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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

mercoledì, aprile 07, 2021

💛La Dea Madre Sarda, coniglio e uovo pasquale

 La Dea Madre Sarda, coniglio e uovo pasquale 


Perché è lei, la dea Madre Sarda, colei che davvero rappresenta la Pasqua.

L'Easter, colei che sta ad est, alla destra del braccio di Orione, colui che indica la via della rinascita, della resurrezione astrale, lungo la via Lattea.

Sirio/cintura di Orione/Aldebaran, "s'ogu de fogu", l'occhio di fuoco della trasformazione alchemica in esseri divinizzati. 

Le tre Dee Madri Sarde, tutte alla destra di quell'Orione/Osiride, che sovrapposto alla cartina della Sardegna, le corrisponde perfettamente, con cintura di Orione su Oristano e braccio destro sull'Asinara.


Tre Dee Madri che sorgono ad est, come l'Easter, la Pasqua.che celebra la nascita del Femminino, l'unico elemento, in integrazione con il Maschile, che può consentire la rinascita, la resurrezione. 

Come Iside, che è contenuta, nelle due vocali "SD", nella parola Osiride, che contiene le consonanti SRD, come Sardegna. 

Poiché Iside, il Sacro Femminino, fu in grado di ricompattare il corpo smembrato di Osiride, poiché in ogni frammento essa si riconosceva in esso, e il sacrificio del suo fallo, ingoiato dall'Ossirico, valse la fertilità del Nilo. 

Come il sacrificio necessario del Cristo, a cui la sua controparte Femminile, la Miriam, la Maddalena, fu affidato il tenerne viva la memoria, sacralizzando questo legame d'amore puro e custodendone la discendenza, il Sangue Reale, il Sacro Graal. 

WoMan. 

La parola "donna", in inglese, ha la "W" e la "M" iniziali di Woman(donna) e Man(uomo). 

Due consonanti speculari. 

Come la M del Sacro Archetipo Ebraico Mem, il tredicesimo, che simboleggia l'acqua, e il ventunesimo, la Shin, rappresentato da una W, che simboleggia il fuoco, una triplice fiamma. 

Una donna, quindi, che è completa, è sigizia del maschile e del femminile contemporaneamente. 

Per questo motivo, può creare la vita. 


Dee Madri Sarde, che nascono geograficamente, in direzione dell'aurora ad est di Osiride, l'uomo divinizzato.

Particella "Ur", contenuta nella parola Aurora, e che significa "luce, fuoco, casa, focolaio". 

Dee Madri Sarde, che rappresentano i simboli della Pasqua, il coniglio e l'uovo.

La nostra Dea Madre sarda più antica, la Venere di Macomer, risale ad un periodo che hanno individuato tra il Paleolitico superiore e il Mesolitico, quindi collocabile al 10.000-8000 a.C.circa.

È stata realizzata in pietra basaltica, ed è alta circa 14 cm, ritrovata insieme ad altri oggetti, in una grotta chiamata grotta Marras, sulle sponde del Rio s'Adde(come è simile questo nome, a quello del fiume Ade della mitologia), a Macomer, in provincia di Nuoro.

Si tratta di un manufatto "non finito", come è stato definito, in quanto diversa dall'accuratezza formale di quel periodo, ma ben definita almeno nella simbologia. 

Ha una testolina che sembra zoomorfa, simile a quella del Prolagus Sardus, un piccolo mammifero simile alla lepre, estinto forse, dal 1400 in poi. 

Un chiaro riferimento, nella scelta di rappresentarla con questa testa zoomorfa a forma di coniglio, al concetto di fertilità e riproduttivita'. 

"Coniglio" in sardo, di dice "conillu", troppo simile, nella radice, a quel "con-cun-" di "cono/cunno" che indica l'apparato riproduttivo femminile. 

Un coniglio che si trova rappresentato anche in un manufatto peruviano, come ha sottolineato il ricercatore e amico, Luca Zampi ( https://maldalchimia.blogspot.com/2022/12/il-coniglio-nel-pozzo.html?m=0) 

Un "coniglio nel pozzo". Un pozzo che ha la stessa forma del nostro pozzo di Santa Cristina, simbolo eccelso di fertilità. 

Quindi, questa Dea Madre, sembra un coniglio, nonostante la forma stetopigia del corpo(cosce e glutei importanti, come quelle delle statuine ritrovate in Anatolia e nel nord Europa nello stesso periodo). 

Una rappresentazione che potrebbe essere il primo esempio di Amazzone sarda, visto che le manca un seno. Trovate gli approfondimenti nel mio scritto 

https://maldalchimia.blogspot.com/2021/09/la-venere-di-macomer.html?m=0


L'altra, successiva,  sembra un uovo, un uovo pasquale, cosmico, quello della Dea Madre di Cuccuru s'Arriu, di Cabras, appartenente al Neolitico Medio, 4900/4400 a. C. circa, cultura di Bonu Ighinu. 

E anche qui, nel nome della zona del ritrovamento, Cuccuru, troviamo la particella "ur', che indica la luce, il fuoco, il calore della Casa, dell'Origine, dell'est, dell'aurora, nella parola Cuccuru s'Arriu, che significa Sommità del Fiume, forse in riferimento all'origine del fiume stellare, la via Lattea. 

Una bella Dea Madre a forma di uovo, di Uovo Cosmico.


E ritroviamo questa stessa particella "Ur", anche nel nome della Dea Madre di Turriga, ritrovata nei pressi di Senorbi, parola, che, come Oristano, contiene la particella "or', zone alchemiche della trasformazione in" oro". 

Il Turriga è associato ad uno dei più famosi e apprezzati vini rossi di Italia. Rosso come il sangue, come il sacrificio simbolico necessario per la resurrezione.


La tradizione del coniglio e dell'uovo, simboli pasquali, qui in Sardegna, nascono in seno a quella Dea Madre, che come una Venere mattutina, sorge ad est, come Venere, l'Iside del Mattino, l'aurora. 

Come sempre, gli Antichi Sardi, anticipano di millenni, le tradizioni che poi saranno, di prerogativa cattolica, religiosa. 

Non si sono inventati niente. 

Tra l'altro, la costellazione della lepre risulta subito sotto Orione, leggermente alla sua destra, rispetto all'asse del suo braccio sinistro teso sull"arco. 

È la lepre che egli sta cacciando, essendo un cacciatore. 

La prima lunazione dell'anno, considerando che l'anno lunare cade convenzionalmente in primavera, tra marzo e aprile, vicina all'equinozio, viene chiamata proprio "luna della lepre", un'Esbat del calendario lunare di alcune tradizioni neopagane. 

La Lepre è sempre stata associata alla dea Afrodite, o Venere, e alla Eostre('Est', letteralmente, dea dell'alba, la Dea sintesi del Divino che si manifesta nell'alba), ricordando che il pianeta Venere è visibile soprattutto nell'equinozio di Primavera. 

Eostre come Ishtar/Istar. 

La" str"del Tirso, la nostra via Lattea della Sardegna, il nostro fiume sardo più importante, dove il nucleo "str" indica il Femminino. 

Tirso, che è il bastone del potere e della conoscenza, che sulla Sommità ha la ghiandola pineale, a forma di uovo, come l'Omphalos che abbiamo all'altare sacro del Monte d'Accoddi, altro luogo sacro di unioni Sacre tra Maschile e Femminile. 

Avanti, di secoli, e di millenni, i nostri antichi Sardi. Come sempre.


Tiziana Fenu


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La Dea Madre, coniglio e uovo pasquale




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💛SA PASCA - LA Pasqua (Bartolomeo Porcheddu)

 .. Mi fa piacere constatare un punto di vista ad ulteriore conferma del mio percorso sulle antiche origini astrologiche della Pasqua Sarda, passando per le Domus, e per l'Egitto..


