Il male non giunge mai come un fulmine a ciel sereno.
Non irrompe come un ladro nella dimora ordinata e luminosa.
Il male è un eco che cerca una camera di risonanza, un parassita che annusa l’ospite già in putrefazione.
Esso bussa soltanto alle soglie già sconnesse, alle porte già corrose dal tarlo del non-essere.
Attecchisce nelle anime che sono terra bruciata, solchi aridi dove il seme del divino non ha mai trovato humus.
Anime inficiate da una mancanza originaria, da una ferita che non è stata sigillata dal fuoco della conoscenza, ma lasciata aperta perché stillasse un perpetuo, sordo lamento.
Sono gli spiriti che hanno guardato nel proprio abisso e, invece di riconoscervi il riflesso di una stella lontana, vi hanno visto solo il nero, e se ne sono innamorati, scambiando il baratro per profondità.
Queste creature non hanno luce propria.
Sono lune spente, frammenti di specchio opaco che vagano nella notte cosmica.
La loro esistenza è un'attesa, un muto e disperato anelito. Non sapendo ardere, hanno fatto del bisogno la loro unica legge.
Necessitano della fiamma altrui non per scaldarsi, ma per esistere nella parvenza. Si pongono accanto ai vivi, ai giusti, ai luminosi, e succhiano la loro essenza come piante parassite che avvolgono l’albero rigoglioso fino a soffocarlo.
Non per odio, forse, ma per una fame cosmica, per una invidia metafisica verso chi possiede ciò che a loro è negato: la capacità di essere centro.
Vivono di luce riflessa, come la luna che ruba lo splendore al sole, ma senza la maestà di un moto proprio.
La loro anima è un pertugio buio che, per non sentirsi tale, deve calamitare e imprigionare i raggi che non sa generare. Il loro dramma è di essere incomplete, opere interrotte del Creatore, vasi crepati prima della cottura.
E in quella crepa, in quell’incompiutezza, il male trova il suo nido perfetto. Non deve distruggere, gli basta annidarsi.
Non deve corrompere, perché trova già il marciume.
Esso è solo l’ultimo, logico sigillo su una vita che non ha mai imparato a rilucere di volontà propria, condannata a essere eco di un suono che non ha mai saputo emettere.
Tiziana Fenu
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