegno profondo, allora si è chiamati ad agire.
Nel Giusto, inteso non come insieme di leggi umane ma come ordine superiore, noi siamo chiamati a essere strumenti di ripristino.
La contemplazione cede il passo all’azione, ma un’azione che non è più quella confusa e frammentaria dell’ego, bensì quella precisa e chirurgica di chi ha visto la verità. Ripristinare l’ordine significa ricucire ciò che è stato lacerato, riannodare i fili che il parassitismo e la malafede hanno reciso.
È un compito sacro, perché chi agisce in questo modo non lo fa per sé, ma per il bene del tutto.
La parte conclusiva di questo percorso è la più severa e la più necessaria.
Far sì che non si siano impuniti. Non per crudeltà, non per desiderio di vendetta, ma perché l’impunità è il veleno che corrode le fondamenta di ogni ordine. Lasciare impunito chi ha agito nella malafede significa concedere al caos il diritto di continuare a proliferare.
Significa dire al parassita che il suo modo di essere è accettabile, e così tradire chi invece ha sempre agito con rettitudine.
L’impunità non è misericordia, è la negazione della giustizia, ed è per questo che chi ha osservato con rigore, chi ha raccolto le prove e ha visto chiaramente, ha il dovere di portare la luce nel luogo dove si annidano le tenebre.
Agire, dunque, diventa l’atto conclusivo di un percorso iniziatico.
Non si tratta di violenza, ma di fermezza.
È il gesto di chi, avendo appreso il segreto della trasmutazione, sa che per far crescere il grano bisogna estirpare le erbacce, non per odio verso di esse, ma per amore del campo intero.
È il momento in cui l’osservatore depone il proprio ruolo di testimone e indossa quello di artefice, restituendo equilibrio laddove l’equilibrio era stato infranto.
Così, guardare e osservare si rivelano per ciò che sono.
Sono due porte, due destini.
La prima conduce a una vita trascorsa nella superficie, nella subordinazione agli eventi, nella passività di chi si limita a registrare senza mai comprendere. La seconda è la via di chi ha risvegliato i propri talenti, ha saputo attendere, raccogliere, discernere, e infine ha avuto il coraggio di compiere ciò che era necessario.
In questo cammino, la differenza non è solo nel modo di vedere, ma nell’intera esistenza.
Da una parte la vita subita, dall’altra la vita agita con consapevolezza, al servizio di quell’ordine superiore che è l’unica vera giustizia.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com

L'osservare



 




❤️ Ne ho avuto sempre paura ( libro)

 Ne ho avuto sempre paura


Di quel gioco da piccoli. 


Naso contro naso, mani a cappannella sulla fronte, a guardarsi negli occhi, senza far filtrare un minimo di luce tra le mani che sigillano i due volti. 


Così vicini. 


Da sentirne l'alito caldo che ti riscalda l’anima. 


Così ravvicinati, che gli occhi si seguono a vicenda, cercando quell'unico punto di fuga prospettico, che si schianti tra queste pareti che ci perimetrano. 


Come autostrade di colore liquido che virano lungo le pareti e il soffitto, per pioverci addosso lacrime di pigmenti d'aurora che non riusciamo a vedere. 


Sguardi distorti. 


Come una lente di ingrandimento al contrario. 


Se ci guardi per una frazione in più ne vedi ogni piccolezza di queste fragilità sghembie indossate in una passerella di un abisso senza fondo. 


Così vicini da essere troppo preoccupati dalla luce che filtra. 


In un gioco che ci vuole uniti, in una paura che sfida la luce, per stare nel buio, con le dita serrate come una saracinesca nei giorni di festa


quando hai voglia di vita e trovi tutto chiuso.


Che basterebbe allentare le dita, e fare un passo indietro.


Aprirle e intrecciarle a vicenda. Come rampicanti che si sostengono a vicenda. 


Fino a dondolarsi tra le ciglia, senza più lenti, senza più paura. 


Senza sforzarsi di voler tenere gli occhi aperti e guardarsi fisso negli occhi. 


Sentendo che l'altro c'è.


Attraverso le palpebre, tenute socchiuse da baci lievi, a suggellarne le lacrime custodite nei bordi. 


Quelle che nessuno conosce. 


Quelle che la vita ti ha fatto ricacciare in gola. 


Delle quali ora, senti il salato . 


In quel bacio di seta, che non brucia più


Perché è un bacio che resta. 


Che non vola più via. 


Non devi più cercarlo nel baratro di quel buio ravvicinato.


Ma in quella traiettoria luminosa tra mie e le tue labbra, che fende l'aria.


