La Tavoletta di Loghelis, la Polarità Cosmica e il Linguaggio dell’immortalità presenti anche nelle trecce del Bronzetto di Vulci e nelle trecce del Gigante di Mont'e Prama.
Nel cuore della Barbagia, dove l’imponenza megalitica del nuraghe Loghelis si erge a custode di memorie ancestrali nel territorio di Oniferi, in provincia di Nuoro, si dispiega un sistema simbolico di tale coerenza da rivelare l’esistenza di una vera e propria “geo-cabala” sarda.
Questo sito è un nodo energetico preciso, un axis mundi minore incastonato lungo le linee di forza tellurica che attraversano l’isola.
A poca distanza, le Domus de Janas note come Sas Concas, letteralmente “Le Teste”, custodiscono un rituale di straordinaria potenza iniziatica.
I cosiddetti capovolti, defunti sepolti con orientamento invertito, la testa rivolta a ponente anziché a levante. Lungi dall’essere una semplice anomalia "funeraria", come la definiscono, questo gesto capovolge il cammino del sole per indicare il viaggio dell’anima verso l’immortalità , una discesa nel grembo della terra-madre che è, al contempo, la premessa necessaria per ogni autentica rinascita spirituale.
Non è affatto casuale, dunque, che il nuraghe Loghelis e le Domus de Janas di Sas Concas condividano lo stesso campo energetico, la stessa linea di forza.
In questo teatro liturgico preistorico, la Tavoletta rinvenuta all’interno del nuraghe si rivela per ciò che è realmente.
Non è un manufatto decorativo, ma un sigillo, una mappa litica destinata a chi doveva attraversare la soglia tra le dimensioni, tra la luce diurna e il buio rigenerante della Domu de Jana.
Essa è la “testa parlante” del nuraghe, la pietra che conserva il sapere delle due dimensioni. L’alto, rappresentato dalla testa del vivente che osserva le stelle, e il basso, incarnato dalla testa capovolta del morto che, come un seme, scruta il grembo terrestre in attesa di germogliare verso il cielo.
Il nome stesso, Loghelis, merita un’analisi che trascenda la mera toponomastica, per addentrarsi in una lettura quasi cabalistica.
Sembra composto da due radici.
Logh-, che in sardo rimanda a logu (luogo, spazio, territorio),
e -elis, suffisso di chiara ascendenza prelatina, riconducibile a culti solari (ἥλιος, helios).
Loghelis potrebbe quindi significare “il luogo del sole”. Tuttavia, un’affinità più sottile e occulta si apre con il vicino sito di Sas Concas.
Concas significa infatti “teste”, ma anche “conche”, “concavità ”, “grembi”.
Loghelis diventa allora il Locus Capitis, il “luogo del capo” inteso come sede dell’intelletto iniziatico e della guida spirituale, mentre Sas Concas rappresentano le teste dei defunti, capovolte e sepolte come semi.
Questa doppia valenza non è una coincidenza linguistica, bensì il riflesso preciso dell’orientamento rituale del sito
La tavoletta è il libro di istruzioni per la testa che deve capovolgersi.
Osservando la Tavoletta con questa chiave, la sua superficie incisa si dispiega come un diagramma di trapasso.
Le sue incisioni, le linee diagonali ascendenti e discendenti, zig-zag, reticolo, non sono ornamenti, ma un algoritmo sapienziale.
Esse trovano un sorprendente riscontro nelle trecce a direzione opposta del bronzetto di Vulci e nei Giganti di Mont’e Prama, che avevo già approfondito in precedenti studi( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/04/simbologia-delle-trecce-nel-bronzetto.html?m=0)
La treccia sinistra, con vertici verso l’alto (energia maschile, ascendente), e quella destra, con vertici verso il basso (energia femminile, discendente), esprimono la complementarietà delle due forze cosmiche.
Sulla Tavoletta, queste direzioni non sono intrecciate, ma incise in pannelli contigui e separati. Dapprima l’ascendente, poi la discendente, creando una polarità spaziale che l’occhio deve percorrere come se leggesse una treccia distesa sulla pietra.
