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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

domenica, gennaio 01, 2023

💚Origine babilonese del Capodanno

 Il Capodanno ha un'origine molto antica, e pare risalga, perlomeno dalle fonti scritte, al periodo Babilonese.

Il Capodanno babilonese si chiamava Akitu, una festa molto importante, distribuita nell'arco di 12 giorni e celebrata nel mese di aprile, un mese chiamato Nissanu, in cui il quarto giorno , il sommo sacerdote, celebra, attraverso l'Enuma Elish, l'Epopea babilonese della creazione, scritta nel 2300 aC circa, il tempo caotico degli Dei.

In questa occasione, Marduk, figlio di Ea e Damkina, associato al pianeta Giove e protettore dell'impero Babilonese, allegoricamente, uccideva Tiamat. 

Tiamat è il nome con il quale questa civiltà chiamava la Terra, e la traduzione letterale di Tiamat è “vergine che dà la vita”, dea delle acque sovrastanti, quelle salate, insieme ad Apsu, dio delle acque sottostanti. 

La loro sinergia, portò, emergendo dal vuoto e dal caos primigenio, alla creazione dell'universo materiale. 

Nei miti successivi, Tiamat mantiene il suo ruolo di “Madre di tutti gli Dei” ma, insieme al consorte, lotta con i suoi figli sotto forma di enorme drago e progenitrice di terrificanti mostri, ibridi e demoni, fino a che un “eroe civilizzatore” ( Anu, Enlil, Marduk, Indra, Thor, Zeus, Yahweh, Mitra, ecc..Anche il San Giorgio cristiano, uccide il Drago, proprio in concomitanza dell'inizio del segno del Toro, due giorni dopo, il 23 aprile) non riesce a sconfiggerla e, talvolta, a smembrarla per creare la terra e il cielo. 

Questo delinea anche il passaggio da delle civiltà prevalentemente matriarcali, pacifiche, verso delle società prevalentemente più aggressive, patriarcali. 

Il nome “Tiamat” deriva proprio dalla radice sumero/accadica per “mare” e, probabilmente, è da questa stessa radice che deriva il termine “thalatte/thalassa” (“mare”) in greco, nonché “tehom” nei dialetti semitici nord-occidentali, con il significato di “abisso, profondità”, parola che troviamo anche nella Bibbia ebraica. Stiamo parlando, dunque, di un’entità primordiale estremamente potente, madre di tutte le divinità del mondo antico, collegata in particolar modo con la forma del serpente/drago/mostro marino, con le acque salate generatrici di vita, il caos primigenio e gli imperscrutabili abissi dell’oceano.

Tiamat, il drago che appartiene ai quattro elementi, terra, aria, acqua e fuoco, che domina il Caos. 

Il Sacro Femminino da cui tutto ha inizio. 

Il serpente, la Dea Madre creatrice, che custodisce un grande tesoro.

Un grembo, una tholos. 

Una spirale serpentina che custodisce la vita. 

Dal corpo fatto a pezzi di Tiamat, verranno creati il cielo e la terra. 

Il sangue del drago è prezioso.

Contiene l'immortalità, e può diventare veleno, nelle mani sbagliate. 

È un tentativo, quello di Marduk che uccide Tiamat, di rendere mortale questo Sacro Femminino che si rigenera continuamente da sé stesso, attraverso il suo stesso sangue, veicolo di vita e di morte

Il sangue che è iniziazione, fertilità, sacrificio, alleanza con gli Dei.

Dissanguare Tiamat. 

Renderla mortale.

Il sangue è sacro. 

Il sangue è anima. 

Attraverso il sacrificio umano la divinità si manifesta. 

Anche il sacrificio di Cristo, avviene in un mese, aprile, che corrisponde al mese del Sacrificio della Tiamat babilonese. 

La ritualistica del sacrificio, è accompagnata spessissimo da formule ritualistiche da pronunciare durante la cerimonia. 

Aprile è il mese del segno del Toro. 

Il Toro è legato al chakra della gola. 

Quindi della parola. 

Ed è un segno femminile, che rappresenta Madre Terra, con la sua fertilità in potenza. 

È molto simbolico che il Capodanno babilonese si festeggiasse proprio in Aprile. 

È il passaggio necessario, verso il segno del Toro, per fertilizzare di sangue fertile la Terra. 

Anche Mitra uccide il Toro per questo motivo, affinché il sangue del Toro rendesse la fertile terra, ricca di tanti Doni ( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/11/mitra-che-uccide-il-toro.html?m=0) 

Anche in Sardegna, nel pozzo Sacro di Santa Cristina,  la ierofania più importante, della "resurrezione" si verifica in aprile, il 21, con la ierofania sul dodicesimo anello della tholos, proprio sotto il segno del Toro( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/04/aprile-simbologia.html?m=0) 

Ierofania, che doveva essere accompagnata, sicuramente da dei riti, preghiere, "brebus" Sardi, che ancora oggi sono dei potenti riti orali di guarigione (e la parola, è di dominio energetico del Toro) per la medicina dell'occhio, praticata per lo più con l'acqua e l'olio. 

