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Questo sito nasce ispirato dalla Sacra Divinità dell'Ape, che mi ha amorevolmente guidata alla scoperta di ciò che è la mia Essenza, manifestazione in E come un'ape, prendo il nettare da fiori diversi tra loro, producendo del "miele-Essenza" diversificato. Ma con un filo d'Oro conduttore l'Alchimia nel creare, nell'Athanor della ricerca intima, multidimensionale, animica. E in questa Alchimia, amare le parole nella loro intima Essenza. Soprattutto quella celata. Le parole creano. Sono vibrazioni. Creano dimensioni spaziotemporali proprietà, trasversali. Che uniscono dimensioni apparentemente distanti. Azzardate. Inusuali. Sempre dinamiche Sempre. operose. Come le api. A cui devo ogni mio battito d'Ali. COPYRIGHT ©®I contenuti presenti sul blog Maldalchimia.blogspot.com, quelli scritti ed elaborati dall'autrice, Tiziana Fenu, proprietaria del blog, non possono essere copiati, riprodotti, pubblicati o redistribuiti, in qualsiasi forma, se non, riportando nome, ©®Diritti intellettuali riservati e nome del blog,

venerdì, aprile 10, 2026

❤️ Adornata di fuoco (libro)

 

Adornata di fuoco.

Ebbra di colore.

Come vestale innocente

denudata al tramonto.

Vesti impregnate di sangue.

Lavate con le lacrime.

È tempo di andare.

Di esporre

queste vesti al sole.

Di posarle

su un campo di papaveri

e assorbirne tutto il colore.

E rivestirmi di porpora

scaglia dopo scaglia.

Di questo cuore

tagliato a lamine

così trasparenti

da vederci

il sole attraverso.

Come una preziosa

porcellana cinese.

E farne nuova pelle.

Cangiante.

Di Immortale Bellezza.

Sinuosa come

la morbidezza della vita

che si insinua

di nuovo tra le costole.

Tra un respiro e l'altro.

Arrendevole.

Come quei papaveri

derubati del colore

ma fiduciosi

di nuovi pigmenti.

Ad onorare il passaggio

di quella Dea senza nome.

di lamine rosso papavero

adornata

Come una guerriera

con un' armatura

di fuoco e di sangue

E lamine iridescenti di Cuore

A rivestirle l' Anima

Tiziana Fenu
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Adornata di fuoco  



 
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💙 Il limite fu valicato

 

E il limite fu valicato, non già come atto di trasgressione, ma come naturale compimento di un ciclo. In quel varco, si svelò la grande illusione.
Nulla ti fu donato in quel regno di parvenze, così come nulla ti fu mai tolto.
Perché l’Essenza, la tua Essenza, non è cosa che si riceva o si perda. Essa è il pane di cui sei stato impastato, la creta amorosa con cui una mano divina ti ha forgiato, cesellando in te i lineamenti dell’eterno.
Sei energia, pura e dinamica, priva di catene e di vincoli.
Tu non sei un riflesso.
Tu sei l’Origine stessa.
Hai contemplato, nel tuo peregrinare, miriadi di sepolcri imbiancati, simulacri di purezza che custodivano il vuoto.
Come globi oculari orfani dell’iride, spenti, privi di quell’anima che è il vero sguardo.
A che ti sono mai serviti quegli occhi?
Se non per essere soglie, portali di accoglienza per chiunque varcasse la soglia del tuo sacro tempio. Perché tu ti sei fatto tempio, in mezzo a lande infuocate, nel deserto arido e bruciante della tua stessa consapevolezza.
Ti sei fatto tempio tra le labbra di chi ha raccolto le tue parole, lievi come ovatta, e ne ha tratto un rifugio, un'oasi di ristoro per l’anima stanca.
Il tempo segnato dagli uomini si è compiuto.
Molto fu loro concesso, e molto essi dissiparono.
Ora si schiude il tempo delle Anime, il tempo della Frequenza.
È l’era di templi eretti non sulla pietra, ma sul nostro sentire più profondo, sulle nostre emozioni, sul sacro focolare del Cuore.
È il tempo di scendere nell’intimo, di interiorizzare, per poi ascendere e imperiorizzare, innalzando nuovi templi e nuovi imperi.
Costruzioni che sfidano il tempo, perché sono esse stesse tempo.
Non cronos che scorre, ma kairos che crea occasioni, portali, dimensioni.
Si rinnovano a ogni nostro gesto, ovunque posiamo la pietra angolare di un Intento.
Un intento germinato da un pensiero di Bellezza, da una scheggia d’Infinito, da una stilla di rugiada divina, da una scintilla di primigenia Innocenza.
Un intento forgiato dall’Amore, scavato come un tunnel segreto nelle profondità più remote dell’Anima.
Un amore intriso di struggente nostalgia per quelle mani che si unirono davanti alla promessa di una Fiamma Eterna.
La promessa solenne di essere, nel mondo, portatori della nostra più autentica Essenza.
Di non dimenticare chi siamo stati in quel tempo senza tempo in cui ancora non eravamo.
Di essere un centro, una coordinata in un mondo scoordinato, e di divenire Silenzio eloquente nel frastuono di mille voci.
Chi ascolta con il cuore, ritrova se stesso.
Chi sente, compie un passo indietro, si ritrae dal chiasso del mondo e fa ritorno a Sé.
In quel "Sì" primordiale, silenzioso e profondo, che ci ha uniti nell’Essenza, prima ancora che il "Noi" potesse manifestarsi nel tempo.

Tiziana Fenu
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Il limite fu valicato  
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💛 Tanit Tresnuraghes

 "[...]Per questo motivo la nostra Tanit tessitrice sta dietro un "primordiale" tessuto, con queste braccia ad angolo che ritroviamo anche in altri contesti. 

È la rappresentazione del primo demiurgo

Le braccia ad angolo retto, in questa rappresentazione nel tempio di Khnum e della Dea Neith, come la nostra Tanit di Tresnuraghes. 

Sono ad angolo retto, perché la dea Neith è la dea tessitrice. 

Infatti la nostra Tanit di Tresnuraghes, la nostra primordiale dea Tessitrice, ancor prima della Dea Neith, è rappresentata non solo con le braccia, stilizzate, ad angolo retto, ma anche con un fuso sul capo, come la Dea Neith. 

Che sia una rappresentazione della tessitrice demiurga, come la Dea Neith egizia, me lo fa pensare sia il fuso sulla testa, un tronco cono, che sembra un nuraghe( la prima tessitrice demiurga della civiltà sarda ).

La Nether della tessitura.

La parola "conoscenza", nei geroglifici Egizi, era indicata con un tessuto, il quale indica la facoltà di accedere alla conoscenza, è un comparare fra due nozioni, agire in sinergia tra due polarità. L'intreccio dei fili forma un tessuto. E Neith è chiamata la Neter della tessitura.

Infatti il geroglifico che indicava la vera conoscenza, era indicato con un tessuto, come ho scritto. 

Tessuto che custodisce anche dopo morti. Infatti Neth sovraintendeva anche alla Mummificazione. 

Quel tessuto griglia dove si incontrano gli opposti, necessari alla creazione.

Ed è per questo che abbiamo una griglia a quadretti, come la Scacchiera di Pubusattile, come il concio della rete di Tresnuraghes, come il quadrato di Sator/Sinis, che è l'incontro creativo della M della Mem, e della W della Shin, acqua e fuoco che si incontrano e creano la Griglia dove tutto è possibile".

La Madre/Matrix (nell'accezione più pura del termine) della possibilità, dove tutto è celato e si rivela solo a chi ha raggiunto un certo grado di consapevolezza. 

Di equilibrio. 

È vuoto cosmico dove tutto è possibile. 

La Forma senza Forma. 

Il Femminile è Occasione. 

È lo zero che dà un senso, un potere ai numeri. 

Griglia di coordinate che creano nuovi Templi. 

Anche alcune Madonne del passato sono rappresentate con una "scacchiera/griglia" alle spalle o sotto i piedi. 

È la griglia della tessitura. Come un quadrante di ascisse e ordinate[...]"