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Auguro a tutti una buona Pasqua – una bona Pasca de Abrile 

con un articolo sulle origini della Pasqua sarda.


SA PASCA - LA PASQUA


È mai possibile che uno storico vada a cercarsi “sa Mala Pasca” inseguendo proprio le origini della Pasqua? E che dire poi del linguista che rischia di inciampare proprio sulla radice della Pasca primordiale? Per risalire alla Pasqua prima della Pasqua, mi sono recato al Tempio dei Templi, non lontano dalla dimora del Gran Sacerdote, nelle vicinanze del Pozzo della Luna Piena. Per non perdermi al proprio interno, ho portato con me una corda sufficientemente lunga e robusta che possa giungere fino alla camera regale, posta all’interno dell’intricato labirinto etimologico, dove è custodito il segreto dei segreti. Intanto lego la fune ad un olivastro millenario e la assicuro con un nodo “gordiano” che nessuno può sciogliere, neppure con la spada, come fece Alessandro Magno, ingannando i sacerdoti di Gordio, l’antica capitale della Frigia in Anatolia, omonima del promontorio sardo di Capo Falcone (Stintino), chiamato da Tolomeo “Promontorio Gorditano”. Anch’io in un certo qual modo intendo raggirare i Sacerdoti del Tempio, perché per entrare nel labirinto ho scelto il Sabato, giorno da loro dedicato al rito dell’Acqua.


Mi avvolgo la corda intorno alla vita, infibulandola con tre stelle, come fosse la Cintura di Orione, e seguo nel percorso l’allineamento con la stella Polaris, la più luminosa della costellazione dell’Ursa (Orsa) minore, che segna il Settentrione. Incamminandomi subito dopo l’ingresso del labirinto trovo la stanza dei Cristiani. Al suo interno giganteggia nella parete la Pasqua di Cristo, festa della sua resurrezione, avvenuta, secondo quanto descritto dagli Evangelisti, nelle tre lune successive al Venerdì Santo, momento della sua crocifissione e morte, giorno in cui i Sardi antichi osservavano la CenaPura, da cui è scaturito il giorno di Chenàpura (Venerdì). La Pasqua è una festa mobile, poiché cade la domenica successiva al primo plenilunio dopo l’Equinozio di Primavera, fissato attualmente nella giornata del 21 di marzo. Il 50esimo giorno dopo la Pasqua, ricorre la Pentecoste, in cui viene celebrata l’effusione dello Spirito Santo e la nascita della Chiesa. Figura emblematica della Pentecoste è la Vergine Maria, che intercede con la preghiera tra Dio, lo Spirito Santo e il Popolo.


Lascio la stanza cristiana e mi avventuro nel corridoio ebraico. Prima di giungere alla dimora interna degli Israeliti, punto l’occhio sulle molte similitudini cristiane affrescate nelle pareti ebraiche, come quella della Pesach, la cena rituale celebrata nella notte tra il 14 e il 15 del mese di Nisan, che ricorda l’Ultima Cena di Cristo con i suoi Apostoli. Allo stesso modo, sette settimane dopo la Pasqua, quindi dopo sette quarti di luna (un plenilunio e tre quarti), nel giorno della Pentecoste cristiana, vedo gli Ebrei ricordare la rivelazione di Dio sul Monte Sinai, dove il Signore ha donato loro la Torah, ossia le tavole della legge, affidandole a Mosè per diffonderle nel suo popolo. Ma ecco aprirsi davanti a me la sala della Pasqua ebraica, giorno in cui è rappresentato il popolo israelita che lascia l’Egitto diretto verso la “Terra Promessa”. Campeggiano sui bassorilievi scolpiti nella pietra muraria i simboli dell’esodo: la Menorah, ossia la lampada a sette braccia, e il pane Azzimo, vale a dire il pane non lievitato. 


Sembra incredibile, ma il labirinto insieme alla storia si fermano qui. Non vi sono altre uscite o percorsi. Torno allora poco più indietro e dal corridoio, a destra, mi infilo in un cunicolo laterale che mi porta nella stanza degli Egizi. Le immagini che campeggiano sono quelle di Osiride, divinità raffigurata con un grande occhio, che guarda e indica il passaggio tra il mondo dei morti, rappresentato negli inferi occidentali dalla dea Frea, che ha dato il nome al mese di Freàrgiu (Febbraio), e quello di vivi, individuato con il mese di Martzu (Marzo) attraverso l’equinozio di Primavera, quando rinasce la vita. Poco più avanti rispetto a Osiride, compare Iside, la diva che impersona la maternità, la procreazione e la benevolenza della terra che dona agli uomini i suoi frutti. Iside, secondo i sacerdoti egizi, è colei che fa risorgere Osiride dopo la sua morte, come Cristo nel giorno di Pasqua, in concomitanza della Primavera dopo l’Inverno. Iside sembra quasi l’intercessione tra il cielo e la terra, similmente a quella svolta da Maria, madre di Cristo.


Anche qui, mi trovo bloccato all’interno di un ambiente senza vie di fuga. Torno indietro e prendo il cunicolo parallelo sulla sinistra del corridoio che mi porta nell’Aula Magna (Manna) della Roma antica. Gli sfarzi e gli ori sul marmo pregiato primeggiano rispetto a quelli scolpiti sulla pietra nuda e sembra quasi che gli dei della storia abbiano trovato proprio qui la loro dimora eterna. Una indicazione su tutte cattura la mia attenzione. Sull’intera parete è rappresentata la costellazione del Toro con in bella vista la sua stella più luminosa, ovverosia Aldebaran, che i Romani chiamano Parilicium. Sotto la costellazione è scritto: Roma, 21 Aprilis [753 a.C.], perché Plinio il Vecchio dice che è questo il giorno più opportuno per vedere tale stella nel cielo notturno. A questo punto, trovo facile collegare la stella Parilicium alla divinità di Pale, in sardo Padda, Palla e Paza, protettrice di Roma, dei pastori e degli agricoltori. Pertanto, quel 21 aprile simboleggia una data fissa, anziché mobile, della Pasqua romana, che segna la nascita della città “Eterna”.


Credo di aver trovato il bandolo della matassa e risolto l’arcano, se non fosse che quel labirinto mi risveglia nella mente la struttura a T o a Croce di alcune Domus de Janas sarde. Ritorno allora nella stanza ebraica per osservare meglio nella parete una finta porta, come quella presente in alcune Domus nostre. Subito, mi arresto, perché penso alla stupidità di chi, in Sardegna, in qualche caso, ha danneggiato la roccia per trovare una porta segreta. Se davvero c’è un ingresso nascosto, ho pensato, ci deve essere anche un muro apparentemente fisso, bloccato da una lato con un perno, ma ruotante dall’altro, più o meno simile a quello scoperto nella Piramide di Cheope. Premo quindi su ogni singolo blocco di pietra, fino a quando, improvvisamente, si apre davanti a me un cunicolo che mi porta all’interno di un vasto salone, detto in sardo “Aposentu”, ovverosia stanza del riposo, in questo caso “Eterno”.


Le quattro pareti, da destra verso sinistra, così come era orientata la scrittura antica, riportano un enorme calendario lunisolare. Qui, come in Sardegna, l’anno inizia a settembre, con Cabudanni, allo stesso modo di quello ebraico, e la primavera fiorisce proprio intorno al 20-21 di marzo, similmente al mese di Nisan ebraico. Uguale alla stanza della Roma antica, campeggia nella parete la costellazione del Toro, ma con qualche particolare in più: su questo affresco passano due linee che incrociano esattamente sulla stella principale, chiamata oggi, a seconda dei luoghi, Aldebaran, Parilicium, ecc. La tinta arancione mette in evidenza il colore di questa stella gigante che disegna l’occhio del Toro o del Bue. La linea blu che passa sopra la stella segna l’Equatore Celeste (divisione del cielo in due emisferi) e la linea gialla che interseca quella blu nello stesso punto traccia il passaggio immaginario del Sole sulla Terra. 


