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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

martedì, marzo 31, 2026

💛 Gli Uomini senza Ombra (libro)

 

"[...] I primi Uomini Vitruviani erano proprio i Giganti di Mont'e Prama, con la loro precisa Geometria aurea di proporzioni corporee, parametrate alla cintura di Orione e alle proporzioni auree della Geometria Sacra di cui portano il marchio esagonale sul mento, come quel fiore della vita a sei punte, intagliato nella maschera dei Boes.
È questo, e molto altro, il mio "viaggio alchemico" attraverso il “tempo/non tempo”.
Un tempo dove la magnificenza di questa terra e degli Eroi che la vollero rappresentare, svetta sul loro capo, come un sole allo Zenit.
Gli “Uomini senza Ombra”.
Dove astri e sole si congiungono, e non formano ombra sotto i piedi, perché sono nel regno dell’immortalità, di cui ancora sentiamo il profumo.
Uomini rappresentativi di una Civiltà che ho cercato di interpretare e raccontare, in totale accoglienza e sacralità, poiché altrettanta, ne ho riscontrato in essa, ripercorrendo una tessitura che ha coinvolto anche altre civiltà, altre culture.
[...] Gli antichi Sardi avevano capito bene cosa creavano insieme.
Creavano il tempo del "non spazio".
Una dimensione a sé.
Così come l'hanno creata nella griglia-scacchiera di Pubusattile, nella Domu de Jana di Villanova Monteleone.
La nuova dimensione del defunto.
Dove non esiste il tempo.
Dove il tempo si ferma.
Gli antichi Sardi sono i grandi creatori del Non Tempo.
Avevano capito come fermarlo. Come trarne energia.
Dal Sole, all'Azimuth nelle stele delle Tombe dei Giganti.
Dentro i pozzi Sacri, dentro il nuraghe.
Quel momento senza "ombra ", è il momento in cui si sta insieme al Sole che "solstizia ".
Ci si ferma con il Sole.
Ci si "addormenta "un po con il Sole, e con esso si può essere in uno Spazio-Tempo, che esula dalla dimensione materiale.
Come se non si esistesse.
Perché il Sole al suo Zenith non crea ombre.
E chi non ha ombre, non esiste.
Perlomeno nella dimensione temporale.
Esiste in quell'attimo di eternità che diventa divino.
Come quel Gigante di Mont'e Prama che sembra si ripari la testa dallo scudo.
Ma perché rappresentare un guerriero, un eroe, con uno scudo in testa?
Non sarebbe stato più logico rappresentarlo con uno scudo davanti, in segno di protezione e difesa?
Ma è proprio questa posizione corporea ad Azimuth, che mi fa pensare al Sole che cade in perpendicolare sulla testa, sia un gesto istintivo di protezione dai raggi solari forse troppo forti ( e come potevano rappresentare un sole che batte all'azimuth, senza ombra, se non rappresentandone una protezione istintiva? ), in un momento in cui, essendo "senza ombra sotto i piedi", non si appartiene a questa dimensione, quindi ad una dimensione del "divino", dove il tempo si è fermato un attimo.
I greci chiamavano i Sardi il "popolo dei dormienti", perché le loro "incubazioni" non avvenivano per ricevere risposte dagli spiriti delle divinità, ma per abbandonarsi all'oblio del "senza tempo", dell'eterno.
[...] Leggendo l'epopea di Gilgamesh, ho capito che il diluvio, l'acqua, nasce dal "sonno" e si può sopravvivere solo "ricordando" attraverso il simbolo del trilobato.
Il diluvio non è solo una catastrofe, ma un processo necessario per accedere all'oblio e, attraverso di esso, alla memoria più profonda.
I Sardi erano chiamati "il popolo dei dormienti" perché praticavano l'incubazione non per chiedere, ma per abbandonarsi all'oblio del "senza tempo" e ricordare la loro origine divina.
Erano "uomini senza ombra" nel momento azimutale del sole, sospesi in un'altra dimensione.
Onorare l'acqua nei pozzi sacri, dove Sole e Luna si incontrano, è onorare il dio Maimone. "Maimone" e "Memoria" condividono la radice "Mem", che significa "acqua".
L'acqua è sia distruttiva che salvifica, è l'acqua dell'oblio e l'acqua della memoria.
Noi Sardi,  siamo fuoco e Acqua, Nun e Nur.
Il diluvio è una figura archetipica che ci permette di entrare nella dimensione acquatica, amniotica, della memoria per ricordare chi eravamo.
Gli Dei sulla Terra.
Abbiamo eretto migliaia di nuraghi come templi della memoria, per non dimenticare la nostra origine atlantidea, il regno dell'acqua diamantina.
E il simbolo "Y" non è altro che una configurazione del trilobato, lo scettro della nostra divinità creatrice.
Siamo noi i Custodi della Memoria del Trilobato[...] "

