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domenica, maggio 03, 2026

💚 Salome'/Nut/ solstizio /Salomone

 

L’Arco della danza di Salomè, un'iconografia che ha attraversato trasversalmente epoche storiche e civiltà e  la "Volta di Nut", sono strettamente collegate.
È il Grembo Stellato dove la Testa si Sacrifica.
Nella dimensione medioevale la danza di Salome è spesso rappresentata, anche da altri personaggi che non siano Salome, ma anche suore, per esempio, tutte rigorosamente vestite di azzurro, in una posizione arcuata, speculare e complementare a quella della Dea egizia Nut, la quale è arcuata con la schiena, in posizione concava, verso il cielo.
Le rappresentazioni medioevali, rappresentano invece una danza di Salome' in posizione speculare, arcuata si, ma con l'ombelico verso il cielo, per intenderci.
Un ribaltamento, ad opera della chiesa, del primordiale significato di questa simbologia, ribaltato con accezione negativa, come è solita fare la chiesa.
Così, nel cuore della notte, avendo anche già scritto riguardo Salomè ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/06/salome-e-il-giovanni-battista.html?m=0), là dove l’arte ancora osava celare i segreti dei secoli, ho contemplato Salomè non come la Chiesa l’ha dipinta, lussuriosa carnefice, bensì come Nut, la Dea del Cielo, vestita d’azzurro profondo, il corpo arcuato come una falce lunare che partorisce stelle.
Quell’arco non è posa di danzatrice.
È l’antichissimo gesto della Madre Arcaica, dell’Archetipo, radice di Archetipo, colei che precede ogni nome. L’arco è l’utero che si apre e si chiude, è il ponte tra due mondi, è l’attimo sospeso tra l’inspirazione e l’espirazione del cosmo.
E la stessa arcuatura la riconosco, intatta, nell’umile statuina egizia chiamata “la danzatrice del Nilo”, di cui ho già approfondito( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/06/danzatrice-del-nilo.html?m=0), che trova un corrispettivo archetipale sardo, nella nostra ancestrale rappresentazione in bassorilievo nella zona archeologica di Bruncu Suergiu ( approfondimenti nel mio scritto
https://maldalchimia.blogspot.com/2022/03/petroglifo-bruncu-suergiu-dendera.html?m=0).
Braccia concave come il cielo che abbraccia la terra, dita che sfiorano la nuca, dove la Forza dorme ancora attorcigliata.
È già lì, in quel gesto immobile, la Kundalini prima del suo risveglio.
La Testa che cade, la Testa che scende.
Giovanni Battista non muore per capriccio.
Viene decapitato da Salomè perché è l’Iniziatore, e l’Iniziatore deve offrire la testa, il trono del pensiero separato, affinché la Colomba di Fuoco (Ioannes: Iona + Oannes) possa discendere.
Egli è Elia reincarnato, il Profeta Solare, ma è anche l’Uomo-Acqua, profondamente legato alla dimensione amniotica del Femminino, del segno del Cancro, lunare, uterino.
Battezza Cristo nel Giordano come un secondo grembo, lo restituisce alla Madre ancestrale.
E Cristo, allora, diventa portatore del Fuoco purificato: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra” (Lc 12,49).
Acqua e Fuoco si baciano in lui, perché Giovanni glielo ha permesso.
Ma Giovanni è anche Giano, Jana, la Porta bifronte dei solstizi.
San Giovanni è festeggiato il 24  giugno, tre giorni ( di nascita/morte /rinascita, quindi fu trasmutazione) dopo il solstizio estivo del 21 giugno.
Le Domus de Janas, dal soffitto a forma di carena, dalla doppia valenza simbolica di fondo di imbarcazione- arca /argha in sanscrito che significa vagina, dalla forma arcuata (), e "carena" parola sarda che indica lo sterno, custode del Soffio Divino( approfondimenti nel mio libro "Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna"), athanor silenziosi, sono il suo tempio sotterraneo.
Si entra come si muore, si esce come si nasce.