Olio che sicuramente veniva utilizzato a pelo d'acqua, nella cisterna del pozzo, per enfatizzare la ierofania sul dodicesimo anello della Tholos. 

Un Capodanno, quindi, che affonda le radici nella notte dei tempi, ma, che, ne sono certa, ha ribaltato, come sempre succede, snaturandone il significato, qualche ritualistica cerimoniale che onorava il Sacro Femminino, per ciò che è. 

Come portatore di abbondanza e fertilità, senza questo passaggio "imposto" dal patriarcato, del sacrificio. 

Un aprile, importantissimo anche per l'antica Civiltà Sarda, traguardato da una ierofania che si manifesta proprio nel primo giorno del Segno del Toro, quando sole e acqua si congiungono in sinergia, per manifestare il Divino tra gli Umani. 


Tiziana Fenu 

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Origine babilonese del Capodanno



💛Importanza sociale de Su Candelarzu

 Anche se ho già approfondito riguardo la tradizione de "su candelarzu" di fine anno, sono rimasta molto colpita da questo scritto, che descrive una società, come quella della nostra civiltà sarda, estremamente attenta all'armonia, all'equilibrio, all'unione degli opposti, a non creare gerarchizzazioni a livello sociale, dislivelli tra ricchi e poveri. 

Una società basata sullo scambio, sul senso di uguaglianza, sull'aiuto reciproco, sull'armonia e sulla bellezza. 

Sulla continuità tra la vita e la morte. 

È sempre stato così. 

I nostri luoghi sacri, come le Domus de Janas, i nuraghi, le Tombe dei Giganti, i pozzi sacri, esprimono totalmente questo concetto di continuità di fluidità, di estrema armonia ed equilibrio, e questo, non poteva che essere un riverbero di una società altamente evoluta, senza discriminazioni, che ancora oggi offre il suo imprinting nelle tradizioni, come queste del 31 dicembre, che ancora sopravvivono, a dispetto del tempo e delle circostanze, portando avanti quel senso di orgoglio, di "balentia", di valore, che contraddistingue questa nostra Sacra civiltà, fondata sul senso di eguaglianza e collaborazione.

E chi non collabora, non è degno di far parte della società, senza mezzi termini.

La questua, come veicolo di armonizzazione comunitaria. Come momento di incontro e di scambio.

Come possibilità di appartenenza e uguaglianza, dall'alto valore simbolico. 


"La "candelarìa" è l'offerta di un pane del 31 dicembre (cocòne), appositamente preparato, insieme a frutta, biscotti, danaro: una consuetudine che a Orgosolo è ancora vivissima, attesa con impazienza da tutti i bambini e predisposta con impegno dalla gran parte delle famiglie.

Il "cocòne" viene approntato, per la massima parte, nei giorni immediatamente precedenti il 31, in casa, da gruppetti di donne aventi rapporti di parentela e di buon vicinato. È composto di farina di grano duro (sìmula) impastata con lievito, acqua tiepida, sale e strutto. 

[...] Ai bambini verrà donato un quarto - ma talvolta anche due - dell'intera "tundìna", vale a dire un "cocòne". Attualmente la gran parte delle famiglie destina a "sa candelarìa" tre "càrtos" di grano; poiché da ogni "càrtu", che equivale a 20 kg, si ottengono mediamente 40 "tundìnas", ogni casa ne avrà a disposizione 120 circa, ovvero 480 "cocònes".

[...] Oltre a procedere alla cottura del pane, nei giorni precedenti il 31 si provvede ad acquistare cassette di frutta e scatole con pacchi di biscotti: pur nella diversità di capacità economiche nessuna famiglia, salvo gravi impedimenti, vi rinuncia. Anche le famiglie colpite da lutti recenti preparano il pane che viene però offerto senza dolci né frutta.

La partecipazione alla questua è riservata ai bambini e alle bambine dai 4 ai 12 anni circa; si ha perciò un'età compresa tra due momenti di passaggio; il primo sancisce l'acquisizione di un'autonomia motoria extra familiare e di una capacità di raccolta e trasporto (i sacchetti, in genere federe per cuscino, se pieni, arrivano a pesare diversi chili) e, dunque, indica il superamento della prima infanzia e l'ingresso nella fanciullezza; il limite superiore dei 12-13 anni ne stabilisce la fine e nel contempo segna l'avvio della fase adolescenziale

[...] Dopo mezzogiorno, aiutati dai genitori o dai fratelli più grandi, i bambini recuperano i doni dai punti d'appoggio, provvedendo infine alla conta finale dei soldi, e in generale alla verifica di quanto raccolto. Non è infrequente che riescano a guadagnare cifre di 300-400mila lire, che vengono requisite dai genitori per destinarle ad acquisti, di abbigliamento ed altro, normalmente, per i bambini stessi.