Il motivo a “spina di pesce” che compare al centro non è altro che la proiezione bidimensionale della treccia stessa, l’intersezione della lettera Shin (fuoco) con la lettera Mem (acqua), il punto di contatto tra i due versi.
Questa dialettica si coglie nella sua forma più archetipale all’interno della Domus de Jana di Oredda, da me analizzata in un precedente scritto (Spirale speculare Domus di Oredda), dove un pilastro reca un petroglifo a bassorilievo di una completezza unica.
Risalente a due millenni prima del celebre esemplare siciliano della necropoli di Castelluccio (esposto al museo Paolo Orsi di Siracusa), il simbolo di Oredda esprime in modo inequivocabile la sinergia del maschile e del femminile in un atto quasi copulatorio.
Vi si osservano due spirali in direzione ascensionale che si insinuano all’interno di due spirali speculari, le quali stilizzano l’utero femminile. Questa simbologia si espande in una dimensione cosmica. L’energia di espansione e contrazione è la stessa energia creativa e orgasmica alla base della vita.
Le spirali, simili ed opposte, sono i due riflessi di un’unica polarità , resi necessari all’interno di una Domus de Jana perché la nascita e la rinascita, anche e soprattutto nell’altra dimensione, richiedono la sinergia del Padre e della Madre.
È la stessa griglia a 64 quadratini che ritroviamo nella “scacchiera” di Pubusattile a Villanova Monteleone e che costituirà l’ossatura del Kamasutra( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/12/il-kamasutra-e-la-scacchiera-di.html?m=0), e di molto altro, visto che è Matrice archetipale, argomento approfondito soprattutto nel mio libro "Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna", a testimonianza di un linguaggio universale che lega la fertilità terrena alla trascendenza.
Ed è qui che il discorso si salda con l’archeoastronomia. Il gonnellino a punta dell’Arciere di Santa Vittoria di Serri non è un indumento, ma una mappa celeste indossata. La sua sagoma a vertice verso il basso replica esattamente quella della costellazione del Cigno (la Croce del Nord).
basso, identica alla sagoma della costellazione del Cigno (il "triangolo" formato da Deneb, Albireo e le ali).
L’Arciere porta sul proprio corpo il percorso dell’anima verso le stelle circumpolari, simbolo di immortalità .
Il gonnellino, in questa lettura, diviene l’Uovo Cosmico, il grembo della Dea.
La Tavoletta di Loghelis, con le sue linee orizzontali che formano un rettangolo (la terra, la base del gonnellino), motivo presente anche tra le trecce del Gigante di Mont'e Prama, e il successivo motivo a spina di pesce (il piumaggio del Cigno), non fa che riprodurre il medesimo schema.
Il viaggio dell’anima che, dopo aver attivato le due polarità , si stabilizza nella materia divinizzata.
Il volo del Cigno è l'ultima tappa del percorso iniziatico archeoastronomico delineato attraverso i nostri siti sardi più importanti, ne ho parlato nel mio ultimo libro "Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna"
A completare il quadro interviene la stella Arturo (α Bootis), il Guardiano dell’Orsa, il cui nome evoca il mito di Re Artù e del Drago (Pendragon), che domina l'orientamento del Santuario di Santa Vittoria di Serri( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/11/santa-vittoria-di-serri-e-il-dragoboote.html?m=0) dove è stato ritrovato l'arciere con il gonnellino a punta.
Rappresentazione rupestre, con lo stesso particolare del gonnellino a punta trovata anche a sud est dello Utah( abbiamo anche noi in Sardegna, un comune importante, Uta) Stati Uniti(https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/gonnellino-vcostellazione-cigno-utahuta.html?m=0)
Arciere che ha, sulla testa un copricapo che assimilo alle Iadi
https://maldalchimia.blogspot.com/2023/06/arciere-santa-vittoria-di-serri.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2026/04/iadi-libro-le-dee-silenziose.html?m=0)
della costellazione del Toro, e sul gonnellino, con la punta direzionata in direzione opposta, la simbologia della costellazione del Cigno.
