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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

martedì, febbraio 25, 2025

💙28/2/2025 Novilunio in Pesci

 Venerdì 28 febbraio, abbiamo un novilunio in Pesci

Dopo il plenilunio in Leone, del 12 febbraio, con l'energia dell'Archetipo Nun di trasformazione, e l'Arcano Maggiore XIV della Temperanza, del quale ho approfondito a riguardo, in una profonda sinergia Fuoco-Acqua, che ci ha spinto fino a ritrovare il nostro Fuoco interiore, la nostra Essenza e Verità, coadiuvati anche dalle Celebrazioni di ieri, del Fuoco immortale di Vesta, chiudiamo questo mese di Febbraio, denso e ricco di metalinguaggio, con un novilunio che si manifesta in un giorno dedicato a Venere, sotto il segno dei Pesci, segno d'acqua, subentrato, con luna calante tra Scorpione, segno d'acqua, e Sagittario segno di Fuoco. 

Ingresso traguardato dal Sacro Archetipo Ebraico Mem, il tredicesimo, la Sacra Madre delle Acque Cosmiche e dall'Arcano Maggiore XIII della Morte. Siamo quindi in una energia totalmente femminile, di Acqua, controbilanciata, dal pomeriggio in poi, dalla luna calante in Sagittario, segno di Fuoco.

Si è giocato molto, in questo mese di Febbraio, di purificazione, nella dimensione dell'equilibrio, della sinergia tra Acqua e Fuoco, che pianeti, segni, Archetipi e Arcani Maggiori, hanno rappresentato.

Equilibrio necessario per avere discernimento, per non essere coinvolti dagli estremi a cui abbiamo e stiamo ancora assistendo, e vivendo.

Anche questo ultimo plenilunio sotto il segno del Leone è stato traguardato da un'intensa sinergia Acqua - Fuoco

Abbiamo avuto l'acqua della Nun, e il Fuoco del Sacro Archetipo Ebraico Shin, il ventunesimo, coadiuvato dall'energia dell'Arcano Maggiore XXI del Mondo.

Ci avviciniamo al wormhol energetico delle eclissi del 2025, che esordisce venerdì  14 marzo con eclissi lunare totale e  plenilunio in Vergine, in luna rossa di sangue. 

Avremmo poi un'eclissi parziale di sole sabato 29 marzo con novilunio in Ariete

Domenica 7 settembre eclissi lunare totale con plenilunio in Pesci  

Domenica 21 settembre  novilunio in Vergine con eclissi parziale  solare

Invece il 6 ottobre, il 5 novembre e il 4 dicembre, avremmo tre superlune, tre pleniluni straordinari che chiuderanno il 2025 con la luna Luna piena che si verifica quando quest'ultima si trova entro il 90% dal perigeo (punto di massima vicinanza alla Terra), rendendola più grande (fino al 10%) e luminosa (fino al 30%) di una normale luna piena 

Il 28 febbraio, oltre che in novilunio in Pesci, avremmo uno straordinario allineamento planetario di 7 pianeti, Mercurio, Saturno, Nettuno, Urano, Giove, Venere, Marte. 

La Terra è esclusa. 

Abbiamo avuto l'energia dell'Archetipo Shin, per il novilunio in Acquario del 29 Gennaio, che faceva da contraltare al plenilunio di  lunedì 13 gennaio, in Cancro, traguardato dall'Archetipo Nun. 

C'è una straordinaria reiterazione, quindi, anche per questo secondo mese del 2025, di questi due Archetipi, Nun( le acque trasmutanti) e Shin ( il Fuoco Sacro interiore).

Quindi l'Universo sta spingendo verso l'equilibrio. 

Anche Madre Terra, con i suoi diffusi movimenti tellurici che si sono manifestati da inizio anno ad oggi, sta cercando di trovare un suo equilibrio, un nuovo assetto. Dei punti di assestamento, perché si stanno muovendo energie fortemente squilibranti e disgreganti. 

È tutto, e il contrario di tutto. 

Per questo, ci vengono in soccorso anche i 7 pianeti allineati, proprio per questo novilunio, cosi come è stato per il 21 gennaio, stessi pianeti, per i quali vi rimando alla simbologia, nel mio scritto a riguardo ( https://maldalchimia.blogspot.com/2025/01/2112025-allineamento-6-pianeti.html?m=0). 

In quella data eravamo sotto l'energia dell'Archetipo Mem, il tredicesimo, le Acque Cosmiche della creazione, a cui è legato il nostro quattordicesimo Archetipo Nun di questo novilunio di Venerdì. 

Lo trovo abbastanza singolare. 

È come se ci fosse offerta una seconda occasione, per allinearci ad una frequenza superiore, quella dell'Universo, con due Archetipi, che traguardano questo evento, in successione, la Mem, e la Nun, l'Arcano Maggiore XIII della Morte e l'Arcano Maggiore XIV della Temperanza. 

Morire e rinascere, nell'equilibrio, nel saper fluire. 

Nel grembo dell'energia dei Pesci, che è segno d'acqua, amniotico, duale, speculare. 

Che ci mostra il dritto e il rovescio. 

Che ci indica il nostro punto di squilibrio. 

Trovo tutto ciò, estremamente interessante, perché il Segno dei Pesci, è collegato alla dimensione dei nostri piedi, del camminare e del progredire, e in psicologia archetipa junghiana, ha come archetipo di riferimento, il Dio Efesto, guardacaso, Dio del Fuoco, che era zoppo. 

Emarginato e scaraventato verso l'Abisso speculare dell'Olimpo, poiché non perfetto come gli Dei, approda nell'isola di Lemno, dove diventa il Maestro Supremo Artigiano del Fuoco, dei Fabbri, forgiando le armi divine, e diventando l'esperto dei meccanismi del cosmo. 

Questo dovrebbe farci riflettere su un aspetto molto importante. 

La ferita come veicolo di trasmutazione. 

La trasmutazione del nostro Archetipo Nun, che traguarda questo novilunio. 

L'acqua che scorre da una brocca all' altra, della Temperanza, collegata all'Archetipo Nun, necessita di una direzione, di precisione, di essere contenuta, altrimenti va dispersa. 

Il segno dei Pesci, ha come antipode il segno della Vergine. 

È l'asse che guida anche le eclissi di questo 2025.

Acqua, dispersione (Pesci) e terra( radicamento, razionalità, la Vergine) 

L'acqua necessita della terra, per essere contenuta, per portare dei frutti. 

Come vedete, è presente anche, spesso, l'elemento fuoco( febbraio è il mese della purificazione, che avviene attraverso l'elemento Fuoco, che si è manifestato proprio con in plenilunio appena trascorso, sotto il segno del Leone, e sotto l'Archetipo Shin, due energie molto potenti, di Fuoco. 

Il Fuoco serve all'acqua per dargli energia, attraverso il vapore, nobile elemento dell'aria

Per ricadere poi sulla terra, dove ha preso forma, portando abbondanza, ristoro e frutti, sotto forma di pioggia, in un ciclo riproduttivo continuo. 

E in questa metafora simbolica, con il ciclo riproduttivo, si evidenzia il parallelismo con il nostro corpo. 

I piedi, radicati nella terra, e la testa, elemento aria 

Lo spirito e la materia. 

Materia che può essere anche ombra, come le fronde e le Radici di un albero. 

La dimensione dei Pesci, è acqua, grembo, oscurità, è ventre di Madre Terra, è movimento sismico( e in questo si rispecchiano le ultime dinamiche di Madre Terra). 

Movimento sismico, che è funzionale a disallineare vecchi equilibri che non reggono più, e a trovarne di nuovi. 

Come la zoppia di Efesto, che, paradossalmente, ne trova uno nuovo, molto più consono alla sua Essenza. 

Acqua e Fuoco, esattamente come il glifo dei Pesci, che sembra la rappresentazione di una Luna Crescente e una Luna Calante, i due opposti, ma dello stesso ciclo. 

E tra questi due opposti, trovare il punto di equilibrio. 

La discesa. 

La risalita. 

La rinascita. 

Tanto quanto scendo, tanto posso risalire. 

Questa dialettica è integrazione. 

Attraversare, in tutte le sue abissali sfumature, il punto liminale di coesione. 

L'imperfezione che perfeziona, che è potenzialità all'ennesima potenza.

In modo da scoprire il nostro Talento, la nostra Maestria. 

Senza più la necessità di sentirci "artefatti", per stare dove non siamo riconosciuti. 

Ma per sentirci Arte, liberi, straordinariamente imperfetti, ma nel giusto posto. 

In Noi stessi. 

Un novilunio straordinario, che ha in sé anche l'intrinseca simbologia dei 7 pianeti allineati, come i nostri 7 chakra. 

Allineati a ciò che è pura e incontaminata energia. 

All'energia del Sacro Universo, che ci ama di un Amore infinito 

Con infinita gratitudine sempre 


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

28/2/2025 Novilunio in Pesci





💙Templi di Fuoco

 ĀTESHGĀH, TEMPIO DEL FUOCO 


Forse i fedeli dello Zoroastrismo non costruirono veri e propri templi per onorare il fuoco prima del IV secolo a.C. (Wikander, 1946), epoca in cui, a quanto pare, abbandonarono l’antica usanza di pregare solamente in luoghi aperti ed elevati (secondo quanto attestato anche da Erodoto). 

Poiché questo atteggiamento fu assunto per protestare contro i templi decorati con statue della dea Anāhitā. 

(Parentesi mia, dea delle acque, personificazione di Venere. 

Nell'Avesta, una raccolta di testi sacri dell'antichità Persia, nome che rimanda a Vesta, la Dea custode del Sacro Fuoco, di cui ho già approfondito- https://maldalchimia.blogspot.com/2024/02/il-giorno-della-memoria-del-fuoco-di.html?m=0- il nome è lo stesso di quello di un fiume mitico) che Artaserse II aveva fatto erigere in tutto il suo Impero, è possibile che il tempio del fuoco, ossia l’āteshgāh («la dimora del fuoco»), sia stato adottato quale reazione e contromisura (Boyce, 1975). 

Al suo interno, nel luogo in cui solitamente era collocata l’immagine della divinità, veniva mantenuto acceso un fuoco, alimentato con legna e sorvegliato da sacerdoti esperti nella presentazione delle offerte e nei particolari rituali che erano loro richiesti per il servizio a tale divinità.

L’Avesta non conosce i templi del fuoco, se si fa eccezione per un riferimento piuttosto generico contenuto nel Vendidad. 

L’Antologia di Zādspram, un testo pahlavi del IX secolo d.C., presenta invece una descrizione accurata. 

Le prime testimonianze relative alla fondazione di templi del fuoco si trovano, comunque, nelle iscrizioni sasanidi di Shāpūr I e del grande sacerdote Kerdēr (III secolo d.C.), nelle quali si parla di «fuochi di Vahrām» (ādur ī Warahrān) e di altri fuochi rituali (ādurān).

Esisteva, perciò, una gerarchia tra diversi tipi di fuoco. 

I grandi fuochi, quelli che erano definiti verethraghan («vittoriosi»), erano noti con il nome di fuochi di Verethraghna, lo yazata della vittoria. 

La procedura per dare vita ai fuochi più importanti combinava insieme le braci provenienti da molti fuochi ordinari. I fuochi minori, che venivano invece indicati con il nome di ātash ādarān («il fuoco dei fuochi»), erano a loro volta accesi mescolando le braci provenienti da focolari di membri delle quattro classi sociali tradizionali (sacerdoti, soldati, agricoltori e artigiani). 

