Ho già avuto occasione di parlare de Sa perda fitta di Serramanna( https://maldalchimia.blogspot.com/2023/06/perda-fitta-di-serramanna.html?m=0) tre anni fa, ma ho ritenuto approfondire ulteriormente
Un’analisi che merita rispetto e attenzione, perché non si limita a descrivere un reperto archeologico, ma lo interpreta come un testo iniziatico inciso nella pietra, un punto di convergenza tra cielo, terra e coscienza.
Partiamo dall’immagine e dalle coordinate geografiche ed esoteriche.
Serramanna.
il nome stesso è una chiave. In sardo, Serra indica un altopiano, una cresta, ma anche una “serra” nel senso di chiusura, protezione, custodia.
Manna significa grande.
Non è solo un paese.
È un recinto sacro, un “grande riparo” che custodisce il seme primordiale.
La Yod, il punto, il germe, è qui conficcato nel ventre della Terra.
Le 10 coppelle incise verticalmente.
La posizione di Sa Perda Fitta non è casuale.
Serramanna si trova nel Campidano, una piana fertile che geologicamente è un antico golfo, un bacino che ha accolto le acque del mare e poi le ha lasciate ritirarsi, lasciando terra fertile. Esotericamente, questo luogo è un ricettacolo di acque antiche, elemento femminile per eccellenza, che ora accoglie il fulcro maschile del menhir.
L’orientamento a Nord-Est è la sintesi perfetta.
Il Nord è il mondo dell’ombra, della Luna, della notte, dell’invisibile, del passato ancestrale.
L'Est è il mondo della luce, del Sole, del giorno, del futuro visibile. L’asse Nord-Est è il punto in cui l’ombra si schiude nella luce, dove il buio feconda l’alba.
È l’angolo dei due crepuscoli (quello della sera, quello del mattino) che si toccano.
Non è un orientamento “casuale” di un monumento litico, è il punto di nascita della coscienza umana.
Le 10 coppelle, come ho già scritto nel mio precedente elaborato a riguardo, non sono mammelle, perché non sono disposte orizzontalmente a coppie, ma in una verticalità sequenziale.
Non sono “seni” ma punti di emanazione.
Dieci è il numero della Yod, che in ebraico vale anche 10.
Yod è il seme, il punto, la scintilla che contiene in potenza tutto l’albero della vita.
Nel sistema qabbalistico, le 10 Sephiroth sono l’emanazione del Divino.
Qui, sulla pietra, abbiamo 10 punti che salgono, non che scendono.
È una colonna di energia che va dalla terra al cielo, o viceversa.
Un asse verticale che perfora il velo tra i mondi.
La mia osservazione sulla “V” quasi impercettibile è fondamentale. Non è un fallo che penetra la terra, ma un vertice che unisce due triangoli opposti.
Il triangolo del fuoco (maschile) che punta in alto e il triangolo dell’acqua (femminile) che punta in basso.
La Yod è il punto di incontro dei due triangoli nel centro.
È l’androgino primordiale, prima che la separazione dei sessi avvenisse.
La tradizione popolare del “diavolo”, collegato a questa pietra, è una traduzione in chiave cristiana di una memoria più antica: il “diavolo” (il nemico, l’oppositore) non è che l’altra polarità, l’ombra necessaria alla luce.
Le sue dieci dita sono la presa, l’impronta, l’atto creativo. Il demonio popolare è spesso una degradazione di antiche divinità ctonie che stringevano il patto con la terra.
Si manifestano corrispondenze astrali interessanti.
La Y (Yod) nel cielo notturno è tracciata dalla Via Lattea, che nella mitologia sarda come in quella mediterranea è il fiume celeste, il percorso delle anime.
Il Toro (Taurus) e Orione (Gigante celeste) sono i due guardiani di questo asse.
Il menhir di Serramanna, orientato a Nord-Est, guarda verso l'evoluzione del Toro, l'Ofiuco.
La Via Lattea, passando tra Toro e Orione, disegna una Y nel cielo notturno. Sa Perda Fitta è un’ancora terrestre di questa Y celeste.
Perché quella direzione Nord-Est, che abbiamo individuato come sintesi di Luna e Sole, di ombra e luce, non è solo una scelta architettonica.
È una proiezione terrestre di una costellazione precisa, l’Ofiuco.
È questa la direzione che, come vedremo, attraverso la simbologia dell’Ofiotauro e dell’Ofiuco, rivela un’ulteriore, profonda connessione con l’energia femminile, custode della sapienza ancestrale, della guarigione e della trasmutazione. La Costellazione dell’Ofiuco, nota anche come Serpentario, occupa una posizione singolare nel firmamento.
Di questo argomento, tra gli altri, ho parlato in modo approfondito nel mio ultimo libro "Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna" ( Disponibile all'acquisto
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Si tratta di una costellazione equatoriale, a cavallo dell’equatore celeste, e la sua estensione si sviluppa lungo un asse che va dal Nord-Est al Sud-Ovest, con la testa orientata verso Sud-Ovest e i piedi verso Nord-Est.
