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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

giovedì, giugno 04, 2026

💛 Atto fondativo del sacro ( libri)

 


L’atto fondativo del sacro è sempre stato la creazione di un Centro, un punto in cui il Cielo, la Terra e gli Inferi si toccano.
In questa prospettiva, come sapete dai miei scritti, il nuraghe è una montagna cosmica in scala ridotta, un Axis Mundi eretto dall’uomo per rendere abitabile e significativa la terra dei vivi.
Nuraghe come riflesso delle sfere celesti.
Nuraghe come archetipo del Mundus Patet, di connessione tra le tre dimensioni.
Abbiamo anche la rappresentazione di una primordiale chakana in una nostra Domu de Jana.
La torre principale, slanciata verso l’alto, non è un semplice manufatto in pietra a secco, ma una gerofania di forza.
È simbolo maschile e solare di potenza fecondatrice.
Discendere nei suoi corridoi buî, risalire le scale a chiocciola che si avvolgono su se stesse come il serpente del tempo, significava per l’iniziato compiere un viaggio verticale attraverso i tre piani del cosmo.
E quando, accanto al nuraghe, si apriva un pozzo sacro, quella discesa nell’acqua assumeva il volto di una seconda nascita. L’acqua non era più un elemento, ma un grembo umido e oscuro in cui l’uomo profano moriva simbolicamente per rinascere iniziato.
In una lettura analogica e cabalistica  che non è storicamente attestata per la Sardegna arcaica, ma che serve a decifrare l’intelligenza geometrica di quei luoghi, il nuraghe può essere inteso come un Albero della Vita tridimensionale.
Le tre torri o i tre lobi ricorrenti ricordano i tre pilastri della Cabala, la Misericordia, la Severità e l'Equilibrio.
La camera a tholos, con la sua cupola che è insieme uovo cosmico e cielo stellato rovesciato, diventa Tiferet, il cuore solare dell’essere.
Salire sulla terrazza superiore significava toccare Keter, la Corona, il punto in cui l’umano confonde il proprio respiro con il respiro dell’Assoluto.
Ma la vera anima di questa civiltà non si esaurisce nella torre.
Essa si estende a ritroso nel tempo, fino alle Domus de Janas, scavate nella roccia tenera come grembi che custodiscono il respiro cosmico dei morti.
Le Domus de Janas.
Sterno e carena.
Entrare in una Domus de Janas significa piegare la schiena, abbassare il capo, farsi piccoli come feti.
L’aria è ferma, umida, e il soffitto, ecco il punto decisivo, è scolpito a forma di sterno e di costole.
Per l’antico sardo, quella pietra non era roccia.
Era carne.
Lo sterno è il petto, la gabbia toracica che protegge il cuore e che si solleva nel respiro.
Ma in sardo, la stessa parola, carena, designa anche la carena della nave.
Non c’è errore, non c’è ambiguità casuale.
È una doppia simbologia voluta.
Si  giace sotto un soffitto che è al contempo il proprio petto irrigidito dalla morte e la chiglia di una nave rovesciata.
Lo sterno dice che qui il respiro si è fermato.
La carena dice che eppure qualcosa sta per salpare.
Un luogo sacro di trasmutazione, che diventa così un’arca litica, una barca silenziosa che attraversa l’oceano invisibile dell’aldilà.
Non si è sepolti.
Si è in navigazione.
Il respiro cosmico, l’anima, il soffio vitale che i sardi chiamano ànima o respiu, si è trasferito dal petto di carne allo sterno di pietra, e da lì, come vento, spingerà la nave rovesciata verso le isole dei Beati, verso il cielo stellato.
Questa immagine è potentissima: la morte come primo varo.
La Domus de Janas non è una tomba, è un cantiere navale dell’anima.
Con le Tombe dei Giganti il discorso si fa più grande, più monumentale.
Non siamo più in una grotta uterina.
