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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

mercoledì, novembre 04, 2020

💛Simbologia de "S' accabadora" in Sardegna

 Ho trovato una notevolissima somiglianza tra le grappe di  piombo decorate, e ritrovate nel santuario nuragico di Santa Vittoria di Serri in provincia di Cagliari, che ho già analizzato, riconducendole ad una simbologia di una sinergia tra maschile e femminile, tra nascita e rinascita, impresse negli elementi a chevron triangolari, legati al ciclo lunare e solare e ai cicli della vita, e tra la forma "de su mazzolu" , lo strumento che veniva usato dalle accabadoras, le donne sarde che agevolavano la morte attraverso una particolare ritualistica


Queste grappe e su mazzolu, hanno la stessa forma


Le grappe infatti, nell' elemento orizzontale, si presentano leggermente più corte da un lato

Non sono delle "T" perfette, con la stessa lunghezza nella barra orizzontale

È chiaro quindi, come ho già spiegato nel mio post, che fossero delle grappe simboliche, poste del ventre della Madre Pietra, piuttosto che regolarmente funzionali

Quasi un sigillo, ad indicare la  sacralità di un luogo, come un luogo  di unioni sacre,  di rinascita, tanto più che sono in piombo, un metallo morbido, quindi non molto resistenti. 


Avendo trovato poi questa notevole somiglianza con "su mazzolu" de s'accabadora, anche questo strumento di morte, privato nel corso dei secoli, di tutta la sua simbologia, anche decorativa, porta in sé tutta quella sacralità  del concetto di rinascita e di ritornare allo stato primigenio di androginia, di unità, di cui si fanno portavoce anche le grappe  del Santuario, tanto più che le stesse, ricordano l'ascia  bipenne miniaturistica  ritrovata nella Marina di Arbus. 

Ascia bipenne che è chiamata anche labrys, labirinto, e che indica simbolicamente quel percorso uterino di rinascita, che si fa attraverso il labirinto, il cordone ombelicale, un percorso a ritroso, per ritrovare l' unità primigenia delle due polarità opposte 

Ascia bipenne segnata da numerosi motivi triangolari a chevron, che indicano continuità del ciclo riproduttivo, vita che si riproduce  nella dimensione terrena, ma anche dopo la morte, attraverso quell'elemento puntinato che sembra rappresentare delle. micro coppelle, che accolgono l' elemento femminile  di trasformazione e di rinascita, dell' acqua  come  un liquido amniotico che traghetta da una vita all'altra


Ed ecco che depositaria  di questo dono, traghettatrice, diventa s'accabadora, dal sardo "accabare", portare a compimento, finire un ciclo

E infatti si diceva "d'appu accabau", cioè " l'ho finito" 

Eutanasia che pone fine alle sofferenze di chi non riesce più a stare al mondo

Un piccolo colpo alla nuca, e la morte arrivava istantaneamente da una mano esperta e amorevole, attraverso questo  strumento "de su mazzolu", che come una grappa, unisce due dimensioni, la vita e la morte, e che consente la rinascita in un'altra dimensione  per mano esclusivamente femminile

Un gesto umanitario attorno al quale si raduna l'omertà e la benevolenza del paese, poiché si riconosce la sacralità  del gesto, che richiede discrezione e rispetto

Si diceva fosse la stessa persona,  quella che faceva nascere, "sa bogadora", e s' accabadora, e che per le occasioni cambiasse solo il colore dell'abito, bianco per la nascita e nero se portava la morte


Una donna, una Jana androgina e forte, una sacerdotessa, dispensatrice di vita e di morte, di rinascita continua, che ha integrato in sé, le due polarità, il maschile e il femminile, l' energia della vita e la non energia apparente della morte, nonostante quello di porre fine alla vita di qualcuno, sarebbe da considerarsi un gesto più maschile che femminile

Invece s'accabadora, diventa colei che recide il cordone ombelicale dei bambini appena nati, e che è anche capace di recidere la vita per porre fine alle sofferenze

In un certo senso fa nascere, rinascere in un altro modo, e in un altro mondo

Una figura molto amata e molto odiata

Perché non tutti capiscono che la morte è soltanto un'altra rinascita


Contrastata  dalla Chiesa, che la definiva "bruscia", strega, per molti aspetti, poiché era riservata e misteriosa

Ma le attestazioni riguardo la loro costante presenza e attività all'interno della comunità sociale ci sono sempre state

