Un manufatto straordinario che riflette la spiritualità della nostra Arcaica Civiltà Sarda, Ciotola dei Tre Mondi, un frammento di cielo sardo.
Da un post in un gruppo "Viaggio nelle antichità della Sardegna"
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Didascalia
"Cagliari, grotta di San Bartolomeo - Scavi Orsoni 1878
Ciotola di cultura Campaniforme al Museo Pigorini di Roma
(disegni di Enrico Atzeni)"
Un manufatto, secondo la mia prospettiva, estremamente simbolico.
La Ciotola dei Tre Mondi e il Sacro Sedici.
È la cupola rovesciata che contiene cielo e terra.
Nel cuore della Sardegna arcaica, tra le ombre della Grotta di San Bartolomeo presso Cagliari, riposava un oggetto che sfugge a qualsiasi classificazione meramente archeologica.
Non una semplice ciotola, ma una mappa di cosmo incisa nell’argilla. È il testimone muto di un pensiero iniziatico che legava la terra al cielo, il vivente al defunto, il tempo dell’uomo ai giri immortali degli astri.
Rivela l’architettura del Sacro, tre cerchi per tre destini
A uno sguardo distratto, la ciotola mostra tre cerchi concentrici, alternati tra zone lisce e zone decorate. Ma l’occhio iniziatico legge ben altro. non una decorazione, ma una geografia dell’anima.
Il cerchio esterno è il mondo manifesto, il regno della carne, della nascita e dell’esperienza sensibile. È il limite oltre il quale si estende il caos, ed entro il quale si svolge la vita dell’iniziato.
Il cerchio intermedio, inciso e tratteggiato, è il luogo del transito. È l’Ade, il limbo, il passaggio tra una vita e l’altra. È la morte, ma non come fine: come crogiolo alchemico. In esso si consuma la putrefazione rituale che permette all’anima di spogliarsi del vecchio io.
Il cerchio interno, liscio e perfetto, è il centro immobile. È il punto di origine, l’Uovo Cosmico, il germe della rinascita. Qui l’iniziato risorge non come ciò che era, ma come ciò che deve essere.
Siamo di fronte a una teologia della rigenerazione che in Sardegna trova riscontro nelle Domus de Janas e nei circoli megalitici
Tre cerchi di pietre corrispondono a tre momenti del tempo sacro, nascita/morte/rinascita, come le tre cornici nelle false porte interdimensionali nelle Domus de Janas, che non si susseguono in linea retta, ma ruotano come spirale.
La ciotola si manifesta come una cupola rovesciata
Ma vi è un’ulteriore chiave di lettura, più profonda e forse più vertiginosa.
Questa ciotola non è soltanto un contenitore, ma è una cupola rovesciata.
Se la cupola, nella sua conformazione architettonica, è il grembo divino che accoglie la luce dall’alto, la ciotola ne è l’immagine speculare, il riflesso terrestre. Essa contiene il cielo non per proteggerlo, ma per manifestarlo sulla terra.
Fin dai tempi antichissimi, la manifestazione del Divino si attuava attraverso la luce. Gli umani hanno sempre cercato di manifestare la presenza divina nella materia attraverso le ierofanie luminose, fattore divinizzante sia sulla materia che sull’umano.
In Sardegna, questa tradizione è antichissima.
Le finestrelle di luce, gli oculi sommitali dei nuraghi, hanno sempre avuto un’importanza fondamentale.
L’oculus consente la trasmutazione della materia in corpo di luce e la ciotola di San Bartolomeo, con i suoi tre cerchi e la sua ruota stellare, è esattamente questo
È un oculus rovesciato, un occhio che guarda non verso l’alto, ma verso l’interno, verso il centro dell’anima.
16 raggi alternati in scuri e chiari.
Ayin, Sedicesimo Sacro Archetipo Ebraico.
L'occhio divino, la corrispondenza tra il sopra e il sotto, tra la dimensione spirituale e quella terrena.
Gli otto raggi e i sedici settori rsppresenrsno la ruota del tempo astrale.
Sotto la ciotola, inciso al suo fondo, vi è il secondo livello di lettura, una ruota a otto raggi che genera sedici settori.
Qui il simbolismo si fa astronomico e astrologico in senso esoterico.
Gli otto raggi rappresentano i momenti cruciali del ciclo solare. Otto è il numero dell’equilibrio dinamico, della perfezione dei venti e delle direzioni del cielo.
Ma è anche il simbolo dell’unione tra cielo e terra, il doppio del quattro (numero di Madre Terra), il principio creatore che si manifesta nella materia attraverso il Femminino.
Otto è la Sacra Ogdoade, le quattro coppie cosmogoniche che appaiono in tutte le antiche civiltà.
