Nel primo giorno di marzo, quando il velo tra i mondi si assottiglia per accogliere il risveglio della terra, l’antica Roma celebrava i Matronalia. Era questo il tempo sacro a Giunone, la Iuno Regina, non semplice divinità tra le molte, ma Archetipo primordiale, Essenza stessa del Femminino cosmico, matrice di ogni legame e custode del vincolo sacro che unisce le anime. Sorella e Sposa di Giove, era la Era dei Greci, Madre di Marte, dio dell’agricoltura e della guerra, doppia natura che feconda e che taglia, e di Vulcano, il Fuoco sotterraneo che forgia nei segreti del mondo.
Presso gli Etruschi, il suo nome era Uni, oppure Feronia, colei che presiede ai boschi e ai parto, la Giunone Sospita di cui già parlai, vestita di pelle caprina, armata di lancia e scudo, pronta a proteggere e a ferire.
A Giunone appartenevano i noviluni, le calende, il grembo oscuro dove ogni cosa si concepisce nel silenzio, mentre a Giove, signore della luce piena, spettavano gli idi dei pleniluni, lo splendore della forma compiuta.
In quei giorni di festa, le matronae rovesciavano l’Ordine.
Imbandivano banchetti per i propri schiavi e offrivano doni, attuando un'inversione rituale che ricordava i Saturnali invernali.
Perché ogni gerarchia, per essere sacra, deve poter tornare all’indistinto primordiale, al grembo dal quale tutto sorge e nel quale tutto può dissolversi.
Le matrone, le donne sposate, ma il matrimonio, in questa dimensione, in senso esoterico, è sempre un gerogamo, una nozze sacra tra cielo e terra, tra l’io e l’altro, tra ciò che è sopra e ciò che è sotto.
Giunone, in questa dimensione, presiede all’incontro delle Anime Gemelle.
Non quelle che si cercano nel mondo, ma quelle che si riconoscono nell’eterno, perché già una, già unite nel grembo della Grande Madre.
Contemplando le mimose, le grandi piante, finalmente, quest’anno, le vedo fiorire nel tempo giusto.
Nel tempo delle Donne, nel tempo di Giunone.
E mi appare, ancora una volta, il sincronismo perfetto che lega il Cielo e la Terra, le lunazioni e gli Archetipi, la numerologia sacra e il verde che germoglia.
Tutto sembra seguire il suo corso naturale, quest’anno. E noi con esso.
Tutto orchestrato, tutto al suo posto.
Nel bene e nel male.
Come è giusto che sia.
Ecco il richiamo.
Ritrovarci nella Fiamma.
Nel focolare.
In quel fuoco che Giunone custodiva come centro del mondo domestico, come ombelico della casa, come cuore pulsante della regalità interiore.
Perché Giunone è anche Regina, non per diritto dinastico, ma per sovranità dell’Intelletto Supremo, per quella luce che conosce sé stessa e non ha bisogno di alcun trono.
Curioso, il gioco della lingua. La parola "focolaio", con quella desinenza in "-io", così simile al pronome che dice l’io separato, l’ego che si fa centro e prigione, sembra portare in sé un’energia opposta a quella del "focolare".
Perché diciamo il "calore del focolare domestico" e non il "focolaio del calore domestico"?
Il focolaio è chiusura, è concentrato purulento, è infezione che si nutre di sé stessa.
È l’io che si fa mondo, che non irradia, non propaga, non accoglie.
Mentre il focolare è il fuoco attorno al quale la tribù si raduna, dove si solidarizza, dove si esce da sé per ritrovarsi nell’altro.
È il centro che scalda senza bruciare, che unisce senza confondere.
I focolai epidemici( e come potrebbe sfuggirci il riflesso di questa immagine, in senso lato, nei tempi che viviamo?) sono l’esatta fotografia della condizione patologica dell'umanità , chiusa in un io che fa i propri interessi, autoreferenziale, incapace di trasformarsi.
Di passare da focola-io a focol-are.
Ecco, la desinenza in "-are", che in inglese suona come "are", verbo essere alla seconda persona, "tu sei, noi siamo/ you are, we are, ci parla di appartenenza, di identità che si apre all’integrità con sé stessi e con gli altri.
È la dimensione che include, che riconosce, che scambia. È la comunità che si fa corpo. Mentre" l’-io" è la monade che si crede intera ma è solo separata.
Qui nascono le epidemie. Dove c’è ignoranza, nel senso etimologico di ignorare l’altro. Dove si sta soli sul crinale delle proprie certezze, arroccati in fortezze che crediamo difese e sono invece tombe.
