Quando lo specchio iniziatico si fa troppo vivido, troppo nitido nella sua rivelazione, l’anima teme e frantuma.
Lo riduce in schegge, lo disintegra. Perché sostenere lo sguardo pieno, unitario, davanti alla propria immagine integra, è un portale che pochi osano varcare.
Ci è più familiare abitare i frammenti.
Le particelle disperse di noi.
Come se l’abisso della nostra vastità ci atterrisse, e preferissimo la riva alla profondità .
Così navighiamo a vista, accontentandoci dell’orizzonte noto.
Un orizzonte che è solo una linea tracciata, una promessa di confini rassicuranti.
Ci affidiamo al visibile, crediamo a ciò che gli occhi possono contenere.
Eppure, il cammino iniziatico richiede l'inverso.
Imparare a vedere ciò che già abita in noi come fiducia, come verità interiore.
Vedere con il sentire.
Scorgere ciò che prende forma, spessore e tridimensionalità attraverso i cinque sensi e oltre, attingendo proprio da quelle schegge apparentemente sparse.
Sono loro, i nostri prismi interiori. Ogni frammento è un angolo, una sfumatura, una prospettiva che ci riguarda.
E quando abbandoniamo le vecchie coordinate duali, quelle che ci legano a rotte obbligate, ecco che quei frammenti si compongono in un caleidoscopio spaziale, vibrante, multidimensionale.
Navigare a vista non basta più.
È tempo di imparare a navigare senza vista.
Di tracciare rotte che non giacciono sulla superficie piana dell’esistenza, ma che si innalzano e si immergono, creando volumi di coscienza.
E quando qualcuno, o qualche occasione sacra, ci mostra la tridimensionalità dei nostri stessi frammenti, non guardiamoli con l’occhio abituato alla piattezza. Non osserviamoli come se fossero semplici pezzi sparsi su un unico piano.
Impariamo a penetrarli.
Entriamo dentro ciascuno di essi.
Impariamo a catalizzare l’energia che ogni scheggia emana.
A magnetizzarle, a richiamarle a sé.
A tenerle insieme non con la forza, ma con la nostra Essenza.
Quella presenza silente e potente che è il collante più puro dell’universo.
Perché è dall’Essenza che nasce la possibilità di essere quel Diamante caleidoscopico, capace di emanare luce da ogni sfaccettatura.
Un diamante che da un unico raggio ne genera cento, ne genera mille.
Tutti diversi.
Tutti splendenti.
Tutti infinitamente noi.
In ognuno di questi riflessi possiamo finalmente riconoscerci, senza paura di disintegrarci.
Senza più fuggire per timore di non essere “abbastanza”. Perché è proprio in quel timore che si cela il velo.
La paura di non essere all’altezza della nostra stessa luce.
Ora, invece, impariamo a renderla coesiva. A farla danzare in sempre nuove forme, in sempre nuove identità .
Integre.
Caleidoscopiche.
Diamantine.
Il diamante si svela solo nella tridimensionalità .
Non giace sulla superficie piana. Esiste nei suoi frammenti ricomposti, nella geometria sacra della nostra personale Dimensione d’Anima.
Tratto da mio libro
"Maldalchimia. Di Ombre e Luminescenze" Volume I
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Tiziana Fenu
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