Un perfetto percorso iniziatico
che parte dal Toro/Tanit e finisce con il Volo del Cigno, passando attraverso la via Lattea, il cui centro Galattico è indicato dalla Costellazione del Sagittario/arciere, come il bronzetto di Serri.
Senza contare che nel Santuario di Santa Vittoria di Serri era sede sacra dell'ascia bipenne, simbolo proprio della sinergia delle due polaritÃ
https://maldalchimia.blogspot.com/2020/07/s-arca-sacra.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2026/05/ascia-bipenne-solstiziale.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2026/05/ascia-bipenne-solstiziale.html?m=0)
Ascia bipenne che traguarda solstizi ed equinozi( https://maldalchimia.blogspot.com/2024/12/ascia-bipennecultura-ozieri-marcatori.html?m=0)
Le coordinate di Oniferi (40°16’ N, 9°10’ E) si trovano in una posizione tale che, all’equinozio di primavera, Arturo sorge a est mentre il Cigno culmina al meridiano.
Sottolineo che Arturo sorge a inizio primavera ed è legato alla fecondità della terra e alla rinascita.
In primavera, quando le due polarità , i due versi opposti e complementari, delle trecce e dei segmenti della tavoletta di Loghelis, sono in equilibrio.
I corpi dei capovolti, orientati a ponente, non guardano la stella.
Sono invece la stella a guardare loro dal basso, come se l’anima dovesse scendere nel pozzo di Arturo, il grembo, il principio femminile, per poi risalire verso il Cigno.
Sulla Tavoletta, le linee ascendenti sono il volo del Cigno, le discendenti la discesa nel grembo di Arturo-Drago.
La linea verticale netta che separa due pannelli è la spada votiva, l’Excalibur sarda infissa nella roccia.
È l’elemento maschile che taglia il femminile, generando l’ordine cosmico.
Essa è la stessa spada che ricorre nei recinti delle feste di Santa Vittoria di Serri e che simboleggia il fulmine, il perno di rotazione delle stelle immortali.
la Tavoletta di Loghelis si rivela come la sintesi lapidea di un intero sistema iniziatico, funerario e astrologico. Essa parla la stessa lingua dei bronzetti di Vulci e di Santa Vittoria, dei petroglifi di Oredda e dei capovolti di Sas Concas.
Le sue incisioni non descrivono, ma operano.
Tracciano le linee di un cerchio magico sulla terra e nel cielo, dove ogni direzione opposta, nelle trecce, nelle spirali, nel verso delle linee, è l’alfabeto di una sapienza che non separa mai la scultura dalla pietra incisa, il rituale funerario dalla cosmogonia stellare.
I capovolti di Oniferi, così, non sono più semplici defunti.
Sono i testimoni di un immenso viaggio che, attraverso il grembo del Cigno e la spada di Arturo, percorre la Via Lattea fino al Campo di Planck, l’ultimo dei mondi possibili, il paradiso dell’anima nuragica.
E la Tavoletta, posta alla soglia, ne è il sigillo e la mappa. È un libro di istruzioni per la testa che, capovolgendosi, impara a vedere l’immortalità .
Ma vi è un’ulteriore, sorprendente chiave di lettura, che lega questi capovolti a un fenomeno cosmico raro e potentissimo, il plasma, di cui ho già parlato in svariati contesti ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/07/plasma-e-civilta-sarda.html?m=0)
Ciò che i nostri Antichi Padri e Madri osservavano nei cieli, prima che fossero ovattati da un’atmosfera inquinata, erano dei rilasci elettrici di plasma, comunemente ed erroneamente chiamati Squatter Man, l’“uomo acquattato” in posizione di difesa, studiati a lungo dal fisico Anthony Perratt.
Il plasma, quarto stadio della materia, è un gas ionizzato caratterizzato da elettroni e ioni, presente nel 99% dell’universo ma rarissimo sulla terra, dove si manifesta solo nei fulmini e nell’aurora boreale.
