"Questa dimensione del "doppio" o "gemellare" è centrale nella nostra antica civiltà.
Questo mi rimanda alla concezione dantesca del cosmo, dove Dante ascende al cielo delle stelle Fisse presso la costellazione dei Gemelli.
Questa costellazione rappresenta l'androgino, la divinità completata (simile alle nostre pavoncelle sarde bifronti), l'integrazione che dà accesso a una conoscenza superiore.
Le sfere planetarie del paradiso dantesco, sebbene eteree, sono da lui chiamate "cielo di pietra" perché è proprio la materia in moto circolare ed eterno a generare la musica celeste.
Io credo che i nuraghi, così numerosi, rappresentino proprio questa divinità demiurgica solare primigenia, un'entità androgina.
Si narra che l'Età dell'Oro corrispondesse astrologicamente all'era dei Gemelli, quando il sole sorgeva all'equinozio di primavera in quella costellazione.
In quell'epoca, si scoprì che con due bastoncini "gemelli", sfregati tra loro, si poteva creare il fuoco vitale.
Ecco perché le divinità creatrici sono spesso gemellari e androgine, e perché crearono i primi umani in coppie maschio-femmina.
Questo equilibrio si riflette nella nostra architettura in Sardegna.
Il nuraghe è contemporaneamente fuoco (Nur) e acqua (Nun).
L'osservazione della circolarità dei pianeti diede alla mia antica civiltà la dimensione del Tempo.
La circolarità delle orbite planetarie diede la dimensione del Tempo.
Nell'era dei Gemelli, governata da Mercurio, si svilupparono la ruota e la comunicazione. La costellazione dei Gemelli, visibile all'orizzonte prima del sorgere del sole agli equinozi di primavera, divenne simbolo universale dell'equilibrio degli opposti, rappresentato in tutto il mondo da una figura centrale con due oggetti simmetrici.
Per questo ritengo che i nuraghi vadano retrodatati.
La cronologia ufficiale (dal 1800 a.C.) li colloca nell'era dell'Ariete, guerriera, mentre la loro anima è in perfetta sintonia con l'era del Toro (4000-1800 a.C.), segno che esotericamente domina il chakra della gola, quindi del Suono.
Il suono è la prima manifestazione del Divino, il Verbo.
Gli antichi Sardi, osservando il movimento perfetto e armonico dei pianeti, cercarono di ricreare quella frequenza, quella "musica delle sfere".
Pitagora teorizzò che dal movimento dell'universo si producesse un'armonia.
I nuraghi, con la loro struttura a cerchi concentrici che si restringono verso l'alto, sono il riflesso in sezione di quelle sfere celesti.
Sulla loro sommità si celebrava il fuoco del Sole, la nota centrale che armonizza il cosmo.
“Su Componidori” della Sartiglia, il cui nome significa "compositore", è proprio colui che armonizza, come un musicista divino che compone l'universo. Dante, nel suo paradiso di "cielo di pietra", e Platone nel Timeo parlano di questa stessa armonia"
Tratto dal mio saggio
"Gli Uomini senza Ombra.
Simbologie archetipali in Sardegna"
"Le radici del Carnevale sardo affondano in una stratificazione temporale remota, risalente al Paleolitico, intrecciandosi con antichi rituali di caccia, con la relazione simbiotica tra l’uomo e la Natura, con i cicli solari e lunari, con gli animali ausiliari nel lavoro agricolo, con gli elementi atmosferici, come la pioggia, e il vento, determinanti per la fecondità della terra.
Questo Carnevale nasce dal grembo della Madre Terra, da quel ventre sacro che genera i frutti e al quale, al termine dell’esistenza terrena, si chiede rifugio e ritorno.
Una sacralità talmente profonda da richiedere figure rituali che vi si approccino con somma devozione.
Come quella de “Su Componidori” del Carnevale di Oristano, etimologicamente “colui che fa sgorgare l’acqua dai cumuli”, lo sciamano pluviale, che viene ritualizzato e sacralizzato come una divinità vivente, prima di poter invocare dalla Terra il permesso di conquistare quel simbolo dell’unione sinergica tra sole e acqua, maschile e femminile, indispensabile alla vita
Questa sinergia è rappresentata dalla stella a 6/8 punte, che tenterà di infilzare con “su stoccu”, il lungo bastone.
Il gesto rappresenta una copula sacra tra un Dio Umano Androgino, già sintesi del maschile e del femminile, resa evidente dalla maschera bianca e asessuata, e il numero 6 della stella. Due “6” che si uniscono in una penetrazione simbolica per generare il “Santu Doxi”, il Santo Dodici, numero sacro agli antichi Sardi, auspicio propiziatorio per i dodici mesi dell’anno.
Nel cuore dei complessi rituali del Carrasegare sardo, la stella a 6 punte emerge come un archetipo polisemico di straordinaria profondità, che si radica tanto nella memoria biblico-tribale quanto nella gestualità liturgica della maschera e della comunità.
Questo sigillo geometrico, costituito dall’intersezione di due triangoli opposti, non è un mero ornamento, ma è il nucleo simbolico di un’iniziazione che lega la tribù ebraica di Dan alla più ancestrale spiritualità sarda, in un continuum mitico-rituale dove il passo cadenzato dello sciamano rievoca la zoppia di Giacobbe dopo la lotta con l’angelo.
