Informazioni personali

La mia foto
Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

sabato, febbraio 22, 2025

💛Mirto e bevande sacre agli Dei

 Cito un passo di Mircea Eliade, in cui parla di bevande sacre agli Dei, che offrono illuminazione e consapevolezza. 

Non cita il nostro mirto sardo

Nell'antichità, il mirto era pianta sacra a Venere, in quanto si riteneva che la dea, appena nata dalla spuma del mare, si fosse rifugiata in un boschetto di mirti. L'impiego fitocosmetico del mirto risale al Medioevo: con la locuzione di Acqua degli angeli s'indicava l'acqua distillata di fiori di mirto.

Del mirto ne ho parlato riguardo  la simbologia della maschera del nostro Carrasegare sardo, su Bundu, che rappresenta il Vento, ma, per meglio dire, l'afflato della consapevolezza, che ora, trovo molto consono con ciò che scrive Mircea Eliade a riguardo

Tratto dal mio scritto( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/12/bundu-bindubindi.html?m=0) 

"Figura antropobovina, dove l'uomo si fonde con l'animale, perché insieme, creano il seme, la potenza creatrice

La cosa straordinaria è che questa parola , Bundu, è assolutamente simile, nel grafismo, e anche nella simbologia, ad una parola sanscrita, "Bindu" , che riguarda proprio il chakra della creazione, l'ottavo chakra

Generalmente vengono presi in considerazione solo i nostri sette chakra, ma ce ne sono anche altri, ugualmente importanti

E il chakra Bindu, è importantissimo, proprio in correlazione anche a questa maschera Sarda del Bundu, perché anche il significato di questa parola Bindu, è "seme" 

Io non mi stupisco mai di queste straordinarie correlazioni semantiche e grafiche tra lingue diverse, soprattutto quando si tratta di lingue antiche come il sardo e il sanscrito, poiché  significa che i contatti e le contaminazioni tra le due culture sono stati notevoli

Il Bindu, quindi, che si trova nella parte centrale del cervello, è il punto di partenza della parte consapevole della creazione e delle vibrazioni, che si esplicano in una secrezione chiamata "nettare Bindu", l'amrita, e si trasmettono ad ogni cellula, legandosi al DNA, dando origine all'energia Bindu

È la sede del Conscio, della creazione consapevole, e dipende da noi, se fare  del Nettare del  Bindu, un'ambrosia immortale( ambrosia per i greci, amrita per gli induisti), lo stato più elevato della materia, la fusione degli opposti, la medicina sacra, per la propria vita o il veleno. 

Si parla di Bindu come principo femminile creativo principale. 

E qui la correlazione con la maschera del Bundu sardo è evidente . 

Le corna taurine /uterine richiamano la falce di luna, l'unione del principio maschile e femminile,, e nella simbologia induista,  rappresenta proprio questo, perche nessuno ha accesso a questo Bindu, tranne Parāśakti. (la Divina Madre Creatrice consorte di Śiva). 

Tutti gli atti del Divino hanno origine da questo Bindu, poiché solo qui avviene l’unione procreativa Divina di Śiva e Śakti.

La simbologia del Bindu è uno spicchio di luna, proprio come le corna del Bundu sardo, perché è collegato agli stati del sistema endocrino, alla coscienza individuale, che è una Coscienza parziale e momentanea rispetto all' infinità del Sahasrara, la conoscenza universale

I bramini, in questa parte della testa, sopra la prima vertebra cervicale, tengono un ciuffo che non radono mai, lo Shikha in sanscrito, da tenere legato stretto stretto per acquisire una consapevolezza indelebile del bindu

Ed è lo stesso motivo per cui i monaci cattolici, fino alla riforma del 1972, tenevano i capelli perennemente rasati in quella zona, creando la chierica, per favorire la consapevolezza e l' unione con il Divino. 

Perché di questo si tratta, sia che si parli di Bundu, maschera Sarda, seme creativo trasportato dalla potenza del vento, che di Bindu, seme della consapevolezza creativa, frutto dell' unione delle due polarità, dei due sposi Divini. 

Si parla di Bindu rosso come principio femminile creativo principale, come il mestruo femminile, come il colore rosso della maschera del Bundu sardo, il vento creatore, il caos primigenio, e del Bindu bianco come principio maschile, legato al liquido seminale, bianco come i baffi del nostro Bundu, l' unione dei quali, attraverso il concepimento, esprime la perfezione. 

Entrambe rappresentano la sede della creazione totale, l'essenza del cosmo, l'intelligenza umana creatrice e consapevole. 

