"Ciò che dobbiamo fare evolvere in noi, è il nostro "demonio", la nostra forza vitale, il nostro Fuoco interiore.
Quell'energia tellurica e primordiale che giace nelle viscere dell'essere, in attesa di essere destata dal suo sonno millenario. Essa è il nucleo incandescente della nostra esistenza, la scintilla che ci rende partecipi del grande mistero della vita, il respiro fiammeggiante che alimenta il nostro cammino terreno.
Quello che, in forma latente, è chiamato un "Demo/demonio", e nell'apparente gioco di parole si cela una verità profonda come un abisso.
"Demo" infatti, nell'antica lingua degli Elleni, significava "campione", colui che si erge a rappresentare una forza, un principio, una stirpe. Un campione a tempo determinato, il cui regno si dispiega nel perimetro angusto della vita terrena, e che tuttavia è chiamato a diventare il proprio stesso promoter, colui che promuove, che spinge in avanti, che getta ponti verso l'ignoto.
Promoter.
Prometeor.
Prometeo.
Ecco che il velo si squarcia e la luce abbagliante del mito irrompe sulla scena dell'anima.
Fu Prometeo, il Titano dal cuore ardente, colui che vide prima, colui che previde, a osare l'inaudito, rubare il Fuoco Creativo agli Dei dell'Olimpo per farne dono all'umanità .
Non era semplice fiamma quella che arse tra le sue mani, ma la sostanza stessa dell'intelligenza divina, la favilla della coscienza che trasforma la creatura in creatore.
Con quel gesto, egli inoculò nell'argilla umana il germe della ragione e della mente, facendo degli uomini non più animali erranti nell'oscurità dell'istinto, ma Dei in potenza, Dei latenti, capaci di discernere il bene dal male, di conoscere il confine e di desiderare di varcarlo.
E gli Dei, nella loro gelosia cosmica, videro in questo una minaccia, una violazione dell'ordine sacro che teneva l'umanità sottomessa al volere celeste.
Così, in ogni religione che la memoria dell'uomo abbia custodito, ritroviamo l'eco di questa punizione divina per il desiderio umano di conoscere.
Nel mito greco, Zeus, il padre degli Dei, incatenò Prometeo a una rupe scoscesa delle Montagne del Caucaso, dove un'aquila, messaggera del suo stesso potere, veniva a divorargli il fegato, che misteriosamente ricresceva ogni notte, rendendo il supplizio eterno e rinnovato.
Ma il dono prometeico, nella sua essenza più segreta, si rivelò una duplice lama.
Da un lato, la luce della coscienza. Dall'altro, il peso di una maledizione per gli umani, costretti ora a navigare nel mare in tempesta del libero arbitrio, a doversi confrontare con i piani inesorabili di Kronos, il Dio del Tempo.
È Kronos, infatti, colui che consegna Prometeo a Zeus, perché la prima e più ferrea legge del Tempo decreta che l'evoluzione proceda per gradi, per fasi lenta e ineluttabile, e che l'uomo non possa divenire, in un solo folgorante istante, quel semidio che pure porta latente dentro di sé.
Prometeo, il cui nome stesso è un programma, "pro-meteo", colui che è "a favore del tempo", che dovrebbe assecondarne il fluire misurato, scelse invece la via della ribellione.
Egli infranse il ritmo lento della crescita naturale per strappare l'umanità dall'oscurità mentale, dal letargo in cui il nostro Daimon, il nostro Fuoco interiore, giaceva inerte.
E in quell'atto di suprema disobbedienza, inflisse agli uomini, e a sé stesso, nel martirio del fegato divorato e rigenerato, la tortura sublime e terribile dell'autocoscienza e della responsabilità .
Da quel momento, l'uomo porta in sé il peso della scelta, il privilegio e il tormento della libera volontà , che è poi la ribellione stessa del Daimon, l'azione del promoter, il grido di Prometeo che echeggia in ogni anima che osa risvegliarsi.
Questo promoter, che opera nel tempo determinato della vita, è chiamato a divenire ciò che è in eterno, il Daimon.
Ed è questo che dobbiamo sviluppare in noi, con passione. "Pass/i/one".
"To pass", in inglese, è il verbo del divenire, del trasformarsi, del varcare una soglia.
"Pass/I/one":
"io che divento uno".
Unità perfetta, integrità ritrovata, sincronia perfetta con la propria Anima, con il proprio Sacro Fuoco interiore, con il proprio Daimon.
È l'istante mistico in cui il tabernacolo interiore, quel luogo sacro predisposto per ciascuno di noi fin dalla notte dei tempi, si fonde e si riconosce nella sua manifestazione terrena, nel corpo e nell'azione.
E se volgiamo lo sguardo ai simboli che la tradizione ci ha consegnato, scopriamo corrispondenze che illuminano il cammino.
Il monogramma di Cristo, il Chi Rho, o Chrismon, intreccio di lettere greche che abbreviano il nome del Cristo, è di natura eminentemente solare.
Spesso inscritto in un cerchio raggiante, evoca la ruota cosmica, gli antichi emblemi del sole nell'Egitto dei faraoni, accostandolo a Horus, il Dio dell'Oro, della fecondità , colui che può nascere nel buio del ventre materno.
E in quel monogramma, la P, il rho greco, è la stessa lettera che in chimica designa il Fosforo.
Fosforo.
Portatore di luce.
