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lunedì, marzo 30, 2026

💛 Nenniri/Adone /Gadoni

 

[...] Questo significa che il Carrasegare sardo affonda le radici nei Misteri Mediterranei e nel dramma di Adone. 

In questa dimensione, si colloca l'origine del Carrasegare nel contesto degli antichi Misteri mediterranei, superando i semplici parallelismi con i Saturnalia romani.

Si identifica, nel Dio della Natura che muore e rinasce (Adone nella tradizione semitica, Dioniso Mainoles/Maimone in quella sarda) il cuore del rituale. 

Ed è proprio nella dimensione della primavera, della resurrezione, che la figura di Adone in particolare, nella ritualistica ancestrale della Sardegna, assume una figura di altissimo valore semantico. 

Nel contesto delle complesse stratificazioni rituali e simboliche che caratterizzano la cultura sarda, la consuetudine del Giovedì Santo di presentare in chiesa su Nenniri, un vaso contenente germogli di grano seminati nel Mercoledì delle Ceneri e fatti crescere al buio, per poi essere adornati con fiori e nastri, si rivela non come una semplice usanza agreste, ma come un denso palinsesto mitico-rituale. 

Questa pratica, culminante nella combustione cerimoniale dei germogli per fini fumigatori, cela in sé una profonda semantica sacrale che affonda le sue radici nei Sacri Misteri del Mediterraneo antico, particolarmente nel dramma del dio Adone, secondo l’ermeneutica proposta da studiosi come Dedola.

Il rigore metodologico con cui i germogli vengono mantenuti in assenza di luce, sviluppando così un pallido giallo eburneo, trascende la mera tecnica colturale. 

Esso si configura come una metafora liturgica della germinazione, del sorgere e del risorgere dell’astro solare dalle tenebre. 

Tale simbologia solare, intrinsecamente connessa al ciclo vegetale, si è poi perfettamente saldata, in un sincretismo culturale di lunga durata, alla metafora cristologica della morte e resurrezione, dove Cristo è spesso identificato come Sol Invictus.

L’ornamento floreale che accompagna questi germogli solari non è meramente decorativo. 

La parola sarda per fiore, “frori”, risuona dell’eco fonico-semantico del nome Afrodite, dea dell’Amore e della Natura, il cui culto in Sardegna è storicamente attestato e strettamente legato a quello del dio sirio-fenicio Adone. 

Le rovine del tempio di Astarte (sincretizzata con Afrodite, Iside e Athor) sulla Sella del Diavolo a Cagliari, con il suo orientamento solstiziale affine a quello del Pozzo Sacro di Santa Cristina, furono sede di ierodulia, sottolineando il carattere iniziatico e di sacralità femminile del luogo. 

In questo pantheon mediterraneo, la dea Tanit, identificata con Astarte, Afrodite, Artemide e, significativamente, con Demetra, dea delle messi, occupa un ruolo centrale. Il suo legame con Neith, dea tessitrice egizia, si materializza nella celebre raffigurazione simbolica del concio di Tresnuraghes, evocando un archetipo di divinità madre, tessitrice del destino e garante della fecondità.

In questo quadro si inseriscono le Adonie, feste celebrative in onore di Adone, amante di Afrodite, attestate nel V secolo a.C. 

Esse commemoravano la resurrezione del dio, ucciso da un cinghiale, attraverso riti che includevano le Erma, le composizioni di fiori, frutti e dolci a base di farina, miele ed estratti floreali. 

Il parallelo con su Nenniri sardo, preparato a metà Quaresima con semi di grano, orzo e lino, fatto crescere al buio e poi sfarzosamente adornato con simboli di fertilità come pietre e oro, è stringente. 

L’etimo di Nenniri dall’accadico Niru (preghiera), raddoppiato, ne suggerisce un’antichissima origine semitica.

La geografia stessa della Sardegna reca tracce di questo culto. 

Il villaggio di Gadoni e il nuraghe Adoni, dominanti una gola selvaggia, riecheggiano nel nome il teonimo Adone e il fiume fenicio Adoni, le cui acque, secondo il mito, si tingevano di rosso per il sangue del dio pianto dalle sue vestali. 

Adone, il cui nome potrebbe significare “Signore” (dall’ebraico Adonai, appellativo divino) o, in altra interpretazione, “zoppo del cielo”(Ad-Un), allude alla sua morte per ferita alla coscia. 

La zoppia, traslata in danza cifrata secondo una ritmica numerica particolare, nei Mamuthones in particolare, o nelle danze ritualistiche inaugurali della cerimonia del Fuoco, che apre il Carrasegare, diventa riflesso di questo archetipale stigma fertilizzante, necessario. 

Dal suo sangue, fecondatore come quello del Cristo sul Golgota, germogliarono anemoni rossi, in un’immagine di sacrificio fecondo che trova preciso riscontro nel Vangelo di Giovanni: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24).

Questo complesso simbolismo si articola in una vera e propria teologia del seme e della spiga. 

La spiga, unità tagliata che genera molteplicità, evoca il corpo smembrato di Osiride, da cui germogliano 28 spighe, numero corrispondente al ciclo lunare, cuore dei Misteri eleusini dedicati a Demetra e Persefone. 

La spiga rappresenta il corpo di luce, l’essenza trasfigurata (Horus, l’oro alchemico), che può nascere solo da un cuore “vergine”, incorrotto. 

La sua trasformazione in farina e poi in pane, impastata con l’“acqua amniotica” del principio femminile (Iside), costituisce il “sacrum facere”, il sacrificio necessario alla rigenerazione. 