In una ritualistica che si scontrava con tutti gli amuleti chiamati "is pungas", creati per difendersi proprio della morte

Amuleti che venivano tolti così come i crocifissi e le icone sacre, al momento del rito, per rendere il trapasso più agevole, e per evitare che ci si affidasse  alla Grazia Divina, o a qualche miracolo, inutilmente


S'accabadora non chiedeva compensi

Richiedeva discrezione e rispetto, come la famiglia che poi veniva aiutata attraverso la rete sociale dei contatti tra amici e familiari, discretamente, visto l'esilio che avrebbe passato

Ci si aiutava con rispetto verso  la morte, parlandone, per il bene di chi soffriva e di tutti 

Questo significa equilibrio, ricerca di equilibrio, come è sempre stato nell'anima della civiltà Sarda, che ha sempre cercato la perfezione, la sinergia delle forze opposte, che in questo contesto, si vedono incarnate in queste figure quasi mistiche de is accabadoras, per mezzo di questo strumento simbolico, su "mazzolu", realizzato con olivastro liscio e leggero, che come l'olivo, è una pianta sacra


Niente è lasciato mai al caso, all' interno della nostra Civiltà Sarda e delle sue simbologie

Ci  sono sempre  continui rimandi, anche se a distanza di secoli, tra simbologie, in un contesto sempre, altamente sacrale

S' accabadora  del tempo e della vita

Accompagnare ad un altro tipo di vita, non è stregoneria, è benevolenza

Lo potevano fare solo  le sacerdotesse, quelle che hanno integrato in se anche l'ombra, oltre che la luce

Quelle che sapevano gestire le energie

Quelle che erano abbastanza centrate ed equilibrate da non farsi coinvolgere emotivamente dal pathos del momento, e da agire velocemente con un colpo sicuro, che non implicasse ulteriore sofferenza

Erano donne preparate, anche dal punto di vista medico, che conoscevano comunque l' anatomia

Su questo aspetto della Sardegna, ci sono state molte voci contrastanti, quasi a voler sottoporre la Sardegna ad una sorta di ghettizzazione etnica, di barbarie identitaria

Invece, se si cambiasse prospettiva, si potrebbe invece capire, quanto questo sia indice di civiltà

Il diritto alla morte, ad una morte dignitosa, con meno sofferenze possibili, per il bene di tutti

Un ruolo simbolico totalmente ad appannaggio delle donne, perché il matriarcato in Sardegna, non è mai tramontato


Il maschile  praticava il  geronticidio, nel IV-III  millennio a. C., ed era considerato come la possibilità di una morte dignitosa, di un riscatto e di una rigenerazione attraverso la morte

I vecchi venivano accompagnati presso un dirupo, e la toponomastica di  certi luoghi ne testimonia la funzionalità, come quello del picco roccioso Babaiecca, vicino a Gairo in provincia di  Nuoro, dove attraverso la morte, gli anziani si immolavano dignitosamente  al Dio Kronos, al Dio del Tempo


Per quanto riguarda la pratica de s'accabadora, spesso si faceva baciare all' agonizzante prima di  colpirlo, un giogo da buoi, ormai  usurato, che trainava l'aratro, detto su juvale. 

Un giogo protettivo e apotropaico, che  veniva usato anche durante le nascite, poiché era legato alla dimensione della fertilità della terra, ed era un gioco che rappresentava il trapasso nell'altro mondo, nel ventre della madre terra

Era sacro, era uno strumento  simbolico importantissimo 

Era l'elemento portante dell'economia familiare, poiché rappresentava tutto, e  s'accabadora  si spostava  anche con un piccolo giogo appresso, perché lo si adagiava sotto il collo del moribondo, per favorirne la morte, con un colpo secco e deciso de  su mazzolu, in una zona che era precisamente tra nuca e orecchio, nella regione parietale, per essere precisi anatomicamente


Anche in Francia ci sono state testimonianze di questa ritualità simile alla nostra, attraverso l'uso dei "martelli benedetti", che venivano depositati all'interno delle chiese facilmente raggiungibili

È straordinario questo legame  tra forma e simbolismi

Così come si è depositata, attraverso i grafismi incisi nelle grappe in piombo, la simbologia della vita, e la si è depositata nel grembo della madre pietra, così la si è mantenuta nella stessa forma de su  mazzolu