A questo punto mi è chiaro che il Parilicium, pronunciato “parilitzu”, significa “Pare Litzu”, ovverosia “dello stesso intreccio”. Ricordo che nel sardo campidanese è ancora vivo il detto “Poni is filus in su litzu” per indicare il filo del telaio che alza e abbassa i fili dell’ordito. In altre parole, il Parilitzu riproponeva nella tela sarda quello che nel cielo accadeva quando la stella Parilicium si trovava in corrispondenza della eclittica Sole-Equatore Celeste. A causa della precessione dell’asse terrestre che ruota come una trottola, questo fenomeno cosmico era visibile fra il 4000 a.C. e il 1700 a.C. circa, ovverosia qualche millennio prima della presunta nascita di Roma. Se nei secoli successivi, l’eclittica si è spostata verso la costellazione dell’Ariete, segnando quello che ancora oggi è detto il “Punto d’Ariete”, allora, penso ad alta voce: ‘I Romani nati nel 753 a.C. non devono avere assegnato tale nome al Parilitzu, ma possono averlo solo ereditato dai Sardi secoli prima’. Infatti, Plinio il Vecchio, vissuto nel primo secolo dopo Cristo, osserva quella stella nella sua migliore visibilità dopo il 21 di aprile.


Scuoto la testa e non credo ai miei occhi quando vedo pitturato sulla parete successiva un personaggio che offre in dono il pane particolare della nostra Pasqua, chiamato a seconda dei luoghi: Còtzula o Còtzulu, Coccoi o Coccone, Angui o Anguli. Mi sforzo a comprendere cosa hanno in comune questi tre modi di indicare il pane pasquale. Il logudorese “Còtzula” e il campidanese “Anguli” significano, anche, “vongola” o “conchiglia”, quella in particolare rotonda e di colore arancione. Quindi, deduco: ‘l’Anguli o la Còtzula sono dei pani di forma circolare come una stella’. Il Coccoi nuorese, invece, si riferisce sia all’elemento tondeggiante, sia al colore “Arancione” della stella, ovverosia alla gigante Aldebaran o Parilicium. Traggo istantaneamente in sintesi il mio pensiero: ‘Come veniva chiamata in sardo tale stella?’ E ragiono: L’Albicocca, il frutto arancione per eccellenza, contiene nel secondo termine il sostantivo “Cocco”. Anche in italiano, mi viene in mente, “Cocca” è il secondo nome dell’Albi-Cocca, detta anche dagli Spagnoli “Albari-Coque”. Quindi lego questi termini al sardo “Coccoi”.


In logudorese, l’Albicocca è denominata “Barra-cocco”, in cui per “Cocco” si intende il colore arancione del frutto, mentre la “Barra” è indicativa dell’asse del carro da guerra, detto in italiano “Scocca”. Nel Piccolo Carro o costellazione dell’Ursa minore, proprio a delimitare l’angolo della Barra, è posta la stella Kochab, una gigante ugualmente “Arancione”, che per diverso tempo ha assunto la funzione di Stella Polare e che riporta con “Cocco” il suo colore. Inoltre, “Piricocco” è anche il modo di chiamare l’albicocca nella Sardegna centro meridionale, in cui per Piri- s’intende la Pera e per Cocco il suo colore. Con il guscio arancione pascola anche il lumacone, chiamato per questo Coccoi in logudorese. Cocco è inoltre un diffuso cognome sardo, riferito proprio alla stella arancione Cocco. L’uovo cucinato alla “Coque”, termine francese, ha anch’esso origine nella Conchiglia di colore arancione. A questo punto mi domando: ‘Che significato ha l’uovo inserito nel pane “Coccoi” pasquale?’. La risposta la ottengo immediatamente quando mi si illumina nella mente l’immagine dell’uovo fritto a “Occhio di Bue”. In altre parole, l’Uovo di Pasqua è la riproposizione della stella Cocco, che rappresenta l’Occhio del Bue nella costellazione del Toro. A riguardo, medito: “Ou”, (uovo) in sardo, è la contrazione con la perdita delle consonanti di appoggio dell’originario [B]o[v]u, che è similare al [B]o[v]e (Bue). 


Il pane tondeggiante, su “Coccoi de Angula” con l’uovo al centro, si preparava con la farina di orzo, come è ancora tradizione nelle terre montane della Barbagia sarda. Dal momento che l’impasto prodotto dalla farina d’orzo ha una scarsa attitudine alla lievitazione, il pane che se ne ricava viene chiamato “Àtzimu”, esattamente come il pane ebraico, o Pùrilu, ossia senza lievito. La farina di grano, invece, destinata al consumo alimentare, viene impastata con la “madrighe” (lievito madre) conservata dalla settimana precedente. L’aggettivo latino “acidus”, che si leggeva “àchidu[s]”, deriva dal verbo sardo “achidare”, che vuol dire in italiano lasciare fermentare per una “settimana” (Chida). Durante il periodo pasquale, si usa gustare in Sardegna anche su “Casu Axedu” o “Cazau”, un tipo di iogurt acido. Gli Ebrei, secondo le sacre scritture, avevano mangiato per una settimana il pane d’orzo “Àtzimu”, quindi non fermentato, destinato alla cerimonia di pasqua. Il pane lavorato con farina lievitata è detto in sardo “Pesadu”, più o meno come è chiamata in ebraico la cena rituale “Pesach”. 


Dopo queste considerazioni, mi balzano agli occhi nella terza parete alcune figure rappresentative delle protomi taurine, che già dal Neolitico vengono scolpite in modo stilizzato sulle colonne, sugli stipiti o sugli architrave delle Domus de Janas. Tali incisioni sono facilmente associabili alle sette stelle che disegnano le corna del Toro nella sua costellazione. Similmente, il candelabro a sette braccia della Menorah, simbolo dello stesso stato di Israele, riproduce le corna taurine disegnante dalle 7 stelle Iadi, riportate nella scrittura greca con Ὑάδες (Uades), che traslitterano proprio il sardo “Buadas” (del Bue), da cui è derivato il termine “Beadas” (Beate). La prima lettera dell’alfabeto è chiamata in semitico Aleph, che significa Bue, e riporta proprio il disegno tracciato da queste stelle nella costellazione del Bo[v]e. In sardo, quando si vuole tenere la porta con le due ante semichiuse, che formano una A stilizzata, si dice, per l’appunto: Pone sa Janna a unu boe (Metti la porta ad un bue).


Insieme alle protomi, sono rappresentati sui muri dei fiori in forma concentrica, che richiamano alla mente il periodo della Pentecoste cristiana, ossia il 50° giorno dopo la Pasqua, momento per i Cristiani della effusione dello Spirito Santo con l’intercessione della Vergine Maria. Tale affresco può essere associato all’arrivo del Messia, atteso sulla terra anche da Ebrei, Musulmani e altre confessioni religiose. Questa data particolare, detta in sardo “Pasca de Flores”, per la cui ricorrenza sono germogliati i cognomi sardi “Floris, Flore o Fiore, come testimonia lo scrittore Esiodo, coincide con il sorgere delle Pleiadi, l’ammasso stellare facente parte della costellazione del Toro, che, secondo la mitologia, erano figlie di Atlante e Pleione. La maggiore di queste stelle porta il nome di Maja ed è per questo che i Sardi le hanno dedicato il mese di Maju (Maggio). Il mese Majano è infatti per antonomasia il Mese del Fiore, simboleggiato dalla rosa, che sboccia con la giovinezza della natura e dell’uomo. Maja, come Iside, era la dea della procreazione, a cui ci si rivolgeva per chiedere la grazia di un figlio o di un marito. Con l’avvento del Cristianesimo, il mese Majano è diventato Mariano e il 15 dello stesso mese viene festeggiato Sant’Isidoro, la cui omonimia con la divinità di Iside mi lascia perplesso. 


