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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

lunedì, maggio 04, 2026

💙 Un vero Sciamano( libro Maldalchimia II)

 

Un vero Sciamano non cerca.
Egli dimora nella soglia del silenzio come la montagna dimora nell'orizzonte.
Immobile.
Presente.
Intera.
Non protende la mano verso ciò che gli manca, perché la sua mano è già piena del vuoto che accoglie. Il cercare appartiene alla freccia che ha dimenticato l’arco, al viandante che confonde la mèta con il passo, allo specchio che insegue l’immagine dimenticando di essere lui stesso riflesso dell’Infinito.
Cercare è confessione di assenza. È dire: “Questo non mi appartiene, eppure lo voglio”.
È mendicare alla porta di sé stessi ciò che da sempre siede sul trono del proprio centro.
Nelle sue forme più nobili, il cercare è rimpianto.
È il gesto di chi raccoglie briciole sperando di ricomporre il pane che non è mai stato spezzato.
Ma lo Sciamano conosce il segreto che abita le ossa del mondo.
Nulla è stato perduto, perché nulla può essere perduto di ciò che è Essenza.
Egli non ha smarrito frammenti di sé tra le pieghe del tempo, non ha dimenticato tesori nelle vite precedenti, non ha lasciato impronte che il vento possa cancellare.
Egli è già l’intero.
La sua interezza non è conquista, ma memoria che pulsa nella sostanza stessa del suo essere.
Per questo egli non cerca. Discende.
Scende nelle profondità come la radice che sa che la linfa non è sopra ma dentro la terra.
Scende nel pozzo antico dove le acque non riflettono il cielo perché sono loro stesse cielo capovolto.
E là, nel buio denso come grembo, nel silenzio che si fa spazio, quello spazio che è vuoto sacrificale, rinuncia a ogni riempimento, là trova la Pienezza delle Fondamenta.
Il vuoto che accoglie diviene talmente vasto da contenere ogni manifestazione, e in quella vastità lo Sciamano riconosce la propria natura di contenitore dell’infinito.
Può darsi che la mente non ricordi. Il ricordo è unghia che graffia la superficie del tempo, è lama che taglia l’attimo in passato e futuro. Ma l’Anima non ricorda.
L’Anima è.
Essa non custodisce album di fotografie sbiadite, non conserva diari di vite trascorse.
L’Anima è senza tempo, e in ciò che è senza tempo tutto è già accaduto e tutto deve ancora accadere nel medesimo istante.
Passato, Presente e Futuro danzano in essa come fiamme di un unico fuoco, come gocce di un medesimo oceano che ignora la riva.
L’Anima è Presenza.
Presenza talmente piena, talmente vibrante, talmente ora, che la mente, con le sue incrostazioni di giudizio, con le sue croste di memoria, con le sue cicatrici di attesa, fatica ad aderirvi.
La mente è crosta sulla lava incandescente dell’Essere.
Eppure, sotto la crosta, il fuoco continua a scorrere, in attesa che la superficie si assottigli fino a divenire trasparente, fino a divenire assente.
Bisogna dimenticare ciò che si è per accedere a ciò che si È.
Ecco il paradosso che spezza la logica come verga secca.
Ecco l’ossimoro che apre lo spiraglio nel muro dell’evidenza. Come si può dimenticare sé stessi per ritrovarsi?
Come si può abbandonare la propria ombra per diventare la luce che la proietta?
Eppure è questo il passo.
Il passo che non è passo ma sospensione, che non è movimento ma quiete così profonda da diventare vortice.
Bisogna consentire.
Permettere.
Lasciare che il riconoscimento avvenga attraverso quella Quintessenza che è la summa sublimata dei cinque sensi, quando essi vengono sdoganati dal contesto, dalla circostanza, dall’io che li osserva.
I sensi non sono finestre sul mondo.
Sono porte dell’Anima.
Quando smettono di guardare fuori e iniziano a guardare dentro, quando smettono di ascoltare i suoni e iniziano ad ascoltare il silenzio che li rende possibili, allora i cinque sensi diventano Uno.
E quell’Uno è la Quintessenza.
È il quinto elemento che non è terra, non è acqua, non è aria, non è fuoco, ma è la loro danza originaria, il loro abbraccio prima della separazione.
Da noi stessi.
Perché noi, in quanto umani, siamo solo una “circostanza” dell’Anima.
Ripeti questa verità fino a che non ti bruci le labbra.
Sei una circostanza.
