L'umiltà
è un lusso per pochi.
Arriva dove non vedi
ma ti scompiglia l''anima.
#RebelSoul
Tiziana Fenu©®
Maldalchimia.blogspot.com
Daria Petrilli Surrealist Art
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Il Santo Graal e Castel del Monte.
Castel del Monte è un complesso situato nella campagna di Adria (Bari) ed è una costruzione che non presenta alcuna caratteristica atta a renderlo un’opera con funzioni difensive.
È privo di ponte levatoio, fossato, postazioni difensive, scuderie, camerate, cucine, dispense, prigioni e sotterranei; inoltre, la sua posizione non è strategica, il che lo rende assolutamente inutile per
il controllo del territorio.
Per gli storici poteva trattarsi della residenza di caccia dell’imperatore, o, più semplicemente, di una costruzione incompleta, la cui funzione è destinata a rimanere dominio del mistero.
Senza dubbio gli spunti di carattere esoterico non mancano: per esempio la forma ottagonale ripetuta per tre volte.
È inoltre significativo che, aggiungendo agli otto lati sui quali si poggiano i muri perimetrali i quarantotto lati delle torri, si ottiene il numero cinquantasei: gli anni di vita di Federico II, quasi certamente si tratta, però, di un caso. Nel castello mancano completamente elementi decorativi e anche questo è un fatto molto strano, poiché pittura e scultura, allora, erano fattori importanti all’interno del linguaggio simbolico per testimoniare il valore e il ruolo sociale del proprietario.
Per gli appassionati di esoterismo, Castel del Monte sarebbe una sorta di “laboratorio del pensiero”, arricchito da tutta una serie di particolarità simboliche, matematiche, geometriche, archeoastronomiche e geografiche: insomma, un edificio “filosofico”.
Nel XIX secolo venne demolita una grande vasca ottagonale con sedili, posta dentro un recinto anch’esso ottagonale che si trovava all’esterno del castello e si scoprì che questa struttura era concepita come un grande gnomone (palo della meridiana utilizzato per misurare il tempo in base alla lunghezza delle ombre determinate dal Sole). Alla data del Capricorno (dicembre, solstizio d’inverno), l’ombra teorica (perché fermata dagli alti muri) sarebbe giunta alla recinzione esterna, con l’Acquario e il Sagittario (gennaio e novembre), l’ombra teorica coincide con la circonferenza in cui è inscritto il castello, comprese le torri e gli zoccoli, con i Pesci e lo Scorpione (febbraio e ottobre), l’ombra teorica traccia il perimetro maggiore delle sale, con l’Ariete e la Bilancia (marzo e settembre, equinozi di primavera e d’autunno), l’ombra (ora visibile) cade esattamente nella larghezza del cortile interno, con il Toro e la Vergine (aprile e agosto), l’ombra probabilmente toccava il bordo nord della vasca ottagonale scomparsa, con i Gemelli e il Leone (maggio e luglio) definiva i sedili esterni, con il Cancro (giugno, solstizio d’estate), l’ombra giungeva infine al bordo sud della vasca.
Tratto da "Le vie dell'esoterismo" di Massimo Centini
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Alba a Castel del Monte, ph Michele Carioggia
Le prerogative di San Michele Arcangelo sono così rare, e la Sacra Scrittura parla di Lui in termini di una tale grandezza, che molti furono abbagliati, ritenendo che San Michele, così celebrato nelle lettere divine, non potesse essere altri che il Figlio stesso di Dio e Salvatore del mondo, Cristo Gesù.
Questo fu l'errore dei luterani e di molti calvinisti e di altri settari: in ragioni delle grandi lodi che si tessevano di questo Santo Angelo, sembrava loro che tali glorie non potessero appartenere a una creatura umana.
Ma è così grande l'onnipotenza divina e così stupenda la bontà del Creatore, da poter concedere a una creatura di poter sembrare Dio e così infuse grandi doni, appartenenti alla sua stessa natura, nell'Arcangelo Michele, tali che l'ingegno umano, non illuminato dalla fede, lo avrebbe potuto considerato come il Figlio di Dio.
Ma poiché non è il figlio naturale di Dio, è tale che, dalla Santissima Trinità in giù, non c'è nessun altro, tra le nature intellettuali e gli spiriti puri, che sia più santo, o più simile a Nostro Signore, o che rappresenti meglio l'immensità e la perfezione dell'essere divino
Per questo motivo, molte volte che San Michele è apparso ad alcuni grandi Santi, si è detto, nella Scrittura, che il Signore stesso era apparso, senza specificare ulteriormente che si trattava di questo Angelo supremo, perché San Michele è lo Spirito più simile a Dio e più degno di sostituire l'infinità dell'essere divino, e quello che potrebbe meglio rappresentare l'autorità e la maestà di Dio.
