"Essendo il Carrasegare un rito di rinascita agro-pastorale, il cui nome evoca un rito sacrificale di origine dionisiaca finalizzato a ingraziarsi la divinità e a preannunciare il risveglio primaverile, ne emerge la duplice valenza di rito apotropaico per allontanare il male e purificare la comunità e di un momento di rottura dell’ordine quotidiano in cui le forze primordiali della natura si riaffacciano attraverso maschere zoomorfe e figure demoniache.
S’Ainu Orriadore, l’asino che ruba le anime, è una delle maschere più affascinanti di questo vasto panorama simbolico.
Infatti, tra le maschere più inquietanti del folklore sardo spicca S’Ainu Orriadore, letteralmente, “l’asino che raglia”, figura demoniaca originaria di Scano di Montiferro (OR).
La maschera è costituita dall’osso del bacino di un bovino o di un asino coperto dalla zimarra ( “sa mastrucca”), il tipico giubbotto senza maniche in pelle di ariete.
[...] Il Carrasegare sardo, con le sue maschere zoomorfe, si rivela un palinsesto rituale in cui stratificazioni precristiane, sincretismi romani (il Navigium Isidis) e reinterpretazioni cristiane convivono.
La figura dell’asino, in particolare, funge da cerniera simbolica tra il mondo dei vivi e l’aldilà, tra la materia grezza e la sua trasformazione spirituale.
Lo studio di queste maschere, da S’Ainu Orriadore a Su Molente, non solo arricchisce la conoscenza del folklore isolano, ma offre anche una chiave di lettura antropologica più ampia, mostrando come il Carrasegare continui a essere un tempo sospeso in cui la comunità si confronta con le proprie paure, le proprie fatiche e le proprie speranze di rinascita.
A questo riguardo, emerge una figura particolare, che presenta orecchie d'asino, Tuchulcha, in cui si evidenzia un'iconografia e simbologia esoterica di un Demone ctonio etrusco.
La figura di Tuchulcha, demone minore del pantheon etrusco, costituisce un vertice di straordinaria ricchezza iconografica e simbolica, particolarmente rilevante per una lettura in chiave esoterica e comparativa con le tradizioni sarde.
[...] La sua raffigurazione più celebre, nella Tomba dell’Orco a Tarquinia (IV sec. a.C.), lo presenta come un essere ibrido e terrificante
[...] Alcune fonti sottolineano la natura ambigua e potenzialmente androgina di Tuchulcha, descritto talvolta con attributi femminili come un chitone e una pelle rosea.
Questa indeterminatezza di genere ne accentua il carattere liminale, collocandolo in uno spazio simbolico oltre le categorie ordinarie, tipico delle entità che presiedono ai passaggi e alle trasformazioni radicali.
La Tomba dell’Orco, il cui nome deriva dall’identificazione romana del mostro dipinto con Orcus (Plutone, signore degli Inferi), è essa stessa un Mundus Patet, un varco rituale che connetteva il mondo dei vivi con quello dei morti. Tuchulcha, in questo spazio sacro, incarna il custode di questa connessione, presiedendo al mistero della morte come iniziazione e passaggio.
Il confronto con la figura sarda di S’Ainu Orriadore (l’asino ragliante) di Scano Montiferro rivela una sorprendente consonanza di archetipi, che travalica le distanze geografiche e culturali.
L’asino annunciatore di morte.
[...] Come Tuchulcha, anche S’Ainu Orriadore svolge una funzione di psicopompo o di suo annunciatore, collegando la sfera umana a quella ultraterrena attraverso il simbolo dell’asino.
L’interpretazione alchemica fornita dalla tradizione sarda è illuminante. L’asino rappresenta la materia densa su cui operare per un percorso di “consapevolezza, trasformazione e purificazione”.
Questo processo di trasmutazione è guidato dal Fuoco Sacro, concetto racchiuso nella radice “Ur”.
Tale particella fonetica, riconosciuta nella parola sarda per asino, burriccu (b-UR-riccu), e in Nuraghe (N-UR-aghe), significa appunto “Fuoco Sacro”.
È il fuoco della P-UR-ificazione celebrata dal Carnevale (Carrasegare), inteso come momento di morte rituale e rinascita a una condizione superiore, “solarizzata”.
Il ragliare de S’Ainu Orriadore non è quindi solo un presagio di fine, ma l’invocazione sonora di questo fuoco trasformatore.
Lo stesso attributo "Orriadori", ha come desinenza fonetica, quell'OR-, che suggerisce, metaforicamente, un Oro, l'Horus, l'Opera alchemica completata.
L’uso del bacino come maschera non è macabro, ma profondamente simbolico.
Esso rappresenta un utero, un grembo, una dimensione gestazionale, dal quale l’iniziato (il Mamuthone, ad esempio) può rinascere una seconda volta, passando dalla condizione di “essere demoniaco” a quella di “creatura consapevole della sua Essenza Divina”.
Tiziana Fenu
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