"[...] Al centro di questo sistema sta il tema della purificazione intesa come necessaria premessa alla rigenerazione.
Attraverso il fuoco, la parola rituale ( is brebus), il gesto ieratico delle maschere e la sacralizzazione degli elementi naturali, la comunità sarda tradizionale operava una vera e propria renovatio, espellendo il caos e le impurità per accogliere, in uno stato di grazia e ordine rinnovati, i “germogli” della nuova stagione.
Lo studio di queste pratiche non illumina solo un aspetto del folklore sardo, ma offre una chiave di lettura profonda per comprendere i meccanismi psico-sociali e cosmologici attraverso i quali le culture agrarie mediterranee hanno storicamente affrontato la ciclicità del tempo e l’eterna dialettica tra morte e rinascita.
La dimensione della rinascita è espressa in modo molto eloquente attraverso due simboli di fertilità e trasmutazione, che fanno parte della tradizione tipica del Carnevale di Orotelli.
La dimensione della fertilità è espressa dalla maschera de "S’eritaju" (il porcospino, in sardo), che, col suo saio bianco e volto rosso, punge ritualmente il seno delle giovani per assicurarne la fecondità.
Il porcospino, animale di terra dagli aculei, combina in sé le dimensioni tellurica e marina (richiamata dal riccio di mare fossile, Mammosa Pseudocidaris), divenendo simbolo di una fertilità primordiale.
La radice "Er-" di Eritaju, come ho scritto sopra, viene associata a Ériu, antico nome dell’Irlanda, terra governata dalle Tuatha de Danann, popolo divino di cui Lugh era re.
Questo crea un ponte mitico tra le due isole, suggerendo antiche rotte culturali.
La fertilità e la trasmutazione trovano un’ulteriore, raffinata codifica nel dolce rituale de "su pistiddu".
Questo dolce di pasta frolla ripieno di sapa o miele, benedetto durante la cerimonia, presenta una decorazione a rilievo che riproduce il riccio di mare fossile, simbolo del sacro femminino e della connessione tra gli elementi. Il termine "pistiddu" rimanda a "pistiddare" (ridurre in poltiglia) e anatomicamente alla prominenza mastoidea, punto vulnerabile dietro l’orecchio.
È il luogo in cui, secondo la tradizione, s’Accabadora infliggeva il colpo misericordioso, pratica sacra legata a una profonda simbologia di passaggio e liberazione.
Ma la forma, ricorda chiaramente anche ad una mammella.
Il dolce, quindi, diventa una sorta di ierofania alimentare, in quanto la sua forma richiama la vulnerabilità e la transizione mortale, mentre il ripieno dorato (miele) allude alla trasmutazione alchemica, alla trasformazione della morte in rinascita, operata in un luogo, Orotelli (Oro-tellus, "terra dell’oro"), già nominato per questa vocazione trasformativa[...]"
Tiziana Fenu
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Tratto dal mio libro
"Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l'Ordine"
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