Questo 8 marzo lo voglio onorare e festeggiare io.
Non come mero segno su un calendario, non come rituale imposto dal divenire, ma come atto di profonda e cosciente liturgia interiore.
Questo 8 infinito, che dispiega il suo numerali come un nastro di luce, mi porta, con la grazia imponderabile di ali di farfalla, a planare leggero tra le mani socchiuse di quegli uomini che sanno ancora l'antica arte del dare e del ricevere.
Uomini il cui palmo non è un pugno serrato, non è fortezza assediata dalla diffidenza, non è scudo levato contro la vita, ma è coppa votiva, è loto che si apre.
Uomini che conoscono il gesto sapiente di unire le palme, di giungerle in preghiera silente, per sostare un attimo nell'ombra aurorica di sé stessi e lì, in quel grembo di silenzio, incontrare il Divino che in loro dimora.
Per ringraziare.
Per benedire il mistero che scorre nelle vene.
E poi, con la stessa sacrale lentezza, riaprire quelle mani e posarle, come ostie consacrate, sulle gote di queste donne.
Donne che, nello stupore di quel contatto, sentono fiorire la meraviglia, e li guardano con occhi che sono laghi di emozione antica. Perché quegli uomini, quelle mani, quegli sguardi, loro li aspettavano da sempre, da ere lontane, da notti di luna e da attese silenziose.
Li vedo, questi uomini, come fieri guerrieri spartani, la cui aura fende l'aria al loro passaggio. Mentre si leva la polvere sotto i loro passi pesanti di stanchezza cosmica, provati da mille battaglie pesanti, grevi, da mille corpi calpestati lungo la via, da sangue innocente versato.
Non contro nemici, ma per sopravvivere a sé stessi, al Minotauro interiore che alberga nel labirinto dell'anima.
In loro arde quel desiderio struggente, lancinante come una lama, di strapparsi la pelle stessa, insieme all'armatura di lino e bronzo, di lacerare gli stretti calzari e, infine, avvicinarsi scalzo e indifeso, vulnerabile e nudo, a quel caldo ventre primordiale. Rifugio e ristoro, fonte e foce.
E lì, in quell'accoglienza che è anche oblio del Sé guerriero, trovare pace.
E in essa, nel tepore di quell'antro, raccontarsi.
Come se si trattasse di un altro sé, di un estraneo che ha dovuto recitare, con ferrea disciplina, il ruolo imposto dalla vita, la maschera tragica dell'esistenza.
E poi, ecco, unire ancora le mani, ma questa volta con lei, e scoprirsi insieme a sgranare, come grani di un rosario segreto, le proprie fragilità .
Lasciarle cadere, una a una, come petali di gelsomino essiccati dalle troppe arsure d'amore, dal sole implacabile delle delusioni.
E sentire quel tocco caldo di lei che, leggero come brezza, sfiora quei petali ormai aridi.
E quel tocco ne sprigiona ancora, per prodigiosa alchimia, quel profumo di vita e di verità che lei custodisce gelosamente tra le mani, mentre perde lo sguardo nei tuoi occhi, abissi in cui annegare e rinascere.
Io mi inchino.
Mi prostro come davanti alla più fulgida meraviglia e al più prezioso Dono del mondo.
Davanti alla vulnerabilità dell'Uomo.
Che non è debolezza, no.
È Verità nuda e cruda, scintilla divina che non teme di mostrarsi. È accoglienza senza condizioni.
È fare spazio, un vuoto fecondo, alla propria Donna nella propria intimità più recondita, nelle pieghe più segrete dell'essere, là dove la luce filtra a stento.
Non mi interessa sapere quale ruolo egli interpreti nel teatro del mondo, quale cifra possegga, quali trofei ostenti.
Non mi interessa la maschera, ma l'attore.
Voglio sapere quale fuoco lo ha forgiato, quale incudine ha plasmato il suo metallo, quali acque lo hanno temprato.
Voglio sapere di tutte le volte che ha dovuto affrontare la tempesta da solo, in solitaria navigazione notturna.
Le volte che il freddo gli è entrato nelle ossa e la paura gli ha gelato il respiro.
Quando le sue mani, artigliate alla vita, hanno sanguinato, e quante lacrime, amare come fiele, ha dovuto strozzare in gola, ingoiare, per non crollare.