Tiziana Fenu 

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Tanit di Tresnuraghes




💛 Orotelli (libro)

 

"[...] Al centro di questo sistema sta il tema della purificazione intesa come necessaria premessa alla rigenerazione. 
Attraverso il fuoco, la parola rituale ( is brebus), il gesto ieratico delle maschere e la sacralizzazione degli elementi naturali, la comunità sarda tradizionale operava una vera e propria renovatio, espellendo il caos e le impurità per accogliere, in uno stato di grazia e ordine rinnovati, i “germogli” della nuova stagione. 
Lo studio di queste pratiche non illumina solo un aspetto del folklore sardo, ma offre una chiave di lettura profonda per comprendere i meccanismi psico-sociali e cosmologici attraverso i quali le culture agrarie mediterranee hanno storicamente affrontato la ciclicità del tempo e l’eterna dialettica tra morte e rinascita.
La dimensione della rinascita è espressa in modo molto eloquente attraverso due simboli di fertilità e trasmutazione, che fanno parte della tradizione tipica del Carnevale di Orotelli. 
La dimensione della fertilità è espressa dalla maschera de "S’eritaju" (il porcospino, in sardo), che, col suo saio bianco e volto rosso, punge ritualmente il seno delle giovani per assicurarne la fecondità. 
Il porcospino, animale di terra dagli aculei, combina in sé le dimensioni tellurica e marina (richiamata dal riccio di mare fossile, Mammosa Pseudocidaris), divenendo simbolo di una fertilità primordiale. 
La radice "Er-" di Eritaju, come ho scritto sopra, viene associata a Ériu, antico nome dell’Irlanda, terra governata dalle Tuatha de Danann, popolo divino di cui Lugh era re. 
Questo crea un ponte mitico tra le due isole, suggerendo antiche rotte culturali.
La fertilità e la trasmutazione trovano un’ulteriore, raffinata codifica nel dolce rituale de "su pistiddu". 
Questo dolce di pasta frolla ripieno di sapa o miele, benedetto durante la cerimonia, presenta una decorazione a rilievo che riproduce il riccio di mare fossile, simbolo del sacro femminino e della connessione tra gli elementi. Il termine "pistiddu" rimanda a "pistiddare" (ridurre in poltiglia) e anatomicamente alla prominenza mastoidea, punto vulnerabile dietro l’orecchio. 
È il luogo in cui, secondo la tradizione, s’Accabadora infliggeva il colpo misericordioso, pratica sacra legata a una profonda simbologia di passaggio e liberazione. 
Ma la forma, ricorda chiaramente anche ad una mammella. 
Il dolce, quindi, diventa una sorta di ierofania alimentare, in quanto la sua forma richiama la vulnerabilità e la transizione mortale, mentre il ripieno dorato (miele) allude alla trasmutazione alchemica, alla trasformazione della morte in rinascita, operata in un luogo, Orotelli (Oro-tellus, "terra dell’oro"), già nominato per questa vocazione trasformativa[...]"

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
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Tratto dal mio libro
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Orotelli (libro)




mercoledì, aprile 08, 2026

💛 Campanacci (libro "Il Tempo Capovolto")

 

"[...] La maschera dei Mamuthones rappresenta la più pura manifestazione dell'opera al nero (Nigredo), la fase iniziale dell'alchimia caratterizzata dalla putrefazione e dallo sconvolgimento. 
La pesante veste di vello nero e i campanacci che risuonano con ritmi ipnotici costituiscono una sinestesia rituale voluta a destrutturare la percezione ordinaria. 
Ogni colpo del campanaccio corrisponde a una percussione alchemicamente calcolata per frantumare le scorie dell'anno trascorso, mentre le corna del volto lignei rimandano non semplicemente a un'iconografia bovina, ma al toro alchemico, simbolo della materia prima ancora caotica e informe, la materia prima su cui lavorare e destrutturare. 
Sconvolgere l'ordinamento prestabilito. 
Il loro andamento processionale, tra alterne accelerazioni e rallentamenti, mima il movimento di retrogradazione planetaria necessario, secondo l'astrologia ermetica, a invertire i cicli naturali e rigenerare il tempo. 
Si perde la nozione del tempo, così come è generalmente percepito, quando si co-partecipa a queste ancestrali ritualistiche. 
Il ritmare dei passi cadenzati e dei campanacci, fanno vibrare la terra sotto i piedi  
Restituiscono voce alla frequenza di Madre Terra.
Ristabiliscono la connessione con il battito ancestrale da cui siamo nati. 
Il tempo si ferma. 
Si vorrebbe che non finisse mai. 
È oblio. 
È perdita di identità e al contempo un riconoscimento viscerale, ancestrale, di appartenenza[...]"

Tiziana Fenu
©®Diritti intellettuali riservati
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Campanacci




martedì, aprile 07, 2026

💛 L'uovo cosmico...

 


L'uovo cosmico..
"[...] Ciò rimanda a un sostrato culturale arcaico, pre-patriarcale, in cui il sole poteva essere associato a divinità femminili, mentre la luna a entità maschili (come attestato, ad esempio, dal dio lunare sumero Sin). 
[...] Tale valenza androgina, successivamente radicalizzata in senso maschile dal patricentrismo dominante, è rintracciabile anche nella tradizione sarda, dove il gallo (puddu), avatar solare, ha soppiantato la forma femminile (pudda), oscurando l’originaria ambiguità di genere. 
Lo stesso cognome Puddu, declinato solo al maschile, è diffusissimo in Sardegna. 
Il basilisco, in quanto sintesi di gallo e serpente, rappresenta proprio la fase alchemica centrale della "coniunctio oppositorum". 
Nella sequenza delle trasformazioni alchemiche dalla Nigredo, rappresentata dal corvo, alla Rubedo, rappresentata dalla fenice, il basilisco occupa la terza e cruciale posizione, quella dell’Albedo trascendente, in cui avviene l’unione del principio attivo (maschile/solare) e ricettivo (femminile/lunare).
Il gallo, consacrato ad Apollo e Zeus come emblema di purezza, luce e vita (“gallo solare”), si oppone e al contempo si congiunge al serpente, simbolo di oscurità, morte e rigenerazione ciclica. 
Questa unione rigenerante è paragonabile al risveglio della Kundalini, l’energia serpentina dormiente nel perineo, una zona per l’appunto androgina e sacra, indicata nell’antico lessema sumerico "ud da" (“andare verso il sole”) e nella radice sarda "udda/pudda" . 
Il perineo, né utero né ano, ma spazio liminale e generante, è il luogo dell’Uovo Cosmico, il vaso alchemico in cui gli opposti si fondono per dare vita alla trasformazione.
La rilettura in chiave non patriarcale del basilisco consente di recuperarne la connessione con il Sacro Femminino[...]
[...] Il guerriero sardo appare così come un essere doppio, una sintesi di opposti: umano e divino, materiale e spirituale, difensore e custode di un’altra dimensione. 
I suoi quattro occhi richiamano Fanes, il dio primordiale della cosmogonia orfica, “il Brillante”, l’Eros androgino e alato che scaturisce dall’uovo cosmico. 
Fanes, come il Giano bifronte romano (il Janus che ha chiara assonanza con la Jana sarda e le Domus de Janas), è colui che guarda contemporaneamente avanti e indietro, passato e futuro, vita e morte. 
È il signore delle porte (ianuae), dei solstizi, dei passaggi dimensionali.
Il Popolo Sardo sembra aver incarnato questa visione del doppio e della sigizia, l’unione degli opposti, in ogni sua manifestazione culturale. Dalle strutture megalitiche sinergiche ai Giganti di Mont’e Prama con i loro enigmatici “guantoni”, dalla sfida alla morte nel “riso sardonico” alla pietra stessa, trattata come un Uovo Cosmico Narrante. 
Il Sardo nasce dalla pietra e nella pietra ritorna, in un ciclo eterno di creazione e rigenerazione.
[...] In questa dimensione, plasma, mito e simbologia della dualità creatrice, si fondono, intrecciando tra esse, ipotesi tecnologica con il ricco immaginario mitologico sardo. 
Le figure di Maschinganna, l'emanatore di corrente elettrica e fulmini, e Maimone, il signore della pioggia fertilizzante, come abbiamo visto in uno dei capitoli precedenti, incarnano le due polarità complementari dell’energia creatrice: la scarica elettrica (fuoco/cielo) e l’acqua fecondante (terra). 
Il guerriero nuragico, così rappresentato, non sarebbe dunque un semplice combattente, ma un operatore rituale, un mediatore di forze cosmiche. 
La sua duplicità (due scudi, due braccia, quattro occhi) lo configura come un Giano bifronte (o Jana/Jano sardo), custode della soglia tra dimensioni opposte e complementari: vita e morte, visibile e invisibile, materia ed energia.
Questa stessa dualità creatrice, sintesi degli opposti, è simbolicamente rappresentata dal plasma. 
Fisicamente, il plasma è un gas ionizzato, stato della materia caratterizzato da altissima conducibilità e responsività ai campi magnetici, in cui cariche positive e negative interagiscono dinamicamente. 
Cosmologicamente, costituisce circa il 99% della materia visibile nell’universo, essendo il componente principale delle stelle e dei fenomeni come i fulmini e le aurore boreali. Esso diviene, quindi, la perfetta metafora fisica del principio creatore primordiale, del caos indifferenziato da cui scaturisce l’ordine attraverso la separazione e l’interazione di polarità.
Questa concezione trova un sorprendente parallelo nella figura di Fanes, divinità della cosmogonia orfica. 
Fanes, il "Brillante", emerso dall’Uovo Cosmico, è l’Eros primordiale, l’ermafrodito alato che mette in moto l’universo. 
La sua luce e il suo potere creativo richiamano sia il dio egizio Amon ("lo splendente") sia, simbolicamente, la scarica plasmatica del fulmine. 
I Sardi, in questa prospettiva, avrebbero "scolpito" il proprio Uovo Cosmico Narrante nella pietra stessa dell’isola, facendo dei nuraghi e delle Domus de Janas dei luoghi di manifestazione di questa energia.
Quel Fanes-Be-fanes/Filonzana, che Inaugura il nostro Carrasegare sardo[...]"