Soli e infettati.
Infettare.
Dal latino infectus, participio di inficere, "immergere, tingere, avvelenare".
E poi "affetto", che porta in sé due valenze opposte.
L'affetto buono, l’amore che lega, e l’affetto come contaminazione, come malattia che si riceve per impressione.
Curioso, questo verbo.
"Impressionare".
Creare una pressione, lasciare un segno.
Come l’anima sull’Anima.
Come l’Amore sull’amato.
Affezionarsi, allora, è lasciarsi imprimere dall’altro.
È creare infezioni d’amore.
È restituire alla parola la sua unità perduta, la sua valenza positiva.
Come il fuoco, che è vita, luce, calore, ma può anche bruciare e distruggere.
L’universo ci offre sempre la scelta.
Essere focolari o focolai. Propulsori di energia verso l’esterno o prigioni di fiamma che consumano sé stesse.
E morire infettati o affetti, pervasi d’affetto.
Anche "contrarre" porta in sé la doppia via.
Contrarre matrimonio, per restare nell’ambito giunonico delle unioni sacre, e contrarre malattia.
Lo stesso verbo, due destini opposti.
Perché ogni legame è un rischio, ogni apertura è una ferita possibile.
Ma senza rischio non c’è vita, senza ferita non c’è amore.
L’universo è meraviglioso.
Ci offre sempre le chiavi.
Sta a noi capire dove batte il cuore.
Dove creiamo un focolare e non un focolaio.
Perché il focolaio è anche l’energia distorta di Giunone, quella che, accecata dalla gelosia per le infinite amanti di Zeus, diventa vendicativa, punitiva, autoreferenziale. Quella che procrea senza il Mascolino, come quando generò mostri dalla sua sola ira, perché dimentica che l’unione dei contrari è la legge dell’universo.
È la dea che si è scordata di essere Dea e si è fatta solo moglie ferita, solo rancore, solo ombra.
Cerchiamo, in questi giorni, di stare nella dimensione monadica, originaria, amniotica.
Quella del segno del Leone, fuoco, regalità , cuore, che accompagna questa luna crescente prima del plenilunio in Vergine del 3 marzo, con la sua eclissi.
Segno di Fuoco a cui si affianca il Sacro Archetipo ebraico Nun, il quattordicesimo, la Madre delle Acque cosmiche in trasmutazione, correlato all’Arcano XIV della Temperanza.
Acqua e Fuoco ancora in dialettica.
Ancora in cerca di equilibrio. Per trovare quel punto monadico, quella dimensione originaria dove il nostro Fuoco interiore brucia di verità . E dove Giunone smette di perdersi nei meandri di sé stessa, smette di relazionare il proprio valore al tradimento di Giove, e torna a essere ciò che è.
La Regina.
Celebriamo, allora, la Giunone del focolare. Colei che crea nidi, templi, dimensioni privilegiate. Prima di tutto con noi stessi, in equilibrio tra le due polarità . Perché nel passaggio mitologico dal matriarcato al patriarcato, la Grande Madre è stata declassato.
Da potenza misteriosa e carismatica a "moglie rancorosa", da custode del fuoco a focolaio di gelosie.
È scivolata dall’essere focolare all’essere focolaio.
Figlia di Saturno, Giunone ci mostra come i ruoli possano imprigionarci in dinamiche che ci allontanano dall’Essenza.
Lei non è la moglie tradita. È oltre questo.
Sono le dinamiche karmiche ad averla inglobata, perché queste dinamiche sono sempre distruttive.
Ci allontanano da ciò che siamo veramente.
E finché si ripresentano, significano che abbiamo un’identità animica da ripristinare.
Altrimenti il nostro autentico Fuoco interiore rimane inespresso, potere vulcanico che ribolle senza trovare sfogo.
Secondo Omero, Giunone era nemica dei Troiani perché Paride aveva dato la mela della bellezza a Venere anziché a lei. Ma Venere è uno degli aspetti della stessa bellezza giunonica, quella bellezza che Giunone non riconosce più in sé stessa, perché l’ha proiettata altrove, perché l’ha dimenticata.
Dobbiamo tornare a essere quel tempio integro, caleidoscopio di luce, che invita a entrare a piedi scalzi, con sacralità .
Quel tempio dove arde sempre la Fiamma, viva, nutriente, luminosa.
Centro propulsore di Bellezza e Giustizia.
E soprattutto della nostra intima Essenza.
In Verità . Sempre.
Con infinita Gratitudine.
Tiziana Fenu
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Alonso Cano — "La Dea Giunone", 1638
Primo Marzo Matronalia /Giunone


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