Grappe che tengono uniti due blocchi simbolicamente, passando la linfa della vita da l'uno all'altro così come, con la stessa forma delle grappe, su mazzolu  diventa strumento che non  interrompe la vita, ma che offre una continuità fluida e dolce tra vita e la morte, per mano di una donna sacra che conosce il valore della vita e  della morte, e che rispetta entrambi, radicando il  moribondo nella terra, attraverso la simbologia del giogo che serve ad ammortizzare il colpo, e restituendolo alla terra stessa, e nel contempo liberandolo da ciò che in vita ha simbolicamente scavato

Solo in Sardegna questa tradizione poteva continuare così a lungo, perché è la terra degli equilibri, dove convivono Sole e Luna, vita e morte, in una continua ciclicità di cui ci sono continui a testimoni viventi, oltre il silenzio sacrale della Madre Pietra, custode di tutto il sapere e di tutti i misteri di questa Sacra Terra


Tiziana Fenu 


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Simbologia de "S'Accabadora" in Sardegna









💛#tradizioninelmondo. La "Día de sos Muertos" in Messico

 #tradizioninelmondo


Esiste un luogo in cui la commemorazione dei defunti si trasforma ogni anno, in un coloratissimo carnevale, dove sulla tomba dei cari estinti non si portano solamente fiori, ma anche frutta, dolci e bottiglie di tequila e sulle piazzole dei cimiteri si organizzano allegri concertini in memoria di chi non c’è più. In occasione della festività del 2 novembre il paese dove i morti fan baldoria è il Messico. Qui la parola d’ordine è Allegria!


Secondo la tradizione popolare, ogni anno nel Día de los Muertos (1-2 novembre), i defunti tornano dall’oltretomba per riabbracciare amici e parenti, gustare qualche manicaretto terreno e far bisboccia insieme ai vivi. Per accoglierli come si deve, i familiari decorano le tombe con fiori variopinti, e creano davanti alle lapidi piccoli “altari” privati, chiamati ofrendas, con foto, liquori, sigarette e altri oggetti cari al defunto.


L’altare classico si compone di 7 livelli ed ha forma piramidale. Il primo è dedicato all’immagine del santo a cui si è devoti, il secondo serve affinché al morto sia concesso di attraversare il purgatorio, sul terzo si colloca del sale per purificare lo spirito dei bambini e per impedire che il corpo non si decomponga durante il viaggio, sul quarto troviamo il “pan de muerto” che è offerto come alimento alle anime e che con la sua forma circolare simboleggia il ciclo della vita. Il cibo assume un’importanza fondamentale. Ad esso è infatti dedicato il quinto livello, su cui si pongono gli alimenti e le bevande preferiti dal defunto. Al penultimo incontriamo finalmente la foto di colui al quale è dedicato l’altare ed al settimo troviamo una croce, che serve affinché il morto possa espiare le sue colpe.

Accanto a questi elementi principali, in ogni livello vi sono anche: l’acqua, fonte di vita, che serve a mitigare la sete del viaggiatore, le candele, indispensabili per illuminare l’anima nel suo ultimo cammino ed i fiori, che guidano il defunto. Petali bianchi rappresentano il cielo, gialli la terra mentre quelli scuri purificano il luogo dagli spiriti maligni. Tutto è poi decorato con il “papel picado“, una sorta di carta velina bucherellata. Infine immancabile è la figura del cane Xoloitzcuintle, che ha il compito di rallegrare i bambini prima che giungano al banchetto finale.


Generose ofrendas sono allestite anche nelle case, nei locali e nelle piazze principali. Ce ne sono di ogni tipo, dalle più semplici a vere e proprie sculture d’artista che raffigurano il defunto nelle sue attività terrene preferite. Alcune famiglie lasciano cibo e bevande davanti alla porta di casa, insieme a un cuscino e a una coperta: al suo ritorno così, il morto potrà rifocillarsi e schiacciare un pisolino. Alcuni si accampano tra un sepolcro e l’altro per passare la notte vicino ai propri morti, altri organizzano dei picnic!


Nel calendario azteco la festa dei morti cadeva nel nono mese dell’anno, che per noi sarebbe all’incirca l’inizio di agosto. Le celebrazioni duravano diverse settimane ed erano dedicate a Mictecacihuatl, dea di Mictlan, il regno ultraterreno dove le anime dei defunti finivano subito dopo il trapasso. Furono gli spagnoli nel XVI secolo, a riadattare il culto locale alle festività cattoliche del 1 e 2 novembre, concentrando tutte le celebrazioni in questi soli due giorni.