Tratto dal mio libro
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con riferimento al Guerriero di Teti, nella mia precedente pubblicazione editoriale,
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Tiziana Fenu
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L'uovo cosmico



 








lunedì, aprile 06, 2026

💛 Il lunedì dell'Angelo

 Il Lunedì dell'Angelo, esotericamente, riguarda una  vasta costellazione di temi affascinanti e complessi, che richiedono di dipanare con cautela i fili di una possibile trama esoterica, dove si intrecciano angelologia cristiana, mitologia mesopotamica, culti della Dea Madre e simbologie astrologiche legate al ciclo pasquale 

Il Lunedì dell’Angelo, noto anche come Lunedì di Pasqua o Lunedì dell’Ottava di Pasqua, è associato, nella tradizione cristiana  all’apparizione dell’angelo (o di due angeli) alle donne giunte al sepolcro vuoto, nonché all’incontro di Gesù risorto con le stesse. 

La radice esoterica di questa giornata non è immediatamente evidente nei testi canonici, ma affiora se consideriamo la struttura iniziatica di questa dimensione  liturgica. 

La Pasqua è il "passaggio", letteralmente, dall'ebraico "pesach", dalla morte alla vita, e il lunedì rappresenta il primo giorno “nuovo” dopo il compimento del mistero. 

Nella tradizione ermetica e gnostica, i giorni della settimana sono stati spesso caricati di corrispondenze planetarie e angeliche. 

Il lunedì è governato dalla Luna, astro del divenire, della ciclicità, dell’umido e del femminile, e l’angelo del lunedì, è talvolta identificato con Gabriele (messaggero dell’Annunciazione, legato alla Luna e alla fecondità). 

Questo nesso Luna-femminile-angelo preposto alla Resurrezione è già un primo ponte simbolico con il Sacro Femminino, la cui simbologia permea il Lunedì dell'Angelo. 

Si potrebbe trovare traccia di primordiali  angeli negli Apkallu mesopotamico. 

Gli Apkallu erano i “sette saggi” inviati dal dio Ea (Enki) per portare la civiltà agli uomini. 

Nelle raffigurazioni, specialmente nei rilievi neo-assiri dei palazzi di Nimrud e Ninive, essi sono spesso rappresentati come figure ibride, con corpo umano, ali e talvolta testa di uccello rapace. 

La loro natura alata, la funzione di messaggeri divini e di custodi di conoscenze segrete li rende indiscutibili precursori iconologici delle figure angeliche ebraico-cristiane.

 L'Apkallu per eccellenza, Adapa (chiamato anche Uan o Oannes), è associato all’acqua e alla sapienza, dimensioni prettamente femminili ( la Sophia Superna) presenta un legame diretto con una Dea Uccello.

Di questo avevo già approfondito in due miei scritti, perché troviamo tracce di un angelo primordiale anche nel nostro concio di Bosa 

( https://maldalchimia.blogspot.com/2022/05/concio-di-orani.html

 https://maldalchimia.blogspot.com/2023/06/concio-di-bosa-apkalli.html?m=0) 

Una simbologia che emerge nella stratigrafia più arcaica della Mezzaluna Fertile che incontra la Dea Uccello, una figura diffusa nel Neolitico (Çatalhöyük, Hacilar) e nelle culture sumeriche presargoniche. Tale dea, talvolta identificata con Inanna nelle sue epifanie ornitomorfe (si pensi ai suoi “tamburi” fatti di pelle di uccello o alle sue sacerdotesse vestite di piume), o con la Ninḫursaĝ , di cui avevo approfondito - https://maldalchimia.blogspot.com/2021/11/statuina-oannes-neo-sumera.html?m=0-(Madre Terra), viene progressivamente soppiantata o assorbita nelle epoche storiche da divinità maschili del cielo e del temporale. La sua eco si ritrova, tuttavia, in figure come la Lilith alata dei rilievi di terracotta babilonesi (la cosiddetta “Burney Relief”), e più tardi nelle ninfe alate o nelle Vittorie alate greco-romane, fino ad arrivare ai giorni nostri, all'iconografia di Maria ( https://maldalchimia.blogspot.com/2023/08/il-sacro-femmininooannesapkallu.html?m=0) 

La correlazione con il “Lunedì dell’Angelo” e il Sacro Femminino, si amplifica, se consideriamo  il  simbolismo della resurrezione come ritorno alla vita e della donna come prima testimone, con le donne al sepolcro. 

Tutti i vangeli canonici concordano che Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome (o altre) furono le prime a trovare il sepolcro vuoto e a ricevere l’annuncio angelico. 

Notare come la Salome del Sepolcro non sia la stessa Salome', figlia di Erodiade, collegata alla decapitazione di San Giovanni, argomento già approfondito(  https://maldalchimia.blogspot.com/2024/06/salome.html?m=0) simbologia sulla quale si innescano ulteriormente simbologie a riguardo, molto interessanti. 

In una cultura giudaica dove la testimonianza femminile era giuridicamente debole, questo dettaglio è stato letto dagli esegeti come un segno di storicità, ma esotericamente questo rappresenta inequivocabilmente  un marchio iniziatico. 

Il Femminino, custode della vita uterina, è anche il primo a intuire il superamento della morte. 

L’utero e il sepolcro sono entrambi luoghi di chiusura e di attesa, ma anche di passaggio e di rinascita. La resurrezione di Cristo è, in questa luce, l’archetipo di ogni discesa agli inferi seguita da un’ascesa. 

Uno schema che riecheggia i miti di Inanna/Dumuzi, Iside/Osiride, Persefone/Demetra.

Infine, c'è da considerare anche la simbologia del Toro e Tanit. 

La Pasqua cristiana, come noto, è regolata dalla prima luna piena dopo l’equinozio di primavera, e cade spesso sotto il segno zodiacale dell’Ariete (dopo il 21 marzo). 

Tuttavia, nei secoli, la coincidenza con il plenilunio in Ariete può talvolta cadere a ridosso del Toro. Ma è piuttosto nella simbologia pre-cristiana della primavera che il Toro (Toro celeste sumero, Apis egizio, Mithra tauroctono) rappresenta la forza generatrice, la potenza fecondante che si unisce alla terra (principio femminile). 

Baal (Hadad) è una divinità della tempesta e della fertilità, spesso rappresentato in piedi su un toro

( https://maldalchimia.blogspot.com/2024/05/baal-e-tanit.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2025/04/il-nostro-sardo-dio-baal.html?m=0) 

La sua paredra Tanit, dea "cartaginese" estremamente presente in Sardegna

(https://maldalchimia.blogspot.com/2020/07/parlare-della-dea-tanit-in-sardegna-e.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2022/12/tanit-capovolta-monte-sirai.html?m=0), identificabile con Astarte e con la celeste Regina, è invece una dea lunare, vergine e madre, legata al culto dei morti e alla rinascita. 

Il suo simbolo, un triangolo sormontato da un disco e da una linea orizzontale, è stato interpretato come rappresentazione stilizzata di una figura umana alata o come sincretismo di elementi uterini e solari. 

La “sinergia taurina/uterina”, Baal/Tanit, corna taurine/falce di luna, esemplificate in ogni simbologia presente in Sardegna, comprese le Tombe dei Giganti, potrebbe risiedere proprio in questa ierogamia cosmica. 

Il toro (principio maschile solare e tellurico) e la dea (principio femminile lunare e ctonio) si uniscono nella primavera per garantire la resurrezione della vegetazione e della vita. 

La Pasqua cristiana, spostando la resurrezione dal piano naturale a quello storico-salvifico, avrebbe ereditato e trasfigurato questo sostrato archetipico.

Non esistono prove documentali di una filiazione diretta e consapevole del “Lunedì dell’Angelo” dagli Apkallu o dalla Dea Uccello, ma la simbologia archetipale delle immagini mostra continuità morfologiche e persistenze simboliche innegabili. 

L’angelo cristiano (messaggero alato, androgino ma con tratti femminili nella tradizione bizantina e popolare) raccoglie l’eredità degli esseri alati mesopotamici. 

Il ruolo delle donne come prime testimoni della resurrezione preserva un’intuizione del Sacro Femminino come mediatore tra morte e vita

Il calendario pasquale, infine, conserva l’eco delle antiche ierogamie primaverili legate al Toro e alla Luna, di cui Tanit è una splendida erede. 

Questo dimostra la sopravvivenza sotterranea delle immagini arcaiche nell’immaginario religioso europeo.