E così nel c. 32. del Gen. è chiamato Dio: perché aveva autorità e rappresentanza divina. Lo stesso patriarca Abramo lo adorava e la Chiesa, ebbe a notare con particolarità che dei tre Angeli che questo grande patriarca vide, ne adorava solo uno, che era l'Arcangelo Michele, talmente prominente tra gli spiriti celesti, da sembrare che gli altri non fossero accanto a lui, per quanto sublimi potessero essere.
E così, sebbene fosse stato accompagnato da spiriti illustri, come notano alcuni interpreti, come San Gabriele e San Raffaele, poiché San Michele era tra loro, il Santo Patriarca Abramo non prestò attenzione a loro e lasciandoli fuori dalla sua adorazione, adorò unicamente l'Arcangelo Michele, come suo Principe, suo Capitano e Capo e l'immagine più esplicita di Dio, la più degna e riverente rappresentazione della Divinità.
Tratto da "San Michele Arcangelo" di Marco Gionta
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Is Mannus nella tradizione popolare.
Non è solo la letteratura, ma anche l’archeologia a parlarci di un culto degli antenati, che vengono figurati come esseri le cui capacità li fecero assurgere al ruolo di veri e propri Eroi. Is Mannus furono appunto questo, una sorta di culto che fu continuazione di quello ben più antico ed animistico, sorto in un ambiente prenuragico ancora tutto da scoprire.
Is mannus in epoca nuragica assunsero il ruolo di geni della morte, di continuatori di una religione ctonia ben nota. Erano sì visti sotto l’aspetto di uomo-defunto, ma anche come uomo-Dio, capaci di vincere la morte e di proseguire la vita in un eterno sonno senza degrado.
Vennero intesi a tutti gli effetti come divinità in grado di proteggere i defunti, capaci di assicurare la continuità della vita che sarebbe venuta dopo la morte. La loro immortalità traspare dal mito che racconta questi eroi come uomini che una volta morti non furono corrotti dal trascorrere del tempo, e assunsero piuttosto l’aspetto di dormienti.
Non ci volle troppo tempo perché questi eroi, a mezza strada fra l’umano ed il divino, conquistassero il ruolo mitico di progenitori della genia sarda. Una tradizione parallela preferisce invece disegnarli come giganteschi ciclopi che vissero ai tempi dei nuraghes da loro stessi costruiti; sembra che insegnarono agli uomini tutto il loro sapere.
Quell’indole mite, gentile e ospitale che li caratterizzava ad esordio, mutò con il trascorrere dei secoli e col tempo presero a schiavizzare gli esseri umani, cibandosi delle loro carni. Fu proprio questo loro atteggiamento a causare la punizione divina che ne determinò la totale estinzione.
La demonizzazione della figura mitica è palese: is mannus furono prima eroi divini, poi giganti ed infine orchi.
Si tratta a mio avviso di un’evoluzione in negativo motivata dalla sovrapposizione della religione cristiana alla realtà pagana entro la quale, è evidente, is mannus si muovevano con agilità.
D’altronde, lo vedremo anche in seguito, la demonizzazione delle antiche divinità fu uno strumento congeniale alla religione cristiana, spesso usato per cancellare i vecchi culti animistici e gli antichi legami pagani.
Questo sarebbe confermato anche dalla tradizione che chiamava is mannus “gentiles” nel Sulcis o “paladini” nella Gallura e dintorni. Anche i gentiles e dei paladini sono descritti giganteschi e dotati di forza sovraumana. Più o meno belli, in alcune circostanze vengono mostrati come monocoli; eppure si tratta di creature di cui si è conservato davvero poco: in linea di massima si riteneva che fossero gli autori delle tombe dei giganti nonché dei nuraghi; secondo le leggende che ancora raccontano dei gentiles, questi vivevano nelle zone montagnose dell’Isola e scendevano in rare circostanze a valle, cavalcando fascine di legna.
In alcuni casi viene loro attribuita l’uccisione rituale degli anziani superato il settantesimo anno di vita, in altri casi si racconta fossero i custodi di ricchissimi tesori.
Tratto da Claudia Zedda "Creature Fantastiche in Sardegna"
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Nell'immagine, antica Maschera sarda di Ottana.