La candelarìa non è comunque finita; essa avrà infatti un'importante appendice notturna, questa volta effettuata da gruppi di adulti, donne e uomini, e interesserà soltanto le case degli sposi dell'anno che sta per finire.

A partire dalle nove fino alle due o le tre del mattino, dunque, gruppi delle dimensioni e componenti più svariate, che, talvolta, nei pressi delle case degli sposi, divengono una vera e propria folla, attraversano le strade e i vicoli del paese, quasi sempre al buio in conseguenza di un'attività di abbattimento delle lampadine pubbliche, tanto puntuale da fare anch'essa parte della tradizione.

[...] L'uso di andare a cantare la "candelarìa" agli sposi novelli risale a circa trent'anni fa. Fino ad allora, a memoria d'uomo, lo questua si effettuava nelle case benestanti del paese da parte della popolazione povera, che, come è facile immaginare, costituiva la gran parte degli abitanti di Orgosolo. Si trattava, dunque, di una vera e propria elemosina molto attesa dalla popolazione e, in un certo senso, sentita come doveroso obbligo dai ceti più abbienti.

[...] Una visita in quelle case fortunate, spesso ripetuta grazie all'anonimato, consentiva di raccogliere una discreta quantità di pane "bianco", di ottima qualità e, non infrequentemente, anche un po' di lardo e salsicce.

I più anziani ricordano che la "candelarìa" notturna veniva nel passato frequentata anche da gente povera del circondario (Oliena, Mamoiada, Fonni) che evidentemente non poteva permettersi di rinunciare alla possibilità, certamente assai rara, di ricevere gratuitamente alimenti preziosi. Le parole del canto che si riporta di seguito, tuttora eseguito, parrebbero indicare che il dono della "candelarìa" venisse consapevolmente vissuto come un'operazione di ridistribuzione di beni tendente a ricostituire uno stato di eguaglianza tra gli abitanti del paese:


Bona notte bos det Deus

E annu bonu a s'intrada

Cun bonu gustu e recrèu

La colezes cust'annada

Sa mese est apparizàda

Pro facher sa caritade

Tottu bos aggualades,

Sos riccos chin sos povèros

Cando su Re de sos chelos

S'est cherfidu aggualare

A tres chidas de Nadale


Una buona notte vi dia Iddio

E un buon inizio d'anno

Con soddisfazione e piacere

La trascorriate, quest' annata

La tavola è imbandita

Per fare la carità

Tutti quanti diventate uguali,

I ricchi con i poveri

Quando il Re dei Cieli

Ha voluto uguagliarsi (all'uomo)

Nella terza settimana di dicembre.


Nel nome di Gesù Bambino i ricchi e i poveri diventavano uguali; un rifiuto alla contribuzione, e dunque ad accogliere il messaggio del canto, veniva mal tollerato: una risposta negativa (a perdonare), magari mandata attraverso una porta chiusa, provocava nei questuanti imprecazioni e parole di malaugurio.

Il generale miglioramento delle condizioni economiche del paese ha determinato l'abbandono della questua notturna nelle case dei "ricchi" del paese e ne ha modificato il significato e lo funzione.

Con la visita agli sposi, oggi, il paese prende atto, in misura ancora più ampia di quanto non abbia potuto fare in occasione del matrimonio, della costituzione di un nuovo nucleo familiare e, in maniera affettuosa e corale, ne riconosce e ne sancisce l'appartenenza alla comunità umana e all'universo culturale orgolese.

La tradizione delle questue di capodanno nell'isola, specie condotte da bambini, è attestata in diversi scritti del secolo scorso. Per quanto attiene al territorio che più direttamente qui interessa, vengono riportate notizie dal Ferraro e dalla Deledda.

Il Ferraro definisce il "candelariu" come "Dono delle Calende di Gennaio" (donum candelarium) consistente in frutta secca, dolciumi, ecc. La Deledda, sempre riferendosi a Nuoro, fornisce una descrizione del pane che veniva offerto ("piccolo, bianco, frastagliato, lucido, in forma di uccello e di altri animali"); inoltre informa come i bambini, nel caso di una risposta negativa fossero soliti reagire: "Se il candelariu viene negato, i ragazzi, indispettiti, si allontanano gridando:

A nolla dazes sa candeledda

Cras a manzanu

in terra nighedda.

Non ce la date la candeletta?

Domani mattina

possiate trovarvi in camposanto".


