"[...] La conformazione a goccia primordiale rappresenta quindi una continuità iconografica, dalle Iadi del Toro al pozzo di Santa Cristina.
[...] La loro eliaca (il sorgere eliaco) annunciava l’arrivo delle piogge autunnali, legando indissolubilmente l’immagine delle stelle “piovose” alla fecondità tellurica e alla linfa vitale che discende dal cielo.
Questa stessa connotazione umida e lunare si riverbera nella conformazione vulvare, intesa come “porta” generatrice e ricettacolo primordiale.
Tale morfologia simbolica si manifesta con sorprendente coerenza in diverse testimonianze iconiche.
Essa è innanzitutto rintracciabile nella figura della dea Baubo, entità minore del pantheon greco nota per il suo gesto di anasyrma (sollevamento delle vesti), attraverso il quale rivelava la propria vulva per distogliere Demetra dal lutto e ristabilire il ciclo della fertilità.
L’atto di Baubo non è osceno, bensì teofanico.
La conformazione vulvare si fa strumento di rigenerazione cosmica.
Questo stesso principio si riverbera, in una trasposizione architettonica e sacrale, nella cinta muraria del pozzo sacro di Santa Cristina.
La struttura a tholos, l’andamento ellittico del recinto e la celebre fetta di luna che ne contraddistingue la pianta, riproducono in chiave monumentale la medesima conformazione a grembo o a goccia primordiale, dove l’acqua sorgiva rappresenta il fluido amniotico della Grande Madre.
Il pozzo sacro, pertanto, si configura come una vulva litica, un utero rituale destinato alla rigenerazione della comunità.
Tale modello iconografico trova una delle sue più eloquenti rappresentazioni nel petroglifo di Bruncu Suergiu (altopiano della Giara, Genoni), la cui stilizzazione è stata efficacemente messa in relazione con altre testimonianze del Mediterraneo antico[...]"
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"[...] Esiste una correlazione profonda tra la festa del raccolto, collocata in prossimità del solstizio estivo, in un momento in cui il dio solare raggiunge il suo apice per poi declinare, lasciando spazio al dio fanciullo del solstizio invernale, e la simbologia equinoziale di Demetra e Kore.
La manifestazione di Demetra e del figlio solare Iacco, che essa porta in grembo, è resa possibile dall’intervento della dea Baubo, figura equilibrante e trasmutatrice.
Sottolineo che Iacco, come dice prof. Dedola a riguardo, è il terzo nome del Dio sardiano, Iáccu, è , senz’altro il più intrigante, anch’esso panmediterraneo. Íaccos, Ἴακχος
Ed è pure il nome solenne di Bacco (Diónisos) nei Misteri Eleusini. Ricordo il grido rituale in onore del Dio: Iacco!
La sua base etimologica è ebraica, non per altro, ma solo perché gli Ebrei lo considerano il vero nome (quello segreto) del proprio Dio. Il sardo Iáccu, gr. Íaccos, è lo stesso tetragramma ebraico YHWH, il nome di Dio Onnipotente, da pronunciare così com’è scritto, ossia Yaḥuh. In Sardegna questo nome sacro è ripetuto numerose volte, nei nomi personali, nei cognomi, e anche in parecchi toponimi.
Demetra porta quindi in grembo, il Dio solare, che trova corrispondenza anche nel nome "Iao"( che risulta un "Iacco" senza la doppia consonante" cc"), nel nome che veniva attribuito al Sole, presso l'oracolo del tempio di Apollo, sullo Ionio, in Turchia, a Claros.
Quindi, la nascita del Sole/Iacco/Iaccu, è come se fosse stata benedetta dalla risata di Demetra, che ha squarciato l'inverno, in lutto per la perdita momentanea della figlia Persefone.
Una meravigliosa metafora per indicare l'ingresso dell'equinozio di primavera[...]
Questo riso apotropaico è presente anche nella simbologia del Carrasegare sardo.
La risata di Baubo, gesto dissacrante e vivificante, ripristina l’equilibrio necessario alla creazione, in una dinamica analoga al Witz ebraico, che, nato in contesti di sofferenza, opera una livellazione delle gerarchie.
La celebrazione di Lugh, dunque, non è soltanto un tributo al principio solare, ma anche un’esaltazione del Laugh ( “to laugh”, ridere in inglese), forza trascendente che squarcia le tenebre e dà origine agli dèi.
Tale dimensione è mediata dal Femminino sacro, che, pur governando gli estremi, persegue l’equilibrio fecondo.
Come Lugh si “fa grano” e si sacrifica per essere raccolto, così la risata di Baubo, e delle dee ad essa assimilabili, permette la nascita del sole (Iacco/Iaccu) e il ripristino dei cicli vitali.
Sostanzialmente, Lammas/Lughnasad e le tradizioni carnevalesche sarde rivelano una complessa trama mitico-rituale, dove solstizio ed equinozio, maschile e femminile, sacrificio e rigenerazione, si intrecciano in un unico, armonioso tessuto simbolico.
[...] Baubo, dea della risata oscena, è associata alla melagrana, frutto legato ai cicli di Demetra e Persefone.