Ebbene, la configurazione dei capovolti di Oniferi, i corpi dalla testa invertita, arti raccolti, postura contratta, riproduce esattamente lo schema iconico di queste manifestazioni plasmatiche, così come esse sono state incise in petroglifi trasversali in tutto il mondo.
Non si tratta quindi di una semplice posa "funeraria".
Il capovolto è la pietrificazione rituale di un fenomeno elettrico celeste, la traduzione litica di un fulmine fermato sulla roccia.
È come se il defunto, assumendo quella postura, si identificasse con la forza creatrice e distruttrice del fulmine, divenendo egli stesso un Squatter Man addormentato, in attesa di riaccendersi.
Questa identità formale apre uno scenario stupefacente.
Il capovolto non è che la rappresentazione antropomorfa della stessa polarità che governa la Tavoletta di Loghelis e la simbologia delle trecce.
Per comprenderlo, occorre osservare il petroglifo a spirali speculari che ho analizzato nella Domus de Jana di Oredda.
Quel simbolo, due spirali ascendenti che si insinuano in due spirali discendenti, a rappresentare l’unione copulatoria del maschile e del femminile, non è altro che la versione statica, lapidea, di un dipolo elettrico.
Un fulmine, infatti, nasce dall’accumulo e dalla conseguente scarica di energia tra zone a differente potenziale, tra il polo negativo (femminile, terra, grembo) e il polo positivo (maschile, cielo, spirito).
Le due spirali, simili ed opposte, sono le due cariche che si cercano e si fecondano.
E lo stesso schema, due polarità sinergiche, opposte e speculari, si ritrova nei capovolti di Oniferi, nei petroglifi di Oredda e di Perfugas (Domus de Janas dell’Ariete), e persino nel celebre bassorilievo della necropoli di Castelluccio in Sicilia, sebbene in quest’ultimo in forma meno completa.
Ma l’archetipo, completo, inequivocabile e universale, è il nostro.
Un archetipale Vajra indiano cesellato nella pietra, ad Oniferi, simbolo della forza del fulmine, della potenza creatrice dell’energia.
Ora, riprendiamo la Tavoletta di Loghelis con questa nuova consapevolezza.
Le sue incisioni, le linee diagonali ascendenti e discendenti, zig-zag, reticoli, non sono ornamenti, bensì un algoritmo sapienziale che descrive il medesimo dipolo.
Le linee ascendenti (energia maschile, fuoco, spirito) e quelle discendenti (energia femminile, acqua, materia) si alternano in pannelli contigui, esattamente come le trecce a direzione opposta del bronzetto di Vulci e dei Giganti di Mont’e Prama.
La treccia sinistra, con vertici verso l’alto, e quella destra, con vertici verso il basso, esprimono la stessa polarità dei due rami di un fulmine che si dirama nel cielo. Sulla Tavoletta, il motivo a “spina di pesce” che compare al centro non è altro che la proiezione bidimensionale della treccia stessa
È l’intersezione della lettera Shin (fuoco) con la lettera Mem (acqua), il punto di contatto tra i due versi, il luogo geometrico dove la scintilla può scoccare.
La Tavoletta, dunque, è una mappa statica di un evento dinamico.
Descrive il circuito che deve attivarsi perché l’anima, come un fulmine, possa scaricarsi dalla terra al cielo o viceversa.
Questa interpretazione “elettrica” trova una corrispondenza sorprendente nella figura del guerriero nuragico a quattro occhi e due scudi, il Guerriero di Teti, di cui parlo spessissimo
https://maldalchimia.blogspot.com/2026/05/analisi-ghematrica-guerriero-teti.html?m=0
simbologia approfondita anche nel mio libro in particolare "Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna"
Guerriero di Teti da me già analizzato in relazione alla bobina di Tesla e al Fuoco di Sant’Elmo.
( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/04/geometria-sacra-guerriero-teti.html?m=0)
Quei due scudi affiancati, con un isolante di cuoio tra di essi, non erano armi difensive, bensì un condensatore, un accumulatore di energia elettrostatica.