E la forma ovale della maschera del Bundu sardo, insolita, tra le maschere, così ovale e rossa, richiama il Bindi ( che giostra.. Bindi/Bindu/Bundu), il segno rosso ovale o circolare induista, che viene posizionato tra le sopracciglia, nel sesto chakra Anja, in prossimità del terzo occhio, della sinergia tra le due polarità, dove vi è la sede della potente energia nascosta, il punto di uscita della kundalini. 

Si dice che il Bindi posizionato proprio in questo punto possa trattenere l'energia della kundalini. 

E la maschera del Bundu sardo, è proprio ciò che fa, energeticamente 

È come un grande Bindi, un punto rosso enorme del terzo occhio . 

Quel punto di consapevolezza, dove uomo e animale si incontrano . 

Dove nettare e veleno si incontrano . 

Dove vento e distruzione si incontrano

Dove maschile e femminile si incontrano

Il Bundu Sardo, come il Bindu, l'ottavo chakra, rappresenta il punto di equilibrio, il saper gestire il Fuoco interiore, il proprio nettare, la propria Amrita, con maestria, e convogliarla in energia feconda, creatrice, e non distruttrice, come può essere il vento che crea danni, invece di favorire il diffondersi dei semi, piuttosto che la loro dispersione

La maschera mette in contatto con la dimensione divina. 

Amplifica la maestria di Essere il divino in forma umana. 

Ecco perché il Bundu ha un "trivutzu" , un tridente in legno di olivastra. 

L' Olivastro, come l'olivo, è sacro

Con esso domina il fuoco, che significa dominare l'animalita' delle passioni, degli istinti animali. 

Fare arrivare le Fiamme ad una consapevolezza maggiore. 

Il  Bindu, l'Ottavo Chakra, il Seme creativo primordiale, è composto da tre "gocce", da tre semi creativi. 

Il Sole( Surya) , la Luna(  Soma) , il Fuoco( Agni), e sono le tre forze creatrici . 

Proprio come le tre forze del Tridente, de su trivutzu del Bundu. 

Il Sole e la Luna nelle corna taurine/uterine, e il Fuoco che attizza con Fiamme sempre più alte. 

Questo stato di non - dualità, esemplificato da una maschera che ha in sé sia elementi maschili che femminili, dove la mente è libera da vincoli, da realtà convenzionali, che è libera, come un respiro di vento. 

Questo "seme/nettare" è la base per il sorgere del corpo umano.

È la "Jnana", parola indù che deriva da "Jna", che significa conoscere, ha lo stesso significato della parola "gnosis" greca, la conoscenza catarchica e liberatrice. 

Jnana, "conoscere" . 

Troppo simile alla parola  " Jana" sarda

Perché essere Jana, significa conoscenza.  

Conoscenza ancestrale. 

Il Bindu produce, nel retro della cavità sopra il palato molle, il fluido, l'elisir di lunga vita, l'Amrita, immagazzinato poi dal chakra Lalata, il nono, sulla sommità della fronte, e riversato nel chakra della Gola, il quinto, il chakra Vishudda( avevo già scritto in un mio precedente post della correlazione tra Vishudda e "udda", due apparati creativi e anatomicamente simili- https://maldalchimia.blogspot.com/2020/04/blog-post_18.html?m=0) 


Uno che crea con il suono, e uno che crea con il "sono", che dà vita ad una nuova identità), che lo purifica e lo riversa nel corpo. 

Amrita, il nettare divino che dona l'immortalità, prodotta dal chakra Bindu, quando è attivo, quando siamo particolarmente creativi, connessi al Divino, è una secrezione altamente inebriante. 

Il Soma, nei Veda, e il Madya, il Vino Divino nei Tantra. 

Ne parlano molti poeti Sufi, come di un dolce vino che causa un' immediata ebbrezza. 

Lo stesso simbolismo dei rituali cristiani dove il vino è consacrato e bevuto come un Sacramento . 

Gli Yogi possono vivere di questo fluido, anche senza cibarsi, perché è il liquido della vita stessa, che serve a mantenere in vita il corpo fisico. 

Il nettare di Amrita, scende nel Terzo chakra, quello del plesso solare, Manipura, che è il centro energetico della nostra autoaffermazione, della nostra forza vitale umana, dei nostri desideri, talenti, aspirazioni, il nostro centro energetico del Fuoco, e lì viene bruciato. 

Per celebrare la Nostra Forza Vitale

Ecco perché "Su Bundu", la Maschera Sarda, attizza il fuoco. 