Persefone, costretta a dimorare negli Inferi per sei mesi a causa dei semi di melagrana ingeriti, incarna l’alternanza tra tenebre e luce.
[...] Questa valenza protettiva è confermata dal bubbolo, il sonaglio sferico, che somiglia moltissimo, nella sua conformazione, al doppio bottone sardo, che appare nel bassorilievo del basilisco nella chiesa di Sant’Antioco di Bisarcio (Ozieri).
Il bassorilievo, che risale al periodo giudicale, mostra un basilisco bicefalo con diadema a fiamma e, sotto la zampa anteriore, un bubbolo.
Il sonaglio, in questo contesto, identificava il portatore del pericolo e allo stesso tempo svolgeva la funzione di protezione apotropaica.
Il bubbolo, dunque, non è un accessorio casuale, ma un segno di riconoscimento e di difesa rituale.
Il legame tra il basilisco sardo e il Sacro Gemminino si manifesta anche attraverso l’associazione con la dea Baubo, figura della fertilità e della risata liberatoria.
Baubo, spesso rappresentata su un cinghiale, è collegata ai pozzi sacri (come quello di Santa Cristina) e alle acque generative.
Possiamo osservare che la simbologia della Baubo è correlata anche al Golgo di Baunei, dalla forma vaginale, come la Baubo, il cui custode, S’Iscultone, è simbolo di Baunei.
Il Golgo di Baunei (“Su Sterru”), una voragine carsica profonda 270 metri, è infatti il luogo leggendario dove San Pietro sconfisse il basilisco sbattendolo a terra.
Questo golgo (termine che evoca l’idea di vagina, accostabile alla simbologia della Baubo, quindi o utero della terra) diventa così un luogo di culto ancestrale, circondato da nuraghi, Domus de Janas e Tombe dei Giganti, a testimonianza di una sacralità antica legata alla fertilità e alla rigenerazione".
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[...] XX. La Corona della Melagrana e il numero 64.
[...] Da noi in Sardegna si dice "s'arrisu e s'arenara, pigada e squartarada", che tradotto, significa "la risata della melagrana, presa e scaraventata a terra, in modo che si apra e sparpagli tutti i suoi chicchi".
Questa similitudine "melagrana-risata-fertilità", è giustificabile dal fatto che si credeva il ridere fosse una prerogativa divina, e che gli uomini fossero stati creati in un moto di risata divina.
Il riso, riporta la primavera sulla terra, come sulla labbra di Demetra, nonostante la perdita della figlia Core/Persefone.
Core che si lega, indissolubilmente, alla simbologia della melagrana, poiché accetta i 6 arilli ( e anche il numero 6 si lega ai 6 serpenti energetici, ctoni, al lato della scacchiera di Pubusattile) che le vengono offerti da Ade, legandola, per 6 mesi (uno per ogni seme), quelli invernali autunnali, ad Ade, nel mondo dell'oltretomba, e i restanti, in superficie, con la madre Demetra.
[...]Ho scritto svariate volte sulla simbologia della Melagrana , in relazione al significato dei suoi 613 arilli canonici e in relazione alla decorazione a scacchiera che spesso ho notato nelle sue rappresentazioni.
Oggi approfondisco ulteriormente, perché ho trovato la chiave dei 64 quadrettini della scacchiera di Pubusattile, nella Domu de Jana di Villanova Monteleone, proprio, e anche, nel simbolismo della Melagrana.
Dopo l'occhio di Horus, e la quadratura del cerchio, la Matrice delle 22 lettere ebraiche, la prima forma archetipale del concetto di "Giudizio divino", legato al concetto di Giudici Divini espresso dalla Tau del simbolo della tribù dei Dan, ancora rivelazioni, sempre in ambito ebraico.
Il numero dei 613 arilli della melagrana, è numero simbolo.
Un Archetipo, associato alla simbologia della melagrana, che rappresenta il Femminino.
L'idea che una melagrana matura contenga esattamente 613 chicchi (in ebraico arilli, עֲרִילִים) non è un dato scientifico, ma un simbolo religioso profondamente radicato nell'Ebraismo.
Nella Torah (la legge ebraica), i rabbini hanno identificato 613 comandamenti (in ebraico Mitzvòt, מִצְווֹת).
Di questi, 248 sono precetti positivi ("fare'") e 365 sono precetti negativi ("non fare").
Questo numero è diventato il fondamento simbolico della legge divina.
[...] Sulla correlazione decorativa presente su un'antica rappresentazione di arte greca su una melagrana in particolare, risalente al periodo greco del 750 aC., ma che ho notato in altre melagrane, con il simbolismo "a griglia" come quello della scacchiera di Pubusattile( 8x 8, 64 quadratini) sottolineo che la decorazione in rosso rappresenta il Sacro Femminino, con il suo potere creativo e fertile.
I chicchi rossi della melagrana richiamano il fertile sangue mestruale, e la loro capacità di generare e duplicarsi.
Spesso la melagrana viene rappresentata nelle sacre iconografie raffiguranti Madonne, anche per la particolarità di avere come una sorta di "corona" all'estremità.