L’ātash dādgāh, il fuoco domestico, infine, rappresentava un’ulteriore variante di fuoco minore. 

A partire dal periodo sasanide, in Iran la forma caratteristica dell’āteshgāh fu quella a chahār tāq («quattro archi»), costituita da una costruzione quadrata coperta da una cupola, a sua volta sorretta da quattro pilastri. 

Molti aspetti della storia e dell’evoluzione dell’architettura degli edifici sacri dell’Iran antico rimangono ancora oscuri. 

Oggi il fuoco più antico tra i Parsi dell’India è lo Ātash Bahram di Udwada. Per produrre un fuoco di questa categoria, sono necessari sedici fuochi diversi raccolti insieme (il fuoco di un pastore, quello di un soldato, quello della casa di un fedele zoroastriano, e così via), e la cerimonia di purificazione e di consacrazione deve riguardare dapprima ciascun fuoco singolarmente e poi tutti i fuochi insieme (Modi, 1937) 


Tratto da "Dizionario dei luoghi del Sacro" di Mircea Eliade Jaca Book Editore. 

Maldalchimia.blogspot.com 

Vaso sasanide in argento e dorato del IV-VI secolo, che si ritiene mostri Anahita. (Museo d'Arte di Cleveland)


*Nota mia 

Femminino, custode delle Sacre Acque e del Fuoco. È sempre stato così. 

Era troppo, troppo potente, per lasciare inalterato questo dominio, che non è mai stato tale, o sinonimo di una gerarchizzazione privilegiata, ma di un Custodire, che è ben diverso, come un grembo, in cui le due polarità agiscono in sinergia, per creare, non per distruggere 

( Tiziana Fenu ©®) 

Templi di Fuoco






sabato, febbraio 22, 2025

💛Mirto e bevande sacre agli Dei

 Cito un passo di Mircea Eliade, in cui parla di bevande sacre agli Dei, che offrono illuminazione e consapevolezza. 

Non cita il nostro mirto sardo

Nell'antichità, il mirto era pianta sacra a Venere, in quanto si riteneva che la dea, appena nata dalla spuma del mare, si fosse rifugiata in un boschetto di mirti. L'impiego fitocosmetico del mirto risale al Medioevo: con la locuzione di Acqua degli angeli s'indicava l'acqua distillata di fiori di mirto.

Del mirto ne ho parlato riguardo  la simbologia della maschera del nostro Carrasegare sardo, su Bundu, che rappresenta il Vento, ma, per meglio dire, l'afflato della consapevolezza, che ora, trovo molto consono con ciò che scrive Mircea Eliade a riguardo

Tratto dal mio scritto( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/12/bundu-bindubindi.html?m=0) 

"Figura antropobovina, dove l'uomo si fonde con l'animale, perché insieme, creano il seme, la potenza creatrice

La cosa straordinaria è che questa parola , Bundu, è assolutamente simile, nel grafismo, e anche nella simbologia, ad una parola sanscrita, "Bindu" , che riguarda proprio il chakra della creazione, l'ottavo chakra

Generalmente vengono presi in considerazione solo i nostri sette chakra, ma ce ne sono anche altri, ugualmente importanti

E il chakra Bindu, è importantissimo, proprio in correlazione anche a questa maschera Sarda del Bundu, perché anche il significato di questa parola Bindu, è "seme" 

Io non mi stupisco mai di queste straordinarie correlazioni semantiche e grafiche tra lingue diverse, soprattutto quando si tratta di lingue antiche come il sardo e il sanscrito, poiché  significa che i contatti e le contaminazioni tra le due culture sono stati notevoli

Il Bindu, quindi, che si trova nella parte centrale del cervello, è il punto di partenza della parte consapevole della creazione e delle vibrazioni, che si esplicano in una secrezione chiamata "nettare Bindu", l'amrita, e si trasmettono ad ogni cellula, legandosi al DNA, dando origine all'energia Bindu

È la sede del Conscio, della creazione consapevole, e dipende da noi, se fare  del Nettare del  Bindu, un'ambrosia immortale( ambrosia per i greci, amrita per gli induisti), lo stato più elevato della materia, la fusione degli opposti, la medicina sacra, per la propria vita o il veleno. 

Si parla di Bindu come principo femminile creativo principale. 

E qui la correlazione con la maschera del Bundu sardo è evidente . 

Le corna taurine /uterine richiamano la falce di luna, l'unione del principio maschile e femminile,, e nella simbologia induista,  rappresenta proprio questo, perche nessuno ha accesso a questo Bindu, tranne Parāśakti. (la Divina Madre Creatrice consorte di Śiva). 

Tutti gli atti del Divino hanno origine da questo Bindu, poiché solo qui avviene l’unione procreativa Divina di Śiva e Śakti.

La simbologia del Bindu è uno spicchio di luna, proprio come le corna del Bundu sardo, perché è collegato agli stati del sistema endocrino, alla coscienza individuale, che è una Coscienza parziale e momentanea rispetto all' infinità del Sahasrara, la conoscenza universale

I bramini, in questa parte della testa, sopra la prima vertebra cervicale, tengono un ciuffo che non radono mai, lo Shikha in sanscrito, da tenere legato stretto stretto per acquisire una consapevolezza indelebile del bindu

Ed è lo stesso motivo per cui i monaci cattolici, fino alla riforma del 1972, tenevano i capelli perennemente rasati in quella zona, creando la chierica, per favorire la consapevolezza e l' unione con il Divino. 

Perché di questo si tratta, sia che si parli di Bundu, maschera Sarda, seme creativo trasportato dalla potenza del vento, che di Bindu, seme della consapevolezza creativa, frutto dell' unione delle due polarità, dei due sposi Divini. 

Si parla di Bindu rosso come principio femminile creativo principale, come il mestruo femminile, come il colore rosso della maschera del Bundu sardo, il vento creatore, il caos primigenio, e del Bindu bianco come principio maschile, legato al liquido seminale, bianco come i baffi del nostro Bundu, l' unione dei quali, attraverso il concepimento, esprime la perfezione. 

Entrambe rappresentano la sede della creazione totale, l'essenza del cosmo, l'intelligenza umana creatrice e consapevole. 

E la forma ovale della maschera del Bundu sardo, insolita, tra le maschere, così ovale e rossa, richiama il Bindi ( che giostra.. Bindi/Bindu/Bundu), il segno rosso ovale o circolare induista, che viene posizionato tra le sopracciglia, nel sesto chakra Anja, in prossimità del terzo occhio, della sinergia tra le due polarità, dove vi è la sede della potente energia nascosta, il punto di uscita della kundalini. 

Si dice che il Bindi posizionato proprio in questo punto possa trattenere l'energia della kundalini. 

E la maschera del Bundu sardo, è proprio ciò che fa, energeticamente 

È come un grande Bindi, un punto rosso enorme del terzo occhio . 

Quel punto di consapevolezza, dove uomo e animale si incontrano . 

Dove nettare e veleno si incontrano . 

Dove vento e distruzione si incontrano

Dove maschile e femminile si incontrano

Il Bundu Sardo, come il Bindu, l'ottavo chakra, rappresenta il punto di equilibrio, il saper gestire il Fuoco interiore, il proprio nettare, la propria Amrita, con maestria, e convogliarla in energia feconda, creatrice, e non distruttrice, come può essere il vento che crea danni, invece di favorire il diffondersi dei semi, piuttosto che la loro dispersione

La maschera mette in contatto con la dimensione divina. 

Amplifica la maestria di Essere il divino in forma umana. 

Ecco perché il Bundu ha un "trivutzu" , un tridente in legno di olivastra. 

L' Olivastro, come l'olivo, è sacro

Con esso domina il fuoco, che significa dominare l'animalita' delle passioni, degli istinti animali. 

Fare arrivare le Fiamme ad una consapevolezza maggiore. 

Il  Bindu, l'Ottavo Chakra, il Seme creativo primordiale, è composto da tre "gocce", da tre semi creativi. 

Il Sole( Surya) , la Luna(  Soma) , il Fuoco( Agni), e sono le tre forze creatrici . 

Proprio come le tre forze del Tridente, de su trivutzu del Bundu. 

Il Sole e la Luna nelle corna taurine/uterine, e il Fuoco che attizza con Fiamme sempre più alte. 

Questo stato di non - dualità, esemplificato da una maschera che ha in sé sia elementi maschili che femminili, dove la mente è libera da vincoli, da realtà convenzionali, che è libera, come un respiro di vento. 

Questo "seme/nettare" è la base per il sorgere del corpo umano.

È la "Jnana", parola indù che deriva da "Jna", che significa conoscere, ha lo stesso significato della parola "gnosis" greca, la conoscenza catarchica e liberatrice. 

Jnana, "conoscere" . 

Troppo simile alla parola  " Jana" sarda

Perché essere Jana, significa conoscenza.  

Conoscenza ancestrale. 

Il Bindu produce, nel retro della cavità sopra il palato molle, il fluido, l'elisir di lunga vita, l'Amrita, immagazzinato poi dal chakra Lalata, il nono, sulla sommità della fronte, e riversato nel chakra della Gola, il quinto, il chakra Vishudda( avevo già scritto in un mio precedente post della correlazione tra Vishudda e "udda", due apparati creativi e anatomicamente simili- https://maldalchimia.blogspot.com/2020/04/blog-post_18.html?m=0) 


Uno che crea con il suono, e uno che crea con il "sono", che dà vita ad una nuova identità), che lo purifica e lo riversa nel corpo. 

Amrita, il nettare divino che dona l'immortalità, prodotta dal chakra Bindu, quando è attivo, quando siamo particolarmente creativi, connessi al Divino, è una secrezione altamente inebriante. 

Il Soma, nei Veda, e il Madya, il Vino Divino nei Tantra. 

Ne parlano molti poeti Sufi, come di un dolce vino che causa un' immediata ebbrezza. 

Lo stesso simbolismo dei rituali cristiani dove il vino è consacrato e bevuto come un Sacramento . 

Gli Yogi possono vivere di questo fluido, anche senza cibarsi, perché è il liquido della vita stessa, che serve a mantenere in vita il corpo fisico. 

Il nettare di Amrita, scende nel Terzo chakra, quello del plesso solare, Manipura, che è il centro energetico della nostra autoaffermazione, della nostra forza vitale umana, dei nostri desideri, talenti, aspirazioni, il nostro centro energetico del Fuoco, e lì viene bruciato. 

Per celebrare la Nostra Forza Vitale

Ecco perché "Su Bundu", la Maschera Sarda, attizza il fuoco. 

E nel contempo, celebra, d'obbligo, con il nostro nettare di lunga vita sardo : il Mirto.

Osservate 

Nelle lingue antiche, come nell'ebraico, le vocali non c'erano. 

aMRiTa

MiRTo

MRT in comune, nella stessa sequenza

Non mi stupiscono più queste coincidenze. Il mirto per noi è sacro. È nettare di lunga vita che connette al divino

È il simbolo stesso della Sardegna. 

Il nostro nettare immortale 

Nell'ugola, esattamente, abbiamo il Lalana chakra, o Talumula, una riserva ghiandolare, tra il chakra Bindu e il chakra Vishudda della gola. 

Quando il nettare amrita stilla giù da Bindu, oltre che arrivare anche al plesso solare, viene immagazzinato in Lalana, sopra il palato molle, nella cavità retronasale( si, proprio lì, dove arrivano con i tamponi nasali, a cercare il nettare dell' immortalità), e lì rimane inattivo, scorrendo verso il basso per essere consumato nel fuoco di Manipura, del plesso solare. 