I Sardi chiamano, ancora fino ai nostri giorni, i figli di questo mese Majano con i nomi di Majeddu (Antonio Maria) o Majedda (Antonia Maria). Quello che in quasi tutte le religioni monoteiste è la comparsa del Messia, in sardo rappresenta idealmente l’arrivo delle “Messi”, che iniziano proprio nel mese di Maggio, in sardo Maju, con il taglio del primo orzo da destinare agli animali, di cui il gregge, ossia il “Masone”, è il bene (roba = res) più importante. Masia, esattamente come viene pronunciato il Messia in ebraico (Masiah), è un diffuso cognome sardo che è riportato in altre varianti con Maxia. Gli storici e i linguisti moderni hanno legato il Masiah ebraico al greco Χριστός (Cristòs o Hcristo), che vuol dire “Unto”. Entrambi i termini sono però una metonimia (scambio di nome), poiché il greco Χρῖμα (Crima o Hcrima), che significa Olio, non ha niente a che veder con il “Cristo”, che invece era il copricapo dei sacerdoti filistei. «Perché battezzi se non sei il Cristo?» chiesero a Giovanni i sacerdoti giudei, quando lo interrogarono. Pertanto, Cristo era il religioso con l’elmo cristato o crestato che aveva il potere di battezzare.


Cosa sia un elmo o copricapo “Cristato” lo dice in tempi non sospetti da Cristianesimo evangelista professante il letterato romano Ovidio, vissuto proprio a cavallo dell’anno Zero di Cristo. Nella sua opera “Metamorphoses”, lo scrittore dipinge Minosse come un sacerdote e scrive: “Hac iudice Minos, seu caput abdiderat cristata casside pennis in galea formosus erat” (Minosse nascondeva il capo sotto un elmo grazioso cristato di penne). L’elmo “cristato” o “crestato” di penne è quello caratteristico dei guerrieri e sacerdoti sardi, impersonato da diverse figure riprodotte nei bronzetti nuragici, e rappresenta la nascita del sole. I profeti del Nuovo Testamento chiamano Cristo anche con il nome di Gesù, scritto Iesus, tratto da un originario Diesus, che deriva dal sardo Die (giorno). Per questo, gli evangelisti danno i natali a Cristo proprio nel giorno del “Dies natalis solis invicti” (nascita del sole invincibile o vincente), che i Sardi hanno associato alla loro primordiale “Missa de Puddu” (Messa di Apollo) per festeggiare la nascita del nuovo sole nella giornata del solstizio d’inverno. La domanda che mi pongo, alla fine, è questa: ‘Se Diesus e Cristos non erano nomi propri di Gesù, come si chiamava il figlio di Maria e Giuseppe alla nascita?’. Forse la risposta sta nel vangelo secondo Matteo, quando Gesù ordina ai suoi discepoli di non rivelare ad alcuno che egli era Cristo.   


Messo da parte Cristo, la mia mente si dirige di nuovo verso l’orzo, forse il primo alimento piantato dall’uomo. L’orzo, come il grano, una volta tagliato, veniva diviso in “Covoni”. Il Covone era costituito da 12 “Mannujos” e ogni Mannuju da 12 “Manadas”. Il Covone, detto in sardo “Mannada”, era quindi formato da 12 Mannujos. Pertanto, quando gli Ebrei dicono di aver ricevuto un Covone o una Manna, altro non era questo che la Mannada sarda, i cui sottomultipli venivano divisi per 12, tanti quante erano viste nel cielo notturno dai Magi o Macos (Astronomi) sardi le Pleiadi con Maia. La piantagione dell’orzo in Sardegna era prevalentemente destinata agli animali di allevamento. Questo genere di pianta, resistente a tutti i climi e produttiva anche in luoghi marginali dove il grano non attecchiva, rappresentava in caso di necessità una fonte sicura di sostegno quando veniva a mancare quella del grano. Il luogo dove veniva raccolto l’orzo è riportato nei documenti antichi con lo scritto “Oria”, ma pronunciato “Orza” in logudorese e “Òrgia” in campidanese. Nella toponomastica sarda si incontrano diversi villaggi medievali con tale denominazione, ma anche siti archeologici del periodo del Bronzo, come la località di Sa Domu de S’Òrgia a Esterzili. Inoltre, fanno riferimento all’orzo i cognomi sardi Sorgia (S’Òrgia), Sotgia (S’Orza) e Sotgiu (S’Orzu). L’Òrgia, intesa come festa comunitaria di sollazzo, è legata probabilmente, anche, alla produzione del malto d’orzo fermentato in birra. Con il termine Πασχητιασμός (Paschetiasmòs) i Greci traducono la libidine bestiale.


Lasciandomi alla spalle i circa quattromila anni avanti Cristo segnati delle prime coltivazioni d’orzo, volto lo sguardo verso l’ultima parete, opposta a quella frontale, che indica l’uscita. Quasi percorrendo il ciclo umano della vita e della morte, in questo muro sono disegnate con ocra rossa scene di sangue e di distruzione. Osservando quei dipinti, mi sembra di rivivere la fine dei Sardo-Pellasgi che, intorno al 1180 a.C., hanno combattuto su più fronti nel Mediterraneo orientale. Sono familiari alla mia visione i guerrieri con elmo pinnato e cornuto che si scontrano in Anatolia e in Grecia contro gli Achei, i Dori e un imprecisato numero di popoli formatisi dalla disgregazione dell’Impero Ittita. In un’immagine a fianco, come fosse contemporanea a quella precedente, gli stessi soldati contengono sul delta del Nilo, in Egitto, le mire espansionistiche del Faraone che vuole ampliare il suo regno (Tebe) in direzione del mare, dove sono situate le città dei “Popoli del Mare”. Rispetto alla precedente immagine dove i Sardo-Pellasgi escono sconfitti da Troia, dalla Grecia e dalla Anatolia, in Egitto e in Palestina, invece, resistono.


I Sardi, che gli Achei chiamavano Pelasgos per il loro caratteristico vestiario in pelle, sono denominati Peleseth in Egitto e “Pelistim” in Palestina, eponimo quest’ultimo corrotto in seguito con “Filistei”. Nella lunga guerra durata diversi anni, alla fine, oltre ad un imprecisato numero di morti da ambo le parti, perse la vita anche il faraone Ramses III, che non riuscì a conquistare le città sul mare e rimase ucciso in una congiura di palazzo orchestrata da una delle sue mogli. È forse questo il momento in cui gli Ebrei, a causa di una carestia senza precedenti, decisero di lasciare l’Egitto verso quella che loro sognavano essere la “Terra Promessa”. In realtà, quelle “Terre Cane” (Terre di Canaan), erano abitate da uomini provenienti dalla Sardegna, che millenni prima le avevano colonizzate. Gli Ebrei, all’inizio, si offrirono schiavi ai Filestei-Pelistim-Pellasgi e convissero con loro per diversi secoli, assumendone usi e costumi. A tale proposito, un passo del Libro dei Giudici recita: «Gli Israeliti continuarono a fare ciò che è male agli occhi del Signore e servirono le divinità dei Filistei». Quando poi, però, videro che il tempo dei Filistei era al tramonto e che gli Assiri si avvicinavano minacciosi alle loro città, gli si rivoltarono contro, un po’ come fecero in seguito i Plebei contro i Patrizi a Roma in altre circostanze.