Le corna dell’elmo, le armille, gli anelli al collo, come nel bronzetto di Lanusei o di Nurri, non erano ornamenti, ma contatti, conduttori, forse veri e propri circuiti risonanti.
Il guerriero sardo, come il capovolto di Oniferi, come la Tavoletta di Loghelis, era una macchina sacra, un dispositivo vivente per generare, canalizzare e forse persino creare energia plasmatica.
Non si trattava di un combattente comune: era un fulguratore, un custode del fuoco sacro, un Kabiro, un discendente di Efesto. La stele di Tanis non a caso recita: «Gli Shardana dal cuore impavido […] non si poteva resistere davanti ad essi».
Non si resisteva non per la loro forza fisica, ma perché emanavano una potenza elettrica, sonora e luminosa che paralizzava il nemico, esattamente come il fenomeno dello Squatter Man nel cielo.
I capovolti di Oniferi, la Tavoletta di Loghelis, il petroglifo di Oredda, le trecce di Vulci e i guerrieri a due scudi sono diversi volti di una stessa, unica dottrina.
Il capovolto è lo Squatter Man di plasma pietrificato in un corpo umano.
La Tavoletta è il diagramma di circuito di quella scarica.
Le trecce opposte sono la rappresentazione simbolica delle due polarità che generano il fulmine.
E il guerriero di Teti, con i suoi due scudi, le corna, gli anelli, è il tecnico sacro che sapeva indossare quel circuito, attivare quel plasma, e diventare lui stesso un fulmine vivente, una divinità temporanea in grado di viaggiare tra le dimensioni.
Non è un caso che lo stesso schema a spirale, lo stesso intreccio di opposti, si ritrovi nella conformazione delle navicelle nuragiche (vere e proprie Vesica Piscis), nello spillone a spirale di Teti (una bobina di Tesla ante litteram), e persino nel manto del Sommo Sacerdote, le cui melagrane e anelli d’oro non sono ornamenti ma componenti elettrici di un raffinato sistema di accumulo e conduzione.
In questa prospettiva, il nuraghe stesso, dalla radice nur-, “fuoco sacro”, si rivela per ciò che è.
È un amplificatore litico di frequenze telluriche, un trasformatore di energia silicea, una macchina di pietra costruita per concentrare il plasma terrestre e trasformarlo in energia utilizzabile.
I nostri Antichi Padri e Madri non erano semplici costruttori.
Erano ingegneri dell’invisibile, sciamani dell’elettricità , fulguratores che sapevano che la vita, la morte e la rinascita sono solo tre fasi di una stessa scarica, dal cielo alla terra, dalla terra al cielo, e che il capovolto, la treccia, la spirale e la tavoletta sono altrettante ortografie di quell’unico, immenso fulmine che chiamiamo immortalità .
Così, la Tavoletta di Loghelis non è più un frammento decorativo né una semplice mappa iniziatica.
È il sigillo di un’intera civiltà che aveva compreso la natura elettrica dell’universo e aveva osato riprodurla nella pietra, nei capelli, nei corpi capovolti e nei circuiti dei propri guerrieri divinizzati.
Essa è il libro di istruzioni per la testa che deve capovolgersi, sì, ma anche per lo Squatter Man che deve risvegliarsi, per la scintilla che deve scoccare, per il plasma che deve tornare a illuminare le tenebre della Domu de Jana, trasformandola non in una tomba, come superficialmente viene definita ma in una camera di combustione dell’anima.
A Oniferi, non sono le Domus de Janas di Sas Concas a essere orientate ai solstizi, bensì il vicino nuraghe Ola, che sorge nello stesso territorio di Oniferi e appartiene al medesimo complesso rituale .
Questa distinzione, apparentemente tecnica, si rivela invece di straordinaria pregnanza simbolica, perché suggerisce una complementarietà rituale tra il mondo dei vivi (o degli iniziati) e quello dei morti.
Il nuraghe Ola è un monotorre noto per un fenomeno preciso e suggestivo.