Al 1912 risale una breve descrizione della questua dei bambini di Olzai detta "candelarzu", pubblicata da Pietro Meloni Satta: "L'alba del 31 dicembre dell'anno che scompariva, ansiosamente attesa, veniva salutata con gioia dei ragazzi del paese. Essa portava il dì de su candelarzu. Al primo albeggiare quei vispi ragazzetti lasciavano la stuoia o il lettuccio, infilavano l'uscio, e si davano a correre di casa in casa, allegri e spensierati ... Cotesta allegria, cotesta festa fanciullesco, era pro su candelarzu ... Le massaie si facevano premurose alla porta per accontentare i vispi ragazzetti, con abbondanti manciate di mandorle, noci, nociuole, castagne, uva passa".

Il Meloni Satta si avventura nell'ipotesi che "candelarzu" derivi da candela e che quindi significhi "questua con candele".

Max Leopold Wagner, dopo aver citato il Ferraro e il Calvia ne "La vita rustica", ritorna su questi autori nel "Dizionario Etimologico Sardo", trattando del termine Kandelariu: "Specie di focaccia figurata che si regala ai ragazzi e ai poveri in occasione del Capodanno: donum calendarium".

La data di svolgimento della "candelarìa" di Orgosolo, lo status sociale dei suoi protagonisti, le formule e l'oggetto della richiesta, consentono di inserire la manifestazione nella vasta e ben nota casistica di cerimonie che a partire dall'autunno e fino al Carnevale accompagnavano - e talvolta ancora accompagnano – i tanti "Capodanni" delle società tradizionali europee: Ognissanti, San Silvestro/Primo Gennaio, l'Epifania, ecc. La letteratura storico-etnologica offre al riguardo un repertorio vastissimo e riferirne diffusamente andrebbe oltre le finalità del presente scritto.

Si vuole, però, brevemente accennare ai principali elementi comuni caratterizzanti tali manifestazioni.

La pressoché totalità delle questue, in qualsiasi paese si svolgessero, era condotta da bambini, da poveri, da stranieri o da donne, vale a dire da categorie sociali per un verso o per l'altro (età, condizioni economiche, pregiudizi culturali) caratterizzate da uno status di "alterità", quando non di subalternità. Inoltre, la richiesta di pane, dolci, vino, ecc., era generalmente contraddistinta da atteggiamenti ricattatori, e minacciosi (talvolta si effettuavano dei veri e propri furti) accompagnati da riferimenti più o meno diretti alla morte e alla vanità della vita umana e dei beni terreni.

Un esempio significativo di quanto si va dicendo è offerto dal testo scozzese del XVII secolo citato da Levi-Strauss, che riporta le parole che venivano pronunciate dalle bande di ragazzi in occasione della questua di Natale: "Muoviti buona donna e non essere pigra / nel preparare il tuo pane per il tempo che sei qui (in vita) / Verrà il tempo che tu sarai morta e non avrai bisogno né di grano né di pane".

L'evocazione della morte per dare forza alla richiesta di contribuzioni si ritrova nei più disparati contesti geografici e storici: dalle parole dei bambini statunitensi nelle questue per Ognissanti (Halloween) ai testi delle Koliady cantate dai giovani ucraini nel periodo di Natale.

In questo quadro si può agevolmente inserire anche un gran numero di questue della tradizione sarda. Oltre naturalmente a quelle assai più esplicite nella loro denominazione quali "su mortu-mortu", come veniva chiamata la questua di Ognissanti, si può citare, a titolo di esempio. 

Il rapporto bambini/questue natalizie/mondo dei morti è chiarito da Levi-Strauss nel breve quanto considerevole saggio del 1952 "Babbo Natale suppliziato".

Dopo aver ricordato che le questue dei bambini nell'Europa tradizionale non sono limitate al Natale ma hanno un significativo avvio nella questua di Halloween, Levi-Strauss nota che: "Il progredire dell'autunno, dal suo inizio sino al solstizio che segna il salvataggio della luce e della vita, si accompagna quindi, sul piano rituale, a un movimento dialettico le cui principali tappe sono: il ritorno dei morti, la loro condotta minacciosa e persecutrice, la fissazione di un modus vivendi con i vivi che consiste in uno scambio di servigi e di doni, infine il trionfo della vita quando, a Natale, i morti ricolmi di regali abbandonano i vivi per lasciarli in pace sino all'autunno successivo... Ma chi può mai impersonare i morti, in una società di vivi, se non tutti coloro che, in un modo o nell'altro, sono incompletamente incorporati al gruppo, ossia partecipano di quella "alterità" che è il segno distintivo del supremo dualismo, quello fra morti e vivi?

Non stupiamoci dunque nel vedere gli stranieri, gli schiavi e i bambini diventare i principali beneficiari della festa. L'inferiorità di statuto politico o sociale, la disuguaglianza delle età forniscono al riguardo criteri equivalenti... Non è quindi sorprendente che Natale e Capodanno (suo doppione) siano feste degli altri, poiché il fatto di essere altro è la prima immagine ravvicinata che possiamo rappresentarci della morte".