Tiziana Fenu 

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Il lunedì dell'angelo













domenica, aprile 05, 2026

💙 Empatico

 È bene sottolineare che la parola "empatico", di cui tanti si fregiano, ha come radice, la "emp-" di empirico, non di "Empireo"

Una differenza sostanziale, concettuale, antropologica, semantica, vibrazionale.

Empirico, Concreto, Sensibile, Sperimentale, Pratico, Materiale, Induttivo.

"Empirico" significa basato sull'esperienza, sulla pratica e non sulle conoscenze teoriche. 

In filosofia, "empirico" si riferisce a ciò che appartiene all'esperienza, in opposizione a razionale, innato, sistematico, puro

"Empirico" deriva dal greco empeirikos che significa “esperto”. 

Un esempio di ricerca empirica è quella che basa le conclusioni sull'osservazione diretta o indiretta dei fatti.

Empireo, invece, nella concezione tomistica accolta da Dante, è la sede sede dei beati, che consiste di “luce intellettual piena d'amore”, diretta emanazione di Dio.

La parola empatico deriva dal greco antico "εμπάθεια" (empátheia), a sua volta composta da en-, "dentro", e pathos, "sofferenza o sentimento", termine che veniva usato durante gli spettacoli teatrali per indicare il rapporto emozionale di partecipazione che legava l'autore-cantore al suo pubblico

Empatico, quindi, significa osservare, valutare, mettersi nei panni degli altri.

Come, concretamente vivono nella dimensione empirica. 

Compartecipare alla dimensione emozionale dell'altro.

Capirne le cause, le motivazioni, se la dimensione empirica nella quale vive, contribuisce o meno al proprio disagio, sofferenza o gioia.

Comprendere e accettare, anche i limiti dell'altro, che li vive in prima persona.

Spesso non li subisce.

Li accetta, il che, è ben diverso.

Bisogna avere rispetto per queste isole sacre.

Perché spesso sono isole, poco comprese, giudicate.

Isole che vorrebbero espandersi, ma che magari non possono.

C'è un'enorme differenza tra il "non potere" e il "non volere".

Tra questi due crinali ci dovrebbe essere tutta l'assoluta comprensione dei cosiddetti "empatici", che empatizzano con chiunque, i beati del loro personale Empireo, coloro che brillano di  "luce intellettual piena d'amore", parafrasando il nostro Dante. 

E beati loro, distanti anni luce, nel loro Empireo.

Sulla punta dell'isolato iceberg, così che non ne vedano la parte sommersa.

Quella, che nonostante tutto e tutti, cerca di restare a galla, foss'anche per dare rifugio a chi potrebbe affogare. 


Tiziana Fenu 

©®Diritti intellettuali riservati 

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Empatico



sabato, aprile 04, 2026

💛 La spiga nella ritualistica di morte e rinascita (, libro)

 "[...] La zoppia, traslata in danza cifrata secondo una ritmica numerica particolare, nei Mamuthones in particolare, o nelle danze ritualistiche inaugurali della cerimonia del Fuoco, che apre il Carrasegare, diventa riflesso di questo archetipale stigma fertilizzante, necessario. 

Dal suo sangue, fecondatore come quello del Cristo sul Golgota, germogliarono anemoni rossi, in un’immagine di sacrificio fecondo che trova preciso riscontro nel Vangelo di Giovanni: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24).

Questo complesso simbolismo si articola in una vera e propria teologia del seme e della spiga. 

La spiga, unità tagliata che genera molteplicità, evoca il corpo smembrato di Osiride, da cui germogliano 28 spighe, numero corrispondente al ciclo lunare, cuore dei Misteri eleusini dedicati a Demetra e Persefone. 

La spiga rappresenta il corpo di luce, l’essenza trasfigurata (Horus, l’oro alchemico), che può nascere solo da un cuore “vergine”, incorrotto. 

La sua trasformazione in farina e poi in pane, impastata con l’“acqua amniotica” del principio femminile (Iside), costituisce il “sacrum facere”, il sacrificio necessario alla rigenerazione. 

L’Eucaristia cristiana del “pane di vita” affonda qui le sue radici più remote, in un processo di “osirificazione” o divinizzazione attraverso la distruzione e la rinascita.

Anche i simboli pasquali più familiari rivelano strati profondi. L’ulivo, unito alla palma, non è solo segno di pace, ma richiama l’olio dell’unzione del Cristo (il “Consacrato”). L’estrazione dell’olio mediante frantumazione del frutto è metafora della destrutturazione della materia per giungere all’essenza pura. 

La palma, a sua volta, simbolo dell’albero della vita, della colonna vertebrale (il Djed egizio) e della rigenerazione, trova una potente sintesi nei Giganti di Mont’e Prama, figure di uomini-eroi divinizzati, scolpite in una località il cui toponimo evoca proprio le palme.

In questa complessa trama si inserisce la simbologia del Carrasegare sardo. 

Il dramma di Adone, con la sua morte violenta per opera del cinghiale (animale selvatico, “aresti” in sardo, dalla radice che richiama il guerriero Ares/Marte, collegato alla simbologia dei Sacri Ancilia, di Mamurio, de Su Battileddu e del Martedì grasso, e di Maimone, come vedremo più avanti ), e la sua successiva resurrezione, costituiscono un archetipo di morte e rinascita che è il cuore pulsante dei carnevali arcaici sardi. 

I Sos Murronarzos di Olzai, con le loro maschere cinghialesche, o altre figure teriomorfe dei carnevali barbaricini, incarnano questo principio di Caos, ferinità e sacrificio necessario (il Carrasegare, appunto, “carne da tagliare”) che precede e prepara il rinnovamento della primavera e il ritorno all’ordine. 

La lotta rituale tra il principio ordinato della comunità e la forza selvaggia e feconda del cinghiale/Adone/Ares riflette lo stesso mitema.

Oltre a “frori” e “aresti”, si consideri il verbo “affroddiai” (“mescolare”, “dire sciocchezze”), che potrebbe conservare la memoria dell’impasto caotico dei dolci rituali o delle litanie delle devote, e l’aggettivo affranto, forse legato all’immagine di Afrodite afflitta (affranta) per la morte dell’amato. 

Anche la forma chiusa a spiga dei “culurgiones” sardi o la tecnica costruttiva a spina di pesce nei paramenti murari nuragici, ribadiscono il valore ierofanico della spiga come simbolo di immortalità, abbondanza e rigenerazione ciclica.

Su Nenniri emerge quindi come un potentissimo ierogramma, un concentrato di simboli che, dalla preistoria mediterranea e simbologia sarda in particolare, giunge intatto alla ritualità cristiana. 

Esso incarna il perenne mistero del sacrificio fecondo (di Adone, del seme, di Cristo), la discesa nelle tenebre necessaria alla rinascita nella luce, e il ruolo mediatore del principio femminino divino (Tanit/Astarte/Afrodite/Iside/Demetra) come forza rigeneratrice. 

La Sardegna, con i suoi toponimi, i suoi resti archeologici, la sua lingua e le sue maschere carnevalesche, si conferma così come un eccezionale archivio vivente dei Grandi Misteri del Mediterraneo, dove il dramma di Adone e la simbologia del Carrasegare continuano a parlare, con voce sommessa ma persistente, il linguaggio eterno della morte e della resurrezione della vita.

La ritualistica del Carrasegare è un vero e proprio dramma sacro che rappresenta la passione, morte e resurrezione di questa divinità, essenziale per evocare il ritorno della fertilità e delle piogge[...]"


Tratto dal mio libro 

"Il Tempo Capovolto. Maschere del Carrasegare sardo. Il Sacro che genera Caos, il Caos che rinnova l'Ordine"

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Notare la conformazione a spiga che sovrasta l'ingresso di molti nostri nuraghi, il cui ingresso ha proporzioni auree, come l'ingresso del pozzo di Santa Cristina. 

Proporzioni auree estremamente simboliche che sono correlate alla dimensione del Femminino. 