Tratto dal mio libro
"Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna"
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Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com

Gli uomini senza Ombra ( libro)




 


lunedì, marzo 30, 2026

❤️ Sono stata in un angolo

 

Sono stata

in un angolo del cuore

per tante vite.

Rannicchiata

sotto il  grembo muschiato

di Madre Terra.

Sentivo i tuoi passi lievi

rimbalzarmi sul cuore.

Ma ancora troppo distanti.

Come orme

che non toccano il terreno.

Un cuore

senza il peso della gravità.

Eppure ne sentivo la presenza.

Quel richiamo

che mi ancorava alla terra.

Nel cercarti

tra i gusci delle ghiande vuote.

Negli squarci dei fulmini

nel terreno.

Nelle fenditure delle assi di legno

raggrinzite dal sole

ma che ancora reggevano

la carezza dei tramonti

e la maestosità delle albe.

Sono stata appollaiata

lungo le recinzioni del mio cuore

sperando che tu

per un qualsiasi banale motivo

ti ricordassi la via di casa.

La via del ritorno.

Fino a quando

non ho smesso di aspettare.

E mi sono fatta cerchio

di vibrazioni che mi arrivavano

dai tuoi passi ovattati.

Sempre più piccoli.

Sempre più vicini.

Sempre più stretti al mio cuore.

Come un lazo del quale tu

tenevi l'estremità.

Ho arrotolato quel lazo

tra le dita.

Ne ho fatto promessa

sigillata da un bacio.

E l'ho lasciato andare.

Come aquilone che vibra

prima di prendere il volo.

È stato fermo.

Come un coriandolo

incastonato nel cielo.

Invece il volo l'ho preso io.

Era il ricordo di te,

che mi teneva

Imprigionata a te.

Mi teneva bassa.

Dove potevo percepire solo

il tuo riverbero.

Raggiungerti è stato come

salire a propulsione.

Come un palloncino

che svuotandosi

si libera dalla forma.

Ti ho raggiunto nel cuore.

Nella Fiamma che mai

ha smesso di ardere.

Ti ho raggiunto

in quell'energia

che ci ha dato forma

nel primo vagito d'amore

su questa terra.

Ti ho raggiunto.

E ti ho baciato.

E due universi

hanno creato

una nuova costellazione d'Amore.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
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Tratto dal mio libro
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Sono stata in un angolo ( libro)







💛 Nenniri/Adone /Gadoni

 

[...] Questo significa che il Carrasegare sardo affonda le radici nei Misteri Mediterranei e nel dramma di Adone. 

In questa dimensione, si colloca l'origine del Carrasegare nel contesto degli antichi Misteri mediterranei, superando i semplici parallelismi con i Saturnalia romani.

Si identifica, nel Dio della Natura che muore e rinasce (Adone nella tradizione semitica, Dioniso Mainoles/Maimone in quella sarda) il cuore del rituale. 

Ed è proprio nella dimensione della primavera, della resurrezione, che la figura di Adone in particolare, nella ritualistica ancestrale della Sardegna, assume una figura di altissimo valore semantico. 

Nel contesto delle complesse stratificazioni rituali e simboliche che caratterizzano la cultura sarda, la consuetudine del Giovedì Santo di presentare in chiesa su Nenniri, un vaso contenente germogli di grano seminati nel Mercoledì delle Ceneri e fatti crescere al buio, per poi essere adornati con fiori e nastri, si rivela non come una semplice usanza agreste, ma come un denso palinsesto mitico-rituale. 

Questa pratica, culminante nella combustione cerimoniale dei germogli per fini fumigatori, cela in sé una profonda semantica sacrale che affonda le sue radici nei Sacri Misteri del Mediterraneo antico, particolarmente nel dramma del dio Adone, secondo l’ermeneutica proposta da studiosi come Dedola.

Il rigore metodologico con cui i germogli vengono mantenuti in assenza di luce, sviluppando così un pallido giallo eburneo, trascende la mera tecnica colturale. 

