La comunicazione è il "legare" per eccellenza.
Deriva dal latino “com-municare”, che significa letteralmente "mettere in comune", "condividere".
E nel suo grembo etimologico più profondo, ritroviamo "munus", che è dono, ma anche obbligo, compito, carica sacra.
Comunicare, dunque, non è mai un atto banale o scontato: è il rito solenne attraverso cui due esseri si scambiano il munus, il dono più prezioso della propria esistenza.
È l’arte divina di tessere la trama dell’Uno nel molteplici.
Legare.
Creare un vincolo che non imprigiona, ma che unisce due sponde, due anime, due universi in un abbraccio che trascende lo spazio e il tempo.
Se la parola stessa porta inscritta nel suo DNA questa valenza iniziatica del creare legami, essa rivela l’esistenza di un canovaccio immortale, un arazzo cosmico su cui tutti, in potenza, siamo chiamati a ricamare la nostra essenza.
Quel canovaccio è la Sorgente, il Campo unificato, la Mente di Dio.
Il sentire e il percepire sulla stessa frequenza non è un dono riservato a pochi eletti, ma la nostra natura più autentica.
Dipende soltanto da quanti filtri, quante coltri di oblio, quante sovrastrutture, mentali, sociali, speculative, opponiamo a questo fluire sacro.
Ogni giudizio è una diga, ogni paura è un velo, ogni preconcetto è una prigione.
Quanto più ci spogliamo di questi artefatti, quanto più ci avviciniamo a un sentire nudo, vergine, scevro da costrutti, tanto più il pensiero si fa scorrevole come acqua di sorgente, si affina, si assottiglia, fino a divenire lama di luce che taglia l’illusione e si ricongiunge all’Essenziale.
Perché comunicare, in fondo, non è altro che la manifestazione dell’Essenza in Pienezza.
È il suo respiro, il suo sbocciare nel giardino del relativo.
Non è un trasferimento di informazioni, ma una trasmutazione di energie.
Esiste una sola Verità.
Non quella dogmatica, non quella scritta sui libri, ma quella che vibra nel silenzio tra un battito e l’altro del cuore.
È una Frequenza precisa, un’armonia perfetta che tiene insieme i mondi.
Non coglierla, non risuonare con essa, significa essere altrove, significa abitare le propaggini più buie e rarefatte dell’esistenza, dove l’eco muore senza aver incontrato orecchie.
In questo esilio dalla Fonte, la comunicazione non può rivelare alcun "qualcosa in comune" in senso costruttivo, perché dall’altra parte si spalanca il baratro del vuoto, l’assenza di un’anima che faccia da specchio.
È il parlare a fantasmi. Non puoi tacitare il mondo, non puoi pretendere ascolto, se il tuo comunicare non è il canto della tua Essenza.
Le parole, da sole, sono come foglie secche portate dal vento. Frusciano, ma non radicano.
Solo quando la parola è incarnata, quando è verbo che si fa carne, allora diventa seme.
L’Essenza ha un linguaggio universale, una grammatica fatta di luce e di silenzio.
Non conosce le lingue degli uomini, ma parla direttamente al cuore. Unisce, non crea divisioni. Ricompone ciò che è frammentato, ricorda ciò che è dimenticato.
Perché l’Essenza è pura Energia, è Frequenza.
È il battito d’ali della farfalla che crea uragani dall’altra parte del mondo.
Ha modalità infinite di espressione.
Un sorriso, un’opera d’arte, una carezza, una tempesta.
Ma tutte queste modalità, per quanto cangianti e multiformi, sono sempre modulate all’interno di un certo range di Frequenza, quello che gli antichi chiamavano il "Suono che crea".
E solo noi, nel sacrario del nostro libero arbitrio, possiamo decidere in quale frequenza abitare.
Siamo gli arpisti della nostra anima, e possiamo scegliere se suonare note stonate o accordarci all’orchestra divina.
Frequenza deriva dal latino “frequentia”, a sua volta da “frequens”, che significa "fitto, denso, affollato, ripetuto".
Descrive un pulsare continuo, un battito costante, un ritmo che scandisce l’esistenza.
Frequenza fa rima con Essenza… sarà un caso? Non credo.
Non è una rima poetica, è una rima ontologica.
È la chiave che apre la porta della comprensione.
La nostra essenza si esprime attraverso una specifica frequenza, una densità vibratoria che ci rende fitti di vita, pieni di luce.
La frequenza è il nerbo della nostra Essenza, la spina dorsale del nostro essere nel mondo.
È la nostra propagazione energetica verso l’esterno, l’onda che inviamo all’Universo e che, come un boomerang sacro, ci restituisce sempre la nostra stessa immagine.
Più la manteniamo "pulita", più la distilliamo nelle fiamme della consapevolezza, più "arriveremo" senza distorsioni agli altri.
Non come un segnale che si perde nel rumore di fondo, ma come una freccia luminosa che trova sempre il suo bersaglio.
Vogliamo Essere o vogliamo Sembrare?
Questa è la domanda che apre o chiude i cieli.
Il Sembrare è la maschera, il gioco delle ombre, la recita stanca su un palcoscenico che crollerà.