La pertinenza di tale autorevole ragionamento interpretativo alla Candelarìa viene confermata anche dalle ragioni che consentono lo partecipazione alla manifestazione, con la preparazione del pane e l'accoglienza ai bambini, anche delle famiglie colpite da lutti e da disgrazie recenti (situazioni che impongono normalmente l'astensione dalle feste): si dice, infatti, a Orgosolo, che il pane si fa per le anime: "Est pro sas animos"; attraverso i bambini, dunque, si trasmette un dono ai defunti. Dato per acquisito questo punto, niente, tuttavia è dato di sapere sulle ragioni per le quali un rituale la cui struttura organizzativa risulta presente nelle lontane feste del calendario romano, Saturnalia e Calende di Gennaio in primo luogo, possa essersi conservato negli elementi fondamentali fino ai nostri giorni.

Rimane tutto da chiarire in che modo lo diffusione e l'affermarsi del Cristianesimo, al di là delle opposizioni conclamate, possano averne determinato, nella lunga durata, la sopravvivenza.

E, ancora, va sicuramente approfondito l'esame del ruolo svolto, nella lunga storia attraverso i secoli di questa tradizione, dalla componente ludica, di godimento comunitario presente nel breve momento di rappresentazione di un'utopica società di eguali.


(da P. Piquereddu, "La Candelarìa di Orgosolo" in In nome del pane. Forme, tecniche, occasioni della panificazione tradizionale in Sardegna, Sassari, ISRE, 1991

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Importanza sociale de su Candelarzu




💛Su candelarzu

 "Su Candelarzu", il pane Sardo dell' ultimo giorno dell'anno, a forma di disco solare inciso a croce. 

Era antica usanza, e si conserva tutt'oggi, in qualche paese del nuorese, che per l'ultimo giorno dell'anno, si preparasse un pane tipico, chiamato "Candelarzu". 

Si tratta si una sorta di focaccia tonda, schiacciata, che viene distribuita ai ragazzi lungo le case del paese. 

Si andava "a candelare", richiedendo questo pane, suddiviso in quattro quarti, e un misto di dolci e frutta. 

Questo pane è molto particolare, perché deve essere di 35 cm di diametro, e deve essere sezionato con una croce al centro, e 4 croci in ogni sezione. 

Ognuna di queste porzioni è chiamata "Su cocone". 

Ci sono delle apposite filastrocche da recitare durante la questua, e se per caso veniva negata l'offerta, i bambini rispondevano con una sorta di "frastimu", un malaugurio. 

Questo è sintomatico di come il rito fosse molto sentito, tanto che i bambini portavano in dono, a chi offrisse loro la candelaria, un rametto di ulivo, considerato da sempre, e in ogni cultura, un albero sacro e portatore di pace. 

Molto simbolico specialmente per le ragazze, che davano un nome, il loro nome, e quello del loro moroso, a queste due foglie attaccate ad Y, e le mettevano tra le braci del caminetto, nella cenere bollente. 

Se le due foglie si intrecciavano tra di loro, era di buon auspicio. 

La Sacralità della pianta di ulivo deriva anche dai racconti mitologici, nei quali si narra che Ulisse intaglio' il talamo nuziale, per lui e per la sua Amata, Penelope, proprio in un grosso albero di ulivo, ritenuto Sacro, simbolo delle Sacre Unioni Ierogamiche d'Anima.

"Su cocone" è particolare, perché ricorda, nella sua suddivisione a croce, e nella disposizione delle 4 croci, la bandiera Sarda dei quattro Mori. 

Attualmente Sa Candelaria, si pratica solo ad Orgosolo e Benetutti, dove viene chiamata "su candelarzu". 

Il pane viene chiamato anche" sa tundina ", e viene lavorato con pazienza, impastando con calma, semola di grano duro, lievito e strutto. 

Questa  antica tradizione affonda le radici in Oriente, a Bisanzio, dove il primo gennaio di celebrava la feste delle candele con una grande mascherata. 

E la festa, non è soltanto la questua dei bambini, la mattina del 31 dicembre, ma è anche la festa degli adulti, che di sera festeggiano "su Cocone", passando nelle case di novelli sposi, e autoinvitandosi per un brindisi, festeggiando sino alle prime luci dell'alba e cantando una filastrocca beneaugurante. 

Questo pane bianco, dai bordi frastagliati come un sole, è buonissimo. 

È molto interessante questa suddivisione a croce, in un pane circolare che sembra un sole. 

Questo cerchio della vita che nell'antica tradizione induista, viene chiamato Pasha,  il nodo fatto con la corda che Shiva tiene nella sua mano destra inferiore.

Assomiglia all'Ank egizio e sta a simboleggiare il lingham e la yoni.

