Non c'è abisso più occultato di quello che si cela dietro la cattedra dell’accusatore.
Colui che erge la propria voce a condanna, impugnando la spada della morale come se fosse fuoco sceso dal cielo, spesso ignora, o finge di ignorare, che la lama è temperata nel medesimo metallo della sua stessa colpa. In questo gioco di specchi, l’anima umana, ben diversa da Anima, rivela il suo più tragico paradosso.
Si erge a giudice di ciò che, in segreto, già consuma.
Ogni umano porta in sé due forni.
Uno, visibile, in cui arde la virtù esibita, ostentata.
L'altro, sotterraneo, in cui lentamente si calcina la colpa negata.
L’ipocrita, però, non è un semplice mentitore.
È un artefice sottile che, per paura di guardare il proprio recipiente nero dell’anima in cui fermentano i suoi abissi, proietta all’esterno la forma delle sue stesse impurità .
È il meccanismo del vedere nell'altro, non ciò che egli è, ma ciò che noi stessi siamo incapaci di sopportare di essere.
Chi tuona contro la lussuria, spesso, ne custodisce le fiamme in una cella segreta del proprio castello interiore. Chi condanna l’avidità , stringe con pugno più ferreo il proprio tesoro nascosto.
La condanna diviene così il grimaldello con cui si serra a doppia mandata la porta dietro cui dimora la propria ombra.
È un meccanismo che ho spessissimo sottolineato, in relazione a ciò che è lo scenario sociale attuale, che è riflesso del piccolo, dell'Umano di per sé. L’Alchimia dell’Inversione, o alchimia inversa.
Nell’arte sacra, vi è un passaggio temuto.
È la nigredo, la putrefazione della materia.
L’ipocrita rifiuta la sua nigredo. Non osa immergersi nelle acque corrotte della propria interiorità per estrarne il sale della consapevolezza.
Allora, invece di dissolvere il proprio piombo, lo proietta sul mondo.
Ogni accusa è un frammento di sé che espelle, credendo così di purificarsi.
Ma la Natura, che è grande Maestra ermetica, non tollera il vuoto.
Quanto più si ostenta una virtù non digerita, tanto più la sostanza della colpa, respinta dalla coscienza, si condensa nell’agire nascosto.
È la legge della compensazione occulta, talmente evidente da essere paradosso, grottesco, ridicolo. L’uomo che grida più forte contro il vizio è spesso colui che vi è più profondamente avvinto, perché la sua energia psichica è interamente assorbita nel negare ciò che già lo governa.
Così, le sue azioni, quelle taciute, quelle celate nella penombra delle sue stanze, ma anche dichiaratamente ostentate, in questo "fare inverso", diventano il commento ironico e perfetto alle sue prediche.
Le sue mani, levate al cielo per invocare giustizia, sono le stesse che, nell’ombra, tessono la tela della medesima colpa che condanna.
Vi è, in tutto questo, un’essenza profondamente tragica.
Un trono di fumo quasi iniziatico.
L’ipocrita non è solo un ingannatore.
È un iniziato mancato. Colui che si sforza di apparire puro mentre dentro è corrotto costruisce il proprio trono su una colonna di fumo.
Ma il fumo, per quanto denso, non regge il peso della verità .
I grandi Misteri insegnano che l’iniziazione autentica passa attraverso il riconoscimento della propria duplicità . “Conosci te stesso” non era un invito all’autocompiacimento, ma alla discesa negli inferi personali.
Chi invece sceglie la via dell’ostentazione morale compie un rito sacrilego, vestendo i panni del sacerdote ma sacrifica sull’altare dell’ego, credendo di ingannare lo sguardo divino che scruta i reconditi.
Eppure, alla fine, tutto ciò che è occultato viene rivelato.
Le azioni che si cercano di celare con il fragore delle prediche non restano sepolte per sempre.
Esse emergono, come bolle d’aria da un pantano, a rompere la superficie immacolata che si era tentato di dipingere.
L’unica via d’uscita da questa spirale infernale, per cui si diventa ciò che si giudica, è l’umiltà , che nell’alchimia corrisponde alla fase della "solutio.
È lo sciogliere la durezza del proprio giudizio nelle acque della compassione.
Non si diventa saggi condannando il vizio altrui, ma riconoscendo nel vizio altrui lo stesso germe che, se non vigilato, fiorirebbe nel proprio giardino.
Il vero maestro, non condanna: comprende.
Sa che la separazione netta tra “giusti” e “peccatori” è un artificio della mente che non ha ancora compiuto l’unione degli opposti dentro di sé. Egli sa che chi più ostenta, più cerca di celare ciò che realmente è, e per questo, invece di ergere il braccio a colpire, stende la mano a sollevare.
Ad istigare, a puntare il dito contro.
A cercare alleati per rafforzare la sua precaria posizione.
Così, chi legge nell’anima umana sa che l’ipocrita è un testimone involontario della propria verità .
Le sue prediche sono il manto che getta sulla sua nudità , e le sue condanne, la mappa che indica dove scavare per trovare il suo più oscuro tesoro.
Non vi è peggiore prigione che ergersi a carceriere degli altri, perché in quel gesto si forgiano le proprie catene.
L’invito, per chiunque si senta vibrare l’ardore del giudizio, è di scendere nell'antro della propria anima e chiedersi quale parte di sé sta cercando di esiliare, accusandola in un altro.
Perché finché non si avrà il coraggio di abbracciare la propria ombra, ogni parola di condanna sarà soltanto l’eco della propria colpa rimbalzata sul muro del mondo.
Il peccato che giudichi è il tuo stesso volto, riflesso nello specchio che non hai avuto il coraggio di spezzare.
Tiziana Fenu
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