Per gli antichi mesoamericani la morte non aveva le connotazioni morali della religione cattolica, nella quale le idee di inferno e paradiso servono per punire o premiare. Al contrario, essi credevano che le rotte destinate alle anime dei morti fossero determinate dal tipo di trapasso che avevano avuto e non legate ai comportamenti in vita.


Le direzioni che potevano prendere i morti erano:


Il Tlalocan o paradiso di Tláloc, dio della pioggia. In questo luogo si dirigevano quelli che morivano in circostanze relazionate all’acqua: per annegamento, per malattie come l’edema, la scabbia o le pustole, così come i bambini sacrificati al dio. Il Tlalocan era un posto di riposo e di abbondanza. Benché i morti fossero generalmente cremati, i predestinati a Tláloc erano sepolti, come i semi, per germinare.


L’Omeyocan o paradiso del sole, presieduto da Huitzilopochtli, il dio della guerra. In questo posto arrivavano solo i morti in combattimento, i prigionieri sacrificati e le donne che morivano durante il parto. Queste donne venivano comparate ai guerrieri, poiché  simbolicamente avevano compiuto una battaglia, e venivano seppellite nel patio del palazzo, affinché accompagnassero il sole dallo zenit al tramonto. L’Omeyocan era un posto di godimento permanente, nel quale si festeggiava il sole accompagnati con musica, canti e balli. I morti che andavano all’Omeyocan, dopo quattro anni tornavano al mondo, convertiti in uccelli dalle piume multicolori.


Il Mictlan, era destinato alle morti naturali. Questo posto era abitato da Mictlantecuhtli e Mictacacíhuatl, signore e signora della morte. Era un posto cupo, senza finestre, dal quale era impossibile uscire. La strada per arrivare al Mictlan era tortuosa e difficile, poiché per arrivare a lui, le anime dovevano transitare in posti differenti per quattro anni. Dopo questo periodo di transizione, le anime arrivavano al Chicunamictlán, luogo dove riposavano.

Un aiuto al superamento del percorso veniva offerto da un cane sepolto con il defunto, che lo avrebbe così aiutato ad attraversare un fiume fino al Mictlantecuhtli. Il defunto portava in offerta canne di profumo, cotone, fili colorati e coperte. Chi arrivava al Mictlan riceveva in dono quattro frecce e quattro fiaccole legate con filo di cotone. I bambini morti arrivavano in un luogo speciale, chiamato Chichihuacuauhco, dove si trovava un albero i cui rami mescevano latte. I bambini sarebbero rimasti in questo luogo fino alla fine della razza umana, e successivamente rimandati sulla terra per ripopolarla.


I funerali precolombiani erano accompagnati da offerte che contenevano due tipi di oggetti: quelli che, in vita, erano stati utilizzati dal defunto e quelli che sarebbero potuti servire nel transito all’altro mondo. Per questo l’oggettistica funeraria era molto variegata: strumenti musicali di fango, ocarine, flauti e sonagli a forma di teschi, sculture che rappresentavano gli dei della morte, crani di diversi materiali: giada, vetro, bracieri, incensieri ed urne.

Quando gli spagnoli arrivarono in america nel XVI secolo fusero i propri riti a quelli degli indigeni locali, dando luogo ad un sincretismo che mescolò tradizioni europee e precolombiane. Facendo coincidere il Giorno di tutti i Santi alla festa mesoamericana si creò il Giorno dei Morti.


La festa viene celebrata con musica, bevande e cibi tradizionali dai colori vivi, combinati a numerose rappresentazioni caricaturali della morte.

Miti, ricette, musica e tradizioni. Tutto ruota intorno a lei, La Calavera Catrina, ovvero la personificazione della morte nel folklore messicano. Reso famoso dalle incisioni dell’artista locale José Guadalupe Posada, in origine questo scheletro vestito di tutto punto era una caricatura delle signore dell’alta borghesia messicana di fine Ottocento (Catrina infatti, significa “donna elegante”). Ma è presto passata a simboleggiare la Morte, che non manca mai alle feste, socializza con le sue “vittime” e sorridente ed elegante, le invita a godersi la vita, finché si è in tempo.