Quando Shiva è nella forma di  Mahayoghi, l'Asceta Supremo, il Pasha perde il suo significato fallico per assumere quello di "porta stretta" che conduce al Regno dei Cieli. 

Allora esso è la Croce nel Cerchio, equivalente alla Croce Ansata egizia, quella sulla quale debbono essere crocifisse le passioni umane se si vuole attraversare la porta stretta, il cerchio ristretto che si dilata all'infinito, non appena l'uomo interno ne ha superato la soglia.

I quattro punti della croce rappresentano la successione, la nascita, la morte e l'immortalità. 

Era la croce, sulla quale si adagiavano in un sonno profondo, nel sonno di Siloam, per tre giorni e tre notti, prima di essere esposti al sole purificatore e rinnovatore di vita, come dei risorti. 

Si risvegliava il "Sole/Spirito interiore", che illuminava l'uomo appena nato. 

Questa connessione con il Sole, fin dall'antichità, fin da quando veniva indicato con una svastica uncinata e quattro punti nelle sue quattro sezioni, risale fin dai tempi antichissimi, e secondo me, l'evoluzione naturale è stata la bandiera dei quattro Mori, con quattro sezioni. 

Forse i 4 Mori erano gli antichi Falasha, gli Ebrei neri, gli Iniziati, i discendenti di Menalik, figlio del re Salomone e della regina di Saba ( la Sapa/saba, è una brelibatezza tutta Sarda), gli stessi della tribù di Dan, gli antenati degli Shardana. 

Potrebbe essere un'ipotesi. Leonardo Melis ne ha seguito le tracce. 

Un simbolo, questo della Croce e del Cerchio insieme, che troviamo anche nell'antica tradizione del nostro Carnevale Sardo, che è portata ancora oggi, in processione dalla figura de S'Urtzu di Seui ( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/01/il-grembo-alchemico-delle-maschere.html?m=0) 

"Da notare come nel Carnevale di Seui, S'Urtzu, porta come simbolo, durante la rappresentazione, la croce celtica ,il   significato più comunemente assegnato a questo simbolo è quello solare, unito ad un significato di tramite e collegamento tra mondo terreno e mondo celeste, dovuto al fatto che sovente l'asse orizzontale viene ricondotto alla rappresentazione della dimensione terrena mentre quello verticale alla dimensione celeste"

Io, dal mio punto di vista continuo a seguire l'evoluzione "Sole/croce/tau/taurino/uterina" 

Che mi porta sempre lì. 

La Y della Stirpe Regale degli iniziati del Sole

E nei nuraghi è frequente questa conformazione, a croce, interna

Anche il segno della croce, non è di provenienza cattolica e cristiana. 

Era di tipo esoterico/cabalistico. 

Rappresentava l'opposizione e l'equilibrio quaternario degli elementi. 

Il Padre Nostro, era in origine in due modi. 

Uno riservato ai sacerdoti e gli iniziati, e l'altro per i neofiti e i profani. 

L 'iniziato, portando la mano alla fronte, diceva:

"A te(mano sulla fronte) 

appartengono 

il regno(mano sul petto) 

la giustizia(spalla sinistra) 

e la Misericordia" (spalla destra) 

Quindi, si congiungevano le mani e si diceva "per il cicli generatori" . 

Quindi, aveva un alto valore simbolico. 

La Chiesa si è semplicemente impossessata di questo bellissimo e simbolico simbolo gnostico che non le apparteneva, distorcendolo nel significato primario. 

E sono felice di vedere questo antico simbolo, ancora commemorare nrl pane del 31 dicembre, nel "Candelarzu" della rinascita, a cui farà eco, tra un mese la festa de Sa Candelora, della luce della rinascita dopo il buio dell'inverno. 

Un pane che ci ricorda che il sole c'è sempre, è dentro noi

Un'ostia primordiale, un pane da offertorio. 

E rinnegarlo, negarlo attraverso la mancata offerta ai bambini che chiedono le offerte di casa in casa, merita un "frastimo", una maledizione

"che non possa arrivare a vedere l'alba del giorno dopo" . 

Chi non si risveglia, merita questo. 

Di vivere come uno zombie. 

Concetto quanto mai attuale. 

Gli Antichi Sardi conoscevano bene l'importanza del risveglio interiore, dell'uomo solare divinizzato. 

Stavano sulla Tau. 

Sul Taurino/Uterino, che li iniziava ai grandi Misteri. 

Poiché solo l'Energia Maschile e Femminile insieme consentono l'accesso ai Misteri degli Antichi Iniziati . 

Il culto di Shiva e della sua "Shivedda", come scrissi in uno dei miei primi post, intendendo "Scivedda", come luogo uterino, grembo, dove lievita l'impasto e la vita, con i suoi Lingam e Yoni, è filosoficamente troppo elevato, nonostante le due degenerazioni moderne, per poterlo considerare solo un simbolo fallico. 