Esso si configura come una metafora liturgica della germinazione, del sorgere e del risorgere dell’astro solare dalle tenebre. 

Tale simbologia solare, intrinsecamente connessa al ciclo vegetale, si è poi perfettamente saldata, in un sincretismo culturale di lunga durata, alla metafora cristologica della morte e resurrezione, dove Cristo è spesso identificato come Sol Invictus.

L’ornamento floreale che accompagna questi germogli solari non è meramente decorativo. 

La parola sarda per fiore, “frori”, risuona dell’eco fonico-semantico del nome Afrodite, dea dell’Amore e della Natura, il cui culto in Sardegna è storicamente attestato e strettamente legato a quello del dio sirio-fenicio Adone. 

Le rovine del tempio di Astarte (sincretizzata con Afrodite, Iside e Athor) sulla Sella del Diavolo a Cagliari, con il suo orientamento solstiziale affine a quello del Pozzo Sacro di Santa Cristina, furono sede di ierodulia, sottolineando il carattere iniziatico e di sacralità femminile del luogo. 

In questo pantheon mediterraneo, la dea Tanit, identificata con Astarte, Afrodite, Artemide e, significativamente, con Demetra, dea delle messi, occupa un ruolo centrale. Il suo legame con Neith, dea tessitrice egizia, si materializza nella celebre raffigurazione simbolica del concio di Tresnuraghes, evocando un archetipo di divinità madre, tessitrice del destino e garante della fecondità.

In questo quadro si inseriscono le Adonie, feste celebrative in onore di Adone, amante di Afrodite, attestate nel V secolo a.C. 

Esse commemoravano la resurrezione del dio, ucciso da un cinghiale, attraverso riti che includevano le Erma, le composizioni di fiori, frutti e dolci a base di farina, miele ed estratti floreali. 

Il parallelo con su Nenniri sardo, preparato a metà Quaresima con semi di grano, orzo e lino, fatto crescere al buio e poi sfarzosamente adornato con simboli di fertilità come pietre e oro, è stringente. 

L’etimo di Nenniri dall’accadico Niru (preghiera), raddoppiato, ne suggerisce un’antichissima origine semitica.

La geografia stessa della Sardegna reca tracce di questo culto. 

Il villaggio di Gadoni e il nuraghe Adoni, dominanti una gola selvaggia, riecheggiano nel nome il teonimo Adone e il fiume fenicio Adoni, le cui acque, secondo il mito, si tingevano di rosso per il sangue del dio pianto dalle sue vestali. 

Adone, il cui nome potrebbe significare “Signore” (dall’ebraico Adonai, appellativo divino) o, in altra interpretazione, “zoppo del cielo”(Ad-Un), allude alla sua morte per ferita alla coscia. 

La zoppia, traslata in danza cifrata secondo una ritmica numerica particolare, nei Mamuthones in particolare, o nelle danze ritualistiche inaugurali della cerimonia del Fuoco, che apre il Carrasegare, diventa riflesso di questo archetipale stigma fertilizzante, necessario. 

Dal suo sangue, fecondatore come quello del Cristo sul Golgota, germogliarono anemoni rossi, in un’immagine di sacrificio fecondo che trova preciso riscontro nel Vangelo di Giovanni: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24).

Questo complesso simbolismo si articola in una vera e propria teologia del seme e della spiga. 

La spiga, unità tagliata che genera molteplicità, evoca il corpo smembrato di Osiride, da cui germogliano 28 spighe, numero corrispondente al ciclo lunare, cuore dei Misteri eleusini dedicati a Demetra e Persefone. 

La spiga rappresenta il corpo di luce, l’essenza trasfigurata (Horus, l’oro alchemico), che può nascere solo da un cuore “vergine”, incorrotto. 

La sua trasformazione in farina e poi in pane, impastata con l’“acqua amniotica” del principio femminile (Iside), costituisce il “sacrum facere”, il sacrificio necessario alla rigenerazione. 

L’Eucaristia cristiana del “pane di vita” affonda qui le sue radici più remote, in un processo di “osirificazione” o divinizzazione attraverso la distruzione e la rinascita.

Anche i simboli pasquali più familiari rivelano strati profondi. L’ulivo, unito alla palma, non è solo segno di pace, ma richiama l’olio dell’unzione del Cristo (il “Consacrato”). L’estrazione dell’olio mediante frantumazione del frutto è metafora della destrutturazione della materia per giungere all’essenza pura. 