L’Eucaristia cristiana del “pane di vita” affonda qui le sue radici più remote, in un processo di “osirificazione” o divinizzazione attraverso la distruzione e la rinascita.

Anche i simboli pasquali più familiari rivelano strati profondi. L’ulivo, unito alla palma, non è solo segno di pace, ma richiama l’olio dell’unzione del Cristo (il “Consacrato”). L’estrazione dell’olio mediante frantumazione del frutto è metafora della destrutturazione della materia per giungere all’essenza pura. 

La palma, a sua volta, simbolo dell’albero della vita, della colonna vertebrale (il Djed egizio) e della rigenerazione, trova una potente sintesi nei Giganti di Mont’e Prama, figure di uomini-eroi divinizzati, scolpite in una località il cui toponimo evoca proprio le palme.

In questa complessa trama si inserisce la simbologia del Carrasegare sardo. 

Il dramma di Adone, con la sua morte violenta per opera del cinghiale (animale selvatico, “aresti” in sardo, dalla radice che richiama il guerriero Ares/Marte, collegato alla simbologia dei Sacri Ancilia, di Mamurio, de Su Battileddu e del Martedì grasso, e di Maimone, come vedremo più avanti ), e la sua successiva resurrezione, costituiscono un archetipo di morte e rinascita che è il cuore pulsante dei carnevali arcaici sardi. 

I Sos Murronarzos di Olzai, con le loro maschere cinghialesche, o altre figure teriomorfe dei carnevali barbaricini, incarnano questo principio di Caos, ferinità e sacrificio necessario (il Carrasegare, appunto, “carne da tagliare”) che precede e prepara il rinnovamento della primavera e il ritorno all’ordine. 

La lotta rituale tra il principio ordinato della comunità e la forza selvaggia e feconda del cinghiale/Adone/Ares riflette lo stesso mitema.

La sfera lessicale sarda conferma queste connessioni profonde. 

Oltre a “frori” e “aresti”, si consideri il verbo “affroddiai” (“mescolare”, “dire sciocchezze”), che potrebbe conservare la memoria dell’impasto caotico dei dolci rituali o delle litanie delle devote, e l’aggettivo affranto, forse legato all’immagine di Afrodite afflitta (affranta) per la morte dell’amato. 

Anche la forma chiusa a spiga dei “culurgiones” sardi o la tecnica costruttiva a spina di pesce nei paramenti murari nuragici, ribadiscono il valore ierofanico della spiga come simbolo di immortalità, abbondanza e rigenerazione ciclica.

Su Nenniri emerge quindi come un potentissimo ierogramma, un concentrato di simboli che, dalla preistoria mediterranea e simbologia sarda in particolare, giunge intatto alla ritualità cristiana. 

Esso incarna il perenne mistero del sacrificio fecondo (di Adone, del seme, di Cristo), la discesa nelle tenebre necessaria alla rinascita nella luce, e il ruolo mediatore del principio femminino divino (Tanit/Astarte/Afrodite/Iside/Demetra) come forza rigeneratrice. 

La Sardegna, con i suoi toponimi, i suoi resti archeologici, la sua lingua e le sue maschere carnevalesche, si conferma così come un eccezionale archivio vivente dei Grandi Misteri del Mediterraneo, dove il dramma di Adone e la simbologia del Carrasegare continuano a parlare, con voce sommessa ma persistente, il linguaggio eterno della morte e della resurrezione della vita.

La ritualistica del Carrasegare è un vero e proprio dramma sacro che rappresenta la passione, morte e resurrezione di questa divinità, essenziale per evocare il ritorno della fertilità e delle piogge[...] "

Tratto dal mio libro

" Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l’Ordine "

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[...] Ma, riguardo la simbologia presente, attraverso la Nun e la Dalet, insieme, che formano la Tau dei Giudici Divini, nel simbolo della tribù dei Dan, mi sono chiesta in quale altro contesto, i nostri Avi avessero manifestato questo concetto di Giudizio Divino, oltre al simbolo della loro tribù. 

La risposta, entusiasmante, l'ho trovata nella proprio nostra straordinaria scacchiera di Pubusattile. 

Questa scacchiera, di cui sono innamorata, non smette mai di rivelarmi connessioni profonde.

La chiave di tutto risiede nel numero 64, il numero delle caselle della scacchiera (8 x 8). 

Attraverso la Ghematria, la scienza che assegna un valore numerico alle lettere ebraiche, ho scoperto che il numero 64 è il valore della parola ebraica "דין" (Din), che significa "GIUDIZIO". 

Non un giudizio punitivo, ma il principio divino della Legge, della Giustizia assoluta e del discernimento. 

Nella Cabala, "Din" è una delle Sefirot, associata a Dio come Giudice (Elohim). 

È la conferma perfetta di ciò che avevo intuito: la Nun e la Dalet del simbolo di Dan significano "Giudici" e il loro messaggio è cifrato proprio nelle 64 caselle di Pubusattile.

Ma le corrispondenze non finiscono qui. Il numero 64 in ebraico rivela un intero universo di concetti fondanti della nostra civiltà:


גָּדוֹל (Gadol): "Grande". È l'attributo di Dio, "El Gadol", il Dio Grande. Troviamo una traccia di questo nel culto di "Su Nenniri", legato al dio Adone, e in un villaggio come Gadoni con il suo nuraghe Adoni.


Tratto dal mio libro 

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Tiziana Fenu 

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Link relativi a su Nenniri 

https://maldalchimia.blogspot.com/2020/04/pensavo-ad-una-parola-oggi-che-mi-piace.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2026/03/adonegadoni-nenniri.html?m=0

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