L’Essere è il volto nudo che resiste a tutti i terremoti.
Io voglio Essere.
Perché sono un Essere.
E voglio arrivare ad altri Esseri.
E consentire che loro arrivino a me.
Non in un incontro di superficie, ma in una compenetrazione di abissi, in Pienezza e Consapevolezza.
Voglio che il mio mondo incontri il loro, in uno scambio che arricchisce l’intero cosmo.
Spesso, troppo spesso, si stabiliscono comunicazioni vuote, che restano nell’ambito informativo, archivistico, meramente mentale. Sono scheletri senza carne, parole senza respiro. Come quei musei di cui, all’uscita, a malapena ricorderemo le didascalie: nomi, date, dati. Hanno riempito la mente, ma non hanno toccato l’anima.
Se non si crea legame emotivo, se il cuore non viene scosso nella sua quiete, non vi è comunicazione.
C’è solo trasmissione di dati, archeologia dell’istante.
Se non vi è Verbo.
Il Verbo che è suono e silenzio insieme, che è azione creatrice, che è il "Sia la Luce" pronunciato all’alba dei tempi. Declinabile all’infinito delle nostre infinite possibilità. Un Verbo che si regge energeticamente da solo, in risonanza perfetta solo con "ciò che gli è", con ciò che vibra sulla sua stessa corda.
Come un wormhole tridimensionale che lega due pianeti lontani, che sfidano la legge di gravità, che si cercano attraverso l’immensità del buio e creano, nel loro abbraccio segreto, le danze incantevoli degli Universi. La comunicazione passa attraverso mille fattori, di cui quello più impattante, sensorialmente, è la parola.
Ma la parola è solo la punta dell’iceberg, la cima visibile di una montagna sommersa. Il non detto, l’implicito, l’intenzione, l’emozione trattenuta, il desiderio inespresso: tutto questo è sotto.
È la massa profonda e silenziosa che dà senso e direzione a quella piccola punta emersa.
È in ciò che non si vede, ma si percepisce con i sensi sottili dell’anima, che risiede la verità di ogni scambio.
Quando siamo nella nostra Pienezza, quando abitiamo il centro del nostro cerchio, espansi oltre i cinque sensi, in quella dimensione che è tridimensionale e multidimensionale insieme, allora possiamo cogliere, assaporare, la vera energia di una comunicazione.
Non ascoltiamo più con le orecchie, ma con le cellule. Non vediamo più con gli occhi, ma con l’anima.
Nelle antiche civiltà prediluviane, in quei lembi di tempo sommersi dalle acque dell’oblio, pare che comunicassero attraverso la telepatia, attraverso il contatto diretto delle coscienze.
Non c’era bisogno di articolare suoni, perché il pensiero era già parola, e la parola era già azione. È già tutto in noi, dormiente, in attesa.
Quel linguaggio non è perduto, è solo sepolto sotto le macerie dell’ego. E in questi tempi di risveglio, le macerie iniziano a franare. Quest’ultimo periodo, lo sentiamo, lo viviamo sulla pelle e nello spirito, si sta attivando in modo prepotente e maestoso l’energia femminile in particolare. Quella legata all’acqua, alla terra, al vento.
[...] La Natura parla, e parla con la voce della Dea.
Io mi sento tempesta insieme a Madre Natura, tanto amo questa manifestazione potente, impietosa, che ti scuote fino al midollo, che ti sveste di ogni certezza per mostrarti l’ossatura della verità.
Riflettevo sul fatto che certe comunicazioni, intrecci che credevo saldi, hanno perso energia, o forse non ne hanno mai avuta.
Si sono rivelate per quello che erano: fuochi fatui, dialoghi tra ombre.
E certe altre, pur nell’essenzialità che rasenta quasi la scarnificazione, una svestizione dolorosa ma necessaria da ogni orpello, mi esondano dal cuore e dai pori.
Non sono parole, sono linfa. Rilasciano l’impronta, l’imprinting di un sudario, una veste di luce nella quale mi riconosco, nella quale la mia anima si sente a casa. Riconoscerei quelle voci, quella vibrazione, anche se fosse sepolta e conficcata nel centro incandescente della Terra.
Perché sono la stessa Terra che chiama.
Sono quelle comunicazioni che ti fanno vibrare come un diapason. Non devi fare nulla, se non stare in ciò che sei.
Non c’è sforzo, non c’è ricerca.
C’è solo l’abbandono. E a quel punto, per pura risonanza, la corda dell’altro inizia a tremare all’unisono.
È la magia più antica.
Perché tutto è già. Tutto è già scritto nel grande libro della vita, tutto è già presente nell’eterno presente. Nessun affanno.
Non c’è bisogno di correre, di inseguire, di convincere.
Respira.
Sii vento con me.
Lasciati attraversare, diventa carezza e uragano.
Sei già Universo, che gravita, che gravida e che crea.
E lo hai sempre saputo, nel silenzio del tuo cuore, molto prima che le parole venissero a disturbare il sogno.
Tiziana Fenu
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Tratto dal mio libro
"Maldalchimia. Di Ombre e Luminescenze". Volume II
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