"La figura de Su Battileddu del carnevale di Lula (Nuoro) si erge nel panorama del Carrasegare sardo non come mero elemento folkloristico, ma come ierofania complessa, un punto di coagulo di significati stratificati che travalicano il tempo e lo spazio geografico.
Essa incarna, nella sua performanza cruenta e rituale, i temi universali del sacrificio, della purificazione e del rinnovamento cosmico.
La sua analisi richiede di spogliarla delle sovrastrutture contemporanee per rivelarne il nucleo archetipico, profondamente interconnesso con i cicli della natura, le pratiche sacerdotali dell'antica Roma (in particolare con la figura di Mamurio Veturio) e il vasto simbolismo del Carrasegare sardo, inteso come dramma sacro per il ripristino dell'ordine del mondo.
[...] La performanza de Su Battileddu, come documentata, è un "mimesis" rituale di una morte sacrificale.
È sicuramente la maschera più cruenta di tutta la rappresentazione scenica del Carrasegare.
La maschera indossa una pelle di capro, delle lunghe corna, e tiene legato alla vita "su chentu puzone", un omaso colmo di sangue e acqua.
L'omaso è il prestomaco dei ruminanti, situato tra reticolo e abomaso, noto per la sua struttura lamellare interna che assorbe acqua e nutrienti.
[...] Su Battileddu viene condotto, strattonato e punzecchiato con lesine e coltelli dalla comunità, affinché il sangue stilli e "fertilizzi" simbolicamente la terra.
È seguito da un corteo di "prefiche" (uomini travestiti da donne in lutto) che ne lamentano il destino con le litanie funebri de "sos attittos".
La ritualistica scenografica che ruota intorno a Su Battileddu ha già di per sé un simbolismo intrinseco.
Questo rito è una chiara rappresentazione del capro espiatorio, il cui sangue versato non è fine a se stesso, ma è sangue ieratico, veicolo di "mana", la forza vitale che, liberata attraverso la violenza rituale, si trasforma in principio di rigenerazione per l'intera collettività e per la terra.
La maschera, quindi, non rappresenta un individuo, ma simboleggia l'anno vecchio, le scorie del passato, il male accumulato, il vecchio che deve essere eliminato per far posto al nuovo.
Il fazzoletto femminile sul capo sottolinea ulteriormente la sua natura di vittima sacrificale legata alla fertilità, unendo in sé polarità maschili, rappresentate dalle corna, dall'aspetto animale, e femminili, rappresentate dal tessuto, dalla funzione fecondante del sangue.
Rappresentando la sinergia delle due polarità, questa simbologia sacrificale, necessaria al nuovo ciclo di vita, è esponenzialmente centuplicata.
Si manifesta, attraverso questa ritualistica, un interessante parallelismo romano, con Mamurio Veturio e i Mamuralia romani.
[...] La correlazione tra Su Battileddu e la ritualistica romana, trova un riscontro straordinario nella figura di Mamurio Veturio
Secondo la tradizione romana, Mamurio era il fabbro (un Kabiro, una figura iniziatica) incaricato dal re Numa Pompilio di forgiare undici copie dello scudo sacro (ancile) caduto dal cielo.
Doppio scudo che trova corrispondenza nel doppio scudo del nostro bronzetto il Guerriero di Teti, trovato ad Abini-Teti, che indica proprio la sinergia delle due polarità, un essere divinizzato.
L'abilità di Mamurio fu tale che le copie divennero indistinguibili dall'originale.
Per questo atto di perfetta duplicazione, che rischiava di banalizzare il "sacrum", Mamurio fu considerato colpevole e divenne l'oggetto di un rito di espulsione.
Durante i Mamuralia del 14 marzo, periodo che corrisponde al culmine del nostro Carrasegare, in una celebrazione che era legata alla purificazione delle armi e all'inizio della stagione militare, un simulacro di vecchio (o un uomo vestito di pelli) veniva percorso con bacchette di biancospino e infine cacciato dalla città.
Il suo nome, Veturio, deriva da "vetus" (vecchio), designandolo come incarnazione dell'anno morente.
Il parallelismo con Su Battileddu è strutturale e non meramente analogico.
Entrambe le figure si manifestano infatti come "artisti/colpevoli". Mamurio per aver duplicato il Sacro, e su Battileddu, in una lettura estesa, per impersonare il male o il ciclo esausto.
Sono comunque entrambe delle vittime espiatorie, che subiscono una punizione collettiva e ritualizzata, caratterizzata da percosse e punture, che richiamano l'azione necessaria del pungolare affinché le gocce di sangue, preziose, quindi centellinate, fertilizzino Madre Terra.
È la stessa dinamica del pungolare de S'Eritaju con il seno delle ragazze.
Essendo, sia Mamurio, che su Battileddu, portatori di purificazione, la loro espulsione o sacrificio simbolico purifica la comunità.
Fanno infatti parte di un più esteso Ciclo temporale, essendo associati a un momento di passaggio, rappresentato dalla primavera per i Mamuralia, e dalla fine dell'inverno/carnevale per Su Battileddu, attraverso due momenti contigui tra loro.
Questa corrispondenza suggerisce non un'influenza diretta, ma l'emergere di uno stesso archetipo rituale mediterraneo da un substrato culturale condiviso, dove la Sardegna avrebbe conservato forme più arcaiche e iconiche.
Contestualizzando questa specifica simbologia ritualistica, nel Carrasegare sardo, emerge una Danza del Cosmo straordinaria".
Tiziana Fenu
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Tratto dal mio libro"Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo.
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Referenza nel mio blog
https://maldalchimia.blogspot.com/2023/02/su-battileddu-di-lula.html?m=0
https://maldalchimia.blogspot.com/2025/08/il-pane-cabude-e-gli-ancilia-etruschi.html?m=0
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