[...] C'è un'altra interessantissima correlazione tra il Ver Sacrum e il Carrasegare, in cui emerge la persistenza e la trasformazione di Archetipi sacrificali nel Mediterraneo Arcaico.
[...] In questo contesto, il Ver Sacrum dell’Italia preromana e il Carrasegare della Sardegna barbaricina si presentano come due fenomeni di straordinario interesse comparativo.
Separati da secoli e da specificità culturali, essi rivelano una profonda affinità strutturale, radicata in un sostrato mediterraneo comune che concepiva il rinnovamento della comunità e del cosmo attraverso il meccanismo sacrale del sacrificio e del passaggio guidato.
Approfondendo l’articolata fenomenologia del Ver Sacrum, con un approccio etno-antropologico, emergono le sue risonanze nella complessa drammaturgia del Carnevale arcaico sardo, decifrandone le maschere come attori di un medesimo dramma cosmico.
Il Ver Sacrum, o “Primavera Sacra”, non era un semplice rito stagionale, bensì una pratica estrema di religione pubblica, attuata dai popoli italici, come i Sanniti, i Sabini, i Piceni, etc., in risposta a stati di gravissima emergenza comunitaria.
Tali stati potevano essere la carestia, la pestilenza, la pressione demografica o l’imminenza di una guerra disperata.
Il voto ("votum" ) rappresentava un patto solenne con la divinità , tipicamente Marte (Mamerte per gli Osci), divinità dalla duplice natura, non solo signore della guerra, ma anche protettore della vegetazione primaverile e della comunità in movimento.
Notate come già il nome Mamerte, contiene nella sua radice fonetica la "Mam-" di Mamuthone, come già Mamurio, dei Mamuralia romani, ha ripreso l'iconografia del nostro Battileddu.
Consacrando al dio “tutto ciò che nasce nella prossima primavera”, sia gli esseri umani, che animali domestici e frutti della terra, la comunità , in questo senso, trasferiva simbolicamente la propria crisi e la propria speranza in un processo di selezione e rigenerazione sacralizzata.
La primavera, stagione biologica del risveglio, diventava così il contenitore temporale di una rinascita sociale forzata e guidata dal divino.
Il rituale si sviluppava in una sequenza precisa, una vera e propria liturgia della fondazione.
[...] I nati nel periodo consacrato venivano allevati come proprietà del dio.
[...]I giovani sacrani, giunti all’età adulta, venivano condotti oltre i confini sotto la guida di un animale sacro, la cui specie era spesso associata al popolo di appartenenza (il lupo per gli Irpini, il picchio per i Piceni, il toro per i Sanniti).
L’animale non era un semplice simbolo, ma un gerofante, un mediatore attivo della volontà divina. La sua direzione, le sue soste, i suoi comportamenti dettavano il percorso e il luogo della nuova fondazione.
Giunti nel luogo prescelto, l’animale-guida veniva solitamente sacrificato.
[...] Figure come Romolo e Remo, esposti e poi fondatori, o il racconto della migrazione di Sabini da Reate, riecheggiano lo schema del Ver Sacrum.
[...] Essendo anche Il Carrasegare sardo, una sorta di Teatro Cosmico della Morte e della Rinascita, dalla cui etimologia, " carre segare", "tagliare la carne", emerge la sua natura profonda.
Non si tratta di un addio alla carne, di un "levare la carne" (carne-vale), ma di un rito sacrificale di carattere dionisiaco, incentrato sullo sbranamento simbolico, metaforico, di una vittima che incarna lo spirito della vegetazione.
È un complesso cerimoniale agro-pastorale di fertilità , un dramma collettivo che affronta il trauma del passaggio dall’inverno, che rappresenta la morte, sterilità , tenebra, alla primavera, che invece rappresenta la vita, la fecondità , la luce.
[...] In entrambe le dimensioni, sia quella dei Ver Sacrum, sia quella del Carrasegare, vi scorgo un elemento basilare in comune, il Sacrificio come fondamento della Rigenerazione Comunitaria.
Il parallelismo più profondo risiede nella logica sacrificale che governa entrambi i riti.
Nel Ver Sacrum, la crisi, vista sotto un aspetto demografico, sociale, viene risolta con il “sacrificio” di una parte vitale della comunità (i giovani sacrani), la cui partenza, seppur dolorosa, è presentata come necessaria e sacralmente guidata per il bene superiore del gruppo originario e per la creazione di nuova vita coloniale. Nel Carrasegare, la crisi è quella ciclica e cosmica della sterilità invernale.
La sua risoluzione avviene attraverso il sacrificio simbolico, spesso mimato, di una vittima (un animale reale o, più spesso, la sua rappresentazione nelle maschere) la cui “morte” garantisce la rinascita della natura.
In entrambi i casi, una morte, che sia reale o simulata, è il presupposto inscindibile per una rinascita, sociale o naturale.
In questo contesto acquisisce un'importante posizione di spicco, la figura dell’Animale come Mediatore e come Vittima.
La figura dell’animale è centrale e polisemica in entrambe le tradizioni.
Nel Ver Sacrum, l’animale-guida è un totem sacro, una teofania mobile che incarna il legame con il dio, il dio Marte, in questo caso, che in periodo romano era assimilato al dio della vegetazione, e guida il popolo verso il suo destino.
È mediatore, antesignano e, infine, vittima sacrificale il cui nome si fissa nel territorio, per lasciare traccia tangibile del suo passaggio
Nel Carrasegare, l’animale (il bue/toro, il cinghiale, il capro) incarna la forza selvaggia e indomita della natura, lo spirito della vegetazione ma anche la sua pericolosità caotica.
È la potenza che deve essere dominata, addomesticata e infine sacrificata dall’ordine umano rappresentato dai pastori/domatori.
Questo scontro ritualizzato tra istinto animale e ragione culturale costituisce il cuore drammatico del rito.
In questa dimensione si manifesta l’Archetipo del Dio che muore e rinasce, rappresentato dall'iconografia di Marte, Dioniso e S’Urtzu.
È ed qui, che il parallelismo raggiunge il suo livello mitico più alto.
Il Ver Sacrum è consacrato a Marte, divinità italica che, nelle sue radici più arcaiche, non era solo il dio della guerra distruttiva, ma anche il protettore della comunità , della fertilità dei campi e del giusto confine.
La sua primavera sacra è un rito di rigenerazione sotto il suo segno.
Il Carrasegare sardo, come attestato da autorevoli studi di storia delle religioni, rievoca il mito di Dioniso (noto in Sardegna anche come Maimone), dio della linfa vitale, dell’ebbrezza e dell’estasi mistica, che secondo vari miti veniva sbranato dai Titani per poi risorgere.
La vittima carnevalesca è spesso una rappresentazione di Dioniso nelle vesti di un animale, specialmente un vitello.
Questa connessione è esplicita nelle maschere di Ottana, che quasi diventano una trasposizione scenografica del dramma del Ver Sacrum.
[...] La comunità assiste e partecipa, rinnovando attraverso la rappresentazione il proprio patto con le forze che governano la vita e la morte[...]"
Tiziana Fenu
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Maldalchimia.blogspot.com
Tratto dal mio libro
"Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l'Ordine"
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