Protagonisti indiscussi di questo giorno sono i calaveras, piccoli crani di zucchero colorato, sono i dolcetti più regalati durante il Giorno dei Morti (ce ne sono anche di “personalizzati”, con il nome del destinatario scritto sulla fronte). Calaveras sono anche i finti epitaffi canzonatori composti in questi giorni per parenti, amici, e personaggi politici: questi ultimi vengono “bersagliati” di necrologi immaginari sulle pagine dei quotidiani nazionali. Un’altra prelibatezza messicana: il pan de muertos, una pagnotta dolce impastata con l’uovo, ricoperta con due strisce di glassa allo zucchero. Anche le coppie di fidanzati nel Día de los Muertos si scambiano bare di zucchero con apertura a scatto, contenenti un piccolo scheletro che porta il nome dell’amato. Un modo come un altro per promettersi amore “eterno”!


Nella credenza popolare, anche i defunti come i vivi, hanno i loro fiori preferiti. In particolare si pensa impazziscano per i cempasúchil (Tagetes erecta), fiori arancioni che crescono in questa stagione. Sparsi sul percorso tra le tombe e le case, i petali di questi fiori, soprannominati Flor de muertos, indicheranno alle anime la via del ritorno, evitando che si perdano per strada.


In alcune città si tengono inoltre festival e concorsi culturali e artistici dedicati al disegno, alla fotografia o alla produzione del migliore pan de muerto. Si organizzano anche dei concorsi in cui si sceglie il costume che meglio rappresenta “Su Majestad La Muerte“.


Dal novembre del 2003 il Día de los Muertos è stato dichiarato Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO, poiché questa festa è una delle espressioni culturali più antiche e di maggior rilevanza tra i gruppi indigeni del paese.


Tratto dal sito https://www.toatouroperator.it/dia-de-los-muertos/


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💜Io credo che all' uomo.. (scritto mio)

 Io credo che all' uomo faccia sempre piacere essere lusingato. Apprezzato. Conteso.

È nella sua natura.

Anche se questo atteggiamento lo ritengo maggiormente appartenente a chi non è un maschio alpha. 

Il maschio alpha, per come lo intendo io, è nelle sue profonde e più intime frequenze

È il leader di sé stesso 

"Io sono il mio branco" 

Sceglie, e non si fa scegliere. 

Ma solo perché la sua selettività si è naturalmente sviluppata

Non disdegna le lusinghe . Ma dopo un po lo annoiano. Come lo annoiano l' idolatria, la compiacenza ad oltranza, o stratagemmi vari per farlo gravitare intorno a pianeti che non fanno parte della sua galassia

Galassia che sta in piedi da sé , perché tutti i pianeti hanno la stessa frequenza. Una frequenza che sfida anche la forza di gravità . 

Un maschio Alpha non ha nulla a che vedere con gli stereotipi di questa definizione altamente inflazionata ed abusata

Non è un dominatore, non è un conquistatore

Nella sua dimensione non esistono gerarchizzazioni

Quelle appartengono alla nostra dimensione animale, che pur necessita di essere espressa in un qualche modo, e sublimata nella giusta direzione

Vuole un' alleata sulla quale contare.

Come quando si va in guerra. Come quando si conquistano nuove terre. 

Alleata fedele. Consigliera. 

Dalla sua parte. 

Pronta a neutralizzare anche possibili avversarie 

Reattiva 

Che conosce bene il suo posto e il suo valore

Che sappia anche sbrigarsela da sola.

Perché lei è il suo speculare in versione femminile, in modalità integrante

Sa benissimo che posto occupa affianco a lui

Perché lui, le ha fatto terra bruciata intorno di tutto ciò che non serve. 

È il loro territorio. 

Non un passo avanti, e non uno indietro

Solo la distanza di quel mezzo battito a protezione del suo braccio, attraverso il quale sentire il battito del suo cuore che pulsa attraverso le vene, amplificato da quello scudo di amore e di forza che è il suo rifugio la notte, quando si dimentica di essere la Regina e ritorna bambina tra le sue braccia, e Donna tra l'impetuosita' del suo ardente sangue

Le altre potranno anche avvicinarsi

Ma basterà anche solo sentire la Presenza di Lei, quella nella quale lui le ha concesso di esprimersi secondo la sua natura, per zittire tutte. E in molti casi, di farle evaporare

Perché dove c'è una Regina, lo percepisci dal rumore dell' incedere dei passi. 