La Danza dei Sette Veli è la Scala della Kundalini della Danza di Salomè. 
Non per sedurre, ma per sublimare.
Ogni velo che cade è un centro energetico che si apre.
Il settimo velo è la carne stessa del mondo, e quando cade, ciò che resta è la testa mozzata di Giovanni.
Non un trofeo, ma una coppa iniziatica.
Il cranio è una coppa, da cui si estende la spina dorsale, attraversata dalle due nadi energetiche della Kundalini, Ida e Pingala.
La testa è la Resh, ventesimo Sacro Archetipo Ebraico, la Corona che deve ancora formarsi.
La decapitazione è la perdita della “testa” dello spermatozoo, che feconda l’uovo nel silenzio del grembo terrestre.
È il sacrificio del Toro di Mitra, il sangue che irriga la Madre perché il Sole possa discendere nell’ombra e, tre giorni dopo, rinascere come Sol Invictus.
Quei tre giorni, tra il solstizio d’inverno e la festa di Giovanni Battista, sono i giorni di Giona nel ventre della balena, i giorni alchemici della Nigredo che prepara la Rubedo.
Il sangue di Giovanni è rosso come l’Opera compiuta.
Salomè non è lussuria.
È la Materia che redime.
Salomè rappresenta la Salvezza attraverso l’ombra.
Salomè non è “felice” soltanto (dall’aramaico schaloma), ma  è Salvezza (Sal-).
Sal-ome.
Colei che salva attraverso la decapitazione, come la madre taglia il cordone affinché il nato respiri.
Il suo corpo arcuato è ciò che unisce il sopra, Nut, con il sotto, la terra del cranio reciso.
In mezzo, il vuoto alchemico dove l’acqua diventa fuoco e il fuoco ritorna acqua.
Non meretrice, ma Sal-vatrice, colei che salva Giovanni rendendolo martire, e dunque immortale.
Nel bacio che Oscar Wilde le fa dare alla testa tagliata, facendo pronunciare a Salomè queste parole “Se mi avessi guardata, mi avresti amata”, si cela l’intero mistero iniziatico. Guardare è solstiziare.
È fermarsi negli occhi dell’altra.
È riconoscere che la carne è il velo più sottile dello spirito.
Salomè è la danzatrice del Nilo e la volta di Nut.
Nut è l’arco che regge le stelle.
E quell’arco è lo stesso del corpo femminile che, danzando, decapita l’intelletto per farne cuore.
Salomè non uccide, Giovanni.
Lo restituisce al cielo da cui è venuto.
Fermarsi nell’arco di Nut, sospendere il tempo fra cielo e terra.
Giovanni non l’ha guardata perché il profeta guarda solo Dio.
Ma è proprio quel non guardare che rende necessario il sacrificio.
La testa deve essere separata perché l’occhio impari a vedere anche l’Ombra.
Il sangue che stilla dalla testa è la Rubedo, fase rossa della Grande Opera, fecondazione della Terra come il Toro di Mitra che ingravida il grembo cosmico.
E quel sangue è anche l’ebbrezza mistica che Wilde chiama sapore dell’amore.
"Il tuo sangue è la mia mirra. La tua testa è la mia rosa.”
Così sussurra Salomè-Nut, nel segreto delle cattedrali gotiche, dove i Templari nascosero il rotolo di rame che non parlava di sangue reale, ma di un’eresia più antica. Che il Messia non è colui che regna, ma colui che si lascia decapitare dal Femminino per diventare, infine, fecondo.
Non Gesù, ma Giovanni come Messia della Gerusalemme Celeste, proprio perché riconobbero che la vera iniziatrice è colei che danza con la testa del sole tra le braccia.
In una dimensione alchemica, l’arco che danza è la porta.
La porta è il grembo.
Il grembo è Nut.
Nut è Salomè.
E Salomè, finalmente, è la felicità della Materia che osa amare il proprio carnefice, perché sa che senza quel taglio non vi sarebbe Resurrezione.
La madre celeste non uccide.
Riceve, nella sua concavita'.
Nella danza, con il corpo arcuato, offre il suo portale sessuale, con la testa china all'indietro, per resa, come quando si perde la testa nella vertigine dell'amplesso.