E a quando nessuno si accorgeva che quelle righe sul suo volto erano solchi di pianto, e non gocce di pioggia.
Non può esistere alcuna Festa della Donna, alcuna celebrazione autentica del Femminile, se non si onora, nel medesimo sacrario, anche il Sacro Maschile nell'Uomo. Essi sono i due pilastri del medesimo tempio, le due colonne, Boaz e Jachin, che reggono l'architrave della Creazione.
E io oggi onoro, con tutto il mio essere, tutti quegli uomini che, riconoscendo la Sacralità in sé stessi, nell'aspra bellezza della loro lotta, hanno saputo riconoscere la stessa identica Sacralità di Donna anche in me, specchio e riflesso della loro stessa luce.
È il mistero della Resh, ventesimo Archetipo.
La "testa" sublimata.
È la "testa" china sul mistero della creazione.
La sua funzione è "perfezionante", ultima tappa prima della totalità , ed è correlato all'Arcano Maggiore XX, il Giudizio, o meglio, il Risveglio dei Morti, l'istante in cui le anime, al suono della tromba angelica, si levano dalle tombe della materia per rivestirsi di luce.
Questo sincretismo di segni ha destato in me l'eco del mito di Minerva romana, la greca Athena, dea dalla luce glauca, che nasce non da un grembo di carne, ma dalla testa di Zeus, il padre degli dèi.
Figlia prediletta, amata sopra ogni altra per la sua metis, la sua intelligenza astuta e profonda, e perché, a differenza di Ares, era una guerriera giusta, dalla vittoria saggia.
Ma la sua nascita è il frutto di una sfida, di un inganno cosmico, da cui, in verità , la Sophia esce vittoriosa. Figlia di Zeus e Metis, figlia di Oceano e Teti, a Zeus era stato vaticinato che Metis, sua fedele consigliera, e dunque la sua stessa testa pensante, la sua parte più attiva e intelligente, avrebbe generato un figlio dal potere immenso, destinato a spodestarlo.
Metis è un'Oceanina, personificazione della saggezza che scorre come acqua, dell'intelligenza che si adatta e penetra, della conoscenza che tesse strategie.
Zeus, atterrito dall'oracolo, con l'inganno, la convince a tramutarsi in una mosca ronzante, secondo alcuni miti.
In altri, si narra che ella divenne una goccia d'acqua, una stilla capace di assumere ogni forma, di adattarsi a ogni vaso.
E così la ingoiò, credendo di assimilarne la potenza. Ma Metis, la dea dalla mente acuta, continuò la sua gestazione segreta nelle viscere del dio. E lì, nel buio del corpo paterno, iniziò a forgiare, a suon di colpi di martello, un'armatura perfetta per la figlia che portava in sé. I colpi erano così possenti, così ritmici e incessanti, che Zeus ne fu tormentato.
Al momento del parto, un dolore insopportabile gli squarciò la testa, una cefalea divina così straziante da farlo urlare agli astri.
Chiamò allora Efesto, il divino fabbro, e gli ordinò di spaccargli il cranio con un'ascia bipenne. Strumento altamente simbolico, la bipenne, che indica la sinergia degli Opposti, l'unione creatrice dei contrari, il taglio che non divide ma libera.
Dall'apertura sprigionata dal fuoco di Efesto, nacque Athena, già adulta, armata di tutto punto, sapiente e guerriera. Elmo, corazza, scudo e lancia scintillanti di una luce non terrena. Infinitamente astuta, perché nata dall'intelletto stesso.
Athena nasce nella dimensione dell'Intelletto, che non è la semplice ragione calcolante, ma ne rappresenta l'Ottava superiore, il Nous, quella facoltà che è in diretta connessione con la nostra scintilla divina, con l'Intelletto d'Amore di dantesca memoria.
È colei che fece dono dell'olivo, dalle proprietà infinite, nutrimento, luce, unzione, alla città a lei sacra, Atene.
Si narrava che la dea avesse intagliato con legno di quercia la polena parlante della nave Argo, quella nave che portava gli Argonauti verso la Colchide, alla ricerca del vello d'oro. Simbolicamente, Athena è dunque la Via Maestra, colei che porta la fiaccola della conoscenza, che illumina il cammino, che è Sapienza in atto.