I Libri della Bibbia sono stracolmi di anatemi e di spergiuri contro i Sardo-Filistei, che occupavano saldamente le zone pianeggianti sul mare e quelle interne prospicienti al fiume Giordano. Il desiderio dei profeti israeliti di fare fuori per sempre i Sardo-Filistei è espresso nel Primo Libro di Samuele: «Gaza sarà abbandonata e Àscalon ridotta ad un deserto. Asdod in pieno giorno sarà deportata ed Ekron distrutta dalle fondamenta». E seguono a dire: «Guai agli abitanti della Costa del Mare. La parola del Signore è contro di te, Canaan, paese dei Filistei. La "Costa del Mare" diventerà pascoli, prati per i pastori, recinti per le greggi. La "Costa del Mare" apparterrà al resto della casa di Giuda». Nella realtà l’Arca degli Ebrei non raggiungerà mai il Mare Mediterraneo della costa filistea poiché gli Israeliti non riuscirono durante la loro esistenza a cacciare i Pellasgi da quelle terre. I Filistei perderanno la loro libertà solo quando saranno sconfitti dagli Assiri di Tiglath-Pileser III nel 732 a.C., quasi in concomitanza con la “presunta” nascita di Roma (753 a.C.). Ancora oggi, tutti i villaggi posti nelle vicinanze del mare che gli archeologi riportano alla luce sono di matrice sardo-filistea.


Dopo aver visto l’ultima parete di questa stanza, comprendo che la parola Pasqua, riportata in aramaico con Pascha, come in sardo, è un prestito linguistico che i Sardo-Filistei hanno lasciato su quei territori più di 3000 anni fa. A questo punto mi sorgono spontanee due domande: «Cosa significa l’etnonimo Ebreo e cosa vuol dire il termine Pasqua?». Essendo un esperto di linguistica sarda, non trovo difficoltà a legare il termine Ebrei, espresso al pluralia tantum come il gregge, con il sardo centro meridionale [B]ebrei, che, con l’aferesi della consonante iniziale quando la parola che precede termina per vocale, traduce il sostantivo italiano “Pecora”. In altre parole, gli Ebrei erano considerati dal Sardo-Filistei alla stessa stregua delle pecore. «Siate forti e siate uomini, o Filistei, altrimenti sarete schiavi degli Ebrei, come essi sono stati vostri schiavi!» gridava il principe dei Filistei ai suoi soldati per incitarli a combattere.


La Pasqua, in sardo Pasca, è invece la festa della primavera e del bestiame che sostenta l’uomo. Non esiste nel vocabolario sardo parola più pronunciata e variegata in relazione ai diversi utilizzi, tutti legati al pascolo (Pasciali, Pascialzos, Pascali, Pascasi, ecc.). La Pasqua è prettamente sarda, basti pensare che nel vocabolario greco è indicata sono una volta, senza neppure altri aggettivi. La Pasqua è inoltre legata inscindibilmente al mese di Aprile, voce derivata dalla contrazione con metatesi linguistica (spostamento della consonante liquida /R/ all’interno di parola) del sardo [P]aperile o Paberile, ovverosia del pascolo primaverile tenuto a riposo, che i pastori aprivano al bestiame nel periodo pasquale. Mentre mi accingo a tornare indietro verso l’uscita, penso al significato della Pasqua nella Sardegna antica e immagino nella Pasqua di allora il benessere degli animali che pascolavano nel prato ricco di erbe nutrienti cresciute nel Paberile. La Pasqua è in quel momento, per me, la gioia dell’uomo che vede accrescere il suo bestiame per soddisfare la sua esistenza. La Pasqua è, in sintesi, la rinascita della vita sulla morte.


So di non potermi trattenere oltre, poiché il rito di S’abbadu, praticato il Sàbadu (Sabato) dai sacerdoti e dai guardiani del tempio nei pozzi sacri dopo la giornata del digiuno del Chenàpura (Venerdì), sta per finire, e non voglio farmi sorprendere all’interno del labirinto. Un unico pensiero mi balena nella testa: ‘Dovrò rivelare quello che ho visto al popolo?’ Ho il timore che se dovessi palesare ciò che è testimoniato nel labirinto del Tempio, rischierei parecchio, perché i sacerdoti non lo accetterebbero mai e mi accuserebbero di vilipendio nei confronti della loro religione, facendomi passare davvero una “Mala Pasca”. Ma se fossi così codardo da non riferire al mondo il segreto dei segreti nascosto nelle viscere del Tempio, tradirei la verità sulla storia del mio Popolo. Non credo che i Sacerdoti approveranno il mio gesto, ma penso che Dio, qualunque esso sia e a qualsivoglia religione appartenga, mi perdonerà, se dirò che la Pasqua è nata qui in Sardegna insieme alla civiltà contadina e che, per la sua naturale bellezza, è stata paragonata alle Stelle e allo stesso Messia.


Prof. Bartolomeo Porcheddu, autore, docente di Lingua Sarda


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SA PASCA - LA Pasqua (Bartolomeo Porcheddu




💛Spilla di Antas

 Per chi vuole capire..

Scritto proprio ieri.. Evidentissime e innegabili analogie.


https://maldalchimia.blogspot.com/2021/04/simbologia-delle-tre-croci-nella-pasqua.html


Due segni a confronto.


In alto Spilla di Antas. Iscrizione in Antico Alfabeto Sardo. Lessico : Lingua Sarda Antica. Datazione: 4.000 avanti Cristo. Iscrizione mai tradotta.


In basso, tutto ciò che avete trovato nel mio post di ieri, i tre chiodi piramidali con la loro simbologia astrale antichissima.

C'è pure la X della Cintura di Orione, nella spilla. Gli Antichi Iniziati Sardi e i loro Sacri Simboli.

Si esprimevano per Simboli.

Peccato, tanta pigrizia nel cercare di interpretarli. 


Tiziana Fenu ©®


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Spilla di Antas




giovedì, aprile 01, 2021

💜 La via dell’adorazione del Divino Femminile

 La via dell’adorazione del Divino Femminile


Nel momento in cui entriamo nel mondo del Tantra, troveremo un equilibrio e un’unione degli opposti.

Eppure, nonostante questo, alcune definizioni del Tantra riguardano di fatto la celebrazione dell’aspetto femminile.

Pandit Rajmani Tigunait, autore de Il Tantra svelato: sedurre le forze della materia e dello spirito [ed. it. Il Punto d’incontro, Vicenza 2002, N.d.T.] era figlio di un praticante indiano.

Quando chiedeva a suo padre che cosa fosse il Tantra, di solito riceveva la seguente risposta: «Tantra significa adorare la Madre Divina.

I tantrici sono i suoi figli benedetti.

Qualsiasi cosa abbiano è per grazia della Madre Divina».

Tutto questo significa che nel Tantra c’è una divinità femminile al posto del consueto Dio maschile?

Non è così semplice, anche se ci sono lignaggi tantrici che celebrano rituali in onore di divinità femminili delle famose Mahavidya – le dieci dee femminili di Adi Parashakti nell’induismo, spesso adorate nella pratica tantrica classica (v. p. 207).

Tuttavia, il Tantra non è volto a rimpiazzare l’idea di un uomo con una lunga barba bianca su una nuvola con quella di una donna dai lunghi capelli fluenti su una nuvola!

Anzi, una volta che inizi a immergerti nel Tantra, scoprirai che ha un modo unico di onorare l’energia della vita, e di trovare il divino al suo interno.

Questa energia è Shakti e la sua vibrazione divina all’interno di ogni essere umano è chiamata Kundalini Shakti.

TANTRA 101

L’energia sessuale viene generalmente definita Shakti, nonostante questo termine possa essere molto ampio e includere qualsiasi cosa che faccia parte della vita!

C’è una Shakti specifica per ogni elemento: una Shakti dell’acqua, una Shakti del fuoco e così via. Kundalini Shakti, o semplicemente kundalini, è un termine più specifico per riferirsi al flusso di forza vitale creativa che scorre dentro ciascun individuo (v. p. 62).