Ma questo, gli antichi Sardi, lo sapevano benissimo. 


Tiziana Fenu

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Approfondimenti sull'offerente "Barbetta", che porta in dono del pane

https://maldalchimia.blogspot.com/2022/09/faraonebarbetta_1.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2022/09/approfondimento-faraonebarbetts.html?m=0

Su candelarzu

















💛Presepe di Pinuccio Sciola

 Oggi si festeggia Santo Stefano, e per augurarvi Buon Santo Stefano, ho scelto l'immagine del Presepe in pietra scolpita, del nostro amatissimo Maestro Pinuccio Sciola.

Non credo che tutti sappiano, però, che Santo Stefano è legato alle pietre, e sarà forse per questo, che in prossimità del nostro altare più grande, l'altare di Santo Stefano a Oschiri, è stata edificata una chiesa  dedicata a questo Santo, ed è stato dato all'altare questo nome, anche se arbitrariamente, poiché è un altare con simboli antichissimi, che poco ha a che fare con il racconto che spiega perché oggi si celebra Santo Stefano. 

Leggiamo perché, dalle parole di Annamaria Persico, autrice. 

"Il 26 dicembre, giorno successivo al Natale, la Chiesa celebra Santo Stefano protomartire, primo cristiano che ha professato la parola di Gesù in modo tanto coerente ed estremo da subire il martirio. Questo spiega l’importanza di questo Santo al quale è dedicata una giornata di festa segnata in rosso dal calendario e che nel tempo è stato fatto oggetto di fede popolare e significati antichi e profondi. Forse non tutti sanno però che Santo Stefano è presente anche nel presepe e ora vi spieghiamo perchè.

Un’antica leggenda narra che quando nacque Gesù Bambino era davvero tanta la gente che accorreva verso la grotta per adorarlo. Vecchi, giovani e tante donne che portavano con sè i propri bambini affinché Gesù li benedicesse. Tra queste donne c’era anche Tecla, una giovane sposa che non aveva figli ma desiderava tanto averne uno. Un po’ si vergognava del fatto che non avesse bambini e, per non essere da meno delle altre, prese una grossa pietra, l’avvolse in uno scialle, pose sulla sommità una cuffietta e si recò verso la grotta portandola tra le braccia, proprio come se fosse stato un neonato.

Tecla, quando fu vicino a Gesù e lo vide così bello e sorridente, si inginocchiò e dall’emozione scoppiò in un pianto dirotto. Maria notò la scena e, quando la ragazza si alzò per ritornare a casa, si avvicinò e le chiese: «Tecla, che cosa porti in braccio?». E lei rispose: «Allatto un figlio maschio».

Allora la Madonna, che aveva letto il suo grande desiderio, le disse: «Avvicina al seno tuo figlio e allattalo». Tecla si sentì scoperta ma obbedì e tanto fu lo stupore quando sentì agitarsi il suo fagotto. Maria commossa le disse ancora: «Da questo momento il tuo desiderio é stato esaudito e la tua pietra é diventata un bel bambino». Tecla scostò lo scialle che avvolgeva la pietra e con meraviglia vide il miracolo che era stato compiuto per lei: tra le braccia aveva il suo primo figlio.

«Ricordati però», le disse ancora Maria, «che egli é nato da una pietra e morirà a colpi di pietra». Quel bambino fu chiamato Stefano, divenne discepolo di Gesù e fu il primo ad affrontare il martirio.

E’ per questo che nel presepe la donna col bambino in braccio, posizionata nelle vicinanze della grotta, è una figura molto importante. Viene chiamata Tecla, ma anche Stefania o Anastasia, e rappresenta tutte le donne che con la forza del loro amore riescono a smuovere il mondo così come lei riuscì a dare vita alla pietra". 


Ho scelto questo Presepe di Pinuccio Sciola, perché amava definire se stesso, come "figlio della Pietra", e credo che nessuno ne abbia colto l'Essenza, fino a manifestarla in canto, in melodia, in vibrazione, in richiamo d'Amore, fino alle profondità della stessa terra, come ha fatto lui, con la magia e la passione per le sue amate pietre sonore.

Questo Presepe è Essenzialità, è radicamento, è forza granitica, è immortalità che sfida il tempo.

È Amore.

Che sia radicato in voi, come il Canto silenzioso e maestoso di queste Pietre.

Un caro Augurio di Cuore❤️


Tiziana

Maldalchimia.blogspot.com

Presepe di Pinuccio Sciola



💙Anno benedetto

 Questo è stato un anno benedetto per me.

Mi ha insegnato a portare nella materia tutto ciò per il quale la vita mi ha sempre allenato. 

Ho provato la stessa soddisfazione che si prova nel ripercorrere a ritroso, all'indietro, le orme dei piedi sulla neve. 