[...] Quindi, alla luce di queste osservazioni[...] "8 X 8", quindi, il 64, è strettamente legato ai precetti Ebraici, e la stessa melagrana, sulla quale è rappresentata la griglia a scacchiera è simbolo di questo numero sacro, il 64, rappresentato dalla corona della melagrana.
Senza contare che la SOMMA dei 613 arilli, mi da un 10, decimo Sacro Archetipo Ebraico YOD .
La prima lettera del tetragramma divino YHWH.
[...] Ma soprattutto, come ho già sottolineato, il 64, indica le 64, possibili interpretazioni dei testi sacri, della Torah riassunta nell'acronimo Pardes ( Paradiso), le cui consonanti PRDS, indicano il Pshat( l'interpretazione letterale), il Remez( l'interpretazione allusiva) Drash( l'interpretazione omiletica), il Sod( il segreto mistico)
Il numero 64 non è un totale canonico, ma simbolicamente rappresenta la totalità della Legge Orale e Scritta.
Sottolineo che ben 3 lettere di questo acronimo PRDS, la S/D/R formano la parola Sardegna
Torah, che è anagramma della Dea Hator, che è stata rappresentata anche con un copricapo Shardana in testa[...]"
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Non c'è grembo più esemplificativo, né matrice più arcana, della vulva.
Essa non è un varco, ma il Sigillo Nero del Cosmo.
E questa vulva, in principio, danzava dinanzi alla più afflitta delle Dee.
Demetra, la Madre della Spiga, sedeva sul pozzo dell’Ade.
Sua figlia Kore era stata rapita, e il mondo aveva conosciuto il primo inverno.
La Dea piangeva lacrime di sale pietrificato, e nessun Olimpo riusciva a smuoverla.
La vita stessa si ritraeva, impaurita dalla ferocia del suo lutto.
Allora, dall’ombra delle querce rovesciate, emerse Baubo.
Baubo non era una ninfa, né un’eroina.
Era la Dea della Risata Tellurica, l’incarnazione del protocosmo uterino.
Senza pronunciare parola, Baubo si avvicinò a Demetra.
La tradizione dice che ella alzò la veste. Ma io ti dico di più.
Baubo rivelò la vulva non come un atto osceno, ma come una Teofania Inversa.
Mentre gli dei mostrano il volto luminoso per incutere terrore, Baubo mostrò la Mandorla dell’Ombra per ridare vita.
In quell’istante, Demetra vide le
grandi labbra come le porte del Tempio di Eleusi, che si aprono per chi ha compiuto il cammino.
Il clitoride come la Pietra Filosofale nascosta alla base della spina dorsale del mondo, la scintilla rovente che non serve alla procreazione ma alla estasi verticale.
Il vaso dove le lacrime del dolore diventano il Mercurio dei Saggi, il liquido che scioglie ogni metallo grezzo in amore.
Demetra guardò quella fessura cosmica e non provò disgusto. Provò riconoscimento.
Perché dentro quella piega di carne, vide il riflesso della sua stessa caverna uterina, dove Kore era stata concepita.
È in quel preciso istante che si manifesta l’Alchimia della Risata
Demetra rise.
La sua risata non era ilarità, ma una vibrazione che riassemblava gli atomi.
Fu il primo suono non linguistico, la Parola che fallisce come linguaggio e diventa carne.
In alchimia, questo passaggio è detto "Solutio".
È lo scioglimento del dolore solido nel fluido universale della gioia.
L’atto di Baubo mostra che la vulva non è solo un organo di passaggio di transizione.
È anche il Crogiuolo dell’Umor Nero.
In essa si deposita il sangue lunare, il retaggio di tutte le madri ferite.
Quel sangue non è “impuro” (come dicono i culti solari), ma è la Terra Damnata che deve rifiorire.
Il suo aspetto “umido” e “buio” è lo specchio della coscienza primordiale.
Chi guarda dentro senza paura, vede il proprio volto prima della nascita.
Mentre gli alchimisti cercavano l’oro nei minerali, Baubo rivela che la vera Lapis è qui.
In un organo che produce estasi senza scopo, che sa essere ricettivo e feroce, che sanguina senza morire, che si contrae e si espande come i cicli dell’universo.
Oggi, onorando la Madre, si onora quel ponte di carne che ci ha espulso nel pianto.
Ma la si onora, più in profondità. Nella Vulva Cosmica di Baubo, perché essa è la Madre di tutte le Madri.
È la Madre degli dei falliti, degli orgasmi dimenticati, delle risurrezioni improvvise.
Quando vedi una vulva, non pensare alla natura.
Pensa all'arte.
È un mandala che respira, un sigillo salomonico senza lati, una ierogamia tra la carne e lo spirito.
Baubo danza ancora sotto le gonne delle donne tristi.
La sua lezione è la più alta delle alchimie.
Trasformare il lutto in parossismo, la perdita in risata, l’oscurità in grembo luminoso.
Che si celebri questo raggio mistico che lungo la spina dorsale, dalla vulva sale alla corona.
Che si possa, come Demetra, ridere di fronte all’abisso, e ritrovare la Figlia dentro noi stesse.
Tiziana Fenu
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