La palma, a sua volta, simbolo dell’albero della vita, della colonna vertebrale (il Djed egizio) e della rigenerazione, trova una potente sintesi nei Giganti di Mont’e Prama, figure di uomini-eroi divinizzati, scolpite in una località il cui toponimo evoca proprio le palme.

In questa complessa trama si inserisce la simbologia del Carrasegare sardo. 

Il dramma di Adone, con la sua morte violenta per opera del cinghiale (animale selvatico, “aresti” in sardo, dalla radice che richiama il guerriero Ares/Marte, collegato alla simbologia dei Sacri Ancilia, di Mamurio, de Su Battileddu e del Martedì grasso, e di Maimone, come vedremo più avanti ), e la sua successiva resurrezione, costituiscono un archetipo di morte e rinascita che è il cuore pulsante dei carnevali arcaici sardi. 

I Sos Murronarzos di Olzai, con le loro maschere cinghialesche, o altre figure teriomorfe dei carnevali barbaricini, incarnano questo principio di Caos, ferinità e sacrificio necessario (il Carrasegare, appunto, “carne da tagliare”) che precede e prepara il rinnovamento della primavera e il ritorno all’ordine. 

La lotta rituale tra il principio ordinato della comunità e la forza selvaggia e feconda del cinghiale/Adone/Ares riflette lo stesso mitema.

La sfera lessicale sarda conferma queste connessioni profonde. 

Oltre a “frori” e “aresti”, si consideri il verbo “affroddiai” (“mescolare”, “dire sciocchezze”), che potrebbe conservare la memoria dell’impasto caotico dei dolci rituali o delle litanie delle devote, e l’aggettivo affranto, forse legato all’immagine di Afrodite afflitta (affranta) per la morte dell’amato. 

Anche la forma chiusa a spiga dei “culurgiones” sardi o la tecnica costruttiva a spina di pesce nei paramenti murari nuragici, ribadiscono il valore ierofanico della spiga come simbolo di immortalità, abbondanza e rigenerazione ciclica.

Su Nenniri emerge quindi come un potentissimo ierogramma, un concentrato di simboli che, dalla preistoria mediterranea e simbologia sarda in particolare, giunge intatto alla ritualità cristiana. 

Esso incarna il perenne mistero del sacrificio fecondo (di Adone, del seme, di Cristo), la discesa nelle tenebre necessaria alla rinascita nella luce, e il ruolo mediatore del principio femminino divino (Tanit/Astarte/Afrodite/Iside/Demetra) come forza rigeneratrice. 

La Sardegna, con i suoi toponimi, i suoi resti archeologici, la sua lingua e le sue maschere carnevalesche, si conferma così come un eccezionale archivio vivente dei Grandi Misteri del Mediterraneo, dove il dramma di Adone e la simbologia del Carrasegare continuano a parlare, con voce sommessa ma persistente, il linguaggio eterno della morte e della resurrezione della vita.

La ritualistica del Carrasegare è un vero e proprio dramma sacro che rappresenta la passione, morte e resurrezione di questa divinità, essenziale per evocare il ritorno della fertilità e delle piogge[...] "

Tratto dal mio libro

" Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l’Ordine "

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[...] Ma, riguardo la simbologia presente, attraverso la Nun e la Dalet, insieme, che formano la Tau dei Giudici Divini, nel simbolo della tribù dei Dan, mi sono chiesta in quale altro contesto, i nostri Avi avessero manifestato questo concetto di Giudizio Divino, oltre al simbolo della loro tribù. 

La risposta, entusiasmante, l'ho trovata nella proprio nostra straordinaria scacchiera di Pubusattile. 

Questa scacchiera, di cui sono innamorata, non smette mai di rivelarmi connessioni profonde.

La chiave di tutto risiede nel numero 64, il numero delle caselle della scacchiera (8 x 8). 

Attraverso la Ghematria, la scienza che assegna un valore numerico alle lettere ebraiche, ho scoperto che il numero 64 è il valore della parola ebraica "דין" (Din), che significa "GIUDIZIO". 

Non un giudizio punitivo, ma il principio divino della Legge, della Giustizia assoluta e del discernimento. 

Nella Cabala, "Din" è una delle Sefirot, associata a Dio come Giudice (Elohim). 

È la conferma perfetta di ciò che avevo intuito: la Nun e la Dalet del simbolo di Dan significano "Giudici" e il loro messaggio è cifrato proprio nelle 64 caselle di Pubusattile.