Che si fa largo tra mille ostacoli. 


Perché adesso ti vedo. 


Un passo indietro è bastato per farmi riavvicinare. 


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

Tratto dal mio libro 

"Diamanti di Rugiada. Attimi di luce allo stato liquido" 

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Ne ho avuto sempre paura









💛 "Il Tempo Capovolto" Thurpos e Filonzana

 [...] La pesante veste di vello nero e i campanacci che risuonano con ritmi ipnotici costituiscono una sinestesia rituale voluta a destrutturare la percezione ordinaria. 

Ogni colpo del campanaccio corrisponde a una percussione alchemicamente calcolata per frantumare le scorie dell'anno trascorso, mentre le corna del volto lignei rimandano non semplicemente a un'iconografia bovina, ma al toro alchemico, simbolo della materia prima ancora caotica e informe, la materia prima su cui lavorare e destrutturare. 

Sconvolgere l'ordinamento prestabilito. 

Il loro andamento processionale, tra alterne accelerazioni e rallentamenti, mima il movimento di retrogradazione planetaria necessario, secondo l'astrologia ermetica, a invertire i cicli naturali e rigenerare il tempo. 

Si perde la nozione del tempo, così come è generalmente percepito, quando si co-partecipa a queste ancestrali ritualistiche. 

Il ritmare dei passi cadenzati e dei campanacci, fanno vibrare la terra sotto i piedi  

Restituiscono voce alla frequenza di Madre Terra.

Ristabiliscono la connessione con il battito ancestrale da cui siamo nati. 

Il tempo si ferma. 

Si vorrebbe che non finisse mai. 

È oblio. 

È perdita di identità e al contempo un riconoscimento viscerale, ancestrale, di appartenenza. 

I Sos Thurpos di Orotelli, dei quali ho già approfondito, appartengono anch'essi a questa dimensione di grembo alchemico tenebroso, scuro e fecondo. 

Definiti "gli storpiati", presentano volti cosparsi di fuliggine e sono avvolti in pesanti gabbani di lana. 

La loro stessa fisicità sembra appesantita, "morta", in attesa di una liberazione. 

Il loro rituale, che spesso mima la fatica del lavoro nei campi o la cattura dei buoi, rappresenta simbolicamente la schiavitù alla condizione materiale e terrena che deve essere superata.

"Sos Thurpos" di Orotelli rappresentano un ritorno alla Tenebra Feconda, alla potenzialità del Grembo. 

Sono i "ciechi", che non possono ancora vedere, completamente avvolti in panni neri e col volto coperto di fuliggine, incarnano lo stato di immersione nella materia prima prima dell'illuminazione. 

La loro cecità rituale non è privazione ma condizione iniziatica. 

Solo abbandonando la visione ordinaria si può accedere alla "visione interiore" degli alchimisti. 

Le catene che talvolta li legano non simboleggiano schiavitù, ma rappresentano  il legame essenziale, ontologico, che unisce tutti gli elementi nel caos primordiale. 

Il loro vagare apparentemente disordinato per le vie del paese costituisce una geomanzia rituale, tracciando con il loro percorso un sigillo protettivo sull'abitato, mentre la fuliggine sul volto rappresenta il carbone alchemico, materia ancora informe ma pregna di potenziale trasmutativo.

In queste maschere cupe, grevi, nere, la comunità proietta e drammatizza collettivamente il proprio "lato oscuro", il caos primordiale, l'istinto animalesco e la necessità della morte simbolica. 

È la fase dell'inverno, di Saturno, della massa confusa che precede ogni creazione.

È la fase del Femminino, del Grembo scuro, che è potenziale creazione[...]  

[...] Infatti, in questa dimensione, troviamo Sa Filonzana di Sedilo, di cui ho già approfondito in un precedente capitolo, di Sedilo, che rappresenta il Filo del Destino e la Parca Alchemica, con una accezione alchemica  profondamente sarda. 

Il suo fuso e la conocchia non filano semplicemente la lana, ma tessono quella continuità  spazio-temporale che verrà tagliata al termine del Carrasegare. 

Ogni rotazione del fuso corrisponde a una rivoluzione degli astri nel macrocosmo e degli umori nel microcosmo umano. 

La sua presenza inquietante, spesso raffigurata come vecchia dall'aspetto minaccioso, incarna il principio di putrefazione necessario alla generazione. 

Solo attraverso la morte simbolica dell'anno vecchio può nascere il nuovo[...]

Il Tempo Capovolto



Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

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"Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. 

Il Sacro che genera Caos. 

Il Caos che rinnova l'Ordine" 

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