Athena benedice e guida gli Argonauti nel loro viaggio iniziatico
( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/07/gli-argonauti.html?m=0
Ulisse intaglia il suo letto nel sacro Ulivo di Athena, sua protettrice, ben saldo nella Madre Terra( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/04/sempre-devi-avere-in-mente-itaca.html?m=0)
Un'energia talmente potente, quella del Femminino, prima nella forma occulta di Metis e poi in quella manifesta di Athena, che Zeus, pur di non esserne escluso, ne vuole acquisire la paternità , inglobandola in sé, come una gestazione al maschile.
Ma la nascita simbolica dalla sua testa ci insegna una verità profonda.
Ciò che è di dimensione del Femminino, la gestazione viscerale, di pancia, il portare nel buio umido della carne, non può essere acquisito o sostituito dal Mascolino.
È un mistero che appartiene alla sfera del grembo.
Tuttavia, esiste un'altra gestazione, una gestazione sublimata, spirituale, che avviene nella testa, nella sfera dell'Essenza.
Ed è questa che l'Archetipo Resh, la testa, la funzione perfezionante, rappresenta.
Mi ha profondamente colpita scoprire che il valore numerico, ghematrico, di Resh è 200. E che questo numero corrisponde esattamente al valore ghematrico della parola ebraica "etzem", che significa "osso", ma anche, e qui sta il prodigio, "Essenza".
L'osso è la struttura più profonda, ciò che resta, la parte più duratura e intima del corpo.
Come l'Essenza è il nucleo più intimo e indistruttibile dell'essere. E non è forse l'osso la sede del midollo, dove si rigenera la vita del sangue?
Inoltre, il 200 è anche il numero atomico dell'elemento calcio, "si-Dan" in ebraico, che letteralmente significa "il giudizio (Dan) è in esso".
Dan era la tribù dei Giudici, e gli Shar-Dan erano i guerrieri del mare.
Questo concetto di giudizio, di discernimento profondo, rimanda ancora una volta all'Arcano XX, il Risveglio, il momento in cui ogni cosa viene posta sulla bilancia e giudicata nella sua verità .
Resh è quindi la forza attiva e creatrice del pensiero, la facoltà attraverso cui l'essere umano, usando l'intelletto in modo sapiente, può trascendere i propri limiti, ascendere verso i livelli più sublimi e reconditi del Creato, fino a toccare l'Essenza.
Questa vibrazione di Resh è il canale che ci connette alle potenzialità più alte della mente.
E poiché 200 è un'estensione potenziata del 2, Resh affonda le sue radici nel secondo Archetipo Ebraico, Beth, il Sacro Femminino, la Casa, colei che contiene, che offre la Forma perché la creazione possa manifestarsi.
Beth, dal valore ghematrico 2, è rappresentato dall'Arcano Maggiore II, la Papessa, la custode dei veli e dei misteri.
Ed ecco che, in un cerchio che si chiude, ritorniamo alla Papessa, alla dimensione dell'Intelletto superiore di Athena. Capace di discernimento e di giudizio, di separare il vero dal falso, l'essenza dall'apparenza.
Un Femminino che ha una visione d'insieme, che scruta oltre il velo di Maya e oltre il buio dell'ignoranza.
La civetta, animale sacro ad Athena, con i suoi occhi che vedono nell'oscurità .
Un Femminino che ricompatta, che riunisce i frammenti, come l'Archetipale Iside, la grande maga, che ricompone pazientemente il corpo smembrato di Osiride, riunendo i quattordici pezzi sparsi per l'Egitto.
La Nun, il quattordicesimo Archetipo, con funzione trasmutazione, è rappresentata, geometricamente, dalla Vesica Piscis, che è la forma della nave Argo degli Argonauti, fatta con la quercia Sacra ad Athena, la cui polena, posta a prua dell'imbarcazione, con 50 rematori( valore ghematrico della Nun) guidava gli Argonauti.
Da quella ricomposizione, da quella trasmutazione del quattordicesimo frammento (il fallo, ingoiato dal pesce Ossirinco , andato in sacrificio-https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/ossirinco.html?m=0), ella crea la vita. Il corpo, reso sacro dalla morte, viene trasfigurato in Oro, in luce immortale, e da esso nasce Horus, il figlio vendicatore, la luce che sconfigge le tenebre.