Ma con alcune pratiche, si può convogliare verso il chakra della gola Vishudda, che è il chakra creativo della consapevolezza, che evita il deterioramento dell' aMRiTa e che vada a finire nel fuoco del chakra più  basso, quello del plesso solare, bruciato. 

L' aMRiTa, dovrebbe restare nei chakra alti, nel chakra creativo della gola,  il Vishudda, il chakra del Suono, della nostra emissione, della nostra manifestazione, in quel "suono che sana" . 

Si dice che quando la Kundalini è in Vishudda, si goda di eterna giovinezza.  

E il chakra Bindu rappresenta la potenzialità del seme

Il potenziale evolutivo dello stesso Dna

La ripetizione della forma divina originaria, quella Divina. 

Il Mirto in Sardegna e come l'aMRiTa, la celebrazione degli Dei. 

Mirto in sardo si dice " Mutta" 

Mutta

Mutteḍḍu 

Muttettu

Il mirto consente l'evoluzione, la ripetizione, la duplicazione di quella frequenza divina di immortalità . 

Pranu Mutteḍḍu ( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/12/pranu-mutteddu.html?m=0) 

Pranu, prana. Energia

Mutteḍḍu 

Lo abbiamo visto insieme, la volta scorsa, parlando di Goni, del Seme

( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/goni-il-gone-della-vita.html?m=0) 

Anche Goni è un seme, come lo è il Bundu, come lo è il Bindu

"Sa Mutta", il mirto, si ferma proprio lì dove si crea il Muttetto, nel chakra della gola

Lì si espande, e diventa creazione terapeutica, guaritrice. 

Sono convintissima che il mirto, oltre alle sue proprietà di pianta sacra, consacrata a Venere, all' Amore, utilizzato per gli incantesimi d'Amore e per mantenere vivo il fuoco dell' Amore, sia il nostro elisir di lunga vita, la nostra ambrosia, la nostra Sacra Amrita. 

Il nostro nettare degli Dei. 

I nostri geni " di lunga vita", sono oggetto di studio e di ricerche in tutto il mondo. 

Tanti fattori, sicuramente, che contribuiscono a questo primato, tra, cui sicuramente il mirto, il vero Principe indiscusso. 

Delizia del palato e dell' Anima, da secoli, probabilmente, e coadiuvante in tutte le pratiche sciamaniche che prevedevano una maggiore connessione con il Divino. 

Perché mirto è anche un po "morte" 

Morte di stessi, per lasciare spazio al Divino, che è già in noi, come un seme"


Tiziana Fenu

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

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"Questo stesso motivo – la derivazione di un eccitante dal corpo di un essere divino primordiale – si trova in molte altre tradizioni religiose, non ultimo l’istituto dell’Eucaristia cristiana. 

Alla fine dell’Ultima Cena, secondo i Sinottici, Gesù diede il vino ai discepoli dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati. Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio» 

(Mt 26,27-29 e paralleli). L’interpretazione letterale di questo passo è stata controversa lungo tutta la storia della Chiesa, e questa controversia è al centro del dibattito teologico sulla transustanziazione nella Messa. 

Altra storia che fa derivare gli stupefacenti da una vittima quasi sacrificale è quella persiana dell’origine del vino, in cui si narra come la vite si generò dal sangue del primo bovino ucciso. 

Quindi la spremitura dell’uva costituisce una riattuazione della morte del toro, e il vino così prodotto è considerato né più né meno che il sangue dell’animale ucciso, sangue che infonde in chi lo beve la potenza, l’energia e la forza vitale del toro (Zādspram 3,46), proprio come chi beve il vino sacramentale assume nel proprio corpo la natura sostanziale e il sangue stesso di Cristo, secondo una teoria radicale della transustanziazione. 

Ancora un altro mito di stupefacenti originati dal sangue di un essere primordiale ucciso si trova nel racconto norvegese dell’origine dell’idromele

riportato dal dio della poesia, Bragi, in risposta alla domanda: 

«Donde proviene l’arte della poesia?» (Skáldskaparmál 2). 

Il racconto incomincia al punto in cui i due principali gruppi di dei, gli Æsir e i Vanir, conclusero un trattato di pace sputando nella stessa tinozza e lasciando la saliva mescolarsi. 

Da questa mescolanza spuntò un uomo di nome Kvasir – lo stesso che impersona uno stupefacente noto in Russia come kvas, se il nome può darci qualche indicazione – individuo dotato di sapienza eccezionale, addirittura onnisciente. 

Kvasir fu poi ucciso da due nani, che mescolarono il suo sangue col miele e ne ottennero il primo idromele, bevanda di tale potere che, si diceva, «chiunque ne beva diventa un poeta o un dotto». Altre storie accompagnano questo «idromele della poesia» e narrano come cadde dapprima nelle mani dei nani, poi di giganti e venne finalmente messo in salvo dal più saggio degli dei, Odino stesso, che, per conquistare la preziosa bevanda, prese prima la forma di un serpente, poi di un'aquila.

Questa leggenda dell’idromele rapito ha notevoli riscontri coi miti di altri luoghi del mondo indoeuropeo (per esempio, il testo indiano Ṛgveda 4,26); ma è la parte della storia che narra l’origine dell’idromele a fornire un principio giustificativo religioso e una legittimazione dei suoi effetti miracolosi: ossia l’idromele può infondere conoscenza e illuminazione poiché in origine e in sostanza altro non è che il sangue degli uomini più saggi, oltre che la saliva degli dei. 

L’assunzione altamente ritualizzata, addirittura solenne, di bevande come idromele, birra, vino, in Europa, è stata una consuetudine caratteristica dei banchetti fin dall’antichità: si può anzi dire che avesse un’origine e un significato rituali. 

Come abbiamo visto, si riteneva spesso che bevande del genere partecipassero della divinità e mettessero anche in grado chi ne beveva di trascendere in modo evidente i limiti della normale condizione umana, infondendogli straordinari poteri di eloquio, di intelletto, di forza fisica e di benessere. Fluidi così potenti venivano anche

normalmente offerti come libazioni sacrificali, con cui si conferivano i medesimi doni agli dei, ai semidei, agli spiriti dei morti o all’ordine naturale stesso. 

In nessun luogo, tuttavia, le pozioni allucinogene vennero innalzate a significati religiosi così elevati come fra i popoli indoiranici, i quali conoscevano sia uno stupefacente profano chiamato surā, in India e hurā in Iran, sia una bevanda sacra (indiano soma, iranico haoma). 

Quest’ultima veniva investita di uno stato divino e di una serie straordinariamente complessa di elaborazioni simboliche. 

Più concretamente, questa bevanda – preparata spremendo la linfa da una pianta specifica e ottenendo un succo da mischiare con acqua, latte o miele, secondo i vari contesti rituali – aveva potenti effetti allucinogeni, ma, oltre a ciò, era considerata intensificante per qualsiasi scopo, capace cioè di accrescere tutte le capacità umane, procurando salute agli infermi, figli agli sterili, eloquenza ai poeti, intuito e acume ai sacerdoti, forza ai guerrieri, e lunga vita a chiunque potesse berne. Andando oltre, si affermava che soma e haoma assicuravano la liberazione dalla morte (sanscrito amṛta, letteralmente «non morte», spesso tradotto impropriamente «immortalità») sia agli dei che agli uomini, come nell’esultante Ṛgveda 8,48,3: 

"Abbiamo bevuto soma; ci siamo liberati dalla morte. Siamo andati verso la luce; abbiamo trovato gli dei! Ora, cosa può farci la tristezza? In verità, cosa può mai farvi il male della mortalità, o voi che siete liberi dalla morte?" 


Tratto da

Mircea Eliade "Dizionario dei Riti"

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Mirto e bevande sacre agli Dei




martedì, febbraio 18, 2025

💛Dolmen

 I Signori delle grandi pietre 

L’analisi del mito legato alla misteriosa terra denominata Iperborea e le implicazioni con il leggendario regno di Atlantide, comunque, non esauriscono i quesiti relativi alla discendenza dei Celti. In effetti, la possibilità che nell’età della Pietra una civiltà arcaica notevolmente sviluppata fosse stanziata sulle rive dell’Atlantico è assolutamente plausibile. 

Altrettanto possibile è il fatto che queste genti, successivamente, raggiungessero il Mediterraneo con i propri mezzi. 

Tale avvicendamento spiegherebbe in parte determinati aspetti di questa genesi tanto impenetrabile. 

Gli allineamenti di pietre disseminate tra l’area mediterranea e la costa atlantica sono la testimonianza di quanto ora ipotizzato. Questi monumenti megalitici, apparentemente rozzi, ma nella realtà enormemente elaborati e perfetti, celano una conoscenza superiore e rimandano a misteriosi culti di ordine iniziatico. 

Le grandi pietre, i dolmen e i menhir (o pietre lunghe) quindi, sono ciò che resta degli antichi luoghi di potere, veri e propri santuari druidici-preceltici. 

Il loro utilizzo come osservatori astronomici templi rituali, rimanda agli allineamenti celesti e alle costellazioni che questi giganti litici replicavano sulla Terra. 

Tra i monumenti sacri più significativi ricordiamo l’imponente dolmen di Bagneux (Francia), lungo diciotto metri e largo sei, coperto da enormi lastroni verticali e quattro maestose pietre di copertura, di cui la più grande pesa ben ottantasei tonnellate. 

Il santuario ricorda in maniera sorprendente le volte e gli archi delle cattedrali gotiche. 

Questi centri cultuali furono edificati 5000 anni prima dell’avvento del Cristo e 2000 anni prima della costruzione della grande piramide di Giza. 

I siti sacrali sono dislocati in varie parti del globo: Giappone, India e Sardegna, tuttavia la loro maggiore concentrazione (50.000) si rileva in una larga zona che parte dalla Scandinavia, passa per la Gran Bretagna e si protrae fino all’Italia. Al loro interno sono presenti simbolismi arcani, decorazioni geometriche simili alla forma labirintica che tanta importanza assumerà nelle cattedrali francesi dedicate alla Notre Dame

la Grande Madre che presiede all’archetipo femmineo. 

Un’antichissima rappresentazione in pietra e muschio del labirinto sacro è visibile in Svezia, nell’isola di Gotland, si tratta del labirinto di Trojerborg. 

La sua forma ricorda in modo sorprendente l’apparato cerebrale e ciò pone ulteriori interrogativi sulla sua destinazione d’uso. È interessante notare riguardo la disposizione delle pietre megalitiche, che i tremila menhir collocati a Carnac, in Francia, decrescono gradualmente in altezza da 60 a 6 metri, quasi a voler riprodurre la scala energetica correlata alle segrete linee di forza passanti per la superficie del pianeta. 

Quelle stesse linee magnetiche che i Celti sono riusciti a convogliare e a sfruttare in vari modi anche ritualmente, molto tempo dopo la disposizione e l’erezione di questi menhir da parte dei loro antenati. 

Alcune cerimonie venivano officiate in precise date astronomiche, come dimostra il monumento megalitico che sorge a Newgrange, in Irlanda, dove internamente ed esternamente sono celati complessi disegni, in prevalenza geometrici, che assolvono funzioni astromiche legate ai solstizi e agli equinozi ed esternano un simbolismo estremamente elaborato. 

In fondo alla costruzione, infatti, trovano posto un certo numero di motivi ornamentali che si possono osservare solamente una volta l’anno, quando a metà inverno vengono illuminati dalla luce del Sole. 

Questa soluzione costruttiva così voluta era in concomitanza con i cicli solari e con particolari cerimonie che qui venivano espletate. 