I danzatori sacri, che svelano le movenze credute casuali, ma che svelano parte di un disegno sapiente. Le nove porte sacre dei danzatori, i due  occhi, le due  orecchie, le due narici, la bocca e poi i genitali e l'ano.
Il Prāna vāyu, una delle cinque energie vitali, la forza energetica diretta verso l'interno, preferisce il naso e la bocca, balla disegnando una doppia spirale e si sente quando respiriamo.
Lo sentiamo nel cuore, nei polmoni, nella parola.
Dicono sia blu zaffiro, come lo Spazio.
Di blu zaffiro, è adornata Nut, Dea del Cielo.
Di blu zaffiro sono le vesti della Madonna, delle danzatrici arcuate nelle rappresentazioni medioevali, giusto per far intendere il retaggio archetipale che pure sopravvive ed emerge, prepotentemente.
E la ricezione, è l’atto alchemico più alto, perché solo il femminile può contenere la morte senza vendicarsene.
L’Iniziazione è sempre per mano femminile.
I Misteri isiaci, eleusini, le invocazioni a Inanna e Astarte. Ovunque è la mano della donna a tagliare il cordone dell’illusione.
Salomè non è crudele.
È  necessaria.
Come la luna che occultando il sole permette l’eclissi, così ella nasconde la luce di Giovanni affinché il Cristo-Fuoco possa nascere senza bruciare il mondo.
Nell'arcano che lega il nome di Salomè a quello di Salomone, così simili foneticamente, si disvela il sigillo ultimo di questa corrispondenza iniziatica. Salomone, il cui nome deriva da Shlomo, la stessa radice di shalom , pace, completezza, unione degli opposti, è colui che costruì il Tempio sulla pietra di fondazione, *Even haShetiyyah", dove il cielo si congiunge alla terra.
La Stella di David, non è che l'intersezione di due triangoli opposti.
Il fuoco che discende e l'acqua che ascende, il maschile e il femminile, la punta verso il cielo e la punta verso l'abisso.
Salomè, il cui nome è il femminile di Salomone, porta inscritto nel proprio suono il medesimo sigillo.
Ella è la Stella di David danzante, la congiunzione degli opposti in movimento. Dove Salomone erige il Tempio nella pietra, Salomè lo erige nella carne arcuata di Nut.
Dove il re saggio governa l'unione, la danzatrice in atto, la rende atto sacrificale.
Il solstizio, dal latino "sol sistere" , "il sole si ferma", è l'istante in cui la luce, giunta all'estremo del suo arco, trattiene il respiro prima di invertire la propria corsa.
È l'arco di Salomè che danza sull'orlo del mondo, sospesa tra il giorno che muore e la notte che nasce.
Salomone sigilla l'unione dei contrari nella stabilità del simbolo.
Salomè la vive nella vertigine del gesto.
Egli è il tetragramma, il nome di Dio, che resta fermo nel luogo più sacro
Ella è l'arcano che si muove, la Shekhinah, la Presenza divina femminile, che abbandona il Tempio per perdersi e ritrovarsi nella danza dei veli.
Quando la chiesa ha ribaltato Salomè in meretrice, ha dimenticato che la stessa radice genera shalom e shilah (invio, missione).
Salomè è inviata a compiere il taglio che separa per unire più in alto.
Come il solstizio è la porta bifronte, Giano, Giovanni, Jana, così ella è colei che apre il varco tenendo la testa del Battista come una lanterna nell'oscurità feconda.
La corrispondenza è perfetta.
Salomone, la Stella a sei punte, è l'equilibrio raggiunto. Salomè, l'arco di Nut, è il passaggio attraverso l'equilibrio.
L'uno senza l'altra è statua senza alito.
L'altra senza l'uno è danza senza centro.
Insieme, nome e controcanto, rivelano che l'Opera alchemica non si compie nella fissità del tempio di pietra, ma nell'istante in cui il corpo femminile, arcuato come la volta celeste, recide la testa del pensiero separato, e nel sangue che stilla, shalom finalmente si incarna.

Interessante notare che anche San Francesco, viene rappresentato, in una rappresentazione medioevale, con il corpo arcuato, quindi divinizzato 


Tiziana Fenu
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