Il mio augurio più profondo, come Donna, come colei che incarna questo mistero, è che la nostra Essenza, questo nucleo di fuoco e di acqua, possa nascere in ogni Uomo.
Non come conquista, non come emulazione, ma come sublimazione.
Che l'Uomo impari a cogliere, dentro di sé, la nostra bellezza interiore, la nostra forza silenziosa, il nostro intelletto che tesse e connette, la nostra capacità creatrice che non è solo biologica ma spirituale.
Non si tratta di una sterile emulazione di una partenogenesi che a noi è innata, ma di un riconoscimento.
Athena nasce a sé stessa, autogenerata nell'atto stesso in cui viene alla luce. Non nasce da una gestazione, ma per mano di Efesto, simbolo del Fuoco sotterraneo, vulcanico, trasformatore.
E di quel Fuoco, il Femminino è archetipale custode, come ho scritto e riscritto sulle pagine del mio cammino.
È il Fuoco interiore di Madre Terra, il Fuoco ctonio che arde nel profondo, il Fuoco Sacro delle vestali, sempre vivo, inestinguibile, che scalda le radici del mondo.
Domani, nella Festa della Donna, il calendario esoterico ci pone proprio al centro dell'energia vibratoria del Sacro Archetipo Ebraico Shin, il ventunesimo. Shin, la cui forma ricorda tre fiamme riunite, è il Fuoco Sacro, lo Spirito che penetra la materia.
Ed è collegato all'Arcano Maggiore XXI, il Mondo, che raffigura una donna nuda, danzante, avvolta da una ghirlanda di fiori, con in mano due bacchette, signora e sintesi di tutto il creato.
Un Femminino in tutta la sua potenza, nudo e Vero, che danza leggero governando la Materia, tenendo le redini del divenire cosmico.
Domani, inoltre, abbiamo la Luna calante in Scorpione, segno d'Acqua profonda e misteriosa. Fuoco e Acqua,
Shin e il segno dello Scorpione, si incontrano in una dialettica creatrice, in un amplesso alchemico da cui non può che nascere la trasmutazione.
Perché Lei, la Donna, è Quintessenza.
È il quinto elemento, la Somma, la sintesi perfetta di tutti gli Opposti. Efesto, il Fuoco, fa nascere Atena con lo strumento che più la rappresenta, l'ascia bipenne, simbolo ancestrale dell'unione dei contrari.
Di questa sacra unione, il Femminino è la custode, la sacerdotessa, l'officiante.
Si dice, con voce grossolana, che le donne spesso non abbiano testa, che siano tutto cuore, istinto, emotività .
E invece no.
La loro forza più grande, il loro segreto alchemico, sta proprio nella capacità di sublimare il cuore nella testa.
Nel portare l'intelligenza del sentire e la passione del pensare in un'unica, fiammeggiante sintesi. Questo le rende esponenzialmente declinabili e amplificabili in qualsiasi contesto, capaci di adattarsi come acqua e di penetrare come fuoco, affrancate ormai dal vecchio gioco della competizione sterile, del possesso che imprigiona, dell'inglobamento che annulla, della sudditanza che umilia.
Perché non c'è niente di più triste, di più dissonante, che vedere una donna che ha abdicato alla sua Essenza per pensare e agire da uomo, indossando una maschera che non le appartiene.
Io sono Donna, ancor prima di essere Femmina nel senso biologico del termine.
Sono un'essenza, una vibrazione, un modo di essere nel mondo.
E come tale, voglio essere riconosciuta.
Per la mia Essenza profonda, per la mia anima, per la mia luce.
Che questo 8 marzo, allora, sia per ogni Donna una vera e propria celebrazione del Riconoscimento. Riconoscimento di sé a sé, e riconoscimento da parte dell'Uomo, in un abbraccio che è la più alta delle liturgie.
Tiziana Fenu
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Nell'immagine, dipinto "Pallade Atena" di Klimt, 1898
Ho scelto questa rappresentazione perché amo Klimt, nel suo linguaggio cromatico in particolare, e perché il simbolismo della Medusa-Gorgone, come ho approfondito altre volte, é indissolubilmente sincreticamente legato, alla simbologia di Bes, rappresentante delle due polarità creatrici, di cui anche Atena, in tempi più recenti, è simbolo.


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