Prima di narrare le vicende del territorio che lo ha custodito, è necessario soffermarsi sull'oggetto che di quelle genti ci restituisce la voce più intima e potente.
È un vaso a botticella, un piccolo scrigno d'argilla plasmato nell'Età del Rame (Eneolitico) e rinvenuto nella grotta di Su Concali de Corongiu Acca.
Non è un semplice contenitore, ma un microcosmo di significati, un inno silenzioso inciso nella materia.
Il corpo ceramico, modesto nella sua natura legata a Madre Terra, si anima attraverso un raffinato decoro inciso, una vera e propria scrittura sacra.
Vi leggiamo, in una sintassi di segni, la complessa cosmogonia di una società prenuragica.
I motivi a chevron (V rovesciate) si susseguono in moduli di cinque.
Il cinque, numero venusiano, evoca il pianeta della fertilità e il Toro, simbolo ancestrale della potenza maschile e celeste.
In questa danza di segni, il cinque celebra la sacra sinergia tra il principio femminile e quello maschile, la cui unione genera il quinto elemento, l’etere, il soffio vitale che permea l'universo.
La composizione si snoda poi in moduli verticali e orizzontali di tre e due.
Il tre, cifra della trinità dinamica (nascita, vita, morte) e della completezza spirituale, si intreccia con il due, emblema della dualità, della polarità e della terra. Insieme, narrano il perenne ciclo di creazione, morte e rinascita, e la feconda sinergia tra le due forze cosmiche.
Gli elementi romboidali, infine, sono inequivocabili nella loro iconografia.
Sono vulve, porte sacre della vita, grafemi del grembo femminile generatore.
I segni a zig-zag non sono una mera rappresentazione dell'acqua, ma un simbolo ben più profondo, poiché incarnano sia la Mem, l'acqua cosmica primordiale, il caos creatore da cui tutto scaturisce, sia la Shin, la fiamma del fuoco sacro, l'energia vitale e trasformatrice.
Il vaso stesso, nella sua forma a botticella, diviene così l'icona perfetta di un grembo cosmogonico.
Al suo interno, la terra (l'argilla) accoglie e contiene, mentre sulla sua superficie la sinergia delle due polarità è eternamente incisa, una preghiera laica di fecondità e rigenerazione affidata ai secoli.
È in questa terra, intrisa di significati simbolici, che si inseriscono le prime testimonianze di frequentazione umana nel territorio di Villamassargia, comune del Sulcis-Iglesiente. Risalgono al Neolitico, e a quella stessa grotta di Corongiu Acca che ci ha restituito il vaso, i materiali più antichi, riferibili al Neolitico medio.
Le grotte della zona conobbero una continuità di frequentazione sacra e abitativa per millenni, attraverso il Neolitico recente, finale e l'intera Età del Rame, come il nostro vaso a botticella dimostra.
A questi periodi sono riferibili anche le numerose Domus de Janas, che punteggiano il territorio, riproducendo in scala architettonica quel concetto di grembo materno della terra che accoglie i defunti per rigenerarli.
Successivamente viene lasciata un'impronta ancora più evidente, con i nuraghi Santu Pauli e Monte Exi che svettano come sentinelle di pietra, e le tombe dei giganti in località Monte Ollastu e Astia, sepolture collettive che perpetuano il culto degli antenati.
Ad Astia, la presenza di un pozzo sacro testimonia il culto delle acque, un altro tassello fondamentale nella religiosità di queste genti.
Il popolamento continuò in età romana, quando la vocazione territoriale si fece più pragmatica. Nella prima metà del II secolo d.C., venne realizzato un imponente acquedotto che, dalle sorgenti di Villamassargia, convogliava le acque fino a Karalis (l'odierna Cagliari), un'opera di ingegneria idraulica che serviva la crescente metropoli. Di questo periodo sono anche le fonderie, a testimonianza di quell'attività metallurgica che da sempre caratterizza questa zona dell'isola, dove la terra ha donato non solo simboli ma anche minerali.
Tiziana Fenu
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Vaso de su Concali de Corongiu Acca


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