"[...] La maschera bianca e asessuata è l’equivalente del “terzo occhio” che tutto vede, trascendendo la dualità maschile/femminile.
È in questo contesto di ieratica mediazione che si instaura un sorprendente e significativo parallelismo con la tradizione teatrale e rituale del Giappone.
Nel teatro Nō, forma drammatica lirico-danzata del XIV secolo di profonda spiritualità, l’attore protagonista, chiamato "Shite", “colui che agisce”, utilizzano le maschere per evocare entità e spiriti.
Indossandole, egli subisce una metamorfosi, fondendo il proprio animo con quello di un dio o di un essere sovrannaturale, riaffiorando passioni di un lontano passato.
Tra le maschere più aggraziate e pure del repertorio Nō vi sono proprio le maschere bianche Ko-Omote e Wakaonna, che rappresentano spesso figure femminili idealizzate o spiriti nobili.
Queste maschere, come quelle sarde, presentano un’espressione neutra, fissa, quasi inespressiva.
Tale neutralità, però, non è assenza, bensì un vuoto ricettivo.
Sulla scena, grazie alla maestria dell’attore, esse prendono vita, manifestando attraverso impercettibili movimenti del capo e giochi di luce una straordinaria varietà di sentimenti, in un crescendo di pathos controllato. Questo esatto meccanismo è osservabile nell’essenziale gestualità de Su Issohadore e nella statuaria presenza de Su Componidori, dove l’energia divina si trasmette non attraverso smorfie, ma attraverso l’Essenza che emanano.
Un’energia controllata e canalizzata.
L’attore Nō, nel momento in cui solleva la maschera al volto, non “interpreta” più, ma “incarna”, creando una dimensione atemporale di valore universale.
Allo stesso modo, Su Issohadore non è un semplice partecipante della ritualistica del Carrasegare, ma ne è il mediatore, colui che, puro (bianco) e intellettivo, che regola con sa Soha, la forza caotica e primitiva dei Mamuthones, il cui numero, spesso 12 o 6, richiama la simbolica numerica sacra.
Egli rappresenta il principio divino e ordinatore che tiene a bada l’istinto animalesco, permettendo un salto evolutivo.
Le origini di tale uso sono antiche anche in Giappone.
Già nel periodo Jōmon (1000-400 a.C.) si documentano maschere in argilla con grandi occhi rotondi, come gli occhi rotondi dei nostri Giganti di Mont'e Prama, forse usate in rituali sciamanici per viaggi simbolici nell’aldilà.
La danza sciamanica, chiamata Kagura, prevedeva l’incorporazione del Kami, la divinità, nel corpo della sciamana, spesso attraverso oggetti-veicolo, chiamati torimoro, prima ancora che con maschere vere e proprie.
Le maschere bianche della Sardegna rituale, degli Isshoadores e del Componidore, e quelle del teatro Nō giapponese condividono dunque una profonda funzione.
Quella di essere strumenti di trascendenza, filtri per l’energia divina, interfacce che consentono all’umano di accedere a una dimensione altra, eterna e pura.
Esse sono il segno visibile di un’investitura sacra
[...] ".
Tratto dal mio libro
Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo.
Il Sacro che genera Caos.
Il Caos che rinnova l'Ordine"
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Tiziana Fenu
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