Può anche essere dormiente, ma una volta che si sveglia reca una tale vitalità alla persona da farla apparire molto vivace. Se diciamo che una persona ha molto spirito, potremmo star osservando la sua kundalini.

È così viva che è spesso descritta come un’«intelligenza».

Alcuni vedono questa energia come la Dea, benché possa animare anche il corpo di un uomo; questo fatto può creare confusione. In un modo o nell’altro, è considerata una manifestazione di Dio o della Coscienza.


Tratto da    Shashi Solluna "TANTRA La via dello spirito attraverso il sesso"


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La via dell’adorazione del Divino Femminile




💛 Simbologia delle Tre Croci nella Pasqua Sarda.

 Simbologia delle Tre Croci nella Pasqua Sarda. 


Parlare dei RIti della celebrazione della Pasqua in Sardegna, é parlare di riti antichissimi, non sicuramente legati all'ambito cattolico-cristiano, ma, come abbiamo visto tante volte, sono riti che affondano le radici in quella semantica legata al culto della rinascita, così fortemente preponderante nell'antica Civiltà Sarda.

Culto della rinascita che abbiamo visto presente, dai miei precedenti post, anche riguardo le rappresentazioni del Carnevale sardo, nel quale è estremamente presente il concetto di purificazione e rinascita. 

Ho detto piu'volte, come la stessa pratica della crocifissione, sia stata totalmente manipolata e deviata soprattutto sotto l'impero Romano, diventando uno strumento di sofferenza e di morte, anche se era già presente nell'impero persiano già nel 500 a.C., e poi perpetuata dai cartaginesi, fino ad arrivare ai romani, in forma di palo a "T", allungato sulla parte superiore verticale. 

Inizialmente, presso gli Egizi e le culture orientali la croce a T, era lo strumento di elevazione alchemica e spirituale degli Iniziati, che durante le pratiche di preparazione ai Misteri Iniziatici, venivano adagiati su queste croci di legno a forma di Tau, per tre giorni, al termine dei quali ricevevano la divinizzazione solare, esponendosi ai raggi del sole, dopo tre giorni di isolamento e di incubatio, pratica molto diffusa anche nell'Antica Civiltà Sarda, che fece guadagnare agli Antichi Sardi, la fama di "popolo dei dormienti", come ho già avuto modo di scrivere. 


Quindi niente a che vedere con la rappresentazione che poi ne ha fatto la Chiesa.

Ciò non toglie, che le rappresentazioni della nostra Pasqua in Sardegna, siano veramente sentite e suggestive, e permeate di una grande sacralità e devozione. 

Ai tempi di Mosè, circa 1700 anni prima di Cristo, la prima Pasqua ebraica fu intesa come rito di passaggio dalla schiavitù d'Egitto alla libertà, quando il sacrificio di un agnello risultò necessario per segnare le case degli ebrei, e salvare tutti i primogeniti.

Poi l'agnello divino venne rappresentato da Cristo in persona, anche se, simbolicamente, rappresenta soltanto uno dei tanti avatar che lo hanno preceduto o che arriveranno dopo, un Logos Solare. 

Lo stesso Osiride è considerato come un essere divinizzato, solarizzato, legato profondamente all'equinozio di primavera, come abbiamo visto, poiché sarà proprio questo equinozio a dare il parametro angolare della Geometria Sacra sulla quale si baserà tutta la loro architettura perché rappresenta la perfetta unione degli opposti, del Sole e della Luna, in perfetto equilibrio sulle braccia orizzontali di quella Tanit, che ha come lettera iniziale e finale, proprio una T, che rappresenta l'alfa e l'omega di tutto, ultimo sacro archetipo ebraico, il ventiduesima, il sigillo dell'opera del Divino in terra. 

La firma di Dio. E la firma più bella e completa di Dio, è stato proprio il suo "alfa e omega" sulla terra, il Cristo sulla Tau. 

Osiride nasce e risorge, grazie a Iside, identificata con Venere, che si trova ad est, prima dell'alba e ad ovest dopo il tramonto. Quasi un astro solare. 

Infatti la parola "Easter", Pasqua in inglese, è legata alla luce dell'est e all'equinozio di primavera. 


Nel corso del tempo, questo concetto, assolutamente naturale in natura, della morte e rinascita, è stato molto teatralizzato, soprattutto in ambito cristiano, dopo la crocifissione di Cristo, soprattutto in ambito spagnolo, che ha molto influenzato anche la tradizione Sarda. 

La settimana Santa di preparazione è scandita da questi rituali di preparazione : "Sas prammas", con la benedizione delle Palme la domenica prima di Pasqua , i Misteri del lunedì e Martedì, la flagellazione del mercoledì, fino al giovedì con "su lavabu", il lavaggio dei piedi da parte del parroco, il Venerdì di lutto per "s'incravamentu", la crocifissione di lutto, "s'iscravamentu" della sera preceduto dalla via crucis, a cui segue un sabato silenzioso, fino a "s'incontru della domenica, quando il Cristo e sua madre, Maria, si possono ricongiungere in un abbraccio. 

Vi è tutta una complessa paraliturgia riguardo questi Misteri preparatori durante la settimana Santa, organizzata di solito dalle Confraternite, con simboli e liturgie legate alla sofferenza di Cristo, e Cagliari, Oristano, Castelsardo, Alghero, sono le zone nelle quali questa rappresentazione è maggiormente sentita. 

Particolarmente toccante è il rito de "s'iscravamentu", nel quale il Cristo, grazie alle articolazioni mobili progettate dagli artigiani, viene deposto dalla croce.

La parola "iscravamentu" significa togliere una cosa che è stata conficcata a forza.

"Cravare" infatti significa conficcare a forza, sicuramente riferito alla forza con la quale si conficcano i chiodi durante la crocifissione.

Ma "cravare/cravos" ha anche attinenza con la radice crav- di "cravellu", che significa garofano in sardo, e di influenza spagnola, del quale i chiodi di garofano, che sono delle spezie, possono ricordare nella forma, i chiodi della crocifissione.


La pratica della crocifissione abbiamo detto, non è di ambito prettamente romano, ma ha origini nell'impero Persiano, affinandosi nel tempo per procurare maggiore agonia possibile.

Ma è bene sottolineare che la sua simbologia ha una matrice assolutamente astrale, in quanto è legata alla simbologia della rinascita, della resurrezione dopo la morte, legata alla simbologia astrale delle tre croci, con croce cardinale di Orione in una posizione centrale, lungo la via Lattea, verso la quale erano orientati anche i nostri Antichi Sardi.

Configurazione che è stata trasposta anche in terra, in quanto il Cristo(che esotericamente rappresenta il pneuma, l'anima spirituale), è stato crocifisso insieme ad altri due.

Due ladroni, che rappresentano rispettivamente, quello di destra, la psiche, che ha possibilità di elevazione, e quello di sinistra il Soma., l'anima materiale. 

Le tre croci astrali sulla via lattea rappresentano, trasposte anche simbologicamente, sulla terra, le tre croci-tappe della via Iniziatica per la rinascita, per la resurrezione, nella quale il Cristo Risorto, rappresentato da Orione con le sue tre stelle centrali della cintura, rappresenta la croce Cardinale, da cui si origina tutto, seguite poi dalla Croce del Cigno del Nord( punto di riferimento, come stella Polare, 10.000 anni fa) che rappresenta il Cristo in croce, e la croce fissa del Cristo rivelato, consapevole, rappresentato dalla stella Aldebaran, l'occhio del Toro, che, come abbiamo visto, anche nella maschera Ghignante di San Sperate, rappresenta il terzo occhio, "l'Anja/Jana", della consapevolezza del sé, dopo il viaggio iniziatico attraverso la via Lattea, l'arco/arca/argha(vagina in sanscrito).

Una trasposizione che  abbiamo geograficamente anche qui in Sardegna. 