Secondo il parere degli archeologi poteva trattarsi forse di una tomba, ma a nostro avviso è alquanto improbabile. Se analizziamo alcuni elementi legati al fenomeno, vedremo che nulla in tale contesto è casuale. 

Quando il 21 dicembre (solstizio invernale) i primi raggi del Sole nascente si insinuavano attraverso fenditure appositamente progettate e collocate sul tetto, la luce inondava quella che è stata riconosciuta, senza un’adeguata indagine, come una camera tombale. 

Il periodo temporale durante il quale i raggi sostavano nell’ambiente era di diciassette minuti, come è stato possibile rilevare mediante osservazione e computo del tempo. Questo numero riveste enorme importanza nella mitologia celtica ed è riconducibile, per esempio, all’aimisir togu o età del consenso che corrispondeva al diciassettesimo compleanno, nel corso del quale i ragazzi divenivano uomini a tutti gli effetti. 

Diciassette è anche il numero di uomini che parteciparono al fantastico viaggio intrapreso dall’eroe mitico Maelduin, dietro consiglio del venerabile druido, che in questo elemento numerologico intravide delle particolari valenze simboliche. 

Le camere funerarie megalitiche delle tombe celtiche, a ogni modo, ripropongono temi e simboli fondamentali dell’umanità, come quello della spirale da poco enunciato, allusivo del complesso itinerario psichico per il ritrovamento, da parte dell’anima, del proprio principio e del proprio compimento. 

La scoperta di queste costruzioni in varie aree europee, connesse con le migrazioni delle popolazioni antiche, dimostrano la presenza di una cultura  preceltica che aveva raggiunto, come spiegato in più parti, sia un alto livello tecnologico, sia un livello altrettanto elevato dal punto di vista spirituale. 

In Irlanda, nella contea di Meath, è situato un tumulo (il tumulo di Knowth) provvisto di un unico corridoio sepolcrale, al cui interno sono state rinvenute grandi quantità di ossa bruciate e resti completamente calcinati di cremazioni umane. 

Accanto alle ossa erano posizionati recipienti di pietra contenenti queste ceneri e altri piccoli oggetti quali sfere di pietra, collane, ciondoli costituiti da minuscoli martelli e aghi d’osso con la testa a forma di fungo. 

Un riferimento alle sostanze psicotrope e ai funghi allucinogeni? Vi sono similitudini tra la tomba di Knowth e il corridoio sepolcrale di Gravinis, a Larmor-Barden, Morbihan, in Francia. 

In esso è presente anche una rappresentazione della spirale. 

Le sue curve, di grandi dimensioni, alludono esplicitamente al viaggio dell’anima, che attraverso il passaggio capitale della morte si addormenta, e in seguito rinasce nella camera centrale dell’edificio simboleggiante il Regno Celeste. 

Vi sono delle interessanti analogie con la religione stellare degli Egizi, il viaggio cosmico compiuto dal doppio eterico del faraone e il viaggio dimensionale simboleggiato nei monumenti funerari celtici. 

Anche il tempio astronomico e centro di calcolo più famoso dell’età della Pietra, Stonehenge, situato sulle colline di Salisbury (Inghilterra meridionale), rivestiva funzioni cultuali importantissime. 

Per mezzo di esso fu possibile prevedere con precisione eclissi solari e lunari per un arco di tempo di trecento anni. 

Questa forca di pietra, così viene indicato l’osservatorio preistorico il cui significato letterale è riconducibile alle parole pietre sospese, nasconde numerosi segreti. I Celti e i loro misteriosi sacerdoti che tra poco incontreremo, la classe druidica, furono profondamente colpiti dalle testimonianze residue di coloro che avevano innalzato templi ed edifici sacri, e con il tempo erano scomparsi. 

Il Cromlech di Stonehenge, risalente a circa 4000 anni fa, venne ereditato dai Celti che qui compivano rituali arcani. Trovandosi di fronte a questi monumenti di pietra, i sacerdoti celtici percepirono che essi sprigionavano una forza magica, che erano animati da una sorta di spiritualità o, per meglio dire, da flussi energetici e sacrali. Per questa ragione furono venerati e divennero il centro di una corrente cultuale e magico-operativa. 

Pietre vive che gettavano un ponte tra l’umano e il divino, tra il cielo e la Terra, messaggeri di pietra che unificavano la dimensione umana e quella sovrumana. L’attrazione dei Celti per quel luogo era fortissima e i Celti britannici vi svolgevano cerimonie ancora avvolte nel mistero. 

Secondo una ricostruzione abbastanza attendibile, le pietre centrali del complesso monumentale venivano addobbate con teli sui quali era raffigurato il serpente, simbolo legato alla duplice corrente sessuale mascolina e femminea, riconducibile anche all’energia Kundalini dormiente alla base della colonna vertebrale, da cui il caduceo di Mercurio traeva il suo potere. In seguito, una processione si dirigeva verso il tempio vero e proprio guidata dal bardo veggente, munito del suo bastone magico, accompagnato dai bardi minori, ciascuno recante con sé un’arpa e un’urna colma di frumento che simboleggiava la fertilità della terra. 

Si trattava dell’urna del dio Ceridwen e accanto a essa era collocata l’urna di Helio-Arkite, considerato il dio del diluvio che, secondo la mitologia celtica, tornò in possesso della Terra quando le acque si furono ritirate. 

La Terra rivestiva un ruolo di primo piano nel pantheon celtico, ed era contraddistinta da un triplice aspetto che la trasformava di volta in volta in colei che dava e toglieva la vita e presiedeva alla nascita, all’unione sessuale e alla morte del re che era il suo sposo terreno. 

La natura con i suoi fiumi, i suoi laghi, i suoi paesaggi, egualmente era l’espressione della Madre Terra la

Grande Madre. 

Esistono alcune analogie con i culti etruschi connessi con la corrente femminea e quelli celtici, come avremo modo di constatare più avanti.


