Il "sacro" spesso sconfina in ambiti non propriamente scientifici, e questo penalizza molto sia i ricercatori in questo senso, sia la ricerca stessa, che non ricevono adeguata accoglienza e apertura. Esso si presenta come una soglia invisibile, un limine che separa e al contempo unisce il mondo sensibile a quello sovrasensibile, e la scienza ufficiale, armata dei suoi ferrei strumenti di misurazione, si arresta tremante dinanzi a questo confine, incapace di varcarlo con i soli metri del calcolo e della ragione analitica.
Lo studioso che osa affacciarsi su questo abisso viene spesso guardato con sospetto, come un antico esploratore che, oltre le Colonne d'Ercole, rischiasse di cadere nel vuoto o di perdersi nelle nebbie dell'illusione.
Eppure, è proprio in quella apparente "non-scientificità " che pulsa il cuore più autentico di ogni ricerca.
La tensione verso l'inconoscibile, l'umiltà di ammettere che la mappa non è il territorio, e che al di là del dicibile si estende l'impero sconfinato del Mistero.
Il sacro è un terreno delicato.
Non è una landa da conquistare con la forza bruta del concetto, né un enigma da risolvere con l'astuzia dell'intelletto.
Esige rispetto, delicatezza e profonda devozione.
Come un fiore raro che schiude i suoi petali solo al tocco della luce dell'alba, così il sacro si rivela solo a chi è in frequenza in questa modalità di accoglienza, di ascolto intimo, e di apertura mentale.
Richiede uno stato di grazia recettiva, un silenzio interiore in cui i rumori del mondo e le pretese dell'io si acquietano per lasciar spazio a una vibrazione più sottile. Non è un oggetto da afferrare, ma una presenza da accogliere.
Non si impone, ma sussurra all'orecchio di chi ha imparato l'arte dell'ascolto del cuore.
Il sacro è discrezione.
A volte percorre sentieri poco battuti, lontani dai chiassosi viali del pensiero dominante e dalle piazze illuminate della conoscenza profana.
Si cela nell'umido di una cripta dimenticata, nel volo silenzioso di un rapace notturno, nella pazienza di una pietra millenaria.
Esige un percepire che non provenga esclusivamente dagli occhi, da ciò che si vede, perché la sua luce non abbaglia la retina ma illumina l'occhio interiore.
Ci invita a sviluppare una vista altra, capace di leggere le corrispondenze nascoste, i simboli che tessono la trama segreta del reale.
Ci chiede di toccare con il pensiero, di udire con l'anima, di vedere con il tempo.
Non è questione di crederci o non crederci.
Il credere o il non credere appartengono ancora al dominio del dualismo, alla mente che giudica e si schiera.
È questione di "essere", e di capire che il Sacro non può essere incasellato in una sola disciplina. Esso non è oggetto di fede, ma fondamento dell'Essere.
È la linfa che scorre nei rami dell'arte come nelle radici della scienza, il respiro che anima il rito e il silenzio del contemplativo. Ogni tentativo di imprigionarlo in una formula, in un dogma o in una teoria è destinato a fallire, perché il Sacro è per sua natura eccedente, trascendente, sempre al di là di ogni gabbia concettuale.
Il Sacro rivela la materia, la sublima, ma solo se non la consideriamo esclusivamente come tale.
Quando lo sguardo penetra la crosta opaca del fenomeno, allora la pietra diventa altare, il fuoco diventa presenza, l'acqua diventa grazia.
La materia cessa di essere inerte e si trasfigura in teofania, in luogo in cui il divino si rende tangibile.
E in quel momento, lo stupore originario rapisce il ricercatore, e la ricerca stessa diviene preghiera.
Tiziana Fenu
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Tratto dal mio libro
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Il "Sacro" ( libro Maldalchimia I)



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