Non dalla sua presenza fisica

Ma da quella Animica

È lui , a cederle il passo

Perché sa che i loro passi hanno lo stesso ritmo

Lei passa e intorno si fa silenzio

Quel silenzio pregno

Non quello di chi non ha niente da dire.

Pregno della Presenza che loro due, le loro Essenze  di Re e di Regina, hanno creato. 

E Creano continuamente

Non destano invidie, se non , in animi poco nobili.

Ma destano delizia nel cuore e Incanto nel Creato, nell'essere partecipi di cotanta Bellezza


Tiziana Fenu 


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Io credo che all'uomo.. (scritto mio)




💙Un pensiero veloce stamane.. MGDL.. (scritto mio)

 Un pensiero veloce, stamane

MGDL

Quattro lettere, e il pensiero va alla Torah ebraica

La radice a tre consonanti, MGD, tipico delle parole ebraiche, mi fa pensare ad  un "My GoD", e la L a "Lord"

Quindi "mio Dio, Signore"

Ma ho la parte sinistra, il Femminile, che brulica di filamenti elettrici, e mi obbliga a soffermarmi un po' di più su queste consonanti. 

Sento che abbracciano, che proteggono

La data di oggi

2/11/2020

Come somma totale fa 8

L' unione degli Opposti, il Maschile e Femminile, la continuità tra Cielo e Terra

L 'infinito dell'abbraccio del Tao

Mi viene un "non avere paura", ma non capisco in genere a cosa si riferisca. Sento solo il calore di questo  abbraccio rassicurante

E mi saetta dentro, come una fiammata MGDL come amigdala

E  MGDL come Magdalena, la Maria Maddalena, mio baricentro animico

Sappiamo che l'amigdala gestisce le emozioni, in modo particolare la paura, e che è il nostro scanner emotivo

È a forma di mandorla, e questo mi fa pensare alla mandorla Sacra, della Vesica Piscis, data dall'intersecazione tra Mascolino e Femminino, dalle polarità opposte, Yin e Yang

Uniti, nel grembo Sacro Cosmico della Grande Madre Generatrice, la Magdalena

Ma l'amigdala è anche riferito al primo rudimentale strumento di forma ovoidale, che a partire da 200.000 anni fa, ha segnato nella pietra, con i primissimi petroglifi, le memorie dei nostri antichi antenati

Ecco

L' amigdala nel nostro corpo, funziona nello stesso modo. Incide memorie

A volte anche memorie delle vite passate. Un grande archivio, dove ci possono essere memorie che influenzano le nostre emozioni, i nostri sentimenti, la nostra reattività, costringendoci a volte, in una reiterazione e ciclicità che si ripercuote sul nostro percepire e interagire

Ma se l'amigdala è strettamente collegata al Sacro Femminino, alla Magdalena, con queste 4 consonanti in comune, che sembra che diano la direzione di 4 nuovi punti cardinali, la via da seguire, per queste nuove coordinate, è aprire il cuore ad un Femminino puro, non ferito, non risentito, non memore di ciò di cui è stato sottratto

Di ciò di cui, non è riuscito in manifestazione

Ed ecco il "non avere paura", soffice come una bambagia blu di cotone, che trova un senso

Per tutto il Femminino in generale

Essendo l'amigdala legata al sesto corpo energetico, corrisponde al sesto chakra Anja, al corpo emotivo trasposto sul livello spirituale

È attraversato da raggi argentei, dorati, madreperlati, ed è sede di tutte le verità che vengono inficiate dalle nostre passate memorie akashiche, dalle nostre paure, dalle nostre sovrastrutture mentali

In questa dimensione del sesto chakra non esiste dualità, ma si percepisce l'Essenza pura, la consapevolezza cosmica, in integrazione degli opposti, di cui è testimone il nostro terzo occhio 

Ecco perché aMiGDaLa e MaGDaLena, hanno queste quattro consonanti in comune

Perché rappresentano la stessa Essenza

La Memoria pura, quella della Coscienza primigenia  e originaria

Quella che ci viene data sotto forma di Intuizione attraverso il sesto chakra

Pura e diamantina

Dove il Maschile è integrato dal femminile, senza il retaggio di ciò che è stato nel passato a livello animico, antropologico, storico

E la Magdalena, la Sposa Sacra di Cristo, rappresenta questo Sacro Femminino puro, in accoglienza, senza  attaccamento, senza ferite, senza risentimento

Solo Amore, infinito Amore e Grembo, per la sua controparte maschile sacra

Perché intersecandosi, insieme, in sinergia, formano la mandorla mistica della consapevolezza, il più alto sapere umano, prima del ricongiungimento alla Fonte, attraverso il chakra della Corona, dove si sentono, insieme, parte del Divino

Quel Divino che insieme, hanno portato sulla Terra

Il Sacro Femminino ci sta richiamando a questo, oggi più che mai.