Tratto da "I misteri dei Celti" di Stefano Mayorca. De Vecchi Editore


A sinistra dolmen di Bagneux, datato 4000-2000 aC

A destra  dolmen di “Sa Coveccada”, in territorio di Mores, provincia di Sassari, Sardegna, foto di Sergio Melis, sicuramente prenuragico. 

~~~~~~~~~~~~~~~~~~

Con oltre 10.000 nuraghi perfettamente costruiti,  oltre 1000 Tombe dei Giganti, un centinaio di pozzi sacri  e  oltre 2500 Domus de Janas solo in terra sarda,  abbiamo dubbi, sul fatto che il Megalitismo abbia avuto la sua massima espressione in terra sarda, e poi si sia manifestata anche in altri territori che hanno ospitato gli antichi Sardi? 

Le affinità, tra Celti e Sardi, sono innumerevoli. 

Celti, che non hanno fatto altro che raccogliere l'eredità dei fitti interscambi tra i paesi del Nord, specialmente Scozia Irlanda e Danimarca, e i nostri Sardi, e adottare come loro, usi, tradizioni, architteture e simbolismi, di chiara Matrice Sarda. 

Non furono certo i Celti a edificare nuraghi, Dun, pozzi sacri, e ad istoriare di simbologie, come i cerchi concentrici, le spirali, per esempio, ben presenti come simbologia della nostra società matriarcale. 

Se ne parla sempre in questi termini, superficiali e generici, dimenticando che il background culturale e antropologico di queste civiltà, è da ricercare nella Matrice Sarda. 

Sul numero 17 vorrei sottolineare che corrisponde al diciassettesimo Sacro Archetipo Ebraico Phe, con funzione "espansione", correlato all'Arcano Maggiore XVII della Stella. 

È un Archetipo che crea corresponsine, espansione, nella dimensione astrale, divina. 

Corrisponde al segno del Capricorno, che non solo rappresenta il Solstizio invernale, ma è considerata la porta degli Dei, in corrispondenza con la porta degli Umani, rappresentata dal segno drl Cancro, che governa il Solstizio estivo. 

Tutte le nostre manifestazioni megalitiche sono orientate ai solstizi, e la maggior parte proprio all'alba del solstizio invernale, come a sottendere che sono portali dimensionali per una dimensione "altra", più elevata, spirituale, riservata agli Dei

Tiziana Fenu 

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Dolmen












venerdì, febbraio 14, 2025

💛San Valentino/Valentia /Laurentia/Balentia

 Cercando se esistesse una Dea "Valentina", padedra del Valentino celebrato oggi, ho scoperto che una Dea Valentia, antichissima, era celebrata dai primi abitanti italici, e in particolare era celebrata sul colle Palatino, con il sinonimo di "Roma Dea". 

Nel corso del tempo, poi è rimasto solo il nome Roma. 

Casualmente, ma mai per caso, anche qui in Sardegna abbiamo, nel comune di Nuragus, un'antica città romana di Valentia, dove si trovano 38 nuraghi e una fonte Sacra.

Valentia. 

Nome molto simile alla nostra "Balentia" sarda, l'orgoglio, la regalità, il coraggio, la forza, il vigore tipico del popolo sardo.

La Dea Valentia, infatti era correlata alla dimensione ritualistica della buona salute, della guarigione, infatti nella nostra Valentia sarda si trova anche una fonte Sacra. 

Ma è un nome molto simile anche ad un'altra Dea, la Dea Laurentia, della quale ho già approfondito.

Da uno dei miei scritti a riguardo 

https://maldalchimia.blogspot.com/2023/08/dea-acca-laurentiaaccabadorasan-lorenzo.html?m=0

"Il nome Lorenzo rimanda a Larentia/Laurentia, ossia la Grande Madre, la controparte di Priapo. Una divinità itifallica, quella di Priapo, come tante altre, in ogni cultura. 

Abbiamo anche noi in Sardegna, il bronzetto itifallico di Ittiri, rappresentato mentre suona una launedda a doppia canna. 

Si presume risalente al VI sec.a.c., e richiama ad un contesto bucolico di riti e danze in onore di questa divinità della fertilità. 

Fertilità, che nella sua controparte femminile, Larentia, rappresenta l'elemento acqua, le lacrime di San Lorenzo, la pioggia, senza la quale il seme della fertilità non può germogliare."


Apro una parentesi, ripresa da un mio approfondimento sulla correlazione tra colle Palatino e Paulilatino( https://maldalchimia.blogspot.com/2022/06/solstiziopales.html?m=0), dove c'è il nostro Pozzo Sacro di Santa Cristina 

Colle Palatino sul quale edificarono, nel 753 aC il Pantheon( vi è correlazione anche tra lo stesso pozzo di Santa Cristina e il Pantheon romano - https://maldalchimia.blogspot.com/2024/04/simbolismo-del-21-aprile-santa.html?m=0) che presenta  una stessa cupola ogivale con oculo, come il nostro pozzo Sacro di Santa Cristina a Paulilatino, e molto altro. 

Scelsero quella data, perché avveniva la congiunzione del Sole con Palilicium, che era il nome latino di Aldebaran. 

Il nome Palatino, da cui deriva Palatium e Palazzo, discende da Pales, antica divinità agropastorale, celebrata proprio sul colle, il 21 aprile(Sigismondi Costantino). 

Quindi, il 21 aprile, traguardava la levata eliaca, di Palilicium, il nome latino di Aldebaran, e l'intero colle Palatino, e il Palazzo imperiale, sede dell'imperatore Augusto,  era dedicato a Pales e a Palilicium. 

Quindi la fondazione di Roma è legata a questa congiunzione, alla Dea Pales, e alla celebrazione del Natale romano. 

Un altro referente per la mietitura e per l'armatura, era la levata eliaca delle Pleiadi, figlie di Atlante sempre della costellazione del Toro. 

Attualmente, questa congiunzione particolare Sole-Aldebaran, per via della precessione degli equinozi, avverrebbe il 29 maggio. 

Ma ciò che mi preme sottolineare è la corrispondenza fonetica tra Palatino/Pales, e Paulilatino. 

Io credo che i romani non si siano inventati nulla. Hanno ripreso le ierofanie trasmutanti che si formano all'interno dei nuraghi, proprio durante il Solstizio (https://maldalchimia.blogspot.com/2022/06/trasgirazione-solstizio-estivo.html?m=0). Hanno ripreso la data del 21 aprile, e ne hanno fatto la celebrazione della Dea Pales, della fondazione di Roma, del primo Palazzo imperiale, della celebrazione della congiunzione del Sole, con la fonte divina, Aldebaran.

In Sardegna, sapevamo già da secoli evidentemente, che proprio in quel giorno il Sole era allineato ad Aldebaran. Considerando la precessione degli equinozi, può darsi che anche nel periodo di edificazione del pozzo di Santa Cristina( XI sec. aC), si presentasse questo allineamento, poi adottato in ambito romano. 

Come ho già scritto, il 21 aprile, traguardato dalla ierofania sul 12° anello della tholos a Santa Cristina, simboleggiava un parametro, sicuramente per verificare il grado di maturazione del grano, visto che il 12 simboleggia il Sacro Archetipo Lamed, con funzione "misura", per "controllare un alimento sacro come il grano. 

Ma molto più probabilmente, per onorare la dea Pales, la dea dei pastori, protettrice del bestiame, della pastorizia. 

Pales

Palilicium

Paulilatino" 


Quindi, chiusa la parentesi che mi è servita a sottolineare le corrispondenze tra il Pozzo Sacro di Santa Cristina e il Pantheon e il volle Palatino, dove venivano celebrate la  Dea Valentia, e poi successivamente, la Dea Laurentia, non è difficile trovare il nesso che lega queste Dee Madri della guarigione, legate alla dimensione ritualistica dell'acqua e dei pozzi sacri, a quella dimensione sciamanica rappresentata dall'uso delle launeddas, parola che ha la stessa radice di Laurentia, una dea Madre un po' più tardiva rispetto alla Valentia, ma che rimanda comunque alla dimensione dei riti di fertilità e guarigione. 


Ancora, dal mio scritto :

[...] I cristiani si inventarono la figura di San Lorenzo traendola dalla Divinità etrusca Acca Larentia, poi acquisita dai Romani, un tempo  Madre Terra, poi: Sacra Prostituta (che si prostra ), protettrice di plebei e della fertilità dei campi. 


Ma il periodo del 10 agosto, aggiungo, è simmetricamente opposto a questo periodo dei Lupercali in cui successivamente si è innestata la celebrazione di San Valentino. 

Gli Opposti solstiziali. 

La purificazione a febbraio   e le  celebrazioni del 10 agosto, che risalgono alle divinità fecondative che, oltre all'aspetto femminile di Acca Laurenzia, sono identificate nel maschile Priapo/Pan/Dioniso/Luperco/Inu/Fauno. Le Falloforìe, erano festeggiate il giorno dello Sciame meteorico annuale, come simbolo della pioggia del seme fecondatore che cade sulla terra."


Una celebrazione che appartiene alla dimensione bucolica del Dio Pan, fertile, riproduttiva, di guarigione e purificazione. 

Una dimensione che era di dominio del Femminino, di queste antiche dee Madri, e che nella nostra civiltà sarda, è rimasta, come traccia architettonica, nelle innumerevoli fonti sacre, tra cui spicca il pozzo Sacro di Santa Cristina, profondamente correlato alla simbologia intrinseca del Pantheon e del colle Palatino. 


"A livello rappresentativo, abbiamo nel nostro suonatore di Launeddas di Ittiri, un essere divinizzato, un Pan della fertilità. 

Ho già sottolineato, nel mio scritto, come il nome Laurentia abbia la stessa radice della parola Launeddas, il nostro tipico e ancestrale strumento a fiato sardo.

Dal mio scritto

( https://maldalchimia.blogspot.com/2023/08/dea-acca-laurentiaaccabadorasan-lorenzo.html?m=0) 

" Il suono delle launeddas, è un suono ritualistico, sciamanico, ipnotizzante, che veniva sicuramente usato per le cerimonie ritualistiche, per le pratiche sciamaniche.

Un suono come uno sciame d'api( "sciame/sciamanico"), che agisce a livello vibrazionale, alterando gli stati di coscienza.

I nostri Antichi Avi, lo sapevano bene.

[...] Ma, come possiamo notare, Laurenzia/Laurentia, ha la stessa radice "Lau-", di Launeddas, e, Acca Laurentia, rimanda, con quella H, all'equilibrio delle due polarità, così ben rappresentato dal Sacro Femminino, fin dai tempi di Inanna, rappresentata a braccia aperte, mentre domina due serpenti, o leoni, le forze della natura più potenti.

E la H, graficamente, nell'Antica scrittura Sarda, era rappresentata proprio dalla Tanit.

Un equilibrio mercuriale ( il Mercurio ha una polarità femminile che interagisce con lo zolfo, di polarità maschile) tipico delle creature divinizzate, come questo bronzetto itifallico, precursore di San Lorenzo, del Priapo, figlio di Dionisio e di Afrodite, della stessa Laurentia, la grande Madre della fertilità e dell'abbondanza, c'era lui, il nostro bronzetto di Ittiri, simbolico in ogni tratto. 

[...] Ma ho scoperto altro, che mi fa pensare che questa antica divinità ancestrale,  Laurentia, di Dea Madre, affondi le radici nella nostra Antica Civiltà Sarda.

Oltre la radice" Lau-", in comune con le nostre Launeddas, rappresentate come elemento caratterizzante di quel bronzetto sardo itifallico precursore del Priapo, del Dionisio, e di quello stesso San Lorenzo, vi è un questa Dea, Matrice Androgina, un elemento che mi fa pensare che abbia una Matrice sarda.

Il suo nome per intero è Acca Laurentia, come ho già scritto, adorata soprattutto in ambito etrusco( ma molti studi, attualmente, identificano gli Etruschi, con gli antichi Sardi abitanti dell'Etruria, considerazione che condivido totalmente, visto le numerose similitudini che io stessa ho evidenziato, tra le due civiltà, nei miei scritti).

Una Dea prostituta, protettrice di Roma, che inizialmente era considerata una dea pennuta, in quanto correlata alla morte e al mondo dell'oltretomba.

Una Dea che agiva nell'ambito della prostituzione Sacra, e che probabilmente fu la Matrice del mito di Romolo e Remo, i due gemelli allattati da una lupa".


Apro un'altra parentesi. 

Luperco, è il dio celebrato durante il Lupercoli, i riti di purificazione di questo periodo in cui si celebra San Valentino, ma inizialmente, doveva essere una figura femminile, una Lupa, poi scalzata, declassata, da una divinità mascolina 

E ancora, sempre dal mio scritto:

"In questo senso, le Sacerdotesse di questa ierodulia in onore della Dea Laurentia, erano chiamate Lupanare, poiché durante le sacre cerimonie, indossavano le pelli di lupo.

L'appellativo "Acca", Acca Laurentia, riprende la parola sanscrita "Akka", che significa Madre, appellativo applicato anche a Demetra.