Questa sua conformazione la rende un ponte celeste tra i due emisferi, una soglia tra le dimensioni.
La declinazione precisa dell’Ofiuco si estende da circa -30° a sud fino a +14° a nord, dimostrando uno sviluppo che, pur toccando l’asse Nord-Sud, privilegia in modo marcato l’orientamento Nord-Est/Sud-Ovest.
È precisamente questo allineamento a risultare di straordinario interesse per la nostra indagine, poiché lo ritroviamo costantemente nei luoghi sacri dell’antica Sardegna, a cominciare dai pozzi sacri, il cui orientamento si delinea come specchio terrestre dell’Ofiuco.
L’orientamento verso Nord-Est, con il suo asse complementare Sud-Ovest, caratterizza alcuni dei più importanti complessi cultuali della civiltà nuragica.
Il santuario di Santa Vittoria di Serri presenta un pozzo orientato a Sud/Sud-Ovest, mentre la fonte sacra Su Tempiesu di Orune rivela un allineamento perfetto a Nord-Est.
L’ingresso della scala e l’apertura della tholos, la camera a falsa cupola, sono orientati a Nord-Est, configurandosi come una proiezione terrestre della costellazione serpentaria.
A questo proposito, è necessario sottolineare come l’orientamento verso Nord-Est appaia maggiormente legato alla dimensione lunare piuttosto che a quella solare. Mentre molti monumenti preistorici, da Stonehenge ai templi egizi, privilegiano allineamenti solari, come solstizi ed equinozi, i pozzi sacri sardi manifestano una predilezione significativa per i cicli della Luna.
Il punto di levata e tramonto dell’astro notturno oscilla in un ciclo di circa 18,6 anni, noto come ciclo dei lunistizi, che corrisponde ai punti di massima declinazione nord o sud della Luna.
Il lunistizio maggiore, in particolare, indica il punto più a Nord-Est dell’orizzonte dove la Luna sorge al suo massimo culminare. È in questi momenti che la luce della Luna piena poteva penetrare in fondo al pozzo, illuminando le acque sacre e rivelando quella stretta connessione tra acqua, simbolo di vita e rigenerazione, e Luna, la regolatrice dei cicli naturali, del femminino, del parto. Il pozzo di Santa Cristina, con la sua celebre struttura a menat, traguarda non solo i solstizi e gli equinozi, ma anche questi complessi cicli lunari, confermando la sofisticata conoscenza astronomica dei costruttori nuragici.
Quindi il menhir di Serramanna non solo guarda a Nord-Est, ma è esso stesso una colonna di Yod, un asse verticale che intercetta quella direzione come un ago magnetico celeste.
Se l’Ofiuco è il ponte tra i mondi, il menhir è il chiodo che fissa quel ponte alla terra.
E qui si svela un’analogia straordinaria.
L’Ofiuco, nella sua essenza più profonda, è colui che governa il serpente.
È la dimensione dell’acqua, del Fuoco, della Sapienza ancestrale. E il serpente, in tutte le tradizioni arcaiche, rappresenta la sapienza ancestrale, la conoscenza misterica, la padronanza delle energie ctonie di Madre Terra. In ambito esoterico, la pietra del serpente è il simbolo di chi possiede la saggezza, di colui che è in grado di entrare in contatto con la dimensione sotterranea delle falde acquifere, le acque dal percorso sinuoso come quello del rettile, e con i segreti della terra profonda. Il serpente è l’asse fisso del cosmo, dotato di potere rigenerante e guaritore.
Ed è proprio in questa duplice valenza, ctonia e celeste, che si manifesta la natura femminile della costellazione.
L’Ofiuco, nella sua rappresentazione più antica, appariva con un serpente a due teste, simbolo della kundalini, della Shekinah, dello spirito divino incarnato sulla terra attraverso il Femminino, attraverso la Forma.
E le dieci coppelle della Perda Fitta non sono forse dieci nodi di quel serpente celeste?
Dieci punti di luce lungo una colonna che attraversa la terra e il cielo?
L’energia della Yod, il seme primordiale, scorre lungo quel canale e si attiva solo quando il Nord-Est lunare e l’Ofiuco si allineano.
Allora, la pietra non è più un monumento
È un occhio aperto sulla Via Lattea, una Y incisa nel granito che attende la Luna piena per bere il suo riflesso.
Il menhir di Serramanna non è un simbolo di fertilità né una dea dalle dieci mammelle.
È il punto d’intersezione tra la colonna della Yod (l’energia maschile del punto che si espande) e l’asse dell’Ofiuco (l’energia femminile del serpente che si avvolge).
È l’immagine pietrificata di un matrimonio sacro tra il cielo e la terra, tra la luce elettrica del principio creatore e l’acqua magnetica del ricettacolo.
