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giovedì, febbraio 19, 2026

💛 Vento/Bundu/Baubo/otre

 Nella mitologia greca, Baubo è una figura arcaica e affascinante, il cui mito è strettamente legato ai misteri femminili e alla rinascita della natura, ne ho parlato svariate volte, nei miei scritti, anche nella mia ultima pubblicazione editoriale "Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l’Ordine". 

La sua storia si intreccia con quella di Demetra, la dea dell'agricoltura e del grano, che, disperata per il rapimento della figlia Persefone da parte di Ade, si era ritirata dal mondo, lasciando la terra sterile e arida.

Nelle sue peregrinazioni, Demetra giunge ad Eleusi, dove viene accolta da Baubo. Per strappare la dea al suo lutto inconsolabile, Baubo compie un gesto sorprendente e rituale, l'anasyrma, ovvero solleva la veste mostrando i genitali . 

Questo atto, lungi dall'essere meramente osceno, è profondamente sacro e apotropaico. 

In alcune versioni del mito, è il figlio Iacco( Demetra porta in grembo Iacco, che, come dice prof. Dedola a riguardo, è il terzo nome del Dio sardiano, Iáccu, è , senz’altro il più intrigante, anch’esso panmediterraneo. Íaccos, Ἴακχος)  a ridere di fronte a questa visione, rompendo l'incantesimo del dolore e strappando infine un sorriso alla stessa Demetra . 

Il riso che ne scaturisce ha un effetto liberatorio e rigenerante, riportando la possibilità della gioia e, simbolicamente, della vita.

Il nome stesso di Baubo, per alcuni studiosi, evocherebbe la "pancia" e le "risate di pancia" . 

Le sue raffigurazioni più antiche, come la statuetta ritrovata a Gela (V sec. a.C.), nel santuario di Demetra Thesmophoros, la mostrano intenta in questo gesto, diventando così l'emblema di un femminile che non teme di mostrarsi, di un potere che risiede nella capacità di generare e di rigenerare la vita attraverso il corpo, il riso e la trasgressione sacra . 

È una divinità che ci ricorda come, nei momenti di massima aridità, la scintilla vitale possa riaccendersi attraverso ciò che è primordiale, corporeo e autentico.

Simbolo di questa fertilità dinamica, attiva, vitale, erano i Floralia, antiche feste romane dedicate a Flora, dea dei fiori, della primavera e della giovinezza. Celebrati tra la fine di aprile e l'inizio di maggio, questi ludi erano caratterizzati da un'atmosfera di gioia sfrenata e licenziosità rituale. 

Istituiti in seguito a un responso dei Libri Sibillini per propiziare la fertilità dei campi, i Floralia erano il momento in cui la comunità intera si abbandonava a comportamenti che in altri contesti sarebbero stati inaccettabili .

Le celebrazioni includevano rappresentazioni teatrali (ludi scaenici) durante le quali le attrici si spogliavano su richiesta del pubblico (la cosiddetta nudatio mimarum), e giochi circensi in cui venivano liberati animali come capre e lepri, simboli di fecondità . La logica sottostante a questi riti era chiara

Stimolando la sessualità umana attraverso il gioco e l'esibizione, si intendeva risvegliare per analogia la potenza generatrice della natura, spingendo la terra a fiorire e a produrre frutti abbondanti. 

In questa festa, il corpo femminile esibito non era oggetto di vergogna, ma un potente strumento magico per influenzare il ciclo delle stagioni.

Se Baubo e Flora rappresentano il principio femminile della generazione, Zefiro incarna la controparte maschile e fecondatrice. 

Nella mitologia greca, Zefiro è la personificazione del vento di ponente, dolce e leggero, che annuncia la primavera. 

Figlio di Astreo e di Eos (l'Aurora), è rappresentato come un giovane alato che tiene in mano un mazzo di fiori.

Il suo legame con il risveglio della natura è reso esplicito dal mito in cui sposa Clori, una ninfa associata ai fiori. 

La tradizione romana identifica questa ninfa proprio con la dea Flora . 

Come raccontano Ovidio nei Fasti e il Poliziano, è Zefiro che, con il suo soffio primaverile, feconda e "infiora" la terra, inseguendo la sua amata e trasformandola nella dea della fioritura . 

La loro unione simboleggia l'abbraccio cosmico tra il cielo (il vento) e la terra (la vegetazione), da cui nasce la profusione di fiori e frutti, e da cui essi generano il figlio Carpo, personificazione del frutto .

Ma il Vento, lo considero come Principio Femminile e Soffio Vitale. Lo dimostra anche la rappresentazione della Maschera de Su Bundu( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/12/bundu-bindubindi.html?m=0) 

 del Carrasegare sardo, che rappresenta il vento, di cui ho già approfondito anche nel mio saggio "Il Tempo Capovolto" 

Il vento del Sud, Noto o Austro, è nella tradizione classica figlio di Astreo ed Eos, ed è spesso associato a piogge e tempeste distruttive, temuto come disseccatore dei raccolti. 