Ma c'è da sottolineare che Acca Laurentia, in questa sua peculiarità, ed emanazione, sia legata al mondo dei morti e dell'oltretomba.

D'altronde, anche Demetra, simbolo di Madre e della ciclicità delle stagioni( dei solstizi in particolare) esemplificativa della metafora delle stagioni, in collegamento alla figlia Kore, è legata allo stesso concetto di vita e di morte, alle tenebre come momento catarchico di passaggio per una nuova vita.

E in questa dimensione, la Dea Acca Laurentia, era identificata come la Dea Muta, silenziosa, dei Sacri Misteri, celebrata come Accalia, il 23 dicembre, durante il Solstizio d'inverno.

Ho già scritto più volte, come i solstizi siano legati al Sacro Femminino.

Ciò che mi stupisce di questo aspetto di questa Dea Laurentia, è che, non solo, la radice del nome, rimanda alle nostre launeddas, simbolo sciamanico di potenza rigeneratrice, ma anche il nome Acca, in questa precisa manifestazione di Dea dell'oltreromba, rimanda alla nostra figura portante delle nostre antiche tradizioni, legata alla dimensione misterica della vita e della morte, è quindi alla dimensione della sacralità dell'oltretomba.

Sto parlando della figura dell'Accabadora, sulla quale ho già approfondito, per la quale vi rimando ad un mio scritto( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/simbologia-de-s-accabadora-in-sardegna.html?m=0).

Ciò che vorrei sottolineare adesso, è che la parola "Accabadora", contiene la radice "Acca", la stessa della Dea Laurentia e della Dea Demetra..

Il filo conduttore è la dimensione del l'oltretomba, e la capacità di rinascita, in seno ad essa.

La figura de S'Accabadora, è una figura Sacra.

Aiuta nel passaggio alchemico dalla vita alla morte, trasmutando il dolore, equilibrando la sofferenza, con una ritualistica che è sempre stata estremamente rispettata.

La stessa "Acca", presente nel nome, anche nelle due Dee, richiama all'equilibrio necessario, mercuriale, per accedere a questa transizione.

Mercurio, Hermes, Thot.. Si parla di equilibrio delle due polarità, per accedere ad una dimensione superiore, divina, in cui L'umano viene trasceso.

Perché, se non vi è equilibrio, non vi può essere possibilità di trasmutazione.

Ne ho sempre parlato.

Il Sacro Femminino, è, per eccellenza, il custode di questo equilibrio, delle due polarità, dei due estremi, poiché è essa stessa, l'elemento mercuriale ( il mercurio, in alchimia è considerato come l'energia femminile, mentre lo zolfo, è Energia maschile), è equilibrio di per sé, e quindi può gestire anche gli estremi, che a livello astronomico, corrispondono ai solstizi, gli estremi della luce e del buio, rappresentati quasi sempre da leoni e da serpenti.

Abbiamo moltissime Dee e Veneri, anche molto antiche, come ho scritto altre volte, rappresentate dalla simbologia dei Serpenti e dei Leoni, gli estremi della dimensione del sottosuolo, del buio, della dimensione lunare, e della luce, della dimensione solare.

La nostra Accabadora, come dice il verbo sardo "accabare" ("finire"), pone fine, con rispetto, ed equilibrando il passaggio, con tutta una ritualistica particolare, alla vita in questa dimensione, per consentire la rinascita, equilibrata, come la H, la Acca-, mercuriale del suo nome, nell'altra dimensione.

Sono molto propensa a credere che questa Dea, Acca Laurentia, definita "etrusca", abbia origini qua in Sardegna, visto il suo collegamento con il primordiale San Lorenzo/Priapo/Dionisio, di cui il nostro suonatore di Launeddas, è primordiale rappresentante.

C'è anche l'aspetto della Dea silenziosa, della Dea muta.

Avevo scritto, tempo fa, di un nostro bronzetto sardo, in cui si rappresenta una Madre che tiene in braccio, non più un bambino, ma un uomo, già che fa il gesto del silenzio( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/03/seu-sou-seu-sousono-solosono-luovo-l.html?m=0). 

Un essere, che non è sicuramente un bambino, ma che ho sempre considerato come un anziano, perlomeno un adulto, che sta per passare in un'altra dimensione. 

Scrivevo:

"E questo Horus, è rappresentato in un'immagine iconografica che nell’arte egizia (anche geroglifica) è chiamato il "signum arpocraticum", che indica l’età infantile, ma già nella consapevolezza dell' età adulta, di chi porta l’indice destro alla bocca. 

Così fa Arpocrate, figlio di Iside e Osiride. 

Plutarco ne rilegge il gesto a comando del tacere, inaugurando un simbolismo che sarà universale. Nei templi antichi, per poter accedere ai Misteri Iniziatici e stare nei templi, bisognava osservare un anno di assoluto silenzio. 

Era il silenzio del segreto, dell'abbondanza , della conoscenza segreta". 


Nell'immagine, la Dea Valentia, poi chiamata Dea Roma, della sanità. 

Ancora oggi, il saluto tipico dei sardi, è "saludi" un beneaugurio di buona salute, mostrando il palmo della mano aperto, che ha tutta una sua simbologia intrinseca, per il quale vi rimando alla lettura, nel mio link di riferimento ( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/simbologia-del-palmo-della-mano-in.html?m=0) 

Un'antica benedizione di queste Dee Madri della salute, della guarigione. 

Come vedete, andando a scavare, partendo da una mia semplice curiosità riguardo al fatto che potesse esistere o meno una versione femminile di San Valentino, identificata con Valentia, si va, a ritroso, sempre al fulcro Monadico, originario delle altre civiltà, della nostra Antica Civiltà Sarda. 

Per quanto ne possano dire, che siamo pervasi da un sardocentrismo inguaribile, attendo, come sempre, confronti validi a discredito, che puntualmente, non arrivano mai


Tiziana Fenu 

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San Valentino /Valentia/Laurentia/Balentia







giovedì, febbraio 13, 2025

💙San Valentino 2025

 #SanValentino


San Valentino. 

La festa dell'Amore, degli innamorati.

Quando qualcuno ci piace tanto, diciamo che ci fa salire l'ormone. 

Ma cosa significa la parola ormone?

Sono andata a vedere l'etimologia.

Incredibile.

Deriva originariamente da una parola greca, "hormo" , che significa "mettere in movimento", "impulso dell'essere", la "forza dell'Essere" .

L'ormone. 

Cosi piccolo, eppure in grado di rivitalizzare l'organismo umano.

Eh si, perché quando ci si innamora, o ci piace intensamente qualcuno, le ghiandole endocrine producono ormoni che ci ringiovaniscono e ci rivitalizzano. 

Si ruota intorno all'Amato come fosse un sole, vicendevolmente, e da questa collisione di orbite d'Amore, nascono nuove dimensioni. 

Dove ognuno dei due porta la sua

dimensione.

L'uomo è uragano, la donna nido. 

L'uomo lotta, la donna è tenerezza. 

I tanti templi edificati per onorare l'Amore parlano di questo.

Uomo e donna, insieme, permettono che il sole entri nella loro dimora. 

Nell'antica Lemuria, nel continente Mu, si narra che ci fossero due modi per riprodursi. 

Il primo, quando le razze umane furono guidate dai "Kumara"( nome che ricorda le Kumari, le  bambine vergini sacre  indiane, considerate la reincarnazione della Dea Durga, la grande Dea Madre) in alcuni templi sacri per ricevere il sacramento del sesso e riprodursi con lunghi viaggi in determinati periodi Lunari.

A questa memoria si deve l'origine della luna di Miele.

Tra gli antichi popoli di Anauach, c'era Xochipilli, il dio del canto, dell'amore e della bellezza, che insegnava a conservare le delizie della luna di miele, perdonando, accogliendo, comprendendo. 

I Lemuriani sublimavano la libido sessuale e avevano grandi poteri cosmici. 

Pare che le donne partorissero senza dolore, come è menzionato brevemente nella Genesi e in molti altri libri religiosi. 

Parlavano con caratteri universali runici, conservati sino a poco tempo fa dai Vichinghi del nord, con potere sugli Elementali della natura. 

Sublimavano il loro orgasmo, senza espulsione, se non per procreare, e questo seme non espulso, creava un'energia che rivitalizzava l'intero organismo umano, riuscendo a vivere dai dieci ai 15 secoli, e potevano vedere perfettamente le dimensioni superiori della natura e del cosmo.

Vedevano la terra esattamente per quel che è: multidimensionale. 

A Lemuria, prima di accoppiarsi nel tempio, l'uomo e la donna passavano per brillanti cerimonie mistiche, il Tao dei cinesi, l'INRI degli gnostici , guidati dall'energia suprema di Dio. 

Si dispersero, quando iniziarono a copulare al di fuori dei templi, ribelli contro i Kumara, allontanati poi dai templi dei misteri, atrofizzati nelle loro facoltà trascendentale, e iniziarono a lavorare e partorire con dolore.

Le antiche civiltà come i Maya, Toltechi e Nahua, e anche la stessa Bibbia, accennandone, parlano di questa "devoluzione" umana. 

Ma c'è un segreto, per ritornare all'evoluzione. Ne parla Freud.

Si tratta della sublimazione dell'energia creativa.

Si è lasciato l'Eden  attraverso il sesso, e attraverso questo, l'uomo ci deve ritornare. 

E la chiave per ritornarci, è l'Amore. 

Che è la particella di divino dentro noi, che compie prodigi meravigliosi. 

I "Valentinias" avevano la loro scuola, dove studiavano i misteri del sesso e i misteri lemuriani e Valentino, lui, proprio il "San Valentino", il fondatore, era un grande maestro illuminato. 

Valentinus era un grande maestro dell'Amore(nato nel 135 d.C.).

Formo' una scuola chiamata "Valentinians", e in questa scuola erano dediti allo studio del cristianesimo esoterico in tutti i suoi aspetti. Sappiamo che era un egiziano filosofo, teologo, predicatore, istruito ad Alessandria, sull' Egitto e sulla Grecia, ma soprattutto venne istruito secondo i Logoi, i "detti del Signore", secondo i canoni più Gnostici dell'esoterismo cristiano di cui lui fu il sommo rappresentante e che gli costò la scomunica. 

Secondo i Velentinians, Dio non creò il male, ma fu creato dai suoi eoni rappresentanti, da quella Sophia (portatrice di semi spirituali da "elevare" verso il Divino) impregnata di Desiderio, necessaria per creare il mondo materiale(creato dal Demiurgo), ma che si eleverà al mondo divino quando si unirà in sigizia, dal greco "syn+zygon", che significa "con giogo", ed indica il momento in cui la Luna si trova in congiunzione( Luna nuova) o in opposizione( Luna piena) al Sole.

Quindi  indica un matrimonio alchemico( tra Luna e Sole) con l'Eone perfetto Gesù (di cui il Cristo psichico terreno, è solo un rappresentante, forse  mai veramente morto sulla croce, ma solo simbolicamente, per insegnare cosa è l'amore). 

Tra gli antichi popoli di Anauach, c'era Xochipilli, il dio del canto, dell'amore e della bellezza, che insegnava a conservare le delizie della luna di miele, perdonando, accogliendo, comprendendo. 

Ecco il significato intimo di San Valentino.

L'amore purificato da ogni velleità egoica, ma anche amore come impegno costante. 

E allora , in questo senso, acquistano un grandissimo valore le sacre parole del Cantico dei Cantici:


"Mettimi come sigillo sul tuo cuore,

come sigillo sul tuo braccio;

perché forte come la morte è l'amore"


Il Sigillo

"Sigillo", deriva dal latino "sigillum", diminutivo di "signum", "segno"), ed è un marchio destinato a garantire l'autenticità di un documento e rendere esplicita la sua eventuale divulgazione o la sua alterazione. 

Mettimi come un segno di autenticità indelebile sul tuo Cuore, che non andrà via, che resterà come un tatuaggio, sul tuo cuore e sul braccio, entrambi simboli di forza. 

Sul cuore, che batte e ti dà la vita, e sul braccio.

Braccia che mi sostengono anche quando, da selvaggia, e in preda agli istinti, vorrò scappare via. 

E allora sì, l'amore sarà più forte della stessa morte, perché la morte ci spoglia di tutto, mentre l'amore ci restituisce tutto. 

Soprattutto noi stessi, la nostra piu' autentica identita' attraverso l'altro. Quel Sigillo vero, autentico, che rimane inalterato nel tempo, nella sua Essenza, e che diventa per noi, motivo di vita, di forza e di orgoglio. 

Motivo per sconfiggere la Morte, che è solo illusione di divisione. 

Perché, come dice Dylan Thomas "Benché gli amanti si perdano l’amore sarà salvo;

E la morte non avrà più dominio". 