Approfondimenti :

https://maldalchimia.blogspot.com/2021/06/simbologia-angolo-72-nel-pozzo-scristina.html?m=0

https://maldalchimia.blogspot.com/2020/12/l-ingresso-triangolare-dei-nuraghi.html?m=0


Tiziana Fenu 

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La spiga ( libro)













venerdì, aprile 03, 2026

💙 La Pasqua, esotericamente ( libro)

 

La Pasqua, esotericamente, indica quel momento in cui il "Seme", il principio latente e immortale, piantato nelle tenebre del Solstizio Invernale, e tenuto all'oscuro, imprigionato nella materia, può finalmente risorgere e germogliare, morendo a se stesso, dissolvendo l'illusione dell'Ego e la prigione della propria chiusura, e lasciando agire in sé la potenza vivificante della forza solare dell'Energia Vitale.
È il mistero ieratico della trasformazione, la celebrazione del trionfo della luce sulle tenebre, dello Spirito che vince la morte, dell'attimo eterno in cui l'oscurità cede il passo all'alba di una coscienza nuova.
"Omne vivum ex ovo".
Da quest'antico e sacro adagio si sprigiona la verità primordiale che tutti i viventi traggono origine da un uovo.
Esso è l'archetipo psichico della perfezione, il sigillo del germe della vita, la cellula primaria, intonsa e piena di potenziale. Simbolo ierofanico della potenza femminile della Natura, è la Vergine Madre, il Caos fecondo che precede ogni forma, il Mistero Interiore e Sublime della vita stessa che si manifesta nella sua perfezione assoluta, persino nella prigionia di una forma.
L'uomo, in questo mistero, si scopre racchiuso nel proprio Involucro Aureo, un bozzolo di luce che attende il momento di chiudersi.
Nell'antico Egitto, l'uovo era consacrato a Iside, la Grande Maga, la Matrice generatrice, simbolo di vita immortale e di resurrezione. Nei rituali egizi si narra di Seb, il Dio del Tempo e della Terra, che depone un uovo, l'Universo stesso, nel KHOOM, le acque primordiali dello spazio, il principio femminile astratto, l'Abisso da cui tutto scaturisce.
E prima ancora, nelle nebbie dei tempi, il popolo dell'antica Lemuria custodiva la memoria di un'umanità ermafrodita, completa in sé.
Non vi è dubbio che quei giganti, quei colossi di cui parlano le leggende, così meravigliosamente rappresentati dalle statue silenziose dell'isola di Pasqua, custodissero in sé entrambi i principi.
La parte femminile, in loro, ovulava, e quegli ovuli venivano al mondo già fecondati dal principio maschile interiore.
Quegli esseri, davvero fatti a immagine del Divino, portavano dentro di sé l'aspetto maschile e femminile in perfetta e sacra unione.
L'umanità, allora, si riproduceva per mezzo del sistema di ovulazione, lo stesso degli uccelli, simbolo di libertà e di volo verso i cieli dello spirito.
La creatura si formava nell'uovo, protetta e nutrita dall'aura del genitore, e dopo un tempo sacro, rompeva il guscio e prendeva vita, accolta e amata dal Padre-Madre che l'aveva generata.
Questa era l'Età dell'Oro, il tempo in cui i fiumi di pura acqua viva scorrevano insieme a latte e miele.
A quel tempo non esisteva né "mio" né "tuo", e tutto era per tutti, e ognuno poteva mangiare il frutto dell'albero del vicino senza paura, riconoscendo in esso il frutto dell'unico Albero della Vita.
A quel tempo, coloro che sapevano suonare la lira elettrizzavano l'intero universo con le loro melodie più sublimi, perché la musica era l'armonia delle sfere, il respiro stesso del creato.
La lira di Orfeo non era ancora caduta sul pavimento del tempio, fatta a pezzi, e il suo canto ancora univa i mondi.
Quando l'umanità si separò in sessi opposti, l'armonia si infranse. L'uovo, allora, venne rilasciato dall'ovaio senza fecondazione, perché il principio maschile si era separato da quello femminile.
La completezza interiore si era perduta, e divenne necessario cercare all'esterno ciò che un tempo era dentro.
Fu così che ebbero inizio le grandi peregrinazioni, viaggi iniziatici verso luoghi remoti, verso i templi sacri dove i Kumara, i Re Divini, dirigevano le pratiche mistiche per risvegliare la memoria dell'unità perduta.
Ma il segreto più profondo, la chiave d'oro, è che ognuno può essere Kumari di se stesso, sacerdote e sacerdotessa del proprio tempio interiore.
Un residuo di queste antiche memorie palpita ancora in Nepal, dove sopravvive il culto della Kumari, la Dea Vivente.
Una bambina, scelta tra molte, viene venerata come incarnazione della Dea Vergine, fino all'arrivo della prima mestruazione o di qualsiasi perdita di sangue, che segna il ritorno alla condizione umana.
Un culto controverso per la durezza dell'iniziazione e dello stile di vita, ma che indica l'importanza del mantenersi puri, come un calice di luce, affinché la divinità possa manifestarsi attraverso l'umano.
È il ricordo della necessità di preservare intatto il Fuoco interiore, perché l'Essenza possa brillare senza ostacoli.
Questo mistero si riflette anche nel flusso del tempo e negli influssi sottili.
È il nostro Fuoco d'Acqua interiore che viene risvegliato, quella fiamma che contempla la nostra dimensione Monadica, la nostra scintilla divina.
È questo fuoco che ci permette di essere Seme, di essere Uovo completo, ovunque e sempre, a prescindere dalle circostanze esterne.
Esso ci permette di rinascere da noi stessi, senza dipendere dal terreno favorevole o meno, dalle persone, dalle cose o dalle situazioni, dalle emulazioni.
Perché la nostra Essenza è Verità, e la Verità vibra a frequenze altissime, inaccessibili a chi si ferma alla superficie delle cose.
È questo il senso profondo del manifestare la nostra rinascita. Quando rinasciamo da Seme, non da terreno.
Quando siamo l'Uovo, completi e autosufficienti, con le nostre polarità in dialettica costruttiva, non distruttiva, che danzano in un perpetuo equilibrio creativo. Quando siamo Originali, nel senso più alto del termine.
Quando diventiamo la nostra stessa Origine, con le proprie frequenze, le proprie note inconfondibili, la propria Essenza e Verità.
È il Fuoco Cristico, Monadico, che deve ardere incessantemente sull'altare del nostro cuore, la fiamma che consuma ogni scoria e rivela l'oro puro.
Tutto il resto è ibrido, è emulazione, è un fragile castello costruito a ridosso di un modello che non può appartenerci.
La Verità ha una vibrazione talmente alta che non tutti sono pronti a sostenerla, e non tutti la sanno riconoscere, perché ci si ferma all'involucro, al guscio esterno, senza osare guardare dentro.
Ma quanto è ineffabile la gioia, poi, nello scoprire il fiore dentro il bocciolo, con i propri colori e le proprie sfumature, che saranno sempre diverse e irripetibili rispetto a quelle di qualsiasi altro fiore.
È la scoperta della propria anima unica, che spiega i petali alla luce del proprio sole interiore.
C'è un'antica e terribile verità che riecheggia nei mondi.
"Gli Dei non sono ammessi tra gli Umani. Bisogna neutralizzarli".
Non sia mai che emerga la nostra Divinità, non sia mai che l'Uovo si schiuda e riveli la luce abbagliante del nostro vero Essere.
Eppure, la Pasqua è proprio questo.
Il rischio necessario e glorioso di rompere il guscio, di lasciar morire l'umano vecchio per far sorgere il Divino che siamo sempre stati.
È il trionfo della Luce che non conosce tramonto.

Tratto dal mio libro.
"Maldalchimia. Di Ombre e Luminescenze" Volume II
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Tiziana Fenu
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La Pasqua, esotericamente ( libro)




💛 Pavoncella/colomba

 

La dimensione simbolica è concettuale della "colomba" pasquale, affonda le radici in epoche antichissime.
Ho già avuto modo di approfondire più volte questo concetto, in particolare in questo mio scritto, "l'evoluzione delle Dee Madri" ( https://maldalchimia.blogspot.com/2024/04/evoluzione-delle-dee-madri.html?m=0"
"Ho spesso parlato delle Dee Uccello, nei miei scritti, in particolare riferimento a quelle ancestrali statuine che le rappresentano.
Dee Uccello, che, insieme alle Dee serpente,  sono  presenti specialmente nella culture gilaniche della vecchia Europa.
Gli animali di potere delle Dee, da Ishtar, da Inanna, fino ad arrivare alla Dea minoica dei Serpenti, per citarne qualcuna.
Delle Dee Madri legate al ciclo della vita e della m*orte, perché nelle antiche civiltà, si esponevano i cada*veri all'azione scarn*ificante degli Uccelli, in particolare degli Avv*oltoi.
Dee Madri custodi dell'Uovo Cosmico, e Dee Madri che riportano all'essenziale, per poi favorire il ritorno nel grembo di Madre Terra, attraverso il ritorno seguendo lo stesso percorso del sole, da est a ovest, in un senso di continuita', in una "dimensione altra", che faceva parte della concezione ciclica della stessa vita.
La Grande Madre Neolitica, che governava cielo e terra.
Che si riproduceva per Parte*nogenesi, e che quindi, si autofe*condava, scientificamente e fisicamente possibile, per chi volesse approfondire.
Una Madre che portava alla luce, alla vita, e una Madre, che si prendeva cura anche del passaggio verso la morte, garantendo, attraverso la scarnif*icazione dei corpi, attraverso la sua manifestazione come Madre Uccello, un ritorno e una trasm*utazione nel Grembo di Madre Terra."

