Scavare nell’ombra della parola, tra ferite arcaiche e maschere di ferro è una via che non è per tutti.
Quasi sempre si stagna nella lingua biforcuta, nel sangue che si fa fango.
Sono epifanie di una notte che non vuole ricordare.
Di quel parlare, di quella bocca, di quel varco Sacro dal quale dovrebbe uscire il respiro del mondo, trasformarsi in una fessura che sputa pietre.
Le parole, quando si rivolgono a un’altra donna, non sono più acqua viva, ma aceto rancido, scorie di una metallurgia interiore fallita. Chiami l’altra “puttana”, “zoccola”, “troia”.
Eppure, in ciascuno di questi suoni corrosivi, io sento riecheggiare il pianto di una bambina che non ha avuto un nome per il suo dolore.
Non è volgare chi è forte.
È volgare chi ha imparato, nella culla, che l’unica lingua che viene ascoltata è quella che ferisce.
Prima che il linguaggio, prima di essere logos, è gesto.
Prima di essere gesto, è corpo di bambina che subiva o accarezzava.
Si impara presto che la parola “dolce” non era per te.
Forse un padre, quel primo Dio caduto, ti ha insegnato che la femmina si dice in due modi. Oggetto da possedere o bersaglio da colpire.
Forse lo hai visto riecheggiare quelle stesse parole contro tua madre, riducendo il suo mistero a un buco da denigrare.
E la tua psiche, acerba e assetata di sopravvivenza, ha registrato.
Per non essere la vittima, devi brandire le stesse lame che ti hanno tagliata.
Così la volgarità diventa una corazza.
Ma una corazza di fango, non di acciaio.
Perché imbruttisce ciò che tocca.
Alchimia inversa e perversa, come sempre.
Farsi maschio per non soffrire.
Osservare il fenomeno da lontano, come uno specchio ustorio.
La donna che usa un linguaggio osceno contro altre donne sta spesso compiendo una trasmutazione fallita.
Nel calderone della sua psiche, cerca di separare l’Anima (ciò che è tenero, ricettivo, lunare, tipico del Femminino) dallo Spiritus (la forza, l’agire, il solare, tipico del Mascolino).
Ma invece di unire i contrari in nozze sacre, come farebbe la vera Iniziatrice, li scinde brutalmente. Getta via la grazia e indossa il fiele come fosse una barba posticcia.
“Se parlo come un uomo che maltratta, diventerò intoccabile come un uomo. Se disprezzo la femmina nell’altra, forse nessuno disprezzerà più la femmina in me.”
È una magia nera, autoindotta.
Una possessione.
Per un istante, si sente potente, virile, padrona del linguaggio che un tempo la violentava (simbolicamente o letteralmente). Ma quella potenza è un veleno.
Non rende forti, rende grottesche. Perché la vera Forza Maschile, quella Iniziatica, solare e insieme rispettosa, non ha bisogno di insultare.
L’insulto è il linguaggio dello schiavo che ha dimenticato di essere tale.
Quando una donna insulta un’altra donna, si ferisce in effige.
L’altra è lo specchio di ciò che teme di essere.
Una vittima, esposta, vulnerabile, sessuale, madre, rivale.
La parola “puttana”, in particolare, è la sigla di una paura atavica.
Quella di essere usata e poi gettata.
E chi l’ha usata e gettata, nella sua infanzia?
Forse un uomo.
Forse il padre.
Forse quello stesso padre che chiamava “troia” sua madre mentre lei, da dietro l’uscio, imparava a memoria la grammatica dell’abominio.
Così, da grande, ripete il copione. Ma lo dirige contro chi è uguale a lei, perché è più facile uccidere l’ombra in un corpo vicino che affrontare il fantasma nel proprio ventre.
Non sono da giudicare queste anime monche, incompiute.
Sono solo da segnalare a chi ha potere in Giudizio, per ristabilire, almeno nella dimensione sociale, un equilibrio.
Sono da guardare come si guarda una stanza piena di ragnatele.
C’è stata una presenza maligna, ma si può ancora pulire.
La volgarità che si è imparata è una malattia dell’anima, una crosta sul cuore.
Non ti rende essere umano
Non ti rende Donna
Non ti rende Uomo.
Ti rende una cosa rotta che cerca di rompere altre cose.
L’opera alchemica vera è un'altra. Ridare alla parola la sua verginità essenziale.
Dire “sorella” senza che la lingua si torca in rancore.
Dire “dolore” senza che diventi sputo.
Richiamare sulla terra il Padre Celeste che non hai avuto, o riconoscere che nessun padre umano può profanare la regalità della tua nascita.
Quando si smetterà di chiamare l’altra con insulti, scoprirai che l’altra sei tu.
E la bambina che urlava nella culla potrà finalmente essere presa in braccio, non con parole da soldato ubriaco, ma con il silenzio di chi ha imparato a piangere.
Perché l’iniziazione vera non è parlare come un uomo.
È parlare come un’anima che ha attraversato l’inferno e ne è uscita senza portare fango sulle ali.
Tiziana Fenu
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