Quest'anno, San Valentino, cade in una giornata di venerdì , governato da Venere, da un energia Femminina

L'Archetipo che governa questa giornata è un Archetipo Ayin, il sedicesimo, con funzione "corrispondenza", correlato all'Arcano Maggiore  XVI dea al Torre. 

Ayin è anche la Sorgente, l'occhio divino, la facoltà del Terzo Occhio. 

La capacità di percepire oltre. 

Una capacità che si affina quando si demoliscono gli esoscheletri, le proiezioni, quando brucia tutto il superfluo. 

Tutto ciò che non è, e che non trova, appunto, corrispondenza in noi. 

Siamo ancora sotto il riverbero di questo, appena passato, plenilunio in Leone, che ci ha infiammati di nuova vitalità. 

Fuoco e neve

Fuoco e ghiaccio. I due opposti. 

Ci ha offerto una mente lucida, molto attiva, molto dinamismo energetico. 

Molte emozioni, corrispondenze e sincronismi. 

L'apertura del cuore, come non succedeva da tanto tempo. 

In verità 

L'elemento alchemico e trasformativo del Fuoco, preponderante per la Luna Piena, si radica, nell'elemento Terra, della luna calante in Vergine, per questo passaggio per San Valentino. 

Senza Fuoco, non si può onorare l'Amore. 

E non si può onorario, se non lo si concretizza nella dimensione terrena, visceralmente. 

È un valore aggiunto alla "corrispondenza d'Anima". 

È il Fuoco, ad alimentare una relazione, di qualsiasi tipo essa sia. 

A maggior ragione, in una relazione amorosa, di conoscenza, di corteggiamento, di primo approccio. O di prospettiva, di progettualità. 

Per chi è particolarmente sensibile ai flussi di energia, non è difficile percepire quanto Fuoco può avere una relazione. 

Te ne accorgi subito. 

Perché ne hai memoria. 

Ne hai memoria animica. 

Ne hai memoria cellulare. 

Ci sono persone che ci "fanno sangue" da subito. 

È una vibrazione sottile 

Un corto circuito inspiegabile. 

Ma non è più tempo per i giochi, per le mezze misure, per le energie tiepide. 

Vengono a noia. 

Non nutrono. 

Non circolano. 

Diventano autoreferenziali, senza corresponsione.

Ma non è la mente, a decidere. 

È come se si avesse il pilota automatico inserito. 

Va da sé. 

Percorre i percorsi energetici che vibrano, che emozionano.

Che hanno l'esclusiva, la totale Presenza del contatto. 

Perché, l'energia condivisa, sparpagliata qua e là, giusto per presenzialismo occasionale, specie quando è flebile, non arde di vita, di Presenza, di Passione, ma di noia, di passatempo, di occasione circostanziale, perde forza, intensità. 

Scema, e non crea. 

Non coinvolge. 

Annoia.

Si accartoccia su se stessa. 

Come una foglia morta, che, nonostante venga vivificata dal fuoco, non fa Fiamma, non arde quel tanto necessario a scaldare. 

Perché era già morta. 

Si accende, brucia, per quel lasso di tempo brevissimo che gli è concesso dal Fuoco, ma non può ardere insieme ad esso. 

Per ardere insieme, bisogna essere entrambi Fuoco, in modo che nessuno dei due, riduca in cenere l'altro. 

Allora si diventa un unico Fuoco. 

Un'unica Fiamma. 

Si arde insieme. 

L'energia circola fluida.

Si divampa insieme. 

Perché c'è Presenza, esclusività, voglia di entrare davvero nella dimensione energetica dell'altro. 

Molti San Valentino si passano fisicamente da soli. Ma animicamente dobbiamo percepire quella pienezza, che è l'unico Dono che si può fare all'altro, in caso( in "fortuitissimo" caso) dovesse esserci, dovesse essere al nostro fianco. 

Deve poter sentire, che non abbiamo "bisogno" di lei o di lui, per colmare un vuoto. 

Ma per essere, insieme, quella Completezza e Integrità, che va oltre l'umano, e che forse, da soli, in questi termini umani, non si può raggiungere. 

Deve poter sentire la trascendenza dell'Unione. Del salto quantico, possibile solo insieme, per ripristinare la Monade Originaria. 

Non può sopperire a "mancanze terrene, umane", altrimenti l'alchimia spirituale, non si crea, non si crea trascendenza, alchimia profonda, d'Anima. 

Dove far l'amore, da Umani, diventa "Essere Amore", da Umani consapevoli, portatori di quella Coscienza Cristica, che va al di là della forma, della divisione, dell'assenza, della lontananza, del silenzio. Del vuoto. Semplicemente perché "si è Amore", e si festeggia l'Innamorato sempre. A prescindere. 

Si, che sarebbe meglio averlo a portata di bacio e di coccole. 

Ma talvolta, è richiesto anche questo. 

Benedire, anche questo. 

Perché la nostra controparte animica è sempre con noi. 

Il manifestarsi o meno, dipende da una serie di coordinate già prestabilite, per il nostro percorso d'Anima. 

Niente è andato perso. 

Ne abbiamo il ricordo e l'esperienza a livello animico, e ci si è amati così tanto, da viverne di rendita, tanto era in esubero l'Amore. 

Si riconosce subito la controparte animica. 

È quella per la quale, e con la quale, si può vivere anche senza. 

Un ossimoro in termini. 

Tanto, le Anime così, che hanno questo ricordo a livello sottile, sono perennemente in questa dimensione sospesa. Vivono, ma sempre con un velo di malinconia negli occhi. 

Per la perfezione e l'intensità di ciò che si è vissuto, prima della divisione. 

Per la Bellezza, e la Completezza. 

Si bastava a sé stessi. Come una Galassia con due Soli. 

Abbiamo imparato a rilucere, a portare luce nel buio, anche da soli. 

Fiamme solitarie. 

Perché davvero, soli, non ci siamo mai sentiti. 

Sentivamo l'energia dell'altro. 

La sua forza, ci ha dato coraggio, squarciando il silenzio, e attraversando linee spazio-temporali, che percepiamo, anche se non vediamo.

Il suo dolore, pur con esperienze diverse, ci ha unito in un'unica lacrima. 

Il suo Amore, è ancora sintonizzato sulla nostra Frequenza. 

C'è un'espressione, in inglese, per definire l'innamoramento, che mi piace da morire. 

"To Fall in Love". 

"Cadere nell'Amore". 

Ecco, se "cadi" dentro l'Amore, non puoi evitare di "essere Amore". 

Anche senza un "Valentino" e una "Valentina" 

L'Amore ti riconoscerà, e prima o poi ti restituirà ciò che ti è stato momentaneamente sottratto. 

Il tempo per manifestarci in Pienezza.

In modo da non essere un "vuoto", che incontra un altro "vuoto", sai che noia, ma due pienezze che creano un nuovo Universo. 


Buon San Valentino di Pienezza. 


Tiziana Fenu

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(opera di Roberto Ferri)

San Valentino 2025



💚Dea Madre Valle dell'Indo

 Questa Dea Madre della Valle dell'Indo, ritrovata a  Mathura, India del Nord, Cultura Shunga, III-II secolo a.C, mi richiama moltissimo la Dea Madre Lajja Gauri con la testa di loto, di cui avevo approfondito in un mio scritto( https://maldalchimia.blogspot.com/2021/06/la-dea-lajjra-gauris-s.html?m=0), una dea indù associata all'abbondanza e alla ses*sualità, interpretata da alcuni come la divinità creatrice. Il suo culto è diffuso in tutta l'India, specialmente nelle regioni tribali dell'India centrale e meridionale. Il suo potere è enfatizzato dalla rappresentazione simbolica della vulva, che è rappresentata con un fiore di loto al posto della testa.

Sembrerebbe che anche questa Dea abbia tre fiori di loto in testa, il cui numero di petali è variabile. 

Il loto come simbologia di bellezza, di rigenerazione continua, di purezza. 

Mi colpiscono gli occhi, che hanno una conformazione a mandorla, a vulva, quasi, il suo potere fecondante, passasse anche attraverso il suo sguardo. 

Una bellissima metafora per rappresentare la potenza creatrice e fecondante di questa Dea Madre, enfatizzata dalla ghirlanda con conformazione a spiga, che le adorna il décolleté. 

La presenza del modulo "3", nei 3 fiori, e ancora, nel girocollo, accentua questa simbologia creatrice e rigenerante, poiché legata al concetto di "nascita/morte/rinascita". 

La conformazione cruciforme, accentua la dimensione della completezza, della sinergia tra maschile e femminile, tra verticale e orizzontale, di cui il Femminino è custode. 

Una Dea di rosso d'ocra, ornata, che richiama il fertile sangue mestruale, con un ventre particolarmente infossato, come se fosse la potenziale dimensione, accogliente, delle possibilità creative. 

Bella e misteriosa. 


Tiziana Fenu 

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Dea Madre Valle dell'Indo 







💛Sardi/Etruschi

 

A sinistra, prima immagine, Civiltà etrusca: interno della tomba François nella necropoli di Ponte Rotto, IV secolo a.C. Vulci, Italia.
Seconda immagine, a destra Domu de Jana S’Incantu, la  più bella delle quattro domus de janas ipogeiche che compongono la necropoli di Monte Siseri, nel comune di Putifigari, in provincia di Sassari, databile tra  3.200 ed i 2.600 anni a.C., a cavallo tra il Neolitico e l’Eneolitico.
Foto di Nicola Castangia
La somiglianza è impressionante.
La Matrice è quella sarda, perché questa conformazione è ricca di simbologia( https://maldalchimia.blogspot.com/2023/01/le-domus-de-janas-non-sono-capanne.html?m=0)
Un luogo sacro di trasmutazione, ripreso dalle civiltà che hanno come Matrice, quella SARDA

Tiziana Fenu
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#civiltasarda
#domusdejanas
#etruschi

Sardi/Etruschi




mercoledì, febbraio 12, 2025

💙Runa Isa Plenilunio in Leone 12/2/2025

 Plenilunio del Ghiaccio, questo di oggi, come ho già approfondito. 

Lo simboleggia la Runa Isa, che si è manifestata in tutta la sua potenza.
Eretta.
Regale come nessun'altra.
Come dovrebbe essere la nostra colonna vertebrale, con i 7 chakra allineati.
Correlata proprio al nono Archetipo Teth, la Sacra Madre, la Kundalini, il Grembo, la Sophia.
Che Dono meraviglioso.
Gli occhi e il cuore, pieni di Incanto.
Il ghiaccio è un'apparente morte.
È gestazione.
Preserva.
Custodisce senza alterare.
Protegge.
Eppure fa vedere oltre.
Come il velo di Iside, a cui pochi mortali hanno accesso, nel suo Oltre.
Isa.
Iside.
Isthar.
Le Grandi Madri.
La dimensione in cui Re-Sole, il Bambino d'Oro dell'alchimia, è sempre stato gestato.
La runa Isa è collegata proprio all'Acquario, segno d'Aria.
Isa
La colonna tra cielo e terra.
Essenza pura.
Scarnificata di ogni dolore.
Di ogni memoria.
Di ogni perdita.
Eretta come uno stelo di bucaneve, capace di ritornare a vita.
Ancora e ancora, ad ogni innevata che la riveste di diamante puro.
Come i cristalli ghiacciati di neve, dell'acqua, che si aggregano in forme perfette, non possibili nella semplice forma fluida dell'acqua, che si adatta.
Come noi, formati per lo più di acqua, ci adattiamo alle forme, ai "contenitori" che la vita ci offre.
Ma la nostra Essenza si rivela sotto l'azione del ghiaccio, del freddo, della neve.
Un cuore innevato può rilucere come Diamante prezioso in caleidoscopiche e precisissime geometrie auree, che ne rivelano l'infinita Bellezza e Perfezione.
Riceve Luce, e la restituisce, con giochi di Luce che parlano di un Fuoco interiore mai sopito.
Che arde, nonostante, e grazie  alla neve.
Avevo scritto :

"Il fiocco di neve.

È la sublimazione, la perfezione tridimensionale dell'acqua.
Una perfezione assoluta e complessa, dove finalmente l'acqua ha una sua Forma, una sua personalità.
Dove si esprime attraverso la sua stessa Forma, senza adattarsi alle Forme del contesto in cui si trova, che la contraddistingue su tutte.
Perché i fiocchi di neve, e i cristalli d'acqua, non sono mica tutti uguali.
Ognuno ha le sue caratteristiche.
Ognuno ha le sue geometrie spaziali.
Ognuno ha la sua tridimensionalità
È come un Tempio.
Il Tempio dell'Anima, della nostra Essenza, che rivela, quante variabili sono riuscite a inficiarne la realizzazione.
Più pura è l'acqua, più complesso e leggero e articolato, è il cristallo d'acqua.
Rivela quanto abbiamo mantenuto pulita la nostra acqua.
È come una trasposizione naturale della nostra Merkaba, del nostro corpo energetico.
E ad essa, si dovrebbe prestare molta attenzione.
Perché l'unico custode del ghiaccio, è il Fuoco.
Il nostro Fuoco interiore.
Le primissime forme umane sulla terra, i Pritti, pare che avessero questa particolarità.
Una Fiamma centrale nel petto, sempre ardente, e l'involucro umano molto più freddo, semitrasparente, azzurro perlaceo.