Ne ho parlato anche nel mio libro, Uomini senza Ombra", in cui la simbologia della colomba-pavoncella è collegata ad una rappresentazione, in un tempio egizio, in cui le due creature sono rappresentate su una rappresentazione a quadretti, come la nostra scacchiera di Pubusattile, argomento approfondito nel mio libro, con tutta la sua sfaccettata e caleidoscopica simbologia
Riporto un breve brano
"[...] Abbiamo anche una stupenda decorazione in onore della Festa di Khnum-Ra ad Esna, nel Tempio di Neith e Khnum ad Esna, un dettaglio dal soffitto. "Quando gli Dei vengono dalle loro province per contemplare il Venerabile Dio (Khnum-Ra)”.
Festa di sei giorni, celebrata nel mese di ottobre.
Questa festività, conosciuta anche come "Festa della vittoria di Khnum" o "Prendere il Pastorale", era un evento rituale per proteggere il passaggio tra un anno e l'altro, con le immagini divine del tempio trasportate in processione per essere esposte alla luce solare sulla terrazza.
Il rito proteggeva il passaggio da un anno all'altro, un momento cruciale per la stabilità del regno e dell'agricoltura.
Dal calendario nel Tempio di Khnum e Neith ad Esna.
Amon-Ra il Signore dei troni delle Due Terre” (Dendara VII, 59, XLVII).
Nel dettaglio dal soffitto, ci sono due uccelli 'Rekhyt', ciascuno seduto sul cesto nb, con braccia umane alzate in adorazione.
L'uccello 'Rekhyt', è la pavoncella, e rappresenta il popolo comune.
L'uccello 'Rekhyt' seduto sul cesto nb e che alza le mani in adorazione significa:
"tutto il popolo loda".
Pavoncella.
La nostra tipica icona simbolica della nostra Antica Civiltà Sarda.
La pavoncella è un'icona antichissima della nostra tradizione sarda, presente ovunque, e spessissimo rappresentata in forma speculare difronte all'Albero della Vita.
Nel testo di Graves viene definita la "depositaria dei segreti del re Salomone", lo sposo della Regina di Saba, cognome diffusissimo in Sardegna, perché la discendenza regale è quella, la stirpe degli Iniziati, dei Falasha.
"Il significato poetico della pavoncella è: «Camuffa il segreto» ed è la sua straordinaria discrezione che fa di lei un uccello sacro.
Secondo il Corano, essa era la depositaria dei segreti di re Salomone e il più intelligente dello stormo di uccelli profetici che l’accompagnavano".
Pavoncella presente nelle nostre navicelle Shardana.
Come fece Noè che liberò una colomba per far da guida verso la terra ferma, anche Giasone, arrivati all'entrata del Mar Nero trovano le Rupi cozzanti o Simplegadi, formate da ghiaccio e per non cozzare tra le pareti, Giasone, come fece Noè libero una colomba, così passarono.
La colomba/pavoncella come simbolo di elevazione spirituale, sinergia per superare la dualità delle due polarità.
Giona, nel grembo della Nun/balena, che affronta la trasmutazione.
Giona in ebraico è colomba.
Giona.
Giano
Janus
Jana
Le porte solstiziali tra le due polarità, maschile e femminile, umano e divino, tra vita e morte.
Pavoncella, depositaria degli antichi segreti della nostra Antica Civiltà Sarda[...]

Tratto dal mio libro
"Gli Uomini senza Ombra. Simbologie archetipali in Sardegna"
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Link di riferimento https://maldalchimia.blogspot.com/2025/09/pavoncelle-tempio-di-neith-e-khnum.html?m=0
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Colomba/pavoncella






giovedì, aprile 02, 2026

💙 Lo specchio iniziatico ( libro)

 

Quando lo specchio iniziatico si fa troppo vivido, troppo nitido nella sua rivelazione, l’anima teme e frantuma.
Lo riduce in schegge, lo disintegra. Perché sostenere lo sguardo pieno, unitario, davanti alla propria immagine integra, è un portale che pochi osano varcare.
Ci è più familiare abitare i frammenti.
Le particelle disperse di noi.
Come se l’abisso della nostra vastità ci atterrisse, e preferissimo la riva alla profondità.
Così navighiamo a vista, accontentandoci dell’orizzonte noto.
Un orizzonte che è solo una linea tracciata, una promessa di confini rassicuranti.
Ci affidiamo al visibile, crediamo a ciò che gli occhi possono contenere.
Eppure, il cammino iniziatico richiede l'inverso.
Imparare a vedere ciò che già abita in noi come fiducia, come verità interiore.
Vedere con il sentire.
Scorgere ciò che prende forma, spessore e tridimensionalità attraverso i cinque sensi e oltre, attingendo proprio da quelle schegge apparentemente sparse.
Sono loro, i nostri prismi interiori. Ogni frammento è un angolo, una sfumatura, una prospettiva che ci riguarda.
E quando abbandoniamo le vecchie coordinate duali, quelle che ci legano a rotte obbligate, ecco che quei frammenti si compongono in un caleidoscopio spaziale, vibrante, multidimensionale.
Navigare a vista non basta più.
È tempo di imparare a navigare senza vista.
Di tracciare rotte che non giacciono sulla superficie piana dell’esistenza, ma che si innalzano e si immergono, creando volumi di coscienza.
E quando qualcuno, o qualche occasione sacra, ci mostra la tridimensionalità dei nostri stessi frammenti, non guardiamoli con l’occhio abituato alla piattezza. Non osserviamoli come se fossero semplici pezzi sparsi su un unico piano.
Impariamo a penetrarli.
Entriamo dentro ciascuno di essi.
Impariamo a catalizzare l’energia che ogni scheggia emana.
A magnetizzarle, a richiamarle a sé.
A tenerle insieme non con la forza, ma con la nostra Essenza.
Quella presenza silente e potente che è il collante più puro dell’universo.
Perché è dall’Essenza che nasce la possibilità di essere quel Diamante caleidoscopico, capace di emanare luce da ogni sfaccettatura.
Un diamante che da un unico raggio ne genera cento, ne genera mille.
Tutti diversi.
Tutti splendenti.
Tutti infinitamente noi.
In ognuno di questi riflessi possiamo finalmente riconoscerci, senza paura di disintegrarci.
Senza più fuggire per timore di non essere “abbastanza”. Perché è proprio in quel timore che si cela il velo.
La paura di non essere all’altezza della nostra stessa luce.
Ora, invece, impariamo a renderla coesiva. A farla danzare in sempre nuove forme, in sempre nuove identità.
Integre.
Caleidoscopiche.
Diamantine.
Il diamante si svela solo nella tridimensionalità.
Non giace sulla superficie piana. Esiste nei suoi frammenti ricomposti, nella geometria sacra della nostra personale Dimensione d’Anima.

Tratto da mio libro
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Lo specchio iniziatico






mercoledì, aprile 01, 2026

💙 La brutalità

 


Negli ultimi tempi, il susseguirsi di azioni umanamente brutali, ha raggiunto apici altissimi, o per meglio dire, bassissimi. 

Eppure, andando a ritroso nella storia dell'umanità, l'antropologia culturale ci insegna che la violenza non è un’eccezione nella storia umana, ma una costante ritualizzata. 

Presso le società arcaiche, la brutalità verso il nemico, l’animale o il capro espiatorio possedeva un proprio, pur se aberrante, senso. 

Era un linguaggio codificato per stabilire l’ordine cosmico, scaricare il caos o celebrare la potenza della tribù. 

Ma ciò che osserviamo nell’uomo contemporaneo, specialmente  nelle manifestazioni di violenza gratuita, come quella riversata sulla gattina a Roma, in moltissimi altri contesti di cui ci sentiamo spesso spettatori impotenti, e di riverbero nelle piattaforme social, è un fenomeno diverso. 

È la dimensione dell'arcaico disinnestato. 

Perché a livello antropologico, cultuale, e culturale, non esiste più il contenitore del rito, né la mediazione del simbolo. 

La brutalità diventa puro delirio di potenza e onnipotenza, senza finalità. 

Questo tipo di violenza, da alcuni antropologi, è stata definita come una viol*enza mimetizzata, che tende a riversarsi su vittime sostitutive per placare la crisi di una comunità. 

Ma oggi, di fronte allo sfaldamento del tessuto comunitario, in quanto totalmente assente come tale, come dimensione unitaria, la violenza non placa più nulla, si autoalimenta. 

La gattina violentata non è un sacrificio per l’ordine, ma l’espressione di un disordine assoluto. 

L’animale, che nell’immaginario arcaico era spesso totem o messaggero degli dèi, viene ridotto a pura materia su cui esercitare un dominio che l’uomo non possiede più su se stesso.

Dal punto di vista ontologico, che studia l’Essere in quanto tale, la brutalità rappresenta una patologia della relazione. 

Non ci si rapporta, non si entra in comunicazione, in scambio e arricchimento energetico. 

Ogni canale, a circuito chiuso verso sé stessi, è impregnato di questa vile brutalità, che è il tentativo fallimentare di negare questa struttura ontologica fondamentale. Quando un uomo tortura un animale, un proprio simile, aggredisce verbalmente un simile su Facebook o infierisce sulla natura, sta operando una riduzione dell’Altro a "cosa".