Siamo di fronte a una montagna che si apre.
L’esedra a semicerchio, le pietre conficcate nel terreno come corna di toro celeste, la lunga camera rettilinea che si inoltra nella collina come un condotto uterino sacro.
E davanti, la stele centinata.
Non una semplice porta, ma una vulva cosmica, stretta e bassa, che impone a chiunque di chinarsi per entrare.
Chinarsi significa accettare di nascere di nuovo, o accettare di morire.
Nella logica dell’antica Sardegna, morte e nascita sono lo stesso gesto visto da due lati diversi.
La Tomba dei Giganti non è un monumento funebre nel nostro senso.
È una macchina liturgica di trasformazione.
Il corpo del defunto viene deposto nel lungo corridoio, il condotto uterino  della Terra Madre, e qui, nel buio e nel silenzio, viene digerito, spogliato della sua individualità profana, ridotto a osso e polvere. Ma da quella polvere, come da un seme, risale l’antenato, lo spirito puro che può ora ascendere lungo la stele, palo cosmico, albero rovesciato, fino al cielo.
La Tomba dei Giganti è la Domus de Janas diventata paesaggio.
Il grembo non è più solo una cavità, ma una collina.
La nave non è più solo un soffitto scolpito, ma l’intera architettura che si protende verso l’orizzonte.
E infine i Pozzi Sacri.
Qui la grammatica simbolica si fa più sottile, perché in apparenza contraddice l’ascesa.
Il pozzo sacro, si pensi a Santa Cristina, a Su Tempiesu, è una discesa obbligata.
Una scala di pietra scende nel ventre della terra, l’aria diventa fredda e pesante, fino a raggiungere uno specchio d’acqua perfettamente calmo, nascosto nell’ombra.
Ma proprio lì, in quella vasca tranquilla, accade il miracolo. L’acqua, che viene dalla profondità oscura, riflette il cielo.
L’iniziato, chinandosi a bere o a immergersi, tocca con lo sguardo le stelle.
Il pozzo è un Axis Mundi rovesciato.
Non si sale per toccare il cielo, si scende per incontrarlo riflesso. L’acqua diventa specchio, e lo specchio diventa porta.
Discendere è ascendere.
E ancora una volta ritorna la geometria.
La camera a tholos sopra il pozzo, lo stesso modulo architettonico del nuraghe e della Domus de Janas.
La tholos è l’uovo cosmico, il cielo, il grembo, tutte le cose insieme.
I Pozzi Sacri sono il luogo in cui l’acqua e la pietra, la discesa e la salita, la morte e la rigenerazione si tengono per mano.
Ciò che emerge da questo viaggio attraverso Domus de Janas, Tombe dei Giganti, Pozzi Sacri e nuraghi è una verità profonda.
L'antica civiltà sarda ha parlato per millenni una lingua simbolica unitaria.
Non c’è frattura tra una tomba neolitica e un tempio dell’acqua dell’Età del Bronzo.
C’è invece una continuità semantica, un discorso concettuale che si dispiega lentamente, come un respiro che dura duemila anni.
In tutte queste architetture si ripete lo stesso gesto.
Trasformare la pietra in carne, la carne in cielo.
Lo sterno della Domus de Janas, la carena della nave rovesciata, l’intestino della Tomba dei Giganti, lo specchio d’acqua del pozzo, la torre solare del nuraghe, sono tutte figure di un unico viaggio.
Il viaggio dell’anima che esce dal petto, attraversa la terra, si purifica nell’acqua e infine ascende al fuoco delle stelle.
Non siamo di fronte a un popolo primitivo.
Siamo di fronte a una civiltà che ha saputo scolpire l’invisibile, che ha saputo rendere tangibile il respiro cosmico, e che ancora oggi, nei suoi monumenti silenziosi, ci parla di noi, della nostra stessa fame di cielo.

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
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Atto fondativo del Sacro







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