E nel contempo, celebra, d'obbligo, con il nostro nettare di lunga vita sardo : il Mirto.

Osservate 

Nelle lingue antiche, come nell'ebraico, le vocali non c'erano. 

aMRiTa

MiRTo

MRT in comune, nella stessa sequenza

Non mi stupiscono più queste coincidenze. Il mirto per noi è sacro. È nettare di lunga vita che connette al divino

È il simbolo stesso della Sardegna. 

Il nostro nettare immortale 

Nell'ugola, esattamente, abbiamo il Lalana chakra, o Talumula, una riserva ghiandolare, tra il chakra Bindu e il chakra Vishudda della gola. 

Quando il nettare amrita stilla giù da Bindu, oltre che arrivare anche al plesso solare, viene immagazzinato in Lalana, sopra il palato molle, nella cavità retronasale( si, proprio lì, dove arrivano con i tamponi nasali, a cercare il nettare dell' immortalità), e lì rimane inattivo, scorrendo verso il basso per essere consumato nel fuoco di Manipura, del plesso solare. 

Ma con alcune pratiche, si può convogliare verso il chakra della gola Vishudda, che è il chakra creativo della consapevolezza, che evita il deterioramento dell' aMRiTa e che vada a finire nel fuoco del chakra più  basso, quello del plesso solare, bruciato. 

L' aMRiTa, dovrebbe restare nei chakra alti, nel chakra creativo della gola,  il Vishudda, il chakra del Suono, della nostra emissione, della nostra manifestazione, in quel "suono che sana" . 

Si dice che quando la Kundalini è in Vishudda, si goda di eterna giovinezza.  

E il chakra Bindu rappresenta la potenzialità del seme

Il potenziale evolutivo dello stesso Dna

La ripetizione della forma divina originaria, quella Divina. 

Il Mirto in Sardegna e come l'aMRiTa, la celebrazione degli Dei. 

Mirto in sardo si dice " Mutta" 

Mutta

Mutteḍḍu 

Muttettu

Il mirto consente l'evoluzione, la ripetizione, la duplicazione di quella frequenza divina di immortalità . 

Pranu Mutteḍḍu ( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/12/pranu-mutteddu.html?m=0) 

Pranu, prana. Energia

Mutteḍḍu 

Lo abbiamo visto insieme, la volta scorsa, parlando di Goni, del Seme

( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/goni-il-gone-della-vita.html?m=0) 

Anche Goni è un seme, come lo è il Bundu, come lo è il Bindu

"Sa Mutta", il mirto, si ferma proprio lì dove si crea il Muttetto, nel chakra della gola

Lì si espande, e diventa creazione terapeutica, guaritrice. 

Sono convintissima che il mirto, oltre alle sue proprietà di pianta sacra, consacrata a Venere, all' Amore, utilizzato per gli incantesimi d'Amore e per mantenere vivo il fuoco dell' Amore, sia il nostro elisir di lunga vita, la nostra ambrosia, la nostra Sacra Amrita. 

Il nostro nettare degli Dei. 

I nostri geni " di lunga vita", sono oggetto di studio e di ricerche in tutto il mondo. 

Tanti fattori, sicuramente, che contribuiscono a questo primato, tra, cui sicuramente il mirto, il vero Principe indiscusso. 

Delizia del palato e dell' Anima, da secoli, probabilmente, e coadiuvante in tutte le pratiche sciamaniche che prevedevano una maggiore connessione con il Divino. 

Perché mirto è anche un po "morte" 

Morte di stessi, per lasciare spazio al Divino, che è già in noi, come un seme"


Tiziana Fenu

©®Diritti intellettuali riservati 

Maldalchimia.blogspot.com 

~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~


"Questo stesso motivo – la derivazione di un eccitante dal corpo di un essere divino primordiale – si trova in molte altre tradizioni religiose, non ultimo l’istituto dell’Eucaristia cristiana. 

Alla fine dell’Ultima Cena, secondo i Sinottici, Gesù diede il vino ai discepoli dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati. Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio» 

(Mt 26,27-29 e paralleli). L’interpretazione letterale di questo passo è stata controversa lungo tutta la storia della Chiesa, e questa controversia è al centro del dibattito teologico sulla transustanziazione nella Messa. 

Altra storia che fa derivare gli stupefacenti da una vittima quasi sacrificale è quella persiana dell’origine del vino, in cui si narra come la vite si generò dal sangue del primo bovino ucciso. 