Ma le corrispondenze non finiscono qui. Il numero 64 in ebraico rivela un intero universo di concetti fondanti della nostra civiltà:


גָּדוֹל (Gadol): "Grande". È l'attributo di Dio, "El Gadol", il Dio Grande. Troviamo una traccia di questo nel culto di "Su Nenniri", legato al dio Adone, e in un villaggio come Gadoni con il suo nuraghe Adoni.


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Tiziana Fenu 

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Link relativi a su Nenniri 

https://maldalchimia.blogspot.com/2020/04/pensavo-ad-una-parola-oggi-che-mi-piace.html?m=0

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Nenniri/Adone/Gadoni










domenica, marzo 29, 2026

❤️ Permetto a me stessa ( libro)

 Permetto a me stessa


di essere libera


dalle mie stesse paure. 


Il dolore che sento


è il dolore


del Mio Primo Parto. 


Quello che ha dato alla Luce


Me Stessa. 


Come se volessi esplodere


come una Supernova


attraverso la mia stessa pelle. 


Fanno male persino le vene. 


Abituate a far fluire solo sangue. 


Mentre la densità della mia Anima


acquisisce spessore


anche nella Materia. 


Mi pulsa dentro. 


Prepotente. 


Batte sulle pareti. 


Come una noce


dentro un gheriglio


che non può più fermarla. 


Una noce come


l'Essenza del mio Intelletto. 


Quello di Corpo, Cuore, Anima e Mente. 


Le mie nuove coordinate


del mio nuovo Tempio in terra. 


A cui nessuno può imporre


altre direzioni. 


Un'Essenza oleosa


che lubrifica ogni mia resistenza. 


Che si miscela al miele


della mia produttività. 


Del mio manifestarmi in Essenza. 


Nulla era andato perduto. 


Prendeva solo nuove Forme. 


Che non ho riconosciuto


finché non mi hanno lacerato la carne. 


Lenita oggi 


da quella miscela 


di olio di noce e miele


che cauterizza 


dove ho sempre aspettato altre mani


che sentissero. 


Altri occhi che vedessero. 


Ora mi vedo. 


Non ero persa. 


Mi preparavo a rinascere 


a me stessa. 



Tiziana Fenu 

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Permetto a me stessa ( libro)





💙 Fai come il lanciatore di coltelli ( libro)

 Fai come il lanciatore di coltelli, che tira intorno al corpo. 

Scrivi amore senza nominarlo, la precisione sta nell’evitare. 

Distraiti dal vocabolo solenne, già abbuffato. 

Punta al bordo. 

Costeggia. 

Il lanciatore di coltelli tocca da lontano. 

L’errore è di raggiungere il bersaglio, la grazia è di mancarlo.

Il lanciatore di coltelli danza con l'ombra del pericolo. 

La sua arte non è l’uccisione, ma la carezza che sfiora senza ferire, il sibilo che traccia un confine invisibile tra la vita e la sua sospensione. 

Ogni lama che vola è una promessa non mantenuta, un giuramento che si infrange un millimetro prima della pelle. 

Non affonda mai il colpo letale, perché il suo trionfo è nell’eternare l'attimo, nel prolungare il brivido di ciò che potrebbe accadere e che mai accadrà. 

Finirebbe lo spettacolo, e con esso, il sogno.

Ma l'amore non è uno spettacolo. Non esige spettatori plaudenti, né sipari che si chiudono su un abbraccio di maniera. 

L'amore è una vertigine che si consuma nell'intimità di due solitudini che si riconoscono, un patto sigillato nel silenzio, non nella luce accecante del palco. Esistono anime che si adagiano, con voluttà quasi sacrilega, in questa dimensione di confine, di limbo sottile tra il desiderio e il suo compimento. 

Trovano un'appagamento più sottile, più raffinato, nello sfiorarsi perpetuo, nel non varcare mai la soglia. 

Mandano avanti lo spettacolo innumerevoli volte, ingranaggi perfetti di una giostra che gira a vuoto, cullati dal brivido del "detto/non detto", dall'alludere senza possedere, dal fare e disfare con la grazia di un architetto di ragnatele.

Costeggiano i bordi come funamboli che temono la solidità della terra più del vuoto. Mantengono alta quella vibrazione, quella tensione erotica, "erotica" nel senso più autentico, quello che attinge alla spinta vitale, all'eros primigenio che muove il mondo, l'arte raffinata di alludere a un nucleo incandescente che non vogliono veder precipitare dalla ruota che gira. 