Una toponomastica che fa riferimento a questo arco della via Lattea, lo abbiamo proprio qui in Sardegna, con il nostro Sarcidano, altopiano del sud-Sardegna, inglobato al Comune di Oristano, che abbiamo visto, coincidere con le tre stelle della cintura di Orione. 

Sarcidano. 

S'arci-danu. 

Dove "arci" sta per arco, o molto più probabilmente "Arca" , rafforzato da quel "Dhanu" che in sanscrito significa arco come già scrissi a proposito dell'arca, e delle "archedde" (cassapanche) sarde. 

L'Arca dell'Arco". 

"S'arca", così tanto rappresentata in Sardegna, tanto da chiamare le cassapanca tipica sarda, tutta in legno intagliato, "s'archedda", di cui già parlai, in ricordo di quella sacra alleanza, tra umano e divino, sancita attraverso l'Arca dell'Alleanza, che aveva sulla parte superiore, due Cherubini a protezione, che, si narra, formavano un arco elettrico a protezione della stessa. 

Un arco, quindi sacro, come è sacra "s'arca", la via Lattea traghettatrice che passa per le tre croci astrali, prima della rinascita, della resurrezione. 


Orione, fulcro dinamico della via Lattea, era chiamata "Luce del Cielo". Era una traduzione dal sumero "Uru-anna", e il nome Orione significa letteralmente "esplosione della luce", poiché le radici "ar-/or-/ur-", sono tutte derivazioni dell'originaria consonante "R", che esprime l'idea del moto per unire, per ricongiungersi con il divino, con l'Origine. 

La via Lattea è come un'Arca che traghetta nel mondo dello spirito, oltre la morte. È una vagina cosmica, poiché "argha" in sanscrito significa "vagina". 

Solo nella croce cardinale, rappresentata  da quella che passa per la cintura di Orione, l'uomo è in equilibrio tra umano e divino, tra maschile e femminile. 

È la croce cardinale del Golgota, quella sulla quale sta il Cristo, dopo il percorso iniziatico che lo ha unito al Divino. 

Ed è qui, che ha la consapevolezza del suo triplice aspetto divino, in un unico Logos, il Sacro tre, che riunifica i complementari.


E questo stesso Logos, che consente la resurrezione, alchemica, la rinascita, grazie all'allineamento di queste tre croci iniziatiche, lo troviamo anche all' interno delle Domus de Janas, sempre corredate da elementi triadici come le triple porte nelle false porte, o negli ingressi.

Domus de Janas nelle quali si ripropone lo stesso allineamento funzionale all'ascensione, dopo la morte.

Conformazione particolarmente evidente nella Domus de Janas S'Incantu o di Putifigari, a monte Siseri, in provincia di Sassari, dove abbiamo tre elementi "allineati", affinché avvenga la resurrezione, la rinascita dopo la morte: l'elemento solare, che entra in quell'ingresso sovrastato ai due lati da questa serie di tre protomi taurine/uterine(che indicano la sinergia degli opposti necessaria all'alchimia della trasformazione), e che contemporaneamente illumina e divinizza, sia l'elemento che sta in terra, circolare con tre cornici, che rappresenta il cielo, sia l'elemento quadrato che sta proprio nella parete difronte, sempre con tre cornici, che rappresenta la terra. 


È la quadratura del cerchio(la perfezione cercata secoli dopo, millenni dopo, da Leonardo, con il suo Uomo Vitruviano divinizzato), che si può ottenere solo se gli elementi opposti sono in equilibrio, come nella X che passa per la cintura, nella costellazione di Orione, e che ha la stessa sagoma della porticina di ingresso della Domus s'Incantu(come in altre Domus, dove questi tre elementi sono allineati) da dove arriva il sole divinizzante, che consente l'ascensione, l'alchimia trasformatrice. 


Non potendo riprodurre la via lattea in termini pratici, hanno riprodotto l'allineamento della stessa, rappresentandola come il fondo di un'arca, con quel soffitto che sembra la carena di una nave capovolta, perché l'Arca/argha/vagina cosmica, della via Lattea, porta con sé i semi della vita. Può "impiantare" la vita dove vuole, anche dopo la morte, perché porta con sé il Trilobato, il Fiore della vita della creazione. 

E cosa è un trilobato, di cui noi abbiamo eccelse e sacre rappresentazioni architettoniche in quei capolavori dei quali ho già parlato, come il nuraghe Losa e il nuraghe Antine in particolare? 

La loro conformazione è a T, a croce iniziatica, a triangolo, a perfetto triangolo equiangolo, con i tre angoli a 60°,se uniamo i vertici. 

La perfezione Divina sulla terra.

Gli stessi angoli che abbiamo visto nel simbolo esagonale sotto il mento del Gigante di Mont'e Prama, il pugilatore Efis. 


Giganti che conoscevano bene la  via Lattea della resurrezione, e che era chiamata dagli antichi Egizi, il "fiume d'argento", che era considerata lo speculare, la controparte celeste del fiume Nilo, il fiume della fertilità, reso tale dal fallo di Osiride ingoiato dall'ossirinco. 

E un  un fiume che riceve nutrimento da una porta d'argento, l'abbiamo anche noi. 

Il Tirso, che riceve dal Gennargentu(genna/jenna/janna/porta), dalla "porta d'argento", l'affluente Taloro(Tal-Oro). 

Un Tirso che ha lo stesso nome del bastone pastorale divino della conoscenza, dove le due nadi energetiche del maschile e del femminile si incrociano per arrivare alla consapevolezza della ghiandola Pineale posta sulla Sommità. 

Non credo sia un caso, che proprio qui in Sardegna, abbiamo un corso d'acqua femmineo, "un'arca/arga/vagina", naturale, che ha lo stesso nome di un oggetto di potere che indica la completezza della consapevolezza. La Kundalini totalmente attivata. 

È l'allineamento, il segreto dell'ascensione in modo che si abbia la quadratura del cerchio e ci si divinizzi. 

Quell'allineamento ben delineato dalla configurazione astrale "Sirio/piattaforma costellazione di Orione con X centrale/Aldebaran".

E questo allineamento dei tre elementi è sempre presente nell'Antica Civiltà Sarda. 

Ci sono sempre moduli triadici ovunque, nelle triple porte, nelle triple protomi taurine, nella stessa Y, nella scrittura. 


Questo allineamento astrale, crea, come abbiamo visto precedentemente, una conformazione tridimensionale, formata da due piramidi a base quadrata unite per la base, con i vertici su Sirio e Aldebaran, e la base quadrata che corrisponde al perimetro esterno delle quattro stelle (Beltegeuse, Bellatrix, Rigel, Saiph) che contiene la cintura di Orione, con le tre stelle Alnitak, Alnilam e Mintaka.


Un ottaedro.

Ottaedro che, guardacaso, sarà la figura solida usata per rappresentare i tre chiodi usati per crocifiggere Cristo.


Ad indicare, simbolicamente, che è questa configurazione astrale, la via per la morte e rinascita, per la resurrezione, per gli uomini che intraprendono la via della consapevolezza, e del sacrificio, dello smembramento del proprio ego( come nel Cristo e in Osiride, Dionisio, e in chi prima o dopo di loro). 

Gesù era un iniziato, figlio di un altro iniziato, Giuseppe, e di una Donna pura in tutti i sensi, e fu iniziato dagli Esseni, come lo fu Osiride, iniziato ai sacri Misteri. La sua crocifissione ha un alto valore esoterico, che riprende i riti di iniziazione a tre punti, sulla croce a forma di Tau, come ho già spiegato, ma fu ferito in cinque punti, come nel pentagono, la meta finale, quella che ricongiunge al divino, prima della rinascita. 