Sei l’occasione che l’Anima ha scelto per manifestarsi in questa dimensione di densità, in questo respiro tra una vita e l’altra.
Sei il punto di snodo, il nodo in cui l’eterno stringe un patto con il tempo, il contatto in cui l’increato tocca il creato.
E in questo punto, in questo nodo, in questo contatto, ti è permesso, ti è donato, di riprodurre e manifestare, in questa dimensione temporanea che chiami terra, parte di ciò che in Essenza sei. Parte di ciò che sei sempre stato. Parte di ciò che sarai sempre.
Quintessenza dei cinque sensi. Ecco cosa sei.
Sei la sintesi perfetta, il fiore che sboccia dall’incontro tra il dentro e il fuori, tra l’eterno e l’effimero, tra l’Uno e il molteplice.
E in questa sintesi risiedono i Doni.
Ma per riattivare i Doni, devi farti Dono.
Devi offrirti.
Non come si offre un oggetto, ma come si offre la fiamma alla candela.
Non perdendo te stesso, ma permettendo che la tua luce si accenda della luce altrui.
Devi donarti.
Aprire le mani.
Quelle mani che per una vita hai tenuto chiuse per trattenere, per possedere, per difendere.
Aprirle non come atto di resa, ma come atto di accoglienza.
Le mani aperte non sono mani vuote.
Sono mani pronte a ricevere ciò che da sempre le attende.
Ancora una volta.
Ma non attraverso il ricordo.
Non attraverso la memoria che seleziona, che interpreta, che tradisce.
Attraverso la consapevolezza. Quella consapevolezza che non è sapere ma essere, che non è comprendere ma divenire ciò che si comprende.
Attraverso la Sacra Frequenza dell’Emozione.
L’Emozione non è sentimento passeggero, non è onda che sale e scende sulla spiaggia del cuore. L’Emozione è vibrazione dell’Anima. È la corda che trema quando il divino la tocca.
È la frequenza sacra che apre i portali, che dissolve le croste, che rende la mente trasparente al fuoco che scorre sotto.
E il centro di questa Emozione, la sua sorgente più pura, è il Centro Radiante del Chakra del Cuore.
Ma non fermarti lì.
Sali ancora un poco, fino allo spazio sottile tra Cuore e Gola.
Là dove l’Emozione incontra l’espressione, ma non è ancora espressione.
Là dove il sentire diventa parola, ma non è ancora parola.
In quello iato sospeso, in quell’intervallo sacro, là nasce. Nasce ciò che deve nascere.
Nasce ciò che sei.
In quello spazio, il Logos non è ancora manifesto in suono.
La Parola non ha ancora preso forma, non ha ancora tagliato il silenzio con la sua lama di significato.
È Creazione in forma embrionale, grembo di ogni possibile, utero di ogni manifestazione.
È Radice e Frutto contemporaneamente.
Radice perché affonda nell’invisibile.
Frutto perché già contiene il sapore di ciò che sarà.
È Seme in Potenza.
È Chiave che non ha ancora girato la serratura, ma già conosce la forma del chiavistello.
È Intento energetico prima che l’energia si faccia materia, prima che l’intento si faccia azione.
È Potenza allo stato Puro.
È la fermezza che precede il Salto, l’attimo in cui tutto è trattenuto perché tutto sta per essere rilasciato.
E in quell’attimo, con l’Emozione di percepire di essere lo stesso Salto, lo Sciamano riconosce.
Riconosce che nulla è stato perso. Perché “chi siamo” è il nostro DNA, spirituale e terreno intrecciati come amanti, come gemelli, come due aspetti della medesima Realtà. E non possiamo mai perdere chi siamo.
Possiamo perderci in noi stessi, smarrire il sentiero nella foresta delle nostre stesse illusioni, dimenticare la strada di casa nel labirinto delle nostre costruzioni mentali.
Ma non possiamo perdere ciò che è già in noi.
Ciò che è già in noi è ciò che siamo sempre stati.
È la montagna che non cerca l’orizzonte perché è lei stessa orizzonte.
È il viandante che non cerca la mèta perché è lei stessa il cammino.
È lo specchio che non cerca l’immagine perché sa di essere lui stesso riflesso dell’Infinito.
E in questa conoscenza che non è conoscenza ma Essere, lo Sciamano finalmente tace.
E nel suo silenzio, l’universo intero trova voce.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com
Tratto dal mio libro
"Maldalchimia. Di Ombre e Luminescenze" Volume II
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Un vero Sciamano






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