E il suo messaggio, oggi come allora, è questo: la conoscenza non è né maschile né femminile, ma è il punto esatto in cui i due opposti cessano di lottare e iniziano a danzare.
Il menhir è il punto in cui il Cielo conficca il suo seme nella Terra.
Non è un simbolo di fertilità agricola, né una divinità materna nel senso comune.
È un monumento all’Unità Primordiale.
Ci dice che tutta la creazione è un atto di pressione, di “fittura” (come dice il nome fitta): il Divino si conficca nella materia.
La materia (il menhir, la pietra) non è inerte: è un recettore di dieci punti di forza.
Maschio e Femmina non sono opposti, ma due modalità della stessa energia. Il menhir ha forma fallica (maschile) ma porta dieci ricettacoli concavi (femminili).
È l’incarnazione della polarità.
La separazione è un’illusione. L’origine è una sola il punto, la Yod, il Seme.
10 coppelle come sul Gigante di Mont’e Prama e i 10 solchi sull’avambraccio, simbologia che è collegata direttamente a questo menhir.
È lo stesso linguaggio simbolico.
I Giganti di Mont’e Prama sono guardiani del confine, e quei solchi sono le stesse 10 Sephiroth, le stesse 10 coppelle, ancora presenti in particolare nei costumi sardi di Ittiri, sia maschile che femminile ( https://maldalchimia.blogspot.com/2022/04/costume-ittiri-e-gigante.html?m=0)
Sono marchi di iniziazione, non decorazioni.
Un menhir non è mai un oggetto isolato, è un nodo di una rete.
E la rete, in Sardegna, è disegnata sul terreno con una precisione che fa tremare i polsi a qualsiasi archeologo materialista.
Partiamo dalle coordinate geografiche di Serramanna e di Sa Perda Fitta.
Coordinate geografiche approssimative del sito:
Latitudine: 39° 25' N
Longitudine: 8° 55' E
Non sono numeri a caso.
Se proiettiamo questi valori su una mappa esoterica, vediamo che Serramanna si trova esattamente all'intersezione di due linee di forza geomantiche fondamentali per l'isola:
L'asse Nord-Sud magnetico sardo, che passa vicino al Monte Arci (un vulcano spento, simbolo di fuoco interiore) e prosegue verso il Golfo di Cagliari.
L'asse Est-Ovest delle acque sotterranee, che corre lungo la piana del Campidano, antica linea di drenaggio di un mare scomparso.
Questo incrocio è, esotericamente, una Croce di Energia, un punto di massima densità tellurica dove le correnti terrestri si incontrano. Non a caso, il Campidano è la "grande serra", il grembo agricolo della Sardegna.
È la terra che ha assorbito le acque del mare primordiale per restituirle come fertile humus.
Qui, l'acqua (femminile, lunare) e il fuoco (maschile, solare) si toccano.
Vediamo i confini geografici del territorio.
Serramanna è circondata da comuni che portano nomi estremamente parlanti per un esoterista
Sanluri.
San Luri, ma anche "sa luri" in sardo significa "il luogo sacro", "il recinto".
Serrenti, radice serr- come "serra", ancora una volta un recinto.
Villacidro, "Villa del Cedro", il cedro è l'albero della conoscenza, dell'immortalità, della sapienza.
Guspini, di etimologia incerta, ma alcuni la legano a "guspis", punta, lancia, simbolo fallico.
Uta, dall'arabo "wata", valle bassa, ma anche urna, vaso, ricettacolo.
Siamo quindi in una mandala geografica.
Un cerchio di recinti (Serra, Serrenti, Serramanna) che racchiudono un centro fecondo, un grembo (Campidano).
E in questo grembo, al centro esatto, sorge Sa Perda Fitta, il chiodo, la spina, la Yod conficcata.
L'analisi esoterica dei confini rivela che questa non è una terra di passaggio.
È una terra di confine tra mondi.
Geograficamente, Serramanna è al limite tra la bassa e l'alta pianura, tra le terre alluvionali e le prime colline.
Esotericamente, questo è il punto dove il mondo ctonio (le acque sotterranee, le falde, il serpente Ofiuco) e il mondo uranio (il cielo stellato, la luce solare e lunare) possono dialogare.
Il menhir non è stato messo lì per caso.
È stato piantato esattamente dove la linea di faglia tellurica del Campidano (una faglia reale, geologica) si incrocia con la linea di levata della Luna al lunistizio maggiore.
In termini qabbalistici, Serramanna è il Malkuth (il regno, la terra) di un sistema più grande.
È il punto più basso, più denso, più materiale, ma proprio per questo è il punto in cui l'energia divina si manifesta con più forza.
Sa Perda Fitta è il fondamento di questa manifestazione.
Tiziana Fenu
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Foto Fabrizio Bibi Pinna Artist
Foto del particolare del costume di Ittiri di Alessandra Garau
Perda Fitta Serramanna (analisi cabalistica)





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