Vi è una profonda connessione 

che lega il vento Austro/Noto al femminino attraverso la radice "STR" e le Grandi Dee Madri mediterranee e mediorientali (Ishtar, Astarte). La particella STR diventa così un filo d'Arianna che attraversa i millenni, collegando nomi e luoghi sacri (Oristano, Tharros, il fiume Tirso in Sardegna) a un culto primordiale della fertilità e della sovranità femminile.

Questa intuizione si sposa perfettamente con la definizione del vento come "soffio vitale". 

In ebraico, ruach, e in greco, pneuma, significano al contempo vento, respiro e spirito . 

Il vento è quindi l'elemento invisibile ma potentissimo che anima il mondo, esattamente come il principio femminile è la forza generatrice nascosta ma essenziale della vita.

Era nelle Domus de Janas che cercavano e custodivano il Soffio Divino, rappresentate con la carena ( fondo dell'imbarcazione e "carena" in sardo, sterno) 

Il riferimento all'otre dei venti è un'immagine potentissima. Nell'Odissea, Eolo chiude i venti in un otre e lo affida a Ulisse. 

Ma giustamente, ci si interroga su questo gesto: chi cuce davvero l'otre? 

"Un Femminino", l'unica risposta che sento di dare, illuminante. 

L'otre è un contenitore di cuoio, morbido e flessibile come un grembo. 

Chiudere i venti in un otre significa contenerli, gestirli, dar loro una dimora. 

È un'azione tipicamente femminile e materna. 

In sardo, "su bentu estru" (il vento di ponente) suona come "otre"

Da noi il Vento è Femmina. Questa tradizione popolare conserva una verità profonda. Il vento non è solo una forza maschile che feconda, ma anche un alito vitale che nasce da un grembo, da una "torre" come le "Dee turrite", i nuraghi, antichi luoghi di culto e di potere, strutture verticali che emergono dalla terra per incontrare il cielo e forse, simbolicamente, per generare il vento stesso.

Il collegamento  con Fūjin, il dio giapponese del vento, raffigurato mentre tiene un sacco di vento sulle spalle, crea un cerchio perfetto. L'iconografia di Fūjin che porta il suo sacco è la rappresentazione visiva dell'otre di Eolo. 

In entrambe le culture, il vento è una forza primordiale che deve essere contenuta e rilasciata, e questo contenitore, in una lettura simbolica, può essere visto come un utero cosmico.

Unendo tutti questi elementi, possiamo costruire un racconto simbolico coerente. 

Un Archetipo Femminino Primordiale, rappresentato dalla Baubo e dal Vento Madre. 

All'origine di tutto c'è un potere femminino, misterioso e autonomo. 

È rappresentato da Baubo, il cui gesto osceno-sacro rivela il potere rigenerante del corpo, ma anche dal Vento inteso come grembo, come "otre" primordiale, come soffio vitale che contiene in sé il potenziale di ogni cosa. 

Questo vento-madre è il respiro stesso del mondo, legato a Dee Madri antichissime il cui nome (Astarte, Ishtar) riecheggia nella radice STR che ritroviamo nella nostra Terra Sarda, in luoghi come Tharros e Oristano, antichi centri di civiltà dove il sacro femminile era profondamente radicato.

Il Soffio Fecondatore (Zefiro), da questo grembo cosmico,  si manifesta come forza maschile e fecondatrice. Non è più solo il contenitore, ma il soffio dinamico che esce dall'otre, che si muove verso la terra per fecondarla. Il suo mito, che lo vede sposo di Clori/Flora, è la rappresentazione perfetta di questo momento. 

È il principio aereo maschile che si unisce al principio terrestre femminile.

Il Rito dell'Unione, i Floralia, rappresentano benissimo questa simbologia. 

Il punto di incontro tra questi due principi è celebrato nei Floralia. 

Questa festa non è solo un tripudio di vitalità fine a se stesso. 

È la messa in scena rituale dell'ierogamia, l'unione sacra tra cielo e terra. 

L'esibizione del corpo femminile (Flora, ma anche l'eco di Baubo) e la corsa degli animali fertili sono il mezzo per invitare, attraverso la ritualistica, la natura a risvegliarsi. 

È il momento in cui la potenzialità contenuta nell'otre si libera e si manifesta nel mondo, facendo fiorire i campi e germogliare i frutti.

In questa visione, Baubo è la chiave che ha permesso a Demetra di sorridere, sbloccando la rigidità del lutto e permettendo al ciclo della vita di riprendere. 

Allo stesso modo, i Floralia sono il meccanismo rituale che "sblocca" la potenza invernale della terra, permettendo a Zefiro di fecondarla. 

Il vento è l'elemento unificate. 

È il soffio primordiale custodito nel grembo (l'otre, la torre), è l'alito fecondatore di Zefiro, ed è l'energia vitale che si sprigiona nei riti di fertilità, portando alla fioritura (Flora) e al frutto (Carpo). 

Il collegamento con l'amigdala( ne ho parlato nel link riguardo su Bundu, citato prima) centro emotivo del cervello, e con la Maddalena (Torre), suggella questa visione. 

Il principio femminile non è solo fuori, nella natura, ma è anche dentro di noi, il centro profondo delle nostre emozioni e della nostra stessa consapevolezza, una "torre" interiore da cui spira il vento dello spirito.


Tiziana Fenu 

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