Questo gesto è una ferita inferta non solo alla vittima, ma all’Essere stesso. 

Ogni atto di crudeltà è un atto di auto-crocifissione di chi agisce a riguardo. 

Chi disconosce l’Altro come manifestazione del medesimo fondamento divino dell’esistenza, si svuota. 

La brutalità è l’ombra dell’hybris greca, di cui ho parlato altre volte.  

È la tracotanza di chi, dimenticando di essere parte di un tutto organico, pretende di ergersi a dominatore assoluto, finendo per asservirsi alla propria stessa barbarie.

Il caso della gattina a Roma diventa, in questo senso, un sintomo ontologico. 

Una vita indifesa, che chiedeva solo protezione, scambio, amore, è stata infranta non per necessità, ma per il piacere della distruzione.

Come stiamo vedendo in tutto ciò che ci sta circondando. 

È l’annuncio di un vuoto d’Essere, dove l'empatia, che è il collante che rivela l’unità del reale, viene sostituita dall’indifferenza o, peggio, dal godimento necrofilo.

Se poi diamo uno sguardo, a ritroso, in una prospettiva esegetica di "scrittura" della violenza dei simboli, visto che mi occupo di simbolismo, se consideriamo l’esegesi, intesa come interpretazione profonda dei testi sacri e delle narrazioni simboliche, vediamo come questa dimensione ci offre le lenti per leggere questi eventi come segni dei tempi. 

Nella tradizione giudaico-cristiana, il patto con Dio viene sigillato dopo il diluvio con ogni essere vivente. 

L’arcobaleno è segno di un’alleanza che include gli animali. 

Penso all'arcobaleno presente anche nel simbolo della tribù dei Dan( https://maldalchimia.blogspot.com/2020/11/il-simbolo-della-tribu-di-dan.html?m=0) 

È un Archetipo, un Arco di Alleanza. 

La violenza contro l’animale, quindi, non è solo un reato contro il diritto positivo, ma una violazione dell’alleanza cosmica. 

È la rottura del vincolo sacrale che lega il cielo alla terra.

Sui social network, assistiamo a un’esegesi distorta. 

La parola, che nelle tradizioni sapienziali è il veicolo della creazione (“In principio era il Verbo”), diventa strumento di de-creazione. 

La brutalità verbale su Facebook, quei commenti rabbiosi, gratuiti, spesso anonimi, nascosti sotto falsi profili, ma peggio ancora quando sono manifestati da profili reali che dovrebbero esprimere ben altre energie, rappresenta l’anti-Logos. 

Non è più il linguaggio che costruisce mondi comuni, ma un flusso di odio che dissolve il tessuto relazionale. 

È la Babele contemporanea. 

Non l’incomprensione delle lingue, ma l’impossibilità di ascoltare l’Altro perché ridotto a schermo.

L’approccio esoterico, che guarda alla dimensione iniziatica e alla realtà invisibile, ci invita a vedere in queste brutalità non semplici episodi di inciviltà, ma manifestazioni di una contro-iniziazione. 

L'Alchimia inversa, ad uso di questi sub-umani, di cui ho sempre parlato, spessissimo orchestrata su moduli di Geometria Sacra numerica, i quali sono, intrinsecamente, di altissima energia. 

Nelle tradizioni ermetiche e nella Sophia Perennis, l’iniziazione è il percorso che conduce l’uomo dalla materialità grezza alla trasmutazione interiore, al riconoscimento del divino immanente in tutte le creature.

La brutalità sistematica, verso gli umili, gli animali, la natura, è l’esatto opposto, che viola la loro alta energia. 

È un rituale involutivo. 

Come insegnano le dottrine tradizionali, chi si abbandona alla violenza gratuita si rende veicolo di forze disgregatrici, di quelle che i testi chiamano le “correnti dell’ombra”. 

L’animale, in particolare, è sacro perché rappresenta l’istinto non corrotto, la vita che scorre in sintonia con il ritmo cosmico. Tortur*arlo equivale, in senso esoterico, a tortu*rare la parte vergine e sacra della propria stessa anima.

Il riverbero sui social media è la manifestazione digitale di questa dissociazione. 

Dietro lo schermo, l’individuo perde il "temenos", il recinto sacro del corpo e del volto, e si abbandona a una possessione verbale che ricorda gli antichi stati di furia distruttiva, ma senza più alcuna cornice catartica.

La brutalità sulla gattina a Roma ha scosso la coscienza collettiva non solo per la sua efferatezza, ma perché ha agito come uno specchio rivelatore. 

Ha mostrato il fondo di abisso su cui può scivolare l’umano quando perde ogni riferimento trascendente. 

Di fronte a questo, la politica si è trovata a dover rispondere.

I recenti provvedimenti legislativi, come gli inasprimenti delle pene per i reati contro gli animali, rappresentano, dal punto di vista simbolico, un tentativo di arginare il caos con la legge. 

Ma, dal punto di vista esoterico e antropologico, la legge da sola non basta. 

La legge positiva è un argine, ma non una cura. 

Se lo spirito che anima queste brutalità è la negazione dell’Essere, nessuna pena, per quanto severa, potrà estirpare la radice del male se non accompagnata da una rinascita etica e, oserei dire, spirituale.

La politica, nel suo senso più alto e originario, quello di cura della "polis" è chiamata a un compito che oggi spesso abdica. 

Il compito di favorire non solo la repressione, ma l’educazione all’empatia ontologica. 

Inasprire le pene è necessario, ma non sufficiente. 

Occorrerebbe un nuovo patto educativo che ricordi all’uomo la sua interdipendenza con il vivente.

La brutalità umana, sia fisica che verbale, è il riverbero di una ferita metafisica. 

L’uomo che tortura, che insulta senza motivo sul web, che distrugge la natura, non è un dominatore, ma un posseduto. 

È un'anima persa, posseduta dalla sua stessa ombra, dalla dimenticanza di essere parte di un tutto sacro.

La gattina violentata a Roma non è stata solo un animale martoriato. È stata, in senso iniziatico, un sacrificio involontario sull’altare di una società che ha smarrito l’anima. 

I social network, con la loro brutalità verbale gratuita, sono il termometro di questa febbre. 

Dove non c’è più il volto, dove c'è alterazione e mistificazione del reale, della propria percezione di sé e della propria dignità, non c’è più il rispetto.

Forse, l’unica risposta autentica a questa deriva non sta solo nei provvedimenti politici, per quanto condivisibili nella loro funzione protettiva, ma in una inversione di rotta interiore. 

Finché l’uomo non riconoscerà nell’animale, nel diverso, nella natura e persino nell’interlocutore virtuale la stessa scintilla di vita che abita in lui, la brutalità troverà sempre nuove vie per manifestarsi. 

La vera politica del futuro, se mai ci sarà, dovrà essere politica dell’Anima, capace di ricucire la frattura tra l’uomo e il sacro fondamento della vita.


Tiziana Fenu 

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La brutalità




martedì, marzo 31, 2026

💙 Giovedì Santo/Plenilunio in Bilancia

 Consideriamo, con l’occhio della mente e non con quello del corpo, il tempo che si sta dispiegando nel ciclo dell’anno. 

Il giorno è il 2 di aprile, il giovedì che nella tradizione evoca il fulmine di Giove prima del silenzio del Venerdì, ma l’ora è segnata dall’astro notturno, giunto al suo culmine. 

Ci troviamo di fronte a un plenilunio che non è solo un evento astronomico fra i tanti, bensì una congiunzione di forze archetipiche dalla portata iniziatica, poiché esso è il primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera. 

In seno alla tradizione cristiana e giudaico-cristiana, questa Luna piena detiene una funzione di soglia. 

È un plenilunio importantissimo, quello che fissa la data della Pasqua, la festa della Resurrezione. 

Ciò significa che questo plenilunio, al di là del suo aspetto formale, custodisce l’energia stessa del passaggio, dello spostamento dell’essere dall’impero della materia al dominio dello spirito.

La sua collocazione zodiacale è altamente emblematica, visto che cade anche di Giovedì, governato dal Sole /Giove. 

Il Sole, principio spirituale maschile, dimora nel primo dei segni di Fuoco, l’Ariete, dove la volontà si fa azione pura, germoglio che squarcia la crosta invernale. 

L'Ariete è il Roveto Ardente che brucia senza consumarsi, l’impulso primordiale che dà inizio al grande lavoro alchemico. 

Opposto a esso, nel segno cardinale d’Aria, la Bilancia, sorge la Luna. 

Questo opporsi non è un conflitto, ma un connubio, una sinergia di straordinaria potenza.

Sono le nozze alchemiche tra il Fuoco (solare, maschile, attivo) e l’Aria (lunare, femminile, mediatrice). 

La tradizione ermetica insegna che il Fuoco senza l’Aria divampa in modo cieco e distrugge. 

L'Aria senza il Fuoco è un pensiero evanescente, privo di calore per coagularsi in opera. 

In questa notte di plenilunio, i due elementi sono chiamati a una sinergia perfetta. 

