ĀTESHGĀH, TEMPIO DEL FUOCO
Forse i fedeli dello Zoroastrismo non costruirono veri e propri templi per onorare il fuoco prima del IV secolo a.C. (Wikander, 1946), epoca in cui, a quanto pare, abbandonarono l’antica usanza di pregare solamente in luoghi aperti ed elevati (secondo quanto attestato anche da Erodoto).
Poiché questo atteggiamento fu assunto per protestare contro i templi decorati con statue della dea Anāhitā.
(Parentesi mia, dea delle acque, personificazione di Venere.
Nell'Avesta, una raccolta di testi sacri dell'antichità Persia, nome che rimanda a Vesta, la Dea custode del Sacro Fuoco, di cui ho già approfondito- https://maldalchimia.blogspot.com/2024/02/il-giorno-della-memoria-del-fuoco-di.html?m=0- il nome è lo stesso di quello di un fiume mitico) che Artaserse II aveva fatto erigere in tutto il suo Impero, è possibile che il tempio del fuoco, ossia l’āteshgāh («la dimora del fuoco»), sia stato adottato quale reazione e contromisura (Boyce, 1975).
Al suo interno, nel luogo in cui solitamente era collocata l’immagine della divinità, veniva mantenuto acceso un fuoco, alimentato con legna e sorvegliato da sacerdoti esperti nella presentazione delle offerte e nei particolari rituali che erano loro richiesti per il servizio a tale divinità.
L’Avesta non conosce i templi del fuoco, se si fa eccezione per un riferimento piuttosto generico contenuto nel Vendidad.
L’Antologia di Zādspram, un testo pahlavi del IX secolo d.C., presenta invece una descrizione accurata.
Le prime testimonianze relative alla fondazione di templi del fuoco si trovano, comunque, nelle iscrizioni sasanidi di Shāpūr I e del grande sacerdote Kerdēr (III secolo d.C.), nelle quali si parla di «fuochi di Vahrām» (ādur ī Warahrān) e di altri fuochi rituali (ādurān).
Esisteva, perciò, una gerarchia tra diversi tipi di fuoco.
I grandi fuochi, quelli che erano definiti verethraghan («vittoriosi»), erano noti con il nome di fuochi di Verethraghna, lo yazata della vittoria.
La procedura per dare vita ai fuochi più importanti combinava insieme le braci provenienti da molti fuochi ordinari. I fuochi minori, che venivano invece indicati con il nome di ātash ādarān («il fuoco dei fuochi»), erano a loro volta accesi mescolando le braci provenienti da focolari di membri delle quattro classi sociali tradizionali (sacerdoti, soldati, agricoltori e artigiani).
L’ātash dādgāh, il fuoco domestico, infine, rappresentava un’ulteriore variante di fuoco minore.
A partire dal periodo sasanide, in Iran la forma caratteristica dell’āteshgāh fu quella a chahār tāq («quattro archi»), costituita da una costruzione quadrata coperta da una cupola, a sua volta sorretta da quattro pilastri.
Molti aspetti della storia e dell’evoluzione dell’architettura degli edifici sacri dell’Iran antico rimangono ancora oscuri.
Oggi il fuoco più antico tra i Parsi dell’India è lo Ātash Bahram di Udwada. Per produrre un fuoco di questa categoria, sono necessari sedici fuochi diversi raccolti insieme (il fuoco di un pastore, quello di un soldato, quello della casa di un fedele zoroastriano, e così via), e la cerimonia di purificazione e di consacrazione deve riguardare dapprima ciascun fuoco singolarmente e poi tutti i fuochi insieme (Modi, 1937)
Tratto da "Dizionario dei luoghi del Sacro" di Mircea Eliade Jaca Book Editore.
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Vaso sasanide in argento e dorato del IV-VI secolo, che si ritiene mostri Anahita. (Museo d'Arte di Cleveland)
*Nota mia
Femminino, custode delle Sacre Acque e del Fuoco. È sempre stato così.
Era troppo, troppo potente, per lasciare inalterato questo dominio, che non è mai stato tale, o sinonimo di una gerarchizzazione privilegiata, ma di un Custodire, che è ben diverso, come un grembo, in cui le due polarità agiscono in sinergia, per creare, non per distruggere
( Tiziana Fenu ©®)
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