Per secoli, la capocchia dei fiammiferi è stata composta con preparati a base di fosforo bianco, poi rosso, sostanze capaci di infiammarsi per attrito.
Attrito con la fibra di vetro, con una superficie ruvida.
E questa immagine accende un pensiero.
Il Cristo che si infiamma e prende fuoco come un cerino se entra in attrito con il vetro.
Ma il vetro è silicio fuso, e il silicio richiama alla mente la forma più nobile del Carbonio, molecola stessa del nostro corpo, il Diamante.
Diamond.
Daimon.
Il diamante è la forma più eccelsa e perfetta del carbonio, forgiata sotto stress estremo, nelle viscere della terra, da pressioni inaudite e temperature incandescenti.
Ecco allora rivelarsi l'arcano.
Un Cristo-fosforo che si incendia e diventa Fiamma Divina al contatto, seppur ruvido, abrasivo, doloroso, con la versione più alta e nobile di sé stesso.
La "striscia" su cui il fiammifero sfreccia è il nostro Diamond polverizzato, il nostro Daimon, quel "demonio" interiore, ma evoluto, trasfigurato, divenuto pura luce potenziale.
Così come accadde a Prometeo.
Il suo vero dono all'umanità non fu tanto il fuoco rubato, quanto l'esempio del suo stesso Daimon in azione.
La sua parte Ri-belle, colei che vuole ritornare al Bello originario, all'armonia perduta, la sua parte migliore, il suo Daimon ridotto in polvere sottile, pronto all'accensione, predisposto all'ascensione.
Accensione.
Ascensione.
Quanto sono simili queste parole, e quanto abissale è la differenza che le separa.
Un'unica "S" le distingue, e quella "S" è la Sophia, la Conoscenza sacra.
È la sapienza che, innestandosi nel nostro fuoco interiore, trasforma la semplice fiamma che brucia in luce che eleva, che muta l'incendio distruttore in ascesi gloriosa.
È la differenza che opera nella nostra Coscienza.
Allora comprendiamo la verità più profonda.
Prometeo non rubò alcun Fuoco Sacro agli Dei.
Egli ci indicò la via, il metodo, l'ardire necessario per appropriarci del nostro Fuoco interiore, quello stesso che gli Dei, nella loro presunzione, vorrebbero per noi dormiente, sopito, lento, inerte, sottomesso alla naturale evoluzione crono-logica che essi hanno stabilito.
Gli Dei, non Dio.
Il Dio interiore, il Daimon, attende solo di essere riconosciuto e destato.
Il contatto, l'accensione della nostra Fiamma divina, può essere dolorosa quanto l'attrito del fiammifero sulla striscia abrasiva. Ma quel contatto è con il nostro Daimon, il nostro Diamante interiore polverizzato.
Polvere di stelle sparsa sul cuore nell'istante stesso della nostra incarnazione, per ricordarci la nostra provenienza astrale, la nostra origine Divina.
È una memoria scritta nella carne dello spirito.
E il fosforo che si infiamma, che prende fuoco come la capocchia di un fiammifero, è lo stesso fosforo che, in forma di oligoelemento, custodisce la memoria nel nostro corpo fisico.
Un fosforo che ha per simbolo la P del cristogramma, la P che rappresenta Cristo, la memoria vivente della nostra divinità interiore.
Risvegliare questa divinità cristica e solare, che affonda le sue radici nella notte dei tempi, significa prendere piena consapevolezza di essere esseri solari, divinizzati, capaci di creare galassie intorno a sé, di generare mondi, se impariamo a governare il nostro Daimon, il nostro Fuoco Sacro interiore, con ribellione consapevole, con coraggio illuminato, con libertà sovrana, seguendo i ritmi della nostra divinità interiore, che è circolare, trasversale, non lineare né cronologica come pretenderebbe il dio Cronos.
Gli stessi Dei, nelle loro dimore eteree, hanno sempre invidiato la condizione degli Umani.
Tanto da desiderare di accoppiarsi con loro, di mescolare il loro sangue immortale con la carne mortale.
Perché l'Umano azzarda.
Egli non ristagna nell'oasi beata di una divinità acquisita per diritto di nascita, non se ne bea, non vi si crogiola.
La sua gloria è altrove.
È nella conquista, nel ricordo, nella manifestazione.
La sua grandezza sta nel mescolare lacrime e polvere di stelle, nel far germogliare dal pianto la luce.
Sviluppare il proprio demone interiore significa farlo ardere fino a trasfigurarlo in Diamante, significa imparare l'arte alchemica di governare il Fuoco senza esserne consumati.
Perché è nel mettersi in gioco, nell'osare l'impossibile, che l'Umano si sente veramente vivo, si sente ardere.
È nello sfidare gli Dei, nel varcare i confini da loro stabiliti, che egli stesso si sperimenta come Dio. Ogni volta che attiviamo il nostro Fuoco Sacro, ogni volta che il nostro Daimon si accende, noi siamo Prometeo.
Ma nel senso originario e più autentico del termine.
A favore, "pro", del nostro "meteo", del nostro tempo interiore.
Il tempo del nostro tempio.
Quel santuario nascosto nel cuore dove non si adora alcuna divinità esteriore, ma dove si celebra il culto sacro e ineffabile di noi stessi, nella nostra più alta e fulgida essenza.
Tiziana Fenu
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Tratto dal mio libro
"Maldalchimia. Di Ombre e Luminescenze" Volume I
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Ciò che dobbiamo far evolvere



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