I sedici settori, tuttavia, costituiscono il cuore del mistero. Il numero 16 non è casuale.
È l'Ottava Alta del 4 (4 × 4 = 16), ciò che energeticamente spinge verso la dimensione del Divino.
In termini cabalistici, il 16 corrisponde al sedicesimo Sacro Archetipo Ebraico Ayin (עין), la cui funzione è la corrispondenza.
Ayin significa proprio occhio.
È l’Occhio Divino, l’oculus architettonico, la Sorgente della luce che protegge la Creazione.
È il Terzo Occhio, sempre vigile, a livello di Coscienza Superiore.
La corrispondenza tra umano e divino, questo è il significato ultimo del 16.
Ed è straordinario notare come questa stessa compartizione in 16 spicchi si ritrovi, a distanza di millenni e di culture, nella cupola della Basilica di San Pietro a Roma, ideata da Michelangelo alla fine del Cinquecento.
L’intera superficie della cupola è formata da 16 costoloni, suddivisi in 6 parti, per un totale di 96 figure (16 × 6 = 96).
Il 96 è a sua volta simbolo della Vesica Piscis, del nucleo creativo della potenza di Dio e del Cristo Figlio.
Ma più ancora, dividendo 360° per 16, si ottiene 22,5°, che è il minimo dell’oscillazione dell’asse terrestre.
L’inclinazione dell’asse di rotazione terrestre, attualmente di circa 23,5°, oscilla tra un minimo di 22,5° e un massimo di 24,5° nell’arco di 41 mila anni.
Una coincidenza straordinaria, o forse non dovremmo chiamarla coincidenza, perché i più grandi architetti erano anche astronomi.
La stessa geometria sacra, lo stesso numero 16, emerge in un altro luogo fondamentale della Sardegna antica, la Tomba II di Goni, appartenente alla Cultura di Ozieri (Neolitico Recente, 3200-2800 a.C.).
Ne ho parlato in particolare nel mio ultimo libro, "Le Dee Silenziose. Archeoastronomia del Sacro Femminino in Sardegna" di questa architettura straordinaria, una perla dell'archeoastronomia in Sardegna".
La tomba principale (la più grande e centrale) è circondata da un cerchio di pietre infisse nel terreno (il "circolo" vero e proprio).
Questo cerchio è composto da esattamente 16 pietre monolitiche.
Il 16 potrebbe essere in relazione con i cicli lunari: un ciclo lunare dura circa 29,5 giorni, e dividendo idealmente il ciclo in due metà (luna crescente e calante) si ottengono due periodi di circa 15 giorni.
Il 16 rappresenta simbolicamente il completamento di una fase e l’inizio della successiva, un richiamo al ciclo di morte e rinascita.
Ma vi è di più.
Come ho già approfondito in scritti precedenti, il numero 16, oltre a fare riferimento al sedicesimo Archetipo Ayin, sottolinea come, in epoche che si avvicinano al Neolitico, l’anno calendariale solare fosse costituito da 16 mesi. I 16 mesi erano ciò su cui si basava il “calendario delle tombe a corridoio”.
Si scompone l’anno solare in 4, poi in 8 e infine in 16. È la stessa suddivisione che ritroviamo negli antichi “orologi” degli Apkalli, i civilizzatori mesopotamici, spesso dotati di una suddivisione in 16 porzioni.
La ciotola di Goni, di cui ho già approfondito come la cupola, come il cerchio di Goni, non è soltanto un oggetto visivo.
È un veicolo vibratorio.
Le conformazioni a 16 spicchi, le suddivisioni geometriche, non sono arbitrarie.
Esse rispondono ai principi della cimatica, che studia il legame strettissimo tra suono e forma geometrica, tra vibrazione e materia.
Conosciuta fin dai tempi antichissimi, fin dal periodo mesopotamico, questa scienza sacra consentiva agli antichi architetti di edificare seguendo moduli numerologici e geometrici non per estetica, ma per creare frequenze terapeutiche.
Le campane delle chiese, oggi quasi tutte rimosse non per comodità, ma per ragioni che nulla hanno a che fare con la liturgia, emettono frequenze sacre, guaritrici.
La loro taratura, dal punto di vista della campanologia, si basa su parametri che hanno il 16 come denominatore comune: da 3/16° a 10/16° di ottava, con il diapason regolato su 1/16° di semitono. Esistono fino a 88 semitoni, che guardacaso corrispondono alle 88 costellazioni identificate fino ad oggi.