Durante il solstizio d'estate, il giorno più lungo dell'anno, esattamente a mezzogiorno, un raggio di sole penetra dal foro apicale della tholos (l'oculo sulla sommità ) e discende lentamente lungo la volta, fino a illuminare una nicchia alla base della camera .
La luce, insomma, compie un viaggio verticale dall'alto verso il basso, dal cielo alla terra, dal maschile (sole) al femminile (camera, grembo).
Non è difficile riconoscere in questo percorso la stessa logica della Tavoletta di Loghelis.
Le linee discendenti, l'energia che scende, il fulmine che si scarica.
Il nuraghe Ola, in questo senso, è la macchina litica che rende visibile e operativa la polarità discendente.
A poca distanza, nelle Domus de Janas di Sas Concas, i capovolti, i "defunti" sepolti con la testa a ponente, capovolta rispetto al normale orientamento solare, non guardano il sorgere del sole (come avviene nella stragrande maggioranza delle sepolture neolitiche).
Il loro sguardo, se così possiamo dire, è invertito, rivolto verso il tramonto, verso l'occidente, verso il buio.
Ma c'è di più
Le necropoli di Sas Concas sono scavate in un costone di trachite rossa esposto a sud-est .
Il sole, quindi, le illumina.
Tuttavia, i capovolti non lo vedono. O meglio, lo vedono, ma "al contrario".
La loro testa è dove normalmente ci sarebbero i piedi.
E questa è proprio la chiave di lettura.
Il capovolto non è un'assenza di orientamento solare, ma è la sua inversione rituale.
Mentre nel nuraghe Ola la luce scende dall'alto (e l'iniziato, o il visitatore, la riceve sulla testa), nella Domus de Jana il defunto è capovolto, e la luce, se entra, lo colpirebbe ai piedi.
È esattamente la logica dello specchio, del rovescio, del gemellare di cui ho parlato nei miei scritti.
( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/09/il-concetto-di-gemellare.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2026/01/il-doppio-e-il-gemellare-nel.html?m=0)
Si delinea una straordinaria Complementarietà Rituale
Mettiamo insieme i pezzi, come in un unico, grande diagramma litico
Nuraghe Ola (solstizio d'estate, mezzogiorno): la luce scende dall'alto, colpisce la camera (il grembo, il femminile), illumina una nicchia.
È l'energia maschile che feconda la terra.
È l'ascendente che si fa discendente.
È la vita che entra nella morte per rigenerarla.
Domus de Janas di Sas Concas (i capovolti): il "defunto" è sepolto con la testa a ponente, "rovesciato".
Il suo corpo non riceve la luce del sole nascente (est, vita), ma quella del sole calante (ovest, morte/rinascita).
È l'energia femminile che accoglie il maschile dal basso, capovolta.
È la morte che si prepara a diventare vita.
Il solstizio d'estate, con la sua luce zenitale, è il momento in cui queste due polarità , quella del nuraghe (maschile, discendente, attiva) e quella della Domus (femminile, ascendente-capovolta, ricettiva), si incontrano e si completano
Il sistema rituale di Oniferi è orientato ai solstizi, ma in modo complesso e duale.
Non sono le singole Domus de Janas a essere orientate secondo i solstizi nel senso stretto del termine (come accade, ad esempio, per i pozzi sacri).
È l'intero paesaggio sacro, il nuraghe Ola, la necropoli di Sas Concas, a costituire un unico, gigantesco strumento di osservazione e di inversione del movimento solare.
Il capovolto non è una stranezza. È la risposta funeraria al fenomeno luminoso che si verifica nel nuraghe.
L'uno non esiste senza l'altro. Come la Tavoletta di Loghelis non esiste senza le trecce di Vulci, e come il fulmine non esiste senza le sue due polarità .
A Oniferi, la pietra ha imparato a parlare la lingua del sole, e a capovolgerla per insegnare ai morti il cammino dell'immortalità .
Come nel Pozzo di Santa Cristina, in cui si manifesta l'ombra capovolta, anch'essa simbolo di immortalità ( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/09/ombra-capovolta-santa-cristina.html?m=0)
Tiziana Fenu
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