A guarire e a cauterizzare le nostre ferite animiche, per accogliere il Sacro Mascolino ed essere ciò che si è destinati ad essere

Sinergie che segnano il cambiamento della Nuova Umanità 

Oggi che è un'otto, dove cielo e terra sono uniti in un'abbraccio


Tiziana Fenu


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Un pensiero veloce stamane... MGDL.. (scritto mio)




💜La parola "santo" e "sacro".. (scritto mio)

 La parola "santo" e "sacro", sono parole che sono state fagocitate in ambito religioso, privandole della loro intrinseca Essenza

Viene difficile non associare la parola "Santo" ad un'ambito che non sia prettamente religioso, e ad una collocazione storica che non sia anche di valenza cultuale

In questo modo si confonde il concetto di santità con quello di divinità, poiché i due concetti in effetti non corrispondono, e dove la realtà cultuale è assorbita da quella divina

Dio stesso manifesta la santità del suo nome, e di conseguenza di tutti coloro che sentono la sua risonanza

Nel Levitico infatti è scritto "siete santi perché sono santo io"

E questo aspetto si è sviluppato poi con dinamiche cultuali, nelle quali anche il concetto di purezza, di sacro è stato assorbito dall'ambito ritualistico

E questo li ha allontanati dalla dimensione intrinseca allo stesso umano

Santo e Sacro, hanno la stessa radice, poiché derivano da quel "sanc-/sac-/sacer", sacro, riservato, che sta a parte, inviolabile, in virtù del fatto che il "sancire"( di cui il participio passato sanctus è rappresentativo) significa separare, dedicare, riservare

Ed è al crocevia di quel punto di incontro della croce, rappresentativa di questa santità e sacralità, almeno in ambito cristiano, che risiede la nostra perla di sacralità e santità

Che non è qualcosa separato da noi, ma è intrinseco alla stessa materia

La croce è intersezione di sacro e profano, di bene e male, di maschile e femminile, di luce ed ombra

Sancire la nostra integrità in queste polarità opposte necessarie per mantenere l'equilibrio, che si raggiunge solo oscillando, e non stando fermi( pensiamo all'abilità dei funamboli), significa essere perfezione nel l'imperfezione.della dualità, e in essa trovare, sancire, la nostra naturale predisposizione alla sacralità, alla santità

Non come qualcosa di esterno a noi, di cultuale, ma in manifestazione di ciò che ci è stato donato prima della separazione, a livello monadico, ancestrale

Sancire significa affermare la nostra libertà di scelta del voler essere nella sacralità della nostra esistenza

Ma non come "sacrificio", che ha la stessa radice di santo e sacro, ma come riappropriarsi della nostra naturale predisposizione  all' integrità, alla Bellezza, alla Purezza di cuore, dove non vi è distinzione tra polarità opposte, poiché si sono perfettamente integrate a vicenda, e l'una è funzionale all'altra, come l'altra ala che serve per spiccare il volo

Oggi è la festa non solo dei Santi, ma di tutti coloro che hanno scelto di preservare la loro Origine, la loro Bellezza, la loro integrità monadica, come portavoci e manifestazione del divino incarnato e alimentato da quella Fiamma Sacra che costantemente ci ricorda le nostre Origini

Per chi ha deciso di "sacrificare" la propria vita e renderla sacra nella Bellezza dei gesti, delle parole, del modo di amare, del modo di Essere Presenza nel mondo

Nessuna separazione

Nessuna religione

La religione è un'esigenza umana

Nessuna dualità

Due mani unite in preghiera sono in sinergia ovunque, oltre la loro separazione.

Uguali ed opposte

In sinergia potente, in Bellezza e Amore


Tiziana  Fenu


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La parola santo e sacro.. (scritto mio)