Oggi è la festa della mamma.
Ma non quella che inventarono i fiorai o i caroselli televisivi.
Quella vera, quella silenziosa, che pulsa nella terra rossa dei primordi e sussurra ancora nelle cucine della domenica.
Provo a cercare il suo volto, quello autentico, non quello addomesticato delle cartoline.
Lo cerco nei sogni che non ho mai sognato, nei gesti che custodiamo come reliquie senza saperlo. Perché la Madre, quella di sempre, è un simbolo che si muove nelle viscere del mondo, e nessuno è riuscito a imprigionarlo del tutto.
Nei millenni passati, il suo primo volto era la grotta.
Non un luogo angusto, ma il ventre caldo e umido della Terra.
Le veneri paleolitiche, quelle statuette tonde e senza volto che i nostri antenati stringevano nel palmo, non erano ritratti.
Erano un grumo di materia grezza: seni pieni, ventre rigonfio, cosce larghe.
Simboli del nutrimento che non chiede spiegazioni, del sangue che non esce ferita ma dono.
La chiamavano Madre Terra, ma era più vero il contrario.
La terra era il suo corpo, e l’argilla era già una carezza.
In quei tempi, partorire era lo stesso che coltivare.
Era un patto con l’invisibile, un lutto, una resurrezione che si ripete ogni luna.
Poi, il simbolo si è fatto più complesso.
L’ho vista diventare Iside, nell’antico Egitto.
Lei che ricompone il corpo del marito ucciso, lei che allatta Horus bambino mentre il mondo dei morti le gira ai piedi.
Iside è la madre che sa ricucire ciò che è stato lacerato.
Nel suo grembo non c’è solo la vita che nasce, ma quella che ritorna. Stringeva il figlio al petto e quel gesto semplice conteneva già la formula per sfidare la dissoluzione.
Per questo, millenni dopo, la sua icona sarà ancora dipinta.
Una donna col bambino, stella sopra la testa, piedi che schiacciano il serpente, o meglio, che proteggono il serpente, epifania del Femminino, con il piede nudo, vulnerabile, ma fiducioso nel riconoscersi.
Poi è arrivata l’epoca greca, e qui la madre si è fatta anche guerra dentro.
Ho pensato a Demetra, la madre che perde Persefone.
La sua disperazione ferma le messi, spegne i colori, gela il latte nelle mammelle degli animali. Demetra ci insegna che l’amore materno non è solo carezza, ma anche una voragine.
Quando la figlia viene rapita negli inferi, la madre diventa inaridita, vecchia, furiosa.
Eppure, accetta il patto.
Sei mesi quassù, sei mesi laggiù. Nessuna Madre può trattenere per sempre i propri figli.
Deve imparare a lasciarli andare, a negoziare con la morte.
Questo è uno dei segreti più antichi e crudelì.
La madre è anche colei che prepara alla perdita.
A Roma, la madre si fa legge. Diventa Giunone, ma anche la matrona severa, la vestale che custodisce il fuoco.
E poi, all’improvviso, il simbolo più potente e controverso.
Maria.
Una ragazza ebrea che dice “sì” a un annuncio che nessuna capirebbe.
Un "si" fiducioso, cieco.
Un "si" alla vita, ma anche alla perdita.
Qui la madre diventa vaso, trono, nuvola, rosa.
Nell’iconografia bizantina, è la Theotokos, Colei che genera Dio. Penso alle sue icone.
Il viso lungo, gli occhi grandi e assorti, il bambino in braccio che benedice.
Ma la parte che mi muove qualcosa dentro è un’altra.
Nelle pietà , quando stringe il figlio morto sulle ginocchia.
Quella madre è la stessa di Demetra, ma con un dolore che non può patteggiare.
Maria tiene in grembo la fine di ogni figlio, e la trasforma in attesa. È l’alchimia più alta.
La madre che accoglie la morte del figlio e la fa diventare promessa di rinascita.
In lei, il Mater Dolorosa si fonde con la Mater Gloriosa.
Oggi la madre è un’icona frammentata.
La vediamo nei social come modello perfetto e impossibile. Ma io penso che la vera icona contemporanea sia quella della madre che lavora e allatta, che piange in macchina prima di entrare in ufficio, che ha smesso di dormire da anni ma sorride.
La sua simbologia non è più solo sacra, ma è anche politica, carnale, stanca.
E forse proprio per questo è più alchemica che mai.
Perché l’alchimia, si sa, non trasforma il piombo in oro per magia.
La trasforma attraverso il fuoco, il calore, la pressione, la dissoluzione.
La madre di oggi è un grande crogiuolo.
Ogni giorno fonde la pazienza con la rabbia, la tenerezza con la necessità di dire no, la memoria di sé con l’oblio del proprio nome.
Il suo simbolo millenario è ancora vivo.
È la ciotola di minestra calda preparata senza che nessuno glielo chiedesse.
È la mano che sistema il lenzuolo di notte.
È lo sguardo che capisce la vergogna dell’adolescente senza fare domande.
Guardo le icone antiche e rivedo mia madre, mia nonna materna.
Rivedo la madre di tutti, quella che cuce un bottone e in quel gesto semplice ripete un rito più antico della scrittura.
La madre è la prima cappella che conosciamo, la prima teologia che ci abita.
Senza libri, senza dogmi.
Solo la pelle, il latte, la voce che canta una ninna nanna sbagliata.
Oggi, in questa festa che sa di mercato e di formalità , io voglio onorare la Madre segreta.
Quella che resiste dentro ogni icona, dalla Venere di Willendorf alla Pietà di Michelangelo alla donna in fila alle poste.
Il suo simbolo non è una forma, ma un movimento.
È un aprirsi, un contenere, un lasciare andare.
Come un respiro.
Come la terra che accoglie il seme e poi lo restituisce spiga.
Buona festa, Madre.
Buona festa a te che leggi e che forse sei madre di qualcuno, o madre di te stessa, o madre di un sogno che ancora non è nato.
Nel profondo, il simbolo splende sempre.
Ed è solo amore che ha imparato a bruciare senza consumarsi.
E un abbraccio a tutte quelle madri che si sono viste strappare la propria pelle, i propri figli.
Che quell'irrimediabilita' di molte circostanze, diventi ora, concretamente, possibilità di rimediare, di sanare le ferita lacerante, prima che sia troppo tardi
Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
Maldalchimia.blogspot.com


Nessun commento:
Posta un commento