La Fiamma che custodisce il nostro Sacro Fiocco di Neve, la nostra Purezza, la nostra estensione spaziale, la nostra Forma, importante quanto l'Essenza, il nostro personale e particolareggiato Tempio, diverso da ogni altro.
Solo la Fiamma interiore può impedire che il nostro Cristallo interiore, si sciolga ai primi raggi di sole, ai primi raggi del mondo, della società, del contesto.
Perché è la stessa Fiamma interiore, ad aver forgiato il Cristallo.
Il Fuoco è l'unico elemento in natura che non ha una formula chimica, a differenza dell'acqua.
Esso, come elemento alchemico maschile, trova manifestazione e realizzazione solo attraverso il suo complementare Femminile, l'acqua
Fuoco e Acqua, sempre uniti.
La vita sulla terra è possibile solo attraverso due elementi, calore del sole e acqua.
Sacra sinergia creativa.
Il cristallo è la manifestazione femminile del nostro Fuoco interiore.
La Forma e l'Essenza.
Cristallo attraverso il quale, finalmente, l'Essenza si rivela all'esterno, in tutta la sua incantevole Bellezza tridimensionale.
E quanta gioia, quando nevica.
È magia.
E dovremo trasferire questa stessa magia ogni volta che la nostra Essenza, come un fiocco di neve, tocca qualcosa, o qualcuno.
Forse, durerà poco.
Si scioglierà tra le mani.
Ma ne sarà valsa sicuramente la Magia.
Perché in essa, c'è tutta la nostra Essenza diamantina, Cristica.
Quella che resiste, che preserva e custodisce la Fiammella Divina che siamo .
Oggi, sinergia potentissima, di Fuoco ( plenilunio in Leone) e Acqua ( il ghiaccio della luna di neve) sublimato dall'Elemento Aria dell'Acquario.
La Runa Isa, mi ha emozionata profondamente.
Perché è la mia stessa Runa di appartenenza.
Io che sono un segno di Fuoco, e sento profondamente questi estremi.
Un'energia potentissima.

 Sta veicolando un messaggio molto forte, che ciascuno può cogliere secondo il suo sentire, ma, come sempre, l'Universo ci ama profondamente, e ce lo dimostra continuamente. 
Con infinita gratitudine sempre.

Tiziana Fenu
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Runa Isa plenilunio 12/2/2025



💛Su Battileddu

 Su Battileddu 

Una figura straordinaria nel panorama del nostro Carrasegare sardo, di cui ho approfondito due anni fa, che riprende ed amplifica la dimensione del sacrificio, nel senso del "rendere Sacro" dionisiaco

"questo "sacrificio", ha un'origine antica, ed è indissolubilmente legato anche al succedersi delle costellazioni e alla dinamica delle stagioni"

Approfondimenti nel mio scritto 

https://maldalchimia.blogspot.com/2023/02/su-battileddu-di-lula.html?m=0

Nei racconti popolari, come si può leggere dal brano di Valentino Pitzalis, è un essere che riporta l'equilibrio. 

Un concetto perfettamente consono al portatore di equilibrio rappresentato dal sacrificio delle varie figure simboliche che si sono susseguite nelle varie civiltà, da Osiride, a Mitra, a Dionisio. 

Un sacrificio necessario, implementato nel ciclo stesso della vita, fatta di equilibri imprescindibili

Non posso postare immagini di questa straordinaria ( e cruenta, per certi versi) rappresentazione. 

Ho trovato questa immagine, ma senza referenza. 

Mi scuso in anticipo con l'autore/autrice 

Tiziana Fenu ©®

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Su Battileddu: Il Demone della Vendetta. 


Nell'entroterra della Sardegna, tra le montagne aspre e i paesi isolati, esiste una leggenda che viene sussurrata solo tra i più anziani. Si tratta di una storia di terrore, un racconto oscuro che prende forma nelle notti fredde e senza stelle, quando il vento ulula attraverso le gole e le strade sono deserte. 

Su Battileddu, noto anche come "il demone della vendetta", è una figura temuta e rispettata da generazioni. 

La sua storia si intreccia con i misteri di una giustizia brutale e ancestrale, che non perdona chi ha commesso ingiustizie o violenze. 

A raccontarci questa storia è Adamo un anziano di 92 anni che per 55 anni ha fatto l’agricoltore. 

“Secondo la leggenda, Su Battileddu non era sempre stato un demone. 

Un tempo era un uomo, un giovane pastore che viveva in un piccolo paesino di montagna, noto per la sua onestà e dedizione alla sua terra e alla sua famiglia. 

Il suo suo vero nome era Gavino, e trascorreva le sue giornate conducendo il gregge lungo i pendii verdi, amando la quiete della natura e la pace che il suo lavoro gli donava. Ma la sua vita serena cambiò tragicamente a causa di una faida sanguinosa che coinvolse la sua famiglia. 

Una notte, un gruppo di banditi irruppe nella sua casa. Erano stati mandati da una famiglia rivale che da tempo nutriva odio e rancore verso i suoi parenti. Senza pietà, i banditi sterminarono tutta la sua famiglia, e Gavino, sebbene ferito gravemente, riuscì a sopravvivere, ma il trauma di aver assistito al massacro dei suoi cari lo consumò. 

Da quella notte, qualcosa cambiò in lui. Non era più l’uomo che tutti conoscevano, non il pastore gentile che si prendeva cura del suo gregge; si ritirò tra le montagne, giurando vendetta contro chiunque fosse responsabile di quell’atrocità. Per settimane, vagò senza pace, tra la rabbia e il dolore, fino a quando si racconta che, una notte, mentre giaceva a terra, esausto e vicino alla morte una figura oscura apparve davanti a lui. 

Era un'entità antica e malvagia, un demone che gli propose un patto:

Gavino avrebbe ottenuto la forza e il potere per vendicarsi dei suoi nemici, ma a un prezzo terribile. 

In cambio della sua anima, avrebbe avuto l'eternità per infliggere la giustizia che cercava: Senza esitazione, Gavino accettò. 

Da quel momento, nacque Su Battileddu, un essere maledetto, condannato a vagare per le terre della Sardegna in cerca di chiunque fosse colpevole di ingiustizia. 

Si dice che il suo aspetto cambiò radicalmente: il suo corpo si deformò, la sua pelle divenne dura come la roccia, e i suoi occhi brillarono di un rosso infernale. 

Vestito con un mantello nero e armato di una falce affilata, cominciò la sua missione di vendetta. 

Il primo a cadere sotto la sua ira fu il capo dei banditi che aveva ucciso la sua famiglia. Lo trovò nascosto tra le montagne, circondato dai suoi uomini. Nessuno sopravvisse all'incontro. 

La leggenda narra che Su Battileddu non lasciò neanche il tempo a quegli uomini di pregare per la loro vita. 

La sua falce si abbatté su di loro come un fulmine, e le loro urla si dispersero nel vento. 

Da quel giorno la sua sete di vendetta divenne insaziabile. 

Ma Su Battileddu non si fermò ai banditi. La sua vendetta si estese a chiunque commettesse atti malvagi, soprattutto a coloro che sfuggivano alla giustizia umana. 

Era detto che comparisse dal nulla, in silenzio, e che le sue vittime non avessero modo di scappare. In ogni paesino dell'entroterra, le storie si moltiplicarono. Alcuni parlavano di un uomo crudele che aveva maltrattato la propria famiglia e che, una notte, fu trovato morto, senza un segno di lotta ma con un'espressione di terrore sul volto. Altri raccontavano di un ricco mercante che aveva sfruttato i suoi dipendenti e che improvvisamente scomparve nel nulla, con la sua casa trovata vuota, come se fosse stato inghiottito dalla terra stessa. 

Il tempo passava, ma la leggenda di Su Battileddu non si affievoliva. I pastori raccontavano di averlo visto camminare tra le montagne, con la sua falce scintillante al chiaro di luna. 

Alcuni giuravano di aver sentito il suo respiro pesante nel vento o di aver avvistato la sua figura oscura in lontananza. Anche i più coraggiosi lo temevano, sapendo che il demone della vendetta non faceva distinzione tra ricchi o poveri, potenti o deboli. 

L’unica cosa che contava era la colpa: se qualcuno aveva commesso un crimine, prima o poi Su Battileddu sarebbe venuto a reclamare la sua anima. 

Nel corso dei secoli, la sua leggenda si radicò profondamente nella cultura locale. 

Alcuni credevano che Su Battileddu fosse un monito: un simbolo del potere della giustizia divina che, quando ignorata dagli uomini, sarebbe stata imposta da forze superiori. 

Altri vedevano in lui una figura più complessa, quasi tragica, un uomo che aveva ceduto al proprio odio, diventando lui stesso vittima del male che cercava di combattere. 

Oggi, in alcuni dei paesi più remoti della Sardegna, la storia di Su Battileddu viene ancora raccontata attorno ai fuochi nelle notti fredde, un ammonimento per ricordare che la vendetta ha sempre un prezzo, e che chi semina violenza può attirare su di sé l'ira del demone della vendetta. 


Tratto da "Il respiro delle Janas" di Valentino Pitzalis 

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Su Battileddu








💜L'estasi iniziatica

In un suo articolo intitolato Perché l’Accademia venne chiusa: Filosofia e Iniziazione, Daphne Varenya Eleusinia centra appieno, a mio avviso, la sacralità della Philo-Sophia quale “sapere sacro”. la questione. 

Ella rileva, infatti, che solitamente viene insegnato agli studenti che, di punto in bianco, gli antichi Greci sarebbero passati dalle nebbie del Mito (giudicato, a seconda delle posizioni, o come una sorta di “Età dell’Oro” oppure come il periodo dell’infanzia dell’umanità; due tesi entrambe assurde e falsate) alla presunta dimensione “razionale” della Filosofia. 

Abbiamo dunque, da un lato, – come sottolinea questa ricercatrice – i fantasiosi ed ingenui Elleni delle “favolette mitologiche”, e dall’altro il “miracolo razionale” della Filosofia ellenica, come se le due cose non avessero alcuna relazione e non fossero ispirate dalle medesime Divinità. 

Se restiamo fedeli, così prosegue la Eleusinia, agli insegnamenti degli Antichi, dobbiamo invece, in un certo senso, riscrivere la storia della Filosofia, intendendo naturalmente solo quella che può essere considerata tale, l’autentico Amore per la Divina Sapienza che rende invasati, “portatori di tirso”, Iniziati ed Epopti «coloro che – come sosteneva Proclo – fanno parte del coro che canta la misteriosa verità sul Divino»

Per questa ricercatrice, la vera Filosofia, quella che viene dagli Dei (e non quindi quella basata sulle mere opinioni dei mortali, ossia i tre quarti di quanto si può leggere in un comunissimo moderno manuale di Filosofia), rivela e conduce alla Contemplazione (Epopteia) delle stesse luminose Forme Divine che i beati “Contemplanti” (Epopti) delle “notti bianche di luce” incontravano, per usare le parole dell’Iniziato eleusino Callimaco da Cirene, nel «Santuario comune di tutta l’umanità», in «Eleusi profumata d’incenso». 

Ed ecco perché, come ella giustamente sottolinea, «non tutto ciò che i contemporanei classificano come “Filosofia” può essere ritenuto degno di questo nome sacro: la vera Filosofia è una formulazione misterica e simbolica, esattamente come i miti, a proposito dei Misteri che riguardano gli Dei, l'essenza di tutte le cose, le Forme e la natura di tutti gli enti, e la verità che fa coesistere enti ed anime, fino a ricongiungere il Filosofo con la “Fonte materna” e a farlo ritornare presso il Porto paterno, il Porto dell’Eusebeia»

[...] Nessun autore, nessun filologo o nessun sedicente “filosofo” moderno potrà mai fornirci le corrette chiavi di lettura della Philo-Sophia antica, e in particolare di quella platonica e neoplatonica. Tali chiavi di lettura, a meno che non ci si accontenti degli aspetti più esteriori (dell'involucro, potremmo dire), le si raggiungono in soli due modi: attraverso un’Iniziazione misterica e il relativo processo graduale di elevazione/apprendimento sotto l'attenta guida di un Mystagogo, o, in maniera profana (e quindi necessariamente incompleta o parziale), attraverso una prolungata e faticosa attenta lettura dei testi dei Maestri del passato, accompagnata da una propedeutica ma indispensabile spoliazione catartica di ogni pregiudizio preconcetto dettato dai condizionamenti socio-culturali e religiosi del mondo contemporaneo.


Tratto da 

Nicola Bizzi "L'estasi iniziatica. Da Giordano Bruno ad Arturo Reghini" 

Edizioni L'Aurora Boreale. 

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L'estasi iniziatica