I tre chiodi "piramidali" sono la reliquia più importante del Cristo, quella che poi divenne il simbolo, con questa forma a ventaglio, della prima confraternita in nome di Gesù, i Gesuiti, fondati da Sant'Ignazio di Loyola. 

I tre chiodi, sono rigorosamente a forma di doppia piramide, e ricalcano quell'altro simbolo degli Iniziati, che già conoscete, perché ne ho parlato in altri post, il piede d'oca, la Y con la stanghetta al centro, simbolo della discendenza degli iniziati della Regina di Saba e del Re Salomone. 

Y che abbiamo visto, sempre presente nell'antica Civiltà Sarda, come scrittura, come impianto nuragico a trilobato. 

È una Y che ha tre vertici, tre punti, come la lettera Tau, il ventiduesimo sacro archetipo ebraico. 


Ho scoperto una cosa molto importante che riguarda la nostra  Antica Civiltà Sarda, mentre leggevo sulla Tau, il primo simbolo degli Iniziati, la croce su cui acquisivano la consapevolezza, l'apertura del terzo occhio. 

La Tau è considerata, graficamente, come una sovrapposizione, come se fosse un mix, di due lettere, la Dalet, e la Nun, che conosciamo molto bene, perché ne ho parlato a proposito del simbolo della tribù dei Dan, che ha proprio queste due lettere sotto il simbolo. 

E questa parola, Dan, nell' antico alfabeto ebraico, significa "giudice" 

Non potevo crederci. Come i Giudici dei quattro Giudicati della Sardegna. 

La Tau quindi, nella sua forma grafica primaria, nata dalla sovrapposizione della Nun e della Dalet, simbolo della tribù dei Dan, significa "Giudice". 


Le due lettere, come vi avevo spiegato a suo tempo, significano, una Acqua, la Nun, la trasformazione, il Giona inghiottito dalla balena, quattordicesimo archetipo ebraico(ma anche balena in arabo), e l'altra, Daleth, porta, la solidità sulla quale si costruisce, quarto archetipo ebraico, rappresentata da un quadrato, la base delle piramidi, quel quadrato di Sator, individuato tra le stelle, creato dalla cintura di Orione, e trasposto in terra, in Sardegna, come nel quadrato del Sinis(la Runa che rappresenta la Nun, ha la forma di quadrato, la Runa Ingwaz). 


Il valore numero delle due lettere ebraiche che assemblate, formerebbero la Tau è un 50(Nun) più un 4, la Dalet, quindi un 54, che in riduzione teosofia (5+4)fa 9. 

Quindi il giudice "Tau", ha un valore numerico 9. 

Quattro giudicati che ebbero potere tra  il IX e il XV sec. d.C. in Sardegna,(giudicato di Cagliari, Arborea, Torres, o Logudoro, e Gallura). 

9 come la riduzione teosofica del 72(e abbiamo visto l'importanza dell'angolo a 72° nell'antica Civiltà Sarda, come angolo aureo, della Geometria Sacra, lo stesso angolo degli ingressi dei Nuraghi, che indica l' inclinazione dei raggi solari al Solstizio d'estate, così come l'angolo a 60°, indica l'inclinazione dei raggi solari all'equinozio di Primavera). 


Ma 9 anche, nella versione "Sinis" del quadrato di Sator, dove, intorno alla lettera centrale N della parola Sinis disposta a croce, che indica il numero 5, ruotano quattro lettere i, che numericamente, in ghemetria,corrispondono al 9.

9, che, moltiplicato per 4, fa 36, ridotto teosoficamente(3+6), fa ancora 9.

Una geometria perfetta. Il 9 è un ciclo completo, come la Tau, l'alfa e l'Omega, il Sigillo divino, il grande Giudice. 


La Tau, che è il Sigillo divino, che è la forma del Creatore quando finisce la sua opera. 

Una Tau, una piccola Tau, sostituisce la bocca di uno dei Giganti di Mont'e Prama. A forma di Tau è anche il profilo "arcata sopracciliare/naso", presente anche nella Dea Madre di Cuccuru s'Arriu"

E grappe e conci a forma di T, di Tau, sono state sempre ritrovate, in Sardegna, in luoghi cultuali dedicati al culto del Sacro, come gli oltre cento blocchi a forma di T, ritrovati nel grande capanno del complesso nuragico che fa capo al Nuraghe Candelargiu , a San Giovanni Suergiu ( Sud Sardegna) in ardesite chiara. 


Il Tau non è niente altro che la croce, senza il prolungamento superiore, che è stato aggiunto in epoca romana per potervi affiggere la scritta INRI, sia in latino che in ebraico, e in ebraico, la traduzione risulta YHWH, l' impronunciabile tetragramma, il nome di Dio. 

L’acronimo, che sta per il latino "Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum", significa "Gesù il Nazareno re dei Giudei" 

Una croce, la Tau, che indica l'unione mistica tra il cielo e la terra, tra l'umano e il Divino. 


La Pasqua, in Sardegna, è particolarmente sentita, con tutte le sue rappresentazioni mistiche e rituali, perché affonda le radici nella notte dei tempi, così come nello stesso Carnevale. Due sacre rappresentazioni che parlano di purificazione, di morte e rinascita, e che hanno un elemento in comune, l'Ankh. 

Poiché l'Ankh, nella sua forma grafica rimanda, nella parte inferiore, alla Tau, quindi al concetto pasquale di espiazione, di perfezionamento, attraverso la crocifissione simbolica del sé, della parte egoica umana. 

Un sacrificio necessario, nel senso letterale del termine, del "rendersi sacri" per rinascere, risorgere a sé stessi. 

Ma l'Ankh, la chiave della vita, che Osiride tiene in mano, sulla sua Arca, mentre sulla vita Lattea raggiunge lo stargate astrale per la resurrezione, l'Aldebaran, il Sacro occhio di Horus, è anche quel lazo, che nel Carnevale sardo, l'uomo già divinizzato dalla funzione simbolica della maschera bianca, "su Issohadore", utilizza per acchiappare il Mamuthone, per offrirgli una possibilità di purificazione e quindi di rinascita, di risurrezione. 

Sino ai giorni nostri, questo simbolo rimane come il cordone che i consacrati a Dio, tengono come cintura per tenere stretto il saio religioso lungo il punto vita. 

Punto vita, che, come abbiamo visto, nei miei precedenti post, è il baricentro Alchemico dei Giganti di Mont'e Prama. 

I Giganti "vitruviani", nei quali la "quadratura del cerchio" leonardesca, si ha attraverso il fulcro centrale della cintura degli stessi, che rappresenta la cintura di Orione, unica piattaforma possibile per avere accesso al Divino, e unire gli opposti, umano e divino, cielo e terra. 


Parlare quindi, per me, della Pasqua in Sardegna, significa onorare quelle antiche conoscenze, che vedono nel Cristo, il massimo esponente, ma che rimandano ad una visione molto, estremamente più ampia, che gli Antichi Sardi conoscevano bene, perché aldilà del rituale di espiazione in sé, funzionale ad un gesto umanitario di alchimia collettiva nel quale si fa Agnello sacrificale  per l' umanità, in linea con i canoni religiosi e cattolici, nei quali è stato incasellato, questo rituale, mi parla di grandi uomini osservatori architetti, astronomi, intimamente connessi con la loro intima Essenza e naturalmente orientati verso quel senso del Divino, al quale anelavano osservando il cielo, ma che hanno, in modo sublime, trasposto anche in terra, creando, ancora prima che ne "s' incontru" pasquale, dopo la resurrezione, tra Madre e Figlio, un incontro terreno, tra umano e divino, in ogni loro manifestazione terrena, curata nei minimi particolari, come la ricercatezza degli angoli aurei. 

Ricercatezza che riempie sempre gli occhi di Incanto. 


Tiziana Fenu 


©®Diritti intellettuali riservati 


Simbologia delle Tre Croci nella Pasqua Sarda.


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