Sempre sulla giostra dei possibili, sempre sul crinale dell'illusione. Ma pur sempre sul crinale. 

Mai nella materia.

Eppure, il vero brivido, l'autentica emozione, non dimora nell'aria rarefatta delle possibilità. 

Essa esige l'incarnazione. 

Esige la materia. 

Emo-zione. 

Non è un caso che la parola stessa porti in grembo il sangue, “emo”, il principio vitale che scorre e pulsa. L'azione che si fa sangue, che diventa carne, che trasforma l'idea in presenza. 

Restare nella Dimensione di confine, nel regno delle ombre proiettate sul muro della caverna, non è di per sé né edificante né svilente. È una scelta, una postura dell'anima.


Mentre scrivevo, ho pensato che si comportano così, i narcisisti. 

Sì, anche loro. 

Prigionieri di un riflesso, amanti di un'immagine che non può ferire perché non può amare. 

Ma lo fanno anche coloro che sono stati marchiati a fuoco dall'amore, che ne hanno bevuto il calice avvelenato fino all'ultima stilla di fiele. 

Il vocabolo stesso, "amore", è per loro una parola nauseabonda, profanata, svuotata di senso da chi l'ha sussurrata come un inganno. Lo fanno coloro che hanno imparato a diffidare della sostanza e si sono fatti poeti dell'alone.

E penso anche a chi, invece, questo concetto l'ha sublimato in una dimensione quasi mistica, elevandolo a rito, a magia. 

Costoro tengono l'amore in un'icona d'oro, in una teca di purezza, nella perfezione inarrivabile del tiro, nella grazia immacolata del gesto. 

E allora costeggiano i bordi, ma per dilatare i confini del dicibile, per tracciare cerchi concentrici di parole scritte, di emozioni narrate, di storie dentro le storie che alludono all'indicibile senza mai nominarlo.

A volte, semplicemente, questa "grazia che si ha nell'evitarlo" non è solo armonia formale, equilibrio estetico. 

È Grazia divina, discendente, una forma inconscia di autoprotezione, un diaframma che l'anima oppone per non ricevere un solo grammo in più di sofferenza. 

È il sesto senso di chi ha già toccato il fondo e sa che ogni passo oltre quella linea sottile potrebbe essere l'ultimo. 

Per alcuni, il lieve assaggio sazia più del pasto completo. L'indigestione, troppe volte patita, ha insegnato a riconoscere la nausea prima ancora di portare il cibo alle labbra.

L'amore, quello vero, quello che chiede di essere nominato anche solo con un tremito, richiede Presenza. 

Richiede reciprocità. 

Ed è qui che la metafora del lanciatore rivela il suo inganno. Nello spettacolo del lanciatore di coltelli non vi è vero incontro. 

Vi è un dislivello incolmabile. 

Uno subisce, l'altro agisce. 

Uno offre il suo corpo come perimetro del gioco, l'altro disegna nell'aria il proprio potere assoluto. Uno si fida ciecamente dell'altro. L'altro si fida solo di se stesso, della propria mano, del proprio occhio infallibile. 

Altrimenti finirebbe lo spettacolo. Il suo spettacolo.

Lo snodo cruciale che esemplifica il paradosso dell'amore è proprio qui, in questo squilibrio che deve farsi danza paritaria. 

Per amare, per imparare a spogliarsi dell'armatura, devi fidarti dell'altro più di quanto ti fidi di te stesso. 

Devi consegnargli i coltelli, invertire i ruoli, accettare di diventare tu il bersaglio, senza la certezza che la sua mira sia altrettanto precisa. 

Devi rinunciare al controllo, alla calcolatrice delle angolazioni, alla geometria della distanza di sicurezza. 

L'amore non ha nulla a che vedere con la logica.

Ma per proteggere il cuore, sì, la logica del lanciatore funziona alla grande. 

Tiene a bada il mostro, impedisce alla ferita di riaprirsi. 

E così lo spettacolo, la finzione ben oleata, continua. 

Mettiamo in scena quel che realmente siamo. 

Non il nostro coraggio di amare, ma le nostre più intime, segrete paure. 

Quelle che solo l'amore, con la sua forza di gravità spietata e salvifica, potrebbe davvero, intimamente, sanare.


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

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Tratto dal mio libro 

"Maldalchimia. Di Ombre e Luminescenze" Volume I

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