Antica Maschera della tradizione sarda, realizzata ad Ottana, in provincia di Nuoro.
Questa tipologia di maschere, sono il simbolo della maschera dei Boes, di cui ho già avuto modo di parlare, simbolo del nostro antico Carnevale Sardo ( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/01/il-grembo-alchemico-delle-maschere.html), di solito rappresentate con il fiore della vita al centro della fronte ( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/09/il-fiore-della-vita-nella-maschera.html).
Questa maschera, stupenda, differisce leggermente dalle altre.
Al centro della fronte, infatti, non abbiamo un fiore della vita a sei petali, simbolo dell'Unione degli Opposti, come la stella a sei punte di Salomone, ma piuttosto, quello che sembra essere un nodo di Salomone ( figlio del re Davide, e re d'Israele nel periodo della sua massima grandezza, e sappiamo bene, che ci sono forti collegamenti tra la Sardegna e Israele), che, comunque sia, è sempre molto collegato ad altri simboli ben presenti nella nostra Antica Civiltà Sarda, come la svastica ( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/09/pugnaletto-svastica-solare.html), la croce, la spirale, la stella a sei punte, detta anche sigillo di Salomone, che abbiamo visto più volte, nel percorso sulle nostre antiche tradizioni sarde, e di cui ho più volte parlato.
Questo nodo, con quattro direzioni, indica la ciclicità del tempo, nella quale le sinergie delle forze opposte, si incrociano e creano.
Questo in particolare è inserito in una struttura quasi quadrata, che indica la dimensione terrena nelle quali queste forze agiscono, nella dimensione, appunto dei quattro punti cardinali, dei quattro elementi naturali della terra.
Struttura quadrata, circoscritta da un "anello" circolare, che indica la ciclicità del tempo, suddiviso, sembrerebbe, in sei "tacche" ciascuno.
Sappiamo quanto nell'antica Civiltà Sarda, fossero importanti tutti i numeri del tre e dei suoi multipli, essendo anche una civiltà basata di un tipo di numerazione sessagesimale.
Ma è comunque simbolico che per ogni porzione della doppia circonferenza, ci sia il sei, come riferimento anche per la stella a sei punte, simbolo della maschera dei Boes, ma anche della Sartiglia di Oristano.
Ma soprattutto di quella armonia di Unione e di equilibrio degli Opposti, che la koine' concettuale e simbolica di tutta la nostra Antica Civiltà.
Questa maschera presenta anche un tipo di decorazione che richiama la tipica lavorazione a pibiones delle nostre antiche tradizioni ( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/10/i-motivi-pibiones-nella-cultura-sarda.html).
Una prima decorazione a "V", parte dalla base delle corna, fino al centro della maschera, che, in modo insolito, è sottolineato da un foro ovale, che di solito, non viene rappresentato nelle maschere dei Boes.
Questo, sivuramente, visto la decorazione a "V", potrebbe essere un chiaro richiamo simbolico al pube femminile, come depositario, Custode e Athanor alchemico, della sinergia degli Opposti.
Tra l'altro, la doppia cornice circolare esterna di questo nodo, mi ricorda l'Ouroboros, il serpente che avvolgendosi circolarmente su se stesso si morde la coda, e che rappresenta la ciclicità della vita e la rigenerazione, rappresentato spesso, in ambito ermetico/alchemico, con due colori, che sottolineano la sua doppia polarità ed allude ai due principi fondamentali della Natura: quello Maschile e quello Femminile.
Questo tipo di decorazione, che si espande anche lateralmente attraverso due bande di 8 moduli ognuna ( anche il numero otto, in quanto simbolo dell'infinito, simboleggia l'unione degli Opposti, del cielo e della terra, dell'umano e drl divino, in un eterno presente), può essere assimilabile anche alla livrea della pelle del Serpente, proprio come simbolo della continua rinascita, e di un Femminino, che ha caratterizzato la nostra antichissima civiltà matriarcale, nonché simbolo dell'Antica tribù dei Dan ( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/il-simbolo-della-tribu-di-dan.html).
Una maschera straordinaria e particolare, con questo simbolo molto particolare, di antico richiamo Ebraico, dove cielo ( il cerchio) e terra (il quadrato), si incontrano per essere, insieme, potenza creatrice, attraverso un nodo, un simbolo, un'alleanza, una promessa, che ancora, a distanza di millenni, si rinnova.
Tiziana Fenu
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Maschera Boes Nodo di Salomone