La Stella si configura come sinossi degli Opposti e segno distintivo dell'antica Tribù di Dan.
[...] Questo stesso equilibrio è ritualmente agito nel Carrasegare da Su Componidori, figura ieratica e androgina che, nella Sartiglia di Oristano, deve infilzare la stella metallica sospesa.
L’azione non è una semplice prova abilità, bensì un atto ierogamico.
Il cavaliere-maschera, avvolto nel velo bianco della purezza iniziatica (il cui candore riecheggia la Nun ebraica, simbolo di rinascita dalle acque primordiali), ricongiunge i triangoli separati, ricreando l’unità originaria e assicurando, attraverso questo rito di fertilità, l’abbondanza per la comunità.
La zoppia rituale emerge come filo conduttore, da Giacobbe al passo sciamanico del Carrasegare.
La benedizione di Giacobbe a Dan, “Sia Dan una serpe sulla strada […] che morde il calcagno del cavallo”, introduce il tema del serpente-drago, dominato dagli uomini di Dan, e insieme allude a una ferita all'anca che richiama direttamente la zoppia. Giacobbe, dopo aver lottato con l’angelo al guado resta ferito, e la sua andatura diventa segno di una trasformazione interiore, di un passaggio a un nuovo stato ontologico (il cambio di nome in Israele).
Questo stesso motivo è mimesizzato nel Carrasegare sardo, specialmente nelle processioni dei Mamuthones e nelle danze degli Issuhadores. Il passo ritmato, pesante, quasi claudicante, non è un semplice folklore, ma la ripetizione cosmica di una “zoppia sciamanica” iniziatica.
È il segno di chi, come Giacobbe, ha lottato con il divino ed è uscito mutilato ma trasfigurato, portatore di una conoscenza oracolare e terapeutica.
La ferita all’anca diventa, nella ritualità sarda, il marchio di un’iniziazione che permette di dominare le forze ctonie (il serpente) e di mediare tra cielo e terra.
Vi è una stretta correlazione dal simbolo, quello della tribù dei Dan, gli antichi Shar-Dan, al Rito.
[...] Il velo bianco de Su Componidori, simile al saio delle suore (anch’esse “Nun”), segna il raggiungimento di quella purezza alchemica che permette di trasmettere, attraverso il palmo della mano (il gesto dei bronzetti), l’energia sanante e fecondante.
Si manifesta, in questa continuità semantica, una tradizione ininterrotta di dominio sul Serpente.
Sulla Conoscenza ancestrale.
Dominio, che è gestione.
Abilità.
Il Carrasegare sardo si rivela, dunque, come un teatro rituale in cui la stella a 6 punte funge da perno simbolico tra diverse tradizioni.
È l’emblema della tribù di Dan, dominatrice del serpente
È l’obiettivo ieratico del cavaliere-sciamano.
È la figura geometrica che sintetizza l’equilibrio tra le forze cosmiche.
In questo contesto, gli antichi Shardana, appaiono come i depositari di una scienza sacra che, attraverso il rito, si perpetua nel tempo, quella del dominio sulla conoscenza (il serpente), della trasformazione alchemica dell’uomo e della garanzia
della garanzia di fecondità per la comunità, tutta racchiusa nel gesto ancestrale di infilzare la stella.
La benedizione che segue è anch’essa densa di simbolismo, officiata tenendo in mano “sa pippia de Maiu”.
Questo mazzolino, il cui nome deriva dall’accadico pi-pium (sorgente), è composto da viole mammole e pervinca. La sua forma, simile a due triangoli uniti per il vertice, riecheggia quella del sacro Vajra, il fulmine indistruttibile, simbolo dell’energia creatrice generata dall’unione degli opposti".
Tratto dal mio saggio
"Il Tempo Capovolto.
Il Sacro che genera Caos,
il Caos che rinnova l'Ordine"
Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com
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"Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo.
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Proprio questa mattina ho messo sullo sfondo del mio telefono la carta del Sole dei tarocchi e ho osservato l'immagine dei gemelli sulla carte..... poi sono andata alla Tomba di Giganti di Li Mizzani, vicino casa, dove sentivo il richiamo da qualche giorno. Ieri e oggi ci sono stata e oggi nel silenzio di quel luogo e dell'Immensità che Vibra, guardando il Sole ho sentito in me l'informazione che ha guidato il mio corpo fisico a sentire che proprio per l'equinozio di primavera il Sole sarà allineato e Est alla Porta della Tomba dei Giganti. Il Sole Feconderà quella Porta. Penetrerà quel portale. E da li ho percepito come che una volta che il Sole si sarà riflesso sul fondo della Porta starà Illuminando la Coscienza di un altro Sole, il Sole dietro il Sole. Come se quel passare da quella Porta, quello Spazio lo facesse riflettere su se stesso per espandere la Luce che è dietro di Lui. Grazie per questa sincronicità che mi fa molto sorridere e mi apre al fatto che siAmo chiamate a ricordare sempre di più tutto questo. E nel mentre tornavo verso casa, in me c'era solo l'eco della parola: Shar dana. Amein
RispondiEliminaGrazie per questa preziosa corrispondenza, ne sono stata richiamata anche io, energeticamente, a scrivere a riguardo, così di impulso, e la sincronicita' veicola sicuramente informazioni che trascendono la parola e la stessa azione. Grazie di cuore 🤗💖
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