LAria, che è respiro, anima, intelletto, deve trovare la giusta misura per alimentare il Fuoco dell’Ariete senza soffocarlo né disperderlo. 

È l’arte del dosare, che è propria della Bilancia. 

Soppesare l’elemento spirituale perché il Fuoco della volontà diventi calore costante della trasmutazione.

In questo scenario si innesta la chiave più alta, la simbologia archetipale. 

Questo plenilunio è governato dall’energia della sedicesima lettera dell’alfabeto Sacro, Ayin  Ayin non è una lettera che si pronuncia con lo sforzo della gola.

Ayin è il silenzio che vede, il non detto che contiene ogni cosa. 

Il suo valore numerico è 70( questo mi rimanda, tra parentesi, ai 70 €, raccomandati dalla BCE, da tenere in casa, che non ci compri nemmeno la spesa per tre giorni, e qui il discorso simbolico si apre ulteriormente, veicolando ulteriori messaggi) simbolo dell’universale e della completezza delle nazioni, ma il suo significato archetipico la definisce come “occhio”. 

Non l’occhio che guarda la superficie dei fenomeni, bensì l’occhio divino, la visione interiore che discerne la sostanza occulta sotto il velame delle apparenze. 

È il Terzo Occhio, il Guf (in ebraico), che nella qabbalah estatica rappresenta la facoltà profetica, la sorgente dell’intuizione infallibile.

La corrispondenza esoterica di Ayin con l’Arcano Maggiore XVI dei Tarocchi, La Torre, svela la modalità operativa di questa Luna. La Torre non è, come vorrebbe l’interpretazione volgare, una rovina o un castigo. 

Nella dottrina iniziatica, essa è la Struttura dell’Io, l’edificio che l’uomo ha eretto con l’orgoglio dell’intelletto separato, credendolo inespugnabile. 

Il fulmine che la squarcia( e qui ritorniamo al Giove, dio dei filmini, del Giovedi), in questa notte, non è altro che la scarica della visione dell'intelletto, l’illuminazione improvvisa generata dall’occhio Ayin. 

L’energia di questo plenilunio agisce come un lampo che colpisce la sommità della torre (la mente razionale) per frantumare ciò che nell’essere è divenuto scoria, superstizione, abitudine morta. 

È un crollo sacro, necessario

Tutto ciò che è costruito su basi non verificate, su dogmi privi di esperienza diretta, viene scosso e infine bruciato.

Nelle rovine, l’Arcano XVI mostra due figure che precipitano, ma non vengono annientate. 

La loro forma resta, perché ciò che crolla è la forma esteriore, non l’essenza. 

Così opera questo plenilunio.

Dopo l’equinozio, quando la notte e il giorno si sono fatti uguali, il cammino verso l’equilibrio passa attraverso la distruzione di ciò che è eccedente o difettoso. 

Nel fuoco dell’Ariete, alimentato dall’aria della Bilancia tramite la lente d’ingrandimento dell’Ayin, vengono consumate le sovrastrutture. 

Restano le basi, le fondamenta: ciò che era prima dell’edificazione della torre, la terra vergine dello spirito, l’intuizione primigenia. Resta il Terzo Occhio, liberato finalmente dalle macerie.

Questo plenilunio, dunque, è un momento di crisi nel senso più alto del termine. 

Da "krinein", separare. 

Ci indica la strada per l’equilibrio, insegnandoci che la vera stabilità non è data dal possesso di una struttura intellettuale completa, ma dalla capacità di rimanere saldi sulla propria visione interiore quando tutto intorno vacilla. L’elemento aria, in questo contesto, deve essere dosato con sapienza. 

Se troppo rarefatto, il fuoco manca di ossigeno e si spegne. 

Se troppo impetuoso, il fuoco diventa incendio incontrollabile. 

La giusta proporzione è quella del respiro del Mago. 

L'aria che, attraverso l’intenzione (Fuoco), diviene Ruach, soffio divino, che anima senza bruciare.

In questo Giovedì di plenilunio nell’Ariete, siamo chiamati a un’operazione di alta magia naturale e interiore. 

L’astro notturno, riflettendo la luce del Sole in Ariete, gli offre la possibilità di rendere cosciente l’impulso primordiale. 

Attraverso la lente di Ayin, l’occhio che scruta l’abisso e l’empireo, egli può lasciare che la Torre interiore crolli, per ritrovare sé stesso non nell’edificio intellettuale, ma nella pietra angolare della propria intuizione infallibile. 

È il momento di fidarsi di quell’occhio che non ha bisogno di parole per vedere, di quel fuoco che non ha bisogno di fiamma per ardere. 

È la vigilia iniziatica della Pasqua. Per giungere alla Resurrezione, occorre prima discendere nel sepolcro, e per discendervi con consapevolezza, occorre che la luce interiore (Ayin) renda visibili anche le tenebre.

Questo plenilunio non si svolge in un vuoto temporale, ma si sovrappone e si fonde con il mistero del Giovedì Santo, creando una sinfonia liturgico-esoterica di straordinaria potenza.

Il Giovedì Santo è il giorno dell’istituzione dell’Eucaristia, del Sacrificio incruento, e della lavanda dei piedi. 

Se osserviamo con l’occhio di Ayin, vediamo che il Cristo, nel Giovedì Santo, compie l’atto supremo di equilibrio (Bilancia) tra il Fuoco dello Spirito (Ariete) e l’umiltà della carne. 

Egli, che è il Fuoco solare, l’Ariete immolato fin dalla fondazione del mondo, si fa servitore, lavando i piedi ai discepoli. 

In questo gesto, Egli dosa sapientemente l’elemento Aria. Non impone la sua divinità dall’alto, ma la offre nel soffo dell’umiltà, creando la giusta pressione affinché il fuoco dell’amore divino non bruci ma trasfiguri.

Il Giovedì Santo è, nell’esoterismo cristiano, il momento del Tradire, che ha la stessa Matrice fonetica di traduzione e tradizione. 

È una consegna, un passaggio. 

Una continuità. 

Gesù consegna il suo corpo e il suo sangue, ma consegna anche il segreto del tradimento di Giuda. Anche qui ritroviamo l’Arcano XVI della Torre. 

Giuda è il fulmine che, apparentemente, provoca il crollo della comunità perfetta, ma in realtà attiva il meccanismo della Passione, necessario per la Resurrezione. 

È un Appeso, funzionale a questa continuità ontologica e semantica, di cui ho appr nel mio precedente scritto ( https://maldalchimia.blogspot.com/2026/03/giuda-lappeso-libro.html?m=0) 

La “Torre” del corpo mistico del Cristo viene abbattuta sulla croce, ma solo per mostrare che le vere fondamenta sono nella fede e nell’amore, e che l’Occhio interiore (il Cristo stesso) resta vigile anche nel sepolcro.

In parallelo, il plenilunio in Bilancia durante il Giovedì Santo ci ricorda che l’equilibrio non è una staticità pacifica, ma una tensione dinamica tra opposti, tra l’azione e il silenzio (Cristo che istituisce il sacramento e poi tace nell’orto), tra la luce piena della Luna e l’oscurità imminente del Venerdì, tra la visione interiore di Ayin e il buio della carne.

L’evento del 2 aprile, primo plenilunio dopo l’equinozio, in Ariete-Bilancia, sotto il sigillo di Ayin, è dunque un tempo liminale. Esso ci invita a un’operazione alchemica precisa. 

Quella della Calcinazione. 

Lasciare che il Fuoco dell’Ariete, alimentato dal soffio della Bilancia, bruci la nostra “Torre” interiore, ovvero le strutture di potere, le certezze illusorie e gli attaccamenti che offuscano la visione.

Quella della Separazione. Attraverso l’occhio di Ayin, discernere cosa, nel crollo, è polvere da disperdere e cosa è fondamento, base incrollabile.

Quella della Congiunzione. 

Unire in noi il maschile solare (Ariete), l’iniziativa divina, con il femminile lunare (Bilancia), l’equità e la ricezione spirituale, comprendendo che l’equilibrio non è un punto morto, ma l’utero alchemico da cui nasce la Resurrezione.

È la prima fase alchemica della Nigredo, funzionale e necessaria per ogni rinascita. 

Resta, al termine di questo processo, il Terzo Occhio. 

Resta il nostro infallibile intuito, non più appannato dalle emozioni squilibrate o dalle ambizioni egoiche. 

Così come il Giovedì Santo lascia i discepoli nell’attesa vigile dell’orto, questo plenilunio ci lascia con le nostre fondamenta esposte, pronte per essere edificate non più sulla sabbia dei desideri mondani, ma sulla roccia viva della visione interiore. 

In questo sacro plenilunio, l’Aria insegna al Fuoco la misura, e l’Occhio guida la mano che costruisce il nuovo Tempio. 

Il nostro, intoccabile, Tempio interiore 

Con infinita gratitudine sempre 


Tiziana Fenu 

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Giovedì santo, plenilunio