La ciotola di San Bartolomeo, con i suoi tre cerchi e i suoi 16 settori, è essa stessa una campana di pietra, un grembo vibrante che, se sollecitato dalla luce e dal suono, può ritornare alla sua direzione originaria e formare un cerchio completo, come nelle cupole, nei rosoni, nei nuraghi, in tutti quegli elementi circolari che gli umani hanno edificato per connettersi alle energie dell’universo.
Se vogliamo applicare le categorie della Qabbalah a questo oggetto, il nome appropriato è: Ma’agal HaShamayim (מַעְגַּל הַשָּׁמַיִם), “Cerchio dei Cieli”.
Il termine Kli Kedushah (כלי קדושה), “Vaso di Santità”, ne definisce la funzione.
Contenere, ma non acqua o cibo.
Contenere l’essenza del passaggio. La ciotola è un ricettacolo sacro, un vaso di separazione tra il tempo profano e il tempo sacro, tra il mondo dei vivi e quello degli antenati.
Le coordinate stesse del ritrovamento, la Grotta di San Bartolomeo a Cagliari, portano un valore iniziatico.
La grotta è l’utero della Terra, il luogo dove si scende per morire e si risale per rinascere.
Bartolomeo, secondo la tradizione cristiana, è l’apostolo scorticato. Un’immagine potentissima di spogliazione e trasmutazione.
Ma quella grotta era già sacra millenni prima: il nome cristiano non ha cancellato la funzione originaria di camera sepolcrale iniziatica.
Dal punto di vista cabalistico, le coordinate esatte (39°13’ N, 9°07’ E) rivelano:
39: multiplo di 13, numero della morte e del rinnovamento.
13: che in ebraico è Yachad (unità nella differenza), ma anche Ahavah (amore che unisce vita e morte).
9: il numero della completezza sefirotica, la radice della manifestazione.
7: il pianeta di Saturno, il Tempo che scandisce i cicli.
La ciotola non è un oggetto da guardare, ma da attraversare con lo sguardo interiore.
L’iniziato, davanti a essa, non la usava per bere.
Egli vi compiva un atto rituale. Versava acqua (simbolo della vita che scorre) o vino (sangue della terra) al centro, lasciandolo poi defluire nei solchi concentrici.
Ogni cerchio, ogni settore, ogni raggio diventava così una stazione di un percorso iniziatico:
Verso l’eterno, verso l’addio al mondo delle apparenze.
Nel mezzo, verso il silenzio della morte, l’attesa nella notte dell’anima.
Al centro, verso il risveglio, la luce interiore, la conoscenza di sé.
Per questo la grotta di San Bartolomeo è stata il ricettacolo di questo oggetto.
La ciotola è una grotta in miniatura.
E la grotta è una ciotola cosmica. L’una è specchio dell’altra.
La ciotola si rivela come memoria ancestrale.
Il 39/13 delle coordinate sono un 13 del Sacro Archetipo Ebraico Mem, le acque Madri amniotiche della Mem-oria
Il 9 è archetipo Teth, il grembo. La grotta stessa.
Questa ciotola neolitica non è un semplice reperto.
È una macchina teurgica, un diagramma del tempo e dell’anima. Essa incarna la dottrina arcaica della triplice natura del divenire, Nascita/Morte/Rinascita, racchiusa in tre cerchi e scandita da otto raggi e sedici settori.
Ma essa è anche una cupola rovesciata, un occhio che guarda verso l’interno, un veicolo vibratorio che collega il microcosmo al macrocosmo.
Il numero 16, il Sacro Archetipo Ayin, l’Occhio Divino, è il filo rosso che lega questa ciotola sarda alla cupola di San Pietro, alla Tomba II di Goni, alle padelle cicladiche, ai rosoni scintoisti, alla cimatica dell’acqua e alla musica delle sfere.
Non è una coincidenza.
È la memoria ancestrale che fa parte del nostro DNA, della nostra composizione chimica. Siamo formati per lo più da acqua, e i cristalli d’acqua si organizzano in forme esagonali, in geometrie sacre.
Ritrovata a Cagliari, in una grotta di nome Bartolomeo, questa ciotola parla ancora, in silenzio, a chi sappia ascoltare il linguaggio delle forme e dei numeri.
E la Qabbalah, che è il midrash della luce e del segreto, non fa che dare un nome ebraico a una verità che i sardi neolitici conoscevano già nella pietra, nell’argilla e nel silenzio delle stelle.
La Natura è impregnata di Geometria Sacra, così come l’Umano.
Edificavano in un certo modo, seguendo certi moduli numerologici e geometrici, per creare frequenze terapeutiche.
Li si chiami come vuole, Maghi Merlino, sapienti, architetti del cosmo, ma il principio è uno solo, la corrispondenza tra umano e divino, tra la ciotola e la cupola, tra il tempo e l’eterno.
Tiziana Fenu
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