La società matrilineare più primitiva che esista ancora oggigiorno è quella dei Nayars nell’India meridionale dove le principesse, benché sposate a mariti fanciulli dai quali divorziano subito, hanno figli da vari amanti che scelgono senza troppo curarsi del rango; e le principesse di varie tribù matriarcali dell’Africa occidentale sposano stranieri o persone del popolo.
Pare che anche le principesse dell’antica Grecia si scegliessero volentieri gli amanti tra gli schiavi, sempre che le Cento Case di Locri e di Locri Epizefiria non costituiscano un’eccezione.
Il tempo fu dapprima suddiviso a seconda delle lunazioni e tutte le
cerimonie piĂą importanti venivano celebrate in corrispondenza di determinate fasi della Luna.
I solstizi e gli equinozi non erano stati determinati con precisione e li si faceva coincidere approssimativamente con la luna piena piĂą vicina.
Il numero sette acquistò un particolare carattere sacro perché il re moriva durante la settima luna piena che seguiva il giorno più corto.
Anche quando, dopo attente osservazioni astronomiche, l’anno solare fu calcolato in trecentosessantaquattro giorni con qualche ora di differenza, lo si divise in mesi, cioè in cieli lunari, anziché in frazioni dell’anno solare.
Questi mesi erano di ventotto giorni, e anche il ventotto era un numero sacro, perché la Luna era considerata come una donna il cui ciclo mestruale è normalmente di ventotto giorni.
La settimana di sette giorni era l’unità del mese lunare e le caratteristiche di ciascun giorno furono dedotte, pare, dalle caratteristiche attribuite al mese corrispondente della vita del re sacro. Questo sistema portò a una identificazione ancora più stretta della donna con la Luna e, poiché l’anno di trecentosessantaquattro giorni è esattamente divisibile per ventotto, l’annuale succedersi delle feste popolari poteva essere regolato dal succedersi dei mesi.
Mille anni dopo l’adozione del calendario giuliano, l’anno di tredici mesi sopravviveva ancora come tradizione religiosa tra il volgo europeo; infatti Robin Hood, che visse al tempo di Edoardo II, esclama in una ballata che celebra la festa di Calendimaggio: How many merry months be in the year? There are thirteen, I say... Un revisore Tudor corresse poi il tredici in dodici «... The are twelve, I say...».
Il tredici, numero del mese in cui muore il Sole, gode ancora di pessima fama tra i superstiziosi.
I giorni della settimana erano affidati alla tutela dei Titani: geni del Sole, della Luna e di cinque pianeti scoperti in seguito, essi erano responsabili dei corpi celesti.
Questo sistema si sviluppò probabilmente nella Sumeria matriarcale.
Il Sole passava dunque attraverso tredici fasi mensili che iniziavano col solstizio d’inverno, quando i giorni cominciano ad allungarsi dopo il lungo declino autunnale.
L’anno sidereo aveva un giorno in eccedenza che fu intercalato fra il tredicesimo e il primo mese e divenne il più importante poiché in quel giorno appunto la ninfa tribale sceglieva il suo divino paredro: di solito il vincitore di una gara di lotta o di corsa o di tiro all’arco. Questo calendario primitivo subì delle modificazioni: in certe regioni il giorno eccedente non fu intercalato dopo il solstizio d’inverno, ma in occasione di un diverso Capodanno: alla Candelora, ad esempio, quando si manifestano i primi segni della primavera; o all’equinozio di primavera, quando si supponeva che il Sole giungesse a piena maturità ; o a mezza estate; o al sorgere di Sirio, quando il Nilo inondava la pianura egiziana; o all’equinozio d’autunno, quando cadono le prime piogge.
Nell’antica mitologia greca si riflettono soprattutto quei mutevoli rapporti tra la regina e i suoi amanti, che iniziano con il sacrificio annuale o biennale del divino paredro e terminano (all’epoca in cui l’Iliade fu composta e i re si vantarono «Siamo migliori dei nostri padri!») col tramonto del matriarcato.
Ancor oggi, studiando i costumi dei popoli africani, possiamo ricostruire via via i vari stadi di questo processo evolutivo.
Molti miti greci rispecchiano la storia politica e religiosa del paese. Bellerofonte doma Pegaso alato e uc*cide la Chimera.
Perseo, in una variante della medesima leggenda, vola nell’aria e decapita la madre di Pegaso, la Gorgone Medusa, così come Marduk, l’eroe babilonese, uccide il mostro marino Tiamat, dea del Mare.
La forma corretta del nome Perseo è probabilmente Pterseus «il distruttore»; egli non fu, come suppose il professore Kerenyi, un archetipo della figura della morte, ma rappresentava forse gli Elleni patriarcali che invasero la Grecia e l’Asia Minore all’inizio del secondo millennio prima di Cristo e sfidarono la potenza della triplice dea.
Tratto da "I miti greci" di Robert Graves
Maldalchimia.blogspot.com
Edizioni Longanesi
Immagine
Giovani donne Nayar
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