Quindi la spremitura dell’uva costituisce una riattuazione della morte del toro, e il vino così prodotto è considerato né più né meno che il sangue dell’animale ucciso, sangue che infonde in chi lo beve la potenza, l’energia e la forza vitale del toro (Zādspram 3,46), proprio come chi beve il vino sacramentale assume nel proprio corpo la natura sostanziale e il sangue stesso di Cristo, secondo una teoria radicale della transustanziazione. 

Ancora un altro mito di stupefacenti originati dal sangue di un essere primordiale ucciso si trova nel racconto norvegese dell’origine dell’idromele

riportato dal dio della poesia, Bragi, in risposta alla domanda: 

«Donde proviene l’arte della poesia?» (Skáldskaparmál 2). 

Il racconto incomincia al punto in cui i due principali gruppi di dei, gli Æsir e i Vanir, conclusero un trattato di pace sputando nella stessa tinozza e lasciando la saliva mescolarsi. 

Da questa mescolanza spuntò un uomo di nome Kvasir – lo stesso che impersona uno stupefacente noto in Russia come kvas, se il nome può darci qualche indicazione – individuo dotato di sapienza eccezionale, addirittura onnisciente. 

Kvasir fu poi ucciso da due nani, che mescolarono il suo sangue col miele e ne ottennero il primo idromele, bevanda di tale potere che, si diceva, «chiunque ne beva diventa un poeta o un dotto». Altre storie accompagnano questo «idromele della poesia» e narrano come cadde dapprima nelle mani dei nani, poi di giganti e venne finalmente messo in salvo dal più saggio degli dei, Odino stesso, che, per conquistare la preziosa bevanda, prese prima la forma di un serpente, poi di un'aquila.

Questa leggenda dell’idromele rapito ha notevoli riscontri coi miti di altri luoghi del mondo indoeuropeo (per esempio, il testo indiano Ṛgveda 4,26); ma è la parte della storia che narra l’origine dell’idromele a fornire un principio giustificativo religioso e una legittimazione dei suoi effetti miracolosi: ossia l’idromele può infondere conoscenza e illuminazione poiché in origine e in sostanza altro non è che il sangue degli uomini più saggi, oltre che la saliva degli dei. 

L’assunzione altamente ritualizzata, addirittura solenne, di bevande come idromele, birra, vino, in Europa, è stata una consuetudine caratteristica dei banchetti fin dall’antichità: si può anzi dire che avesse un’origine e un significato rituali. 

Come abbiamo visto, si riteneva spesso che bevande del genere partecipassero della divinità e mettessero anche in grado chi ne beveva di trascendere in modo evidente i limiti della normale condizione umana, infondendogli straordinari poteri di eloquio, di intelletto, di forza fisica e di benessere. Fluidi così potenti venivano anche

normalmente offerti come libazioni sacrificali, con cui si conferivano i medesimi doni agli dei, ai semidei, agli spiriti dei morti o all’ordine naturale stesso. 

In nessun luogo, tuttavia, le pozioni allucinogene vennero innalzate a significati religiosi così elevati come fra i popoli indoiranici, i quali conoscevano sia uno stupefacente profano chiamato surā, in India e hurā in Iran, sia una bevanda sacra (indiano soma, iranico haoma). 

Quest’ultima veniva investita di uno stato divino e di una serie straordinariamente complessa di elaborazioni simboliche. 

Più concretamente, questa bevanda – preparata spremendo la linfa da una pianta specifica e ottenendo un succo da mischiare con acqua, latte o miele, secondo i vari contesti rituali – aveva potenti effetti allucinogeni, ma, oltre a ciò, era considerata intensificante per qualsiasi scopo, capace cioè di accrescere tutte le capacità umane, procurando salute agli infermi, figli agli sterili, eloquenza ai poeti, intuito e acume ai sacerdoti, forza ai guerrieri, e lunga vita a chiunque potesse berne. Andando oltre, si affermava che soma e haoma assicuravano la liberazione dalla morte (sanscrito amṛta, letteralmente «non morte», spesso tradotto impropriamente «immortalità») sia agli dei che agli uomini, come nell’esultante Ṛgveda 8,48,3: 

"Abbiamo bevuto soma; ci siamo liberati dalla morte. Siamo andati verso la luce; abbiamo trovato gli dei! Ora, cosa può farci la tristezza? In verità, cosa può mai farvi il male della mortalità, o voi che siete liberi dalla morte?" 


Tratto da

Mircea Eliade "Dizionario dei Riti"

Maldalchimia.blogspot.com

Mirto e bevande sacre agli Dei




Nessun commento:

Posta un commento