A far finta di essere scomparsa ad un certo punto, dal percorso, dalla mia stessa vita, e ricomparire. 

Con tutto il carico di un pupazzo di neve creato dal nulla. 

Sono abituata alla neve. 

Ho imparato a giocarci, con le nevicate ghiacciate sull'Anima. 

Come quelle palle di vetro che rovesci come una clessidra, e a forza di farlo, ne scorgi anche l'incanto. 

Ho imparato a fare lo stesso gioco con la clessidra. 

Con lo scorrere del tempo. 

A dilatarlo, a modellarlo al mio tempo interiore. 

Ero già allenata a questo. 

A crearmi un tempo-tempio che consentisse la mia manifestazione. 

Nella mia solitudine. 

E a non sentirmi sola in essa. 

Due parole così simili, tempo e tempio. 

Perché in fondo, il tempo, è come un tempio. 

Ogni volta che dedichiamo del tempo a qualcosa, a qualcuno, a noi stessi, con amore, profondità e trasporto, stiamo creando un tempio di raccoglimento, di preghiera, di intima connessione. 

Questo tempo-tempio, quest'anno, è stato per me.

Non perché l'abbia voluto o cercato. 

Ma semplicemente perché la vita, le circostanze, le persone, mi hanno preparato ad esso. 

Con la loro presenza o con la loro assenza. 

È stato l'anno della mia Manifestazione. 

Del mio personale Logos. 

Mi sono ascoltata, come ho fatto tante altre volte, e ho percepito la mia personale frequenza.

Sapevo già. 

Ma c'era ancora troppo rumore, affinché potessi percepirla chiaramente. 

Quando impari a rilasciare, a fare vuoto, diventi cassa di risonanza, e puoi percepire anche il lieve battito delle tue ciglia. 

Ho imparato a lasciare. 

A non guardarmi indietro. 

A non elemosinare. 

A non chiedere. 

A non credere. 

Ad ascoltare. 

A percepire. 

A ricordare. 

A non aver paura del già visto

A non credere alle parole, ma solo ai fatti. 

Ma ho imparato a creare con le parole, quella dimensione che mi è stata, di volta in volta, concessa di vivere, di ricordare, di ammirare, di sentire incastonata nel cuore. 

Di essere portata tra le mani, come un Dono, per il tempo che mi è stata concessa. 

Le Dimensioni del mio Altrove. 

Dove ero, e sono, Pienezza e Completezza, in respiro sincrono con l'Universo. 

Dove sono stata Manifestazione in altre Forme. 

Ho centinaia di vite in me. 

Non posso essere mai sola. 

Ho imparato a dire "Amore", senza la paura che mi si frantumasse tra le mani. 

Ho imparato che non esistono legami, ma solo Frequenze. 

E che a volte, si cambia stazione, e non è più importante. 

L'importante è continuare a danzare, e percepire l'emozione delle note. 

Un ballo lento, in due è meglio. 

Ma se non hai la musica nel cuore, anche in due, può essere l'abisso. 

Ho imparato ad amare in silenzio, e a quanta dolcezza e protezione possa esserci, anche solo in un pensiero d'amore, di passione. 

Ho imparato a non stagnare. 

A tenere la mente attiva su più fronti. 

A renderla elastica. 

Ciò che non segue, lo lascio fermo. 

Se anche il corpo non vorrà più seguire, sarà giusto così. 

Ha un'intelligenza sua

E sa cosa è meglio per la mia Anima. 

Io non inseguo più. 

Non disperdo più. 

Ho imparato a capire quanto valgo. 

Valgo tutto ciò che non mi è stato ancora donato. 

Poiché ne valgo l'attesa. 

Valgo quell'ombra che ho sempre lasciato alle mie spalle, pur di seguire il sole. 

Valgo la luna argentea che mi scalda di tepore, come una figlia partorita ad ogni lunazione

Valgo un uomo che nei miei occhi veda tutto ciò che può desiderare al  mondo, e mi tenga tra le mani come una gemma preziosa. 

Sono stata vetro per chi non mi ha riconosciuta. 

Ma un Diamante non lesina luce altrui, quando può brillare della propria luce. 

Valgo ciò che ancora sta accumulando e custodendo valore per me. 

Ho imparato a ridere di me, e con me. 

L'affollamento non fa per me. 

Devo sentire esclusività. 

Attenzione, riguardo. 

Sulla distrazione, non mi soffermo più. 

So dare attenzione. E attenzione esigo.

Oltrepasso gli occhi e arrivo fin dentro l'Anima. Ma solo se sono fissi sui miei. 

Non seguo più. Ho trovato il mio centro.

E il centro, è sempre l'inizio del tutto. 


Tiziana Fenu

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Immagine : "Metamorphosis" di Kristian Zaire

Anno benedetto